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50°Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia

L’impatto dei disordini del ritmo sonno-veglia sulle patologie neurologiche come campanello d’allarme, le differenze epidemiologiche e terapeutiche tra uomo e donna in neurologia, la memoria come principale elemento per la diagnosi neuropsicologica delle fasi prodromiche della demenza, le terapie geniche nelle malattie neuro degenerative sono tra i principali temi del Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia che si è tenuto a Bologna dal 12 al 15 ottobre e ha visto riuniti più di 2.500 specialisti provenienti da tutta Italia.

Un’importante novità che presentiamo al Congresso Nazionale è la realizzazione di un bando di ricerca finanziato per la prima volta direttamente dalla Società Italiana di Neurologia: 120.000 euro a sostegno di 3 progetti di giovani ricercatori under 40 che operino nei 3 diversi territori italiani – nord, sud e centro – e che dovranno avere come obiettivo la realizzazione di studi clinici, epidemiologici, ricerche applicate o ricerche di base sulla “Neurologia di genere” – ha affermato Gianluigi Mancardi, Presidente Società Italiana di Neurologia e Clinica Neurologica Università di Genova.

Differenze importanti quelle tra uomo e donna, sia in termini di diverso funzionamento del cervello – maggiori capacità in abilità motorie e nell’orientamento spaziale per il sesso maschile, maggiore empatia e memoria soprattutto verbale nel sesso femminile – sia in termini di diffusione delle patologie neurologiche a causa degli ormoni femminili, sia come risposta alle terapie farmacologiche con maggiori effetti collaterali a svantaggio delle donne. Sta prendendo piede, come accadde 150 anni fa per la medicina pediatrica, una nuova strada della medicina che tiene conto delle profonde differenze uomo/donna e si indirizza quindi sempre di più verso una personalizzazione di genere, dalla diagnosi alla terapia.

La SIN è da sempre impegnata nel promuovere gli studi neurologici attraverso iniziative che sostengano la ricerca scientifica ma da quest’anno ha deciso di scendere in campo contribuendo direttamente a finanziare e anche indirizzare la ricerca neurologica in Italia con particolare riguardo nei confronti dei giovani più promettenti e delle diverse aree geografiche del nostro Paese. Si tratta di un impegno che vogliamo mantenere anche nei prossimi anni, cambiando di volta in volta il tema su cui focalizzare la ricerca” – ha proseguito Mancardi.

Le patologie neurologiche in Italia, come in Europa e nel resto del mondo, fanno registrare numeri molto alti, destinati ad aumentare a causa del progressivo aumento dell’invecchiamento della popolazione: sono 1.000.000 le persone affette da demenza, di cui 600.000 quelle colpite da Alzheimer, mentre circa 800.000 sono i pazienti con conseguenze invalidanti dell’Ictus, patologia che ogni anno fa registrare 150.000 nuovi casi. Sempre nel nostro Paese, il Morbo di Parkinson colpisce circa 300.000 persone, mentre all’Epilessia sono attribuiti 500.000 casi, dei quali almeno un quarto con situazioni particolarmente impegnative. In minoranza, ma con un trend in costante aumento, i 120.000 pazienti, spesso giovanissimi, colpiti da Sclerosi Multipla e quelli con malattie dei nervi o dei muscoli.

Il Congresso Nazionale della SIN è tornato a Bologna dopo 25 anni.

Attraverso le numerose sessioni il Congresso è stato l’occasione per condividere con i partecipanti l’aggiornamento sulle più recenti acquisizioni nel campo delle malattie neurologiche così come un valido strumento di approfondimento per i ricercatori. Ampio spazio verrà dedicato, come sempre, ai giovani che avranno l’opportunità di presentare le proprie attività di ricerca. Alla luce dell’alto livello scientifico dell’evento, possiamo sicuramente ribadire che la Neurologia Italiana ha raggiunto ormai una posizione di prestigio e di riconoscimento a livello internazionale, grazie soprattutto alla produzione scientifica dei nostri neurologi, ma che c’è ancora da lavorare per migliorare l’attività assistenziale ai pazienti, che risente della sfavorevole congiuntura economica che il nostro Paese si trova ad affrontare” – ha affermato Pietro Cortelli, Presidente del Congresso e Ordinario di Neurologia presso l’Università di Bologna.

I principali temi della quattro giorni di lavori:

1. DISORDINI DEI RITMI CIRCADIANI IN NEUROLOGIA

Prof. Giuseppe Plazzi, Centro per lo Studio e la Cura dei Disturbi del Sonno dell’Università di Bologna.

Il sonno è un comportamento altamente conservativo, universalmente presente e che occupa una parte sostanziale della vita di un animale. L’invecchiamento è associato a cambiamenti e alterazioni del ciclo sonno/veglia; in individui affetti da patologie neurodegenerative (malattia di Alzheimer, demenze correlate e morbo di Parkinson) tali alterazioni, tuttavia, raggiungono un livello di compromissione maggiore e solitamente precedono di alcuni anni l’inizio del declino cognitivo e la comparsa di sintomi motori.

Al tempo stesso, si è visto come l’accumulo di beta amiloide e, quindi, la progressione della malattia provoca disturbi del sonno. Sonno e malattia di Alzheimer sono, quindi, legati da una relazione bidirezionale su cui si sta iniziando ad indagare.

Al centro del Congresso di Bologna le più recenti novità della ricerca scientifica, come la pubblicazione su Science del 2019 di uno studio da cui emerge come la privazione di sonno, sia acuta che cronica, causata da un’alterazione del ritmo sonno-veglia incrementi i livelli della proteina β-amiloide nel cervello e nel liquido cerebrospinale favorendo così la patogenesi della malattia di Alzheimer.

Di conseguenza, la possibilità di identificare esami strumentali in grado di riconoscere precocemente queste alterazioni per trattarle opportunamente ripristinando un ritmo sonno/veglia regolare, potrebbe permettere di prevenire o arrestare la progressione della neuro degenerazione e mitigarne i sintomi correlati

2. LA NEUROLOGIA DI GENERE: COS’È E QUALI SONO LE PROSPETTIVE

Prof.ssa Gennarina Arabia, Coordinatrice Gruppo di studio SIN “Neurologia di Genere” e Centro per lo studio dei disordini del movimento dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

La nuova sfida della medicina moderna è di realizzare sempre più una “medicina di precisione o personalizzata”. La medicina di genere, tenendo conto delle sostanziali differenze tra uomo e donna, mira a realizzare proprie delle strategie per la prevenzione, diagnosi e cura delle patologie ottimali per ogni singolo individuo.

Negli ultimi decenni, diversi studi hanno indagato le differenze strutturali e funzionali del cervello tra uomini e donne, con risultati contrastanti.

È ormai noto comunque che uomini e donne presentano differenze nell’incidenza, sintomatologia e gravità di molte malattie, così come una diversa risposta alle terapie e un diverso rischio di sviluppare reazioni avverse ai farmaci. Le terapie agiscono in modo diverso sugli uomini e sulle donne e quest’ultime, che in genere hanno un peso corporeo inferiore e quindi un dosaggio per kilogrammo più elevato, più spesso presentano effetti maggiori, inclusi quelli indesiderati.

In particolare, gli studi epidemiologici hanno dimostrato che alcune patologie neurologiche colpiscono in modo differente i due sessi. Tra le più diffuse, patologie come l’emicrania, la demenza di Alzheimer e la sclerosi multipla risultano più frequenti tra le donne, mentre malattie neurodegenerative come la malattia di Parkinson colpiscono prevalentemente gli uomini. La più eclatante è l’emicrania che colpisce le donne 3 volte più frequentemente degli uomini: su 6 milioni di pazienti in Italia, 4 milioni sono donne. Diverso è anche l’impatto della malattia: le donne riportano una qualità di vita peggiore rispetto agli uomini e perdono un numero maggiore di giornate lavorative e di attività sociali rispetto agli uomini. Nonostante ciò, le donne tendono comunque a recarsi maggiormente al lavoro con dolore o malessere rispetto agli uomini.

Al contrario, per quanto riguarda la malattia di Parkinson, gli uomini sono colpiti 1,5 volte più frequentemente delle donne ma sono queste ultime a sviluppare molto più spesso – 300% in più – gli effetti indesiderati della terapia farmacologica, soprattutto movimenti involontari invalidanti.

3. LA DIAGNOSI NEUROPSICOLOGICA DELLE FASI PRODROMICHE DELLA DEMENZA

Prof. Stefano Cappa, Ordinario di Neurologia presso la Scuola Universitaria Superiore di Pavia.

Individuare precocemente i soggetti a rischio per declino cognitivo costituisce una priorità di salute pubblica. In particolare, un’attenzione crescente si rivolge verso gli interventi di tipo preventivo, che appaiono avere un ruolo centrale per la riduzione del rischio di progressione da deficit cognitivi lievi alle diverse forme di demenza, in particolare la malattia di Alzheimer e la demenza vascolare.

Gli strumenti tradizionali per la diagnosi dei disturbi cognitivi sono i test neuropsicologici, che devono essere sensibili e specifici: nel caso della memoria, ad esempio, è importante essere in grado di individuare deficit molto lievi, e di distinguerli dalle modificazioni che si osservano nell’invecchiamento fisiologico. Infatti alcuni aspetti della memoria, come la memoria di lavoro e la memoria episodica, diminuiscono fisiologicamente a partire dai 50-55 anni; sono lievi e hanno un carattere lentamente progressivo, riguardano compiti come il ricordare precisamente dove e quando abbiamo ricevuto un’informazione, o la capacità di tenere a mente più cose necessarie ad eseguire un compito. Chi invecchia si rende conto di queste difficoltà, e impara a compensarle, ad esempio prendendo più appunti o organizzandosi in modo preciso la giornata. I deficit di memoria che assumono una dimensione patologica riguardano circa il 10% della popolazione sopra i 60 anni. Si calcola che in Europa la dimensione di questa popolazione a rischio possa essere di 7 milioni di persone.

4. LA TERAPIA GENICA NELLE MALATTIE NEUROLOGICHE DEGENERATIVE

Prof. Adriano Chiò, Ordinario di Neurologia, Responsabile del Centro SLA, Università degli Studi di Torino.

Le malattie neurodegenerative sono patologie progressive e non curabili, anche se in alcuni casi trattabili, che provocano la degenerazione progressiva e/o la morte delle cellule nervose. Nel complesso, causano disturbi nel movimento o del funzionamento cognitivo. Le più frequenti sono la malattia Alzheimer, la malattia di Parkinson, le malattie del motoneurone come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) e l’atrofia muscolare spinale (SMA)

Negli ultimi anni si sono sviluppate tecnologie che promettono di intervenire sulle alterazioni geniche, correggendole o bloccandone l’effetto. Fra le molecole più interessanti gli oligonucleotidi antisenso (ASO), già approvati per il trattamento della SMA, una grave malattia infantile dovuta a delezioni del gene SMN, e che hanno determinato un vero cambiamento della storia clinica dei bambini colpiti.

Sono in corso sperimentazioni farmacologiche con ASO per il trattamento di pazienti portatori di due geni causali della SLA, SOD1 e C9orf72, e per il gene della malattia di Huntington. Nel prossimo futuro si attendono studi con ASO anche su alcune fra le più comune forme di atassia spinocerebellare.

Sono in fase di sperimentazione clinica anche terapie geniche basate su vettori virali, che permetteranno di intervenire a livello genico con la sostituzione, l’attivazione o il blocco della trascrizione del gene alterato o il trasporto di geni che si pensa possano alleviare o arrestare specifiche patologie neurodegenerative. Queste metodologie sfruttano la capacità dei virus di entrare nel nucleo cellulare e di integrare il loro DNA in quello umano. Questo approccio terapeutico è già in fase di avanzata sperimentazione nella SMA, è in fase II nella malattia di Alzheimer ed è in fase I nella malattia di Parkinson e nella SLA.

5. NOVITÀ SULLA MALATTIA DI PARKINSON

Prof. Roberto Eleopra, Vicepresidente SIN e UOC Neurologia 1 – Parkinson e Disordini del Movimento, Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta di Milano.

Le più recenti novità sulla malattia di Parkinson riguardano in primis la identificazione e caratterizzazione della sinucleina, che è stata ora identificata non solo come deposito patologico nei tessuti e/o nel liquor cerebrospinale (biomarcatore), ma anche perché possiede una diversa modalità di aggregazione proteica (misfolding), diversa tra Parkinson e altre malattie degenerative Parkinsoniane. Queste nuove conoscenze scientifiche hanno determinato in questi ultimi anni l’avvio di sperimentazioni cliniche anche nell’uomo, in particolare con terapie a base di anticorpi monoclonali diretti selettivamente proprio verso queste proteine anomale, al fine di rallentare o bloccare il processo degenerativo.

Anche la identificazione di forme di Parkinson dovute a mutazioni del gene GBA ha portato i ricercatori alla scoperta di nuove molecole terapeutiche, come per esempio quella di un “attivatore allosterico specifico del gene mutato GBA”, che è già stato utilizzato in fase sperimentale in una piccola popolazione di soggetti con Parkinson da mutazione genetica.

Queste nuove terapie nell’uomo avrebbero l’obiettivo di identificare una possibile cura della malattia degenerativa, non prescindendo dalle numerose e valide terapie farmacologiche attualmente presenti, con la speranza futura di modificare il decorso progressivo del Parkinson.

Sicuramente saranno necessari diversi anni per una possibile applicazione clinica, ma la ricerca traslazionale tra scienza sperimentale di base e clinica è ora una certezza.

 

Giornata mondiale della malattia di Alzheimer: istruzioni per l’uso per la prevenzione e per i caregiver

In occasione della Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer che si è celebrata il 21 settembre, la Società Italiana di Neurologia (SIN) ha diffuso consigli concreti su come cercare di prevenire la più comune forma di demenza e su come relazionarsi con i propri cari affetti da questa patologia.

Nel mondo la malattia di Alzheimer colpisce circa 40 milioni di persone e solo in Italia ci sono circa un milione di casi, per la maggior parte over 60. Oltre gli 80 anni, la patologia colpisce 1 anziano su 4. Questi numeri sono destinati a crescere drammaticamente a causa del progressivo aumento della durata della vita, soprattutto nei paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

I pazienti con Alzheimer manifestano inizialmente sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale, progressiva perdita di autonomia nelle funzioni della vita quotidiana che definiamo come “demenza”. A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come depressione, incontinenza emotiva, deliri, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente, con un grosso peso per i familiari che svolgono un ruolo importantissimo.

Nei pazienti con demenza conclamata l’atteggiamento del caregiver, ossia del parente che si prende cura dell’ammalato, è fondamentale per la prevenzione e la cura dei disturbi comportamentali che spesso si manifestano e che sono l’aspetto più preoccupante della patologia. Un atteggiamento rassicurante per un soggetto che si sente “perso” e privo di riferimenti, uno stimolo ad occuparsi di mansioni semplici, con adeguata supervisione, il rispondere alle richieste del malato con pazienza, sono semplici ma importanti aspetti della vita quotidiana che aiutano a ridurre lo stato di ansia e di agitazione che spesso tali pazienti manifestano, senza dover ricorrere a terapie sedative” – ha dichiarato Carlo Ferrarese, Presidente SINDEM (Associazione autonoma aderente alla SIN per le demenze), Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza.

Oggi le terapie per la cura dell’Alzheimer possono solo in parte mitigare i sintomi, ma non hanno alcun impatto sulla progressiva evoluzione della demenza, una volta che questa si è manifestata. Proprio per questo la speranza di una cura è legata alla prevenzione nei soggetti a rischio ma non ancora dementi che presentino i primi segni di lievi deficit cognitivi, soprattutto di memoria, con l’obiettivo di capire se tale condizione è destinata a evolversi verso una demenza e sia possibile attuare strategie preventive per ritardare l’esordio di malattia.

Quindi oggi l’unico vero strumento per contrastare la malattia di Alzheimer rimane la prevenzione, prima di tutto attraverso la riduzione dei fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica che si è visto contribuiscono anche ad aumentare le possibilità di sviluppare la Malattia di Alzheimer.  Come? Attraverso uno stile di vita sano che contempli regolare attività fisica e un’alimentazione ricca di sostanze antiossidanti come la dieta mediterranea.

Dati recenti indicano una tendenza alla riduzione dell’incidenza della malattia nei paesi industrializzati, proprio per il maggiore controllo dei fattori di rischio vascolare.

Inoltre, anche le attività sociali e cognitive possono aiutare a ridurre e ritardare la patologia, perché stimolano il cervello e favoriscono la continua creazione di nuove connessioni cerebrali in grado di contrastare gli effetti del danno di alcuni circuiti cerebrali. Per questo è consigliato l’impegno in attività stimolanti per la mente, come imparare nuove lingue, a suonare uno strumento musicale, essere impegnati in un lavoro o in passatempo stimolante, come possibile strategia per ritardare la comparsa di demenza in soggetti con iniziale declino cognitivo.


Anticoagulanti Orali e ridotto rischio di demenza e ictus in pazienti con fibrillazione atriale

La terapia anticoagulante orale (TAO) è indicata nei pazienti con fibrillazione atriale se il rischio tromboembolico, valutato mediante lo score CHA2DS2-Vasc  è superiore a 1.

Per esplorare l’eventualità che la Terapia Anticoagulante Orale possa esercitare un effetto protettivo sugli eventi cerebrovascolari anche nei soggetti a basso rischio (CHA2DS2-Vasc ≤ 1), è stata condotta una indagine retrospettiva utilizzando il National Patient Register, un database che comprende dati clinici provenienti dalle strutture ospedaliere e ambulatoriali (non dalla medicina generale) riguardanti l’intera popolazione svedese.

Sono stati individuati oltre 450.000 soggetti con diagnosi di fibrillazione atriale tra il 2006 e i 2014 di cui 91.254 esenti da demenza, ictus ischemico, emorragia intracranica o TIA e con punteggio CHA2DS2-Vasc ≤ 1 (non considerando il punto attribuito al sesso femminile). Nonostante il basso profilo di rischio tromboembolico, il 43% di questi pazienti risultava in trattamento con un anticoagulante orale (prevalentemente un anti-vitamina k, nel 7.5% un anticoagulante orale diretto). A partire da questa coorte, utilizzando la tecnica statistica del “propensiy score matching” per minimizzare l’effetto di molteplici possibili confondenti, sono stati individuati due gruppi di 23.746 pazienti rispettivamente in trattamento con TAO o non in trattamento con TAO (No TAO).

Nel corso di un follow-up medio di 4.7±2.8 anni, è stata valutata l’incidenza di demenza, ictus ischemico, emorragia intracranica e di un outcome composito comprendente le tre suddette patologie.

anticoagulante orale, TAO, fibrillazione atriale, rischio tromboembolico

La terapia anticoagulante è risultata avere un effetto protettivo nei confronti della demenza, con una riduzione relativa del rischio del 38%, mentre non si è osservata una differenza significativa tra i due gruppi per quanto riguarda il rischio di ictus ischemico o di emorragia intracranica.

Un effetto protettivo è emerso anche per l’outcome composito, con una riduzione del rischio del 12% che, stratificando i pazienti per fasce di età, è apparsa totalmente a vantaggio dei pazienti di età superiore a 65 anni. Nei soggetti di età compresa tra 60 e 65 anni si è osservata una riduzione non significativa del rischio mentre nei soggetti di età inferiore a 60 anni, particolarmente in quelli con CHA2DS2-Vasc = 0) la TAO è apparsa associata ad una maggiore incidenza di eventi.

Confrontando i pazienti trattati con anti-vitamina K con quelli trattati con anticoagulanti diretti, si è osservata in questi ultimi, una incidenza di eventi inferiore, ma non in misura statisticamente significativa, e l’assenza di casi di emorragia intracranica a fronte di 3 casi nel gruppo trattato con anti-vitamina K.

Non è stato possibile valutare eventuali differenze relative alla natura parossistica, persistente o permanente della fibrillazione perché la codifica dei sottotipi era largamente sotto-utilizzata nel database. Considerando che sono stati studiati pazienti a basso rischio, è verosimile che una significativa proporzione di essi presentasse una forma parossistica all’atto dell’arruolamento. Tuttavia bisogna anche considerare che, data la sua natura progressiva, la fibrillazione sia evoluta in molti casi in una forma permanente durante il lungo periodo di follow-up previsto dallo studio.

Gli autori concludono affermando che, considerando anche la demenza, otre agli eventi cerebrovascolari acuti, il beneficio della terapia anticoagulante orale appare estendersi a tutti i soggetti di età superiore o uguale a 65 anni, indipendentemente dal punteggio CHA2DS2-Vasc. La fascia di età compresa tra 60 e 64 anni rimane, invece, un’area grigia nella quale la decisione di trattare o non trattare deve scaturire da una valutazione individuale di rischi e benefici e dalle preferenze del paziente.

Se questi risultati fossero confermati la stratificazione del rischio tromboembolico mediante il punteggio CHA2DS2-Vasc perderebbe di importanza ai fini della indicazione alla terapia anticoagulante, mentre l’età resterebbe il principale se non l’unico fattore discriminante.

Fonte: Less dementia and stroke in low-risk patients with atrial fibrillation taking oral anticoagulation.  European Heart Journal (2019) 0, 1–9 doi:10.1093/eurheartj/ehz304


Come proteggere il cervello dai disturbi cerebrovascolari?

Ci sono misure di protezione del cervello dai disturbi cerebrovascolari da mettere in atto prima che questi si verifichino (prevenzione primaria), durante il loro decorso (terapie della fase acuta) e dopo un evento (prevenzione secondaria).

Le misure di prevenzione primaria e secondaria sono sostanzialmente sovrapponibili. Mentre nulla possiamo fare per i fattori di rischio non modificabili (età, sesso e, anche se rare, condizioni genetiche predisponenti), molto si può fare per fattori di rischio modificabili (ipertensione, fumo, diabete, ipercolesterolemia, obesità, cardiopatie emboligene come la fibrillazione atriale). Teoricamente, l’eliminazione dei fattori di rischio modificabili consentirebbe una significativa riduzione del rischio di ictus nella popolazione del 50% dei casi eliminando l’ipertensione, del 19% eliminando l’obesità e del 12% eliminando il fumo. Si tratta, ovviamente, di un’astrazione statistica ma, considerando l’interazione fra i vari fattori di rischio, è chiaro che il loro simultaneo controllo adeguato è di rilevanza assoluta. E questo è tanto più vero per i pazienti già colpiti da un ictus, che hanno un rischio di incorrere in una recidiva due volte superiore al rischio di avere un primo ictus.

Va qui ricordato che i fattori di rischio menzionati entrano in gioco anche nel determinismo della demenza vascolare ed un loro ruolo è riconosciuto anche nella demenza degenerativa di Alzheimer.

Quando un ictus ischemico si è verificato, possiamo proteggere il cervello limitando il danno attraverso terapie di riperfusione farmacologiche e/o meccaniche. La trombolisi intravenosa e la trombectomia meccanica, in combinazione o separatamente fra loro a seconda dei casi clinici, consentono oggi di ottenere un recupero delle funzioni neurologiche, allo stato precedente l’ictus, fino al 50-60% dei casi trattati. Va però ricordato che al momento solo il 10%-15% di tutti i pazienti con ictus è candidabile alla trombolisi intravenosa e meno del 5% alla trombectomia meccanica.

Ma il cervello colpito da ictus si protegge anche sottoponendo il paziente alle terapie farmacologiche atte a stabilizzarlo dal punto di vista pressorio e del ritmo cardiaco, ad evitare la malnutrizione e la conseguente depressione immunitaria, a trattare eventuali complicanze infettive. È quello che si fa nelle Unità Neurovascolari (o Stroke Unit) che rappresentano di fatto la principale misura di protezione del cervello in caso di ictus, in quanto teoricamente applicabile a tutti i pazienti qualora fossero disponibili in numero adeguato alla richiesta.

Prof. Danilo Toni, Associato in Neurologia, Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare e Neurologia d’Urgenza Policlinico Umberto I di Roma

Settimana Mondiale del Cervello: “Proteggi il Tuo Cervello”

Pensare, ricordare, parlare, ma anche camminare, correre, ridere: una sinfonia, quella rappresentata dai più comuni e frequenti gesti quotidiani, diretta da un maestro d’orchestra d’eccezione: il cervello. Affascinante e misterioso, l’organo più prezioso del corpo umano coordina, infatti, in modo armonico le funzioni di tutto l’organismo. Per questo, proteggerlo risulta di fondamentale importanza.

“Proteggi il tuo cervello” è infatti il claim che la Società Italiana di Neurologia (SIN) lancia in occasione della Settimana Mondiale del Cervello che dall’11 al 17 marzo si celebra in oltre 80 Paesi. Obiettivo è quello di aumentare la consapevolezza e sottolineare l’importanza della prevenzione nella lotta alle malattie neurologiche, che solo in Italia colpiscono circa 5 milioni di persone.

Dalla Malattia di Alzheimer a quella di Parkinson, dall’Ictus cerebrale alla Sclerosi Multipla, dall’epilessia fino all’emicrania e ai disturbi del sonno. Sono questi alcuni dei disturbi neurologici che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, colpiscono ben 1 miliardo di persone nel mondo. Oltre 47 milioni i casi di demenza e una stima di circa 7.7 milioni di nuovi malati ogni anno1. Tra le demenze, la forma più comune è l’Alzheimer con cui sono chiamati a convivere 40 milioni di persone nel mondo. Sono circa 6 milioni, invece, le persone che ogni anno muoiono a causa di un Ictus cerebrale e 33 milioni i sopravvissuti con esiti più o meno invalidanti1. Quanto alla Sclerosi Multipla (SM), circa 2.5 milioni le persone che convivono con le sue manifestazioni, mentre sono 6 milioni quelle affette dalla Malattia di Parkinson3. Infine l’emicrania cronica4 colpisce nel mondo 1 persona su 10 ed è ritenuta seconda causa di disabilità per il forte impatto che ha su chi ne è affetto5.

Adottare uno stile di vita sano è il primo passo per prendersi cura del proprio cervello, ma la prevenzione passa anche e soprattutto dal consulto dello specialista di riferimento. Il neurologo, l’unico in grado di comprendere lo straordinario ingranaggio del sistema nervoso, è protagonista indiscusso dello spot Conosci il Neurologo, Proteggi il Tuo Cervello” che la SIN ha voluto realizzare e diffondere proprio oggi in occasione del lancio della Settimana Mondiale del Cervello. Lo spot verrà trasmesso sulle principali reti nazionali dalla RAI a LA7, da Sky a Mediaset.

La SIN ha fortemente voluto realizzare e diffondere questo spot per promuovere la figura dell’unico specialista che conosce a fondo il cervello e il suo funzionamento. Spesso, infatti, il paziente ha una paura ingiustificata di rivolgersi al neurologo, rinviando il consulto medico anche laddove necessario. Iniziative come la Settimana Mondiale del Cervello sono importanti occasioni per ricordare, in Italia e nel mondo, l’importanza della prevenzione nel contrastare l’insorgenza di patologie neurologiche. Proteggere il nostro cervello significa sia modificare errate abitudini che spesso ci vedono protagonisti, sia non sottovalutare sintomi e manifestazione che possono far sospettare un disturbo neurologico e che richiedono il parere del neurologo. Disturbi della memoria, del linguaggio, ma anche del sonno, possono infatti essere la spia di importanti disordini neurologici. La diagnosi precoce rappresenta una potente arma a nostra disposizione: solo riconoscendo tempestivamente un disturbo, infatti, è possibile mettere in atto quell’intervento terapeutico volto a limitare quanto più possibile importanti conseguenze” – ha commentato Gianluigi Mancardi, Presidente SIN.

Qui di seguito gli spunti emersi in occasione della conferenza stampa di presentazione della Settimana Mondiale del Cervello, svolta il 6 marzo scorso a Milano:

L’alimentazione e la prevenzione delle malattie neurologiche

Prof. Mario Zappia, Segretario SIN, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università di Catania e Direttore della Clinica Neurologica dell’A.O.U “Policlinico Vittorio Emanuele” di Catania

Il funzionamento ottimale del Sistema Nervoso richiede una dieta sana ed equilibrata in grado di fornire un costante apporto di macronutrienti e micronutrienti, per cui la possibile prevenzione di molte malattie neurologiche si basa innanzitutto su una corretta alimentazione.

Le strategie di prevenzione su base alimentare sono molteplici. La prevenzione di malattie carenziali basata su un equilibrato apporto vitaminico, soprattutto del complesso B, è quanto mai attuale, considerando che tali malattie, una volta presenti solo in Paesi poveri e a basso sviluppo, sono oggi in crescita anche nella nostra parte di mondo sviluppato e ricco, basti solo pensare alle neuropatie e alle mielopatie secondarie a deficit di vitamina B12 procurato da diete molto in voga e strettamente prive di alimenti di derivazione animale.

Per altre malattie neurologiche ci sono evidenze oramai consolidate, derivanti soprattutto da studi neuroepidemiologici, che riportano il ruolo protettivo svolto da micronutrienti (folati, vitamine del complesso B, vitamina D, vitamina E), macronutrienti (acidi grassi poliinsaturi) e antiossidanti (polifenoli) nello sviluppo di patologie di tipo neurodegenerativo, cerebrovascolare e infiammatorio.

La dieta mediterranea riassume tali proprietà, essendo composta da alimenti ricchi di acidi grassi poliinsaturi (omega 3 e omega 6, presenti nel pesce azzurro, nell’olio d’oliva e nei legumi) e di antiossidanti (polifenoli come il resveratrolo, presente nel vino rosso, o le antocianine, presenti in frutta e verdura). Grazie alla sua composizione è indubbio il ruolo della dieta mediterranea, a basso contenuto di sodio e di grassi saturi di derivazione animale, nella prevenzione dell’ictus. È stato recentemente riportato che, su oltre 100.000 donne americane, chi aveva un’alta aderenza alla dieta mediterranea riduceva del 18% il rischio di ictus ischemico.

Uno studio americano ha evidenziato una riduzione del rischio di sviluppare Alzheimer pari al 40% in chi seguiva strettamente un’alimentazione di tipo mediterraneo e un altro studio ha riportato simili risultati anche per il Parkinson.

L’igiene del sonno: come evitare la comparsa di disturbi del sonno e prevenire, quindi, alcune malattie neurologiche

Prof. Giuseppe Plazzi, Centro per lo Studio e la Cura dei Disturbi del Sonno dell’Università di Bologna

La mancanza di sonno ha un significativo impatto sulla salute dell’individuo, sia a breve sia a lungo termine. Scarsa attenzione, disturbi della memoria e dell’apprendimento sono le conseguenze a breve termine di una non corretta qualità del sonno. Quanto a quelle a lungo termine, uno studio sperimentale del 2019, pubblicato su Nature, evidenzia come la frammentazione del sonno, provocata da risvegli notturni, faciliti la formazione di placche arteriosclerotiche. Inoltre, tra i disturbi del sonno, le apnee ostruttive tendono ad associarsi ad un elevato rischio cardio-cerebrovascolare con possibilità di Ictus ischemico. Importante evidenziare come il trattamento delle apnee notturne riporti il rischio di stroke ai livelli della popolazione generale. Alla Malattia di Parkinson sono invece legati alcuni disturbi motori notturni: oggi il disturbo di comportamento della fase REM (Rapid Eye Movement – la fase in cui si sogna) è riconosciuto non solo come una comorbilità del Parkinson, ma anche il più sensibile e affidabile marcatore precoce di tutte le malattie da accumulo di alfa-sinucleina. Riconoscere precocemente questo disturbo consente di identificare i pazienti prima della manifestazione diurna della malattia, permettendo quindi di somministrare tempestivamente efficaci terapie neuroprotettive e limitarne la progressione.

La riserva cognitiva e l’attività fisica possono proteggere il cervello dal decadimento mentale?

Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza

1 anziano su 4 di età superiore agli 80 anni è affetto dalla Malattia di Alzheimer. Alla base di questa forma di demenza vi è l’accumulo progressivo nel cervello di beta-amiloide. Studi scientifici hanno dimostrato come il deposito anomalo di questa proteina possa essere causato dal danno vascolare. Correggere i fattori di rischio di patologie vascolari come ipertensione, diabete, obesità, fumo e scarsa attività fisica consente di limitare notevolmente il rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer e, più in generale, le demenze che solo in Italia colpiscono 1 milione di persone. Una recente revisione di circa 100 studi effettuati su oltre 100.000 anziani ha inoltre confermato che l’attività fisica aerobica moderata (almeno 3 ore alla settimana per almeno 25 settimane consecutive) è in grado di migliorare le prestazioni cognitive, sia nei soggetti in salute sia in quelli con deficit cognitivi. Sempre con riferimento allo sport, recenti esperimenti su modelli animali hanno evidenziato come il fattore neurotrofico BDNF, prodotto dai muscoli durante l’attività fisica, sia in grado di ridurre la produzione nel cervello della proteina beta amiloide. Non solo training fisico: l’allenamento mentale attraverso attività quali la lettura, lo studio di una nuova lingua o di uno strumento musicale, o semplicemente con un passatempo stimolante, contribuisce a proteggere il nostro cervello e a ritardare la comparsa di demenza in soggetti con iniziale declino cognitivo. Questo perché le attività cognitive implicano la continua creazione di nuove connessioni cerebrali che determinano una cosiddetta “riserva cognitiva” in grado di contrastare il danno di alcuni circuiti cerebrali.

Come proteggere il cervello dai disturbi cerebrovascolari?

Prof. Danilo Toni, Associato in Neurologia, Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare e Neurologia d’Urgenza Policlinico Umberto I di Roma

La correzione dei cosiddetti fattori di rischio modificabili quali fumo, ipertensione, ipercolesterolemia, fibrillazione atriale, obesità e diabete consente una significativa riduzione del rischio di Ictus cerebrale. A ridurre del 50% il rischio di Ictus è l’eliminazione dell’ipertensione, del 19% la perdita di peso se obesi e del 12% lo stop al fumo. Ogni anno in Italia si registrano 150.000 nuovi casi di Ictus cerebrale, mentre sono 800.000 le persone sopravvissute allo Stroke che portano i segni di invalidità; Queste misure di protezione del cervello dai disturbi cerebrovascolari possono essere messe in atto prima che questi si verifichino (prevenzione primaria). Ma è possibile proteggere il nostro cervello se un ictus ischemico si è già verificato? Il danno dovuto all’ictus può essere limitato attraverso terapie di riperfusione farmacologiche e/o meccaniche. La trombolisi intravenosa e la trombectomia meccanica, in combinazione o separatamente fra loro a seconda dei casi clinici, consentono oggi di ottenere un recupero delle funzioni neurologiche allo stato precedente l’ictus fino al 50-60% dei casi trattati.

Va però ricordato che, al momento, solo il 10%-15% di tutti i pazienti con ictus è candidabile alla trombolisi intravenosa e circa il 5% alla trombectomia meccanica. Ma il cervello colpito da ictus si protegge anche sottoponendo il paziente alle terapie farmacologiche atte a stabilizzarlo dal punto di vista pressorio e del ritmo cardiaco, evitando la malnutrizione e la conseguente depressione immunitaria e, infine, trattando eventuali complicanze infettive.

Possiamo prevenire le malattie neuromuscolari?

Prof. Antonio Toscano, Professore Ordinario di Neurologia, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università di Messina

Si stima che, in Italia almeno 80.000-100.000 pazienti siano affetti da Malattie Neuromuscolari (MNM) che nel 90% rientrano tra le malattie rare. Verosimilmente, ad oggi, almeno 200-300 diverse forme di MNM sono state riconosciute nel territorio Nazionale.

La prevenzione di tali malattie è, spesso, un percorso articolato e complesso. La loro prevenzione, in maniera sistematica, è possibile soprattutto per le patologie acquisite (non ereditarie) ma adesso, sempre più frequentemente, anche per quelle genetiche. Per tali motivi, si ricorre spesso ad un consulto specialistico presso i Centri in grado di offrire percorsi di diagnosi e cura completi e multidisciplinari.

Nell’ambito delle malattie neuromuscolari infatti il termine prevenzione acquista un significato più ampio. Se da un lato, una volta identificato il difetto genetico primario o la forma acquisita, vi è la possibilità di offrire al paziente e alla famiglia l’opportunità di ricorrere ad una consulenza clinica e/o genetica o eseguire test prenatali, dall’altro, l’identificazione precoce della malattia permette l’attuazione di un piano assistenziale-terapeutico mirato alle esigenze del paziente con l’obiettivo di prevenire la progressione della patologia stessa.

La prevenzione e la ricerca della diagnosi nelle MNM costituiscono passaggi fondamentali e necessari per poter seguire e consigliare al meglio i pazienti ed i loro familiari.

Il 9 marzo si è celebrata la Giornata delle Malattie Neuromuscolari (GMN), che ha coinvolto specialisti esperti di MNM di tutto il territorio nazionale, i quali hanno incontrato cittadini, pazienti e familiari, ma anche medici e operatori sanitari in 17 città italiane contemporaneamente con l’obiettivo non solo di informare ma anche di fornire un supporto educativo per la prevenzione, la diagnosi e la presa in carico di pazienti con sospetta o già diagnosticata malattia neuromuscolare.

Prevenzione e malattie extrapiramidali – Parkinson, distonie, corea di Huntington, disturbi del movimento

Prof. Roberto Eleopra, Vicepresidente SIN e UOC Neurologia 1 – Parkinson e Disordini del Movimento, Fondazione IRCCS Istituto Neurologico Carlo Besta Milano

Il ruolo della prevenzione è rilevante nel caso delle malattie neurologiche del sistema extrapiramidale, quali Parkinson, Distonie, Corea, ecc. Si tratta di patologie che possono manifestarsi con rallentamento nei movimenti (forme ipocinetiche, quali il Parkinson) o movimenti del corpo eccessivi (forme ipercinetiche, quali distonie o tremori).

La prevenzione è soprattutto basata su una diagnosi precoce della malattia, che talora compare lentamente in età infantile o giovanile, per evitare le disabilità successive, ma poi si attua anche attraverso una accorta e sana alimentazione ed esercizio fisico e allenamento costanti.

Al riguardo, gli esperti identificano quegli alimenti che possono avere un ruolo nella genesi dei disturbi neurologici o che possono incidere negativamente su condizioni preesistenti. Nella Malattia di Parkinson, ad esempio, i pasti, specie se ricchi di proteine, possono interferire sia con l’assorbimento dei farmaci (es.: Levodopa), sia con il loro ingresso nel cervello contribuendo alla diminuita efficacia della terapia, vi sono numerose evidenze per ritenere importante l’uso di una dieta prevalentemente vegetariana a basso contenuto proteico. Un’alimentazione povera di colesterolo e ricca di fibre, vitamine ed antiossidanti presenti in frutta e verdura e di grassi insaturi contenuti nell’olio di oliva (la cosiddetta dieta mediterranea) riducono l’incidenza anche dei disturbi cognitivi nelle malattie extrapiramidali

In caso di malattia, la protezione del cervello può venire dall’intervento terapeutico tempestivo?

Prof. Gianluigi Mancardi, Presidente della SIN, Clinica Neurologica Università di Genova

Per essere efficace, una cura deve essere somministrata precocemente: solo in questo modo, infatti, è possibile limitare devastanti conseguenze. Sclerosi Multipla, Ictus, Alzheimer e Cefalee croniche sono il bersaglio delle più innovative terapie, messe a punto recentemente dalla ricerca scientifica.

A disposizione della Sclerosi Multipla, che solo in Italia colpisce 120.000 perone, 15 differenti terapie con possibilità di personalizzazione in base al tipo e alla gravità dell’esordio clinico. Gli avanzamenti più recenti riguardano le terapie con anticorpi monoclonali anti-linfociti B e il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche, una procedura efficace nei casi particolarmente aggressivi che non rispondono alle terapie approvate. Nelle malattie cerebrovascolari, studi recenti hanno confermato l’utilità della terapia endovascolare anche dopo 16 e persino 24 ore dall’Ictus in quei pazienti che abbiano buoni circoli collaterali e tessuto nervoso in sofferenza, ma non ancora irrimediabilmente perso. Nella Malattia di Alzheimer, alcuni studi che utilizzano anticorpi monoclonali in grado di ridurre l’anomalo deposito di amiloide sembrano indicare che una terapia eziologica sia possibile e oramai vicina, anche se efficace solo nelle fasi molto iniziali di malattia. Risulta quindi fondamentale una diagnosi precoce. Enormi sono stati anche i passi compiuti dalla ricerca nel trattamento delle cefalee, con particolare riguardo all’emicrania cronica: per gli 800.000 italiani che ne soffrono sono stati sviluppati anticorpi monoclonali selettivi in grado di migliorare notevolmente la qualità di vita dei pazienti.

Incontri divulgativi e convegni scientifici, attività per gli studenti delle scuole secondarie e open day presso le cliniche neurologiche: numerose le iniziative gratuite che si svolgeranno in tutto il territorio nazionale e avranno come protagonista il nostro organo più complesso, il cervello, che ci permette di pensare, ricordare, muovere, sentire, parlare, vedere, dormire e organizzare tutte le nostre numerose attività.

 

1. Feigin VL et al. Global and regional burden of stroke during 1990–2010: findings from the Global Burden of Disease Study 2010. Lancet 2014; 383: 245–55

2. http://www.epicentro.iss.it/sclerosi-multipla/epidemiologia

3. https://www.thelancet.com/journals/laneur/article/PIIS1474-4422(18)30295-3/fulltext

4. Y.W. Woldeamanuel e R.P. Cowan, Stanford Headache and Facial Pain Program presso la Stanford University School of Medicine di Palo Alto, Stati Uniti

5. https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/29791944

 


Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni

A come “anticoagulanti”, F come “fibrillazione atriale”, I come “ictus cerebrale”, M come “monitoraggio cardiaco”. Sono 33 le parole inserite nel Glossario creato per dare vita alla campagna di informazione online “Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni”, progetto realizzato da A.L.I.Ce. Italia Onlus, Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, in collaborazione con Medtronic.

Nel Glossario, pubblicato sul sito www.indovinalictus.it, vengono presentati e spiegati in modo sintetico e divulgativo i termini principali legati alla patologia. Sul sito è inoltre presente un questionario interattivo che permette agli utenti di verificare e aumentare la propria conoscenza delle pratiche di prevenzione e cura dell’ictus. Attraverso 10 domande a risposta multipla, ognuna da compilare entro un minuto di tempo, si chiede all’utente come agirebbe nei confronti di una persona che manifesta alcuni dei sintomi tipici dell’ictus. Nel corso della compilazione, chiunque voglia cimentarsi potrà visualizzare le proprie risposte giuste e quelle sbagliate e, nel profilo finale, verrà invitato a consultare le voci del glossario in cui si è mostrato “meno preparato”, così da colmare le proprie lacune.

È fondamentale diffondere la cultura della prevenzione sia primaria che secondaria e insistere sul ruolo chiave del fattore tempo. L’ictus cerebrale, definito come “l’epidemia del XXI secolo”, può essere evitato nell’80% dei casi attraverso il riconoscimento e il trattamento dei principali fattori di rischio quali fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, alimentazione non corretta, scarsa attività fisica. È nostro compito informare ed educare la popolazione, considerando non solo la dimensione epidemiologica di questa patologia, ma anche l’impatto socio-economico e le conseguenze in termini di mortalità e soprattutto di disabilità” – dichiara Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus.

L’ictus cerebrale è più diffuso di quanto si possa pensare: rappresenta, infatti, la prima causa di invalidità, la seconda di demenza e la terza causa di morte. In Italia, colpisce ogni anno circa 100.000 persone mentre quelle che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con conseguenze più o meno invalidanti, sono oggi circa un milione: il fenomeno, però, registra una costante crescita, considerando che le cure sono migliorate, si vive più a lungo e che il nostro Paese è tra quelli con aspettativa di vita più elevata.

E tu sapresti cosa fare di fronte ad una persona che quando sorride ha la bocca storta, che non riesce ad esprimersi o che non riesce a capire quello che le viene detto? Sai che, in caso di sospetto ictus, va chiamato prima possibile il 112 per essere trasportati con urgenza in un Ospedale dotato di una Unità Neurovascolare (o Stroke Unit)? Lo sai che solo in questi Centri vengono somministrate le terapie adeguate e si fa riabilitazione precoce? Sai che maggiore è il tempo che trascorre tra l’insorgenza dei sintomi e il trattamento, maggiore è il rischio che l’ictus provochi danni cerebrali irreversibili e conseguente invalidità? Verifica anche tu quanto conosci l’ictus cerebrale sul sito www.indovinalictus.it, compila il questionario online e scopri se sei in grado di salvare una vita!

A questa e ad altre domande vuole dare una risposta A.L.I.Ce. Italia Onlus che ha fortemente voluto e sostenuto questo progetto proprio per offrire un servizio utile al Cittadino e per sottolineare, ancora una volta, quanto siano importanti il tema della prevenzione e del fattore tempo per evitare le conseguenze più gravi di un ictus cerebrale e contribuire a salvare molte vite.

A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di associazioni di volontariato senza scopo di lucro, diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia Onlus ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia Onlus e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato ed avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia Onlus, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, avrà adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, infine, l’Osservatorio Ictus ha inoltre presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese.

 

Ufficio stampa | A.L.I.Ce. Italia Onlus

Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer

La diagnosi della malattia di Alzheimer cambia la vita delle persone, non solo di quelle colpite ma anche dei loro cari. In tutto il mondo, più di 44 milioni di persone soffrono di demenza: la Malattia di Alzheimer ne rappresenta la forma più comune e costituisce una delle sfide sanitarie più grandi da affrontare.

Ogni anno, il 21 settembre si celebra la Giornata Mondiale della Malattia di Alzheimer che in Italia fa registrare circa un milione di casi. Anche se attualmente non esistono trattamenti per fermarne la progressione, sono disponibili farmaci che possono curare i sintomi della demenza. Ci si concentra, infatti, soprattutto sulla prevenzione del morbo di Alzheimer e sulla ricerca di trattamenti più efficaci.

Nei pazienti affetti da Alzheimer, le cellule cerebrali nell’ippocampo – una parte del cervello associata a memoria e apprendimento – sono spesso le prime a essere danneggiate. Questo spiega perché la perdita di memoria e in particolare la difficoltà nel ricordare informazioni recentemente apprese, rappresenta spesso il primo sintomo della malattia. In generale, le cellule cerebrali subiscono un processo degenerativo che le colpisce in maniera progressiva e che porta successivamente a disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale e progressiva perdita di autonomia definita appunto “demenza”.

A tali deficit si associano spesso problemi psicologici e comportamentali come depressione, incontinenza emotiva, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente, con un peso enorme per i familiari.

La Società Italiana di Neurologia e la SINDEM, Associazione aderente alla SIN per le demenze, sono da tempo in prima linea per la ricerca dei meccanismi che attivano la malattia e delle nuove terapie.

Durante lo scorso anno sono stati interrotti alcuni studi promettenti su nuove terapie per la Malattia di Alzheimer, perché non rilevavano una sufficiente efficacia. Questo ha portato alcune case farmaceutiche a disinvestire nella ricerca in questo campo ed ha comprensibilmente indotto sconcerto tra i familiari di pazienti e nella stessa comunità scientifica.

Dopo il fallimento delle terapie somministrate nella fase di demenza conclamata le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia” – ha dichiarato Carlo Ferrarese, Presidente SINDEM, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo (ASST Monza).

Dati più recenti indicano che agendo nelle fasi iniziali di declino di memoria, quelle chiamate declino cognitivo lieve o Mild Cognitive Imparment (MCI), gli stessi farmaci potrebbero rallentare la progressione verso la demenza conclamata, perché si sono dimostrati efficaci nel bloccare i meccanismi biologici della malattia. Alla base del morbo di Alzheimer vi è l’accumulo progressivo nel cervello della proteina chiamata beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose ed i loro collegamenti” – ha proseguito Carlo Ferrarese.

Nell’attesa dei risultati di queste terapie sperimentali, previsti per i prossimi anni, altri studi recenti indicano che vi sono efficaci strategie per ridurre la probabilità di ammalarsi in soggetti anziani normali o che presentano iniziali sintomi di decadimento cognitivo.

Studi recenti hanno dimostrato, infatti, che la prevenzione dei noti fattori di rischio vascolare, come ipertensione, diabete, obesità, fumo, vita sedentaria, è in grado di ridurre l’incidenza di demenza: adottare adeguati stili di vita (attività fisica regolare, alimentazione ricca di sostanze antiossidanti come la dieta mediterranea) e tenere sotto controllo le patologie vascolari può già oggi essere consigliato come la migliore strategia per ridurre il rischio di demenza.

Recenti studi sperimentali su modelli animali, inoltre, hanno avvalorato l’ipotesi che l’attività fisica in particolare, sia in grado di favorire la produzione di nuove cellule cerebrali, sostituendo quelle degenerate attraverso la produzione di fattori neurotrofici.

Sia i dati degli studi clinici che quelli sperimentali aprono quindi nuove speranze per la prevenzione di questa devastante malattia.

 



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