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CONGRESSO EUROPEO DI MEDICINA INTERNA

“Pensare fuori dagli schemi: la medicina in un mondo di risorse limitate”: è lo slogan del 16° Congresso Europeo di Medicina Interna (ECIM), in programma dal 31 agosto al 2 settembre nei prestigiosi spazi dell’Università degli Studi di Milano.

L’evento è organizzato dall’EFIM, la Federazione Europea di Medicina Interna, che comprende le società nazionali di medicina interna di 33 Paesi, in rappresentanza di circa 40.000 internisti.

Con questo incontro, EFIM si pone l’obiettivo principale di promuovere la medicina interna e consentire agli internisti di fornire la migliore cura ai pazienti in tutta Europa, attraverso la conoscenza dei progressi scientifici recenti, anche nell’ottica del futuro della medicina nel 21° secolo.

Al Congresso, che si svolge per la prima volta a Milano, prenderanno parte membri di tutte le Società scientifiche internistiche affiliate all’EFIM e costituisce quindi un momento di crescita e scambio culturale per tutti gli oltre 1.500 delegati provenienti da tutto il mondo: dall’Europa dell’Est agli Stati Uniti fino al Medio Oriente, oltre a rappresentanti di Paesi come Turchia e Tunisia.

Una tre giorni ad ampio respiro, dunque, che interessa da vicino anche i circa 5.000 medici internisti presenti in Italia e gli oltre 100.000 in Europa.

Ma chi è il medico internista? E’ quello specialista che applica conoscenze scientifiche ed expertise clinico alla diagnosi e al trattamento in tutto quel complesso spettro di condizioni che vanno dalla salute alle malattie complesse. L’internista è il medico che si prende cura dei pazienti complessi, con multimorbidità, interprete di una sanità sostenibile ed equa.

La manifestazione, che vedrà la partecipazione di circa 40 relatori di diversa nazionalità, si presenta ricca di spunti e argomenti interessanti. L’obiettivo principale dell’evento è quello di recuperare il valore della presa in carico del malato nella sua globalità, compito prioritario per un medico Internista.

Tra i principali topics del Congresso:

  • Il ruolo della medicina interna in un mondo dalle risorse limitate
  • La valutazione della qualità clinica e formazione del medico
  • L’invecchiamento di successo
  • Il ruolo strategico della Medicina Interna nell’odierna riorganizzazione della Sanità Italiana ed Europea
  • “Less is more”
  • La medicina dei migranti
  • La Medicina personalizzata
  • L’Antibiotico resistenza

Oltre alla trattazione di argomenti d’interesse generale, come quelli sopra, vi sarà anche una parte dedicata all’aggiornamento clinico, costituita da Updates in sette aree diverse: dall’ematologia alla cardiologia, dalla medicina respiratoria alla diabetologia, dall’endocrinologia alla nefrologia, fino alla medicina di emergenza, l’epatologia e la gastroenterologia. Durante ciascun update saranno presentati i cinque lavori pubblicati negli ultimi due anni che hanno modificato la pratica clinica in quel particolare settore.

A Milano spazio poi per le future generazioni: è infatti prevista una sessione dedicata ai giovani medici internisti che avranno un corner a loro disposizione per portare le proprie esperienze ed esigenze.

Il congresso è una grande opportunità di incontro e confronto per gli internisti provenienti da tutta Europa, che potranno condividere l’esperienza di praticare la medicina interna, pietra angolare di ogni sistema sanitario nazionale” – afferma il Presidente EFIM, l’islandese Runolfur Palsson.

La Gestione delle persone anziane con più malattie croniche, in maniera sicura ed economicamente sostenibile è diventata una sfida importante per noi medici. Mentre la medicina interna continua ad avanzare, la fornitura di servizi sanitari ai pazienti è fondamentalmente un processo umano” – aggiunge la Professoressa Maria Domenica Cappellini, Presidente ECIM 2017.

Sulla scia del precedente successo registrato dal Congresso di Amsterdam cercheremo di mantenere un format simile, offrendo spunti di confronto ai partecipanti” – spiega il Professor Nicola Montano, Presidente Eletto EFIM.

Secondo gli esperti, in Europa, negli ultimi 30/40 anni, la Medicina Interna è stata non solo sottovalutata ma quasi messa in secondo piano rispetto alla medicina specializzata/specialistica.

La differenza rispetto al medico specialista è come quella che c’è tra chi nuota e chi invece decide di fare apnea: noi medici di medicina interna “nuotiamo” e vediamo l’orizzonte, ma non riusciamo a vedere cosa ci sia sul fondo; gli specialisti, invece, vanno a fondo ma perdono la visione dell’orizzonte” – conclude Montano.

 

Programma del Congresso EFIM


 

 

 

Preservazione della fertilità: vitrificazione degli ovociti o crio-preservazione della corteccia ovarica?

IVI è stato uno dei pionieri a livello mondiale nella vitrificazione degli ovociti per la preservazione della fertilità, tecnica portata avanti con successo dal 2007. Inoltre, nel 2012, ha stabilito un flusso comune di pazienti con l’Ospedale La Fe di Valencia, grazie al quale entrambe le istituzioni preservano, da allora, la fertilità delle proprie pazienti, anche mediante la crio-preservazione della corteccia ovarica.

Uno studio recente, condotto da IVI e dall’Ospedale La Fe di Valencia, su un campione di 1.759 pazienti (1.024 vitrificazioni di ovociti e 735 crio-preservazioni della corteccia ovarica) rivela che non esistono differenze significative in tema di nuovi nati: questo significa che entrambe le tecniche hanno praticamente la stessa efficacia. Di tutte le pazienti che hanno preservato la propria fertilità, sono state prese in considerazione quelle che hanno utilizzato il proprio materiale vitrificato per tentare di rimanere incinte.

In questo studio, i cui risultati sono stati presentati a Ginevra in occasione della 33ª edizione del Congresso ESHRE (2-5 luglio 2017), sono stati messi a confronto i risultati delle pazienti che avevano devitrificato i propri ovociti con quelli delle donne che si erano sottoposte ad un trapianto di corteccia ovarica. La conclusione di questo confronto è che tra i due trattamenti non esistono differenze significative nella percentuale dei neonati.

Secondo il Dottor César Díaz, ginecologo di IVI Valencia e uno dei principali responsabili di questo studio, “è molto importante indicare bene le tecniche a ciascuna paziente, dato che non tutte possono beneficiare delle stesse”.

Ancora lontano dal trovare una soluzione magica, l’obiettivo di IVI e dell’Ospedale La Fe di Valencia è quello di offrire tutti gli strumenti e le tecniche possibili alle proprie pazienti, per poter individualizzare e adattare ogni trattamento in funzione delle loro necessità.

In questo senso, il Dottor Díaz ammette che “se c’è tempo sufficiente prima di iniziare la chemioterapia, la paziente ha una riserva ovarica accettabile, e ha già iniziato la pubertà, probabilmente la cosa migliore sarà effettuare una vitrificazione degli ovociti, dato che, alle stesse condizioni per ciò che si riferisce alla percentuale di neonati, questa tecnica è meno aggressiva”.

La crio-preservazione della corteccia ovarica, d’altro canto è da consigliare alle pazienti in età pre-puberale, per quelle che ancora non hanno avuto il ciclo mestruale e per le quali risulta complicata la stimolazione e, di conseguenza, il recupero degli ovociti. Anche nelle pazienti con tumori molto aggressivi, come il linfoma di Burkitt, nel cui caso non c’è tempo sufficiente per stimolare le ovaie prima di iniziare la chemioterapia” – conclude la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

La ricerca, uno dei pilastri di IVI, consente una volta di più, attraverso studi come questo, di mettere a disposizione di tutte le sue pazienti le migliori tecniche, oltre ad un ventaglio più ampio di soluzioni per realizzare il loro sogno di essere madri.

Vitrificazione di ovociti

La vitrificazione di ovociti consiste nella stimolazione delle ovaie con ormoni simili a quelli che produce la paziente, per poi poter estrarre gli ovuli dalle ovaie mediante un ago molto fino, con un procedimento che richiede solo una minima sedazione. In seguito, gli ovuli vengono conservati mediante un raffreddamento ultra-rapido, che evita la formazione di cristalli di ghiaccio, proteggendo così gli ovuli per tutto il tempo che sia necessario (anche decenni). Si tratta dello stesso metodo che viene utilizzato per preservare ovuli nelle pazienti che vogliono posticipare la maternità per motivi di lavoro o personali. Una volta guarita dal cancro, la paziente potrà utilizzare questi ovuli per fecondarli con il liquido seminale del partner o di un donatore per generare un embrione che verrà impiantato nell’utero della paziente.

Crio-preservazione della corteccia ovarica

Consiste nell’estrarre un frammento della superficie delle ovaie mediante una chirurgia minimamente invasiva (laparoscopia). Il procedimento dura più o meno 20 minuti, e la paziente può tornare a casa o iniziare la chemioterapia già alcune ore dopo. Successivamente il tessuto viene congelato e messo da parte per gli anni che siano necessari. Se la paziente presenta un problema alle ovaie, si potrà tornare ad impiantare lo stesso tessuto con una nuova operazione, recuperando nuovamente la sua funzionalità, sia dal punto di vista della fertilità sia dal punto di vista della produzione di ormoni (farebbe regredire la menopausa conseguente a numerosi dei trattamenti oncologici). Allo stesso tempo consente la gestazione spontanea, senza dover ricorrere a tecniche di fecondazione in vitro.


Tosse cronica e reflusso gastro-esofageo negli adulti

La tosse cronica, definita tale se dura per più di 8 settimane, è un sintomo assai fastidioso e disturbante legato ad una miriade di condizioni di salute. Fino al relativamente recente utilizzo dei più potenti inibitori della secrezione acida (PPI), dagli antagonisti dei recettori H2 ai PPI, il reflusso gastro-esofageo non rientrava tra le ipotesi etiopatogenetiche della tosse cronica da prendere in considerazione. L’utilizzo diffuso dei PPI ed alcuni dati iniziali avevano destato grande interesse ed aspettativa sulla correlazione tra  reflusso gastro-esofageo e  tosse cronica, ma la successiva esperienza clinica diffusa ha ridotto le aspettative e resa più problematica la  correlazione tra acido-soppressione e scomparsa della tosse in soggetti affetti da malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE). (1)

Il tema è stato aggiornato in una recente revisione pubblicata da CHEST.(2)

Le principali raccomandazioni sono qui elencate:

  • In pazienti adulti con tosse cronica, la tosse deve essere gestita secondo un orientamento che considera inizialmente le potenziali eziologie più comuni tra le quali il reflusso gastroesofageo sintomatico (raccomandazione basata sul consenso).

Osservazioni: le potenziali eziologie comuni includono irritanti ambientali o professionali, il fumo, l’uso di ACE- inibitori, reperti radiografici anomali del torace, asma, tosse da sindrome delle vie respiratorie superiori (rino-sinusali), la bronchite eosinofila non asmatica e le malattie polmonari suppurative. Spesso la tosse deriva da più di un fattore eziologico.

  • Nei pazienti adulti con tosse cronica con sospetto di tosse da sindrome da reflusso, il trattamento include:

a) modifica della dieta per promuovere la perdita di peso nei pazienti in sovrappeso o obesi;

b) alzare la testa a letto evitando di coricarsi entro 3 ore dai pasti;

c) in pazienti che riportano bruciore di stomaco e rigurgito, per controllare questi sintomi sono sufficienti gli  inibitori della pompa protonica (PPI), gli antagonisti del recettore H 2 , l’alginato o la terapia con antiacidi (Grado 1C).

Osservazioni: (a) Mentre si prevede che i sintomi gastrointestinali  risponderanno entro 4-8 settimane, la letteratura suggerisce che il miglioramento della tosse può richiedere fino a 3 mesi. (b) Il consiglio di alzare la testa quando si va a letto è formulato in base alla sua utilità per il miglioramento dei sintomi da MRGE pur ammettendo che non è stata dimostrata l’efficacia per la tosse.

  • Nei pazienti adulti con sospetta tosse cronica da reflusso gastro-esofageo, ma senza bruciore di stomaco o rigurgito, si raccomanda di non utilizzare la terapia con PPI da sola, perché è di improbabile efficacia nel risolvere la tosse (Grado 1C).
  • Nei pazienti adulti con tosse cronica potenzialmente causata da MRGE refrattari ad una terapia anti-reflusso di 3 mesi e che sono in corso di valutazione per un’approccio chirurgico (antireflusso o bariatrico), o in cui c’è una forte sospetto clinico dai test diagnostici per reflusso gastro-esofageo, si suggerisce la manometria esofagea e la pH-metria con metodologia convenzionale (grado 2C).

Osservazioni: la manometria esofagea viene eseguita sia per valutare un disturbo maggiore di motilità e per il monitoraggio del pH. Con metodologia convenzionale, l’elettrodo viene posto cinque centimetri prossimalmente alla sfintere esofageo inferiore; lo studio viene eseguito dopo aver sospeso i farmaci inibitori della secrezione (sospensione del trattamento con PPI per 7 giorni e antagonisti del recettore H 2 per 3 giorni prima dello studio).

  • In pazienti adulti con tosse cronica e disturbi della motilità maggiore (ad esempio, peristalsi assente, acalasia, spasmo esofageo distale, ipercontrattilità) e / o normale tempo di esposizione acido nell’esofago distale, il gruppo di esperti non consiglia la consulenza per una chirurgia anti-reflusso (Grado 2C).

Commento: Nelle circostanze di un disturbo della motilità maggiore o esposizione acida esofagea a pH-metria normale, non ci sono dati di supporto per la chirurgia anti-reflusso e non c’è un bilancio accettabile nella valutazione rischi/benefici.

  • Nei pazienti adulti con tosse cronica, un’adeguata peristalsi e l’esposizione anormale di acido esofageo determinata con pH-metria in cui la terapia medica non è stata efficace si suggerisce un approccio mediante intervento chirurgico anti-reflusso (o bariatrica) ( Grado 2C ).

Osservazioni: In relazione alla definizione di “peristalsi adeguata”, non c’è consenso. Alcuni ritengono che qualsiasi grado di peristalsi conservata sia adeguato, mentre altri stabiliscono che debba essere almeno il 30 – 50% del normale.

In conclusione, sulla base degli studi randomizzati disponibili, gli autori affermano che vi è un importante effetto placebo, associato anche a modificazioni delle abitudini di vita, nella scomparsa della tosse cronica dopo assunzione della terapia anti-secretoria; la prevalenza della MRGE come causa associata alla tosse cronica nell’adulto, o come fattore determinante per l’insorgenza di una tosse cronica, varia dal 2% all’86% nei diversi studi,  rendendo indispensabile in queste circostanze l’adozione di un algoritmo diagnostico-terapeutico che consideri anche altre cause.

 

  1. Houghton  LA and Smith JA Gastro-oesophageal reflux events: just another trigger in chronic cough? GUT
  2. Kahrilas PJ, et al. CHEST Expert Cough Panel. Chronic cough due to gastroesophageal reflux in adults: CHEST Guideline and Expert Panel report. Chest. 2016;150:1341-60

AUTORI | Paolo Spriano e Marco Cambielli – Medici di Medicina Generale Milano, Varese

Allarme degli esperti, crescono in parallelo popolazione urbana e malattie croniche non trasmissibili

Un allarme e un invito sulla “nuova epidemia urbana”, come è definito dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) il fenomeno dell’aumento delle malattie croniche non trasmissibili nelle città,  sono stati contemporaneamente lanciati il 3 luglio scorso, ai quasi 8.000 Sindaci italiani, in occasione del 2nd Health City Forum organizzato a Roma da Health City Institute, Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, con il patrocinio di Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute, Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e Roma Capitale, in collaborazione con il programma Cities Changing Diabetes promosso da University College London (UCL) e Steno Diabetes Center, con il contributo non condizionante di Novo Nordisk.

Con una “Lettera aperta ai Sindaci italiani per promuovere la salute nelle città come bene comune”, Antonio De Caro, Presidente ANCI e Sindaco di Bari, Enzo Bianco, Presidente Consiglio nazionale ANCI e Sindaco di Catania, e Roberto Pella, Vice presidente vicario ANCI, in rappresentanza del Gruppo di lavoro dell’associazione su “Urban health”, hanno sollecitato i colleghi ad attivarsi nel creare reti di collaborazione pubblico-privato, mettere in atto politiche urbane che abbiano come priorità la salute dei cittadini, impegnarsi nel prevenire le malattie croniche non trasmissibili, come diabete e obesità, per fronteggiare questa emergenza. La lettera aperta è stata condivisa e firmata anche da Walter Ricciardi, Presidente Istituto superiore di sanità, Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute, Giovanni Malagò, Presidente Coni, e Simona Arletti, Presidente Rete italiana città sane dell’Oms.

Oggi 1 abitante del pianeta su 2 vive in ambiente urbano; il dato era 1 su 3 nel 1950 e sarà 2 su 3 nel 2050. Nel 1950 vivevano nelle città 746 milioni di persone, diventate oggi 3,9 miliardi, con una proiezione di crescita di ulteriori 2,5 miliardi da qui al 2050”, ha ricordato Roberto Pella, citando i dati del rapporto World Urbanization Prospects delle Nazioni unite.

Secondo lo stesso documento, è una percezione errata quella secondo cui il fenomeno dell’inurbamento, ossia la fuga dalla campagna verso la città, riguardi prevalentemente le megalopoli: i 28 agglomerati urbani con oltre 10 milioni di abitanti, guidati da Tokyo con 38 milioni, Nuova Delhi (25 milioni), Shangai (23 milioni), Città del Messico, Bombay e San Paolo (21 milioni). Oppure le 43 megacittà tra i 5 e i 10 milioni di abitanti o ancora le oltre 400 tra 1 e 5 milioni. Nelle 28 megalopoli, infatti, ha trovato casa solo il 12,5 per cento della popolazione urbana mondiale; più della metà vive in città con meno di 500mila abitanti: città come Bologna, Firenze, Bari, Verona.

I fenomeni del crescente inurbamento e della conseguente urbanizzazione sono legati a doppio filo con un altro accadimento: la crescita drammatica delle malattie croniche non trasmissibili, come diabete e obesità, provocata anche dalle modifiche agli stili di vita alimentari e fisici”, ha spiegato Andrea Lenzi, sottolineando come oggi sul pianeta vivano 415 milioni di persone con diabete, mentre erano solo 285 milioni nel 2010, e siano oltre 2,2 miliardi gli esseri umani sovrappeso od obesi, con la prevalenza – ossia la percentuale sulla popolazione – dell’obesità raddoppiata in oltre 70 Paesi a partire dal 1980.

Questi numeri fotografano una situazioneche riguarda anche il nostro Paese, come viene rilevato dai dati del Ministero della salute e dell’Istat. Per questo chiediamo di porre come priorità la salute e che la stessa sia nelle agende e nelle strategie del buon vivere nelle nostre cittàscrivono i firmatari della lettera resa pubblica nell’occasione.

Lo sviluppo urbano, cui il mondo ha assistito e assiste, ha modificato profondamente lo stile di vita della popolazione e trasforma il contesto ambientale e sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute della popolazione. La configurazione attuale delle città e, più in generale l’urbanizzazione presentano per la salute pubblica e individuale tanti rischi, ma anche molte opportunità. Se infatti le città sono pianificate, ben organizzate e amministrate coscientemente, si può dare vita ad una sinergia tra Istituzioni, cittadini e professionisti in grado di migliorare le condizioni di vita e la salute della popolazione”, ha detto Enzo Bianco.

Abbiamo bisogno di avere come obiettivo prioritario che la salute nelle città sia un bene comune. In caso contrario, la salute di milioni di abitanti delle nostre città è in gioco. Aiutateci a sostenere, promuovere e sottoscrivere il Manifesto della salute nelle Città, quale strumento per migliorare la qualità di vita di tutti i cittadini e in particolare delle generazioni future”, si conclude l’invito ai primi cittadini d’Italia.  


La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere

Salute Donna Onlus, con le altre 14 Associazioni di pazienti onco-ematologici promotrici del progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” accolgono con entusiasmo l’approvazione della mozione che impegna la Giunta regionale della Lombardia ad ampliare il test BRCA a tutte le pazienti lombarde con carcinoma ovarico e di consentire, oltre ai genetisti, anche agli oncologi la possibilità di prescrivere il test al fine di accorciare i tempi tecnici della presa in carico.

La mozione è stata proposta dall’Intergruppo consiliare lombardo nato su richiesta del progetto sulla tutela dei pazienti oncologici “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” coordinato da Salute Donna Onlus.

Si tratta di una grande vittoria del dialogo da sempre auspicato fra Istituzioni e Associazioni pazienti l’esperienza degli Intergruppi nazionali e regionali sta dando corpo al dibattito sull’oncologia con pragmatismo e concretezza. Ci attendiamo ora che la Giunta lombarda renda questo concreto questo impegno in una delle prossime delibere regionali” – ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus.

L’Intergruppo consiliare lombardo è costituito da tutti i gruppi politici e si confronta regolarmente sui temi importanti dell’oncologia, non senza una dialettica interna.

Il nostro obiettivo è far crescere il dialogo fra tutti i portatori di interesse nell’universo dell’oncologia nell’ottica di un principio di trasparenza e condivisione. Continueremo dunque a lavorare in questa direzione, sia a livello nazionale che regionale, impiegando le migliori competenze scientifiche e le esperienze sul territorio dei pazienti oncologici, per essere di stimolo e proposta nei confronti delle istituzioni deputate all’offerta sanitaria” – ha concluso Annamaria Mancuso.

Nei prossimi mesi l’Intergruppo consiliare lombardo proporrà nuovi atti di indirizzo politico sul tema, sempre nell’ottica di una più efficace e sostenibile presa in carico dei pazienti oncologici.

La mozione è stata sottoscritta dai consiglieri: Massimiliano Romeo (Lega Nord), Enrico Brambilla (PD), Stefano Bruno Galli (Maroni Presidente), Riccardo De Corato (Fratelli D’Italia), Maria Teresa Baldini (Misto-Fuxia People), Chiara Cremonesi (SEL), Elisabetta Fatuzzo (Pensionati), Fabio Rolfi (Lega Nord), Silvana Santisi in Saita (Lega Nord), Angelo Capelli (Lomb. Pop.), Anna Lisa Baroni (FI PdL), Sara Valmaggi (PD).

 


Glioma: metalloproteinasi 9 responsabile della progressione?

I glioma sono un gruppo eterogeneo di tumori maligni del cervello, molto comuni nei bambini e negli adulti. La forma più aggressiva di glioma, il glioblastoma multiforme (GBM), esibisce delle particolari caratteristiche di malignità, come la rapida proliferazione cellulare, la resistenza all’apoptosi, necrosi e angiogenesi; tutte associate ad una peggiore prognosi fino ad arrivare ad un alto tasso di mortalità nei 12-18 mesi di diagnosi. I gliomi possono essere suddivisi in base al tipo di cellula gliale più “vicina” dal punto di vista istopatologico, la localizzazione del tumore e l’aggressività delle cellule tumorali. I tumori con caratteristiche simili agli astrociti sono denominati astrocitomi e possono essere ulteriormente classificati in base all’aggressività  o grado da I a IV (glioblastoma).

Le metalloproteasi della matrice (MMP) sono endopeptidasi zinco-dipendenti regolati da un’attivazione proteolitica e da proteine inibitorie  selettive. MMP sono in grado di processare diversi fattori, chemochine apoptotiche e molecole di segnalazione cellulare che influenzano la risposta immunitaria. Diversi studi hanno mostrato che un’elevata espressione di alcuni membri della famiglia MMP è legata a invasione tumorale, metastasi e, dunque, ad una cattiva prognosi. In particolare è stato dimostrato un coinvolgimento di MMP9 nel processo di invasione e metastasi del carcinoma a cellule squamose della testa e del collo e nella carcinogenesi e metastatizzazione nella pelle e nel pancreas. L’ipotesi dunque dello studio qui riportato è che MMP9 possa essere un mediatore chiave della progressione e prognosi del glioma regolando la proliferazione e l’angiogenesi. I livelli di espressione di MMP9 sono stati valutati con qPCR, western blot e saggi immunoistochimici; per valutarne gli effetti sulla proliferazione cellulare, invece, sono stati effettuati saggi clonogenici e di vitalità (MTT).

Qual è il ruolo di MMP9 nel glioma?

I risultati hanno dimostrato che MMP9 promuove la progressione tumorale. Risulta infatti altamente espresso nei tessuti neoplastici e la sua espressione correla con il grado del tumore. L’espressione di MMP9 nei tessuti sembra essere un fattore predittivo indipendente del tasso di sopravvivenza nei pazienti con tumori di III grado. Inoltre utilizzando linee cellulari di glioma, gli autori dello studio hanno potuto osservare che l’overespressione di MMP9 in vitro accelera la crescita tumorale e incrementa significativamente il potenziale clonogenico. Dal lavoro emerge un’altra considerazione importante: l’overespressione di MMP9 nelle cellule di glioblastoma potrebbe dipendere principalmente da un incremento del numero di copie geniche.

Concludendo, lo studio suggerisce che un’elevata espressione di MMP9 potrebbe essere necessaria per la transizione da un fenotipo di glioma meno aggressivo ad uno più aggressivo e, probabilmente, tale proteina potrebbe rappresentare un bersaglio terapeutico importante per contrastare la progressione tumorale.

Fonte:

Qiang Xue et al. High expression of MMP9 in glioma affects cell proliferation and is associated with patient survival rates. ONCOLOGY LETTERS 13: 1325-1330, 2017.

Tatuaggi all’hennè? No grazie!

Belli, indolori e soprattutto “a tempo”. I tatuaggi all’hennè sono ogni estate una forte tentazione soprattutto per bambini e adolescenti, una pratica in realtà che ha origini antichissime nei Paesi orientali e nell’Africa settentrionale.

Ma a rivelarne il rischio per la pelle dei nostri bambini e ragazzi è uno studio realizzato dall’Università degli Studi di Perugia, recentemente pubblicato sulla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health.

L’uso di tatuaggi temporanei all’hennè è ormai una moda molto diffusa nel nostro Paese soprattutto in estate. I tatuaggi sembrano innocui ma non lo sono. Da evidenze scientifiche emerge, infatti, che la sostanza chiamata para-fenilendiammina (PPD) che spesso viene aggiunta all’hennè naturale per ottenere un colore più scuro e duraturo, per le sue caratteristiche molecolari può indurre sensibilizzazione cutanea con varie manifestazioni cliniche alle ri-esposizioni, tra cui la più comune è la dermatite allergica da contatto. Nelle persone allergiche al composto, in particolare, il tatuaggio temporaneo può scatenare reazioni violente con gonfiore e rossore, mentre in chi ha una pelle molto sensibile e delicata può dare origine a una dermatite irritativa più lieve, ma altrettanto fastidiosa” – evidenzia la prof.ssa Susanna Esposito, professore ordinario dell’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid.

Secondo i risultati emersi, nel 50% dei casi presi in esame i tatuaggi all’hennè provocano  manifestazioni cutanee come prurito, eritemi, vescicole e bolle, orticarie, o reazioni sistemiche come linfoadenopatie e febbre entro uno o due giorni dalla prima applicazione; nel restante 50%, invece, i sintomi compaiono solo dopo un ritocco – mostrando quindi una sensibilizzazione cutanea alla para-fenilendiammina (PPD) presente nell’hennè – fino a 72 ore dall’effettuazione del tatuaggio.

La necessità di terapie di lunga durata è un altro fattore che emerge dallo studio: nella maggior parte dei casi, la persistenza delle lesioni è stata riscontrata anche a 7 giorni dall’inizio della terapia con cortisone e antistaminici e una persistente discromia cutanea è stata osservata anche dopo 4 settimane dalla fine della terapia. Se certamente si arriva alla risoluzione del prurito e ad un miglioramento delle lesioni cutanee, in tutti i casi, secondo i dati emersi, ad un anno di distanza è riscontrabile una ipopigmentazione cutanea sulla zona dedicata al tatuaggio.

D’altronde, la para-fenilendiammina (PPD) è uno dei più potenti allergeni da contatto. Si tratta di un colorante blu scuro attualmente vietato, secondo la legislazione europea, per uso cosmetico ad eccezione delle tinture per capelli per le quali è consentita a  basse concentrazioni, fino al 6%. Oltre a questa restrizione, è previsto che siano sempre indicate sull’etichetta delle avvertenze, come “Può causare una reazione allergica”, “Contiene fenilendiammina”, “Per uso professionale”, “Usare guanti idonei”, “Non usare per tingere ciglia e sopracciglia”.

La sensibilizzazione alla PPD è un fenomeno in crescita nei bambini e negli adolescenti. La causa più comune sembra essere proprio l’esposizione ai tatuaggi con hennè in cui la PPD può essere presente in concentrazioni sconosciute o alte. Dopo la sensibilizzazione, i pazienti possono sperimentare gravi sintomi clinici quando vengono ri-esposti a sostanze che contengono o reagiscono con PPD, e possono presentare un’ipopigmentazione persistente. Dato l’uso diffuso di questa sostanza, meglio essere cauti considerando che sono molti i giovani che acquistano kit venduti on line, privi di qualsiasi garanzia, oppure si affidano a tatuatori improvvisati sulle spiagge che usano materiali scadenti e potenzialmente rischiosi” – avverte Susanna Esposito.

 



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