Posts Tagged 'cancro'

Talco nei cosmetici e cancro. SITOX fa chiarezza

Recenti allarmi sono stati sollevati negli scorsi mesi sulla presunta cancerogenicità del talco.

In particolare, ha avuto grande risonanza la recente sentenza di un tribunale statunitense che ha condannato la Johnson&Johnson a risarcire per 4,7 miliardi di dollari 22 donne ammalate di cancro all’ovaio la cui causa è stata associata dal tribunale all’uso di cosmetici in polvere contenenti talco che, secondo il tribunale, era stato contaminato da amianto.

La condanna si basa sulla combinazione di due conclusioni dell’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) che ha ritenuto l’amianto un cancerogeno certo (Gruppo 1) per alcuni organi, fra cui l’ovaio e che aveva in precedenza ritenuto possibilmente cancerogeno (Gruppo 2B) per l’ovaio l’uso nella zona perineale di cosmetici in polvere contenenti del talco, senza specificare se o meno contaminato da amianto.

Di seguito l’analisi della Società Italiana di Tossicologia (SITOX).

Per quanto riguarda il tumore dell’ovaio e l’esposizione ad amianto, i dati epidemiologici su cui si basa la valutazione IARC indicano chiaramente che vi è un probabile modesto eccesso di rischio nella popolazione femminile esposta per inalazione a elevate concentrazioni per motivi lavorativi. Infatti, l’eccesso non si è osservato in popolazioni con esposizione ambientale o con bassa esposizione lavorativa.

I dati relativi all’esposizione a talco, e in particolare all’uso, da parte delle donne, nella zona perineale, di cosmetici in polvere contenenti del talco, sono ancora meno convincenti. Infatti, da una parte, IARC conclude che l’inalazione di talco non contenente asbesto o fibre asbestiformi non è classificabile per cancerogenicità. Dall’altra, sulla base di 20 studi epidemiologici di cui uno studio di coorte e 19 studi caso-controllo, soltanto pochi davano indicazione di un modesto eccesso di rischio per tumore dell’ovaio in donne che hanno fatto uso perineale di cosmetici in polvere contenenti talco.

Pertanto, l’evidenza che l’uso nella zona perineale di cosmetici in polvere contenenti del talco sia associato ad aumentato rischio di cancro dell’ovaio è molto debole. In ogni caso, è importante sottolineare che tutti questi studi si riferiscono a esposizioni risalenti agli anni ’50-’70 del secolo scorso e che sicuramente il controllo di qualità dei prodotti cosmetici in uso attualmente è certamente molto maggiore che in passato.

Sulla base di questi dati, SITOX ribadisce come gli allarmi sollevati sull’uso di cosmetici a base di talco non siano sostenuti dai dati scientifici disponibili. Questo perché solamente il dato quantitativo della relazione dose/concentrazione-risposta confrontata con l’entità dell’esposizione permette di trarre conclusioni coerenti sulla causalità di un effetto tossico. In questo caso, i dati indicano che il rischio cancerogeno attuale derivante dall’uso di polveri cosmetiche a base di talco non è sostenibile sulla base della metodologia attuata giornalmente nel mondo basata sulla caratterizzazione del rischio.

SITOX ribadisce che per procedere ad un’adeguata e scientificamente fondata valutazione del rischio è necessario procedere alla caratterizzazione della relazione dose/risposta e dell’esposizione e che l’uso della classificazione basata sul “solo” pericolo intrinseco è fuorviante e può causare inutile ansia nella popolazione.

 

FONTE| pharmastar.it

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Focus sulla Vitamina D: dati di efficacia alla luce delle evidenze scientifiche attuali

Appena pubblicato su Nutrients (*) un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.

La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole. Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente? – introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME.

La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.

I valori di Vitamina D, attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati” – spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro.

Abbiamo poi cercato di chiarire, che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici” – prosegue Roberto Cesareo.

Va però ricordato, che la prevenzione dell’ipovitaminosi D passa attraverso uno stile di vita corretto, cioè un’adeguata esposizione alla luce del sole ed una dieta bilanciata. Va sottolineato, però, che con l’invecchiamento l’efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi e perciò è più difficile per le persone anziane produrre adeguate quantità di Vitamina D con l’esposizione alla luce solare. Quindi, nei pazienti con osteomalacia o osteoporosi, negli anziani soprattutto quelli più esposti alle cadute, nei soggetti che per forza di cose non possono esporsi in maniera adeguata alla luce solare, il trattamento con l’integrazione di Vitamina D va considerato. Una valida alternativa potrebbero essere le politiche di “fortificazione” dei cibi con Vitamina D, come avviene nei paesi dell’area scandinava, dove la radiazione solare è naturalmente meno ricca di raggi UVB. È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D” – aggiunge Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia, Udine.

Inoltre, è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcifediolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”  – continua Roberto Cesareo.

Infine, i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine” – conclude Roberto Cesareo.

(*) Nutrients 2018, 10, 546; doi:10.3390/nu10050546 – www.mdpi.com/journal/nutrients


Tumore al seno: il 92% delle donne si sente “MENO MALATA” con la terapia sottocutanea

Le recenti innovazioni che prevedono l’utilizzo di nuove formulazioni sottocutanee nella cura del tumore al seno consentono un notevole miglioramento dell’esperienza di cura per le donne che possono dimezzare il tempo trascorso in ospedale per sottoporsi alle terapie. Questo consente di ridurre l’impatto della cura sulle abitudini di vita e di non sottrarre tempo alle relazioni sociali, familiari e lavorative” – afferma Francesca Merzagora, Presidente Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

Sono le stesse pazienti a sostenerlo attraverso le testimonianze raccolte nella recente indagine di Onda volta a fotografare il percorso diagnostico, terapeutico e assistenziale con particolare focus sull’impatto che la malattia e la terapia endovena o sottocute hanno sulla qualità di vita delle donne con tumore al seno HER2+. L’indagine, condotta da Elma Research con il contributo incondizionato di Roche, è stata svolta su un campione di 101 donne a cui è stato asportato il tumore in uno degli 11 Centri di Senologia selezionati in tutta Italia. A seguito dell’intervento il 91% ha dichiarato di essersi sottoposta ad almeno una terapia endovenosa e il 73% ad almeno una terapia sottocutanea nella propria storia di malattia.

Dall’indagine emerge che solo 1 donna su 10 che si reca in ospedale per la somministrazione della terapia endovenosa lo fa in autonomia, mentre chi si sottopone a terapia sottocutanea, nel 39% dei casi è indipendente; questo si traduce in un impatto più limitato della malattia della donna sui caregiver. Anche il tempo trascorso in day-hospital con le due modalità di somministrazione è molto diverso: per chi è in terapia endovenosa è in media di 5 ore, addirittura il 38% delle donne vi permane anche 6-10 ore; per chi si sottopone alla terapia sottocutanea è invece in media di 2-3 ore, il 50% persino entro le 2 ore. La differenza principale è data dal tempo di somministrazione della terapia che per l’endovenosa è in media di 145 minuti mentre per la sottocutanea bastano 12 minuti; per tutte le pazienti è invece molto elevato il tempo trascorso in sala d’attesa, ben più di 2 ore.

La percezione della terapia sottocutanea per chi l’ha fatta è ottima: viene considerata meno invasiva, più favorevole per una buona qualità di vita, utile per risparmiare tempo, comoda per l’ospedale e il personale sanitario e il 92% delle intervistate ritiene di sentirsi “meno malata”.

Dal punto di visto sociale, familiare e lavorativo, infatti, le donne sottoposte a terapia sottocutanea ritengono che il tempo ad essa dedicato abbia imposto meno rinunce rispetto a chi ha fatto la terapia endovenosa: solo il 23% dice di aver trascurato aspetti della vita familiare e il 20% lati della vita relazionale e sociale, rispetto al 42% e al 33% delle pazienti che hanno fatto cure per via endovenosa; con la terapia sottocutanea solo il 12% ha dovuto compromettere lavoro o studio, contro il 28% dell’endovenosa, e il 57% di loro ritiene di non aver dovuto fare alcun tipo di rinuncia. 1 donna intervistata su 5 ha dichiarato di aver dovuto rinunciare al lavoro a causa della malattia e ben il 38% di queste ha preso questa decisione proprio a causa del tempo richiesto dalla terapia endovenosa.

Soprattutto per le donne, che si devono giostrare contemporaneamente tra i diversi ruoli di madre, casalinga e lavoratrice, è importante avere a disposizione un’innovazione terapeutica che possa permettere loro di fare meno rinunce e al tempo stesso essere efficace” – continua Merzagora.

Oltre alla percezione positiva da parte delle pazienti, le nuove formulazioni portano benefici sia sul piano economico-organizzativo sia su quello relativo alla sicurezza clinica del trattamento nel percorso diagnostico-terapeutico” – dichiara Daniele Generali, Direttore UO Multidisciplinare di Patologia Mammaria e Ricerca Traslazionale, ASST Cremona.

Queste conferme arrivano dal progetto SCuBA (SubCutaneous Benefit Analysis), realizzato da Bip, Business Integration Partners con il sostegno di Roche, che mira ad analizzare tutti i benefici e i costi differenziali relativi alle diverse formulazioni, sottocutanea e endovena, dei farmaci trastuzumab e rituximab rispettivamente indicati per il carcinoma mammario HER2+ adiuvante e metastatico e il linfoma diffuso a grandi cellule B e il linfoma follicolare.

Dallo studio, che ha coinvolto 49 Enti per un totale di 69 Day-Hospital in tutta Italia è emerso che con l’attuale quota di utilizzo di trastuzumab sottocutaneo al 51%, il risparmio ottenuto in Italia rispetto all’era della sola terapia endovena è di 9 milioni di euro, che potrebbero arrivare a 14,7 milioni con l’aumento della quota di somministrazione di trastuzumab sottocute al tasso massimo di pazienti trattabili dell’84% del totale. Inoltre, l’uso delle nuove formulazioni genera una diminuzione complessiva dell’indice di rischio clinico del 70%. In particolare il loro utilizzo porta all’eliminazione di attività rischiose come il calcolo del dosaggio e la preparazione e la gestione delle sacche e vengono inoltre a mancare i possibili effetti avversi da infusione come le occlusioni dell’accesso venoso e le infezioni del sito di accesso” – continua Daniele Generali.

Andare oltre la malattia significa dotarsi di un orizzonte nuovo, affinché le esigenze della persona entrino organicamente nella gestione della malattia. È necessario sforzarsi per superare difficoltà organizzative e resistenze per mandare a regime pieno e nel modo migliore l’utilizzo delle terapie sottocutanee, non solo per i benefici economici e per gli aspetti della sicurezza, ma soprattutto per la qualità di vita dei malati, un tema che conta molti predicatori ma assai meno praticanti” – conclude Davide Petruzzelli, Presidente Associazione La Lampada di Aladino.

 

 


News sui meccanismi biochimici del dolore neuropatico

 

Non esiste un solo tipo di dolore. C’è quello infiammatorio – conosciuto e curato da comuni farmaci come i FANS – e c’è quello neuropatico che sorge quando il nervo si danneggia. In questi casi le terapie non si rivolgono direttamente al nervo, perché la genesi di questo dolore è ancora sconosciuta. Ma ora uno spiraglio ora di luce arriva dall’Italia.

C’è una sostanziale ignoranza dei meccanismi biochimici del dolore neuropatico. La medicina quindi prova a curare la patologia che ha causato il danno (diabete, HIV, cancro, fuoco di S. Antonio) e solo successivamente si dedica al nervo utilizzando anticonvulsivanti e antidepressivi, terapie considerate non adeguate al dolore che dovrebbero lenire.

Ora però un team di ricercatori dell’Università di Firenze (Dipartimento di Scienze della Salute) coordinati da Pierangelo Geppetti, direttore del Centro Cefalee dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Careggi”, ha individuato un fattore amplificante del dolore in una porzione della membrana cellulare delle cellule che avvolgono i nervi periferici, le cellule di Schwann.

Erano noto che il dolore sopraggiunge quando alcune cellule del sistema immunitario (macrofagi) ricevono un segnale di danno, invadono i tessuti del nervo leso per ripararlo e facendolo producono stress ossidativo.

I ricercatori italiani, il cui ultimo lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications, hanno capito che in questo meccanismo è coinvolto il canale ionico TRPA1 presente nelle cellule di Schwann, le guaine che rivestono i lungi bracci (assoni) dei neuroni. Il TRPA1, sovraeccitato, lancia infatti segnali verso l’esterno – attirando sempre più macrofagi – e verso il sistema nervoso centrale, creando nel malato una sensazione di continua sofferenza.

La ricerca ha verificato i meccanismi solo su modelli murini, ma apre importanti prospettive, perché comprendere i meccanismi alla base del dolore neuropatico è fondamentale per individuare nuovi farmaci che possano bloccarli, dando finalmente sollievo ai pazienti.

 

Schwann cell TRPA1 mediates neuroinflammation that sustains macrophage-dependent neuropathic pain in mice – Francesco De Logu, Romina Nassini, Serena Materazzi, Muryel Carvalho Gonçalves, Daniele Nosi, Duccio Rossi Degl’Innocenti, Ilaria M. Marone, Juliano Ferreira, Simone Li Puma, Silvia Benemei, Gabriela Trevisan, Daniel Souza Monteiro de Araújo, Riccardo Patacchini, Nigel W. Bunnett & Pierangelo Geppetti – Nature Communicationsvolume 8, Article number: 1887 (2017) – doi:10.1038/s41467-017-01739-2

 

Fake news: una minaccia per la salute di tutti

Presentata al Senato un’interrogazione parlamentare alle Ministre della Salute e dell’Istruzione contro le fake news in campo sanitario. L’interrogazione vuole stimolare una riflessione ed una successiva azione politico-istituzionale – anche in campo scolastico – su una questione di importanza vitale, che pervade il mondo della comunicazione nella società odierna.

Le fake news sono pericolose poiché possono provocare la morte dei pazienti. Esse sono inoltre un veicolo di ignoranza nella popolazione che ci fa tornare indietro di centinaia di anni. Occorre combattere questo fenomeno con un’informazione libera ma autorevole e certificata. Sono a fianco di Salute Donna Onlus e sottoscrivo il suo Accordo di Legislatura promosso con altre associazioni di pazienti oncologici. Uno dei punti di questo accordo richiede informazioni certificate ai pazienti contro le fake news e credo sia importante agire con urgenza in questa direzione. Con la mia interrogazione ho voluto anche sostenere il lavoro dell’Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione, che ha promosso un decalogo per assistere colleghi ed utenti a riconoscere le fake news sul web” – ha dichiarato la Senatrice Patrizia Bisinella di Fare e componente dell’Intergruppo parlamentare ‘Insieme per un impegno contro il Cancro’.

Sono molto contenta che la Senatrice Bisinella abbia accolto le nostre proposte sulla tutela dei pazienti oncologici sviluppate nell’accordo di legislatura, un autentico manifesto politico indirizzato ai candidati delle prossime elezioni legislative ed amministrative. Ci batteremo nei prossimi 5 anni anche insieme ad UNAMSI affinché le fake news non possano più essere una minaccia per la salute dei pazienti. Il nostro accordo di legislatura a tutto campo contro il cancro sta trovando consensi e questo ci spinge ad andare avanti” – ha detto Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus.

Dotare i colleghi giornalisti e gli utenti del web di strumenti per distinguere una notizia vera da una falsa e stimolarli a una lettura critica del web. È la quintessenza del nostro decalogo sulle fake news. Ringraziamo la Senatrice Bisinella ed Annamaria Mancuso per l’attenzione mostrata verso il nostro lavoro. Porremo sempre la nostra competenza e la nostra deontologia professionale a disposizione per affermare la verità scientifica ed identificare possibili soluzioni legislative e regolamentari per avere ragione di questo ormai annoso fenomeno di disinformazione organizzata, che danneggia medici, pazienti e la nostra società” – ha dichiarato Francesco Brancati, Presidente di UNAMSI.


Trombosi venosa profonda e cancro

Il tromboembolismo venoso (TEV) rappresenta una delle più importanti cause di morbilità e mortalità nei pazienti con cancro.

Le manifestazioni cliniche più comuni sono la trombosi venosa profonda (TVP) e l’embolia polmonare (EP).

L’associazione tra malattia neoplastica e trombosi è nota da oltre un secolo e, fin dall’inizio, è apparsa avere un duplice significato. Infatti, non solo gli eventi trombotici possono essere una complicanza frequente nelle neoplasie, come riportato per la prima volta da Armand Trousseau nel 1865, ma i meccanismi di attivazione della coagulazione possono anche interferire con la crescita e la metastatizzazione del tumore, come postulato da Billroth fin dal 1878. Oltre ad avere un rischio maggiore di sviluppare TEV, i pazienti con tumore hanno anche un maggior rischio di avere recidive di trombosi e complicanze emorragiche. Un episodio di TEV ha importanti risvolti sia sulla qualità di vita dei pazienti con cancro sia sulla loro prognosi indipendentemente dallo stadio di malattia, dal trattamento e dalle condizioni cliniche.

La trombosi può anche essere una delle prime manifestazioni cliniche di un tumore occulto. Infatti, gli studi disponibili in letteratura suggeriscono che i pazienti con TEV “idiopatica” hanno un rischio da 4 a 7 volte maggiore di sviluppare un tumore nel primo anno dalla diagnosi di trombosi, rispetto ai pazienti con TEV secondaria a cause note (interventi chirurgici, trombofilia congenita, contraccettivi orali, gravidanza e immobilizzazione).

Anche in assenza di una trombosi manifesta, i pazienti oncologici mostrano diverse anomalie nei test di “routine” della coagulazione, facendo sospettare una condizione di ipercoagulabilità. Le anomalie più frequentemente riportate sono: incremento di alcuni fattori della coagulazione (fibrinogeno, fattore V, fattore VIII, fattore IX e fattore X), aumento dei prodotti di degradazione del fibrinogeno/fibrina (FDP) e trombocitosi. Recentemente nuovi e più sensibili test per la diagnosi di ipercoagulabilità sono divenuti via via disponibili nel laboratorio di coagulazione. Essi riflettono il grado di attivazione della coagulazione “in vivo” e misurano i prodotti finali della cascata coagulativa.

Un ruolo importante nella patogenesi dello stato di ipercoagulabilità presente nelle neoplasie è attribuito alle proprietà protrombotiche delle stesse cellule tumorali. Numerosi studi hanno chiaramente dimostrato la capacità delle cellule tumorali di attivare direttamente la cascata coagulativa, mediante la produzione e/o il rilascio di sostanze procoagulanti, fra cui il tissue factor (TF), che è espresso costitutivamente da queste cellule e che forma un complesso con il FVII per attivare la cascata coagulativa. Il contributo delle cellule endoteliali dell’ospite, delle piastrine e dei leucociti, allo stato protrombotico del tumore rimane rilevante. Inoltre ampie evidenze sperimentali indicano che i neutrofili sono presenti in grandi quantità nel tumore dove possono rilasciare extracellular DNA traps (NET) e influenzano la crescita e l’angiogenesi.

Sono stati individuati vari fattori di rischio trombotico, sia clinici che biologici, che contribuiscono alla diatesi trombotica nei pazienti con cancro. I fattori clinici possono essere raggruppati in tre categorie principali (vedi Tabella): fattori individuali del paziente, fattori correlati al cancro e fattori correlati al trattamento del tumore.

Studi recenti si stanno focalizzando sull’utilizzo di fattori di rischio clinici e di parametri di laboratorio per l’identificazione di pazienti ad alto rischio di TEV che potrebbero beneficiare di una tromboprofilassi primaria come il ProTechT score oppure l’Ottawa score che è in grado di distinguere tra pazienti oncologici ad alto o a basso rischio di TEV recidivante.

Le linee guida dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) raccomandano l’uso di questi score per valutare periodicamente il rischio trombotico dei pazienti affetti da cancro durante le diversi fasi della malattia.

Il trattamento standard del TEV nei pazienti oncologici differisce da quello nei pazienti non oncologici. Mentre la fase iniziale della terapia (i primi 5-7 giorni) è basata sull’uso delle eparine, sia EBPM (a basso peso molecolare) che ENF (non frazionata), la fase prolungata si fonda sulla terapia con l’EBPM, superiore nel prevenire le recidive trombotiche nei pazienti oncologici, senza incrementare il rischio emorragico. Pertanto lo schema con le EBPM sia nella fase acuta che in quella prolungata costituisce attualmente il trattamento di prima scelta in questi pazienti).

Non vi sono al momento esperienze con i nuovi anticoagulanti inibitori diretti della trombina o del fattore X. Per quanto riguarda la profilassi del TEV, non vi è alcuna prova che vi sia un beneficio nel fare una profilassi antitrombotica a tutti i pazienti oncologici, tuttavia ci sono alcune condizioni in cui la profilassi deve essere considerata: nella chirurgia oncologica, nel paziente oncologico ospedalizzato e nel paziente oncologico ambulatoriale.

Mentre nei primi due ambiti la presenza di cancro è riconosciuta come fattore di rischio importante per lo sviluppo di TEV, il paziente ambulatoriale costituisce ancora una sfida nella stratificazione del rischio tromboembolico. Il vantaggio di una tromboprofilassi in corso di chemioterapia è stato valutato in diversi studi.

Contributo originale presentato al Simposio SIAPAV – D.SSA. ANNA FALANGA – D.SSA VIOLA MILESI – UOC Immunoematologia e Medicina Trasfusionale & Centro Emostasi e Trombosi – ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Tumore al seno, un test può risparmiare la chemioterapia dopo l’intervento

In Italia ogni anno oltre 48.000 donne ricevono una diagnosi di tumore al seno. La grande maggioranza affronta l’intervento chirurgico e, circa la metà, dopo l’operazione viene sottoposta a chemioterapia adiuvante, che spesso non risulta efficace. Oggi però un nuovo test genomico consente su pazienti operate per un cancro al seno di prognosticare un’eventuale ricaduta a 10 anni dalla diagnosi e le probabilità che la chemioterapia sia efficace. Per le pazienti significa non dover affrontare senza motivo i pesanti effetti collaterali della chemioterapia, con riduzione dei costi anche per il Servizio Sanitario Nazionale correlati al trattamento ed alle possibili complicanze.

In Italia le pazienti eleggibili hanno la possibilità di effettuare gratuitamente il test grazie al programma di sperimentazione PONDx, avviato a febbraio 2016 e attualmente in corso in 11 Centri del Lazio*, tra i quali l’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma. Al momento sono state testate più di 600 pazienti solo nel Lazio, di cui più di 60 presso l’Istituto Nazionale Regina Elena. Analogo studio è stato condotto in numerosi Centri Ospedalieri in Regione Lombardia e in altri Centri sul territorio italiano. I risultati del programma PONDx saranno presentati in occasione di vari Congressi previsti nei prossimi mesi.

Il test Oncotype DX® ci aiuta a individuare meglio le pazienti che hanno una prognosi più sfavorevole e ci dice quali di queste possono giovarsi di un trattamento chemioterapico in aggiunta all’ormonoterapia sia in pre che in post-menopausa. In particolare, il test fornisce informazioni su pazienti con tumore invasivo della mammella, linfonodi negativi o positivi fino a un massimo di 3, con recettori ormonali positivi, pazienti che in base ai prelievi anatomo-clinici e biologici sono in una zona di confine, in una fase in cui si può includere o escludere con certezza il trattamento chemioterapico rispetto alla sola ormonoterapia” – ha affermato Francesco Cognetti, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma.

Il test Oncotype DX®, incluso nelle linee guida di pratica clinica europee e internazionali, è stato valutato all’interno di 6 studi che hanno coinvolto circa 4.000 pazienti con cancro mammario. Il test può cambiare le scelte terapeutiche e permette di personalizzare il trattamento perché fornisce informazioni sulla biologia che è alla base dell’insorgenza di un determinato tumore mammario e della sua evoluzione successiva.

Questo test è in grado, in una percentuale abbastanza consistente di pazienti, di evitare la chemioterapia: secondo le evidenze disponibili un quarto delle pazienti che sarebbero state sottoposte a chemioterapia sulla base dei criteri finora utilizzati possono evitarla mentre in circa l’8% di queste pazienti viene aggiunta la chemioterapia rispetto alla sola indicazione di ormonoterapia”,ha continuato Francesco Cognetti.

La chemioterapia può produrre effetti collaterali sia acuti che a lungo termine che incidono pesantemente sulla qualità di vita delle pazienti, sull’attività lavorativa, senza contare il peso economico sul Servizio Sanitario Nazionale: in particolare, la caduta dei capelli che interferisce sull’immagine e l’autostima delle donne, effetti relativi alla fertilità (amenorrea e sterilità); nausea, vomito, leucopenia, fatigue, anemia, astenia, mucosite, diarrea, cardiotossicità che può sfociare in circa il 5% delle pazienti anche in una insufficienza cardiaca.

Questo test rappresenta una grande opportunità per le nostre pazienti e, secondo noi oncologi, dovrebbe essere offerto dal SSN perché è conveniente anche in termini di gestione delle risorse: evita l’uso di farmaci che non servono e riduce la frequentazione delle pazienti presso i nostri ospedali, dando loro la possibilità di vivere una vita normale, anche dal punto di vista sociale e lavorativo una serie di vantaggi che una politica saggia e lungimirante dovrebbe considerare rispetto al costo di un unico test” – ha concluso Francesco Cognetti.

*Elenco Centri del Lazio in cui è attivo il programma PONDx



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