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Jama Oncology: l’aspirina riduce la mortalità dei tumori delle vie biliari

I tumori delle vie biliari sono neoplasie piuttosto rare (l’incidenza è di circa 2 per 100 mila abitanti) con una  prognosi non favorevole; a 5 anni dalla diagnosi il tasso di sopravvivenza è del 5-15% e in media i pazienti sopravvivono per pochi mesi. Un problema questo in gran parte legato al fatto che il 60-70% di questi tumori viene diagnosticato in fase avanzata (cioè quanto non sono più operabili o abbiano dato già metastasi a distanza), perché asintomatici.

In attesa di affinare la diagnosi o di individuare dei marcatori predittivi, c’è un unmet need importante di trattamenti, volti almeno ad aumentare la sopravvivenza.

E uno studio pubblicato su JAMA Oncology suggerisce che la comune aspirina potrebbe ridurre la mortalità per questo tumore. Il razionale dell’uso dell’aspirina in un contesto oncologico è che l’inibizione della ciclo-ossigenasi è in grado di rallentare la crescita tumorale, mentre l’anti-aggregazione piastrinica potrebbe ostacolare la diffusione metastatica del tumore per via ematogena.

Sarah S. Jackson (Division of CancerEpidemiology and Genetics, National Cancer Institute, Usa) e colleghi sono andati a valutare i dati relativi a tutti ipazienti adulti ai quali era stato diagnosticato un tumore delle vie biliari tra il 1990 e il 2017, attingendo al data base CPRD britannico. Da questa coorte di pazienti sono stati selezionati i casi di tumore della colecisti, colangiocarcinoma, ampulloma e forme miste, ai quali era stata prescritta aspirina già prima, o dopo la diagnosi di tumore.

Tra i 2.934 pazienti con tumori delle vie biliari inclusi nello studio, il 23% aveva un tumore della colecisti, il 53% un colangiocarcinoma, l’8% un ampulloma, il 16% lesioni miste. Nel corso del periodo di osservazione sono stati registrati 2.415 decessi (pari all’82% del campione).

La sopravvivenza media registrata è stata 5,8 mesi, con un range da due a 15 mesi. 256 pazienti (il 9% del totale) assumevano già aspirina prima della diagnosi;  un ulteriore 12% di pazienti (349) ha iniziato ad assumere aspirina dopo la diagnosi. Il 96% degli utilizzatori di aspirina prendeva una dose di 75 mg al giorno. Rispetto ai non utilizzatori, i pazienti in terapia con aspirina erano in generale più anziani e utilizzavano statine; i pazienti che utilizzavano aspirina già prima della diagnosi presentavano più frequentemente condizioni cardiologiche e comorbilità.

L’uso di aspirina è risultato associato ad una riduzione del rischio di mortalità del 27% nei pazienti con tumore della colecisti. I pazienti affetti da colangiocarcinoma in terapia con aspirina avevano un rischio di mortalità ridotto del 29%; quelli con ampulloma, se in terapia con aspirina, presentavano una mortalità ridotta del 56%.

Gli autori concludono che il rischio di mortalità risulta ridotto tra chi assume aspirina dopo la diagnosi di tumore delle vie biliari; l’attivazione piastrinica protegge le cellule tumorali dall’eliminazione, facilita la crescita delle cellule tumorali metastatiche e consente alle cellule tumorali di diffondere attraverso il torrente sanguigno. L’aspirina può quindi rallentare la diffusione metastatica delle cellule tumorali andando a inibire l’aggregazione piastrinica e migliora la sopravvivenza dei tumori delle vie biliari.

Un limite di questo lavoro, è la mancanza di dati sullo stadio tumorale alla diagnosi e sui regimi di chemioterapia somministrati. Tuttavia la maggior parte dei tumori delle vie biliari viene diagnosticato in fase tardiva; meno del 10% dei pazienti si presenta alla diagnosi con tumori resecabili; il 50% dei tumori ha già interessato i linfonodi alla diagnosi.

FONTE |QuotidianoSanità  – AUTORE | Maria Rita Montebelli

Diabete, le nuove linee guida per la prevenzione cardiovascolare

Una nuova classificazione del rischio e nuove raccomandazioni sull’uso dei farmaci. Sono le importanti novità contenute nell’ultima edizione delle linee guida su diabete e rischio cardiovascolare, a cura della Società Europea di Cardiologia (ESC) e dell’Associazione Europea per lo Studio del Diabete (EASD), pubblicate sull’European Heart Journal.

Per aggiornare le linee guida gli esperti hanno utilizzato i risultati di importanti studi clinici, che hanno testato gli effetti sul rischio cardiovascolare di tutti i principali farmaci per il diabete di tipo 1 e di tipo 2. Secondo i coordinatori della task force di ESC e EASD, Francesco Cosentino, del Karolinska Institute di Stoccolma (Svezia) e Peter J. Grant, dell’Università di Leeds, (UK) il nuovo documento si basa su “evidenze senza precedenti”.

La nuova classificazione del rischio CV

Nelle precedenti linee guida i pazienti diabetici, per quanto riguarda il rischio CV, venivano suddivisi in due gruppi, quelli destinati alla prevenzione primaria e quelli della prevenzione secondaria.

Le nuove linee guida invece classificano i pazienti in base alle comorbità e alla durata della malattia, suddividendoli in tre gruppi:

  1. Rischio CV moderato: pazienti giovani (<35 anni per il diabete di tipo 1 o <50 anni per il tipo 2), che hanno il diabete da meno di 10 anni, senza altri fattori di rischio.
  2. Rischio CV elevato: diabetici da 10 o più anni, con almeno un altro fattore di rischio, ma nessun danno agli organi bersaglio.
  3. Rischio CV molto elevato:
  • pazienti con diabete stabilizzato e malattie CV
  • oppure con danni agli organi bersaglio
  • oppure con tre o più fattori di rischio maggiori
  • oppure se hanno il diabete di tipo 1 da più di 20 anni.

Gestire bene il diabete e i fattori di rischio CV

Una buona gestione del diabete di tipo 2, soprattutto per chi è in una condizione di pre diabete, è fondamentale per tenere sotto controllo la malattia e il rischio di complicanze cardiovascolari.

Le nuove linee guida enfatizzano il ruolo positivo dell’attività fisica e consigliano l’autocontrollo di pressione e glicemia, che oggi possono essere fatte con supporti digitali semplici da utilizzare.

Tra le raccomandazioni c’è anche quella di evitare il consumo di alcool.

È ancora diffusa la convinzione che l’assunzione moderata di alcool abbia effetti benefici sulla prevalenza delle malattie cardiovascolari. Tuttavia, due metanalisi di alto profilo hanno mostrato che non è così. Sulla base di questi nuovi risultati, abbiamo modificato le nostre raccomandazioni ” – ha affermato Grant.

Messaggi chiave sullo stile di vita per i pazienti con diabete e pre-diabete

  1. Cambiare stile di vita è fondamentale per evitare diabete e complicanze CV.
  2. Ridurre l’introito di calore è raccomandato per i pazienti diabetici in sovrappeso
  3. Una dieta mediterranea arricchita con olio di oliva e/o frutta a guscio riduce l’incidenza di ictus e infarto.
  4. L’attività fisica da moderata a intensa per almeno 150 minuti a settimana è raccomodata per la prevenzione e il controllo del diabete.

Controllo della glicemia.

Un buon controllo della glicemia rimane un obiettivo fondamentale. Tra i concetti chiave espressi dalle nuove linee guida c’è che un livello di emoglobina glicata (HbA1c) quasi normale (<7,0% o <53 mmol/mol) ridurrà le complicanze microvascolari nei pazienti con DM.

Il controllo glicemico non dovrebbe essere dimenticato,  perché aiuta a prevenire le complicanze microvascolari del diabete a occhi, nervi e reni” – ha sottolineato Grant.

Inoltre, un controllo più stretto del glucosio iniziato nelle prime fasi del diabete nei soggetti più giovani porta a una riduzione del rischio CV in un arco temporale di 20 anni. Obiettivi di controllo della glicemia meno rigorosi devono essere considerati nei pazienti anziani e in quelli con comorbilità gravi o malattia cardiaca avanzata.

Un nuovo approccio farmacologico

Un’importante novità riguarda anche i farmaci da utilizzare per il controllo glicemico del diabete di tipo 2. Sulla base di questa nuova classificazione gli esperti suggeriscono per i pazienti con diabete di tipo 2 a rischio CV elevato o molto elevato un trattamento di prima linea con SGLT-2 inibitori e GLP-1 agonisti, i farmaci che hanno recentemente affiancato la metformina per il controllo della glicemia.

Siamo di fronte a un grande cambiamento di paradigma nell’uso della metformina” – ha affermato Cosentino.

Fino ad ora tutte le linee guida hanno raccomandato la metformina come trattamento di prima linea in tutti i casi di diabete di tipo 2. La forza dell’evidenza mostra che questa non è più la strategia corretta” – ribadisce Grant.

I benefici osservati con gli agonisti del recettore del GLP-1 “sono probabilmente derivati dalla riduzione degli eventi correlati all’arteriosclerosi”, affermano gli autori delle linee guida, mentre gli inibitori SGLT2 sembrano ridurre gli endpoint  correlati all’insufficienza cardiaca.

Le indicazioni degli studi clinici

Le linee guida segnalano altre indicazioni sull’impiego dei farmaci vengono dai risultati di importanti trial.

L’uso di aspirina per la prevenzione primaria può essere considerato i pazienti ad alto rischio CV, ma non per i pazienti a rischio moderato. (studio ASCEND)

Nei soggetti a rischio CV molto elevato che non raggiungono con le statine i livelli raccomandati di colesterolo LDL si consiglia l’impiego dei nuovi farmaci, gli inibitori del PCSK9.

Sulla base dei risultati dello studio studio COMPASS sull’anticoagulante orale rivaroxaban più aspirina in pazienti con malattia coronarica stabile è raccomandata la duplice terapia antipiastrinica per la prevenzione a lungo termine.

Importante sarebbe anche l’impiego di farmaci che contrastano l’aggregazione piastrinica e quindi riducono il rischio che si formino coaguli, come i moderni anticoagulanti orali: questi hanno dimostrato un’azione positiva per quanto riguarda le malattie vascolari periferiche e dovrebbero essere presi in considerazione (in associazione con l’acido acetilsalicilico) per i pazienti che hanno problemi di circolazione alle gambe.

Farmaci che contrastano l’aggregazione piastrinica, come i più recenti anticoagulanti orali (in particolare rivaroxaban) sono utili per le malattie vascolari periferiche e dovrebbero essere considerati in combinazione con aspirina per i pazienti con diabete che hanno problemi di circolazione alle gambe.

FONTE | https://medicoepaziente.it (Autore: Alessandro Visca)

ESC 2017: rivaroxaban insieme ad aspirina più efficace della sola aspirina

La combinazione rivaroxaban più aspirina, rispetto alla terapia con sola aspirina, migliora la sopravvivenza e riduce l’incidenza di ictus e attacco cardiaco nei pazienti con malattia coronarica stabile o arteriopatia periferica.

La conclusione arriva dai dati finali dello studio COMPASS presentati al Congresso annuale della Società Europea di Cardiologia (ESC) svoltosi a Barcellona dal 26 luglio al 30 agosto, e pubblicati sul New England Journal of Medicine.

COMPASS è un grande trial che ha arruolato 27.395 pazienti in 33 paesi del mondo, in Nord America, Sud America, Asia, Europa Occidentale, Europa dell’Est, Sudafrica e Australia.

Lo studio ha testato due schemi di trattamento: rivaroxaban 2,5 mg due volte al giorno più aspirina 100 mg una volta al giorno e rivaroxaban 5 mg due volte al giorno, ognuno dei quali è stato confrontato con la terapia standard con aspirina 100 mg una volta al giorno. L’endpoint primario era morte cardiovascolare, ictus o infarto miocardico.

Lo studio è stato interrotto a febbraio di quest’anno perché i dati dimostravano con chiarezza una maggiore efficacia della combinazione rivaroxaban più aspirina rispetto alla sola aspirina.

L’aggiunta di rivaroxaban all’aspirina ha migliorato la sopravvivenza del 18%, rispetto all’aspirina da sola e ha ridotto l’incidenza di morte cardiaca, ictus e attacco cardiaco del 24% rivaroxaban 5 mg due volte al giorno non ha dato risultati migliori della terapia con sola aspirina.

Con l’aggiunta di rivaroxaban all’aspirina sono aumentate le emorragie e i siti più colpiti dal sanguinamento sono stati stomaco e intestino inferiore. Tuttavia, non vi è stato un aumento significativo di emorragie fatali o cerebrali.

I vantaggi sostanziali mostrati dalla combinazione rivaroxaban e aspirina supportano l’approccio terapeutico che prevede l’utilizzo a basse dosi dei due trattamenti in combinazione. L’uso a basse dosi di una combinazione di farmaci ha dato buoni risultati anche in altri studi clinici per altre patologie e questi risultati di COMPASS ne confermano i benefici” – ha dichiarato John Eikelboom, della McMaster University, Hamilton, Canada, uno degli autori principali dello studio.

COMPASS ha fatto un passo avanti dimostrando che nella coronaropatia cronica stabile  una combinazione di basso dosaggio di aspirina e dose molto ridotta di rivaroxaban è superiore alla monoterapia dell’aspirina e alla monoterapia con rivaroxaban. COMPASS è uno studio ampio e rigorosamente condotto con risultati non ambigui che, credo, dovrebbero cambiare le linee guida“ – ha osservato Eugene Braunwald del Brigham and Women’s Hospital, Harvard Medical School, Boston, USA, rilevando che lo studio segna una tappa importante nella trombocardiologia.

 

FONTE | https://medicoepaziente.it

120 anni di acido acetilsalicilico (aspirina): dalla prevenzione cardiovascolare a quella oncologica. Position paper SIPREC

In 120 anni di vita, dopo aver rivoluzionato la terapia di febbre e dolore, dopo aver fatto crollare drammaticamente le morti per infarto, l’Acido acetilsalicilico  (ASA, aspirina) si candida a un impiego  anche in prevenzione oncologica. Mentre sono in corso ampi studi sull’utilità di un impiego di aspirina in prevenzione cardio-oncologica, grazie a l’impiego di calcolatori di rischio, non si esclude di poter già considerare l’impiego di ASA in popolazioni selezionate di pazienti. In questo contesto si inserisce il volume Aspirina in prevenzione primaria: un nuovo obiettivo dopo 120 anni? Position Paper ufficiale della società italiana per la prevenzione cardiovascolare – SIPREC presentato lo scorso 8 marzo 2017, a Napoli, durante il Congresso Annuale della Società.

Il documento è articolato in alcuni capitoli in sequenza, dopo l’introduzione ampia e dettagliata di Massimo Volpe, Direttore dell’Istituto di Cardiologia e del Dipartimento di Medicina Clinica e Molecolare all’Università La Sapienza di Roma, che delinea la storia scientifica di questi 120 anni di Aspirina, le sue origini e il suo impiego nelle varie patologie a partire dalle malattie infiammatorie, per passare alla prevenzione cardio e cerebrovascolare sino ai moderni orientamenti farmacologici improntati alla prevenzione delle neoplasie.

Il primo capitolo ha riguardato l’inquadramento epidemiologico delle malattie cardiovascolari ed è stato curato da Luigi Palmieri del Dipartimento di Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità di Roma. Successivamente Augusto Zaninelli, Medico di Medicina Generale, ha affrontato le problematiche relative alla prevenzione primaria con Aspirina nella medicina del territorio mentre a seguire  Carlo Patrono, Direttore del Dipartimento di Farmacologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma ha affrontato il tema dei meccanismi di azione dell’acido acetilsalicilico e dell’inibizione della funzione piastrinica. Infine il documento è stato concluso dagli aspetti clino-pratici dell’Aspirina in prevenzione primaria redatti da Raffaele Di Caterina, Direttore dell’Istituto di Cardiologia dell’Università degli Studi di Chieti.

Tra le innovazioni e gli elementi che hanno contribuito a migliorare la vita umana nello straordinario progresso della Medicina nel secolo scorso, può essere annoverato a pieno titolo lo sviluppo dell’acido acetilsalicilico (ASA, aspirina) tanto che alcuni studiosi hanno a ragione considerato il Novecento “il secolo dell’Aspirina”.

J. O. Gasset  in “La rivolta delle masse” scriveva (1):

Oggi, per l’uomo della strada la vita è più facile, più comoda e più sicura che per i potenti di ieri. A lui importa poco di non essere più ricco del suo vicino, se il mondo intorno a lui gli dà strade, ferrovie, alberghi, un sistema telegrafico, benessere fisico e aspirina”.

Infatti, dalla registrazione del suo brevetto avvenuta a Berlino nel 1899, l’ASA è stato il farmaco con l’impiego più diffuso del secolo. La sua introduzione in commercio ha progressivamente modificato sensibilmente il panorama della terapia medica, soprattutto come antinfiammatorio, nell’ambito delle malattie reumatiche e poi cardiovascolari (CV).

Una vera e propria rivoluzione nell’impiego tradizionale di ASA è stata lo sviluppo e l’utilizzo del basso dosaggio, soprattutto in prevenzione secondaria nei pazienti affetti da cardiopatia ischemica o malattia cerebrovascolare, che si associa a una consistente e significativa riduzione della mortalità e della ricorrenza di eventi aterotrombotici maggiori (Hamm CW et al., Steg PG et al. [2][3]), a fronte di un accettabile rischio emorragico, soprattutto non fatale, correlato alla sua assunzione. Tuttavia, questa considerazione non sembra essere trasferibile “sic et simpliciter” alla eterogenea popolazione di un vastissimo gruppo di individui che potrebbero avere indicazione ad assumere ASA in assenza di precedenti eventi CV, ovvero in prevenzione primaria.

D’altra parte, è sempre un esercizio difficile, oltre che teorico, immaginare una riduzione brusca e dicotomica del rapporto rischio/beneficio dell’assunzione di ASA tra coloro che l’assumono in prevenzione secondaria con piena approvazione e condivisione della comunità scientifica medica e coloro che vengono generalmente etichettati come soggetti “a rischio” in cui gli interventi sono definiti in prevenzione primaria. Infatti, il rischio CV deve essere considerato come un “continuum” che va dai livelli bassi, come nella popolazione generale (prevenzione primaria), a livelli molto elevati, come nei pazienti già colpiti da manifestazioni acute delle malattie CV (prevenzione secondaria).

Se è certamente vero che l’impiego dell’ASA in prevenzione secondaria è corroborato da numerosi e recenti studi clinici e meta-analisi che hanno dimostrato il livello di beneficio dell’ASA, l’interesse crescente circa il possibile ruolo benefico dell’ASA in prevenzione primaria deriva dal progressivo accumularsi di  evidenze a favore dell’ipotesi secondo cui l’ASA, oltre a favorire la protezione CV, sarebbe in grado di ridurre significativamente il rischio di cancro colon-rettale e, seppure in maniera meno definita, di altre patologie neoplastiche. L’interesse della comunità scientifica riguardo a quest’attraente ipotesi si è tradotto nell’avvio di studi prospettici (Mainous AG et al. Flossman E.et al. Rothwell PM et al. [4][5][6]), meta-analisi ad interim e nella pubblicazione di raccomandazioni da parte di importanti società scientifiche internazionali e gruppi di studio. Le evidenze scientifiche raccolte sinora, sembrano far propendere il giudizio della comunità scientifica internazionale verso una valutazione più favorevole che nel passato circa l’impiego dell’ASA in prevenzione primaria, grazie al suo duplice ruolo nel prevenire contemporaneamente malattie CV e patologie neoplastiche. Per verificare che il beneficio ecceda il rischio, è altresì necessario prendere atto che, sotto l’ampio ombrello della prevenzione primaria, si collocano pazienti con livelli di rischio, caratteristiche cliniche ed aspettativa di vita molto variabili ed inoltre che gli studi condotti non hanno sempre avuto durata e potenza sufficienti per dimostrarlo.

Poiché l’entità della riduzione del rischio CV derivante dall’assunzione di ASA dipende dal rischio CV iniziale, appare di fondamentale importanza l’individuazione e l’utilizzo di sistemi univoci ed affidabili per la valutazione dello stesso. Le carte del rischio come il Framingham Coronary Heart Disease Risk Score (Vandvik PO[7]), quelle sviluppate dall’American College of Cardiology/ American Heart Association (AHA/ACC) Task Force risk equations (Goff DC Jr[8]) lo SCORE (Systematic Coronary Risk Evaluation) approvato dall’European Society of Cardiology (Perk J[9]), permettono di dare una stima del rischio CV basata sulla valutazione dei fattori di rischio tradizionali.

Il sistema Framingham predice il rischio a 10 anni di sviluppare eventi CV mortali e non (basso <10%, moderato 10-20% e alto >20%). Il sistema SCORE, invece, valuta esclusivamente il rischio di eventi aterotrombotici mortali a 10 anni: le categorie di rischio sono basso <1%, moderato 1-5%, elevato 5-10% e molto elevato >10%. Il rischio di eventi fatali e non fatali è di circa tre volte superiore rispetto ai soli eventi mortali. Alla luce di quanto detto in precedenza, recentemente si è inoltre reso necessario lo sviluppo di sistemi per la stima del rischio neoplastico.

Per il cancro del colon-retto sono stati sviluppati numerosi modelli predittivi, uno dei quali, proposto da Freedman et al., tiene conto di fattori di rischio come l’età >50 anni, la storia pregressa di adenoma intestinale negli ultimi 10 anni, il numero di parenti con cancro del colon, l’uso regolare di ASA o altri farmaci anti-infiammatori non steroidei, l’abitudine tabagica, il body mass index, il consumo di frutta e verdura, l’aver eseguito di recente una sigmoidoscopia o una colonscopia e, per le pazienti di sesso femminile, anche la menopausa. (Freedman AN[10])

In quest’ottica, lo sviluppo di uno score di rischio integrato cardio-oncologico applicabile in prevenzione primaria potrebbe rappresentare uno strumento di grande utilità per indirizzare i clinici nella scelta della prescrizione dell’ASA. Seppure la condotta scientifica moderna e più logica faccia propendere per un impiego e un’indicazione dell’ASA in prevenzione primaria solo dopo una conclusione positiva degli studi prospettici in essere, appare anche ragionevole esaminare una possibile anticipazione di questa indicazione, almeno in gruppi di soggetti ben selezionati sulla base degli score di rischio. In considerazione del fatto che occorreranno alcuni anni al termine degli studi prospettici, al trasferimento dei loro risultati alla comunità medica e all’eventuale impiego clinico, in tal modo, viceversa, potrebbero essere evitati numerosi eventi CV e le loro conseguenze per gli individui, i sistemi sanitari, le società e l’economia.

La missione della Società Scientifica SIPREC è la prevenzione cardiovascolare ma oggi è sempre più evidente l’esistenza di strategie di prevenzione che agiscono su più apparati garantendo una protezione globale. Un esempio tipico è quello della dieta mediterranea che è stata inizialmente apprezzata per la capacità di assicurare una migliore prognosi cardiovascolare. Successivamente però è stato dimostrato che una dieta ricca di frutta e verdura è anche in grado di ridurre la probabilità di sviluppare malattie oncologiche e perfino di contrastare l’AIDS. Queste osservazioni cliniche hanno poi trovato una spiegazione scientifica nella dimostrazione del ruolo che i radicali liberi dell’ossigeno svolgono nella patogenesi di molti tipi di malattia, ragion per cui una dieta ricca di antiossidanti riesce a svolgere un effetto favorevole ad ampio raggio. Ancora meno prevedibile era la possibilità che un farmaco, sintetizzato per combattere soprattutto i sintomi dell’infiammazione, potesse svolgere un effetto protettivo di ampio spettro. Ci siamo dovuti perciò abituare all’idea che l’aspirina, che eravamo stati abituati fin da bambini a usare occasionalmente come antipiretico e analgesico, fosse in grado di ridurre drammaticamente la mortalità per infarto del miocardio se somministrata subito dopo l’insorgenza del dolore stenocardico e dovesse essere assunta quotidianamente per cercare di ridurre il ripetersi di episodi o la chiusura di stent precedentemente impiantati nelle coronarie, sfruttando il suo effetto di inibizione dell’aggregazione piastrinica. Addirittura sorprendente l’ipotesi che l’aspirina possa ridurre l’incidenza di patologie neoplastiche sorta sulla scorta di osservazioni raccolte in diversi studi clinici disegnati per altri scopi. Anche in questo caso tuttavia è possibile trovare una spiegazione nell’interferenza dell’aspirina con i complessi meccanismi dell’infiammazione per cui sono già in corso studi per dimostrare o escludere quest’azione.

La possibilità di protezione a livello di organi diversi naturalmente influenza l’equilibrio tra i benefici e i rischi connessi alla somministrazione dell’aspirina per cui diviene necessaria per una corretta azione di prevenzione, una piena conoscenza delle proprietà farmacologiche dell’aspirina ed è questo lo scopo divulgativo del position paper di SIPREC a questo proposito.

Aspirina in prevenzione primaria: un nuovo obiettivo dopo 120 anni? Position Paper ufficiale della società italiana per la prevenzione cardiovascolare – SIPREC. 8 marzo 2017

[1] La rivolta delle masse. Ortega y Gasset Josè. Edizioni SE 2001

[2] Hamm CW, Bassand JP, Agewall S, et al. ESC guidelines for the management of acute coronary syndromes in patients presenting without persistent ST-segment elevation: the Task Force for the Management of Acute Coronary Syndromes (ACS) in Patients Presenting Without Persistent ST-Segment Elevation of the European Society of Cardiology (ESC). Eur Heart J 2011;32: 2999–3054

[3] Steg PG, James SK, Atar D, et al. ESC guidelines for the management of acute myocardial infarction in patients presenting with ST-segment elevation. Eur Heart J 2012; 33:2569–2619 

[4] Mainous AG, Tanner RJ, Shorr RI, Limacher MC. Use of aspirin for primary and secondary cardiovascular disease prevention in the United States, 2011-2012. J Am Heart Assoc. 2014; 3: e000989

[5] Flossmann E, Rothwell PM. British Doctors. Aspirin Trial and the UK-TIA Aspirin Trial. Effect of aspirin on long-term risk of colorectal cancer: consistent evidence from randomised and observational studies. Lancet. 2007; 369:1603-1613

[6] Rothwell PM, Wilson M, Elwin CE, Norrving B, Algra A, Warlow CP, et al.  Long-term effect of aspirin on colorectal cancer incidence and mortality: 20-year follow-up of five randomised trials. Lancet. 2010; 376:1741-1750

[7] Vandvik PO, Lincoff AM, Gore JM, et al. Primary and secondary prevention of cardiovascular disease: Antithrombotic Therapy and Prevention of Thrombosis, 9th edition: American College of Chest Physicians Evidence-Based Clinical Practice Guidelines. Chest 2012;141:e637S–668S

[8] Goff DC Jr., Lloyd-Jones DM, Bennett G, et al. 2013 ACC/AHA guideline on the assessment of cardiovascular risk: a report of the American College of Cardiology/American Heart Association Task Force on Practice Guidelines. J Am Coll Cardiol 2014; 63:2935–2959

[9] Perk J, De Backer G, Gohlke H, et al. European Guidelines on cardiovascular disease prevention in clinical practice (version 2012). The Fifth Joint Task Force of the European Society of Cardiology and Other Societies on Cardiovascular Disease Prevention in Clinical Practice (constituted by representatives of nine societies and by invited experts). Eur Heart J 2012; 33:1635–1701

[10] Freedman AN, Slattery ML, Ballard-Barbash R. Colorectal cancer risk prediction tool for white men and women without known susceptibility. J Clin Oncol. 2009; 27:686–693


Efficace doppio trattamento clopidogrel e aspirina nell’ictus

CHANCE study

Un trattamento combinato con clopidogrel e aspirina per tre mesi dopo un episodio di ictus ischemico minore o TIA, ha mostrato effetti protettivi della durata di oltre un anno.

È quanto emerge dallo studio CHANCE, che è stato condotto in 114 diversi centri in Cina, con lo scopo di valutare se tre mesi di trattamento con terapia combinata aspirina e clopidogrel, in confronto alla sola aspirina, fosse in grado di diminuire il rischio di recidiva in pazienti ad alto rischio.

In particolare – riferisce Wang Yongjun del Tiantan Hospital di Pechino e autore della ricerca – la terapia con clopidogrel e aspirina è stata associata ad una riduzione delle recidive di ictus senza aumento di emorragie“.

La combinazione clopidogrel e aspirina ha diminuito in modo sicuro il rischio di ictus fino a 90 giorni nel 32% dei pazienti rispetto alla sola aspirina, ma lo studio, sottolineano i ricercatori non è in grado di fornire dati sufficienti a stabilire se il beneficio persisteva per un tempo ancora più lungo.

Il team CHANCE osserva tuttavia che le caratteristiche dei loro pazienti erano diverse da quelle di un tipico TIA nella popolazione generale: le donne infatti costituivano una minoranza (33%). Bisogna poi tener presente che sono stati arruolati pazienti ad alto rischio di recidiva di stroke ischemico e a basso rischio di emorragia.

I Limiti dello studio CHANCE sono rappresentati dai pazienti reclutati per lo studio, unicamente cinesi. È necessario quindi che lo studio venga esteso alle popolazioni occidentali.


QuotidianoSanità

Fibrillazione atriale: pubblicate le nuove linee guida americane

FA, nuove linee guida americane

Appena pubblicate le nuove linee guida americane il trattamento dei pazienti con fibrillazione atriale, redatte a più mani da American Heart Association, American College of Cardiology e da Heart Rhythm Society, in collaborazione con la Society of Thoracic Surgery.

Il documento, che sarà pubblicato su Journal of the American College of Cardiology, Circulation e Heart Rhythm, sostituisce le precedenti linee guida, datate 2006 e gli aggiornamenti apportati nel 2011.

Quattro le novità più significative contenute nell’edizione 2014, tra le quali l’adozione dello score CHA2DS2-VASc, che consente un calcolo del rischio trombo-embolico in maniera più precisa del vecchio CHADS score.

Sul versante del trattamento, ne esce molto ridimensionato il ruolo dell’aspirina, riconosciuta come uno strumento assai ‘spuntato’ nel ridurre il rischio di ictus in corso di fibrillazione atriale.

Le nuove linee guida invece, prendono a bordo i nuovi tre anticoagulanti orali (dabigatran, rivaroxaban e apixaban), arrivati sul mercato nell’arco degli ultimi due anni.

Maggior peso anche all’impiego dell’ablazione a radiofrequenze come trattamento della fibrillazione atriale.

QuotidianoSanità

L’aspirina non previene dalla possibilità di aborto

L'aspirina non previene dalla possibilità di aborto

Una bassa dose giornaliera di aspirina non sembra prevenire l’interruzione di gravidanza tra le donne con una storia di uno o due aborti precedenti.

Tuttavia in un piccolo gruppo di donne che avevano avuto una singola recente interruzione di gravidanza, l’aspirina ha aumentato la probabilità di rimanere incinta e di riuscire a portare a termine la gravidanza con successo.

Lo rileva un uno studio condotto dai ricercatori del National Institutes of Health (NIH) e pubblicato su The Lancet e rilanciato dall’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa).

QuotidianoSanità


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