Posts Tagged 'cancro'

Tumore al seno: il 92% delle donne si sente “MENO MALATA” con la terapia sottocutanea

Le recenti innovazioni che prevedono l’utilizzo di nuove formulazioni sottocutanee nella cura del tumore al seno consentono un notevole miglioramento dell’esperienza di cura per le donne che possono dimezzare il tempo trascorso in ospedale per sottoporsi alle terapie. Questo consente di ridurre l’impatto della cura sulle abitudini di vita e di non sottrarre tempo alle relazioni sociali, familiari e lavorative” – afferma Francesca Merzagora, Presidente Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

Sono le stesse pazienti a sostenerlo attraverso le testimonianze raccolte nella recente indagine di Onda volta a fotografare il percorso diagnostico, terapeutico e assistenziale con particolare focus sull’impatto che la malattia e la terapia endovena o sottocute hanno sulla qualità di vita delle donne con tumore al seno HER2+. L’indagine, condotta da Elma Research con il contributo incondizionato di Roche, è stata svolta su un campione di 101 donne a cui è stato asportato il tumore in uno degli 11 Centri di Senologia selezionati in tutta Italia. A seguito dell’intervento il 91% ha dichiarato di essersi sottoposta ad almeno una terapia endovenosa e il 73% ad almeno una terapia sottocutanea nella propria storia di malattia.

Dall’indagine emerge che solo 1 donna su 10 che si reca in ospedale per la somministrazione della terapia endovenosa lo fa in autonomia, mentre chi si sottopone a terapia sottocutanea, nel 39% dei casi è indipendente; questo si traduce in un impatto più limitato della malattia della donna sui caregiver. Anche il tempo trascorso in day-hospital con le due modalità di somministrazione è molto diverso: per chi è in terapia endovenosa è in media di 5 ore, addirittura il 38% delle donne vi permane anche 6-10 ore; per chi si sottopone alla terapia sottocutanea è invece in media di 2-3 ore, il 50% persino entro le 2 ore. La differenza principale è data dal tempo di somministrazione della terapia che per l’endovenosa è in media di 145 minuti mentre per la sottocutanea bastano 12 minuti; per tutte le pazienti è invece molto elevato il tempo trascorso in sala d’attesa, ben più di 2 ore.

La percezione della terapia sottocutanea per chi l’ha fatta è ottima: viene considerata meno invasiva, più favorevole per una buona qualità di vita, utile per risparmiare tempo, comoda per l’ospedale e il personale sanitario e il 92% delle intervistate ritiene di sentirsi “meno malata”.

Dal punto di visto sociale, familiare e lavorativo, infatti, le donne sottoposte a terapia sottocutanea ritengono che il tempo ad essa dedicato abbia imposto meno rinunce rispetto a chi ha fatto la terapia endovenosa: solo il 23% dice di aver trascurato aspetti della vita familiare e il 20% lati della vita relazionale e sociale, rispetto al 42% e al 33% delle pazienti che hanno fatto cure per via endovenosa; con la terapia sottocutanea solo il 12% ha dovuto compromettere lavoro o studio, contro il 28% dell’endovenosa, e il 57% di loro ritiene di non aver dovuto fare alcun tipo di rinuncia. 1 donna intervistata su 5 ha dichiarato di aver dovuto rinunciare al lavoro a causa della malattia e ben il 38% di queste ha preso questa decisione proprio a causa del tempo richiesto dalla terapia endovenosa.

Soprattutto per le donne, che si devono giostrare contemporaneamente tra i diversi ruoli di madre, casalinga e lavoratrice, è importante avere a disposizione un’innovazione terapeutica che possa permettere loro di fare meno rinunce e al tempo stesso essere efficace” – continua Merzagora.

Oltre alla percezione positiva da parte delle pazienti, le nuove formulazioni portano benefici sia sul piano economico-organizzativo sia su quello relativo alla sicurezza clinica del trattamento nel percorso diagnostico-terapeutico” – dichiara Daniele Generali, Direttore UO Multidisciplinare di Patologia Mammaria e Ricerca Traslazionale, ASST Cremona.

Queste conferme arrivano dal progetto SCuBA (SubCutaneous Benefit Analysis), realizzato da Bip, Business Integration Partners con il sostegno di Roche, che mira ad analizzare tutti i benefici e i costi differenziali relativi alle diverse formulazioni, sottocutanea e endovena, dei farmaci trastuzumab e rituximab rispettivamente indicati per il carcinoma mammario HER2+ adiuvante e metastatico e il linfoma diffuso a grandi cellule B e il linfoma follicolare.

Dallo studio, che ha coinvolto 49 Enti per un totale di 69 Day-Hospital in tutta Italia è emerso che con l’attuale quota di utilizzo di trastuzumab sottocutaneo al 51%, il risparmio ottenuto in Italia rispetto all’era della sola terapia endovena è di 9 milioni di euro, che potrebbero arrivare a 14,7 milioni con l’aumento della quota di somministrazione di trastuzumab sottocute al tasso massimo di pazienti trattabili dell’84% del totale. Inoltre, l’uso delle nuove formulazioni genera una diminuzione complessiva dell’indice di rischio clinico del 70%. In particolare il loro utilizzo porta all’eliminazione di attività rischiose come il calcolo del dosaggio e la preparazione e la gestione delle sacche e vengono inoltre a mancare i possibili effetti avversi da infusione come le occlusioni dell’accesso venoso e le infezioni del sito di accesso” – continua Daniele Generali.

Andare oltre la malattia significa dotarsi di un orizzonte nuovo, affinché le esigenze della persona entrino organicamente nella gestione della malattia. È necessario sforzarsi per superare difficoltà organizzative e resistenze per mandare a regime pieno e nel modo migliore l’utilizzo delle terapie sottocutanee, non solo per i benefici economici e per gli aspetti della sicurezza, ma soprattutto per la qualità di vita dei malati, un tema che conta molti predicatori ma assai meno praticanti” – conclude Davide Petruzzelli, Presidente Associazione La Lampada di Aladino.

 

 


Annunci

News sui meccanismi biochimici del dolore neuropatico

 

Non esiste un solo tipo di dolore. C’è quello infiammatorio – conosciuto e curato da comuni farmaci come i FANS – e c’è quello neuropatico che sorge quando il nervo si danneggia. In questi casi le terapie non si rivolgono direttamente al nervo, perché la genesi di questo dolore è ancora sconosciuta. Ma ora uno spiraglio ora di luce arriva dall’Italia.

C’è una sostanziale ignoranza dei meccanismi biochimici del dolore neuropatico. La medicina quindi prova a curare la patologia che ha causato il danno (diabete, HIV, cancro, fuoco di S. Antonio) e solo successivamente si dedica al nervo utilizzando anticonvulsivanti e antidepressivi, terapie considerate non adeguate al dolore che dovrebbero lenire.

Ora però un team di ricercatori dell’Università di Firenze (Dipartimento di Scienze della Salute) coordinati da Pierangelo Geppetti, direttore del Centro Cefalee dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria “Careggi”, ha individuato un fattore amplificante del dolore in una porzione della membrana cellulare delle cellule che avvolgono i nervi periferici, le cellule di Schwann.

Erano noto che il dolore sopraggiunge quando alcune cellule del sistema immunitario (macrofagi) ricevono un segnale di danno, invadono i tessuti del nervo leso per ripararlo e facendolo producono stress ossidativo.

I ricercatori italiani, il cui ultimo lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Nature Communications, hanno capito che in questo meccanismo è coinvolto il canale ionico TRPA1 presente nelle cellule di Schwann, le guaine che rivestono i lungi bracci (assoni) dei neuroni. Il TRPA1, sovraeccitato, lancia infatti segnali verso l’esterno – attirando sempre più macrofagi – e verso il sistema nervoso centrale, creando nel malato una sensazione di continua sofferenza.

La ricerca ha verificato i meccanismi solo su modelli murini, ma apre importanti prospettive, perché comprendere i meccanismi alla base del dolore neuropatico è fondamentale per individuare nuovi farmaci che possano bloccarli, dando finalmente sollievo ai pazienti.

 

Schwann cell TRPA1 mediates neuroinflammation that sustains macrophage-dependent neuropathic pain in mice – Francesco De Logu, Romina Nassini, Serena Materazzi, Muryel Carvalho Gonçalves, Daniele Nosi, Duccio Rossi Degl’Innocenti, Ilaria M. Marone, Juliano Ferreira, Simone Li Puma, Silvia Benemei, Gabriela Trevisan, Daniel Souza Monteiro de Araújo, Riccardo Patacchini, Nigel W. Bunnett & Pierangelo Geppetti – Nature Communicationsvolume 8, Article number: 1887 (2017) – doi:10.1038/s41467-017-01739-2

 

Fake news: una minaccia per la salute di tutti

Presentata al Senato un’interrogazione parlamentare alle Ministre della Salute e dell’Istruzione contro le fake news in campo sanitario. L’interrogazione vuole stimolare una riflessione ed una successiva azione politico-istituzionale – anche in campo scolastico – su una questione di importanza vitale, che pervade il mondo della comunicazione nella società odierna.

Le fake news sono pericolose poiché possono provocare la morte dei pazienti. Esse sono inoltre un veicolo di ignoranza nella popolazione che ci fa tornare indietro di centinaia di anni. Occorre combattere questo fenomeno con un’informazione libera ma autorevole e certificata. Sono a fianco di Salute Donna Onlus e sottoscrivo il suo Accordo di Legislatura promosso con altre associazioni di pazienti oncologici. Uno dei punti di questo accordo richiede informazioni certificate ai pazienti contro le fake news e credo sia importante agire con urgenza in questa direzione. Con la mia interrogazione ho voluto anche sostenere il lavoro dell’Unione Nazionale Medico Scientifica di Informazione, che ha promosso un decalogo per assistere colleghi ed utenti a riconoscere le fake news sul web” – ha dichiarato la Senatrice Patrizia Bisinella di Fare e componente dell’Intergruppo parlamentare ‘Insieme per un impegno contro il Cancro’.

Sono molto contenta che la Senatrice Bisinella abbia accolto le nostre proposte sulla tutela dei pazienti oncologici sviluppate nell’accordo di legislatura, un autentico manifesto politico indirizzato ai candidati delle prossime elezioni legislative ed amministrative. Ci batteremo nei prossimi 5 anni anche insieme ad UNAMSI affinché le fake news non possano più essere una minaccia per la salute dei pazienti. Il nostro accordo di legislatura a tutto campo contro il cancro sta trovando consensi e questo ci spinge ad andare avanti” – ha detto Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus.

Dotare i colleghi giornalisti e gli utenti del web di strumenti per distinguere una notizia vera da una falsa e stimolarli a una lettura critica del web. È la quintessenza del nostro decalogo sulle fake news. Ringraziamo la Senatrice Bisinella ed Annamaria Mancuso per l’attenzione mostrata verso il nostro lavoro. Porremo sempre la nostra competenza e la nostra deontologia professionale a disposizione per affermare la verità scientifica ed identificare possibili soluzioni legislative e regolamentari per avere ragione di questo ormai annoso fenomeno di disinformazione organizzata, che danneggia medici, pazienti e la nostra società” – ha dichiarato Francesco Brancati, Presidente di UNAMSI.


Trombosi venosa profonda e cancro

Il tromboembolismo venoso (TEV) rappresenta una delle più importanti cause di morbilità e mortalità nei pazienti con cancro.

Le manifestazioni cliniche più comuni sono la trombosi venosa profonda (TVP) e l’embolia polmonare (EP).

L’associazione tra malattia neoplastica e trombosi è nota da oltre un secolo e, fin dall’inizio, è apparsa avere un duplice significato. Infatti, non solo gli eventi trombotici possono essere una complicanza frequente nelle neoplasie, come riportato per la prima volta da Armand Trousseau nel 1865, ma i meccanismi di attivazione della coagulazione possono anche interferire con la crescita e la metastatizzazione del tumore, come postulato da Billroth fin dal 1878. Oltre ad avere un rischio maggiore di sviluppare TEV, i pazienti con tumore hanno anche un maggior rischio di avere recidive di trombosi e complicanze emorragiche. Un episodio di TEV ha importanti risvolti sia sulla qualità di vita dei pazienti con cancro sia sulla loro prognosi indipendentemente dallo stadio di malattia, dal trattamento e dalle condizioni cliniche.

La trombosi può anche essere una delle prime manifestazioni cliniche di un tumore occulto. Infatti, gli studi disponibili in letteratura suggeriscono che i pazienti con TEV “idiopatica” hanno un rischio da 4 a 7 volte maggiore di sviluppare un tumore nel primo anno dalla diagnosi di trombosi, rispetto ai pazienti con TEV secondaria a cause note (interventi chirurgici, trombofilia congenita, contraccettivi orali, gravidanza e immobilizzazione).

Anche in assenza di una trombosi manifesta, i pazienti oncologici mostrano diverse anomalie nei test di “routine” della coagulazione, facendo sospettare una condizione di ipercoagulabilità. Le anomalie più frequentemente riportate sono: incremento di alcuni fattori della coagulazione (fibrinogeno, fattore V, fattore VIII, fattore IX e fattore X), aumento dei prodotti di degradazione del fibrinogeno/fibrina (FDP) e trombocitosi. Recentemente nuovi e più sensibili test per la diagnosi di ipercoagulabilità sono divenuti via via disponibili nel laboratorio di coagulazione. Essi riflettono il grado di attivazione della coagulazione “in vivo” e misurano i prodotti finali della cascata coagulativa.

Un ruolo importante nella patogenesi dello stato di ipercoagulabilità presente nelle neoplasie è attribuito alle proprietà protrombotiche delle stesse cellule tumorali. Numerosi studi hanno chiaramente dimostrato la capacità delle cellule tumorali di attivare direttamente la cascata coagulativa, mediante la produzione e/o il rilascio di sostanze procoagulanti, fra cui il tissue factor (TF), che è espresso costitutivamente da queste cellule e che forma un complesso con il FVII per attivare la cascata coagulativa. Il contributo delle cellule endoteliali dell’ospite, delle piastrine e dei leucociti, allo stato protrombotico del tumore rimane rilevante. Inoltre ampie evidenze sperimentali indicano che i neutrofili sono presenti in grandi quantità nel tumore dove possono rilasciare extracellular DNA traps (NET) e influenzano la crescita e l’angiogenesi.

Sono stati individuati vari fattori di rischio trombotico, sia clinici che biologici, che contribuiscono alla diatesi trombotica nei pazienti con cancro. I fattori clinici possono essere raggruppati in tre categorie principali (vedi Tabella): fattori individuali del paziente, fattori correlati al cancro e fattori correlati al trattamento del tumore.

Studi recenti si stanno focalizzando sull’utilizzo di fattori di rischio clinici e di parametri di laboratorio per l’identificazione di pazienti ad alto rischio di TEV che potrebbero beneficiare di una tromboprofilassi primaria come il ProTechT score oppure l’Ottawa score che è in grado di distinguere tra pazienti oncologici ad alto o a basso rischio di TEV recidivante.

Le linee guida dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) raccomandano l’uso di questi score per valutare periodicamente il rischio trombotico dei pazienti affetti da cancro durante le diversi fasi della malattia.

Il trattamento standard del TEV nei pazienti oncologici differisce da quello nei pazienti non oncologici. Mentre la fase iniziale della terapia (i primi 5-7 giorni) è basata sull’uso delle eparine, sia EBPM (a basso peso molecolare) che ENF (non frazionata), la fase prolungata si fonda sulla terapia con l’EBPM, superiore nel prevenire le recidive trombotiche nei pazienti oncologici, senza incrementare il rischio emorragico. Pertanto lo schema con le EBPM sia nella fase acuta che in quella prolungata costituisce attualmente il trattamento di prima scelta in questi pazienti).

Non vi sono al momento esperienze con i nuovi anticoagulanti inibitori diretti della trombina o del fattore X. Per quanto riguarda la profilassi del TEV, non vi è alcuna prova che vi sia un beneficio nel fare una profilassi antitrombotica a tutti i pazienti oncologici, tuttavia ci sono alcune condizioni in cui la profilassi deve essere considerata: nella chirurgia oncologica, nel paziente oncologico ospedalizzato e nel paziente oncologico ambulatoriale.

Mentre nei primi due ambiti la presenza di cancro è riconosciuta come fattore di rischio importante per lo sviluppo di TEV, il paziente ambulatoriale costituisce ancora una sfida nella stratificazione del rischio tromboembolico. Il vantaggio di una tromboprofilassi in corso di chemioterapia è stato valutato in diversi studi.

Contributo originale presentato al Simposio SIAPAV – D.SSA. ANNA FALANGA – D.SSA VIOLA MILESI – UOC Immunoematologia e Medicina Trasfusionale & Centro Emostasi e Trombosi – ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Tumore al seno, un test può risparmiare la chemioterapia dopo l’intervento

In Italia ogni anno oltre 48.000 donne ricevono una diagnosi di tumore al seno. La grande maggioranza affronta l’intervento chirurgico e, circa la metà, dopo l’operazione viene sottoposta a chemioterapia adiuvante, che spesso non risulta efficace. Oggi però un nuovo test genomico consente su pazienti operate per un cancro al seno di prognosticare un’eventuale ricaduta a 10 anni dalla diagnosi e le probabilità che la chemioterapia sia efficace. Per le pazienti significa non dover affrontare senza motivo i pesanti effetti collaterali della chemioterapia, con riduzione dei costi anche per il Servizio Sanitario Nazionale correlati al trattamento ed alle possibili complicanze.

In Italia le pazienti eleggibili hanno la possibilità di effettuare gratuitamente il test grazie al programma di sperimentazione PONDx, avviato a febbraio 2016 e attualmente in corso in 11 Centri del Lazio*, tra i quali l’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma. Al momento sono state testate più di 600 pazienti solo nel Lazio, di cui più di 60 presso l’Istituto Nazionale Regina Elena. Analogo studio è stato condotto in numerosi Centri Ospedalieri in Regione Lombardia e in altri Centri sul territorio italiano. I risultati del programma PONDx saranno presentati in occasione di vari Congressi previsti nei prossimi mesi.

Il test Oncotype DX® ci aiuta a individuare meglio le pazienti che hanno una prognosi più sfavorevole e ci dice quali di queste possono giovarsi di un trattamento chemioterapico in aggiunta all’ormonoterapia sia in pre che in post-menopausa. In particolare, il test fornisce informazioni su pazienti con tumore invasivo della mammella, linfonodi negativi o positivi fino a un massimo di 3, con recettori ormonali positivi, pazienti che in base ai prelievi anatomo-clinici e biologici sono in una zona di confine, in una fase in cui si può includere o escludere con certezza il trattamento chemioterapico rispetto alla sola ormonoterapia” – ha affermato Francesco Cognetti, Direttore dell’Oncologia Medica dell’Istituto Nazionale Regina Elena di Roma.

Il test Oncotype DX®, incluso nelle linee guida di pratica clinica europee e internazionali, è stato valutato all’interno di 6 studi che hanno coinvolto circa 4.000 pazienti con cancro mammario. Il test può cambiare le scelte terapeutiche e permette di personalizzare il trattamento perché fornisce informazioni sulla biologia che è alla base dell’insorgenza di un determinato tumore mammario e della sua evoluzione successiva.

Questo test è in grado, in una percentuale abbastanza consistente di pazienti, di evitare la chemioterapia: secondo le evidenze disponibili un quarto delle pazienti che sarebbero state sottoposte a chemioterapia sulla base dei criteri finora utilizzati possono evitarla mentre in circa l’8% di queste pazienti viene aggiunta la chemioterapia rispetto alla sola indicazione di ormonoterapia”,ha continuato Francesco Cognetti.

La chemioterapia può produrre effetti collaterali sia acuti che a lungo termine che incidono pesantemente sulla qualità di vita delle pazienti, sull’attività lavorativa, senza contare il peso economico sul Servizio Sanitario Nazionale: in particolare, la caduta dei capelli che interferisce sull’immagine e l’autostima delle donne, effetti relativi alla fertilità (amenorrea e sterilità); nausea, vomito, leucopenia, fatigue, anemia, astenia, mucosite, diarrea, cardiotossicità che può sfociare in circa il 5% delle pazienti anche in una insufficienza cardiaca.

Questo test rappresenta una grande opportunità per le nostre pazienti e, secondo noi oncologi, dovrebbe essere offerto dal SSN perché è conveniente anche in termini di gestione delle risorse: evita l’uso di farmaci che non servono e riduce la frequentazione delle pazienti presso i nostri ospedali, dando loro la possibilità di vivere una vita normale, anche dal punto di vista sociale e lavorativo una serie di vantaggi che una politica saggia e lungimirante dovrebbe considerare rispetto al costo di un unico test” – ha concluso Francesco Cognetti.

*Elenco Centri del Lazio in cui è attivo il programma PONDx


Tumore del seno: svelata l’origine delle metastasi

Tumore seno

Le metastasi del tumore del seno possono nascere da alcune cellule che si diffondono nel corpo prima che si sviluppi il cancro vero e proprio.

Lo stesso meccanismo, descritto su Nature da due gruppi di ricerca indipendenti, guidati da Julio Aguirre-Ghiso, della Icahn School of Medicine at Mount Sinai di New York, e da Christoph Klein, dell’Università di Ratisbona, in Germania, potrebbe verificarsi anche per il melanoma e per il tumore del pancreas.

Secondo gli autori degli studi, la scoperta potrebbe aprire nuovi scenari di cura. I due studi, condotti su topi e biopsie da paziente, dimostrano che alcune cellule anomale iniziano a migrare ancor prima che il tumore abbia preso forma nella mammella: una volta entrate nel sangue raggiungono vari organi, dove possono rimanere quiescenti per periodi molto lunghi (risultando ‘immuni’ alla chemioterapia), fino a quando si risvegliano per generare metastasi molto aggressive e perfino letali.

I risultati ottenuti potrebbero fare luce su fenomeni giudicati finora inspiegabili, come ad esempio il fatto che il 5% dei pazienti oncologici nel mondo presenti metastasi pur non avendo un tumore originario e, soprattutto, potrebbero spiegare perché sia così difficile trattare il cancro una volta che si è diffuso. Da un punto di vista biologico questo nuovo modello fa incrinare le certezze che pensavamo di avere sulla diffusione del cancro. E’ probabile che dovremmo rivedere la nostra idea di metastasi” – afferma Aguirre-Ghiso.

BIBLIOGRAFIA

Mechanism of early dissemination and metastasis in Her2+ mammary cancer – Kathryn L. Harper, Maria Soledad Sosa, David Entenberg, Hedayatollah Hosseini, Julie F. Cheung, Rita Nobre, Alvaro Avivar-Valderas, Chandandaneep Nagi, Nomeda Girnius, Roger J. Davis, Eduardo F. Farias,John Condeelis,Christoph A. Klein & Julio A. Aguirre-Ghiso – Nature 540, 588–592 (22 December 2016) doi:10.1038/nature20609


Popular Science Italia

Parker Institute for Cancer Immunotherapy e Cancer Research Institute lanciano un’alleanza alla ricerca di nuovi trattamenti personalizzati contro il cancro

alleanza-parker-institute-for-cancer-immunotherapy-e-cancer-research-institute

Il Parker Institute for Cancer Immunotherapy e il Cancer Research Institute (CRI) hanno annunciato un’importante collaborazione focalizzata sui neoantigeni. La ricerca di questi marker tumorali unici sta diventando sempre più un importante filone di ricerca che gli scienziati ritengono possa essere la chiave per sviluppare una nuova generazione di immunoterapie contro il cancro, personalizzate e mirate.

Questa nuova collaborazione, la Tumor neoantigEn SeLection Alliance (TESLA), coinvolge 30 tra i principali gruppi di ricerca del mondo sui neoantigeni del cancro, sia dal mondo accademico che dalle aziende. Il fatto che i marker tumorali siano specifici per ogni individuo, ed è improbabile che siano presenti nelle cellule sane, fa sì che i neoantigeni rappresentino un bersaglio ottimale per il sistema immunitario e rendano possibile lo sviluppo di una nuova classe di vaccini altamente personalizzati, potenzialmente dotati di una significativa efficacia e con effetti collaterali ridotti.

Mettere assieme i migliori gruppi e centri di ricerca sui neoantigeni per accelerare la scoperta di immunoterapie tumorali personalizzate è proprio il tipo di collaborazione di ricerca che avevo immaginato quando ho inaugurato il Parker Institute. Questa alleanza non si avvarrà solamente degli enormi talenti di ognuno dei ricercatori ma sfrutterà anche il potere della bioinformatica, che ritengo sarà fondamentale per guidare l’innovazione” – ha dichiarato Sean Parker, imprenditore della Silicon Valley e fondatore del Parker Institute for Cancer Immunotherapy.

L’obiettivo dell’iniziativa è di permettere ai ricercatori di testare e migliorare gli algoritmi matematici usati per analizzare il DNA tumorale e le sequenze RNA al fine di identificare i neoantigeni verosimilmente presenti nel tumore di ogni paziente e maggiormente visibili al sistema immunitario. A sostegno di questo lavoro, Parker Institute e CRI hanno stretto una partnership con la nota organizzazione open science no profit, Sage Bionetworks, per la gestione della bioinformatica e dei dati delle analisi.

Il progetto si focalizzerà inizialmente su tumori come il melanoma avanzato, il tumore del colon-retto e il tumore del polmone non a piccole cellule, che tendono ad avere numeri più alti di mutazioni, e quindi più neoantigeni. Nel tempo, l’iniziativa cercherà di estendere la rilevanza dei vaccini diretti contro i neoantigeni del cancro ad una gamma di tumori più vasta.

I partecipanti provengono da università, aziende farmaceutiche e biotech e organizzazioni scientifiche no profit. I ricercatori rappresentano una ampia gamma di aree scientifiche, tra cui immunologia, data science, genomica, biologia molecolare, fisica ed ingegneria.

Questo progetto rappresenta lo spirito di collaborazione e partnership tra mondo accademico, industria e organizzazioni non profit, che il Parker Institute sta cercando di favorire ed è un ottimo esempio di come stiamo cercando di abbattere gli ostacoli tradizionali per portare la scienza multidisciplinare innovativa ad arrivare più velocemente a sviluppare cure per i pazienti oncologici” – ha spiegato Jeffrey Bluestone, Ph.D. President e CEO del Parker Institute for Cancer Immunotherapy.

Il Cancer Research Institute e il Parker Institute sono convinti che il sistema immunitario sia una piattaforma tecnologica che può essere utile per trasformare tutti i tumori in malattie curabili. Riteniamo che mettendo insieme i migliori laboratori del mondo che stanno sviluppando software predittivi dei neoantigeni, potremo realizzare più velocemente la promessa di sviluppare una nuova generazione di immunoterapie personalizzate contro il cancro” – ha detto Adam Kolom, vice president of business development and strategic partnerships del Parker Institute e Clinical Accelerator program director del CRI.

Questo progetto segna la prima grande collaborazione tra il Parker Institute for Cancer Immunotherapy di San Francisco, istituito ad aprile 2016, e il Cancer Research Institute, fondato nel 1953 a New York.

Siamo orgogliosi di collaborare in questo progetto con il Parker Institute, ciò attesta il ruolo di vitale importanza che possono avere le organizzazioni no profit nel mettere insieme stakeholders diversi e lavorare fianco a fianco per il progresso nel campo della immunoterapia del cancro”, ha dichiarato Jill O’Donnell-Tormey, Ph.D., CEO e director of scientific affairs del Cancer Research Institute.

I ricercatori hanno dichiarato di essere entusiasti di lavorare insieme in questa Alleanza, per risolvere uno dei problemi più complessi dell’immunoterapia.

Questo progetto è davvero straordinario poiché ha le potenzialità per aiutarci a identificare con maggiore precisione le proteine anomale contenute in ogni tumore, che possono essere usate come target dell’immunoterapia personalizzata contro il cancro. Crediamo che questo genere di medicina di precisione, usato da solo o con altre forme di immunoterapia, migliorerà significativamente la nostra capacità di trattare i pazienti con il cancro in modo più efficace e con meno effetti collaterali rispetto agli attuali trattamenti” – ha spiegato il professor Robert D. Schreiber, Ph.D., director of the Andrew M. and Jane M. Bursky Center for Human Immunology & Immunotherapy Programs alla Washington University School of Medicine di St. Louis.

separa

I neoantigeni sono marker presenti sulla superficie delle cellule tumorali ma assenti nel tessuto normale: per questo motivo sono considerati potenziali target per i farmaci. Comunemente derivano da mutazioni che si verificano nel corso della rapida divisione e moltiplicazione delle cellule tumorali. Il sistema immunitario può riconoscere questi marker come “estranei” e di conseguenza colpire la cellula tumorale per distruggerla. Al fine di prevedere quali neoantigeni saranno presenti sul tumore di un determinato paziente, i ricercatori hanno sviluppato dei software che analizzano il DNA del tumore dando come output i marcatori tipici che il sistema immunitario riesce con maggiore probabilità a riconoscere.

Che cosa farà l’Alleanza | I partecipanti ai gruppi di ricerca riceveranno sequenze genetiche provenienti da tessuti sia sani che tumorali. Usando algoritmi propri di ciascun laboratorio, ogni gruppo identificherà una serie di neoantigeni che si prevede saranno presenti nelle cellule tumorali e riconoscibili dal sistema immunitario. Tali previsioni saranno poi verificate attraverso una serie di test, per accertare quali hanno più probabilità di essere corrette e riconoscibili dalle cellule T. In questo modo, ad ogni partecipante saranno forniti gli output per migliorare ulteriormente i propri algoritmi e quindi la potenziale efficacia dei vaccini personalizzati contro il cancro.

Partecipanti | Le istituzioni di ricerca che attualmente fanno parte dell’alleanza includono: il Broad institute di MIT e Harvard, Caltech, il Dana – Farber Cancer Institute, il La Jolla Institute for Allergy and Immunology, il Ludwig Institute for Cancer Research, il Roswell Park Cancer Institute, il Tisch Cancer Institute della Icahn School of Medicine at Mount Sinai, la University of California, Santa Cruz, la University of Connecticut e la Washington University School of Medicine. A livello internazionale, aderiscono al progetto la Fondazione NIBIT (Network Italiano per la Bioterapia dei Tumori), il National Cancer Center di Singapore, il National Center of Tumor Diseases dell’Heidelberg University Hospital e il Netherlands Cancer Institute. Le aziende partecipanti sono: Advaxis; Agenus; Amgen; BioNTech; Bristol-MyersSquibb; Genentech, del gruppo Roche; ISA pharmaceuticals; MedImmune, il ramo global di ricerca e sviluppo sui farmaci biologici di AstraZeneca; Neon Therapeutics and Personalis, Inc. I sei Centri di ricerca accademici che costituiscono il nucleo principale del Parker Institute, ovvero Memorial Sloan Kettering Cancer Center, Stanford Medicine, University of California, Los Angeles (UCLA), University of California, San Francisco, University of Pennsylvania e University of Texas MD Anderson Cancer Center si prevede prenderanno parte al progetto. I campioni di tessuto saranno inizialmente forniti dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center, dal National Cancer Centre Singapore, dal Roswell Park Cancer Institute, da UCLA; dall’Azienda Ospedaliera Universitaria di Siena e dal John Theurer Cancer Center dell’Hackensack University Medical Center, membro di Hackensack Meridian Health. Nel corso dello sviluppo del progetto si prevede l’ingresso di nuovi centri partecipanti.

L’Immunoterapia Oncologica dell’AOU Senese sarà l’unico centro in Europa a collaborare con il Parker Institute for Cancer Immunotherapy e il Cancer Research Institute (CRI) con sedi, rispettivamente, a San Francisco e New York negli Stati Uniti. L’importante annuncio è stato dato l’1 dicembre scorso dallo stesso Parker Institute in un comunicato congiunto con il CRI. Il Centro diretto dal dottor Michele Maio, insieme alla Fondazione NIBIT, di cui Maio è Presidente, entra nel progetto TESLA – Tumor neoantigEn SeLection Alliance, e sarà l’unico centro europeo a fornire anche campioni biologici da cui si svilupperà la ricerca dei neoantigeni, che gli scienziati ritengono possano contenere la chiave per sviluppare una nuova generazione di immunoterapie personalizzate e mirate contro il cancro.

Il Parker Institute, fondato ad aprile del 2016 grazie a Sean Parker, co-fondatore di Facebook, riunisce i migliori scienziati e le eccellenze mediche per portare avanti una nuova modalità di ricerca sull’immunoterapia del cancro, grazie anche alle potenzialità della bioinformatica per guidare l’innovazione. Il Cancer Research Institute è guidato da un Scientific Advisory Council, rinomato in tutto il mondo, che comprende tre premi Nobel e 26 membri della National Academy of Science.

separa

FONTE | Ufficio Stampa AOU Senese – Policlinico Santa Maria alle Scotte – Siena


leggi il Blog nella tua lingua

Follow HarDoctor News, il Blog di Carlo Cottone on WordPress.com
Visita il mio Sito Inviaci un articolo! Contattami via e-mail! buzzoole code
Twitter HarDoctor News su YouTube HarDoctor News su Tumblr Skype Pinterest

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 929 follower

L’almanacco di oggi …

Almanacco di Oggi!
Farmacie di Turno
Il Meteo I Programmi in TV

Scarica le guide in pdf!

Scarica la Guida in Pdf Scarica il Booklet in Pdf

HarDoctor News | Links Utili

Scegli Tu Guarda il Video su YouTube Pillola del giorno dopo Think Safe Medicina Estetica Obesità.it

HarDoctor News | Utilità

Calcola il BMI
Test di Laboratorio
Percentili di Crescita
Calcola da te la data del parto!

Leggi Blog Amico !!!

Leggi Blog Amico

HarDoctor News | Statistiche

  • 753,968 traffic rank

HarDoctor News | Advertising

Siti sito web
Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: