Archive for the 'medicina & ricerca' Category

Tassare il tabacco e recuperare 600 milioni per i farmaci oncologici innovativi

Un plauso e il pieno sostegno alla Presidente della Commissione Sanità del Senato Emilia De Biasi e a tutti i membri della Commissione che hanno presentato e sottoscritto un emendamento alla legge di bilancio 2018 rivolto ad introdurre una tassa sul fumo con il fine di recuperare 600 milioni di euro per i farmaci oncologici innovativi e le cure palliative», così ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e coordinatrice del progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, che vede, oltre Salute Donna Onlus, la partecipazione di 14 Associazioni pazienti (Abracadabra, Acto, Amoc, Associazione Italiana Gist, Arlenika, Associazione Siciliana Sostegno Oncologico, Officine Buone, Gruppi AIL pazienti, Nastro Viola, Net Italy, Salute Uomo, Associazione Schirinzi, WALCE, ANISC), una Commissione Tecnico-scientifica di altissimo livello, un Intergruppo parlamentare nazionale e quattro Intergruppi consiliari regionali.

Da anni tutti gli attori del nostro progetto si battono per questa soluzione che, attraverso il recupero di risorse importanti, consentirà una migliore presa in carico dei pazienti e l’accesso alle cure più efficaci per tutti i malati, inclusi quelli terminali. Nel lavoro con l’Intergruppo parlamentare – che dal 2014 ha presentato diversi atti di indirizzo politico e di sindacato ispettivo sul tema del cancro – avevamo sottolineato più volte, assieme agli oncologi e agli ematologi, che una tassa sul fumo, oltre che moralmente giusta, avrebbe potuto tutelare maggiormente i pazienti onco-ematologici. Adesso ci siamo e ci batteremo affinché l’emendamento venga approvato” – ha ribadito Anna Mancuso.



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La psoriasi

Psoriasi3

La psoriasi è una malattia della pelle, ad andamento cronico e recidivante, che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e rotondeggianti, ben delimitate da margini netti. Con il progredire della patologia, le chiazze possono confluire e sono ricoperte di squame di colore bianco-argenteo. La psoriasi può interessare tutta la superficie corporea, ma le aree classicamente colpite sono: gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e regione sacrale.

L’evoluzione di questa malattia, per la quale non esiste ancora oggi una terapia risolutiva, è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni.

È importante rilevare che anche una minima estensione della malattia sulla superficie corporea può essere associata a comorbilità. Numerosi studi hanno dimostrato che non solo vi è un’associazione tra psoriasi e artrite psoriasica, depressione e abuso di sostanze, ma anche che i pazienti affetti da psoriasi presentano una maggior incidenza della sindrome metabolica, e quindi obesità, diabete, patologie cardiovascolari1.

Tipi di psoriasi

La severità della psoriasi è misurata in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al grado di disabilità sociale e psicologica2.

Le varie forme cliniche sono:

psoriasi a placche: è la forma più comune. Le lesioni compaiono a livello del cuoio capelluto, del tronco e sugli arti. Anche le unghie possono essere coinvolte;

psoriasi guttata: colpisce prevalentemente i bambini e si manifesta con piccole chiazze su tutto il corpo; spesso è correlata a faringite streptococcica;

psoriasi pustolosa: si presenta sotto forma di piccole pustole che ricoprono aree delimitate (palmi delle mani o piante dei piedi), oppure tutto il corpo;

psoriasi inversa: è comune nelle persone anziane e colpisce le pieghe (regione ascellare, inguinale e pieghe sottomammarie). Le lesioni possono essere umide;

psoriasi eritrodermica (detta anche psoriasi esfoliativa): è interessata tutta la superficie cutanea che si presenta uniformemente arrossata con desquamazione intensa3.

La psoriasi lieve-moderata

La maggior parte delle persone affette da psoriasi (circa l’80%) soffre di psoriasi a placche, nella forma lieve o moderata. La psoriasi si definisce:

lieve, quando interessa meno del 10% della superficie ed è controllata con successo dalla terapia locale;

moderata, quando interessa dal 10 al 20% della superficie corporea o meno del 10% ma con localizzazioni importanti (viso e mani) che pesano sulla qualità di vita del paziente, ed è ben controllata con la terapia locale.

Molto spesso la psoriasi lieve-moderata non viene riconosciuta e adeguatamente trattata. Inoltre, sono soprattutto i pazienti affetti da queste forme a manifestare il maggior grado d’insoddisfazione riguardo alla gestione terapeutica e clinica della malattia, dal momento che le terapie sistemiche, anche in considerazione del profilo di sicurezza per svariati aspetti non ottimale, sono riservate a forme di psoriasi moderata-grave.

La psoriasi può inoltre presentarsi di livello moderato-grave, quando interessa più del 10% della superficie corporea ma non risponde alla terapia locale, o che interessa meno del 10% della superficie corporea ma è presente in aree “problematiche” (cuoio capelluto, mani e piedi); è grave quando coinvolge più del 20% della superficie corporea o meno del 20% ma è instabile, rapidamente progressiva e interessa parti importanti come le superfici palmo-plantari e il cuoio capelluto.

Epidemiologia

La psoriasi colpisce in egual misura gli uomini e le donne, anche se studi sull’incidenza della patologia suggeriscono che tende a manifestarsi più precocemente nella popolazione femminile4.

Nel mondo ne sono affette circa 125 milioni di persone5, pari al 3-4% in occidente, e al 3,1% nella popolazione italiana6.

L’incidenza è intorno ai 6 casi per 10.000 abitanti ogni anno, e appare più alta nei Paesi sviluppati, mentre si riduce tra Neri e Asiatici e in alcuni gruppi etnici, come gli Aborigeni australiani, ed è del tutto eccezionale nei Nativi americani. Tuttavia, le minoranze sono soggette ad ammalarsi nella forma grave e a soffrire di un maggiore distress sociale ed emozionale5.

La patologia può insorgere a qualsiasi età, ma nelle forme dell’adulto è più comunemente diagnosticata ai 20 e ai 50 anni d’età.

Fattori scatenanti

La psoriasi è una malattia a carattere genetico: circa il 30% dei soggetti con psoriasi ha una storia familiare nei parenti di primo grado. La probabilità di ammalarsi con entrambi i genitori affetti da psoriasi è di circa il 40%7.

Molti possono essere i fattori ambientali scatenanti. Tra questi:

• i traumi fisici, come il grattamento, le ustioni, le cicatrici chirurgiche o i traumi accidentali;

• lo stress emotivo;

l’aumento dell’indice di massa corporea, correlato all’incremento del rischio di manifestare la malattia;

• le infezioni delle alte vie respiratorie, causate prevalentemente dallo streptococco betaemolitico, soprattutto nei pazienti pediatrici;

alcuni farmaci, ad esempio sali di litio, beta-bloccanti, antimalarici, FANS;

l’etilismo e il fumo, che spesso accompagnano le forme gravi di psoriasi e sono maggiormente correlati all’insorgenza di psoriasi pustolosa3.

Ripercussioni sulla qualità di vita

La psoriasi incide su gran parte degli aspetti del vivere quotidiano del paziente, dalla scelta dei vestiti alle attività sportive, come ad esempio il nuoto, dove l’esposizione di aree cutanee affette comporta emarginazione ed esclusione. L’impatto negativo della patologia si ripercuote anche sulle attività lavorative e scolastiche e sulle relazioni affettive. La compromissione dell’aspetto estetico può dar luogo a disturbi a livello psichico, affettivo e professionale. Il peso psicologico e sociale che essa impone spesso oltrepassa la gravità del disturbo in sé: più del 60% dei pazienti associa alla malattia una diagnosi di depressione e, di questi, il 10% ha idee di suicidio8.

Le manifestazioni cutanee della malattia, oltre al dolore e al prurito, provocano disagio, frustrazione e vergogna, da cui deriva la perdita di autostima e un senso di stigmatizzazione. I pazienti provano insicurezza e cercano di nascondere agli altri il proprio problema, spesso isolandosi per paura del rifiuto sociale. Questo forte disagio è ulteriormente esacerbato dal pregiudizio, purtroppo ancora diffuso nella maggior parte degli italiani, che la patologia sia contagiosa e questo fa si che molte persone con psoriasi frequentino esclusivamente persone affette dalla stessa malattia.

La psoriasi può dunque essere considerata a tutti gli effetti una patologia invalidante, per via dell’impatto fortemente negativo sui pazienti che ne soffrono, che può arrivare a condizionare anche i progetti lavorativi e di carriera.

BIBLIOGRAFIA

1 Gisondi P. Tessari G., Conti A., et al. Prevalence of metabolic syndrome in patients with psoriasis: a hospital-based case control study. British Journal of Dermatology 20007, 157:68-73

2 Chimenti S., Psoriasis. Firenze: SEE Editrice, 2005

3 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

4 Naldi L., Gamini D. The clinical spectrum of psoriasis. Clinics in Dermatology 2007, 25: 510-518

5 National Psoriasis Foundation. Statistics. http://www.psoriasis.org/learn_statistics (03/12)

6 Naldi L., Drug targets inflamm Allergy, 2004, 3:121-5

7 Cfr. http://psocare.agenziafarmaco.it/progetto.htm

8 Esposito M., Saraceno R., Giunta A., Maccarone M., Chimenti S. An Italian study on psoriasis and depression. Dermatology 2006, 212 (2): 123-127

Stanchezza cronica? Colpa dei globuli bianchi

Sempre stanchi ed affaticati? Quando ogni cosa diventa “pesante”, dal fare le scale al semplice scrivere al computer, potrebbe dipendere da stanchezza cronica. Ma da cosa dipende realmente questo disturbo che troppo spesso viene legato solamente ad una stanche di natura psicologica?

Secondo quanto riportato su Plos One dai ricercatori dell’Università di Newcastle, la stanchezza cronica potrebbe dipendere da globuli bianchi senza energia.

Per lo studio sono state prese in esame le cellule sanguigne di 52 persone con sindrome da stanchezza cronica, confrontandole con quelle di un gruppo di controllo composto da 35 persone sane. Entrambe sono state sottoposte a test per vedere il livello di respirazione cellulare (processo che genera gran parte della loro offerta energetica).

I risultati hanno permesso di stabilire che i globuli bianchi delle persone con sindrome da fatica cronica non potevano produrre tanta energia, al massimo il 50% rispetto a quelle delle persone sane. Non solo: sono stati esaminati anche altri fattori (perdita di protoni, capacità di riserva, respirazione non mitocondriale, efficienza di accoppiamento).

Gli studiosi hanno insomma trovato elementi concreti che indirizzano verso una base biologica di questa patologia che per molte persone rappresenta una difficoltà a completare anche semplici attività quotidiane e che ne obbliga tante a letto per tempi prolungati. Nel solo Regno Unito colpite sono 250mila persone.

Cellular bioenergetics is impaired in patients with chronic fatigue syndrome – Tomas C, Brown A, Strassheim V, Elson J, Newton J, et al. – PLOS ONE 12(10): e0186802. https://doi.org/10.1371/journal.pone.0186802

Sentire poco aumenta rischi demenza

In occasione del convegno “Novità cliniche e tecnologiche in ambito audioprotesico”, promosso dall’Università di Tor Vergata, in occasione dei 25 anni del corso di laurea in tecniche audioprotesiche, tenutosi a Roma il 10 ed 11 novembre scorso presso il Centro Congressi Piazza di Spagna, si è discusso della importanza del sentire bene, anche a un’età avanzata, per mantenere giovane il cervello.

In Italia oggi vivono 8 milioni di ipoacusici. Sono persone che non hanno perso l’udito ma iniziano ad avere difficoltà ad afferrare i suoni e smarriscono così piano piano il contatto con gli altri. Il loro numero è in continua crescita, visto l’alto indice di longevità, ma non tutti fanno ricorso alle protesi acustiche. Pregiudizi, pigrizia e motivazioni sociali ed economiche, fanno sì che specie nel nostro Paese sia ancora scarsa la sensibilità verso le ipoacusie. Eppure il problema esiste perché numerose ricerche dimostrano che rispetto ai normoudenti, gli individui affetti da ipoacusia lieve, media e grave, hanno rispettivamente 2, 3 e 5 volte un rischio più alto di sviluppare deficit cognitivi.

Una pronta correzione dell’ipoacusia risulta determinante nella riduzione dell’incidenza delle patologie secondarie e rappresenta una vera sfida alla quale sia i medici audiologi sia gli audioprotesisti devono confrontarsi quotidianamente durante le due fasi del percorso riabilitativo: la prima legata alla diagnosi e la seconda caratterizzata dall’adattamento protesico”, – ha spiegato Stefano Di Girolamo, Ordinario di Audiologia, Responsabile UOSD di Audiologia del Policlinico Tor Vergata di Roma e presidente del corso di laurea.

Il deficit uditivo può ridurre, anche di oltre il 30%, l’efficienza di altre abilità cognitive, aumentando il rischio di una precoce compromissione di funzioni come l’attenzione, la memoria e le capacità strategico-esecutive. Un calo dell’udito è associato a un aumento di oltre 3 volte la probabilità di sviluppare una forma di demenza, mentre in 3 pazienti con un deficit cognitivo su 4 si registra anche un disturbo dell’udito. Prevenire il decadimento cognitivo con la cura dell’udito è quindi una necessità se si vogliono ridurre i costi della sanità e del welfare” – ha sottolineato Di Girolamo.

 

Polimialgia reumatica: diagnosi e gestione

La polimialgia reumatica (PMR) è una comune patologia infiammatoria di eziologia ignota con una prevalenza di un caso su 133 nei soggetti sopra i 50 anni, ed un rapporto donne/uomini di 2:1.

I sintomi si sviluppano nell’arco di alcune settimane: tipicamente essi includono dolore e rigidità articolare bilaterale a livello di spalle o pelvi, che peggiora al mattino. I sintomi associati comprendono febbre di basso grado, malessere, affaticamento, umore depresso, scarso appetito e perdita di peso.

Non esiste alcun test diagnostico specifico per la PMR ma, di solito, il paziente presente un rialzo di pari passo di PCR ed VES. Una piccola proporzione di pazienti con PMR presenta marcatori infiammatori normali.

La malattia è associata all’arterite a cellule giganti (GCA): metà dei pazienti con GCA ha anche sintomi di PMR, ed un quinto dei pazienti con PMR presenta segni di GCA. Le altre patologie che possono mimare la PMR comprendono patologie reumatiche dell’anziano come l’artrite reumatoide, le patologie muscolari infiammatorie ed altre condizioni come tireopatie, tumori maligni, infezioni, capsuliti bilaterali della spalla, osteoartrosi, parkinsonismo e depressione.

All’atto della diagnosi ed a ciascun controllo successivo è fondamentale considerare il potenziale di GCA associata. Al paziente andrebbero poste domande su cefalee, claudicatio della mandibola e disturbi visivi. In presenza di sospetta GCA, andrebbe effettuato un consulto reumatologico immediato.

FONTE | Practitioner. 2016 Dec;260(1799):13-6.

 


Il passaggio ad insulina degludec è costo-efficace e conveniente

Passare ad una terapia con insulina degludec per il trattamento di diabete di tipo 1 e di tipo 2 è rispettivamente costo-efficace e più conveniente1: lo dimostra una nuova analisi di costo-efficacia effettuata utilizzando dati clinici di real-world presentata al 20mo Congresso Annuale Europeo dell’International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (ISPOR 2017) a Glasgow, Scozia.

Dall’analisi si dimostra che l’insulina degludec rimane costo-efficace anche dopo aver escluso i benefici primari associati al cambio di terapia (come la riduzione delle ipoglicemie) e l’utilizzo delle risorse del sistema sanitario, in un calcolo basato su un periodo di trattamento di un anno. Se si stimano i costi sul più lungo periodo del diabete quale malattia cronica, il risparmio si dimostra ancora più rilevante.

Questi dati si basano su studi in real-world precedenti, che hanno mostrato come il passaggio ad insulina degludec da un’altra insulina basale (principalmente insulina glargine 100 U o insulina detemir) permetta una significativa diminuzione dei livelli di glucosio nel sangue e, al tempo stesso, abbassi i tassi di episodi di ipoglicemia gravi  potenzialmente pericolosi del 92% in persone con diabete tipo 2 e dell’85% in persone con diabete tipo 1.2,3

In aggiunta alle numerose prove a supporto dei suoi benefici nella pratica clinica, l’insulina degludec dimostra anche di essere una scelta di trattamento costo-efficace per i vari sistemi sanitari in Europa. Ci auguriamo che queste incoraggianti scoperte derivate dalla pratica clinica possano aiutare a rendere insulina degludec disponibile a sempre più persone con diabete di tipo 1 e di tipo 2 in tutto il mondo” – ha affermato Mads Krosgaard Thomsen, executive vice president e chief science officer di Novo Nordisk.

Lo studio

Questa nuova analisi si basa su un sottogruppo italiano dello studio EU-TREAT (EUropean TREsiba AudiT). EU-TREAT è uno studio europeo, multicentrico, in real-world condotto su 2.550 pazienti che analizza gli effetti del passaggio ad insulina degludec da un’altra insulina basale, in persone con diabete di tipo 1 e di tipo 2.1-3

La costo-efficacia è stata valutata sulla base del cambiamento nei tassi di ipoglicemia, della dose di insulina basale e rapida in corrispondenza dei pasti e del peso corporeo, a sei mesi dopo il passaggio ad insulina degludec in 397 persone con diabete di tipo 1 e 153 persone con diabete di tipo 2 in Italia. I modelli di costo-efficacia hanno valutato il rapporto incrementale di costo-efficacia (ICER-Incremental Cost Effectiveness Ratio) per il costo degli anni di vita aggiustati per la sua qualità. (QALY-Quality Adjusted Life Years)1 e permettono di fare paragoni tra trattamento e aree terapeutiche.

Insulina degludec

L’insulina degludec è un’insulina basale in monosomministrazione giornaliera che garantisce una durata d’azione superiore alle 42 ore con un effetto stabile di riduzione della glicemia.4,5 L’insulina degludec risulta caratterizzata da una bassa variabilità giornaliera e un ridotto rischio di ipoglicemie totali, notturne e gravi rispetto all’insulina glargine 100 U.4,6 Quando la somministrazione alla stessa ora del giorno non è possibile, l’insulina degludec consente un dosaggio più flessibile, con un minimo di otto ore tra le somministrazioni.4

L’insulina degludec ha ottenuto la prima approvazione regolatoria nel settembre 2012 e da allora è stata approvata in oltre 80 Paesi in tutto il mondo. Al momento è disponibile in commercio in oltre 50 Paesi.

1. Haldrup S, Lapolla A, Gundgaard J, et al. Cost-effectiveness of switching to insulin degludec (ideg) in real-world clinical practice in italy. Poster presentation. International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (ISPOR) 20th Annual European Congress, Glasgow, Scotland. November 2017.

2. Siegmund T, Tentolouris N, Knudsen TS, et al. EU-TREAT 1: Switching to insulin degledec reduces the risk of hypoglycaemia in patients with T1DM in a real-world setting. Poster presentation. 77th Annual Scientific Sessions of the American Diabetes Asosciation (ADA), San Diego, California, US. June 2017.

3. Schultes B, Tentolouris N, Knudsen TS, et al. EU-TREAT 2: Switching to insulin degledec improves glycaemic control in patients with T2DM in a real-world setting. Poster presentation. 77th Annual Scientific Sessions of the American Diabetes Asosciation (ADA), San Diego, California, US. June 2017.

4. EMA. Tresiba® Summary of Product Characteristics. Last accessed: October 2017.

5. Haahr H, Heise T. A review of the pharmacological properties of insulin degludec and their clinical relevance. Clin Pharmacokinet. 2014; 53:787–800.

6. Marso SP, McGuire DK, Zinman B, et al. Efficacy and safety of degludec versus glargine in type 2 diabetes. N Engl J Med. 2017; 377:723–732.


Napoli, XVI Convegno Triennale AICE

 

Semplicità di utilizzo, migliorati parametri farmacocinetici e flessibilità dei regimi di trattamento in relazione alle esigenze cliniche individuali sono le tre caratteristiche principali del nuovo farmaco di Bayer octocog alfa protein free da cellule BHK, già dimostrate negli studi Leopold che ora vengono confermate nella real life anche in Italia” – afferma il dottor Antonio Coppola (del centro emofilia di Parma).

Il farmaco è un fattore VIII ricombinante indicato per il trattamento dell’Emofilia A nei pazienti di tutte le fasce d’età, che negli studi clinici ha dimostrato di mantenere l’emostasi e di proteggere dai sanguinamenti i pazienti, quando usato in regime di profilassi due o tre volte alla settimana”, – continua il dottor Coppola.

Octocog alfa protein free da cellule BHK è il successore di octocog alfa già in commercio da molti anni, una molecola ben nota che presenta innovazioni tecnologiche nel processo produttivo, sia in termini di sicurezza che di purezza del prodotto.

Se ne è discusso, sabato 11 novembre, a Napoli, nel corso del simposio Bayer, organizzato in occasione del XVI Convegno Triennale sui Problemi Clinici e Sociali dell’Emofilia dell’Associazione Italiana Centri Emofilia (AICE).

L’evento ha riunito nel capoluogo partenopeo medici ematologi che si sono confrontati sulle principali tematiche riguardanti l’emofilia.

Il simposio, intitolato “Dall’innovazione alla protezione nella Real Life: l’impegno Bayer nel presente e nel futuro”, è stata l’occasione per discutere come le caratteristiche innovative di questa molecola, presentate negli studi Leopold, siano validate dalla pratica clinica in Italia.

Il nuovo octocog alfa di Bayer è disponibile in circa l’80% delle regioni italiane.

Il Centro emofilia di Catanzaro è stato uno dei primi ad utilizzarlo:

Nel nostro Centro abbiamo già numerosi pazienti in trattamento con il nuovo farmaco. Ad esempio, in un paziente adulto, abbiamo ottenuto risultati eccellenti, sia in termini di aderenza che di protezione. Il paziente presentava un quadro clinico complesso con gravi problemi articolari e comorbilità. Il nuovo farmaco di Bayer ha consentito di modificare lo schema terapeutico, da tre a due infusioni alla settimana e, grazie al migliorato profilo farmacocinetico, anche il controllo dei sanguinamenti” – ha dichiarato la Dottoressa Rita Santoro, direttore del Centro.

Octocog alfa protein free da cellule BHK viene utilizzato anche nei piccoli pazienti:

Abbiamo in cura un bambino affetto da Emofilia A grave con problemi di emartri con una profilassi iniziata in età molto precoce. Il piccolo è passato al nuovo farmaco di Bayer e si è osservata una persistenza di livelli più alti di FVIII nel sangue, assicurando quindi al paziente una maggiore protezione dai sanguinamenti” – ha spiegato la Dottoressa Erminia Baldacci, Centro emofilia Policlinico Umberto I di Roma.

L’impegno di Bayer è sia nel presente che nel futuro. E’ già stata presentata in Europa la domanda per l’autorizzazione in commercio di un prodotto ‘long acting’ (Bay 94-9027) che ha una durata d’azione prolungata che potrebbe permettere una somministrazione anche ogni 7 giorni.

Bayer sta procedendo nella ricerca su una nuova categoria di farmaci che consente di trattare tutti i pazienti affetti da Emofilia A e B, anche in quelli che hanno sviluppato inibitori, e che vengono somministrati sotto cute invece che per via endovenosa con cadenza settimanale. Procedono anche gli studi sulla terapia genica dalla gene therapy al gene editing”, – ha commentato il dottor Franco Pamparana, Direttore Medico di Bayer.

Il trattamento dell’emofilia sta cambiando rapidamente e continuerà a evolvere nei prossimi anni. Alla terapia sostitutiva con i nuovi fattori della coagulazione a lunga emivita, si affiancheranno nuove terapie non più sostitutive per i pazienti affetti da Emofilia a A o B, con e senza inibitori. Questi nuovi farmaci, ad oggi in varie fasi di sviluppo, consentiranno una terapia meno invasiva per via sottocutanea anziché endovenosa, e ridurranno ulteriormente la frequenza di somministrazione. Infine, le prospettive per la terapia genica sembrano essere molto più concrete alla luce dei recenti progressi nella sperimentazione clinica dei pazienti con deficit di fattore IX” – ha concluso la Dottoressa Cristina Santoro, Centro emofilia Policlinico Umberto I di Roma.

A proposito di Emofilia A

L’emofilia colpisce circa 400.000 persone nel mondo ed è una patologia principalmente ereditaria in cui una delle proteine necessarie per la formazione dei coaguli di sangue è mancante o carente. L’emofilia A è il più comune tipo di emofilia; in questo caso è assente o presente in quantità ridotta il fattore VIII. L’emofilia A colpisce 1 persona su 10.000, per un totale di più di 30.000 persone in Europa. Nel tempo, l’emofilia A – a causa di sanguinamenti continui o spontanei, specialmente nei muscoli, nelle articolazioni o negli organi interni – può portare a quadri di artropatia invalidanti.

 


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