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Migranti e salute: prevenzione, cura e fake news

Secondo i dati del Forum Sociale delle Migrazioni 2018, svoltosi in Mexico, una persona su sette sul pianeta è migrante, avendo sperimentato una qualche forma di mobilità umana. Nel passato le migrazioni erano favorite, in Italia dal sud verso le industrie del Nord, e similmente in altre parti del mondo che soffrono denatalità e scarsa popolazione. Oggi la tendenza a ostacolare la mobilità umana è diventata più radicata. Come medici non possiamo che agire a favore di chi ha bisogno di un intervento medico.

E questa è la logica che ha portato al convegno “Migranti e salute: tra prevenzione, cura e fake news”, che ha voluto fare il punto sullo stato di salute e sui bisogni dei migranti in Italia (Palermo, 21 marzo 2019 – Ordine dei Medici di Palermo).

Promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME) il convegno potrà contare sulla presenza delle principali organizzazioni che si occupano di questi temi portando il proprio contributo alla comprensione del fenomeno migratorio e nello specifico degli aspetti relativi alla salute; il luogo scelto non è casuale, in Sicilia a Palermo dove i medici che accolgono, i medici di pronto soccorso, pediatri, ginecologi e psicologi hanno il compito di rispondere alle necessità di cura” – ha spiegato Edoardo Guastamacchia, presidente AME.

Il convegno è realizzato grazie al contributo incondizionato di Ibsa Farmaceutici Italia.

Il numero dei migranti residenti a vario titolo sul territorio nazionale è pari a circa il 10% della popolazione generale; i livelli e le modalità di assistenza alla salute nelle sue varie declinazioni (prevenzione, diagnosi e terapia) sono estremamente difformi e poco tracciate. Vogliamo evidenziare alcuni aspetti cruciali dell’intero processo assistenziale. In particolare, procedere con una mappatura delle specificità dei bisogni di salute per questa parte di popolazione e, a seguire, le riposte ai bisogni testimoniate da varie iniziative assistenziali. Da ultimo, ma non meno importante, la gestione dell’informazione relativa alla potenziale trasmissibilità delle condizioni morbose degli immigrati” – ha affermato Piernicola Garofalo, Unità operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera “Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello”, di Palermo e responsabile scientifico del convegno.

Per curare i migranti certamente la rimozione di ostacoli di tipo economico rappresenta una strada maestra ma vi sono altre barriere all’ingresso che debbono essere affrontate” – ha spiegato Carlo Devillanova, Professore di Economia Politica, Università Bocconi di Milano che in uno studio ha messo a confronto gli accessi a medici di base, specialisti, ospedali e posti di pronto soccorso di immigrati e italiani sulla base dei dati contenuti nell’indagine “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”.

Abbiamo identificato gli immigrati in base sia alla cittadinanza, sia al paese di nascita, portando così alla luce anche i percorsi sanitari degli immigrati di seconda generazione. A parità di condizioni, gli immigrati hanno circa il 45% di probabilità in meno di accedere a prestazioni specialistiche e il 45% in più di usufruire di cure prestate nei punti di pronto soccorso. Anche gli immigrati di seconda generazione ricorrono meno degli italiani agli specialisti, ma hanno il 60% di probabilità in più di farsi curare in ospedale. Non ricorrendo al medico di base, in entrambi i casi le patologie si aggravano fino a richiedere l’ospedalizzazione o l’intervento di pronto soccorso. Il motivo di questo approccio pare sia dovuto alle barriere che gli immigrati trovano: non si tratta di barriere di tipo economico, ma legate alla mancanza di informazione, alla complessità dell’apparato burocratico, a problemi linguistici” – ha continuato Carlo Devillanova.

Quasi il 37% delle donne immigrate, per esempio, non ha fatto una diagnosi prenatale poiché non informata sulla sua esistenza, contro il 12% delle italiane.

 


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Senato: presentata mozione per una migliore presa in carico e cura del paziente oncologico

Recepito integralmente in una mozione presentata al Senato dal coordinatore dell’Intergruppo “Insieme contro il Cancro”, il Senatore Massimiliano Romeo, l’Accordo di legislatura siglato il 7 febbraio scorso dal progetto “La Salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” con i partiti politici candidati alle elezioni.

L’Accordo di legislatura è un documento in 15 punti che intende rappresentare un percorso ideale per la presa in carico e la cura del paziente oncologico all’interno del perimetro della sostenibilità del Sistema Sanitario Nazionale.

La presentazione di questa mozione ci fa ben sperare per il prosieguo della nostra attività. L’Accordo di legislatura non deve essere un libro dei sogni ma un percorso concreto e realizzabile condiviso con tutte le forze politiche nazionali e regionali. Le 23 associazioni aderenti al nostro progetto hanno infatti ideato e scritto questo documento per dare una struttura portante e un contenuto strutturato al nostro costante dialogo con le Istituzioni” – ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus e coordinatrice del progetto.

I 15 punti dell’accordo di legislatura sono relativi a temi molto attuali dell’oncologia quali l’attuazione delle reti oncologiche e le Breast Unit, le disparità regionali in tema di accesso alle cure, i Percorsi Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) e i Centri di Accoglienza e Servizi per la presa in carico dei pazienti. Orientati invece su una dimensione temporale più ampia sono le istanze relative a diffusione e accesso a test diagnostici molecolari per instaurare terapie personalizzate, il riconoscimento della psico-oncologia come professione sanitaria e la lotta alle fake news.

Ho raccolto con favore questa iniziativa di confronto con le associazioni pazienti, credo che la società civile e il mondo del volontariato possano davvero contribuire ad una più compiuta riflessione da parte della politica e delle istituzioni e, come coordinatore dell’Intergruppo “Insieme contro il cancro”, mi impegnerò con tutte le forze politiche per accrescere questi momenti di dialogo” – ha spiegato il Senatore Massimiliano Romeo.

La mozione presentata dovrà essere calendarizzata, discussa e votata dall’Aula del Senato.

Le associazioni pazienti del progetto si augurano che questo atto di indirizzo politico sia calendarizzato e votato il prima possibile al fine di poter avviare un dialogo fattivo e concreto con il Governo sui temi dell’accordo e così accrescere e migliorare la presa in carico e la cura di tutti i pazienti” – ha concluso Annamaria Mancuso.

 


Tumore al seno, le parole che aiutano la cura

Anche le parole possono curare: nell’era della medicina sempre più tecnologica e veloce, dove i medici hanno sempre meno tempo da dedicare ai pazienti, sembra proprio che i percorsi di cura non possano fare a meno del supporto generato dal dialogo e da una corretta relazione e comunicazione tra il medico e il suo assistito. Questo aspetto è ancora più marcato nel caso di patologie come il tumore al seno o altre patologie oncologiche, che richiedono un approccio di cura multidisciplinare, che coinvolge non solo l’oncologo ma anche altri professionisti.

Sono la comunicazione e l’importanza del rapporto diretto medico-paziente i grandi temi al centro del “Riconoscimento U. V. al Laudato Medico”, istituito nel 2017 da Europa Donna Italia per preservare l’eredità umana di Umberto Veronesi: un modo semplice e diretto per dire “grazie” ai medici che nei Centri di senologia multidisciplinari hanno dimostrato particolare empatia, umanità e vicinanza alle pazienti con tumore al seno. Quest’anno Fondazione MSD supporta in modo incondizionato il progetto sposandone in pieno la filosofia di attenzione alla Persona nel percorso di cura.

Dopo la raccolta di oltre 6.000 segnalazioni di pazienti e caregiver sul web, è stato assegnato a Milano, il 28 novembre scorso, il Riconoscimento ai cinque medici che, nelle diverse categorie – chirurgo, oncologo, radiologo, radioterapista e patologo ­– hanno ricevuto il maggior numero di segnalazioni per l’empatia e l’umanità dimostrata: Pietro Caldarella, Divisione di Senologia Chirurgica, Istituto Europeo di Oncologia di Milano; Antonio Cusmai, Dirigente Dipartimento Oncologia Ospedale San Paolo di Bari; Angela Vestito, Unità Operativa Complessa di Radiodiagnostica-RMN – Senologia Ospedale San Paolo di Bari; Alessia Surgo, Divisione di Radioterapia Istituto Europeo di Oncologia di Milano; Rosa Giannatiempo, Responsabile Unità Operativa semplice di Anatomia Patologica dell’Ospedale Evengelico Betania di Napoli.

Ascoltare i pazienti, infondere loro fiducia e speranza, significa scatenare reazioni positive, che addirittura, come dimostrano numerosi studi scientifici, possono potenziare gli effetti delle terapie e favorire la guarigione. Umberto Veronesi ha lasciato questo messaggio in eredità al nostro Paese, ai medici che hanno lavorato con lui e alle nuove generazioni, e per questo Europa Donna Italia ha deciso di intitolare alla sua memoria il Riconoscimento al Laudato Medico.

Umberto Veronesi è stato il primo a riconoscere e dare l’umanizzazione alla medicina prima di lui si pensava che fosse più urgente curare l’organo piuttosto che la persona. Lui aveva capito che preoccuparsi della sensibilità delle pazienti accelerava la guarigione e lo insegnava ogni giorno a colleghi e allievi. Il Riconoscimento vuole valorizzare il modo di concepire la relazione medico-paziente introdotto dal Professor Veronesi affinché sia da stimolo e modello esemplare per tutta la classe medica – ha dichiarato Rosanna D’Antona, Presidente Europa Donna Italia.

Mettere in pratica nella clinica di tutti i giorni e soprattutto con i pazienti oncologici come le donne colpite da un tumore al seno, gli insegnamenti di Umberto Veronesi è fondamentale, soprattutto se si considera la complessità della medicina moderna, ‘pressata’ da un lato da una tecnologia sempre più spinta, che rischia di marginalizzare il ruolo del medico, e dall’altro da esigenze di budget aziendale che costringono gli operatori sanitari a lavorare con ritmi stringenti, lasciando poco spazio al dialogo con i propri assistiti.

Creare da subito un buon rapporto con il paziente, entrando in empatia con lui, è fondamentale la prima cosa da fare è ascoltarlo. Il medico deve necessariamente trovare un equilibrio tra il tempo che ha a disposizione, effettivamente troppo limitato, e la capacità di accontentare i pazienti. In ogni caso, la regola che vale per tutti noi medici è quella di non chiudere mai la porta di fronte a un paziente che ti vuole parlare” – ha affermato Paolo Veronesi, Presidente Fondazione Umberto Veronesi.

Le parole positive, il comportamento empatico e di vicinanza al paziente da parte di medici e infermieri, attiva meccanismi benefici. Oggi è possibile identificare e valutare i bisogni dei pazienti con apposite metodiche e questionari specifici e far sì che il personale sanitario adotti una comunicazione idonea a soddisfare tali esigenze.

L’approccio neuroscientifico che oggi possiamo applicare ci permette di scandagliare le diverse aree del cervello umano al punto che numerose ricerche scientifiche dimostrano ormai una correlazione tra le emozioni e i sentimenti scatenati da parole come fiducia, speranza e guarigione a livello di produzione cerebrale di una gran quantità di sostanze chimiche, che costituiscono una vera e propria farmacia endogena la quale non sostituisce i farmaci ma ne potenzia gli effetti curativi” – ha spiegato Fabrizio Benedetti, Professore Ordinario di Neurofisiologia e Fisiologia Umana all’Università degli Studi di Torino.

La malattia, e il cancro in particolare, quando irrompe nella vita di una persona segna una rottura che va ricostruita. Da ciò deriva la necessità di intervenire con un supporto emotivo, la cui rilevanza ed efficacia d’altra parte sono state dimostrate da diverse ricerche sin dagli anni Novanta.

Il supporto psicologico comporta la diminuzione del distress, dell’ansia e della depressione numerose ricerche scientifiche hanno evidenziato come il benessere psico-emotivo influenzi il sistema immunitario riducendo il rischio di sviluppare neoplasie ma al tempo stesso favorendo una migliore risposta alle terapie, aumentando la probabilità di guarigione, quando il nostro corpo si ammala. Tutto ciò è più importante nei pazienti oncologici nei quali il sostegno emotivo permette di raggiungere obiettivi nel percorso di cura, come la migliore aderenza ai trattamenti e una migliore gestione degli effetti collaterali. Ovviamente, la formazione del personale sanitario è un momento altrettanto cruciale” – ha sottolineato Gabriella Pravettoni, Direttore di Psiconcologia all’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Una corretta comunicazione e un dialogo empatico costituiscono i cardini della relazione medico-paziente. In tal senso l’istituzione della Breast Unit negli anni Settanta, ideata proprio da Umberto Veronesi, ha contribuito non poco a facilitare e aumentare la comunicazione medico-paziente e la partecipazione delle donne con tumore al seno al percorso di cura. Un ulteriore contributo arriva oggi dalla tecnologia.

Personalmente utilizzo spesso internet e le altre opportunità offerte dalle nuove tecnologie perché trovo in esse un aiuto importante sia per semplificare le spiegazioni alle pazienti riguardo la loro malattia sia perché a mio avviso le tecnologie digitali e il web valorizzano la comunicazione e ci consentono di interagire con la paziente specie nella fase acuta di malattia. Tutto ciò avvicina anche umanamente il medico alla sua assistita. Ovviamente bisogna usare questi strumenti con buon senso anche se, devo ammetterlo, è difficile a volte porre dei limiti e trovare il giusto equilibrio” – ha detto Alberto Costa, Segretario Generale della European School of Oncology.

La disponibilità verso la paziente è una parte importante delle cure e contribuisce ad accelerare il percorso di guarigione. Il “Laudato Medico” ha lo scopo di riconoscere formalmente quei medici che ogni giorno aggiungono alla propria professionalità anche questa sensibilità umana, in modo che siano di esempio per tutti gli altri.

Quest’anno il progetto è sostenuto in modo incondizionato da Fondazione MSD.

La Fondazione MSD è lieta di sostenere da quest’anno un progetto che riconosce il Valore e i Bisogni della Persona nel suo percorso di cura e nella relazione con il medico: temi assolutamente coerenti con l’impegno che, ormai da otto anni, contraddistingue l’attività della Fondazione a sostegno dell’empowerment e dell’engagement delle Associazioni di pazienti e delle Persone che ne sono parte” – ha dichiarato il Direttore Goffredo Freddi.


Dal dentifricio un’arma in più per curare la malaria

Il triclosan, un antibatterico presente nella pasta dentifricia, potrebbe essere in grado di contrastare i ceppi di malaria più resistenti alle terapie.

E’ quanto emerge da una ricerca condotta dall’Università di Cambridge, che ha impiegato uno “scienziato – robot” dotato di intelligenza artificiale (AI). Nello studio pubblicato da Scientific Reports il triclosan ha mostrato caratteristiche capaci d interrompere l’infezione della malaria in due stadi critici: quello del fegato e del sangue.

La malaria uccide ogni anno circa mezzo milione di persone, in maggioranza bambini delle zone più povere dell’Africa.  La resistenza dei vari ceppi del parassita malarico a questi farmaci è purtroppo in forte crescita.Per questo motivo, la ricerca di nuovi farmaci sta diventando sempre più urgente.

La premessa

Dopo essere stati trasferiti in un nuovo ospite tramite una puntura di zanzara infetta dal Plasmodium falciparum, i parassiti della malaria si fanno strada nel fegato, dove maturano e si riproducono. Quindi, dopo alcuni giorni si spostano nei globuli rossi, si moltiplicano e si diffondono nel corpo, causando febbre e complicanze potenzialmente letali. I ricercatori sanno da tempo che il triclosan può arrestare la crescita dei parassiti della malaria nella fase del sangue dell’infezione, inibendo l’azione dell’enzima enoil reduttasi (ENR), che è coinvolto nella produzione di acidi grassi. Nel dentifricio, l’inibizione di questo enzima aiuta a prevenire l’accumulo di batteri nella placca.

Lo studio

Nel lavoro dell’Università di Cambridge, coordinato da Elizabeth Bilsland, ha scoperto che il triclosan inibisce anche un altro enzima, completamente diverso del parassita della malaria, chiamato DHFR. Il DHFR è il bersaglio della pirimetamina antimalarica, un farmaco di vecchia data verso il quale tuttavia i parassiti della malaria stanno sviluppando una sempre maggiore resistenza, in particolare in Africa. Il lavoro del team di Cambridge ha dimostrato che il triclosan è in grado di mirare e agire su questo enzima anche nei parassiti resistenti alla pirimetamina.

La scoperta del nostro ‘collega robot’, che il triclosan è efficace contro due obiettivi della malaria ci da la speranza che potremmo essere in grado di usarlo per sviluppare un nuovo farmaco. Sappiamo che triclosan è un composto sicuro, e la sua capacità di colpire due punti del ciclo vitale del parassita malarico significa che il Plasmodium falciparum troverà molte difficoltà a sviluppare la resistenza” – dice Elizabeth Bilsland.

Lo scienziato robotizzato AI, utilizzato nello studio – soprannominato Eve – è stato progettato per automatizzare e accelerare il processo di scoperta dei farmaci.

Plasmodium dihydrofolate reductase is a second enzyme target for the antimalarial action of triclosan – Elizabeth Bilsland, Liisa van Vliet, Kevin Williams, Jack Feltham, Marta P. Carrasco, Wesley L. Fotoran, Eliana F. G. Cubillos, Gerhard Wunderlich, Morten Grøtli, Florian Hollfelder, Victoria Jackson, Ross D. King & Stephen G. Oliver – Scientific Reports, volume 8, Article number: 1038 (2018)


Denti che tornano sani con le cellule staminali

 

Per i dentisti, una carie è un paradosso: per salvare il dente è necessario danneggiarlo ulteriormente. Oggi, il modo principale per trattare una carie è scavare la parte erosa e l’area circostante e poi otturare la cavità con un materiale surrogato durevole, come un cemento a matrice metallica, plastica o vetrosa.

Ma che cosa succederebbe se invece di trapanare i denti e rattopparli con sigillanti sintetici, i dentisti potessero convincere la nostra dentatura a ricrescere in modo autonomo?

Paul Sharpe, bioingegnere del King’s College di Londra, e i suoi colleghi hanno scoperto un nuovo modo per fare esattamente questo nei topi.

L’anno scorso hanno pubblicato su “Scientific Reportsuno studio che descriveva le loro tecniche innovative. E da allora hanno fatto ancora più progressi, rendendo questa procedura sperimentale più vicina agli studi clinici sugli esseri umani.

Per introdurre formalmente questo trattamento nell’odontoiatria moderna, tuttavia, i ricercatori dovranno condurre studi clinici su pazienti umani. Per questo lavoro mancano ancora diversi anni, dice Sharpe.

Ma alcuni dei farmaci che potrebbero essere utilizzati sono già approvati per altri usi negli esseri umani, ed egli spera che ciò possa accelerare il processo dell’eventuale approvazione.

Molte cure dentistiche sono ancora nei tempi bui. È ora di andare avanti” – afferma Sharpe.

Promotion of natural tooth repair by small molecule GSK3 antagonists – Vitor C. M. Neves, Rebecca Babb, Dhivya Chandrasekaran, & Paul T. Sharpe – Scientific Reports volume7, Article number: 39654 (2017) – doi:10.1038/srep39654

Fibrosi Polmonare Idiopatica, si può fare di più: un progetto per facilitare e anticipare la diagnosi garantendo un rapido accesso ai trattamenti

“Fare di più” per i pazienti con Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF), grave e rara malattia che causa la cicatrizzazione progressiva e irreversibile dei polmoni, con una sopravvivenza limitata a tre anni dalla diagnosi nel 50% dei casi. Un’esigenza raccolta da Roche che promuove “PerFECT”, un progetto finalizzato ad aumentare la consapevolezza e l’esperienza degli specialisti sull’IPF, per superare le tante difficoltà che ostacolano una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo.

L’incidenza di IPF in Italia è 16 casi ogni 100.000 abitanti e in Europa sono stimati circa 100.000 pazienti, con un incremento annuale di circa 35.000 casi. Studi recenti hanno dimostrato che il declino causato dall’IPF è peggiore rispetto a molti tipi di tumore, ma le sue caratteristiche ed i suoi sintomi, facilmente sovrapponibili a quelli di altre patologie respiratorie, la rendono difficile da identificare.

Una delle maggiori difficoltà legate a questa malattia sono appunto i tempi della diagnosi, complessa ed elaborata, e che coinvolge un vero e proprio team di specialisti: pneumologi, radiologi e anatomopatologi. Si stima infatti che ad un paziente su due non venga diagnosticata correttamente la patologia e che possano trascorrere anche due anni dai primi sintomi prima di un accertamento definitivo sotto il profilo diagnostico. Tempo prezioso per i pazienti che perdono così l’opportunità di accedere ad una terapia tempestiva, necessaria per migliorare la prognosi e rallentare l’evoluzione dell’IPF.

Soprattutto nei piccoli centri ospedalieri non è facile disporre di informazioni ed esperienze necessarie ad arrivare ad una diagnosi tempestiva. Ecco allora che il supporto di un centro di riferimento con maggiore esperienza per una second opinion, diventa un elemento determinante per una diagnosi certa.

Va in questa direzione il progetto “PerFECT” che si articola in una rete di centri periferici, denominati “Spoke” collegati attraverso una piattaforma web a centri di riferimento esperti, i cosiddetti “Hub”. L’obiettivo del progetto PerFECT è proprio quello di facilitare e supportare la diagnosi di IPF, mettendo in contatto diretto, in modo semplice e in tempo reale, i centri meno esperti con i centri di riferimento nell’ambito delle patologie interstiziali del polmone, per ottenere un parere di secondo livello, che arriva in tempi brevi e “a chilometro zero”. Attraverso un tool informatico, infatti, i centri Hub valutano la documentazione clinica inviata dai centri Spoke e forniscono un secondo parere.

Un’ottimizzazione delle informazioni sulla malattia ed un aiuto alla sostenibilità del sistema: grazie alla condivisione telematica, infatti, i pazienti e le loro famiglie possono evitare o ridurre lunghi e costosi spostamenti tra Regioni, mentre anche il piccolo centro ospedaliero può fornire una diagnosi accurata ed in tempi brevi, evitando indagini strumentali ed esami non appropriati.

Il progetto è nato per creare una comunità di clinici informata e dedicata all’IPF, perché i pazienti possano ottenere la migliore diagnosi, nel più breve tempo possibile quando si ha di fronte una patologia infausta come l’IPF, che toglie tempo e speranze, diventa fondamentale agire perché tutti i protagonisti dispongano di informazioni, conoscenza ed esperienze per poter identificare la patologia il prima possibile e regalare momenti importanti ai pazienti e alle loro famiglie. L’impegno di Roche va anche in questa direzione: fornire gli strumenti e le tecnologie necessari perché i pazienti vedano garantito il loro diritto a una diagnosi rapida e a un trattamento tempestivo, senza spreco di tempo e risorse” – ha commentato Anna Maria Porrini, Medical Affairs & Clinical Operations Director di Roche Italia.

Ad oggi sono nove i centri che hanno aderito al progetto e sono state gestite quasi 300 richieste di second opinion.

 

Infarto del miocardio: Italia regina d’Europa nelle cure

Il numero magico è 600. Seicento angioplastiche coronariche primarie per milione di abitanti è, infatti, la soglia stabilita dagli esperti della comunità scientifica cardiologica internazionale per determinare se un sistema sanitario curi l’infarto del miocardio con efficacia e appropriatezza, offrendo assistenza di qualità.

L’Italia è prossima a questo traguardo che, tra i grandi d’Europa, solo la Germania lo ha raggiunto. 583 angioplastiche primarie per milione di italiani è il numero degli interventi effettuati lo scorso anno nel nostro Paese, certificato da GISE – Società italiana di cardiologia interventistica – nel Rapporto di attività 2016 dei laboratori di emodinamica.

Le angioplastiche coronariche primarie nel 2016 sono state 35.355 in Italia, un valore esattamente triplicato rispetto a 15 anni fa. Ciò mi porta ad affermare che il nostro sistema sanitario garantisce oggi a una persona colpita da infarto del miocardio la migliore cura possibile ossia la riperfusione meccanica attraverso un catetere con palloncino e l’impianto di uno stent. Se effettuato entro sei ore dall’infarto rappresenta il modo più efficace per salvare una vita, ridurre il rischio di un nuovo infarto e di ischemie ricorrenti, inoltre migliora la sopravvivenza a lungo termine. L’Italia primeggia in Europa in questa speciale graduatoria, davanti a paesi come Francia e Gran Bretagna” – ha spiegato Giuseppe Musumeci, Presidente Gise.

Il Rapporto di attività GISE 2016 è stato presentato a Firenze, il 20 aprile scorso, nel corso della seconda edizione di “Thinkheart with GISE”, appuntamento promosso dalla Società italiana di cardiologia interventistica per mettere a confronto clinici e decisori, istituzioni e società civile sui nuovi modelli di governo della sanità, in particolare della cardiologia.

Ogni anno, dalla fine degli anni ’80, Gise raccoglie e analizza gli esami diagnostici e gli interventi coronarici, vascolari o strutturali che vengano eseguiti nei centri di emodinamica italiani. Disponiamo, così, di uno straordinario database che valuta oltre 353mila interventi di diagnosi e cura effettuati in 266 centri su tutto il territorio nazionale. Una raccolta sistematizzata che Gise mette a disposizione di chi amministra lo nostra sanità, perché il nostro obiettivo finale è di contribuire all’appropriatezza e alla qualità delle cure, attraverso l’ottimizzazione di tutte le risorse disponibili. In questa linea si inserisce anche il progetto Thinkheart, che vuole contribuire a un nuovo modello di welfare sanitario condiviso con tutti gli attori con i quali noi clinici ci confrontiamo ogni giorno: i nostri pazienti, i nostri amministratori, i decisori politici” – ha continuato Musumeci.

Un progetto ambizioso quello di GISE, che poggia le basi sulla consapevolezza di un quadro più che positivo, dal punto di vista clinico, dell’offerta ai cittadini. Non solo angioplastiche primarie, dunque. Cresce anche la cardiologia interventistica strutturale: gli interventi per via transcatetere o percutanea  di sostituzione della valvola aortica – la TAVI – in corso di stenosi aortica ossia il restringimento dell’apertura della valvola che impedisce un corretto flusso del sangue dal cuore all’aorta, oppure di riparazione della valvola mitralica quando insorge un’insufficienza che provoca rigurgito di sangue dal ventricolo all’atrio sinistri, o ancora di chiusura dell’auricola sinistra in caso di fibrillazione atriale. Secondo i dati del Rapporto Gise 2016, le TAVI erano 1.992 nel 2012, sono passate in 5 anni a 4.592; nello stesso arco di tempo, gli interventi sulla valvola mitrale da 291 a 907 e quelli di chiusura dell’auricola sinistra da 208 a 679.

Sono tutti interventi che permettono di salvare vite umane, restituendo buona qualità di vita, e che è oggi possibile eseguire attraverso i vasi periferici della gamba, senza aprire il torace e il cuore e senza lasciare cicatrici. Costituiscono la punta avanzata dell’innovazione tecnologica, richiedono elevata specializzazione, e quindi non sono effettuabili da tutti gli operatori, né tantomeno sono adatti per tutti i pazienti” – ha chiarito Musumeci.

Questi importanti risultati, dovuti alla sinergia fra cultura medico-scientifica e utilizzo di dispositivi medici sempre più progrediti e sicuri, richiedono, tuttavia, un non sempre facile equilibrio fra esigenze di cura, necessità di innovazione e sostenibilità economica.

Per queste ragioni, nella due giorni del progetto Thinkheart, che si è aperto a Firenze, sono stati al lavoro nove tavoli tecnici con lo scopo di mettere a punto, grazie al confronto tra esperti di diversa estrazione – clinica, economica, politica, gestionale ed amministrativa – proposte in tal senso.

Come medici e cittadini siamo ben consci che l’elevata qualità dell’assistenza sanitaria non può prescindere dalla sua sostenibilità economica. Crediamo, come specialisti, di disporre delle conoscenze e delle capacità per garantire ai nostri pazienti le cure più adeguate, ma nel contempo vogliamo contribuire a trovare la giusta sintesi tra appropriatezza, gestione delle risorse disponibili e accesso all’innovazione tecnologica e clinica” – ha spiegato Musumeci.

GISE, peraltro, ha già attivato iniziative in tal senso negli ultimi anni. Ad esempio, partecipa a un tavolo di collaborazione con Consip, la società del Ministero dell’Economia e delle Finanze deputata all’acquisto di beni e servizi per le amministrazioni pubbliche, volto a ottimizzare gli acquisti dei dispositivi medici utilizzati dalla cardiologia interventistica, mantenendo alta l’attenzione su qualità, sicurezza e innovazione e non solo sugli aspetti economici. Ha collaborato con Agenas nella messa a punto di raccomandazioni per la codifica delle procedure transcatetere di intervento strutturale sulle valvole cardiache, al fine di permettere non solo l’impiego delle nuove tecnologie, ma soprattutto una loro valutazione in termini di costo-efficacia ai fini dell’individuazione di un valore di DRG adeguato alla loro remunerazione.

Le raccomandazioni sono state fatte proprie dal Ministero della salute che ne ha tratto una circolare inviata a tutte le regioni per l’applicazione. Stiamo ora lavorando affinché vengano recepite sull’intero territorio nazionale” – ha commentato Musumeci.

In estrema sintesi, siamo impegnati affinché non prevalgano logiche estranee a una sanità incentrata sul concetto di qualità di vita del paziente e dei suoi familiari, per assicurare un controllo della spesa che non pregiudichi validità delle cure ed eccellenza nella ricerca e nell’innovazione” – ha concluso il presidente Gise.



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