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L’arte della camminata in gravidanza: i percorsi di fitwalking

L’arte della camminata in gravidanza” è il titolo dell’incontro organizzato da Natalben con Fitwalking Italia dell’ex marciatore olimpico Maurizio Damilano e il Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica del H. San Raffaele Resnati di Milano, Alessandra Graziottin, che ha l’obiettivo di favorire la salute e l’umore di mamma e bambino e fornire uno strumento pratico, subito utilizzabile per future mamme sportive e non.

La proposta è quella di indicare una decina di cammini in 10 città italiane da percorrere in sicurezza e tranquillità secondo i dettami e le regole di questa nuova disciplina sportiva, il Fitwalking, che si concentra, più che sullo sforzo, su corretta postura e ritmo dell’andatura. Questo recente sport ha da poco ricevuto un importante riconoscimento entrando a far parte del neo-nato settore agonistico della Fidal (Federazione Italiana di Atletica Leggera).

Il Fitwalking è perfetto per le donne in gravidanza perché è fatto su misura di ogni persona e delle sue possibilità. È un’attività motorio-sportiva dove il benessere personale si fonde attraverso “una tecnica precisa” con l’attività sportiva raggiungendo importanti benefici fisici e psicologici. Ma è anche un modo di vivere, una filosofia di vita. Il Fitwalking è lo sport ideale sia in gravidanza che dopo il parto perché non è traumatico, allena tutte le fasce muscolari schiena compresa, è facilmente modulabile in base alle esigenze e, dopo il parto, con i debiti adattamenti, può essere praticato con il bambino. Il cammino va inoltre ad agire naturalmente sul pavimento pelvico con un’azione di rinforzo. I benefici a livello psico-fisico e lo scarico delle tensioni e dello stress provocate dall’attività fisica a passo di Fitwalking, aiutano nel dopo parto a prevenire e combattere i pericoli e problemi della depressione post partum” – spiega Maurizio Damilano.

La gravidanza è il viaggio più importante della vita. Dura tutta la vita. Tutti noi ci prepariamo con cura prima di un viaggio. Per questo bisogna farlo con ancora più attenzione e sollecitudine. Il Fitwalking è sicuramente perfetto per la donna in gravidanza, ma non basta! Prima di iniziare il cammino per diventare genitori è indispensabile valutare le proprie condizioni fisiche e psichiche, fare un check up completo, integrare oligoelementi, vitamine, sali minerali, valutare le difficoltà del percorso, anche gestazionale, soprattutto se si hanno rischi particolari. Inoltre, è fondamentale partire con una mamma in peso forma. Le cellule adipose infatti possono produrre migliaia di molecole infiammatorie, che aumentano il rischio di diabete, ipertensione, insufficienza placentare e parto prematuro. Mettersi in forma prima della gravidanza è un atto d’amore per il bambino che nascerà! Più lo stile di vita dei genitori è sano, più si assicura al bambino un futuro migliore, sia dal punto di vista della salute sia fisica sia psichica” – commenta la prof.ssa Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia H. San Raffaele Resnati di Milano.

Condizioni e atteggiamenti negativi come tossici voluttuari (fumo, alcol, droghe), tossici ambientali (piombo e i pesticidi), malattie poco controllate (come il diabete scompensato), obesità di uno o entrambi (quella materna pesa di più) ed età materna avanzata possono compromettere il potenziale originario di ovocita e spermatozoo. Pesano molto anche le carenze vitaminiche e di oligoelementi essenziali per lo sviluppo di tutti gli organi e i tessuti.

In particolare, gli integratori dovrebbero essere assunti almeno tre mesi prima della gravidanza, così è possibile ridurre dal 56% all’83% il rischio di malformazioni fetali, perché la loro comparsa e gravità possono essere modulate da fattori anche nutrizionali. Eppure solo il 4% delle donne italiane lo fa. Anche il puerperio è un periodo fondamentale della vita della mamma, purtroppo ancora oggi questa fase è molto trascurata, dai medici e dalla sanità pubblica. Per questo la prevenzione è importante, anche dal punto di vista degli integratori alimentari, per garantirle il miglior benessere anche dopo il parto.

E oggi sono usciti dei nuovi integratori: Natalben Supra e Natalben Oro (orodispersibile, in bustine), in linea con le raccomandazioni più aggiornate dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Oggi è giusto parlare di “progetto di salute” per mamma e bambino con dieta bilanciata e integrata, unita a sani stili di vita essenziali per ottimizzare la salute di entrambi durante e dopo la gravidanza. Questa “alleanza” con Maurizio Damilano ha l’obiettivo di coordinare gli stili di vita più corretti e salutari per una gravidanza felice e stili più sani: camminare ed integrare!” – conclude la prof.ssa Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia H. San Raffaele Resnati di Milano.

In questa occasione Maurizio Damilano e la sua associazione sono felici di condividere con tutte le mamme italiane un decalogo per praticare nel modo migliore il Fitwalking. E la Prof.ssa Graziottin, medico che da sempre valorizza l’importanza della attività fisica per la salute della donna, quindi in perfetta sintonia con questa progetto, è altrettanto felice di dedicare i principi della migliore integrazione da fare PRIMA, DURANTE E DOPO la gravidanza, per garantire al bambino lo sviluppo ottimale non solo di organi e tessuti, ma anche del suo potenziale di salute.

Il decalogo del Fitwalking, insieme ai 10 percorsi cittadini e le raccomandazioni della Prof Graziottin sono a disposizione di tutte le mamme sul sito Natalben.

TIROIDE E BENESSERE: PASSARE DALLO STARE BENE AL SENTIRSI BENE

Si è appena concluso a Lisbona il Congresso Europeo di Endocrinologia dove gli endocrinologi si sono confrontati e hanno condiviso il nuovo approccio relativo al trattamento delle piccole neoplasie della tiroide argomento di grande interesse vista la frequenza con cui si manifestano questi fenomeni. Da più parti si sono presentate relazioni che avvalorano un atteggiamento cauto e di monitoraggio dei noduli di piccole dimensioni che, se non danno disturbi e sono classificati come benigni dopo uno studio ecografico o un esame citologico con ago aspirato non richiedono un intervento chirurgico. Infatti, spiega Paolo Vitti, Presidente Eletto SIE, Società Italiana di Endocrinologia, “la gran parte dei noduli alla tiroide non cresce di dimensioni nel corso del tempo (circa l’85%) e rimane benigna. Negli ultimi anni si è verificato un aumento dell’incidenza dei noduli tiroidei: questo aumento si è registrato soprattutto per le forme tumorali meno aggressive (istotipo papillare) e per tumori con dimensioni inferiori a 1 centimetro che sono stati rilevati grazie alla migliore sensibilità e il facile accesso ai moderni mezzi diagnostici che ha sicuramente influito nel “portare alla luce” quei piccoli tumori che probabilmente non sarebbero mai cresciuti fino a divenire clinicamente evidenti.

Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale della Tiroide e, quanto discusso a Lisbona sulle patologie tiroidee rappresenta un quadro positivo per la salute generale di questa ghiandola che, in questi ultimi anni è oggetto di campagne di sensibilizzazione che hanno portato le persone a una maggiore consapevolezza dell’importanza della tiroide per il proprio benessere”. Infatti, le persone che hanno problemi alla tiroide, per spiegare la propria condizione, dichiarano di aver “perso il loro benessere”.

Questa è proprio la peculiarità dell’ipotiroidismo, la malattia più frequente della tiroide che colpisce oltre 5 milioni di italiani, spiega Paolo Vitti, responsabile scientifico della Giornata della Tiroide, i cui sintomi possono essere così sfumati, ma comunque dannosi, che difficilmente si riesce a ricondurli ad una patologia. E sono davvero tanti: stanchezza, alterazioni del tono dell’umore, difficoltà di concentrazione, palpitazioni, nervosismo, insonnia, scarsa capacità di tollerare il freddo, gonfiore, pelle e capelli secchi e tanti altri disturbi. Proprio per questo il tema scelto per la Giornata Mondiale della Tiroide 2017 è stato “TIROIDE E BENESSERE”. Che si tratti di malattie che devono essere propriamente inquadrate e che i trattamenti debbano essere personalizzati ormai non basta più. La sfida è ridare quel benessere che tante persone dichiarano di avere perso”.

La tiroide svolge una serie di funzioni vitali per il nostro organismo come la regolazione del metabolismo, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso, l’accrescimento corporeo, la forza muscolare e molto altro. Proprio per il ruolo di “centralina”, quando questa ghiandola non funziona correttamente, tutto il corpo ne risente. Può colpire ad ogni età e per questo motivo occorre non trascurare alcuni campanelli di allarme rivolgendosi al proprio medico in caso di dubbio.

“Essenziale il ruolo dell’assunzione di iodio in quantità adeguate per prevenire le malattie della tiroide, spiega Massimo Tonacchera, Professore Associato di Endocrinologia e Coordinatore Nazionale Comitato della Prevenzione della Carenza Iodica; questo elemento è il costituente essenziale degli ormoni tiroidei. La carenza di iodio anche lieve, che affligge ancora alcune aree del nostro paese, può provocare conseguenze anche gravi soprattutto se la carenza nutrizionale si verifica durante la gravidanza o la prima infanzia”.

“L’attenzione maggiore va posta durante la gravidanza dove una grave iodocarenza, continua Roberto Gastaldi, SIEDP, Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, può determinare la morte del feto in utero, cretinismo neurologico e ipotiroidismo congenito. Proprio quest’ultima patologia rappresentava la prima causa di ritardo mentale nel nostro Paese prima dell’introduzione dello screening neonatale grazie al quale è possibile eseguire diagnosi e trattamento precoci. Dopo l’età neonatale è comunque importante assicurare una adeguata quantità di iodio sia per garantire un regolare processo di crescita e di sviluppo del bambino che per prevenire patologie della tiroide come ad esempio i noduli”.

“Quest’anno il programma nazionale di iodoprofilassi registra qualche successo: i dati dimostrano che la percentuale di sale iodato venduto nella grande distribuzione nel 2016 ha superato il 60% ed è molto positivo dato che prima dell’approvazione della legge era solo al 30%, spiega Antonella Olivieri, Responsabile Scientifico Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi in Italia (OSNAMI), Istituto Superiore di Sanità. Anche i dati di ioduria in età scolare, ovvero la concentrazione di iodio nelle urine, raccolti in collaborazione con gli Osservatori Regionali per la Prevenzione del Gozzo sono coerenti con questo miglioramento. Le indagini condotte su 2500 bambini tra il 2015 e il 2016 in Liguria, Toscana, Marche, Lazio e Sicilia, hanno mostrato valori di ioduria indicativi di un adeguato apporto di questo elemento in tutte e 5 le Regioni. Ma il risultato più importante è l’aver accertato che in Liguria, Toscana, Lazio e Sicilia, per la prima volta si può dire che il gozzo in età scolare non è più una patologia endemica ed è quindi stato praticamente sconfitto”.

“Tra le molteplici funzioni degli ormoni tiroidei a livello cerebrale rientra il controllo del tono dell’umore, continua Rinaldo Guglielmi, Past-President AME, Associazione Medici Endocrinologi. Quando la tiroide non funziona correttamente in molti pazienti è presente un’alterazione del comportamento e del tono dell’umore; tanto maggiore è la disfunzione della ghiandola e tanto più visibile sarà la sua influenza, fino ad arrivare in alcune forme severe, a quadri clinici tipici della depressione. Se vi sono cambiamenti frequenti dell’umore e non ci sono cause psichiche evidenti, può essere d’aiuto controllare la funzione tiroidea mediante il semplice dosaggio del TSH. Quando i disturbi dell’umore sono dovuti a disfunzioni tiroidee nella quasi totalità dei casi è possibile ristabilire un tono dell’umore normale e coerente con il carattere della persona, con il riequilibrio della tiroide con l’impiego dei farmaci più appropriati”.

La Giornata Mondiale della Tiroide è stata promossa da Associazione Italiana della Tiroide (AIT), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), Club delle Unità di Endocrino-Chirurgia (Club delle UEC), Società Italiana di Endocrinochirurgia (SIEC), Società Italiana di Geriatria e Gerontologia (SIGG) insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) ed è stata patrocinata da European Thyroid Association (ETA), e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS).


Urbanizzazione e Salute: due facce della stessa medaglia

Provate a immaginare. Nel 10.000 a.C. la Terra ospita circa 1 milione di individui che diventano, ai tempi dell’Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., più o meno 150 milioni. Tra guerre, catastrofi naturali e pestilenze, si deve arrivare alle soglie del secondo millennio per raddoppiare la popolazione mondiale. Dicono gli studiosi che, intorno all’anno Mille, siamo circa 310 milioni sul pianeta. Durante la rivoluzione industriale, a partire dal XVIII secolo, i progressi della medicina e l’aumento della qualità della vita nei paesi sviluppati portano alla cosiddetta rivoluzione demografica; il tasso di mortalità scende vertiginosamente e cresce il tasso di natalità, portando al raddoppio della popolazione mondiale in solo due secoli: dagli 800 milioni del 1750 al miliardo e 650 milioni del 1900. Poi, in solo 75 anni, la popolazione mondiale triplica, raggiungendo i 4 miliardi di individui nel 1975 e anche l’apice del tasso di crescita che da allora rallenta. Ma non così tanto, visto che gli attuali 7,3 miliardi di cittadini del mondo saranno 8,5 miliardi entro il 2030, 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100, come stima la revisione 2015 del rapporto World Population Prospects delle Nazioni Unite.

Fenomeno parallelo alla tumultuosa crescita demografica degli ultimi decenni è il sempre più spinto inurbamento, ossia la fuga dalle campagne verso le città, e la conseguente urbanizzazione dei territori, che ha portato i ricercatori delle Università di Yale, dell’Arizona State, della Texas A&M e di Stanford, a calcolare che entro il 2030 le aree urbane si espanderanno di circa 1,5 milioni di chilometri quadrati, pari all’incirca alla superficie della Mongolia, o se si preferisce di Francia, Germania e Spagna messe assieme, per accogliere 1,47 miliardi di persone neo-inurbate.

Sempre di più, grandi masse di persone si concentrano nelle città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente. Dobbiamo prendere atto che si tratta di un fenomeno sociale inarrestabile e di una tendenza irreversibile, che va gestito e anche studiato sotto numerosi punti di vista quali l’assetto urbanistico, i trasporti, il contesto occupazionale, ma soprattutto la salute pubblica, perché alla questione inurbamento è indissolubilmente legato, purtroppo, l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, proprio per via del cambiamento degli stili di vita alimentari e di movimento”, – ha spiegato Andrea Lenzi, Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute.

Non solo. Se oggi vivono nel mondo 415 milioni di persone con diabete – due terzi delle quali risiedono nelle città – e l’International Diabetes Federation (IDF) stima un aumento del 50%, sino a 642 milioni tra 25 anni, e se negli ultimi 40 anni l’obesità è cresciuta del 600 per cento, dai 105 milioni di obesi nel 1975 ai 640 milioni di oggi, non va dimenticato il progressivo invecchiamento della popolazione. Le stime indicano, infatti, come la percentuale di persone sopra i 65 anni potrebbe raddoppiare da qui al 2050, dall’8 al 16 per cento della popolazione mondiale.

Sono semplici dati che sottolineano come uno dei fattori che gli amministratori di una città, oggi, devono affrontare sia il tema dei determinati della salute”, dice ancora Lenzi.

All’argomento, di estrema attualità, è dedicato il nuovo numero della rivista Health Policy in Non Communicable Diseases, edita da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, presentato a Roma l’11 aprile scorso, dal titolo “Healthy Cities – I determinanti della salute in città”.

Ospita analisi di studiosi e ricercatori come Arpana Verma, Direttore della Division of Population Health, Health Services Research and Primary Care della University of Manchester, Ketty Vaccaro, Responsabile area salute e welfare del CENSIS, Roberta Crialesi, Direttore Sevizio Sanità e Assistenza presso la Direzione Centrale delle statistiche sulle Istituzione Sociali dell’ISTAT, Alessandro Solipaca, Direttore scientifico Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane.

Nel settembre 2015, 193 stati membri delle Nazioni Unite, riuniti a New York per discutere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile – Sustainable Development Goals (SDG) – hanno identificato, come SDG 11, un obiettivo dedicato a rendere la città inclusiva, sicura, sostenibile e capace di affrontare il cambiamento. Strumenti chiave per raggiungere questo obiettivo come lo sviluppo abitativo, la qualità dell’aria, la buona alimentazione e il trasporto sono individuati chiaramente e diventano importanti determinanti della salute delle persone nelle città. Tutto ciò si inserisce nel più generale tema del miglioramento della salute come priorità globale.

La prevalenza e alta densità della popolazione nelle metropoli, la complessità dei fattori di rischio che influenzano la salute, l’impatto delle disuguaglianze sulla salute, l’impatto sociale ed economico sono temi da affrontare e discutere, per agire concretamente sui determinanti della salute. Le città oggi non sono solo motori economici per i Paesi, ma sono centri di innovazione e sono chiamate anche a gestire e rispondere alle drammatiche transizioni demografiche ed epidemiologiche in atto”, ha rimarcato Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto superiore di sanità e Editor in chief di Health Policy in Non Communicable Diseases.

A questa sollecitazione risponde anche il programma Cities Changing Diabetes, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk.

Coinvolge istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Al programma hanno già aderito Città del Messico, Copenaghen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg e Roma è la metropoli scelta per il 2017. In queste città i ricercatori svolgono ricerche per individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte.

Non è possibile agire sui determinanti della salute e del benessere senza la compartecipazione dei diversi interlocutori che possono avere un’influenza sulla nascita e lo sviluppo delle città. Solo con un approccio multisettoriale ciascuna delle parti interessate, pur con diversi obiettivi, unendosi può fungere da catalizzatore per il miglioramento, poiché la condivisione delle idee può moltiplicare gli effetti positivi sulla salute e creare la conoscenza collettiva. La salute non è solo assenza di malattia. Il benessere e la qualità di vita devono essere considerati diritti umani basilari”, – ha sostenuto Arpana Verma nel suo editoriale sulla rivista.


Salute della Donna: corretta informazione e adeguata prevenzione in ogni fase della vita, queste le chiavi del benessere

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Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le donne in Europa beneficiano dei migliori livelli di salute; tuttavia esistono diseguaglianze anche fra gli stessi Paesi europei. Per superare questa disparità è fondamentale l’impegno condiviso tra Istituzioni, comunità scientifica e imprese private, con l’obiettivo comune di contribuire al miglioramento del benessere delle donne in ogni fase della loro vita. Un miglioramento che va di pari passo con il consolidamento di una cultura sanitaria incentrata sul valore cruciale della prevenzione e del ricorso a cure tempestive.

Il ruolo dell’informazione in questo processo è stato proprio uno dei temi affrontati durante il congresso “All you need is love – Amore e ormoni nella vita delle donne”, che si è svolto a Roma, promosso da MSD Italia con la partecipazione delle più importanti Società Scientifiche per la salute delle donne.

Educare sui temi della salute femminile favorendo una maggiore consapevolezza è una necessità prioritaria alla quale siamo chiamati a rispondere tutti, ciascuno secondo il ruolo di competenza. Questo il messaggio che MSD lancia alle donne, ai medici e, in generale, alla società.

Nonostante, da sempre, le donne siano state investite del ruolo di caregiver, spesso sono troppo poco attente alla propria salute. Il primo passo verso una migliore gestione di sé è l’informazione. MSD si schiera al fianco del mondo scientifico e delle Istituzioni, sostenendo progettualità volte a superare le barriere della disinformazione, con l’obiettivo di favorire lo sviluppo di una maggiore consapevolezza sui principali temi sanitari che riguardano le donne” – ha dichiarato Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia.

Nel 2015, 222 milioni di donne nel mondo non hanno avuto accesso alla contraccezione e la stessa Italia è lontana dagli standard europei dal momento che ben il 59% delle donne in età fertile non utilizza alcun metodo contraccettivo. Un obiettivo fondamentale per arginare questo fenomeno è fare educazione e informare le donne, e non solo.

Molto è stato fatto per informare le giovani donne sull’importanza di fare contraccezione in maniera responsabile e molto c’è ancora da fare per abbattere i pregiudizi e la disinformazione legata alla menopausa. Pensare che le donne, a causa di un’informazione errata possano andare incontro a danni irreparabili è una sconfitta sociale che va evitata con un’azione sinergica di tipo educazionale tra medici, Istituzioni e aziende” – ha dichiarato Paolo Scollo, Presidente della SIGO – Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia.

Il divario con gli altri Paesi europei riguarda in modo particolare l’uso dei contraccettivi ormonali che a quanto pare sono ancora un tabù: solo il 16,2% delle donne italiane li utilizza mentre in altre nazioni si supera il 40%. Questa percezione negativa segue un gradiente Nord-Sud sia in Italia sia in Europa: più ci si sposta verso le aree meridionali, meno l’utilizzo dei contraccettivi ormonali trova spazio e consenso, passando dal 23% della Valle d’Aosta per scendere al 7,2% della Campania, con la Sardegna come unica eccezione, Regione in cui l’utilizzo dei contraccettivi ormonali supera il 30%.

Tutto questo nonostante, da tempo, siano disponibili diverse tipologie di contraccettivi ormonali, di semplice gestione e in grado rispondere a necessità estremamente eterogenee: dal cerotto che va cambiato una volta alla settimana, all’impianto sottocutaneo che una volta applicato offre copertura contraccettiva per tre anni, all’anello vaginale mensile, recentemente dotato di applicatore monouso che permette di posizionarlo ancora più facilmente, come un assorbente interno.

In Italia la cultura della contraccezione ormonale è di tipo ormono-fobico, cioè la donna la teme e la collega all’insorgenza di eventi avversi la speranza è che le nuove generazioni cambino atteggiamento, ma perché questo avvenga è necessario che le ragazze vengano ‘educate’ a gestire la propria vita sessuale. Se è vero che la scelta di un contraccettivo è quanto mai personale e andrebbe decisa insieme al proprio ginecologo è altrettanto vero che le giovani donne sono alla ricerca del metodo contraccettivo ideale che sia facile da usare ed efficace, sicuro e che non richieda un’attenzione continua. Ma prima di ogni cosa la donna deve superare le paure, l’ansia e i pregiudizi legati all’uso del contraccettivo ormonale e per questo ha bisogno di una figura di riferimento che la ascolti e la rassicuri”  – ha commentato Roberto Bernorio, ginecologo, psicoterapeuta e sessuologo clinico.

Da molti anni, la divisione Women Health di MSD è impegnata non solo nello sviluppo di farmaci specifici e nel supporto a studi clinici finalizzati a trovare risposte ai bisogni terapeutici delle donne, ma anche nella diffusione di una informazione autorevole e affidabile secondo un criterio life-course, dal periodo fertile a quello post-fertile. E poiché i medici sono i principali garanti dell’informazione ai pazienti, diventa fondamentale la formazione degli specializzandi con un approccio orientato alla personalizzazione e all’ascolto.

Da anni ci battiamo per introdurre una nuova metodologia nella gestione delle problematiche legate alla salute femminile, che tenga conto delle peculiarità di ciascuna donna, in ogni fase della sua vita, per la contraccezione o per il controllo dei sintomi della menopausa” – ha sottolineato Vito Trojano, Presidente dell’AOGOI – Associazione Ostetrici e Ginecologi Ospedalieri Italiani.

Una nuova cultura sanitaria che per avere radici solide deve partire da una nuova consapevolezza della classe medica.

La formazione delle nuove generazioni di ginecologi è un aspetto fondamentale vogliamo soprattutto stimolare lo scambio culturale e promuovere un diverso concetto di formazione della classe medica, che inizi dagli anni della specializzazione e permetta di coniugare sapere accademico, pratica clinica e capacità relazionali” – ha sottolineato Nicola Colacurci, Presidente dell’Associazione Ginecologi Universitari Italiani.

Il messaggio che MSD, insieme alle Società Scientifiche, intende lanciare alle donne è quello di non sottovalutare mai i sintomi che possano influenzare il loro benessere, perché proprio la consapevolezza è un elemento cardine della prevenzione.

Come, ad esempio, quando si parla di un tema delicato come l’infertilità.

Il nostro compito, come medici e come esponenti di una Società Scientifica è quello di stimolare la collettività a prendersi carico dei grandi temi che riguardano la riproduzione. A tal proposito, abbiamo istituito un Centro Studi dedicato proprio a questi fini, che nei prossimi due anni si concentrerà sul tema “giovani e fertilità” per mettere in luce il grado di consapevolezza delle nuove generazioni riguardo alla fertilità” – ha concluso Andrea Borini, Presidente della Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione.


PRO Format Comunicazione

Salute mentale, arriva a Bari il progetto TRIATHLON

PROGETTO TRIATHLON - Organizzazione, PDTA e trattamenti farmacologici nei DSM

Favorire l’indipendenza e il reinserimento sociale e lavorativo dei pazienti con psicosi, assicurare l’accesso e la continuità delle cure e ridurre i costi socio-sanitari di una malattia che oggi è curabile, contro lo stigma che accompagna ancora chi soffre di disturbi mentali.

Sono gli obiettivi del progetto TRIATHLON – Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi promosso da Janssen, in collaborazione con le principali Società scientifiche in Psichiatria, Società Italiana di Psichiatria (SIP), Società Italiana di Psichiatria Biologica (SIPB), Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (SINPF), Fondazione Progetto ITACA e ONDA (Osservatorio Nazionale sulla salute della donna), un programma innovativo per promuovere il recupero ed il reinserimento dei pazienti attraverso un approccio integrato, basato sul coinvolgimento di tutte le figure chiave dell’assistenza, lungo le tre dimensioni fondamentali: la dimensione clinica, la dimensione organizzativa e quella sociale.

In Puglia i disturbi schizofrenici colpiscono circa lo 0,5% della popolazione generale, numeri sovrapponibili al dato nazionale di riferimento.

I nostri servizi sin dalla loro nascita sono stati impegnati nella cura della schizofrenia, dedicandovi una quota significativa e preponderante delle loro attività e delle loro risorse. La schizofrenia è una patologia decisamente importante, non solo per i numeri, quanto sotto il profilo qualitativo perché questa patologia insorge in giovanissima età e comporta un carico pesante per la vita del paziente, per la famiglia e per l’intera società oggi siamo in grado di fare una diagnosi precoce in modo da ridurre i tempi di latenza tra l’insorgenza dei primi sintomi e l’identificazione della malattia e intervenire con un approccio integrato: prima si identificano i sintomi, maggiore sarà il successo terapeutico, che non è determinato solo dai farmaci ma anche da supporto psicologico ed interventi riabilitativi che aiutano i pazienti a reinserirsi nel contesto sociale e di vita” – ha affermato Domenico Semisa, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Provinciale di Bari.

La Puglia ha ospitato, il 14 giugno scorso, un incontro organizzato nell’ambito di una serie di eventi ECM (Educazione Continua in Medicina) che toccheranno nei prossimi mesi molte altre città italiane nell’ambito del progetto nazionale TRIATHLON. L’incontro, dal titolo “TRIATHLON: Organizzazione, PDTA e trattamenti farmacologici nei DSM”, si è svolto a Bari con il supporto di Janssen in collaborazione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’ASL Provinciale barese.

Condividiamo gli obiettivi del progetto TRIATHLON, fondati su un approccio integrato con un’attenzione speciale all’attività fisica; l’iniziativa si contraddistingue per valori e finalità che la rendono peculiare: operare per recuperare la componente sociale delle persone con disturbi psichici, aiutandole a superare i pregiudizi e vivere la vita migliore possibile nel loro contesto di appartenenza. TRIATHLON dà molta rilevanza allo sport, importante strumento di supporto e opportunità per migliorare la qualità di vita dei pazienti con disagio psichico, grazie al quale i pazienti hanno occasione di stare insieme, valorizzare le proprie capacità e raggiungere i propri obiettivi, mettendo in campo tutte le loro potenzialità pertanto le ricadute di TRIATHLON non potranno che essere positive, dal momento che il progetto è sostenuto da rilevanti Società scientifiche del settore e gli eventi formativi che lo connotano vedono la partecipazione di professionisti di comprovata esperienza nel campo; inoltre l’iniziativa dà risalto a due interventi fondamentali nella riabilitazione psicosociale: la psicoeducazione e la riabilitazione cognitiva. L’iniziativa è riuscita a mettere insieme tante realtà diverse sul territorio e a far partecipare tutte le figure professionali coinvolte nel percorso terapeutico. È la prima volta che un progetto rivolto alla schizofrenia non fa riferimento solo ai farmaci, ma punta all’approccio integrato e al coinvolgimento diretto del paziente” – ha aggiunto Domenico Semisa, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale della ASL Provinciale di Bari.

Il progetto TRIATHLON coinvolgerà nell’arco di 18 mesi più di 3.000 specialisti e operatori sanitari di 37 Dipartimenti di Salute Mentale in attività di formazione su tutti gli elementi utili al benessere dei pazienti: non solo farmacoterapia, ma anche psicoeducazione e riabilitazione cognitiva con organizzazione individuale dei percorsi terapeutici. Strumenti informativi digitali e cartacei e piattaforme d’interazione faciliteranno la gestione della terapia. E per la prima volta, la disciplina del Triathlon viene proposta come nuovo approccio per il benessere delle persone con psicosi: un programma di attività con i Dipartimenti di Salute Mentale che guideranno i pazienti fino a culminare nel Primo campionato di Triathlon a squadre della salute mentale.

In Italia i pazienti sono circa 300.000: complessivamente, nel nostro Paese i costi associati alla schizofrenia sono stimati in circa 3,2 miliardi di euro e, di questi, il 60% è costituito da costi indiretti, come perdita di produttività dei pazienti e dei loro familiari. Tra i costi diretti, il trattamento farmacologico pesa solo per il 10%, mentre l’81% è assorbito dai costi di ospedalizzazione e assistenza domiciliare. La schizofrenia assorbe gran parte delle risorse destinate dal SSN ai Dipartimenti di Salute Mentale, soprattutto a causa delle ricadute a cui vanno incontro moltissimi pazienti, dovute spesso alla mancata aderenza o non continuità della terapia antipsicotica.

TRIATHLON offre l’opportunità di un modello organizzativo innovativo capace di una presa in carico a 360 gradi e le sue conseguenze saranno positivamente rilevanti sia in termini di costi diretti che indiretti, dal momento che tutti i soggetti implicati nel percorso di cura, a cominciare dalle associazioni, sono coinvolti; per il nostro DSM questa iniziativa arriva al momento giusto poiché è in atto la ridefinizione dell’approccio terapeutico che da noi integra servizi e territorio attraverso il reinserimento lavorativo, la soluzione abitativa e l’acquisizione di un benessere di vita nonostante la malattia, nel nostro DSM l’operatore collabora con il paziente secondo il modello operativo anglosassone della recovery e ci sono in tal senso esperienze pilota già avviate nel nostro Dipartimento che si rifanno alla cultura della “recovery” inoltre, questo progetto valorizza una nuova tendenza che è quella di dare importanza allo stile di vita di questi pazienti, alla loro consapevolezza e all’approccio multidisciplinare; questo orientamento è favorito dai nuovi LAI – Long Acting Injectablest – i farmaci iniettivi a lunga durata d’azione. Questi farmaci semplificano la terapia e favoriscono l’aderenza e una migliore performance con una riduzione della sintomatologia, che permette al paziente di dedicarsi alla riabilitazione e al reinserimento sociale e lavorativo” – ha dichiarato Vito Maffei, Direttore della Unità Operativa Complessa del Centro di Salute Mentale Area 3 ASL di Bari.

La scarsità delle risorse e l’evoluzione degli obiettivi di cura di queste persone rendono necessaria un’applicazione più omogenea sul territorio nazionale di percorsi condivisi e integrati, che possano, tra le altre cose, alleviare anche il carico assistenziale che grava molto sulla famiglia, in particolare sulla figura materna, con conseguenti situazioni di stress, sia emotivo che economico. Per far fronte alle criticità che caratterizzano l’assistenza e il trattamento delle persone con psicosi, il progetto TRIATHLON supporta l’implementazione del modello organizzativo nel quale il paziente è al centro dell’organizzazione dei Dipartimenti di Salute Mentale e tutte le figure dell’assistenza interagiscono per supportarlo in ogni fase: medici, psicologi, tecnici della riabilitazione, psicoeducatori, assistenti sociali, caregiver e, soprattutto, infermieri.

Le 3 dimensioni del progetto Triathlon: clinica, organizzativa e sociale

La dimensione clinica includerà eventi formativi orientati in primo luogo all’importanza di una diagnosi e di un intervento precoce e ai requisiti del trattamento farmacologico. Il focus del progetto è il passaggio dal semplice controllo dei sintomi al recupero della persona e per questo la formazione degli operatori riguarderà anche la riabilitazione cognitiva, per il recupero funzionale, e la psicoeducazione, volta a migliorare il clima familiare e a ridurre lo stress del paziente e del caregiver.

La dimensione organizzativa prevede attività di formazione su aspetti organizzativi (PDTA) e di farmacoeconomia, legati alla gestione dei DSM e alle risposte che essi possono offrire ai bisogni dei pazienti con malattia psicotica.

La terza dimensione, quella sociale con il reinserimento del paziente psicotico nella vita di tutti i giorni, prevede diverse attività con l’obiettivo finale di migliorare l’indipendenza e il benessere soggettivo del paziente e favorire l’integrazione nella società e le opportunità d’inserimento lavorativo. In questa dimensione gioca un ruolo importante l’attività fisica che, secondo numerosi studi, può avere un effetto positivo e benefico sui sintomi, sul quadro complessivo e sulle performance cognitive dei pazienti.

A supporto della dimensione sportiva, nei Dipartimenti di Salute Mentale verrà avviato un percorso di allenamento sulle tre specialità del Triathlon, nuoto, corsa e ciclismo, con incontri regolari tenuti da istruttori della FITRI (Federazione Italiana Triathlon), supporti educazionali cartacei e online. Nei DSM verrà promossa la costituzione di squadre miste formate da pazienti, medici e personale sanitario, che si potranno cimentare in una o più discipline del Triathlon per poi partecipare alle tre manifestazioni sportive non competitive che verranno organizzate nei maggiori capoluoghi italiani nell’arco dei prossimi mesi, dando vita al Primo campionato di Triathlon a squadre della salute mentale.


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Indipendenza, benessere e integrazione sociale traguardi sempre più vicini per le persone con psicosi

progetto TRIATHLON - Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi

Favorire indipendenza, benessere e reinserimento sociale e lavorativo dei pazienti con psicosi, assicurare l’accesso e la continuità delle cure, ridurre i rilevanti costi socio-sanitari di una malattia che oggi deve essere considerata curabile, contro lo stigma che accompagna ancora chi soffre di disturbi mentali.

Sono gli obiettivi del progetto TRIATHLON – Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi promosso da Janssen, in collaborazione con le tre principali Società scientifiche in Psichiatria, Società Italiana di Psichiatria (SIP), Società Italiana di Psichiatria Biologica (SIPB), Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (SINPF), Fondazione Progetto ITACA e ONDA (Osservatorio Nazionale sulla salute della donna): un programma innovativo per promuovere il recupero ed il reinserimento dei pazienti attraverso un approccio integrato, basato sul coinvolgimento di tutte le figure chiave dell’assistenza, lungo tre dimensioni fondamentali: la dimensione clinica, la dimensione organizzativa e quella sociale.

La schizofrenia è tra le patologie che hanno un impatto maggiore sulla vita del paziente e dei familiari ed è inclusa tra le prime dieci cause di grave disabilità cronica. I pazienti schizofrenici presentano severi problemi di disabilità con gravi ripercussioni nella sfera sociale, professionale e familiare e sono inoltre caratterizzati da maggiori rischi di comorbilità, di esclusione sociale e da un alto rischio di suicidio: la loro aspettativa di vita è mediamente inferiore del 20% rispetto a quella della popolazione generale – ha affermato Claudio Mencacci, Presidente della SIP”.

Il progetto TRIATHLON coinvolgerà nell’arco di 18 mesi più di 3.000 specialisti e operatori sanitari di 36 Dipartimenti di Salute Mentale in attività di formazione su tutti gli elementi utili al benessere dei pazienti: non solo farmacoterapia, ma anche psicoeducazione e riabilitazione cognitiva, abuso di sostanze e organizzazione dei percorsi terapeutici. Strumenti informativi digitali e cartacei e piattaforme di interazione faciliteranno la gestione della terapia. E per la prima volta, la disciplina del Triathlon viene proposta come nuovo approccio per il benessere delle persone con psicosi: un programma di attività con i Dipartimenti di Salute Mentale che guideranno i pazienti fino a culminare nel Primo campionato di Triathlon a squadre della salute mentale.

L’attività fisica potrebbe essere uno strumento efficace per ridurre e migliorare una situazione compromessa dei pazienti. Negli ultimi 5-6 anni numerosi studi hanno dimostrato che l’esercizio fisico può avere un effetto positivo e benefico sui sintomi, sul quadro complessivo e sulle performance cognitive dei pazienti”, ha spiegato Emilio Sacchetti, Past President SIP, Professore Ordinario di Psichiatria all’Università degli Studi di Brescia e Direttore Dipartimento Salute Mentale dell’ASST Spedali Civili di Brescia.

L’identità di Janssen è fortemente legata alla salute mentale e alla cura delle patologie psicotiche; tra le nostre innovazioni ci sono sicuramente quelle che hanno cambiato il paradigma terapeutico di questi disturbi nel corso degli ultimi decenni. Così come oggi stiamo studiando nuove soluzioni che speriamo possano rappresentare, nel prossimo futuro, passi in avanti altrettanto importanti. Anche per questo programma ci siamo fatti guidare dall’innovazione, che è la nostra stella polare” ha dichiarato Massimo Scaccabarozzi, Presidente e Amministratore Delegato Janssen Italia”.

In Italia i pazienti sono circa 300.000: complessivamente, nel nostro Paese i costi associati alla schizofrenia sono stimati in circa 3,2 miliardi di euro e, di questi, il 60% è costituito da costi indiretti, come perdita di produttività dei pazienti e dei loro familiari. Tra i costi diretti, il trattamento farmacologico pesa solo per il 10%, mentre l’81% è assorbito dai costi di ospedalizzazione e assistenza domiciliare. La schizofrenia assorbe gran parte delle risorse destinate dal SSN ai Dipartimenti di Salute Mentale, soprattutto a causa delle ricadute a cui vanno incontro moltissimi pazienti, dovute spesso alla mancata aderenza o non continuità della terapia antipsicotica.

Un dato interessante riguarda il costo medio di trattamento per età: i soggetti tra i 26 anni e i 35 anni sono quelli che producono il costo più elevato a paziente per anno; il costo medio più basso riguarda, invece, i pazienti over 75. Il carico di questa patologia cronica, che inizia dalla tarda adolescenza, è molto pesante, per questo è fondamentale intervenire sulle 3 dimensioni del problema, quella organizzativa, clinica e sociale, che sono l’obiettivo del progetto TRIATHLON”, ha commentato Alberto Siracusano, Professore Ordinario di Psichiatria, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” e Direttore U.O.C. Psichiatria e Psicologia Clinica Fondazione Policlinico Tor Vergata.

Tuttavia, sono ancora numerosi gli ostacoli sulla strada del recupero delle persone con malattia psicotica: in primo luogo lo stigma e la scarsa consapevolezza che rendono la malattia ancora poco accettata e non adeguatamente e tempestivamente trattata. In base alla prevalenza, si stima che in Italia più di una persona su tre, nonostante abbia un disturbo schizofrenico, non arrivi al contatto con i Servizi e di conseguenza non riceva alcun trattamento.

L’intervento farmacologico con antipsicotici deve avere caratteristiche d’immediatezza e di continuità: quest’ultima riduce di circa il 60% l’incidenza delle ricadute e delle ospedalizzazioni dei pazienti con schizofrenia. Nell’ottica di un approccio innovativo alla presa in carico del paziente, è bene valutare l’opportunità di utilizzare trattamenti che consentano la continuità delle cure, come i cosiddetti farmaci LAI – long acting injectable, grazie ai quali il paziente, non più condizionato dall’assunzione giornaliera della terapia, può partecipare con maggiore impegno al percorso riabilitativo – ha affermato Eugenio Aguglia, Presidente della SINPF e Professore Ordinario di Psichiatria all’Università degli Studi di Catania”.

La scarsità delle risorse e l’evoluzione degli obiettivi di cura di queste persone rendono necessaria una applicazione più omogenea sul territorio nazionale di percorsi condivisi e integrati, che possano, tra le altre cose, alleviare anche il carico assistenziale che grava molto sulla famiglia, in particolare sulla figura materna, con conseguenti situazione di stress, sia emotivo che economico. Per far fronte alle criticità che caratterizzano l’assistenza e il trattamento delle persone con psicosi, il progetto TRIATHLON supporta l’implementazione del modello organizzativo nel quale il paziente è al centro dell’organizzazione dei Dipartimenti di Salute Mentale e tutte le figure dell’assistenza interagiscono per supportarlo in ogni fase: medici, infermieri, psicologi, tecnici della riabilitazione, psicoeducatori, assistenti sociali, caregiver.

Per le direzioni dei Dipartimenti di Salute Mentale, il progetto TRIATHLON è un’occasione importante di confronto per evidenziare punti di forza e criticità dei modelli organizzativi: bisogna andare oltre la visione locale e, talvolta, autoreferenziale basata su tanti modelli organizzativi quanti sono i dipartimenti”, ha commentato Serafino De Giorgi, Direttore Dipartimento Salute Mentale di Lecce e Presidente Società Italiana di Psichiatria Sociale (SIPS).

Ma come si articolerà in concreto il progetto nelle sue tre dimensioni, clinica, organizzativa e sociale?

La dimensione clinica includerà eventi formativi orientati in primo luogo all’importanza di una diagnosi e di un intervento precoci e ai requisiti del trattamento farmacologico ma il focus del progetto è il passaggio dal semplice controllo dei sintomi al recupero della persona e per questo la formazione degli operatori riguarderà anche la riabilitazione cognitiva, che facilita il recupero funzionale, e la psicoeducazione, volta a migliorare il clima familiare e a ridurre lo stress del paziente e del caregiver – ha affermato Silvana Galderisi, Professore Ordinario di Psichiatria, Università degli Studi di Napoli SUN e Presidente eletto European Psychiatric Association (EPA)”.

La dimensione organizzativa prevede attività di formazione su aspetti organizzativi (PDTA) e di farmacoeconomia, legati alla gestione dei DSM e alle risposte che essi possono offrire ai bisogni dei pazienti con malattia psicotica.

La terza dimensione, quella sociale, attiene al reinserimento del paziente psicotico nella vita di tutti i giorni e prevede diverse attività, inclusa l’attività fisica, oltre all’utilizzo di strumenti e supporti digitali e cartacei utili a migliorare la gestione della patologia da parte dei servizi e degli stessi pazienti. L’obiettivo finale è migliorare l’indipendenza e il benessere soggettivo del paziente e favorire l’integrazione nella società e le opportunità di inserimento lavorativo – ha affermato Antonio Vita, Professore Ordinario di Psichiatria, Università degli Studi di Brescia e Direttore Unità Operativa di Psichiatria 20 dell’ASST Spedali Civili di Brescia”.

In questa dimensione gioca un ruolo importante l’attività fisica che, secondo numerosi studi, può avere un effetto positivo e benefico sui sintomi, sul quadro complessivo e sulle performance cognitive dei pazienti.

A supporto della dimensione sportiva, nei Dipartimenti di Salute Mentale verrà avviato un percorso di allenamento sulle tre specialità del Triathlon, nuoto, corsa e ciclismo, con incontri regolari tenuti da istruttori della FITRI (Federazione Italiana Triathlon), supporti educazionali cartacei e on-line. Nei DSM verrà promossa la costituzione di squadre miste formate da pazienti, medici e personale sanitario, che si potranno cimentare in una o più discipline del Triathlon per poi partecipare alle tre manifestazioni sportive non competitive che verranno organizzate nei maggiori capoluoghi italiani nell’arco dei prossimi mesi, dando vita al Primo campionato di Triathlon a squadre della salute mentale.


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Endocrinologia 2.0

Endocrinologia 2.0

Per gli endocrinologi è un nuovo anno all’insegna dell’inizio di un percorso rinnovato dell’Endocrinologia italiana. Il seminario del 25 di gennaio scorso, ha visto riuniti gli Stati Generali dell’Endocrinologia, rappresentando il fil rouge di una discussione che proseguirà fino al prossimo Congresso Nazionale della Società Italiana di Endocrinologia (SIE), di giugno 2017, che vuole proporre un volto nuovo della disciplina ‘Endocrinologia e Scienza del benessere’ e si concluderà con una sorta di Libro Bianco sullo stato dell’arte che sarà presentato ad amministratori, decisori politici, istituzioni e media proprio nel Congresso del 2017.

Il confronto tra l’Endocrinologia di oggi e quella di domani, definita per questo “Endocrinologia 2.0”, vede il faccia a faccia fra i maestri/clinici di oggi e gli specializzandi in un alternarsi di brevi letture tenute dai docenti e discussioni aperte con gli specializzandi, segno del cambiamento in atto.

L’Endocrinologia, nell’ultimo decennio e in particolare in questi ultimi cinque anni, è molto cresciuta si è evoluta sia dal punto di vista clinico e delle nuove competenze che ha dovuto affrontare, mi riferisco a tutte quelle patologie di rilievo sociale come ad esempio l’obesità, l’osteoporosi, la disfunzione della fertilità e della sessualità, le malattie e i tumori rari in endocrinologia e molte altre per cui non è ancora noto alla gran parte dei Pazienti il ruolo dell’Endocrinologo, sia sotto il profilo scientifico, in quanto oggi sempre di più è tutto legato a sostanze chimiche (alimenti, ambiente, inquinanti) e in particolare gli ormoni sono le sostanze caratterizzate dalla più elevata potenza biologica conosciuta, influenzando la vita e la salute di uomini e donne. L’Endocrinologia mai come oggi deve essere in grado di curare e gestire tre epoche molto importanti della vita di un individuo: la fase dello sviluppo, la fase della maturità e la fase della vecchiaia, la quale va governata sempre meglio per evitare gravi patologie e disabilità. L’Endocrinologo deve avere la capacità di adattarsi a questi cambiamenti e per questo deve ricevere una formazione lungo l’intero percorso di studio, dal Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, alla Scuola di Specializzazione, fino ai Master e Dottorati di ricerca ed anche una formazione continua con l’ECM. L’Endocrinologia del futuro è orientata verso l’alta specializzazione e il “Super-Endocrinologo” del domani sarà una figura di raccordo tra molteplici discipline, ma anche un ricercatore raffinato e al tempo stesso un clinico esperto, preparato ad affrontare una società in continua evoluzione” – ha dichiarato il Professor Andrea Lenzi, Presidente della Società Italiana di Endocrinologia (SIE).

Una rivoluzione in varie tappe che sono state oggetto della giornata di lavori. A cominciare dall’assistenza, caratterizzata sempre più dall’essere l’Endocrinologo il Medico del benessere, ma anche un ricercatore traslazionale che studia le molecole e osserva i sintomi. Il “Super-Endocrinologo” dei prossimi anni si confronta con le altre specializzazioni generaliste, nella cui short list è iscritto di diritto, e con l’uso, il cattivo uso e l’abuso di farmaci e diagnostica; indispensabile quindi anche la formazione, che preparerà l’Endocrinologo a nuove dinamiche scientifiche, tecnologiche e socio-economiche, ma anche a organizzare e gestire i rapporti con i Servizi sanitari, specie in fatto di costi e sostenibilità.

In conclusione la convocazione degli Stati Generali ha ridefinito i principali asset dell’Endocrinologia, sempre più orientata a diventare un nuovo paradigma di assistenza, cura e ricerca. Università e Società Scientifiche guideranno l’Endocrinologo verso una innovativa Medicina del benessere a tutte le età.

 

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