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ESC 2017: linee guida sulle arteriopatie periferiche

La versione aggiornata delle linee guida su diagnosi e terapia delle arteriopatie periferiche è stata pubblicata dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) in collaborazione con la Società Europea di Chirurgia Vascolare (ESVS).

Si tratta di un documento molto articolato che non si limita a considerare le patologie del circolo arterioso degli arti inferiori ma copre tutti i distretti vascolari diversi dalle coronarie e dall’aorta comprendendo il tratto extracranico delle arterie carotidi e vertebrali, le arterie degli arti superiori, le arterie mesenteriche e le arterie renali.

Il termine vasculopatie periferiche, generalmente utilizzato come sinonimo di “vasculopatie degli arti inferiori” è quindi usato in modo estensivo con una sottile distinzione, nella terminologia inglese, tra “peripheral arterial disease” che comprende tutti i distretti arteriosi tranne coronarie ed aorta, e “peripheral artery disease” che invece si riferisce al solo distretto degli arti inferiori.

E’ quindi impossibile fare una sintesi delle innumerevoli raccomandazioni contenute nel documento.

Segnaliamo la presenza di un capitolo dedicato alla arteriopatia multi-distrettuale, condizione molto frequente per la quale però non sono disponibili solidi riferimenti in letteratura. Questa condizione è associata a una prognosi peggiore, tuttavia non ci sarebbe indicazione, nella maggior parte dei casi, ad effettuare uno screening sistematico delle lesioni asintomatiche in altri distretti vascolari quando ciò non comporta alcuna modifica della strategia terapeutica.

Al contrario, nei pazienti che presentano evidenza di arteriopatia in un distretto, la valutazione clinica di altre possibili localizzazioni sintomatiche e l’eventuale approfondimento diagnostico strumentale sono considerate necessari.
Infine, il documento richiama l’attenzione sul fatto che i pazienti con vasculopatia periferica, oltre ad avere un elevato rischio di coronaropatia, spesso presentano altre cardiopatie, quali lo scompenso cardiaco e la fibrillazione atriale, che andrebbero ricercate attivamente in questi pazienti.

 

2017 ESC Guidelines on the Diagnosis and Treatment of Peripheral Arterial Diseases. European Heart Journal, ehx095, doi.org/10.1093/eurheartj/ehx095.26 August 2017

COAGULUM report

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Riproduzione assistita e vaccinazione antinfluenzale

La campagna di vaccinazione contro l’influenza è in corso e le donne che desiderano iniziare un trattamento di Riproduzione Assistita possono pianificare la possibilità di vaccinarsi. All’inizio del trattamento è raccomandata la vaccinazione contro l’influenza.

“Le donne sottoposte a trattamento di riproduzione assistita, se presentano un rischio, devono essere trattate esattamente come il resto della popolazione. Mi riferisco, ad esempio, ad una malattia cronica cardiovascolare o respiratoria o al diabete o ad altre patologie indicate nella Circolare ministeriale annuale per la prevenzione e il controllo dell’influenza. In questi casi si raccomanda la vaccinazione” – spiega la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.

 

Nelle cliniche IVI, i ginecologi seguono le indicazioni del Ministero della Salute e raccomandano la vaccinazione antinfluenzale alle donne che si trovano nel secondo e terzo trimestre di gravidanza, soprattutto a quelle il cui parto è previsto per l’inverno.

Il vaccino antinfluenzale protegge la mamma, riducendo il rischio di ricovero almeno del 50% e il bambino, riducendo significativamente i casi di malattia e di otite nei primi due mesi di vita” – secondo la Dottoressa Galliano.

La vaccinazione contro l’influenza rappresenta il mezzo più efficace e sicuro per prevenire la malattia e le sue complicanze. Nel primo trimestre di gravidanza, in assenza di condizioni mediche predisponenti che rendano imperativa la vaccinazione antinfluenzale, questa deve essere subordinata ad una attenta valutazione del rapporto rischio beneficio da parte del medico curante” – prosegue la Dottoressa Galliano.

 

Altri vaccini prima della gravidanza

Rispetto ad altri vaccini che preoccupano le pazienti, la Dottoressa Galliano assicura che nelle analisi da fare prima dei trattamenti di riproduzione assistita è incluso lo stato di immunità per la rosolia e per l’epatite B.

La prima è compresa nel calendario vaccinale delle bambine, ma accade che donne adulte non siano immunizzate. In questo caso si raccomanda di vaccinare e di attendere un mese prima di iniziare il trattamento di riproduzione assistita, dato che il vaccino è a virus vivi attenuati” – informa la Responsabile del Centro IVI di Roma.

Per quanto riguarda il vaccino per l’epatite B, gli specialisti dell’Istituto Valenciano di Infertilità consigliano di somministrarlo in generale in gruppi con fattore di rischio, specialmente personale sanitario, ma se questo non esiste, puntualizzano che non è necessario.

 

E durante la gravidanza…

Oltre all’influenza, dal 2015 il Ministero della Sanità raccomanda alle donne incinte di vaccinarsi ad ogni gravidanza contro la pertosse nel terzo trimestre di ogni gravidanza (idealmente alla 28a settimana) mediante il vaccino combinato difterite-tetano-pertosse.

E’ stato dimostrato che in questo modo si proteggono i bambini minori di tre mesi da questa infezione respiratoria che può essere gravissima nel neonato” – secondo la Dottoressa Daniela Galliano.

Tuttavia, durante la gravidanza sono controindicati i vaccini contro morbillo, rosolia, parotite, varicella, da un mese prima della gestazione e durante tutta la stessa, poiché potrebbero provocare un’infezione fetale, malgrado questa evenienza non rappresenti una indicazione a un eventuale aborto” – conclude la Dottoressa Galliano.

 

Inquinamento e infertilità

È allarme della sopravvivenza della specie umana nei Paesi occidentali e in particolare nelle zone ad altro rischio ambientale. Un’affermazione estrema supportata da studi recenti che dimostrano che la percentuale di milioni di spermatozoi per millilitro si sarebbe dimezzata negli ultimi 40 anni nei paesi occidentali (-59,3% nel numero netto di spermatozoi)1 e che circa il 35% dei casi di infertilità ha una causa maschile2.

Le ragioni? Tra le principali, innanzitutto, sostanze chimiche presenti nell’ambiente, come metalli pesanti, diossine e negli alimenti come pesticidi – ma anche stili scorretti di vita, inquinamento elettromagnetico che possono ridurre la qualità e quantità degli spermatozoi ed essere in grado di modificare il DNA umano.

Il sistema riproduttivo è, infatti, particolarmente vulnerabile alle interferenze dell’ambiente e il liquido seminale maschile sembra rappresentare lo specchio più fedele di quanto l’ambiente e lo stile di vita impattino sulla salute riproduttiva oltre che globale dell’individuo” – ha dichiarato il Dott. Luigi Montano, uno dei tre Presidenti Società Italiana di Riproduzione Umana, UroAndrologo dell’Asl di Salerno, al 1° Congresso Nazionale SIRU tenutosi a Roma dal 14 al 16 dicembre scorso.

Tra i temi di grande attualità del Congresso la denatalità, l’impatto dell’inquinamento, dei cattivi stili di vita sulla salute riproduttiva e in generale la prevenzione primaria e la ricerca insieme ad autorevoli rappresentanti del mondo scientifico ed istituzionale nazionale ed internazionale. Nello specifico, sono stati presentati in anteprima nuovi dati del progetto EcoFoodFertility, ideato e coordinato dal Dott. Luigi Montano. Un progetto interdisciplinare e multicentrico di biomonitoraggio umano, nato sulle problematiche della “Terra dei Fuochi” che analizza campioni omogenei per età, BMI e stili di vita di maschi sani residenti in aree a diversa pressione ambientale, che si sta allargando in diverse aree ambientali critiche d’Italia e d’Europa e che utilizza il liquido seminale come chiave di lettura del rapporto Ambiente–Salute, nella sua duplice funzione di precoce e affidabile sensore della qualità ambientale e della salute generale (Seme Sentinella). Il fine è quello di valutare con più precisione l’impatto che l’ambiente, l’alimentazione e lo stile di vita hanno sulla salute umana, per avviare in attesa dei tempi lunghi del risanamento ambientale, attività concrete ed immediate di prevenzione primaria attraverso regimi alimentari e modifica degli stili di vita che favoriscano la detossificazione naturale (“bonifica”) dell’uomo nelle aree inquinate a salvaguardia della salute riproduttiva e globale.

I risultati dei primi studi pubblicati già su importanti riviste internazionali su 222 campioni selezionati da due aree campane ad alto (Terra dei Fuochi) e basso (Alto-Medio Sele, SA) impatto ambientale, già indicavano differenze statisticamente significative in termini di maggiore accumulo di alcuni metalli pesanti, di danni al DNA spermatozoario, di riduzione delle difese antiossidanti nel liquido seminale, di alterazioni della motilità spermatica, di maggiore lunghezza dei telomeri spermatici nei soggetti di Terra dei Fuochi rispetto a quelli del Salernitano, quelli in fase di pubblicazione e presentati in anteprima al congresso SIRU, invece, riguardano ulteriori 327 campioni provenienti dalle aree campane, da Palermo e dall’area dell’ILVA di Taranto che ulteriormente confermano l’estrema sensibilità del seme all’esposizione ambientale ed in particolare il dna spermatico, parametro seminale che risente più precocemente del danno ambientale, alterato del 35% circa, quindi con danni significativamente maggiori nei soggetti residenti in Terra dei Fuochi e Taranto rispetto a quelli di Palermo e del salernitano.

In conclusione, il Progetto dimostra come la sensibilità del seme all’inquinamento stia aprendo nuovi scenari nella valutazione dell’impatto ambientale sulle popolazioni che vivono in aree a rischio, con applicazioni in programmi innovativi di sorveglianza sanitaria e misure di prevenzione primaria, nell’ottica del concetto della “One Health”, vista l’interdisciplinarietà dei temi e le sue proiezioni sulla salute globale. Il progetto, peraltro, si sta già avviando con la versione femminile.

Attraverso questo progetto si vuole esprimere un messaggio di salute globale che consideri la Fertilità un presidio di prevenzione, non solo per le patologie riproduttive, ma anche per quelle cronico-degenerative dell’adulto e a difesa delle generazioni future, in modo da proiettare la stessa Fertilità in una dimensione di più ampia portata per la salvaguardia della Salute Pubblica, passaggio quest’ultimo, sul quale l’attenzione è ancora superficiale e su cui la SIRU grazie al suo approccio multidisciplinare e aperto al territorio ed alla società, attraverso una serie di attività che sono in corso e che verranno implementate, si sta già facendo carico e se ne farà nel prossimo futuro” – ha dichiarato, in conclusione, il Dott. Montano.

1 Un team di ricerca della Hebrew University-Hadassah Braun School of Public Health and Community Medicine di Gerusalemme ha dimostrato che tra il 1973 e il 2011 c’è stato un crollo spaventoso nella fertilità maschile, innescato da una netta riduzione nel numero e nella “qualità” degli spermatozoi presenti nel liquido seminale.I dati ricavati dai ricercatori, coordinati dall’epidemiologo Hagai Levine, sono: -52,4 percento nella concentrazione dello sperma e -59,3 percento nel numero netto di spermatozoi per gli uomini occidentali provenienti da America del Nord, Europa, Australia e Nuova Zelanda. In altri termini, la concentrazione media degli spermatozoi in 40 anni è passata da 99 milioni per millilitro a 47 milioni per millilitro. (ESHRE 2017).

2 Registro Nazionale Procreazione Medicalmente Assistita (2015) – Istituto Superiore della Sanità

FONTE | Downtownpress 

Le conseguenze della disabilità: 14,5 miliardi i costi sociali

Ammonta a circa 4 miliardi di euro annui l’impatto economico delle disabilità associate ai 5 più importanti gruppi di patologie: tumori, malattie del sistema circolatorio, patologie mentali e psichiatriche, malattie del sistema nervoso centrale e malattie muscolo-scheletriche assorbono quasi un terzo di tutta la spesa per invalidità sostenuta dall’INPS per tutte le categorie, pari a 14,5 miliardi di euro ogni anno, quasi l’equivalente di un punto di PIL.

È quanto emerge da un’indagine condotta per la prima volta nel nostro Paese grazie a una collaborazione tra l’INPS e il gruppo di ricerca EEHTA-Economic Evaluation and HTA del CEIS (Centre for Economic and International Studies) dell’Università Tor Vergata di Roma, presentata durante l’incontro +Abili – Ricerca e innovazione per il superamento della disabilità che si è svolto a Roma il 13 dicembre 2017. L’incontro è stato promosso da PreSa – Prevenzione e Salute, un network di promozione della salute nato nel 2015 dalla collaborazione tra mondo dei media, società scientifiche, mondo universitario e associazionistico.

Questa edizione vuole porre l’attenzione sulla disabilità e sugli sforzi messi in campo ogni giorno dalla ricerca italiana per trovare soluzioni diagnostiche e terapeutiche per aiutare le persone affette da patologie ad alto impatto invalidante e che molto spesso non hanno una cura nel corso dell’incontro è stata analizzata anche l’importante tematica riguardante l’inclusione sociale e lavorativa dei soggetti con disabilità, molto spesso ‘+ abili’ di chiunque altro se impiegati in specifici compiti o impieghi” – ha dichiarato Marco Trabucco Aurilio, Direttore Scientifico PreSa.

È disabile la persona che a seguito di una o più menomazioni ha una ridotta capacità di interazione con l’ambiente sociale rispetto a ciò che è considerato la norma. Dunque, disabilità significa minore autonomia e svantaggio nella vita sociale con perdita, spesso, dell’attività lavorativa. In Italia la disabilità è un dramma personale e collettivo, che impatta in maniera pesante in termini di costi sociali sostenuti dall’economia nazionale e soprattutto dal sistema previdenziale.

Da questa analisi, frutto della collaborazione tra EEHTACEIS e INPS, si evince con forza quanto sia elevato il peso economico quale conseguenza delle disabilità nel nostro Paese un peso economico che potrebbe/dovrebbe essere ridotto seguendo un differente approccio alla cura e al trattamento delle patologie che maggiormente sono interessate. Sicuramente un accesso precoce a trattamenti efficaci, una maggiore e più attenta prevenzione oltre ad un migliore controllo in termini di aderenza alle terapie, potrebbero garantire un miglioramento della salute e della qualità di vita dei pazienti, associato ad una robusta e importante contrazione della spesa, tanto sanitaria che sociale e previdenziale” – ha commentato Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Politica, Direttore di EEHTACEIS Facoltà di Economia, Università di Roma Tor Vergata.

Un aspetto troppo spesso trascurato nel superamento della disabilità è quello relazionale. La persona con disabilità, specie se molto giovane, può avere una crescita difficile soprattutto per quel che concerne le relazioni con gli altri in diversi momenti della vita. Di norma la famiglia pone molta attenzione a ridurre o contenere le limitazioni fisiche e/o mentali delle capacità di un giovanissimo ma non affronta gli aspetti relazionali, quelli che devono portare allo svincolo adolescenziale e all’autonomia rispetto ai genitori e al nucleo famigliare. Sono necessari per questo interventi specifici al fine di sviluppare l’autonomia del giovane in modo che possa affrontare la vita di tutti i giorni e confrontarsi con l’altro.

Il progetto PreSa contribuisce a promuovere la “cultura della prevenzione” nel nostro Paese attraverso il portale online (www.prevenzione-salute.it), social, carta stampata e radio.

Solo nel 2015 sono stati diffusi oltre 16.000 contenuti che hanno privilegiato i temi legati alla prevenzione primaria e le patologie rare e ad alto impatto invalidante. Nel 2016 il network si è fatto promotore della proposta di inserire l’educazione sanitaria come materia propedeutica nei programmi delle scuole primarie e secondarie, prevedendo la figura del medico di classe. Tema sul quale è ancora aperto a livello istituzionale un acceso dibattito.

Ogni anno PreSa organizza un evento che ha l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica e i decisori su tematiche strategiche per il nostro Servizio Sanitario Nazionale. Il convegno +Abili si è incentrato sulla ricerca italiana e l’innovazione, quali motori fondamentali per trovare nuove opzioni di cura e di diagnosi precoce per le numerose patologie ad alto impatto invalidante che molto spesso non hanno ancora terapie.

Nell’ambito dell’edizione di quest’anno sono stati assegnati riconoscimenti a clinici, ricercatori e associazioni che si sono distinti nell’impegno per il superamento delle disabilità, tra cui:

  • Maja Di Rocco, Responsabile dell’UO Dipartimentale di Malattie Rare dell’Ospedale Gaslini di Genova, per la scoperta di un algoritmo pediatrico che facilita la diagnosi precoce della malattia di Gaucher;
  • AISM – Associazione Italiana Sclerosi Multipla, la principale organizzazione che in Italia agisce a favore dei pazienti con sclerosi multipla per promuovere, indirizzare e finanziare la ricerca scientifica e per affermare i diritti delle persone affette da questa patologia;
  • Andrea Caschetto, 27enne di Ragusa, che a 15 anni ha subìto un intervento al cervello con conseguente perdita della memoria a breve termine, ed è diventato “ambasciatore del sorriso” viaggiando tra gli orfanatrofi di tutti i Paesi del mondo, un impegno riconosciuto dall’ONU e raccontato nel libro “Dove nasce l’arcobaleno”;
  • Nazionale Calcio Italiana Amputati, fondata da Francesco Messori, un ragazzo nato senza una gamba ma con una forte passione per il calcio al quale nel 2011 il Centro Sportivo Italiano concede di giocare in un campionato di normodotati. Francesco ha reclutato una squadra di persone amputate provenienti da tutto il Paese e oggi la Nazionale è ufficialmente parte della World Amputee Football FederationWAFF;
  • Coordinamento Italiano Insegnanti di Sostegno, un’associazione finalizzata alla promozione dell’aggregazione e della formazione degli insegnanti di sostegno e allo sviluppo di una maggiore e migliore collaborazione con le istituzioni che interagiscono nell’area della disabilità, dello svantaggio e del disagio;
  • Un farmaco per tutti, un’iniziativa di solidarietà per la cura delle persone più deboli promossa dall’Ordine dei Farmacisti della provincia di Napoli, insieme a Federfarma, al Santobono Pausilipon e al cardinale Crescenzio Sepe, che ha come finalità il recupero di farmaci, di presidi medico chirurgici, integratori e dispositivi medici non ancora scaduti, provenienti da donazione spontanea da parte di privati e Aziende farmaceutiche, nonché di singoli cittadini. I farmaci raccolti vengono inviati a vari enti assistenziali.


Fibrillazione Atriale in Italia … i numeri

Sono stati presentati l’11 dicembre 2017 i risultati del “Progetto FAI: la Fibrillazione Atriale in Italia”, finanziato dal Centro per il Controllo delle Malattie del Ministero della Salute (Progetti CCM 2015), promosso dal Dipartimento NEUROFARBA dell’Università degli Studi di Firenze, coordinato dalla Regione Toscana e sviluppato in collaborazione con l’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche.

Obiettivo principale del Progetto è stato quello di valutare la frequenza della fibrillazione atriale (FA), determinando il rischio cardioembolico e l’aderenza agli standard internazionali di trattamento, in un campione di popolazione anziana in Italia.

Il Progetto FAI ha permesso di stimare, per la prima volta nel nostro Paese, la frequenza della fibrillazione atriale in un campione rappresentativo della popolazione anziana italiana. I tassi di prevalenza riscontrati indicano una frequenza elevata di questa importante aritmia negli anziani in Italia, che risulta, tuttavia, in linea con le stime più recenti attualmente disponibili nei Paesi occidentali, ed indica che nel nostro Paese, nella popolazione anziana, i pazienti affetti da fibrillazione atriale sono oltre 1.100.000” – ha dichiarato il Professor Domenico Inzitari, Responsabile Scientifico del Progetto, Università di Firenze, Dipartimento di Neuroscienze, Psicologia, Area del Farmaco e Salute del Bambino, NEUROFARBA.

Per garantire la rappresentatività nazionale, il Progetto è stato sviluppato in 3 Unità Operative situate al nord (in Lombardia, area di Bergamo), al centro (Toscana, Firenze) e al sud (Calabria, Vibo Valentia). Una quarta Unità Operativa, situata a Firenze, si occupava di validare i dati cardiologici, compresa la lettura centralizzata di tutti gli elettrocardiogrammi effettuati nel Progetto.

Il campione totale del Progetto era costituito da tutti gli ultrasessantacinquenni assistiti dai MMG partecipanti, per un totale di circa 6000 soggetti, ovvero 2000 per Unità Operativa. I soggetti coinvolti nel Progetto sono stati sottoposti ad una doppia procedura di screening, domiciliare e ambulatoriale, seguita da una fase di conferma diagnostica che prevedeva l’esecuzione di un ECG, eseguito presso lo studio del MMG. Tutti gli ECG venivano poi valutati attraverso una lettura centralizzata da parte dei cardiologi dell’Unità Operativa di Firenze.

Nel campione totale, la prevalenza della fibrillazione atriale nei soggetti ultrasessantacinquenni è del 7,3% e risulta più alta nei maschi, con un tasso dell’8,6%, mentre nelle femmine la prevalenza è del 6,2%. I tassi standardizzati sulla popolazione italiana indicano una prevalenza totale della fibrillazione atriale dell’8,3%, con tassi del 9,1% nei maschi e del 7,3% delle femmine. Questo dato indica che in Italia un anziano su 12 è affetto da fibrillazione atriale.

La prevalenza della fibrillazione atriale è strettamente correlata all’età: i tassi vanno, infatti, dal 3% nei soggetti nella fascia d’età 65-69 anni al 16,1% nei soggetti ultraottantacinquenni.

Lo studio si è proposto, inoltre, di valutare, nei casi di FA già diagnosticati, le terapie in corso e le eventuali motivazioni del non trattamento, applicando i criteri internazionali di valutazione, sviluppando e validando, inoltre, una metodologia di screening e conferma diagnostica della fibrillazione atriale direttamente trasferibile ai MMG e al SSN, nell’ambito delle azioni volte a ridurre gli ingenti costi sociali e sanitari legati a questa patologia.

La fibrillazione atriale aumenta in maniera significativa il rischio di ictus cerebrale, ma i farmaci anticoagulanti attualmente disponibili consentono una riduzione di tale rischio di oltre il 70%. I dati acquisiti nel Progetto FAI indicano una buona aderenza alle linee guida relativamente al trattamento con farmaci anticoagulanti, con circa il 70% dei pazienti fibrillanti trattati. I dati indicano anche che le percentuali di pazienti trattati con i nuovi anticoagulanti stanno ormai raggiungendo quelle dei pazienti trattati con la vecchia terapia.

Emerge, però, un dato allarmante: il 30,7% dei pazienti del campione non viene ancora trattato con farmaci anticoagulanti. Alcuni per motivazioni obiettivamente valide, ma percentuali non trascurabili di pazienti sono senza trattamento per convinzioni ormai superate dalle linee guida più recenti, come la presenza di fibrillazione atriale parossistica, considerata talvolta meno pericolosa, o la convinzione che i soli farmaci antiaritmici o antiaggreganti forniscano una buona protezione. Ben il 14,3% del campione manifesta, inoltre, una scarsa compliance.

I risultati emersi dal Progetto, considerando anche le differenze territoriali rilevate, forniscono la base conoscitiva per ulteriori interventi mirati a ridurre il peso di questa importante e frequente aritmia che costa al SSN, solo prendendo in considerazione i costi diretti determinati dal verificarsi di un ictus cerebrale, oltre un miliardo di Euro ogni anno.



Neuromielite Ottica: oggi la terapia è per tutti

Finalmente in Italia sarà possibile curare equamente tutti i pazienti che sono affetti da Neuromielite Ottica. Infatti, l’AIFA ha, autorizzato l’inserimento di Rituximab, la terapia più frequentemente utilizzata per questa patologia, nella lista 648 dei farmaci a carico del Servizio Sanitario Nazionale, grazie all’iniziativa della Farmacia e della Clinica Neurologica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova.

A darne l’annuncio il Presidente della Società Italiana di Neurologia (SIN) e Direttore della Clinica Neurologica dell’Ospedale Policlinico San Martino di Genova, Prof. Gianluigi Mancardi:

Siamo molti soddisfatti del traguardo raggiunto. Finora in Italia l’uso di Rituximab era off label e non era disponibile in tutti gli ospedali;questo ha provocato una disparità di trattamento tra i pazienti. Da oggi, finalmente, la situazione cambierà e il farmaco sarà totalmente a carico del Servizio Sanitario Nazionale”.

La Neuromielite Ottica o Malattia di Devic,  è una patologia  infiammatoria demielinizzante del sistema  nervoso centrale che fa registrare una prevalenza di 1-8 casi ogni 100.000 abitanti. Colpisce ambedue i sessi ed ha un decorso frequentemente aggressivo che può portare a grave disabilità a pochi anni dall’esordio.

Si tratta di una malattia più invalidante della Sclerosi Multipla che compromette la vista fino a portare alla cecità; interessa, inoltre, il midollo spinale con conseguente perdita dell’uso degli arti inferiori.

È dovuta alla presenza di anticorpi diretti contro un antigene astrocitario, l’acquaporina 4, che scatenano una reazione autoimmunitaria che distrugge la mielina, la sostanza che costituisce il rivestimento delle fibre nervose, che ha una funzione non solo protettiva ma anche isolante nei riguardi della conduzione dello stimolo nervoso.

Fino a qualche anno fa non esistevano terapie per la cura della Neuromielite Ottica ma oggi, in tutto il mondo, viene utilizzato Rituximab, anticorpo monoclonale diretto contro i linfociti B; si tratta di un farmaco molto efficace che, se somministrato tempestivamente, permette un buon recupero delle funzioni nei pazienti e un parziale controllo della malattia.

Analoga soddisfazione viene espressa dal Prof Francesco Patti, della Clinica Neurologica di Catania, coordinatore del Gruppo di studio della SIN sulla Sclerosi Multipla:

La Neuromielite Ottica è una malattia molto vicina alla Sclerosi Multipla, con alcune somiglianze ma con un decorso più invalidante, ed ora abbiamo finalmente un farmaco a disposizione che permette di affrontarla adeguatamente”.


Fibrillazione Atriale e ictus

La fibrillazione atriale (FA) rappresenta la più frequente aritmia cardiaca di rilevanza clinica, con una stretta correlazione con l’età avanzata: interessa, infatti, oltre l’1% della popolazione generale, con tassi di prevalenza che vengono segnalati in costante aumento in tutto il mondo, e che arrivano a superare il 15% negli ultraottantacinquenni.

L’Italia è oggi uno dei paesi più vecchi del mondo, con una percentuale di ultrasessantacinquenni che supera ormai il 22% della popolazione generale. Pertanto, le patologie età-correlate rivestono una grande importanza per il SSN ed il loro impatto è destinato ad aumentare insieme all’aspettativa di vita.

L’importanza della fibrillazione atriale è legata al fatto che essa aumenta di ben 5 volte il rischio di ictus cerebrale. Infatti questa aritmia può provocare la formazione di coaguli all’interno del cuore, in grado di arrivare al cervello causando un ictus che viene quindi definito cardioembolico, in quanto determinato da un embolo a partenza cardiaca.

L’85% degli ictus cerebrali sono su base ischemica, e oltre un quarto degli ictus di natura ischemica sono attribuiti alla fibrillazione atriale.

E’ di fondamentale importanza “intercettare” il più rapidamente possibile i pazienti con FA. Una volta fatta la diagnosi, il passaggio successivo consiste nello stabilire la necessità di una terapia anticoagulante per ridurre il rischio di ictus e nell’identificare le cause predisponenti che spesso necessitano di cure specifiche.

L’ictus cerebrale rappresenta la prima causa di disabilità nel soggetto anziano, la seconda causa di morte e di demenza nei paesi occidentali. Ogni anno in Italia l’ictus colpisce 200.000 persone, una ogni 3 minuti, e si valutano in circa un milione gli italiani che portano le conseguenze di questa patologia.

L’ictus cerebrale dovuto a fibrillazione atriale riveste particolare gravità, con un aumento sia della mortalità che della disabilità rispetto ad ictus che riconoscano altre cause. I costi diretti annui (quindi solo a carico del SSN) attribuiti ad ictus cerebrale in Italia sono stimati in 3,7 miliardi di Euro.

Oltre un quarto di questi costi sono dovuti al “peso” determinato dall’ictus cardioembolico da fibrillazione atriale.

Fattori predisponenti la FA

Le condizioni predisponenti o che favoriscono la progressione della malattia sono: ipertensione arteriosa, obesità, diabete mellito, insufficienza renale cronica, ipertiroidismo e tutte le malattie cardiache organiche (cardiopatie congenite, coronaropatia, malattie valvolari, scompenso cardiaco).

Inoltre possono favorire la FA l’abuso di alcol, droghe e caffeina. In molti casi comunque, la FA si manifesta in assenza di fattori predisponenti.

I farmaci

La gestione della FA intende ridurre i sintomi e il rischio di gravi complicanze ad essa associate, come appunto l’ictus. Oltre agli antiaritmici, utili nel controllo della del ritmo cardiaco, sono attualmente disponibili due tipologie di farmaci anticoagulanti, in grado di ridurre il rischio di ictus cerebrale di oltre il 70%: i farmaci di vecchia generazione, che richiedono un attento monitoraggio dell’azione anticoagulante attraverso regolari esami del sangue, e, da qualche anno, la nuova generazione degli anticoagulanti orali (NAO/DOAC), che hanno ampliato le possibilità terapeutiche mirate a ridurre le complicanze legate a questa importante aritmia.


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