Posts Tagged 'cardiologia'

Associazione tra livelli di troponina ed età con mortalità

Livelli di troponina sopra la norma sono associati a un aumento della mortalità, indipendentemente dall’età del paziente.

È quanto emerge da uno studio condotto da ricercatori dell’Hammersmith Hospital di Londra, guidati da Amit Kaurae.

In una popolazione in cui la troponina viene valutata per motivi clinici, questo biomarcatore può rischiare di stratificare tra il rischio di mortalità alto e basso per tutte le fasce di età. Sebbene i livelli di troponina debolmente aumentati abbiano un significato prognostico, le decisioni cliniche dovrebbero dipendere dalla malattia di base e non semplicemente dal grado di aumento della troponina – scrivono i ricercatori su BMJ.

Il significato clinico dei livelli di troponina leggermente aumentati non è chiaro, notano gli autori, e non è stata ancora stabilita l’utilità di alti livelli di troponina nel guidare il trattamento per i pazienti anziani.

Gli autori hanno valutato l’impatto prognostico dell’aumento dei livelli di troponina in quasi 258.000 pazienti sottoposti a test di troponina in cinque centri cardiovascolari del Regno Unito nel periodo 2010-2017. Durante il follow-up, che è durato in media 1.198 giorni, il 22% dei pazienti è deceduto.

La troponina sopra la norma è stata associata a un rischio di mortalità 3,2 volte superiore per tre anni (intervallo di confidenza al 95%, da 3,1 a 3,2). L’hazard ratio è stato di 10,6 per i pazienti di età compresa tra i 18 e i 29 anni e di 1,5 nei pazienti di età superiore ai 90 anni, entrambi aumenti significativi. In tutte le età, la troponina sopra il normale è stata associata a una mortalità assoluta a tre anni superiore del 15% circa.

Il livello della troponina e la mortalità sono stati direttamente correlati negli oltre 120.000 pazienti che non avevano la sindrome coronarica acuta (Sca). Si è registrata una relazione a forma di U invertita nei 14.468 pazienti con Sca. L’associazione a forma di U tra troponina e mortalità è persistita dopo l’analisi multivariata nei pazienti con Sca gestita invasivamente, ma c’è stata una relazione positiva diretta in quelli gestiti non invasivamente.

Il paradossale declino della mortalità a livelli di troponina molto elevati può essere guidato in parte dal mutevole mix di casi con l’aumentare dei livelli di troponina; una percentuale più elevata di pazienti con livelli di troponina molto elevati ha ricevuto una gestione invasiva” – osservano gli autori.

La maggior parte dell’aumento della mortalità si è verificata entro sei mesi, in modo simile a uno studio statunitense condotto su 25.000 pazienti.

Da questo possiamo trarre due conclusioni. In primo luogo, indipendentemente dall’età, un livello elevato di troponina è un segnale clinico importante che non deve essere ignorato. In secondo luogo, poiché l’eccesso di mortalità si manifesta in anticipo, un’attesa prudente potrebbe non essere appropriata”.

Association of troponin level and age with mortality in 250 000  : cohort study across five UK acute care centres – BMJ 2019; 367 doi: https://doi.org/10.1136/bmj.l6055 (Published 21 November 2019) Cite this as: BMJ 2019;367:l6055


Malattie delle valvole cardiache: non è solo l’età che avanza

Di malattie delle valvole cardiache si parla poco. Arrivano all’attenzione del grande pubblico solo quando colpiscono personaggi famosi, come è stato qualche anno fa per Silvio Berlusconi o per il più recente caso di Mick Jagger colpito da stenosi aortica. Forse anche per tale motivo solo 5 italiani su 100 conoscono questa malattia valvolare, una delle forme più comuni che causa un restringimento della valvola aortica. Il dato emerge da un’indagine internazionale commissionata all’istituto di ricerca britannico Opinion Matters.

Purtroppo, le malattie valvolari cardiache sono quasi del tutto ignorate dalla popolazione. Forse accade perché colpiscono persone soprattutto anziane, che tuttavia sono ancora nel pieno dell’attività e la cui qualità di vita viene gravemente compromessa da queste malattie che potrebbero essere individuate, diagnosticate e curate facilmente. Perciò è importante promuovere iniziative di sensibilizzazione per aumentare la consapevolezza sia della cittadinanza sia delle Istituzioni” – spiega Roberto Messina, Presidente Cuore Italia.

L’argomento della malattie valvolari cardiache deve essere affrontato mettendo a disposizione specialisti cardiologi negli ambulatori pubblici per quel milione di italiani con malattie delle valvole cardiache agevolando specialmente la fascia più debole della popolazione, quella over 65, garantendo specialisti di prossimità nel territorio che lavorano in squadra con i medici di medicina generale ed i medici ospedalieri” – così afferma Antonio Magi, Segretario Generale del SUMAI Assoprof, Sindacato Unico Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell’Area Sanitaria, il sindacato maggiormente rappresentativo degli specialisti ambulatoriali italiani.

La Settimana Europea sulle Malattie delle Valvole Cardiache, alla sua seconda edizione, è stata celebrata dal 16 al 22 settembre per sensibilizzare la popolazione su queste malattie. È stata promossa dalle principali organizzazioni europee di tutela dei diritti dei malati cardiopatici, le associazioni Cuore Italia, la francese Alliance du Coeur, la britannica Heart Valve Voice, l’Irlandese Croi, la spagnola Aepovac, l’olandese Hart Volgers, che da quest’anno sono riunite nel comitato di pazienti per le malattie delle valvole cardiache del Global Heart Hub, l’alleanza globale delle associazioni di pazienti con malattie cardiache.

Le malattie delle valvole cardiache colpiscono oggi oltre 1 milione di italiani e la loro prevalenza è fortemente influenzata dall’età.

La popolazione italiana invecchia; già oggi gli over 65 rappresentano quasi un quarto della popolazione, contro una media europea del 18,9 per cento, e nei prossimi 25 anni ISTAT stima questo dato possa abbondantemente oltrepassare la soglia del 30 per cento. Per questo, le malattie delle valvole cardiache, manifestandosi in genere dopo i 65 anni di età, saranno sempre più diffuse con conseguenti risvolti sulla spesa sanitaria” -dichiara Alessandro Boccanelli, Presidente SICGe – Società Italiana di cardiologia geriatrica.

Un altro dato che emerge dalla ricerca realizzata da Opinion Matters è che, sia in Italia sia in Europa, le persone non ritengono che ci sia da preoccuparsi di queste malattie. Infatti, se tumori e morbo di Alzheimer sono gli spauracchi, indicate come le malattie più temute nel 28 per cento e il 26 per cento dei casi rispettivamente, solo 2 persone su 100 pensano che le malattie delle valvole cardiache siano malattie di cui preoccuparsi.

Questo dato è forse il più allarmante. Oltre a non conoscere queste malattie e i loro sintomi, le persone non sembrano neanche esserne particolarmente interessate o preoccupate, nonostante le forme più gravi possano portare a morte nel giro di 2-3 anni. Senza creare però allarmismi, è necessario sottolineare che, se diagnosticate tempestivamente, le malattie delle valvole cardiache possono essere curate e, con le cure adeguate, si può riacquistare un’ottima qualità di vita” – commenta Gennaro Santoro, Primario cardiologo interventista, Docente Scuola Superiore S. Anna – Pisa.

A seconda della gravità, i trattamenti per le malattie delle valvole cardiache variano da quello farmacologico alla cardiochirurgia.

Una valvola cardiaca danneggiata può essere riparata oppure sostituita con un intervento cardiochirurgico, la cui tecnica è andata via via migliorando negli anni con la messa a punto di procedure minimamente invasive, sino alla più recente TAVI, un intervento per sostituire la valvola aortica senza aprire il cuore consentendo di trattare anche persone non indicate per la cardiochirurgia” – continua Pierluigi Stefano, Direttore Cardiochirurgia AOU Careggi.

La tempestività è fondamentale per poter curare le malattie delle valvole cardiache. Stenosi e insufficienza valvolari possono compromettere la funzionalità del muscolo cardiaco, portando a grave scompenso cardiaco. È necessario intervenire prima che questo si verifichi, altrimenti la disfunzione potrà divenire progressiva, con esito letale.

Purtroppo, i segnali di queste malattie sono poco evidenti, soprattutto negli stadi iniziali e nelle forme meno gravi, e spesso imputati alla “vecchiaia” e per questo molto spesso trascurati. È però necessario che le persone li sappiano riconoscere per poter procedere ad una accurata diagnosi; tra i principali ci sono affaticamento, fiato corto, dolore al petto, battito cardiaco irregolare” – descrive Silvio Festinese, Cardiologo Consigliere SUMAI Assoprof e Docente in Metodologia medico-scientifica e Farmacologia presso Facoltà di Medicina “Sapienza” Università di Roma.

Una volta riconosciuti i sintomi la diagnosi è semplice.

La prima cosa da fare è rivolgersi subito al proprio medico di famiglia che con il semplice impiego dello stetoscopio può rilevare un eventuale soffio cardiaco, che costituisce il primo indicatore di queste malattie. Successivamente, per avere conferma, si procede con ulteriori esami, quali un elettrocardiogramma, un’ecocardiografia e un consulto specialistico” – dice Salvatore Cauchi, Addetto Stampa Nazionale SNAMI, Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani.

 


Tachicardia sopraventricolare: linee guida ESC 2019

A distanza di 16 anni dalla precedente edizione la Società Europea di Cardiologia ha rilasciato un aggiornamento delle linee guida sulla gestione dei pazienti con tachicardia sopraventricolare.

Sono molte le novità sia per quanto riguarda la terapia farmacologica, nei cui ambito il ruolo di molte molecole è stato rivisto, che per la tecniche ablative transcatetere che, invece, trovano sempre più ampia indicazione.

E’ impossibile riassumere il contenuto di un documento molto ampio e dettagliato che copre un largo spettro di condizioni cliniche acute e croniche o anche solo le numerose differenze rispetto alla precedente edizione.

Ci limitiamo a riportare il contenuto di una tabella che elenca le nuove raccomandazioni rimandando al testo integrale per i singoli argomenti.

tachicardia sopraventricolare, linee guida 2019, ESC 2019

2019 ESC Guidelines for the management of patients with supraventricular tachycardia European Heart Journal, ehz467

 

ECG da sforzo: cosa sapere

Che ruolo ha l’ecg da sforzo nella cardiopatia ischemica?

L’ecg da sforzo diagnostico aiuta il medico a porre la diagnosi di cardiopatia ischemica ricercando i segni di ischemia miocardica e è frequentemente richiesto dal medico di medicina generale (MMG).

L’ecg da sforzo a scopo prognostico viene eseguito in pazienti con coronaropatia nota, nei post-infartuati e in pre/post rivascolarizzione con lo scopo di inquadrare i pazienti in diverse categorie di rischio ed è richiesto dal cardiologo.

Indirettamente il test ricerca l’ischemia miocardica aumentando con lo sforzo il mismatch tra la richiesta miocardica di ossigeno (proporzionale al lavoro miocardico) e l’apporto di ossigeno (proporzionale al flusso coronarico).

Quali sono le indicazioni allo svolgimento dell’ecg da sforzo?

L’ecg da sforzo è indicato in caso di:

1. Sintomi suggestivi di ischemia miocardica

2. Dolore toracico acuto nelle situazioni in cui una sindrome coronarica acuta ed un infarto miocardico sono stati esclusi

3. Recente sindrome coronarica acuta trattata senza angiografia coronarica

4. Variazione delle condizioni cliniche in pz con coronaropatia nota

5. Pregressa rivascolarizzazione coronarica

6. Valvulopatie

7. Scompenso cardiaco o cardiomiopatia di nuovo riscontro

8. Aritmie cardiache

9. Inquadramento pre operatorio prima di interventi non cardiochirurgici

Quali sono le controindicazioni allo svolgimento di ecg da sforzo?

L’ecg da sforzo nonostante sia considerato un test sicuro non è scevro da complicanze anche gravi (ad es. infarto miocardico, morte cardiaca improvvisa) che ricorrono in circa 1 caso su 10.000 test. Esistono controindicazioni assolute e relative, in questo caso va valutato se i benefici superano i rischi del test.

Controindicazioni assolute

1. Infarto miocardico acuto (nei due giorni precedenti)

2. Angina instabile

3. Aritmie cardiache non controllate che causano sintomi di scompenso emodinamico

4. Stenosi valvolari severe sintomatiche

5. Scompenso cardiaco non controllato sintomatico

6. Endocardite in atto o miocardite o pericardite acuta

7. Dissezione aortica acuta

8. Embolia polmonare

9. Patologie acute non cardiache che possono compromettere la capacità di esercizio o essere aggravate dall’esercizio fisico (insufficienza renale, tireotossicosi, infezioni)

Controindicazioni relative

1. Stenosi arteria coronarica DX

2. Stenosi valvolare moderata

3. Alterazioni elettrolitiche

4. Ipertensione severa (sistolica >=200mmHg e/o distolica >=110mmHg)

5. Tachiaritmie o bradiaritmie inclusa fibrillazione atriale con frequenza ventricolare non controllata

6. Cardiomiopatia ipertrofica e altre forme di ostruzione del tratto di efflusso ventricolare

7. Limitazioni fisiche o psichiche che compromettono il grado di collaborazione al test del paziente

8. Blocco atrio-ventricolare di alto grado

Limitazioni allo svolgimento dell’ecg da sforzo

1. Pazienti affetti da patologie che limitano lo svolgimento del test (ad es. claudicatio arti inferiori, artrosi avanzata)

2. Pazienti con alterazioni basali dell’ecg che possono interferire con il risultato del test Wolff-Parkinson-White, ritmo indotto da pace maker, blocco di branca sinistro, sottoslivellamento del tratto ST >1mm a riposo

3. Terapia con digitale associata ad alterazioni del tratto ST

4. Ipertrofia ventricolare sinistra con alterazioni del tratto ST

5. Ipokaliemia con alterazioni del tratto ST

Come si svolge il test da sforzo?

Le due principali modalità di svolgimento prevedono l’utilizzo di un tapis roulant o di una cyclette, normalmente il test si svolge seguendo un protocollo incrementale che parte da carichi di lavoro bassi che aumentano via via durante il test. Il test termina al raggiungimento della frequenza massima o del carico massimo calcolati in base all’età del paziente oppure alla comparsa di sintomi anginosi oppure per richiesta del paziente (in questo caso il test è  detto sottomassimale).

Che raccomandazioni fare al paziente che deve eseguire un ecg da sforzo?

1. Non bere, mangiare o fumare nelle tre ore antecedenti al test (questo consente di raggiungere carichi di lavoro maggiori)

2. Vestire con capi comodi e scarpe adatte all’esercizio fisico

3. Informare il paziente che gli verrà consegnato il modulo del consenso informato prima dello svolgimento del test

4. I beta bloccanti andrebbero sospesi almeno 72 ore prima di eseguire il test (salvo diversa eventuale indicazione del cardiologo curante)

Quali sono le alterazioni patologiche da ricercare durante ecg da sforzo?

Alterazioni dell’Ecg suggestive di ischemia durante lo sforzo sono:

1. Sopra o sottoslivellamento del tratto ST

2. Orizzontalizzazione del tratto ST

3. Extrasistolia ventricolare

4. Blocchi di branca

Alterazioni dell’ecg suggestive di ischemia durante il recupero sono:

1. Sottoslivellamento tratto ST

2. Extrasistolia ventricolare frequente


Progetto FAI sulla Fibrillazione Atriale in Italia: pubblicati i risultati

Sono stati pubblicati sulla rivista Europace, organo ufficiale della European Society of Cardiology e della European Heart Rhythm Association, i risultati del “Progetto FAI: la Fibrillazione Atriale in Italia”, finanziato dal Centro per il Controllo delle Malattie del Ministero della Salute e coordinato dalla Regione Toscana.

Il Progetto FAI è stato promosso e sviluppato dal Professor Domenico Inzitari, del Dipartimento NEUROFARBA dell’Università degli Studi di Firenze, in qualità di Responsabile Scientifico, e dal Dr. Antonio Di Carlo, dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, in qualità di Coordinatore Scientifico, insieme ai Responsabili delle quattro Unità Operative del Progetto, Dr. Leonardo Bellino (Firenze), Dr. Domenico Consoli (Vibo Valentia), Dr. Fabio Mori (Firenze) e Dr. Augusto Zaninelli (Bergamo).

Il Progetto FAI ha consentito di stimare, per la prima volta in Italia, la frequenza della fibrillazione atriale in un campione rappresentativo della popolazione anziana, costituito da 6.000 ultrasessantacinquenni arruolati tra gli assistiti dei Medici di Medicina Generale nelle 3 Unità Operative situate in Lombardia, Toscana e Calabria. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a una procedura di screening e successiva conferma clinica. Lo studio è servito inoltre a sviluppare e validare una metodologia direttamente trasferibile ai Medici di Medicina Generale e al SSN. I dati raccolti indicano nella popolazione anziana del nostro paese una frequenza della fibrillazione atriale dell’8,1%. Questo significa che un anziano su 12 ne è colpito, portando a stimare in circa 1,1 milioni i soggetti affetti da questa aritmia in Italia.

Lo studio ha permesso di dimostrare che, per effetto dei cambiamenti demografici, questi numeri saranno in costante crescita nei prossimi anni, fino a raggiungere 1,9 milioni di casi nel 2060.

Utilizzando le proiezioni demografiche fornite dall’Ufficio Europeo di Statistica (Eurostat), la ricerca ha permesso anche di stimare i casi di fibrillazione atriale attesi nella popolazione anziana dei 28 paesi dell’Unione Europea. I casi prevalenti nel 2016 risultavano 7,6 milioni, destinati praticamente a raddoppiare fino a 14,4 milioni nel 2060.

Inoltre, mentre nel 2016 in Italia gli ultraottantenni affetti da fibrillazione atriale rappresentavano il 53% dei casi, per effetto dei trend demografici nel 2060 saranno il 69% del totale, e in Europa si passerà dal 51% al 65%.

Si tratta di uno studio molto importante perché ha permesso di evidenziare come al di sopra dei 65 anni l’8,1 % della popolazione sia affetto da fibrillazione atriale. Si tratta di una condizione che aumenta fortemente il rischio che si formino coaguli all’interno del cuore e quindi il rischio della successiva comparsa di una embolizzazione che può interessare le arterie cerebrali, con conseguente improvvisa ostruzione di importanti vasi arteriosi cerebrali e comparsa di un ictus cerebrale ischemico. Circa un quarto di tutti gli ictus cerebrali sono dovuti a questo meccanismo. È molto importante quindi riconoscere le persone che presentano fibrillazione atriale e iniziare una terapia preventiva primaria con anticoagulanti orali. Sono necessarie campagne di sensibilizzazione dei medici di medicina generale e della popolazione tutta, per affrontare adeguatamente questo problema e ridurre così la incidenza delle gravi malattie cerebrovascolari” – ha dichiarato Mancardi, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

La fibrillazione atriale è la più frequente aritmia cardiaca di rilevanza clinica e presenta una stretta correlazione con l’età avanzata. La sua importanza è legata al fatto che essa aumenta di ben 5 volte il rischio di ictus cerebrale, patologia che rappresenta la seconda causa di morte e la prima causa di disabilità nel soggetto adulto-anziano.

Attualmente in Italia si verificano ogni anno circa 200.000 ictus, con un costo per il SSN che supera i 4 miliardi di euro. Rispetto agli ictus dovuti a cause diverse, quelli di origine cardioembolica hanno un impatto più devastante in termini di disabilità residua e sopravvivenza.

Considerando che i pazienti più anziani con fibrillazione atriale sono quelli a maggior rischio di comorbosità e complicanze, il peso di questa aritmia è destinato a crescere enormemente nei prossimi decenni, con un prevedibile aumento degli ictus cardioembolici, di maggior gravità, ponendo delle importanti sfide legate alla prevenzione e al trattamento. A tale riguardo, sono attualmente disponibili terapie efficaci, quali i farmaci anticoagulanti, che permettono di ridurre di circa 2/3 il rischio di ictus in questi pazienti, ma non sempre sono utilizzate al meglio. Adeguate campagne di screening, con il coinvolgimento diretto dei Medici di Medicina Generale, potrebbero consentire un’identificazione precoce della fibrillazione atriale, attraverso una semplice valutazione del polso e successiva esecuzione di un ECG nei soggetti in cui esso risulti irregolare, nell’ottica di ridurre gli ingenti costi sociali e sanitari collegati a questa aritmia e alle sue conseguenze.


E’ online il nuovo bando “Bollini Rosa” per gli Ospedali vicini alle donne

È online il Bando Bollini Rosa relativo al biennio 2020-2021. Fino al 31 maggio 2019 tutti gli ospedali interessati possono compilare il questionario di auto-candidatura sul sito dedicato all’iniziativa www.bollinirosa.it.

I Bollini Rosa sono un riconoscimento conferito dal 2007 da Onda agli ospedali italiani che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili, riservando particolare attenzione alle specifiche esigenze delle donne. Gli obiettivi principali sono incentivare gli ospedali a offrire servizi clinico-assistenziali personalizzati e che considerino le specifiche esigenze femminili e sensibilizzare la popolazione sulle patologie femminili più diffuse, avvicinando alla diagnosi precoce e alle cure. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio di 24 Società Scientifiche e ha consentito la creazione di una rete consolidata di 306 ospedali sul territorio nazionale.

I Bollini Rosa nascono con l’obiettivo di sensibilizzare gli ospedali alla creazione di percorsi diagnostico-terapeutici che tengano in considerazione la specificità di genere. Oggi rappresentano il più importante riconoscimento all’applicazione della medicina genere-specifica alla pratica clinica” – ha affermato Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

Le aree specialistiche incluse nel bando sono cardiologia, dermatologia, diabetologia, dietologia e nutrizione clinica, endocrinologia e malattie del metabolismo, ginecologia e ostetricia, geriatria, medicina della riproduzione, neonatologia e patologia neonatale, neurologia, oncologia ginecologica, oncologia medica, pediatria, psichiatria, reumatologia, senologia, urologia e sostegno alle donne vittime di violenza.

L’assegnazione dei Bollini Rosa avviene tramite l’elaborazione matematica dei punteggi attribuiti a ciascuna domanda del questionario e la successiva valutazione dell’Advisory Board, presieduto da Walter Ricciardi, Direttore Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di Sanità pubblica, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma. La cerimonia di premiazione delle strutture è prevista l’11 dicembre 2019 a Roma in sede istituzionale.

Il numero delle strutture che sono entrate nel network negli anni è in continuo aumento, segno dell’attenzione crescente verso le esigenze proprie dell’utenza femminile. I risultati di questi anni ci hanno convinto a continuare sulla strada della promozione della salute di genere negli ospedali: il nuovo bando che assegnerà i Bollini Rosa per il biennio 2020-2021 è stato appena divulgato e contiamo di ricevere ampia adesione per poter realizzare sempre più iniziative con gli ospedali premiati a favore della popolazione femminile” – ha proseguito Merzagora.

Per discutere del ruolo e del valore del network Bollini Rosa e del contributo allo sviluppo della medicina di genere in ambito ospedaliero, si è tenuto il 16 maggio scorso a Milano, il convegno I Bollini Rosa: ruolo e valore del panorama sanitario, promosso da Onda in collaborazione con Regione Lombardia, con la presenza delle Istituzioni, degli specialisti e dei pazienti.

Tutte le strutture ospedaliere identificate come ospedali ‘vicini alle donne’ dalla Fondazione Onda e premiati con i Bollini Rosa offrono percorsi diagnostico-terapeutici e servizi dedicati alle principali patologie di interesse femminile, assicurando appropriatezza terapeutica e percorsi di cura in tempi minimi. Il fattore ‘tempo’ assume una rilevanza di assoluta priorità, soprattutto per i portatori di patologie gravi, che vivono il disagio di malattie totalizzanti con elevato impatto sulla propria qualità di vita e con ricadute anche per i familiari che li sostengono. Pertanto, il garantire assistenza e cura in tempi ridotti, non solo alle donne ‘malate’ ma anche nei momenti più gioiosi della vita come quelli del parto, è indice di efficienza organizzativa, umanizzazione delle cure e rispetto per la persona-paziente” – ha spiegato Walter Ricciardi, Direttore Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di Sanità pubblica, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

I Bollini Rosa, nati per sensibilizzare le strutture sanitarie nei confronti della medicina di genere, sono di fatto diventati una certificazione di qualità delle cure e la cultura organizzativa che hanno determinato è diventata patrimonio di tutti gli operatori delle strutture ospedaliere” – ha concluso Flori Degrassi, Direttore Generale, ASL Roma 2.

 


 

Effetti benefici sul cuore e riduzione della mortalità cardiovascolare con la sauna finlandese

La sauna finlandese ha effetti benefici sul cuore e riduce la mortalità cardiovascolare. E’ il risultato di un ampio studio osservazionale condotto su un campione della popolazione della città finlandese di Kuopio che ha coinvolto 1688 soggetti, età media 63 anni (range 53-74 anni), 51.4% donne, le cui abitudini relative all’uso della sauna erano state registrate al momento dell’arruolamento mediante un questionario.

Al termine di un follow-up della durata mediana di 15.0 anni, sono stati registrati 181 eventi cardio-vascolari fatali evidenziando una relazione inversa tra la mortalità cardiovascolare e il numero di sedute di sauna alla settimana o il numero di minuti trascorsi in sauna alla settimana.

Rispetto ai soggetti che praticano una sola sauna alla settimana, quelli che ne fanno da due a quattro o più di quattro hanno un rischio di mortalità cardiovascolare ridotto rispettivamente del 29% e del 70%.

Inoltre, gli autori hanno potuto verificare che, introducendo la frequenza delle saune in un modello predittivo degli eventi cardiovascolari basato sui tradizionali fattori di rischio, si ottiene un significativo miglioramento delle performance del modello.

La sauna finlandese consiste in un ambiente secco, con umidità relativa tra 10% e 20%, e temperatura tra 80 e 100°C all’altezza della testa dei bagnanti e di circa 30°C a livello del pavimento. La durata della permanenza nella sauna generalmente varia tra 5 e 20 minuti ma può protrarsi anche oltre.

Sono stati ipotizzati di versi meccanismi per spiegare l’effetto benefico della sauna sull’apparato cardiovascolare. In particolare, la sauna causa un aumento della frequenza cardiaca fino a 120-150 b/m, corrispondente ad un esercizio fisico di lieve-moderata intensità.

L’esposizione ripetuta alla sauna migliora la funzione endoteliale e, a lungo termine, può ridurre la pressione arteriosa e migliorare la funzione ventricolare attraverso una riduzione del pre-carico e del post-carico.

Alcuni studi hanno evidenziato una alterazione positiva del sistema nervoso autonomo e una riduzione delle concentrazioni dei peptidi natriuretici, dello stress ossidativo dell’infiammazione e della concentrazione della norepinefrina.

Sauna bathing is associated with reduced cardiovascular mortality and improves risk prediction in men and women: a prospective cohort study. BMC Med. 2018 Nov 29;16(1):219. doi: 10.1186/s12916-018-1198-0.



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