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I consigli per evitare le scottature, riconoscerle e curarle

L’esposizione prolungata al sole e le frequenti scottature prima dei 15 anni di età aumentano notevolmente il rischio di sviluppare un tumore della pelle in età adulta”– ha detto Susanna Esposito, Professore Ordinario di Pediatria presso l’Università degli Studi di Perugia e Presidente WAidid, in occasione di un workshop organizzato a Perugia in vista della stagione estiva.

Mare, montagna, campagna o città: qualunque sia la meta delle prossime vacanze, è di fondamentale importanza proteggere dal sole la pelle dei nostri piccoli. In estate, infatti, con le alte temperature e a qualsiasi latitudine, il pericolo scottature è sempre dietro l’angolo. Per questo è necessario adottare alcune preziose precauzioni così da godere dei benefici del sole senza causare danni alla pelle del proprio bambino.

La nostra cute è protetta dai raggi ultravioletti attraverso la melanina una sostanza che si accumula nelle cellule più superficiali della pelle e che conferisce ad ogni individuo la propria colorazione. Questa è presente in quantità minima in età pediatrica per poi aumentare progressivamente durante la crescita. Per questo, da maggio ad agosto, quando i raggi UV raggiungono la massima intensità, i bambini diventano i soggetti più a rischio ed è necessario difendere la loro pelle anche all’ombra. Gli effetti dei raggi UV, infatti, possono danneggiare anche se non si è direttamente esposti al sole” – ha spiegato Susanna Esposito.

Ad abbassare il rischio scottature è, in primo luogo, l’utilizzo di un prodotto solare con un fattore di protezione molto alto (minimo 50). Questo va applicato con abbondanza almeno 30 minuti prima dell’esposizione al sole.

Non solo creme solari. Nei primi giorni di vacanza, infatti, la pelle è ancora molto chiara e non è ancora pronta a difendersi quindi è utile far indossare ai bambini indumenti in fibre naturali come il cotone. Un cappellino con visiera, inoltre, eviterà possibili insolazioni, mentre occhiali da sole con un buon filtro solare (marchio CE) proteggerà la retina da eventuali problemi.

Fondamentale, poi, è sottrarsi all’esposizione al sole nelle ore centrali della giornata prediligendo le prime ore del mattino e del tardo pomeriggio, quando le temperature non raggiungono picchi elevati. Occorre comunque proteggere sempre i bambini poiché la scottatura può verificarsi anche con un cielo coperto di nubi.

Particolare attenzione va prestata ai bambini con pelle molto chiara o chiara, capelli biondi o rossi. In questi soggetti, infatti, la pelle risulta estremamente sensibile. L’esposizione è in genere sconsigliata e, nel caso in cui non fosse possibile evitarla, dovrebbe essere molto breve e limitata alle prime e ultime ore del giorno. L’applicazione di creme protettive in caso di permanenza all’aperto per più di 20 minuti è raccomandata.

 

Come si riconosce una scottatura?

La scottatura è un’infiammazione della cute causata da una esposizione eccessiva ai raggi ultravioletti.

  • Può essere di lieve entità se si manifesta con arrossamento della cute e, talvolta, prurito
  • È moderata se all’arrossamento si assoceranno dolore e gonfiore, oltre ad alcune vesciche contenenti un liquido chiaro
  • La scottatura più grave si presenta con chiazze dalla colorazione nerastra e mancanza di sensibilità della zona interessata. Questo livello di ustione spesso si manifesta con ulteriori sintomi come febbre, nausea e vomito.

 

Cosa fare in caso di scottatura?

Il primo passo è quello di rivolgersi al pediatra.

È importante trattare la zona ustionata con le mani ben pulite, quindi è opportuno lavarle sempre prima di approcciare l’ustione.

Un rimedio efficace è rappresentato dagli impacchi di acqua fredda che, applicati sulla zona interessata, riducono la temperatura e alleviano il dolore. È importante effettuare l’impacco con estrema delicatezza: le vesciche sono fragili ed è preferibile che non si rompano, evitando così il rischio di contrarre infezioni.

Se la cute ustionata presenta bolle e queste si aprono senza toccarle, il pediatra valuterà se applicare una crema antibiotica e coprire la zona con delle garze sterili.

Quanto all’alimentazione, è opportuno reintegrare i liquidi e i sali minerali persi attraverso il sudore così da evitare il rischio di disidratazione. Via libera, quindi, a frutta e verdura di stagione e molta acqua naturale.

 


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L’estate è alle porte: i consigli WAidid per proteggere i bambini dalle infezioni della pelle

A breve, si aspetta l’arrivo della tanto desiderata estate. I bambini sono spesso vittime di infezioni batteriche della pelle che proprio, con l’arrivo della stagione calda e del clima caldo-umido, si manifestano con ancora maggiore frequenza. I rischi di queste infezioni variano a seconda della loro localizzazione: da quelle che coinvolgono solo la parte più superficiale della cute (l’epidermide) a quelle che colpiscono la parte più profonda (il derma).

Anche una piccola ferita, un graffio o una puntura d’insetto possono facilitare l’accesso dei batteri all’interno della pelle e generare un’infezione che può diffondersi ad altre zone della cute. Per evitare i rischi di un’eventuale degenerazione dell’infezione è necessario valutare da quanto tempo è insorta la lesione, quanto è estesa e quali sono i sintomi associati, come ad esempio febbre, dolore e prurito. Inoltre, è importante considerare quali possano essere stati i fattori predisponenti, tra cui l’assunzione di farmaci, l’esposizione alla luce solare, il contatto con allergeni o animali” – afferma Susanna Esposito, Presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) e Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia.

Con l’avvicinarsi della stagione estiva, WAidid quindi raccomanda di mantenere la pelle dei bambini pulita e ben idratata in modo da difenderla dai batteri e dai funghi e consiglia una moderata esposizione al sole nei primi anni di vita per favorire la sintesi della vitamina D, ricordando di evitare sempre le ore più calde e di non prolungarla troppo nel tempo. Nel caso di infezione batterica della pelle il primo riferimento è sempre il pediatra (specialmente quando i bambini sono piccoli) che, a seconda del caso e della gravità, eventualmente evidenzierà ai familiari la necessità di una visita dermatologica.

Tra le infezioni cutanee dell’età pediatrica, quelle più comuni nel periodo estivo sono le seguenti:

  • L’impetigine è una delle più comuni infezioni cutanee tra i 2 e i 5 anni1 e si stima che colpisca a livello mondiale circa il 12% dei bambini2. Tra i fattori di rischio, la dermatite atopica, traumi della pelle, morsi di insetto, l’alta umidità e la scarsa igiene. Si distingue in due forme: non bollosa e bollosa. La prima forma è generalmente provocata dallo Staphylococcus aureus (nel 70% dei casi) e dallo Streptococcus pyogenes1,3 e si presenta con piccole vescicole o pustole che evolvono rapidamente in croste di color giallo. Anche la seconda forma, quella bollosa, è causata dallo Staphylococcus aureus e si manifesta con bolle flaccide e trasparenti sotto le ascelle, sul collo e nell’area del pannolino.

Una novità terapeutica nel trattamento dell’impetigine è rappresentata dall’ozenoxacina, pomata antibiotica battericida che agisce rapidamente con un successo terapeutico complessivo riscontrato dopo soli 5 giorni in seguito a somministrazione due volte al giorno, con la riduzione dell’impatto dell’infezione e una buona tollerabilità nei pazienti a partire dai 6 mesi di età4-7.

  • Le infezioni micotiche sono causate dai miceti (più conosciuti come funghi). In estate è più facile il contagio sia per la maggiore proliferazione dovuta al clima caldo – umido, sia per la più alta frequentazione dei bambini di piscine o di spazi comuni. I funghi possono diffondersi in molte zone del corpo quali il cuoio capelluto o la cute glabra. Nel primo caso (tinea capitis), la lesione è inizialmente costituita da piccole papule localizzate alla base del follicolo e, successivamente, si forma una placca circolare eritematosa e squamosa, al cui centro il capello diventa fragile e si spezza. Diventano così evidenti zone prive di capelli (alopecia) e il bambino può lamentare prurito. Nel secondo caso, le infezioni della cute (tinea corporis) si presentano come placche squamose, lievemente sopraelevate ed eritematose, che si diffondono in senso centrifugo lasciando una tipica lesione ad anello.

Sia nelle infezioni del cuoio capelluto che in quelle della cute, le lesioni micotiche richiedono il trattamento con un farmaco antifungino e spariscono spontaneamente nel giro di qualche mese.

  • Le verruche cutanee sono le lesioni caratteristiche delle infezioni virali da Papillomavirus e riguardano il 5-10% dei bambini. Anche in questo caso si diffondono maggiormente in estate tra i bambini che frequentano piscine o docce pubbliche. Le verruche comuni (verruca vulgaris) si riscontrano più frequentemente sulle dita, sul dorso delle mani, sul volto, sulle ginocchia e sui gomiti. Si tratta di papule ben circoscritte, con superficie irregolare e rugosa. Le verruche piane (verruca plana) sono caratterizzate da papule lievemente rilevate, di dimensioni generalmente inferiori ai 3 mm e di colore variabile dal rosa al marrone. La distribuzione è simile a quella delle verruche comuni, in alcuni casi però possono essere multiple e distribuirsi lungo una linea di trauma cutaneo, per esempio dal margine dei capelli al cuoio capelluto a causa dell’utilizzo del pettine. Nel 50% dei casi le verruche scompaiono spontaneamente entro due anni; il mancato trattamento può, però, provocare la diffusione ad altre sedi del corpo. Le verruche sono lesioni che interessano la parte superficiale della cute, quindi non cicatrizzano a meno che vengano trattate in modo aggressivo; generalmente si consiglia l’applicazione di pomate all’acido salicilico, mentre più discusso è l’utilizzo dell’azoto liquido.

 

1. Bangert S, Levy M, Hebert AA. Bacterial resistance and impetigo treatment trends: a review. Pediatr Dermatol. 2012;29:243e248.

2. Bowen AC, Mah_e A, Hay RJ, et al. The global epidemiology of impetigo: a systematic review of the population prevalence of impetigo and pyoderma. PLoS One. 2015;10:0136789.

3. Hartman-Adams H., Banvard C, Juckett G., Impetigo: diagnosis and treatment, Am Fam Physician, 2014; 90:229 – 235.

4. Yamakawa T, Mitsuyama J, Hayashi K. In vitro and in vivo antibacterial activity of T-3912, a novel non-fluorinated topical quinolone. J Antimicrob Chemother 2002;49:455-465.

5. López Y, Tato M, Espinal P, Garcia-Alonso F, Gargallo-Viola D, Cantón R, et al. In vitro selection of mutants resistant to ozenoxacin compared with levofloxacin and ciprofloxacin in Gram-positive cocci. J Antimicrob Chemother . Gennaio 2015;70(1):57-61.

6. Gropper S; Albareda N, Chelius K, Kruger D et al. Ozenoxacin 1% cream in the treatment of impetigo: a multicenter, randomized, placebo- and retapamulin-controlled clinical trial. Future Med. 2014; 9:1013-23.

7. Gropper S, Cepero AL, Santos B, Kruger D. Systemic bioavailability and safety of twice-daily topical ozenoxacin 1% cream in adults and children with impetigo. Future Microbiol. 2014; 9: 33-41; 5. Ozanex 1% crema, (Ferrer). Ultima consultazione: 26.03.2018

 


La SIPPS si concentra su alimentazione, attività fisica e cura del benessere psicologico dei bambini

Corretta alimentazione ed attività fisica: la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale fornisce utili consigli ai genitori e si sofferma sul significato di attività fisica e sul perché rivesta un ruolo così importante per la salute dei bambini.

I suggerimenti rientrano nella collaborazione tra SIPPS e Nestlé nell’ambito del progetto Nutripiatto, lo strumento di educazione nutrizionale sviluppato da Nestlé e rivolto ai bambini dai 4 ai 12 anni al fine di promuovere i principi di un’alimentazione sana e bilanciata ma anche di una corretta attività fisica.

Quando parliamo di ‘Attività fisica’ ci riferiamo a tutti i movimenti del corpo. Si tratta di un termine generico che comprende tutte le attività che compiamo per svolgere i compiti della nostra vita quotidiana, l’esercizio fisico, il gioco e lo sport” – spiega Domenico Meleleo, Pediatra di famiglia, Coordinatore del Documento di Consensus intersocietario SIPPS e FIMP “Il bambino e l’adolescente che praticano sport”.

“L’attività fisica non serve soltanto a “bruciare le calorie” introdotte con l’alimentazione per evitare che un eccesso di energia introdotta rispetto a quella utilizzata ci faccia ingrassare. Livelli adeguati di attività fisica sono importanti anche perché migliorano il funzionamento di molti meccanismi metabolici, che permettono alle cellule di utilizzare gli zuccheri, i grassi e le proteine introdotti con gli alimenti e di smaltire le sostanze nocive introdotte dall’esterno o prodotte dal nostro organismo a causa di una alimentazione scorretta o per un eccesso di stress. Tutti gli organi del nostro corpo, persino il nostro sistema immunitario, diventano più forti con l’attività fisica, non soltanto le nostre ossa e i nostri muscoli! Pertanto, chi si muove tanto, non soltanto non ingrassa, ma ha uno stato di salute complessivamente migliore” – prosegue Domenico Meleleo.

Bisogna favorire al più presto uno stile di vita attivo così da impedire che si instauri un circolo vizioso per cui un bambino non abituato all’attività fisica, impacciato nei movimenti e con muscoli che si affaticano prima degli altri coetanei normopeso, possa vergognarsi durante il gioco, evitando le occasioni di svago e di moto. Diventa quindi fondamentale incoraggiare e sostenere la pratica di attività fisica regolare e di uno stile di vita attivo: questo compito spetta soprattutto alla famiglia e a noi pediatri” – aggiunge Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

 

Quanto deve muoversi il bambino? Come e quanto deve mangiare in rapporto all’attività fisica? Le linee guida dell’OMS informano che i bambini e gli adolescenti di età compresa tra i 5 e i 17 anni dovrebbero praticare almeno 60 minuti di attività fisica quotidiana di intensità da moderata a vigorosa* ed esercizi di rafforzamento dell’apparato muscolo-scheletrico almeno 3 volte a settimana.

In pratica significa che i bambini e gli adolescenti devono quotidianamente, come minimo per un’ora, giocare, praticare l’esercizio fisico strutturato e/o praticare sport” – precisa Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

Per mangiare più dei compagni sedentari, però, un’ora di attività fisica al giorno non basta, anche se vengono seguiti i principi della Dieta Mediterranea secondo le linee guida ufficiali e si fa attenzione ad una adeguata idratazione. Un aumento delle porzioni medie di cibo può essere opportuno solo per bambini o adolescenti che hanno uno stile di vita veramente attivo.

Con ‘stile di vita attivo’, si intende l’abitudine di percorrere a piedi o in bici buona parte dei propri percorsi quotidiani, non usare l’ascensore, non usare per più di un’ora al giorno TV, PC, Tablet e Videogames (sotto i 12 anni di età) e avere anche la buona abitudine di aiutare gli adulti nelle faccende domestiche familiari. Attenzione, quindi, a non giustificare pranzetti e merende più abbondanti di quelli indicati per l’età soltanto perché il bambino va in piscina, al campetto o a danza due o tre volte alla settimana. Dopo queste attività ad esempio, per un bambino, sono sufficienti un frutto o uno yogurt o un “piccolo” panino imbottito. E non dimenticatevi di fargli bere una opportuna quantità di acqua prima, durante e dopo l’attività” – conclude Leo Venturelli, Responsabile comunicazione SIPPS.

In caso di ragazzi notevolmente impegnati in attività sportiva agonistica, secondo la SIPPS sarebbe opportuno che il livello di attività fisica e i relativi fabbisogni nutrizionali fossero valutati da un professionista della nutrizione (medico, biologo nutrizionista, dietista), sentito anche l’allenatore e sempre sotto la supervisione del pediatra di riferimento. Questo per scongiurare il rischio di una malnutrizione per eccesso o per difetto.

Molto importante è anche una corretta idratazione, che garantisce un adeguato apporto di sali minerali, disciolti nell’acqua di fonte. Per crescere bene, informano gli esperti della SIPPS, ogni bambino ha bisogno di bere in modo adeguato. La quantità di acqua assunta dipende dall’età del bambino. Generalmente un bambino tra i 4 e i 10 anni ha bisogno di bere 1100 ml (un litro e 100 ml) al giorno; gli adolescenti devono invece assumere un quantitativo di acqua compreso tra 1500-2000 ml (un litro e mezzo/due) al giorno.

Nutripiatto è uno strumento di educazione nutrizionale sviluppato da Nestlé e rivolto ai bambini dai 4 ai 12 anni, studiato con il fine di promuovere i principi di un’alimentazione sana e bilanciata. Il progetto prevede un kit composto da un piatto “intelligente” e da una guida didattica che spiega come utilizzare il Nutripiatto e offre idee e consigli per soddisfare i fabbisogni nutrizionali dei bambini, tenendo anche conto delle differenti fasce di età. La guida prevede inoltre capitoli specifici relativi alla corretta idratazione e all’attività fisica da svolgere con gli amici e con i propri animali da compagnia. Nutripiatto rientra nel progetto internazionale Nestlé for Healthier Kids, che si pone l’ambizioso obiettivo di aiutare, entro il 2030, 50 milioni di bambini a vivere in modo più sano.

* Attività fisica moderata: 3-6 METS, ovvero un’attività che comporti un dispendio energetico per unità di tempo da 3 a 6 volte il dispendio energetico a riposo. In pratica, ad esempio, che comporti lieve sensazione di mancanza di fiato e di riscaldamento. Attività fisica vigorosa: maggiore di 6 METS. In pratica, ad esempio, un’attività che comporti sensazione di fiato corto e sudorazione.


Migranti: arrivano sani, ma si ammalano qui!

Qual è lo stato di salute dei migranti residenti sul territorio nazionale? Quali sono i bisogni di salute degli immigrati? Che tipo di assistenza ricevono? Sono in grado di accedere alle prestazioni sanitarie destreggiandosi tra difficoltà linguistiche e burocrazia? Davvero dai loro Paesi portano malattie da noi ormai scomparse? Gli immigrati sono un pericolo per la nostra salute? Queste ed altre sono le domande a cui il convegno “Migranti e salute: tra prevenzione, cura e fake news”, svoltosi a Palermo il 21 marzo scorso, ha cercato di dare una risposta.

Promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi, il convegno, realizzato grazie al contributo incondizionato di Ibsa Farmaceutici Italia, ha coinvolto organizzazioni quali la SIMM, Società italiana di Medicina delle Migrazioni, l’OIM, Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, il NAGA, l’Università Bocconi, ed altri partner che si occupano di migranti” – ha spiegato Edoardo Guastamacchia, presidente AME (Associazione Medici Endocrinologi).

Il numero dei migranti residenti a vario titolo sul territorio nazionale è pari a circa il 10% della popolazione generale; i livelli e le modalità di assistenza alla salute nelle sue varie declinazioni (prevenzione, diagnosi e terapia) sono estremamente difformi e poco tracciate ma sappiamo che l’integrazione degli immigrati passa anche attraverso l’accesso al sistema sanitario. L’articolo 32 della Costituzione descrive la salute come diritto fondamentale dell’individuo e interesse della collettività ed è di questo che dobbiamo occuparci. Rimuovere le barriere all’accesso tempestivo alle cure sanitarie è auspicabile non solo eticamente, ma anche dal punto di vista dell’efficienza economica” – ha affermato Piernicola Garofalo, Unità operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera “Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello”, di Palermo e responsabile scientifico del convegno.

Il fenomeno migratorio che da anni interessa anche il nostro Paese ha rappresentato e rappresenta, nonostante la diminuzione del numero dei migranti giunti in Italia, una questione viva descritta con modalità spesso distanti dalla realtà fattuale, e ingenerando una realtà percepita dai cittadini e diversa da quella che emerge dall’analisi asettica degli elementi di valutazione e dai dati disponibili. L’impatto del fenomeno migratorio sul nostro sistema sanitario ha dimostrato che non esiste alcuna emergenza sanitaria. Non esiste alcun pericolo di importazione di malattie infettive che possano rappresentare elemento di allarme sanitario. I dati epidemiologici dimostrano che i migranti non veicolano patologie che mettano a rischio i Paesi che li accolgono. Al contrario si evidenzia che la difficoltà di offrire modalità adeguate di accoglienza e integrazione costituisce un fattore di rischio per la salute dei migranti, costretti a vivere in condizioni di precarietà e di promiscuità ambientale” – ha spiegato Enzo Massimo Farinella, Direttore UOC Malattie Infettive, Ospedale Cervello di Palermo.

Va inoltre ricordato che i migranti nell’immediata fase che segue allo sbarco sono sottoposti alle procedure sanitarie che si sviluppano “sul molo” ove i medici della ASP effettuano una prima visita e per i casi per i quali si valuti necessario procedere a ricovero ospedaliero o ad accertamenti sanitari per la prosecuzione dell’iter diagnostico ed eventuale ricovero negli Ospedali del territorio. Per i casi sospetti per patologie trasmissibili, si attiva un percorso dedicato, attraverso il contatto diretto con i Reparti di Malattie Infettive che avviano un percorso dedicato. I migranti “residenti” ovviamente seguono le procedure “normali”, come tutti i residenti italiani, attraverso i percorsi istituzionali: medico di base, specialista ambulatoriale, ambulatori ospedalieri, ecc.” – conclude Enzo Massimo Farinella, Direttore UOC Malattie Infettive, Ospedale Cervello di Palermo.

Le immagini dei migranti sono quelle di persone sofferenti, che hanno visto la morte in mare, ma anche felici di aver rivisto la terra.

Tutte le casistiche, con particolare riferimento agli immigrati arrivati negli ultimi anni, evidenziano la persistenza del cosiddetto “effetto migrante sano, cioè un’autoselezione in partenza per cui emigrano, scappano persone giovani in buone condizioni di salute, mentre sviluppano nel tempo, il cosiddetto “effetto migrante esausto”. Infatti, al momento delle prime visite all’arrivo in Italia si osservano problematiche relative al percorso di fuga come ferite, ustioni, disidratazione, ipotermia, colpi di calore/sole, esiti di sindromi da annegamento, lesioni muscolo-scheletriche. Per questi immigrati spesso si tratta di una migrazione forzata in quanto necessaria a sottrarsi a una situazione di violenza e di pericolo per la loro vita e in questo senso possono essere stati esposti a gravi eventi traumatici, tra cui violenze estreme e stupri, che avvengono sia in fase pre-migratoria, nel paese d’origine, sia durante il percorso migratorio. Ciò rende queste persone più esposte a incontrare difficoltà di adattamento nella fase post-migratoria con possibili vissuti depressivi e disturbi cognitivi secondari al trauma che inficiano i percorsi di apprendimento della lingua e d’integrazione socio-lavorativa nella nuova società” – afferma Mario Affronti, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM).

La permanenza delle persone richiedenti asilo nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS), che spesso non prevedono procedure idonee all’integrazione, rappresenta un determinante negativo per la salute. Infatti, restare a lungo inattivi in un centro, senza imparare la lingua, senza lavorare, e in una situazione caratterizzata da indeterminatezza reca danni alla salute sia fisica che mentale, oltre a compromettere le possibilità di successiva integrazione. Ovviamente il quadro sarà più grave se le persone coinvolte sono in condizioni di fragilità (anziani, donne in gravidanza, persone affette da disabilità, genitori soli con figli minori, vittime di tratta-tortura-violenze, malati fisici e/o psichici)” – conclude Mario Affronti, Società Italiana di Medicina delle Migrazioni (SIMM).

Un capitolo a parte per i bambini stranieri in Italia la cui quota si aggira intorno al 20%, con percentuali in alcuni paesi del nord anche al di sopra del 30%. Gli stranieri che fanno nascere in Italia i loro bambini ci portano un patrimonio in termini demografici fondamentale, la denatalità italiana ha raggiunto infatti livelli preoccupanti. Il ruolo del pediatra è quello di lavorare nell’interesse del bambino a qualunque etnia appartenga, etnia e non razza essendo risaputo che dal punto di vista biologico esiste un’unica razza umana. Per crescere bene un bambino ha bisogno di sicurezze per questo è essenziale sostenere e supportare la madre: si tratta di mamme straniere lontane dal proprio paese, con tutto quello che questo comporta, hanno grandi difficoltà, vivendo sentimenti di inadeguatezza e di solitudine. Le mamme hanno bisogno di essere accolte, anche nella loro diversità, legittimando – dove è possibile – le modalità di maternage e di accudimento delle varie culture che rappresentano, al di fuori di qualunque etnocentrismo, una condizione essenziale per la crescita di civiltà, consapevoli che qualunque cultura è portatrice di valori. Le mamme africane sono brave tanto quanto quelle italiane e, se per la mamma italiana svezzamento vuol dire ‘pastina’ per la mamma africana può invece essere ‘cuscus’, e la pastina, non necessariamente, rappresenta la scelta migliore. Rassicurare quindi le mamme nel loro ruolo, riconoscendone le capacità specifiche, è fondamentale perché possano trasmettere sicurezza e fiducia ai loro bambini. Certamente un grave problema per i bambini figli di genitori stranieri è il non essere riconosciuti cittadini italiani e conseguentemente l’essere privi delle tutele e della sicurezza dei loro coetanei. Concluderei con un proverbio del Kenya che recita così: per fare crescere un bambino è necessario tutto il villaggio” – ha illustrato Milena Lo Giudice, pediatra coordinatore nazionale area etico sociale della Federazione Italiana Medici Pediatri.

Il Testo Unico sull’Immigrazione (Art. 35 del 25 luglio 1998, n. 286), prevede che siano assicurate le cure ambulatoriali ed ospedaliere urgenti o essenziali, ancorché continuative anche a chi è irregolarmente presente sul territorio nazionale. Questo diritto viene erogato tramite il rilascio del codice STP (che indica la condizione di Straniero Temporaneamente Presente); il decreto stabilisce inoltre il divieto di segnalazione alle autorità. Tuttavia, le condizioni esistenziali dei cittadini stranieri irregolari limitano di fatto l’accesso alle cure. Dalla banca dati dell’associazione Naga emerge che il 10% dei pazienti che si sono rivolti all’associazione presenta alla prima visita condizioni cliniche che necessitano di un intervento di secondo livello in ambito ospedaliero. È quindi lecito supporre che in assenza della visita presso il Naga questi pazienti avrebbero continuato a gestire in maniera inappropriata le proprie patologie, fino al ricovero in Pronto Soccorso per la loro prevedibile recrudescenza. Analizzando le condizioni socioeconomiche, si osserva ad esempio come i pazienti senza fissa dimora, la cui percentuale è passata dal 23% del 2014 al 31% nel 2017, presentano una frequenza di patologie delle vie respiratorie e dermatologiche nettamente superiore ai pazienti che vivono in affitto o presso i datori di lavoro, verosimilmente causate dall’esposizione al freddo e dall’assenza di buone condizioni igieniche. Inoltre, la fragilità delle persone è documentata anche dall’elevata frequenza di disturbi psichici e comportamentali presenti in questo gruppo (10% vs 5.5% negli immigrati in affitto). Ancor più drammatica è la condizione sanitaria dei pazienti con patologie croniche (diabete, ipertensione, etc.), che effettuano controlli saltuari ed inadeguati nel 50% dei casi e non riescono a procurarsi i farmaci quotidianamente nel 20%. Sono invece estremamente rare le malattie infettive, lo 0,016% di chi si è rivolto al Naga. Il nostro studio mostra, con ricchezza di dati e fuori da ogni pregiudizio, come i cittadini stranieri irregolari a Milano presentano i medesimi problemi di salute della popolazione italiana, ma le loro condizioni esistenziali influiscono sulla frequenza delle patologie. Possiamo dire, che gli stranieri presenti sul territorio italiano non sono una minaccia per la salute collettiva; è invece minacciata la loro possibilità di veder riconosciuti i diritti fondamentali, quale quello alla salute” – ha dichiarato Anna Spada, medico volontario dell’Associazione Naga Onlus, Milano.

 

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Per scaricare il Testo Unico sull’Immigrazione – Art. 35 del 25 luglio 1998, n. 286 cliccare qui

 


Il 22 marzo è la Giornata Mondiale dell’Acqua: la SIPPS e l’importanza del bere per il benessere dei bambini

Il prossimo 22 marzo si celebra la Giornata Mondiale dell’Acqua, ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992 per richiamare l’opinione pubblica sull’importanza dell’acqua corrente e promuovere una gestione sostenibile delle risorse idriche.

In occasione della Giornata, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale fornisce utili consigli ai genitori per una corretta idratazione.

Per crescere bene, informano gli esperti della SIPPS, ogni bambino ha bisogno di alimentarsi in modo equilibrato e di bere in modo adeguato. Il suo corpo, infatti, è costituito per il 75% di acqua che si distribuisce in diverse percentuali nei vari organi.

L’acqua è elemento essenziale per via delle numerose funzioni che svolge nell’organismo: regola la temperatura corporea, elimina le tossine, aiuta il corpo ad assorbire i nutrienti, trasforma il cibo in energia, trasporta l’ossigeno e i nutrienti alle cellule. Una corretta idratazione garantisce anche un adeguato apporto di sali minerali, disciolti nell’acqua di fonte. Per tutti questi motivi, una corretta alimentazione prevede l’assunzione di acqua tutti i giorni, a qualunque età” – afferma Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

 

Ma quanta acqua deve assumere un bambino?

La quantità di acqua assunta dipende dall’età del bambino, dalla dieta giornaliera ma anche da fattori esterni come malattie (con la febbre è necessario bere di più, perché il corpo aumenta la traspirazione), l’attività fisica, la temperatura ambientale (ambienti caldi fanno traspirare di più e questo implica la necessità di una maggiore idratazione)” – aggiunge Leo Venturelli, Responsabile comunicazione SIPPS.

Di seguito uno schema orientativo dei liquidi complessivi di cui un bambino ha bisogno a seconda della età, come acqua da bere, oltre a quella contenuta negli alimenti:

  • Dai 4 ai 10 anni: 1100 ml (un litro e 100 ml)
  • Adolescenti: 1500-2000 ml (un litro e mezzo/due)

 

Quando, invece, bisogna bere?

Ci sono meccanismi che regolano la sete: il nostro organismo possiede un sistema di autocontrollo della sete che ha la sua centralina nell’ipotalamo, una ghiandola del cervello. Il bambino piccolo però, come la persona anziana, non ha un efficace sistema di autoregolazione, e per questo è importante offrirgli da bere spesso, anche se non lo chiede spontaneamente” – prosegue Andrea Vania, Dirigente di I livello e Responsabile del Centro di Dietologia e Nutrizione Pediatrica del Dipartimento di Pediatria di Sapienza Università di Roma.

La SIPPS si sofferma, inoltre, sulle spie che aiutano un genitore a capire che il bambino ha necessità di bere:

  • Mal di testa, nausea, crampi muscolari, sensazione di freddo: manca acqua!
  • Quantità e qualità delle urine: urine concentrate e giallo scuro significano disidratazione.

Queste situazioni si verificano maggiormente in coincidenza con caldo eccessivo nell’ambiente o durante l’estate, in occasione di un esercizio fisico di un certo impegno e per stati febbrili. Per questo i genitori devono attuare una serie di accorgimenti per invogliare il bambino a bere: dall’uso di bicchieri colorati alla trasformazione del bere in un gioco fino ad insegnare al bambino a servirsi da bere per conto proprio. E per tutti, genitori stessi ed insegnanti, l’impegno di dare il buon esempio bevendo spesso durante la giornata o portando con sé una bottiglia di acqua ogni volta che si esce!” – conclude Giuseppe Di Mauro.

 

I pediatri della SIPPS informano su quale sia l’acqua più idonea al bambino.

Dall’anno di vita in poi, informa la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale, sono indicate le acque minerali o di fonte con un residuo fisso 500-1500 mg/L, che garantiscono un apporto corretto di calcio. Per questo motivo è fondamentale un’attenta lettura delle etichette: permette infatti di conoscere il residuo fisso oltre al contenuto di sodio, potassio, calcio, fluoro, ferro, magnesio e bicarbonato. In etichetta si trovano anche la data di imbottigliamento e di scadenza.

 

Sport e idratazione

Particolare attenzione deve infine essere rivolta al bambino quando svolge un’attività fisica, che comporta la perdita di molti liquidi: è necessario incentivarlo a bere prima, durante e dopo. Non servono sali minerali e drink zuccherati: la semplice acqua, a temperatura ambiente, ed una alimentazione sana, ricca in frutta e verdura, è sufficiente alla idratazione di un “giovane atleta”.

 


 

Pediatri di Famiglia: prolungare la copertura sanitaria pediatrica sino alla maggiore età

Centralità del pediatra di libera scelta nella cura del bambino e dell’adolescente, prolungamento dell’assistenza sanitaria pediatrica sino alla maggiore età, vantaggi derivanti dall’impiego di personale di studio, applicazione e rispetto delle norme contenute negli accordi collettivi nazionali come segno di affidabilità della controparte amministrativa e politica. Sono questi i principali spunti, e allo stesso tempo le richieste messe sul tavolo dai pediatri di famiglia, emersi dal convegno “I pediatri e le sfide del nuovo millennio: denatalità e organizzazione sanitaria”, organizzato dalla sezione regionale Puglia di Simpef – Sindacato Medici Pediatri di Famiglia nel weekend scorso a Bari.

Durante i lavori, che hanno affrontato il tema denatalità e le sue ripercussioni sul sistema delle cure pediatriche, il dibattito tra pediatri di libera scelta, clinici, esperti e decisori politici regionali e nazionali ha fatto emergere alcune proposte che Rinaldo Missaglia, Segretario nazionale Simpef illustra.

In primo luogo è opportuno ricordare come da anni non si sottoscrivono convenzioni rinnovate, nel senso di un adeguamento alle radicalmente mutate condizioni sociali e sanitarie dell’infanzia e dell’adolescenza, ma non solo. Intere parti di sostanza degli Accordi collettivi nazionali vigenti non sono ancora applicate o sono unilateralmente ed improvvidamente disattese dalle amministrazioni regionali. Inoltre, l’ultimo accordo, siglato pochi mesi fa, è scaduto il 31 dicembre; siamo nuovamente in una situazione di vacatio. Ed è per questo che, con grande senso di responsabilità civile oltre che professionale, ci rivolgiamo al rinnovato Comitato di Settore Sanità perché si attivi per avviare le procedure per la riapertura del tavolo di discussione, indicando a SISAC – Struttura Interregionale Sanitari Convenzionati, nella sua eventualmente rinnovata composizione, di procedere alla relativa convocazione, quanto mai opportuna” – premette Rinaldo Missaglia.

Venendo quindi alle proposte, Missaglia chiarisce:

È sotto gli occhi di tutti, la montante criticità della fase di vita adolescenziale, stretta tra un crescente complesso di inadeguatezza, ansia, ma anche de-responsabilizzazione delle figure adulte di riferimento, compresi i genitori, e stili e condizioni di vita inappropriati, dalla sedentarietà all’abuso di quanto le moderne tecnologie di comunicazione mettono a disposizione. In questa situazione, oggi il ragazzo è di fatto, assistenzialmente, ‘abbandonato a sé stesso’. Andrebbe accolta e perseguita la disponibilità dei pediatri di famiglia ad assicurare la propria competenza assistenziale a tutti gli assistibili, fino al compimento della maggiore età posta, sia scientificamente sia legalmente, al diciottesimo anno di vita. In questo modo si garantirebbero, in maniera appropriata, le cure necessarie in un’età socio-sanitariamente problematica”.

Secondo il Segretario nazionale Simpef:

Sotto questo punto di vista, la figura e il ruolo del pediatra, considerato dalle famiglie un punto fermo nella cura e nell’assistenza, sono fondamentali e la nostra attività professionale dovrebbe essere sostenuta e ampliata. Occorrerebbe migliorare e rendere maggiormente efficiente la presa in carico dei piccoli assistibili, grazie soprattutto alla messa a loro disposizione di pediatri di libera scelta che possano avvalersi dell’opera di collaboratori di studio infermieristici ed amministrativi per lo svolgimento della propria attività professionale”.

Nel corso dell’incontro di Bari su questi temi sono stati sensibilizzati tanto rappresentanti della società civile, di authority a tutela dell’infanzia e adolescenza quanto autorevoli esponenti delle Istituzioni parlamentari, quali l’On. Francesca Galizia e il Sen. Ubaldo Pagano. Tutti hanno condiviso la necessità di approfondire queste problematiche al fine di ottenerne l’opportuna risoluzione. Ci auguriamo che alle parole seguano fatti concreti” – conclude Missaglia.


Tuo figlio ha mal di testa? Occhio all’intestino!

Se bimbi e ragazzi accusano spesso mal di testa la causa potrebbe nascondersi nella pancia.

A sostenerlo è uno studio condotto in collaborazione tra ricercatori italiani e francesi che ha preso in esame più di 400 bambini e adolescenti di età compresa tra 6 e 17 anni frequentemente soggetti a episodi di cefalea di vario tipo.

Confrontando i giovani pazienti con coetanei affetti raramente o mai da questo disturbo, gli studiosi hanno riscontrato che chi era sovente colpito dal mal di testa soffriva anche di un ampio spettro di disturbi dell’apparato digerente, che andavano dal meteorismo al gonfiore addominale sino alla dispepsia funzionale.

Il legame con i malesseri gastrointestinali è stato accertato per tutte le forme di mal di testa riferite dal campione di pazienti – dalla cefalea di tipo tensivo alla vera e propria emicrania –, avvalorando l’evidenza, già emersa da studi precedenti, secondo cui dalla salute dell’intestino dipende il buon funzionamento di molti altri apparati del corpo.



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