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Uniti per combattere la diffusione del diabete nel mondo

Proposte e priorità del piano di azione delineato dal progetto Cities Changing Diabetes per affrontare il diabete nella città metropolitana di Roma; discussione preliminare sull’avviamento del progetto nell’area di Milano; stipula dell’accordo di collaborazione strategica tra le metropoli di Houston, Milano, Roma e Shangai, per un approccio condiviso alla sfida posta dal diabete urbano; firma del protocollo d’intesa tra l’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città” italiano e il britannico All-Party Parliamentary Group for Diabetes, per lo sviluppo di una collaborazione istituzionale congiunta, presentazione della figura dello Health City Manager: sono alcuni degli aspetti salienti del summit internazionale “Creating the World of Tomorrow – At the Heart of the City” che si è svolto a Roma, l’8 luglio scorso, e che ha convogliato nella capitale esperti, politici, amministratori ed esponenti della società civile per due giorni di dibattito sul tema del diabete.

Secondo i dati resi noti annualmente dal rapporto dell’International Diabetes Federation, il diabete riguarda nel mondo 425 milioni di adulti, più di un milione di bambini; causa ogni anno oltre 4 milioni di decessi, costa all’economia globale, di sola spesa sanitaria, 727 miliardi di dollari, cioè il 12 per cento del totale. Sono oltre 352 milioni le persone a rischio di ammalarsi, il che porta al coinvolgimento complessivo con la malattia di 1 abitante del pianeta su 10, ma ciò che preoccupa maggiormente è il rapido trend di crescita, per cui nel 2045 si prevedono 629 milioni di malati, con una crescita del 48 per cento rispetto ad oggi.

Di particolare rilevanza, il tema della diffusione epidemica della malattia nelle città e nelle aree urbane, in cui risiedono oggi quasi i due terzi delle persone colpite dal diabete; per questa ragione, nel 2014 ha visto la luce, promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, il progetto internazionale Cities Changing Diabetes che si propone di studiare il fenomeno, suggerendo possibili risposte e correttivi. Ad oggi ha coinvolto una ventina di metropoli nei cinque continenti, Roma sin dal 2017 e Milano, new entry 2019, per l’Italia.

Proprio al progetto Cities Changing Diabetes e al diabete urbano è stata dedicata la prima giornata di lavori dell’incontro romano che ha visto lo svolgersi del 4th Health City Forum e 3rd Roma Cities Changing Diabetes Summit. Organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Health City Institute, I-Com Istituto per la competitività, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane e Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città”, il summit è stato anche occasione per avere il punto di vista della FAO e dell’OMS, grazie alla partecipazione di Anna Lartey, Direttore della Divisione Nutrizione e Sistemi alimentari della FAO, e di Francesca Racioppi, Direttore del Centro europeo salute e ambiente dell’OMS.

Il progetto Cities Changing Diabetes sviluppato nella Città Metropolitana di Roma ha visto la collaborazione di ben 140 esperti di diversa estrazione – clinici, economisti, sociologi, amministratori pubblici – che hanno analizzato il contesto socio-demografico e clinico epidemiologico dell’area cittadina che, con quasi 300mila persone con diabete, rappresenta la città con il maggior numero assoluto di diabetici nel nostro Paese. Oggi presentiamo un impegnativo piano di azione triennale, che possa indicare le azioni da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico del diabete tipo 2 a Roma” – ha spiegato il coordinatore Andrea Lenzi, Presidente dell’Health City Institute e del Comitato nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Le indicazioni degli esperti per Roma sono state esplicitamente rivolte a ridefinire il contesto urbano sulla base della distribuzione dei fattori di rischio più importanti all’interno dell’area metropolitana di Roma, ridurre le disuguaglianze, rafforzare la rete di servizi socio-sanitari.

Sei le aree di intervento individuate:

a) creazione di strutture socio–sanitarie più adeguate allo sviluppo urbanistico, che vede importanti mutamenti del contesto socio–demografico e un significativo impatto dell’afflusso interurbano di persone non residenti, per ragioni di lavoro, studio e turismo;

b) rafforzamento delle reti di assistenza e della medicina di prossimità sul territorio, con una rete sanitaria che guardi alle esigenze della comunità piuttosto che a quelle del territorio, per venire incontro all’invecchiamento della popolazione e all’incremento delle famiglie monocomponente con la loro intrinseca fragilità di fronte a una condizione come il diabete;

c) sostegno della mobilità sostenibile e miglioramento della fruibilità delle reti di trasporto condiviso e pubblico, per facilitare le connessioni tra i luoghi e i servizi alla persona e alla famiglia che garantiscono un accesso equo ai servizi socio–sanitari per i cittadini;

d) aumento dell’informazione disponibile ai soggetti più vulnerabili, condizione necessaria alla base della scelta di condurre stili di vita sani e quindi al miglioramento della propria condizione di salute, attraverso progetti di formazione ed educa­zione che coinvolgano scuole, terzo settore, medici di famiglia, farmacie e istituzioni sul territorio;

e) creazione di una rete uniforme di assistenza specialistica, attivando allo stesso tempo progetti di screening per la preven­zione e la diagnosi precoce, mediante la piena attuazione del Piano Regionale sulla Malattia Diabetica, pubbli­cato dalla Regione Lazio nel dicembre 2015;

f) sviluppo di sistemi innovativi, come le centrali operative delle cronicità (C.O.C.) delle Asl che possono rappresentare un modello virtuoso di gestione integrata dei pazienti, a tutela della presa in carico della complessità per l’assistenza territoriale e delle transizioni da un luogo di cura all’altro o da un livello clinico-assistenziale ad un altro, e lo sviluppo di si­stemi di telemedicina e telesoccorso utili per l’assistenza domiciliare.

Importanti anche le collaborazioni e l’interscambio di esperienze.

La rapida urbanizzazione globale sta modificando sia il luogo in cui la gente vive sia il modo in cui vive. La pianificazione urbana, le politiche e l’approccio culturale hanno un impatto diretto sulla salute delle persone. Questi dati di fatto costituiscono le fondamenta sulle quali si basa un accordo che sarà siglato tra le commissioni di esperti che sovraintendono ai progetti Cities Changing Diabetes di Roma, Milano, Shangai e Houston, con l’obiettivo di definire modalità di lavoro comuni e di interscambio tra alcune delle realtà che stanno affrontando con maggiore impegno la sfida del diabete urbano” – ha detto Michele Carruba, coordinatore del progetto nella Città metropolitana di Milano.

Collaborazione, identificazione e studio dei determinanti alla base del fenomeno, promozione educativa e culturale, riconfigurazione urbanistica per favorire un ambiente promotore di salute, condivisione delle esperienze e dei casi di successo e coinvolgimento di nuove città nel programma saranno i pilastri dell’accordo.

Non solo, nella giornata del 9 luglio, è stato siglato un protocollo d’intesa tra rappresentanti dei parlamenti italiano e inglese, che avrà l’obiettivo di studiare azioni politiche comuni.

La lotta e in particolare la prevenzione del diabete necessitano dello sviluppo di azioni coordinate tra mondo accademico, scientifico, e politico. Questo accordo di collaborazione interparlamentare con i colleghi di Westminster rappresenta un importante passo in tal senso. Il nostro obiettivo comune sarà di sviluppare politiche volte alla prevenzione primaria della malattia, alla prevenzione delle complicanze, all’identificazione di indicatori che permettano di misurare il fenomeno e valutare il successo degli interventi, che saranno sia in ambito educativo e culturale, sia organizzativo. L’aspetto fondamentale dell’intesa, tuttavia, rappresenta il tentativo di dare vita a un modello di alleanza politica sul diabete in Europa, che possa indirizzare le future politiche di contrasto alla malattia, le priorità di finanziamento della ricerca e, in ultima analisi, aiutino a invertire la rotta di crescita del diabete urbano” – ha detto Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città” e Vice Presidente Vicario ANCI.

Infine, la nuova figura dello Health City Manager, un professionista in grado di migliorare il contesto urbano riguardo la salute, coinvolgendo i cittadini nelle scelte politiche e impegnando le amministrazioni nella promozione della salute dei cittadini, il tutto anche attraverso modalità di partenariato pubblico–privato. Un ruolo, già individuato nella Roma Urban Health Declaration siglata durante il G7 sulla salute del novembre 2017 e dal documento di indirizzo approvato dal Comitato delle Regioni dell’Unione Europea e auspicato dal Commissario Europeo per la salute Andriukaitis, ritenuto in grado di guidare il processo di miglioramento della salute in ambito urbano, in sinergia con le amministrazioni locali e sanitarie.

L’aumento dell’aspettativa e della buona qualità di vita correlata a una riduzione dei decessi prevenibili a causa di malattie non trasmissibili, porterà come conseguenza alla creazione di strutture di coordinamento tra diversi settori della governance urbana che interagiscono con la salute. Un coordinamento che dovrà avvenire attraverso il coinvolgimento di diversi livelli di governo – locale, regionale e nazionale – ed essere supportato da azioni globali e quale fattore primario da una osservazione dinamica dei determinanti della salute nelle città. In questo vi è la necessità di nuove figure professionali di coordinamento tra le amministrazioni comunali e le amministrazioni sanitarie per implementare sinergie tra le varie politiche sulla salute. L’Health City Manager può essere la nuova figura di coordinamento interfunzionale tra le varie componenti che a livello territoriale si occupano della promozione della salute nelle città” – ha concluso Walter Ricciardi, Presidente della World Federation of Public Health Associations.

 


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Migranti e salute: prevenzione, cura e fake news

Secondo i dati del Forum Sociale delle Migrazioni 2018, svoltosi in Mexico, una persona su sette sul pianeta è migrante, avendo sperimentato una qualche forma di mobilità umana. Nel passato le migrazioni erano favorite, in Italia dal sud verso le industrie del Nord, e similmente in altre parti del mondo che soffrono denatalità e scarsa popolazione. Oggi la tendenza a ostacolare la mobilità umana è diventata più radicata. Come medici non possiamo che agire a favore di chi ha bisogno di un intervento medico.

E questa è la logica che ha portato al convegno “Migranti e salute: tra prevenzione, cura e fake news”, che ha voluto fare il punto sullo stato di salute e sui bisogni dei migranti in Italia (Palermo, 21 marzo 2019 – Ordine dei Medici di Palermo).

Promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME) il convegno potrà contare sulla presenza delle principali organizzazioni che si occupano di questi temi portando il proprio contributo alla comprensione del fenomeno migratorio e nello specifico degli aspetti relativi alla salute; il luogo scelto non è casuale, in Sicilia a Palermo dove i medici che accolgono, i medici di pronto soccorso, pediatri, ginecologi e psicologi hanno il compito di rispondere alle necessità di cura” – ha spiegato Edoardo Guastamacchia, presidente AME.

Il convegno è realizzato grazie al contributo incondizionato di Ibsa Farmaceutici Italia.

Il numero dei migranti residenti a vario titolo sul territorio nazionale è pari a circa il 10% della popolazione generale; i livelli e le modalità di assistenza alla salute nelle sue varie declinazioni (prevenzione, diagnosi e terapia) sono estremamente difformi e poco tracciate. Vogliamo evidenziare alcuni aspetti cruciali dell’intero processo assistenziale. In particolare, procedere con una mappatura delle specificità dei bisogni di salute per questa parte di popolazione e, a seguire, le riposte ai bisogni testimoniate da varie iniziative assistenziali. Da ultimo, ma non meno importante, la gestione dell’informazione relativa alla potenziale trasmissibilità delle condizioni morbose degli immigrati” – ha affermato Piernicola Garofalo, Unità operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera “Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello”, di Palermo e responsabile scientifico del convegno.

Per curare i migranti certamente la rimozione di ostacoli di tipo economico rappresenta una strada maestra ma vi sono altre barriere all’ingresso che debbono essere affrontate” – ha spiegato Carlo Devillanova, Professore di Economia Politica, Università Bocconi di Milano che in uno studio ha messo a confronto gli accessi a medici di base, specialisti, ospedali e posti di pronto soccorso di immigrati e italiani sulla base dei dati contenuti nell’indagine “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”.

Abbiamo identificato gli immigrati in base sia alla cittadinanza, sia al paese di nascita, portando così alla luce anche i percorsi sanitari degli immigrati di seconda generazione. A parità di condizioni, gli immigrati hanno circa il 45% di probabilità in meno di accedere a prestazioni specialistiche e il 45% in più di usufruire di cure prestate nei punti di pronto soccorso. Anche gli immigrati di seconda generazione ricorrono meno degli italiani agli specialisti, ma hanno il 60% di probabilità in più di farsi curare in ospedale. Non ricorrendo al medico di base, in entrambi i casi le patologie si aggravano fino a richiedere l’ospedalizzazione o l’intervento di pronto soccorso. Il motivo di questo approccio pare sia dovuto alle barriere che gli immigrati trovano: non si tratta di barriere di tipo economico, ma legate alla mancanza di informazione, alla complessità dell’apparato burocratico, a problemi linguistici” – ha continuato Carlo Devillanova.

Quasi il 37% delle donne immigrate, per esempio, non ha fatto una diagnosi prenatale poiché non informata sulla sua esistenza, contro il 12% delle italiane.

 


Senato: presentata mozione per una migliore presa in carico e cura del paziente oncologico

Recepito integralmente in una mozione presentata al Senato dal coordinatore dell’Intergruppo “Insieme contro il Cancro”, il Senatore Massimiliano Romeo, l’Accordo di legislatura siglato il 7 febbraio scorso dal progetto “La Salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” con i partiti politici candidati alle elezioni.

L’Accordo di legislatura è un documento in 15 punti che intende rappresentare un percorso ideale per la presa in carico e la cura del paziente oncologico all’interno del perimetro della sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale.

La presentazione di questa mozione ci fa ben sperare per il prosieguo della nostra attività. L’Accordo di legislatura non deve essere un libro dei sogni ma un percorso concreto e realizzabile condiviso con tutte le forze politiche nazionali e regionali. Le 23 associazioni aderenti al nostro progetto hanno infatti ideato e scritto questo documento per dare una struttura portante e un contenuto strutturato al nostro costante dialogo con le Istituzioni” – ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e coordinatrice del progetto.

I 15 punti dell’accordo di legislatura sono relativi a temi molto attuali dell’oncologia quali l’attuazione delle reti oncologiche e le Breast Unit, le disparità regionali in tema di accesso alle cure, i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) e i Centri di Accoglienza e Servizi per la presa in carico dei pazienti. Orientati invece su una dimensione temporale più ampia sono le istanze relative a diffusione e accesso a test diagnostici molecolari per instaurare terapie personalizzate, il riconoscimento della psico-oncologia come professione sanitaria e la lotta alle fake news.

Ho raccolto con favore questa iniziativa di confronto con le associazioni pazienti, credo che la società civile e il mondo del volontariato possano davvero contribuire ad una più compiuta riflessione da parte della politica e delle istituzioni e, come coordinatore dell’Intergruppo “Insieme contro il cancro”, mi impegnerò con tutte le forze politiche per accrescere questi momenti di dialogo” – ha spiegato il Senatore Massimiliano Romeo.

La mozione presentata dovrà essere calendarizzata, discussa e votata dall’Aula del Senato.

Le associazioni pazienti del progetto si augurano che questo atto di indirizzo politico sia calendarizzato e votato il prima possibile al fine di poter avviare un dialogo fattivo e concreto con il Governo sui temi dell’accordo e così accrescere e migliorare la presa in carico e la cura di tutti i pazienti” – ha concluso Annamaria Mancuso.

 


Tumore al seno, le parole che aiutano la cura

Anche le parole possono curare: nell’era della medicina sempre più tecnologica e veloce, dove i medici hanno sempre meno tempo da dedicare ai pazienti, sembra proprio che i percorsi di cura non possano fare a meno del supporto generato dal dialogo e da una corretta relazione e comunicazione tra il medico e il suo assistito. Questo aspetto è ancora più marcato nel caso di patologie come il tumore al seno o altre patologie oncologiche, che richiedono un approccio di cura multidisciplinare, che coinvolge non solo l’oncologo ma anche altri professionisti.

Sono la comunicazione e l’importanza del rapporto diretto medico-paziente i grandi temi al centro del “Riconoscimento U. V. al Laudato Medico”, istituito nel 2017 da Europa Donna Italia per preservare l’eredità umana di Umberto Veronesi: un modo semplice e diretto per dire “grazie” ai medici che nei Centri di senologia multidisciplinari hanno dimostrato particolare empatia, umanità e vicinanza alle pazienti con tumore al seno. Quest’anno Fondazione MSD supporta in modo incondizionato il progetto sposandone in pieno la filosofia di attenzione alla Persona nel percorso di cura.

Dopo la raccolta di oltre 6.000 segnalazioni di pazienti e caregiver sul web, è stato assegnato a Milano, il 28 novembre scorso, il Riconoscimento ai cinque medici che, nelle diverse categorie – chirurgo, oncologo, radiologo, radioterapista e patologo ­– hanno ricevuto il maggior numero di segnalazioni per l’empatia e l’umanità dimostrata: Pietro Caldarella, Divisione di Senologia Chirurgica, Istituto Europeo di Oncologia di Milano; Antonio Cusmai, Dirigente Dipartimento Oncologia Ospedale San Paolo di Bari; Angela Vestito, Unità Operativa Complessa di Radiodiagnostica-RMN – Senologia Ospedale San Paolo di Bari; Alessia Surgo, Divisione di Radioterapia Istituto Europeo di Oncologia di Milano; Rosa Giannatiempo, Responsabile Unità Operativa semplice di Anatomia Patologica dell’Ospedale Evengelico Betania di Napoli.

Ascoltare i pazienti, infondere loro fiducia e speranza, significa scatenare reazioni positive, che addirittura, come dimostrano numerosi studi scientifici, possono potenziare gli effetti delle terapie e favorire la guarigione. Umberto Veronesi ha lasciato questo messaggio in eredità al nostro Paese, ai medici che hanno lavorato con lui e alle nuove generazioni, e per questo Europa Donna Italia ha deciso di intitolare alla sua memoria il Riconoscimento al Laudato Medico.

Umberto Veronesi è stato il primo a riconoscere e dare l’umanizzazione alla medicina prima di lui si pensava che fosse più urgente curare l’organo piuttosto che la persona. Lui aveva capito che preoccuparsi della sensibilità delle pazienti accelerava la guarigione e lo insegnava ogni giorno a colleghi e allievi. Il Riconoscimento vuole valorizzare il modo di concepire la relazione medico-paziente introdotto dal Professor Veronesi affinché sia da stimolo e modello esemplare per tutta la classe medica – ha dichiarato Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia.

Mettere in pratica nella clinica di tutti i giorni e soprattutto con i pazienti oncologici come le donne colpite da un tumore al seno, gli insegnamenti di Umberto Veronesi è fondamentale, soprattutto se si considera la complessità della medicina moderna, ‘pressata’ da un lato da una tecnologia sempre più spinta, che rischia di marginalizzare il ruolo del medico, e dall’altro da esigenze di budget aziendale che costringono gli operatori sanitari a lavorare con ritmi stringenti, lasciando poco spazio al dialogo con i propri assistiti.

Creare da subito un buon rapporto con il paziente, entrando in empatia con lui, è fondamentale la prima cosa da fare è ascoltarlo. Il medico deve necessariamente trovare un equilibrio tra il tempo che ha a disposizione, effettivamente troppo limitato, e la capacità di accontentare i pazienti. In ogni caso, la regola che vale per tutti noi medici è quella di non chiudere mai la porta di fronte a un paziente che ti vuole parlare” – ha affermato Paolo Veronesi, Presidente Fondazione Umberto Veronesi.

Le parole positive, il comportamento empatico e di vicinanza al paziente da parte di medici e infermieri, attiva meccanismi benefici. Oggi è possibile identificare e valutare i bisogni dei pazienti con apposite metodiche e questionari specifici e far sì che il personale sanitario adotti una comunicazione idonea a soddisfare tali esigenze.

L’approccio neuroscientifico che oggi possiamo applicare ci permette di scandagliare le diverse aree del cervello umano al punto che numerose ricerche scientifiche dimostrano ormai una correlazione tra le emozioni e i sentimenti scatenati da parole come fiducia, speranza e guarigione a livello di produzione cerebrale di una gran quantità di sostanze chimiche, che costituiscono una vera e propria farmacia endogena la quale non sostituisce i farmaci ma ne potenzia gli effetti curativi” – ha spiegato Fabrizio Benedetti, Professore Ordinario di Neurofisiologia e Fisiologia Umana all’Università degli Studi di Torino.

La malattia, e il cancro in particolare, quando irrompe nella vita di una persona segna una rottura che va ricostruita. Da ciò deriva la necessità di intervenire con un supporto emotivo, la cui rilevanza ed efficacia d’altra parte sono state dimostrate da diverse ricerche sin dagli anni Novanta.

Il supporto psicologico comporta la diminuzione del distress, dell’ansia e della depressione numerose ricerche scientifiche hanno evidenziato come il benessere psico-emotivo influenzi il sistema immunitario riducendo il rischio di sviluppare neoplasie ma al tempo stesso favorendo una migliore risposta alle terapie, aumentando la probabilità di guarigione, quando il nostro corpo si ammala. Tutto ciò è più importante nei pazienti oncologici nei quali il sostegno emotivo permette di raggiungere obiettivi nel percorso di cura, come la migliore aderenza ai trattamenti e una migliore gestione degli effetti collaterali. Ovviamente, la formazione del personale sanitario è un momento altrettanto cruciale” – ha sottolineato Gabriella Pravettoni, Direttore di Psiconcologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Una corretta comunicazione e un dialogo empatico costituiscono i cardini della relazione medico-paziente. In tal senso l’istituzione della Breast Unit negli anni Settanta, ideata proprio da Umberto Veronesi, ha contribuito non poco a facilitare e aumentare la comunicazione medico-paziente e la partecipazione delle donne con tumore al seno al percorso di cura. Un ulteriore contributo arriva oggi dalla tecnologia.

Personalmente utilizzo spesso internet e le altre opportunità offerte dalle nuove tecnologie perché trovo in esse un aiuto importante sia per semplificare le spiegazioni alle pazienti riguardo la loro malattia sia perché a mio avviso le tecnologie digitali e il web valorizzano la comunicazione e ci consentono di interagire con la paziente specie nella fase acuta di malattia. Tutto ciò avvicina anche umanamente il medico alla sua assistita. Ovviamente bisogna usare questi strumenti con buon senso anche se, devo ammetterlo, è difficile a volte porre dei limiti e trovare il giusto equilibrio” – ha detto Alberto Costa, Segretario Generale della European School of Oncology.

La disponibilità verso la paziente è una parte importante delle cure e contribuisce ad accelerare il percorso di guarigione. Il “Laudato Medico” ha lo scopo di riconoscere formalmente quei medici che ogni giorno aggiungono alla propria professionalità anche questa sensibilità umana, in modo che siano di esempio per tutti gli altri.

Quest’anno il progetto è sostenuto in modo incondizionato da Fondazione MSD.

La Fondazione MSD è lieta di sostenere da quest’anno un progetto che riconosce il Valore e i Bisogni della Persona nel suo percorso di cura e nella relazione con il medico: temi assolutamente coerenti con l’impegno che, ormai da otto anni, contraddistingue l’attività della Fondazione a sostegno dell’empowerment e dell’engagement delle Associazioni di pazienti e delle Persone che ne sono parte” – ha dichiarato il Direttore Goffredo Freddi.


Dal dentifricio un’arma in più per curare la malaria

Il triclosan, un antibatterico presente nella pasta dentifricia, potrebbe essere in grado di contrastare i ceppi di malaria più resistenti alle terapie.

E’ quanto emerge da una ricerca condotta dall’Università di Cambridge, che ha impiegato uno “scienziato – robot” dotato di intelligenza artificiale (AI). Nello studio pubblicato da Scientific Reports il triclosan ha mostrato caratteristiche capaci d interrompere l’infezione della malaria in due stadi critici: quello del fegato e del sangue.

La malaria uccide ogni anno circa mezzo milione di persone, in maggioranza bambini delle zone più povere dell’Africa.  La resistenza dei vari ceppi del parassita malarico a questi farmaci è purtroppo in forte crescita.Per questo motivo, la ricerca di nuovi farmaci sta diventando sempre più urgente.

La premessa

Dopo essere stati trasferiti in un nuovo ospite tramite una puntura di zanzara infetta dal Plasmodium falciparum, i parassiti della malaria si fanno strada nel fegato, dove maturano e si riproducono. Quindi, dopo alcuni giorni si spostano nei globuli rossi, si moltiplicano e si diffondono nel corpo, causando febbre e complicanze potenzialmente letali. I ricercatori sanno da tempo che il triclosan può arrestare la crescita dei parassiti della malaria nella fase del sangue dell’infezione, inibendo l’azione dell’enzima enoil reduttasi (ENR), che è coinvolto nella produzione di acidi grassi. Nel dentifricio, l’inibizione di questo enzima aiuta a prevenire l’accumulo di batteri nella placca.

Lo studio

Nel lavoro dell’Università di Cambridge, coordinato da Elizabeth Bilsland, ha scoperto che il triclosan inibisce anche un altro enzima, completamente diverso del parassita della malaria, chiamato DHFR. Il DHFR è il bersaglio della pirimetamina antimalarica, un farmaco di vecchia data verso il quale tuttavia i parassiti della malaria stanno sviluppando una sempre maggiore resistenza, in particolare in Africa. Il lavoro del team di Cambridge ha dimostrato che il triclosan è in grado di mirare e agire su questo enzima anche nei parassiti resistenti alla pirimetamina.

La scoperta del nostro ‘collega robot’, che il triclosan è efficace contro due obiettivi della malaria ci da la speranza che potremmo essere in grado di usarlo per sviluppare un nuovo farmaco. Sappiamo che triclosan è un composto sicuro, e la sua capacità di colpire due punti del ciclo vitale del parassita malarico significa che il Plasmodium falciparum troverà molte difficoltà a sviluppare la resistenza” – dice Elizabeth Bilsland.

Lo scienziato robotizzato AI, utilizzato nello studio – soprannominato Eve – è stato progettato per automatizzare e accelerare il processo di scoperta dei farmaci.

Plasmodium dihydrofolate reductase is a second enzyme target for the antimalarial action of triclosan – Elizabeth Bilsland, Liisa van Vliet, Kevin Williams, Jack Feltham, Marta P. Carrasco, Wesley L. Fotoran, Eliana F. G. Cubillos, Gerhard Wunderlich, Morten Grøtli, Florian Hollfelder, Victoria Jackson, Ross D. King & Stephen G. Oliver – Scientific Reports, volume 8, Article number: 1038 (2018)


Denti che tornano sani con le cellule staminali

 

Per i dentisti, una carie è un paradosso: per salvare il dente è necessario danneggiarlo ulteriormente. Oggi, il modo principale per trattare una carie è scavare la parte erosa e l’area circostante e poi otturare la cavità con un materiale surrogato durevole, come un cemento a matrice metallica, plastica o vetrosa.

Ma che cosa succederebbe se invece di trapanare i denti e rattopparli con sigillanti sintetici, i dentisti potessero convincere la nostra dentatura a ricrescere in modo autonomo?

Paul Sharpe, bioingegnere del King’s College di Londra, e i suoi colleghi hanno scoperto un nuovo modo per fare esattamente questo nei topi.

L’anno scorso hanno pubblicato su “Scientific Reportsuno studio che descriveva le loro tecniche innovative. E da allora hanno fatto ancora più progressi, rendendo questa procedura sperimentale più vicina agli studi clinici sugli esseri umani.

Per introdurre formalmente questo trattamento nell’odontoiatria moderna, tuttavia, i ricercatori dovranno condurre studi clinici su pazienti umani. Per questo lavoro mancano ancora diversi anni, dice Sharpe.

Ma alcuni dei farmaci che potrebbero essere utilizzati sono già approvati per altri usi negli esseri umani, ed egli spera che ciò possa accelerare il processo dell’eventuale approvazione.

Molte cure dentistiche sono ancora nei tempi bui. È ora di andare avanti” – afferma Sharpe.

Promotion of natural tooth repair by small molecule GSK3 antagonists – Vitor C. M. Neves, Rebecca Babb, Dhivya Chandrasekaran, & Paul T. Sharpe – Scientific Reports volume7, Article number: 39654 (2017) – doi:10.1038/srep39654

Fibrosi Polmonare Idiopatica, si può fare di più: un progetto per facilitare e anticipare la diagnosi garantendo un rapido accesso ai trattamenti

“Fare di più” per i pazienti con Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF), grave e rara malattia che causa la cicatrizzazione progressiva e irreversibile dei polmoni, con una sopravvivenza limitata a tre anni dalla diagnosi nel 50% dei casi. Un’esigenza raccolta da Roche che promuove “PerFECT”, un progetto finalizzato ad aumentare la consapevolezza e l’esperienza degli specialisti sull’IPF, per superare le tante difficoltà che ostacolano una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo.

L’incidenza di IPF in Italia è 16 casi ogni 100.000 abitanti e in Europa sono stimati circa 100.000 pazienti, con un incremento annuale di circa 35.000 casi. Studi recenti hanno dimostrato che il declino causato dall’IPF è peggiore rispetto a molti tipi di tumore, ma le sue caratteristiche ed i suoi sintomi, facilmente sovrapponibili a quelli di altre patologie respiratorie, la rendono difficile da identificare.

Una delle maggiori difficoltà legate a questa malattia sono appunto i tempi della diagnosi, complessa ed elaborata, e che coinvolge un vero e proprio team di specialisti: pneumologi, radiologi e anatomopatologi. Si stima infatti che ad un paziente su due non venga diagnosticata correttamente la patologia e che possano trascorrere anche due anni dai primi sintomi prima di un accertamento definitivo sotto il profilo diagnostico. Tempo prezioso per i pazienti che perdono così l’opportunità di accedere ad una terapia tempestiva, necessaria per migliorare la prognosi e rallentare l’evoluzione dell’IPF.

Soprattutto nei piccoli centri ospedalieri non è facile disporre di informazioni ed esperienze necessarie ad arrivare ad una diagnosi tempestiva. Ecco allora che il supporto di un centro di riferimento con maggiore esperienza per una second opinion, diventa un elemento determinante per una diagnosi certa.

Va in questa direzione il progetto “PerFECT” che si articola in una rete di centri periferici, denominati “Spoke” collegati attraverso una piattaforma web a centri di riferimento esperti, i cosiddetti “Hub”. L’obiettivo del progetto PerFECT è proprio quello di facilitare e supportare la diagnosi di IPF, mettendo in contatto diretto, in modo semplice e in tempo reale, i centri meno esperti con i centri di riferimento nell’ambito delle patologie interstiziali del polmone, per ottenere un parere di secondo livello, che arriva in tempi brevi e “a chilometro zero”. Attraverso un tool informatico, infatti, i centri Hub valutano la documentazione clinica inviata dai centri Spoke e forniscono un secondo parere.

Un’ottimizzazione delle informazioni sulla malattia ed un aiuto alla sostenibilità del sistema: grazie alla condivisione telematica, infatti, i pazienti e le loro famiglie possono evitare o ridurre lunghi e costosi spostamenti tra Regioni, mentre anche il piccolo centro ospedaliero può fornire una diagnosi accurata ed in tempi brevi, evitando indagini strumentali ed esami non appropriati.

Il progetto è nato per creare una comunità di clinici informata e dedicata all’IPF, perché i pazienti possano ottenere la migliore diagnosi, nel più breve tempo possibile quando si ha di fronte una patologia infausta come l’IPF, che toglie tempo e speranze, diventa fondamentale agire perché tutti i protagonisti dispongano di informazioni, conoscenza ed esperienze per poter identificare la patologia il prima possibile e regalare momenti importanti ai pazienti e alle loro famiglie. L’impegno di Roche va anche in questa direzione: fornire gli strumenti e le tecnologie necessari perché i pazienti vedano garantito il loro diritto a una diagnosi rapida e a un trattamento tempestivo, senza spreco di tempo e risorse” – ha commentato Anna Maria Porrini, Medical Affairs & Clinical Operations Director di Roche Italia.

Ad oggi sono nove i centri che hanno aderito al progetto e sono state gestite quasi 300 richieste di second opinion.

 


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