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Depressione e malattie cardiovascolari veri killer per le donne, a rischio anche le più giovani

È ormai accertato che le malattie cardiovascolari non sono più un problema esclusivamente maschile, ma sono invece la prima causa di mortalità e disabilità nelle donne sopra i 50 anni; si stima infatti che le malattie cardiovascolari sono causa di morte per il 55% delle donne contro il 43% degli uomini.

Ai fattori di rischio “tradizionali” per le malattie cardiovascolari (ipertensione arteriosa, tabagismo, diabete, sovrappeso, età…) se ne sono aggiunti negli ultimi anni altri definiti “emergenti” e specifici per il genere femminile; tra questi, stress e depressione sono emersi ultimamente come i più impattanti e causa di disabilità.

La depressione colpisce infatti quasi 3.000.000 di donne in Italia, coinvolte in una proporzione di 2:1 rispetto agli uomini. È inoltre ormai dimostrato che lo stress cronico aumenta il rischio di infarto e ictus al pari di fumo e pressione alta, come dimostrato da un recente studio pubblicato su Lancet.

Un altro studio condotto in Nuova Zelanda e pubblicato dalla prestigiosa rivista Heart ha persino messo in evidenza che le persone cardiopatiche più stressate hanno il quadruplo della probabilità di morire per cause cardiache e quasi il triplo per qualsiasi causa rispetto alle persone non stressate.

A fare il punto sulla salute della donna con uno specifico focus sulla medicina di genere è stato il 1^ Congresso nazionale di OndaLa salute della donna – patologie femminili di maggiore impatto: dalla specialistica all’approccio multidisciplinare che si è tenuto a Milano, il 20 settembre scorso, e che ha posto un accento particolare sulle interazioni tra le varie patologie sia in età giovanile sia in età più avanzata.

La salute delle donne in Italia è migliorata, ma talune patologie sono ancora molto impattanti: sul fronte della salute mentale la depressione nelle adolescenti e nelle giovani donne cresce a ritmi sostenuti, mentre il primo episodio depressivo in età avanzata è oggi considerato un prodromo di demenza. Le malattie cardio vascolari, prima causa di morte per le donne italiane si accompagnano ancora ad una scarsa consapevolezza della popolazione femminile che comporta ritardi diagnostici e terapeutici” – afferma Francesca Merzagora, Presidente Onda.

Al vertice delle patologie con maggiore disabilità troviamo i disturbi cardio-cerebro-vascolari e la depressione unipolare, patologie che, se si presentano congiuntamente, aumentano in maniera esponenziale il rischio di mortalità. Le significative differenze genetiche e ormonali che contraddistinguono il genere femminile e maschile vedono una netta prevalenza della depressione e dell’ansia in tutti i cicli vitali della donna, mentre per le patologie cardio-cerebro-vascolari una forte crescita nelle fasi del post climaterio e nell’età più avanzata. Le condizioni di stress cronico sono oggi considerate rischiose quanto il fumo e l’ipertensione nel facilitare infarto del miocardio e ictus. All’origine di entrambe le patologie cardio-cerebro-vascolari e della depressione sussiste un fenomeno pro infiammatorio che comporta danneggiamenti sia a livello della funzionalità endoteliale sia del sistema immunitario” – spiega Claudio Mencacci, Presidente Comitato scientifico Onda.

Le campagne di sensibilizzazione sul rischio cardiovascolare femminile, si sono finora rivolte prevalentemente alla popolazione più anziana, nella quale si è registrata quindi una maggiore attenzione da parte della comunità medica. Dagli ultimi dati della letteratura, però, è emerso che anche la popolazione femminile compresa tra i 35 e i 54 anni è a rischio, suggerendo la necessità di introdurre campagne di screening già a partire dai 25 anni puntando sul trattamento dei fattori di rischio ma soprattutto sulla consapevolezza del ruolo che ciascuno di essi ricopre nell’aumentare la probabilità di avere una malattia cardiovascolare. Inoltre, dato non irrilevante, sono le donne stesse ad avere una scarsa conoscenza e coscienza del proprio rischio cardiologico individuale e che può essere anche superiore a quello degli uomini” – afferma Maria Penco, Professore Ordinario di Cardiologia, Direttore Scuola di Specializzazione, Malattie Apparato Cardiovascolare, Università dell’Aquila.

Molto si è fatto per migliorare la qualità della vita delle donne e ancora di più si potrà fare grazie alla Ricerca. Un’accelerazione negli ultimi anni è venuta dalla medicina personalizzata, con cure ad hoc per ogni paziente, e al rinascimento della Ricerca, con 7.000 farmaci in sviluppo nel mondo per importanti patologie che colpiscono anche l’universo femminile: tumori, malattie cardiovascolari, sistema immunitario, diabete, malattie infettive e malattie neurologiche. Risultati che potranno concretizzarsi grazie a una forte collaborazione tra imprese del farmaco, Istituzioni e operatori del sistema. È questa la premessa indispensabile per terapie sempre più indirizzate alla salute della donna” – afferma Massimo Scaccabarozzi, Presidente Farmindustria.

Questa prima edizione del congresso Onda, rappresenta un’apertura verso il mondo scientifico: il genere è ormai un parametro imprescindibile per garantire la personalizzazione e precisione delle cure sia in ambito clinico sia nell’organizzazione dei servizi sanitari. Le donne italiane hanno un’aspettativa di vita di 85 anni, consumano più farmaci con una prevalenza d’uso del 67,5% contro il 58,9% degli uomini, hanno stili di vita non propriamente corretti (il 14,8% fuma, il 28,2% è in sovrappeso, solo il 10,3% fa attività sportiva e il 44,1% è sedentaria). L’obbiettivo del Congresso è anche avvicinare i giovani al concetto della medicina genere specifica affinché sempre più all’interno degli ospedali italiani vi sia un’attenzione specifica nei confronti della salute femminile come già avviene nelle strutture con i Bollini Rosa” – continua Merzagora.

In primo luogo un grande grazie a Onda per il suo costante impegno a favore delle donne. Passi avanti ci sono stati ma credo che si possa fare ancora di più a favore della salute della donna e io vi garantisco il mio impegno in questo senso. Soprattutto per affrontare alcune patologie come la depressione rispetto alla quale, ne sono convinta, sarebbe necessario un approfondimento per capire quali possono essere i suggerimenti di indirizzo in modo che le Istituzioni possano intervenire e anche come sollevare correttamente nel dibattito pubblico la depressione, che interessa moltissime persone ma viene spesso camuffata e scambiata per altro. E in questo la depressione femminile ha un posto rilevante. Così come per le malattie cardio-vascolari che sono la prima causa di morte per le donne italiane. Comunque, più in generale mi piacerebbe che la salute della donna possa essere presente in ogni ambito del vivere civile, Vorrei che si parlasse di salute delle donne quando parliamo del lavoro, dell’ambiente di lavoro, della dimensione familiare, di quella fatica che le donne fanno per tenere assieme tutto dimenticando magari, in qualche momento, se stesse. Si vive di più, ma con mille acciacchi. Una salute che abbia a cuore il punto vista delle donne, il corpo delle donne e la mente delle donne è un grande obiettivo di civiltà” – conclude la Sen. Emilia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica


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Ricerca internazionale sui disturbi della tiroide

Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, ha presentato i risultati di un sondaggio internazionale, commissionato dall’Azienda in collaborazione con la Thyroid Federation International (TFI), che rivela come molte donne associno i sintomi quali il cambiamento di peso, l’irritabilità, l’ansia, l’insonnia e l’eccessiva stanchezza ai loro stili di vita frenetici, non rendendosi conto che un disturbo della tiroide potrebbe essere la causa sottostante.

I disturbi della tiroide interessano circa 200 milioni di persone in tutto il mondo e in alcuni paesi quasi il 50% delle persone non ricevono una diagnosi1. I disturbi della tiroide sono 10 volte più comuni nelle donne2, il 17% delle quali, all’età di 60 anni, potrebbe sviluppare l’ipotiroidismo, il più comune tipo di disturbo della tiroide3. Se gli squilibri dell’ormone tiroideo non sono diagnosticati e trattati, possono avere un effetto dannoso sulla salute e sul benessere di una persona4,5. È pertanto fondamentale che le persone siano a conoscenza dei sintomi che, se scoperti, non devono essere ignorati.

L’indagine ha coinvolto le donne di sette paesi differenti e ha evidenziato la tendenza ad associare le loro scelte di stile di vita a sintomi che potrebbero essere invece causati da un disturbo della tiroide6. Circa la metà (49%) delle intervistate ha dichiarato di aver attribuito la causa del proprio stato d’inquietudine o della difficoltà a dormire allo stile di vita scelto, mentre il 40% ha dato la colpa allo stile di vita per la sensazione di depressione, gli stati d’ansia e la sensazione di stanchezza6. In realtà, questi sono sintomi comuni di un disturbo della tiroide. Questa tendenza a dare la colpa allo stile di vita per i sintomi potrebbe essere ulteriormente evidenziata dal fatto che quasi un quarto (23%) delle intervistate ricorda di aver raccontato ad un amico o ad una persona cara di aver accettato la sensazione di essere depressa, ansiosa o irritabile come parte della vita, mentre il 19% delle intervistate avrebbe detto di accettare di sentirsi stanca o fiacca ogni giorno6 .

I risultati dell’indagine evidenziano un’importante ragione per la quale milioni di persone vivono la loro esistenza senza che sia loro diagnosticato o trattato un disturbo della tiroide, con conseguente scarsa qualità della vita. Ciò rivela che i disturbi della tiroide possono essere la causa che si nasconde dietro i sintomi che molti di noi attribuiscono al frenetico stile di vita di oggi. Speriamo che questo incoraggi più persone a parlare con il proprio medico piuttosto che accettare i sintomi come parte ordinaria della vita quotidiana “ – ha dichiarato, Ashok Bhaseen, presidente della TFI.

L’indagine ha sottolineato perché può essere molto difficile individuare un disturbo della tiroide. I sintomi come sensazione di incapacità di concentrazione (29,6%), difficoltà a rimanere incinta (30%), intestino pigro e costipazione (29%) non sono stati comunemente associati ai disturbi della tiroide dalle intervistate6. Una caratteristica dei disturbi della tiroide che li rende difficili da individuare è che gli ormoni prodotti dalla ghiandola tiroidea aiutano a regolare molte funzioni diverse nel corpo. I sintomi possono quindi essere diversi e non sono specifici o unici7.

 

In occasione della presentazione dell’indagine, inoltre, Merck lancia il sito “Non sei tu. È la tua tiroide” (www.thyroidaware.com/it) con l’obiettivo di aiutare le persone a non attribuire esclusivamente a se stessi e al proprio stile di vita alcuni sintomi delle patologie tiroidee, Nel sito sono disponibili una brochure e un quiz interattivo che mostrano le idee sbagliate sui sintomi dei disturbi della tiroide e fornisce informazioni per aiutare le persone a comprenderli meglio. Tra i sintomi più importanti della carenza di ormone tiroideo (ipotiroidismo) la stitichezza, la mancanza di motivazione, la mancanza di concentrazione, la depressione o l’aumento di peso8. I sintomi dell’eccesso di ormone tiroideo (ipertiroidismo) includono la perdita di peso e l’irritabilità9,10. Ipotiroidismo e ipertiroidismo possono anche portare ad ansia, disturbi mestruali e difficoltà a dormire8,9.

 

I disturbi della tiroide

Ci sono due tipi principali di disturbi della tiroide, con cause e sintomi diversi: ipotiroidismo e ipertiroidismo.

L’ipotiroidismo, quando la ghiandola tiroidea è poco attiva e non produce abbastanza ormoni tiroidei. Ciò significa che le cellule del corpo non possono ottenere sufficienti ormoni tiroidei per funzionare correttamente e il metabolismo del corpo rallenta.11

L’ipotiroidismo può avere molte cause, tra cui una malattia autoimmune, danni alla ghiandola tiroidea, troppo o troppo poco iodio e radioterapia11.

Non trattati, i sintomi dell’ipotiroidismo di solito si accentuano e possono causare complicazioni più gravi e addirittura diventare pericolosi per la vita4 .

L’ipertiroidismo, quando la ghiandola tiroidea è iperattiva e la tiroide libera troppo ormone tiroideo nel sangue, accelerando il metabolismo del corpo.10

L’ipertiroidismo tende a presentarsi in famiglia ed è più frequente nelle giovani donne.10

La maggior parte dei casi di ipertiroidismo è causata da una condizione chiamata “malattia di Graves10. In questa condizione, gli anticorpi nel sangue attivano la ghiandola tiroidea, causandone un aumento delle dimensioni e della secrezione dell’ormone tiroideo10. Un’altra forma di ipertiroidismo è caratterizzata da noduli o grumi nella ghiandola tiroidea, che aumentano i livelli di ormone tiroideo nel sangue.10 È importante che i sintomi dell’ipertiroidismo non siano trascurati in quanto possono verificarsi gravi complicazioni5.

Quanto sono comuni i disturbi della tiroide?

I disturbi della tiroide sono tra i più frequenti con circa 1,6 miliardi di persone a rischio in tutto il mondo12. All’età di 60 anni, il 17% delle donne e l’8% degli uomini soffrono di una tiroide poco attiva3.

La ghiandola tiroidea poco attiva è più comune nelle donne che negli uomini e diventa più frequente con l’aumento dell’età. Una ghiandola tiroidea iperattiva è 10 volte più comune nelle donne che negli uomini, soprattutto tra i 20 e i 40 anni, ma può verificarsi a qualsiasi età2.

Informazioni sull’indagine6

L’indagine globale è stata condotta da Censuswide, con interviste on-line effettuate dal 24 al 31 gennaio 2017 tra donne dai 18 anni in su.

Sono state intervistate 6.171 donne da sette paesi in tutto il mondo:

• Francia – 1.006 intervistate

• Italia – 1.004 intervistate

• Messico 1.002 intervistate

• Brasile – 1.003 intervistate

• Arabia Saudita – 151 intervistate

• Cile – 1.001 intervistate

• Indonesia – 1.004 intervistate

Le persone con una storia di disturbi della tiroide sono state sottoposte a screening.

I risultati dell’indagine hanno stabilito le risposte del rispondente a 10 problemi che sono associati a disturbi della tiroide.

1. Thyroid Foundation of Canada. About thyroid disease. Last accessed March 2017

2. NHS Choices. Overactive thyroid. Last accessed March 2017

3. All Thyroid. Thyroid Problems over 50. Last accessed March 2017

4. EndocrineWeb. Hypothyroidism: Too little thyroid hormone. Last accessed March 2017

5. American Thyroid Association. Clinical thyroidology for the public – Hyperthyroidism. Last accessed March 2017

6. Censuswide. Thyroid Disorder Awareness Survey – Commissioned by Merck. January 2017.

7. American Thyroid Association. Hyperthyroidism. Last accessed March 2017

8. Thyroid UK. Signs & Symptoms of Hypothyroidism. 2013.Last accessed March 2017

9. Thyroid UK. Signs and Symptoms of Hyperthyroidism. 2010. Last accessed March 2017

10. British Thyroid Foundation. Psychological Symptoms & Thyroid Disorders.
Last accessed March 2017

11. American Thyroid Association. Hypothyroidism. Last accessed March 2017

12. Khan A, Khan MM, Akhtar S. Thyroid disorders, etiology and prevalence. J Med Sci 2002;2:89–94. Last accessed March 2017

Depressione: sottovalutata da molte persone con tumore, diabete e malattie reumatiche

La depressione, quando legata o conseguenza di altre malattie, è per lo più sottovalutata sia da chi ne soffre sia dai medici, quasi considerata un effetto collaterale scontato”, afferma Francesca Merzagora, Presidente di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna, in occasione della presentazione a Milano (29.05.17) dell’indagine volta a esplorare il tema della depressione in generale e la relazione tra questa e alcune malattie quali tumori, malattie reumatiche e diabete sia da un punto di vista qualitativo, su un campione di 18 pazienti e caregiver, sia quantitativo, su un campione di 240 pazienti.

Il progetto si è avvalso della collaborazione di numerose associazioni di pazienti tra cui AIMAC (Associazione Italiana Malati di Cancro, parenti e amici), ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici), APMAR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare), Europa Donna Italia, FAND (Associazione Italiana Diabetici) e SIP (Società Italiana di Psichiatria), ed è realizzato con il contributo incondizionato di Janssen, azienda farmaceutica di Johnson & Johnson.

I dati rivelano che la depressione colpisce 1 persona su 4 con malattie reumatiche, quasi 1 malato di tumore su 6 e il 2% di coloro che hanno il diabete. 4 malati su 10 la considerano una conseguenza della malattia primaria soprattutto laddove la componente dolorosa è molto forte, e per questo tendono a sottovalutarla. A conferma di questo due fattori: la scelta della persona di riferimento per la cura della depressione e l’utilizzo di farmaci specifici.

Se chi soffre “solo” di depressione è seguito nell’83% dei casi da uno psichiatra, è in trattamento con farmaci specifici (87%) e segue una terapia psicologica o psichiatrica (72%), coloro che soffrono di altre malattie si rivolgono quasi nella metà dei casi al medico di medicina generale anche per la gestione della depressione e solo 1 su 5 si rivolge allo psichiatra; solo 1 paziente su 2 inoltre segue una terapia farmacologica adatta e una terapia psicologica o psichiatrica. La paura di essere dipendente dai farmaci per oltre il 40% e il rifiuto di assumere ulteriori farmaci oltre a quelli che si prendono per la malattia primaria (26%) sono i principali timori legati alla cura della depressione. Altro dato degno di nota è il fatto che nessuna delle persone con depressione e altre malattie è in cura presso un centro di salute mentale, cosa che si verifica per il 68% delle persone con “solo” depressione.

La depressione ha un effetto biunivoco: aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, diabete, patologie urologiche, oncologiche, pneumologiche e neurologiche, in quanto anticipa e peggiora il decadimento cognitivo. Chi soffre di queste patologie è a sua volta più esposto al rischio di soffrire di depressione che ne peggiora gli esiti” – ha affermato Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Salute mentale e Neuroscienze ASST Fatebenefratelli Sacco.

Sottovalutata ma comunque temuta. Per un terzo di coloro che soffrono anche di altre malattie, la percezione di essere a rischio di sviluppare la depressione è molto alta, con una forte differenza tra pazienti reumatici e oncologici, quest’ultimi sicuramente più seguiti dal punto di vista psicologico sin dalla diagnosi della malattia primaria per il tipo di percorso diagnostico terapeutico. Ben 6 pazienti con malattie reumatiche su 10 infatti si sentono molto esposti al rischio di sviluppare depressione.

I risultati di questa indagine, prima nel suo genere, hanno messo in luce due aspetti molto significativi della vita e del percorso di cura dei pazienti: quanto sia fondamentale, per perseguire benessere e salute completi, che siano considerate come persone a 360 gradi, non solo legati a un’unica dimensione patologica, e quanto sia importante continuare a combattere lo stigma legato ancora oggi alla malattia mentale. Il nostro impegno come Janssen, da 60 anni a questa parte, è minimizzare l’impatto delle patologie mentali sui pazienti, grazie alla ricerca di soluzioni terapeutiche innovative. Siamo impegnati nell’identificare nuovi target per la depressione, l’insonnia e la schizofrenia. L’obiettivo è unire l’efficacia terapeutica dei farmaci con la riabilitazione e il conseguente reinserimento in società dei pazienti; lo dimostra il progetto Triathlon – Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi – ideato per far fronte alle criticità che, quotidianamente, caratterizzano l’assistenza e il trattamento delle persone che soffrono di psicosi” – ha affermato Massimo Scaccabarozzi, Amministratore Delegato e Presidente di Janssen Italia.

La depressione è una malattia che condiziona completamente l’esistenza sia delle persone che ne soffrono sia di coloro che se ne prendono cura. Secondo gli intervistati sintomi quali tristezza (75%), pensieri negativi (72%), perdita di interesse nel fare le cose (65%), di energia (62%) e un senso di solitudine da cui è difficile trovare sollievo (60%) sono quelli che maggiormente incidono sulla qualità di vita. La tristezza e la solitudine a volte è talmente forte e la percezione del futuro è così negativa che oltre 1 persona malata di depressione su 2 dichiara di aver avuto pensieri suicidari, tra questi 1 su 4 tre o quattro volte nell’ultimo mese. Anche i familiari e coloro che si prendono cura della persona depressa si trovano a vivere e soprattutto subire una situazione molto pesante nella quale tutte le energie sono concentrate sul malato. I risultati dell’indagine dimostrano quanto siano necessari interventi concreti per superare lo stigma ancora molto radicato a livello socio-culturale nel nostro Paese che provoca purtroppo un isolamento del paziente stesso e della sua famiglia. Per questo a breve realizzeremo una pubblicazione divulgativa per avvicinare le persone a diagnosi e cure. Fondamentale inoltre non tralasciare chi si prende cura del malato offrendo un supporto emotivo e concreto. La depressione, così come le principali malattie femminili saranno affrontate a settembre nel primo Congresso scientifico di Onda a Milano” – ha continuato Merzagora.

La depressione continua a crescere, ormai è in cima alla lista delle cause di cattiva salute nel mondo. In 10 anni è aumentata di quasi il 20 per cento. Un campanello d’allarme per tutti e un monito a ripensare con urgenza alla salute mentale e al suo mantenimento. Fondamentale risulta investire in ricerca e innovazione per migliorare ulteriormente l’efficacia delle cure e comprendere più a fondo le interazioni con i diversi contesti ambientali” – prosegue Mencacci.

La Commissione Sanità del Senato ha da tempo intenzione di iniziare una indagine conoscitiva sulla depressione, un fenomeno più che una patologia assai differenziata per intensità, per difformità di manifestazioni, e dunque che richiede diagnosi e terapie differenziate. Uno stato d’essere del nostro tempo, che riguarda in misura maggiore le donne, che richiede approcci scientifici in grado di intervenire sullo stigma e sulla disinformazione. Per depressione oggi si intendono cose assai diverse, che non sempre hanno a che fare con l’aspetto patologico, ma sono manifestazioni ansiose, o disturbi di comportamento, o semplicemente effetti di momenti difficili della vita. Fare chiarezza sulla depressione è un dovere del legislatore, perché, attraverso l’ascolto e la relazione con il mondo medico-scientifico, possa deliberare in modo informato. Ancora una volta grazie a Onda che apre strade innovative nel campo della salute” – ha spiegato Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica.

La depressione rappresenta sia un evento che può ridurre drasticamente i margini di benessere sia un disagio che si accompagna allo sviluppo di un danno organico. In entrambi i casi il suo impatto è molto forte e va ad intaccare la vita personale dell’individuo che ne soffre ma anche quella del suo mondo familiare e relazionale. Regione Lombardia ha mostrato in diverse occasioni la sua attenzione per questo importante problema che riguarda un numero crescente di cittadini. Attraverso il piano regionale per la salute mentale abbiamo definito una strategia per rispondere alle domande di cura poste dagli utenti con disturbi d’ansia e dell’umore. Abbiamo definito, infatti, protocolli di collegamento tra servizi psichiatrici, medicina di base, ambito principale di riferimento per questa utenza, reti formali e informali di comunità con particolare attenzione al volontariato, alle associazioni di utenti e familiari, prevedendo tra l’altro progetti finalizzati alla prevenzione della depressione nei pazienti a rischio” – ha affermato Giulio Gallera, Assessore al Welfare di Regione Lombardia.

Una depressione che si accompagna o addirittura è generata da patologie serie come, ad esempio, quelle oncologiche, cardiovascolari o reumatiche compromette in modo pericoloso la qualità della vita delle persone. Purtroppo proprio a causa della compresenza di problemi fisici importanti rischia di essere sottovalutata e non affrontata con gli strumenti più adatti. Per questo è importante che lo studio di Onda abbia messo in evidenza quanto pesi questa correlazione tra depressione e altre patologie gravi e quanto sia importante un approccio al tempo stesso specialistico e olistico alla persona che, altrimenti, rimarrebbe prigioniera di una gabbia di solitudine e stigma, aggiungendo dolore a dolore e compromettendo la qualità della vita” – ha detto Sara Valmaggi, Vice Presidente del Consiglio Regione Lombardia.

Questo è certamente un ambito in cui la prevenzione e il sostegno sociale possono contribuire ad evitare che situazioni difficili si trasformino in irreversibili. Il Comune di Milano, ogni anno, attraverso i propri servizi territoriali, entra in contatto con persone che hanno bisogno di aiuto. Si tratta di richieste multiple che partono dal sostegno economico, o dall’ospitalità in un centro di accoglienze e che nel percorso di presa in carico mettono in luce problemi ancora più grandi, spesso legati alla salute, spesso accompagnati dalla depressione. Questo ci ha spinto ad attivare qualche anno fa una stretta collaborazione con l’Ordine degli Psicologi nell’iniziativa psicologi sociali. Sono certo che attraverso una rete sempre più forte e ampia tra le realità attive sul territorio potremo essere più presenti, intervenendo sia in fase preventiva, sia in fase di cura” – ha spiegato Pierfrancesco Majorino, Assessore Politiche sociali, Salute e Diritti, Comune di Milano.


Calcio: colpi di testa e danni cerebrali

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Non solo goal e contrasti a mezz’aria. I ripetuti colpi di testa inanellati nell’arco della carriera di un calciatore possono essere legati a danni cerebrali a lungo termine.

E’ quanto emerge da una ricerca condotta da scienziati britannici, che segue segnalazioni aneddotiche relative alla salute dei calciatori che colpiscono di testa: questi atleti sarebbero più a rischio di sviluppare una forma di demenza, più avanti negli anni.

La ricerca, firmata da studiosi dell’University College London e della Cardiff University, fa discutere in Gran Bretagna. E dalla Football Association assicurano alla BBC che esamineranno la questione da vicino.

Anche dopo il caso di Jeff Astle, ex giocatore dell’Inghilterra e del West Brom, morto a 59 anni e affetto da demenza precoce. Per la figlia, Dawn Astle, è “ovvio” che la sua demenza “era legata alla carriera di calciatore“.

Gli scienziati hanno esaminato il cervello di cinque persone che in vita erano state giocatori professionisti e di un calciatore dilettante. Tutti, riportano su Acta Neuropathologica, avevano giocato a calcio per una media di 26 anni e tutti hanno sviluppato una forma di demenza intorno ai 60 anni. Grazie agli esami post-mortem, i ricercatori hanno rilevato segni di lesioni cerebrali – ovvero encefalopatia traumatica cronica – in quattro casi. Questo tipo di lesione è stata collegata a perdita di memoria, depressione e demenza ed è stata vista in altri sport di contatto.

Quando abbiamo esaminato il loro cervello abbiamo visto i tipi di alterazioni che si trovano negli ex pugili, cambiamenti spesso associati con ripetute lesioni al cervello note come encefalopatia traumatica cronica. Così, davvero per la prima volta, in una serie di calciatori abbiamo mostrato che c’è un’evidenza del fatto che delle lesioni alla testa si sono verificate nella prima parte della loro vita. Queste lesioni presumibilmente hanno avuto un qualche impatto sullo sviluppo della demenza” – ha spiegato Huw Morris dell’University College London.

I cervelli esaminati, inoltre, mostravano segni di Alzheimer e alcuni avevano alterazioni dei vasi sanguigni che possono portare alla demenza. Insomma, secondo gli scienziati una combinazione di fattori avrebbe contribuito alla manifestazione della demenza in questi ex giocatori. Ma occorrono studi più ampi per provare un legame tra calcio e demenza e per indagare in modo approfondito sulla salute cerebrale a lungo termine dei giocatori.

BIBLIOGRAFIA

Mixed pathologies including chronic traumatic encephalopathy account for dementia in retired association football (soccer) players – Helen Ling, Huw R. Morris, James W. Neal, Andrew J. Lees, John Hardy, Janice L. Holton, Tamas Revesz, David D. R. Williams – Acta Neuropathol (2017). doi:10.1007/s00401-017-1680-3


UNIVADIS

Stress oncologico, novità terapeutiche

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Il trattamento con psilobicina, la componente attiva dei cosiddetti “funghi magici” allucinogeni, porta ad un sollievo rapido e di lunga durata da ansia e depressione nella maggior parte dei pazienti oncologici, compresi quelli con patologia in fase avanzata. Secondo Roland Griffiths della Johns Hopkins University di Baltimora, autore di uno studio1 su 51 pazienti, questo livello di efficacia è senza precedenti in campo psichiatrico e psico-oncologico.

La psilobicina potrebbe rappresentare un potenziale cambiamento paradigmatico per il trattamento dei pazienti che soffrono di stress psicologico correlato ad un tumore. Gli attuali trattamenti farmacologici per ansia e depressione in questi casi tendono a non funzionare meglio del placebo. Lo stress oncologico è particolarmente difficile da trattare, e le terapie standard come la fluoxetina risultano più efficaci nel trattamento dello stress correlato ad altre patologie, fra cui AIDS ed ictus.

E’ stato recentemente dimostrato che la psilobicina può essere somministrata in sicurezza nei pazienti con depressione resistente alla terapia e nello stress psicologico associato ad altre malattie potenzialmente letali, come anche alla dipendenza da alcool o tabacco ed al disturbo ossessivo-compulsivo. Secondo alcuni esperti, i farmaci psichedelici come la psilobicina sono già stati studiati negli USA per una varietà di patologie, ma queste ricerche sono state sospese quando il presidente Nixon firmò il Controlled Substance Act del 1970, classificando queste sostanze come farmaci privi di un impiego medico accettato e gravati da un elevato rischio di abuso.

I pazienti oncologici presentano una prevalenza di ansia e depressione del 30-40%, il che supera di gran lunga il 7-10% della popolazione generale, e spesso vanno incontro in questi casi ad esiti peggiori, fra cui un maggiore sfruttamento delle risorse sanitarie, il peggioramento del dolore, la riduzione della qualità della vita e della sopravvivenza.

Una delle principali difficoltà nell’assistenza ai pazienti oncologici e, in particolare, in quelli con patologia avanzata, consiste nella gestione dello stress esistenziale, una sindrome caratterizzata da senso di disperazione e di abbandono dovuto ad una perdita di scopo e significato. La difficoltà del trattamento di questa sindrome è acuita dai problemi sistemici, e la limitata disponibilità di esperti in psico-oncologia rappresenta un’altra barriera.

Nel presente studio1, la misura in cui ansia e depressione migliorano è risultata correlata all’intensità dell’esperienza mistica provata dal paziente, il che assume una particolare importanza alla luce del fatto che l’impossibilità di alleviare lo stress esistenziale rappresenta la principale ragione alla base della ricerca di metodi di suicidio assistito.

BIBLIOGRAFIA

1. Psilocybin produces substantial and sustained decreases in depression and anxiety in patients with life-threatening cancer: A randomized double-blind trial – Roland R Griffiths, Matthew W Johnson1, Michael A Carducci, Annie Umbricht, William A Richards, Brian D Richards, Mary P Cosimano and Margaret A Klinedinst – Journal of Psychopharmacology 2016, Vol. 30(12) 1181–1197


Popular Science Italia

Depressione: è la malattia che spaventa di più dopo il cancro

Depressione, libro bianco

La depressione entro il 2030 costituirà, secondo l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, la malattia cronica più diffusa. Sono quasi 4.500.000 le persone depresse in Italia e le donne, rispetto agli uomini, ne sono coinvolte in una proporzione di 2:1 sia come pazienti sia come caregiver. A ciò si aggiunge il profondo cambiamento del ruolo multitasking femminile (aumento della quantità di lavoro, maggiori carichi di responsabilità associati a ruoli professionali apicali, conciliazione, acquisizione di abitudini di vita scorrette) che accentua ancor più lo stress fisico e psico-emotivo, considerato dalla maggioranza delle donne – il 57% secondo la nostra indagine – una delle principali cause della depressione” – ha affermato Francesca Merzagora, Presidente Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna.

I risultati dell’indagine condotta da Onda su un campione di 1.004 soggetti (503 donne e 501 uomini) sono stati presentati il 22 giugno scorso, alla Camera dei Deputati insieme al primo “Libro Bianco sulla depressione”, che fotografa tutti gli aspetti della malattia: sociali, epidemiologi, clinico-diagnostici, terapeutici assistenziali ed economici. Entrambe queste iniziative, rese possibili da un contributo incondizionato di Lundbeck, evidenziano come la depressione maggiore sia un disturbo psichiatrico molto temuto, diffuso e in crescita nella popolazione, rappresentando uno dei principali problemi di salute pubblica mondiale con un costo totale pari a 800 miliardi di dollari e con circa il 56% dei pazienti che non ricevono un trattamento adeguato, in Italia una persona con la malattia su tre secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Secondo gli intervistati nell’indagine, la depressione si colloca al secondo posto (27%) dopo i tumori per impatto percepito sulla vita di chi ne soffre e il 58% la considera una vera malattia alla stregua di quelle fisiche, da diagnosticare precocemente e curare; 1 persona su 4 la ritiene invece una condizione mentale che non si può capire fino in fondo e con cui si può solo convivere.

La depressione è inoltre uno dei disturbi dell’umore a più elevata comorbidità e rappresenta una delle principali cause di invalidità temporanea e permanente, comportando un costo molto elevato in termini di risorse economiche e umane. Sono molte le cause riconosciute dagli intervistati, la depressione non viene infatti considerata conseguenza diretta di un fattore univoco, ma viene percepita come il risultato di un insieme di fattori diversi. Traumi (69%) e stress (60%) sono riconosciuti come le cause principali della malattia da chi ha già ricevuto la diagnosi, mentre chi non ne ha avuto esperienza ritiene che la depressione sia originata principalmente da una personalità emotivamente fragile (67%). Secondo il campione intervistato, i principali sintomi associati alla depressione sono di natura emotiva come i pensieri negativi (69%), la solitudine (67%) e la tristezza (63%). L’impatto della depressione sulla qualità di vita è drammatico per il paziente così come per tutta la famiglia, poiché incide sul funzionamento individuale e sociale della persona, riducendo la capacità di interpretare un ruolo “normale” nelle diverse attività in ambito familiare, socio-relazionale e lavorativo. Per 1 intervistato su 3 anche i disturbi di natura cognitiva, come la difficoltà a prendere decisioni e a mantenere la concentrazione, provocano un forte impatto sulla qualità della vita.

L’obiettivo di Onda nella lotta contro la depressione, è di aumentare la conoscenza e la consapevolezza di questa malattia, nonché ridurre lo stigma nella popolazione, avvicinando i pazienti a una diagnosi precoce e a cure tempestive e contribuendo a migliorare la qualità e l’accessibilità dei servizi ospedalieri e territoriali dedicati. Il Libro Bianco presentato oggi testimonia e rinnova l’impegno di Onda nella lotta contro la depressione per sensibilizzare le Istituzioni per giungere, ci auguriamo, grazie anche al supporto della Società Italiana di Psichiatria, alla definizione di un Piano nazionale che garantisca a tutti i pazienti l’accesso a una diagnosi precoce, ad appropriati percorsi terapeutico-assistenziali e a un’efficace rete di servizi territoriali. L’avvio di un’indagine conoscitiva della Commissione Igiene e Sanità del Senato, come condiviso con la Sua Presidente, consentirebbe di avere un quadro preciso e aggiornato da cui partire”. – ha continuato Francesca Merzagora.

La depressione costituisce la principale sfida per la salute globale del XXI secolo, anche in Italia è in aumento la sua incidenza e prevalenza. In un recente studio in via di pubblicazione, che ha coinvolto in 18 centri specializzati per la cura della depressione oltre 700 persone, è emerso che trascorrono 23 mesi tra comparsa dei primi sintomi e decisione di rivolgersi a un medico, mentre il tempo prima di ricevere una diagnosi è di 25,5 mesi. In Italia 4,5 milioni sono le persone colpite da depressione e le donne lo sono in particolare nei periodi di loro maggiore vulnerabilità: adolescenza, perinatale, climaterio ed età avanzata. La depressione ha riflessi sia sulla sfera dell’umore sia sulla sfera cognitiva peggiorando e diminuendo la qualità e la quantità di vita dei pazienti. Auspico l’avvio di un Piano nazionale di lotta alla depressione per dare risposte concrete a quella che l’OMS definisce la seconda causa di disabilità nel mondo”  – ha affermato Claudio Mencacci, Presidente della Società Italiana di Psichiatria.

Sebbene la depressione rappresenti un problema di salute di grande rilevanza sotto il profilo clinico, sociale ed economico, le evidenze mostrano come si tratti di una patologia fortemente sotto diagnosticata e sotto trattata. I risultati della nostra review sistematica sul costo sociale della depressione evidenziano un costo diretto per paziente compreso tra € 1.451 e € 11.482 all’anno a seconda della severità e del contesto di riferimento. Il costo indiretto, invece, varia tra € 1.963 e € 27.364. Tra i costi diretti, lo sbilanciamento tra il peso delle ospedalizzazioni per complicanze rispetto alle prestazioni di diagnosi e ai trattamenti farmacologici, suggerisce che modelli di presa in carico globale del paziente e percorsi ad hoc, potrebbero sensibilmente migliorare la gestione della patologia”. – ha affermato Americo Cicchetti, Direttore dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari ALTEMS dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Ansia, depressione e salute del cuore: esiste un legame?

ansia, depressione e salute del cuore

Siamo ormai in autunno inoltrato, stagione dell’anno in cui gli effetti benefici delle vacanze estive sono ormai un ricordo lontano e si è già ripreso a lavorare a pieno ritmo. Le giornate si accorciano, il clima peggiora, con le piogge che aumentano e le temperature che diminuiscono: sono tutti fattori che associati  a una vita frenetica e impegnativa potrebbero provocare ansia e depressione.

Abbiamo voluto verificare quali sono gli effetti provocati da ansia e depressione sul nostro cuore e se realmente c’è una correlazione di maggior rischio di problemi cardiovascolari nelle persone stressate.

Il dott. Sergio Ferraro, cardiologo e Direttore dell’Unità Operativa di Cardiologia dell’Azienda Ospedaliera dei Colli di Napoli ha confermato che esiste una correlazione tra disagi psicologi e salute cardiaca, soprattutto in termini di comparsa di cardiopatia ischemica. Esistono diversi studi sperimentali che hanno dimostrato come la presenza di ansia e depressione agisce da mediatore biochimico interferendo con la coagulazione del sangue e l’aggregazione piastrinica.

In altre parole, l’effetto è un aumento dell’attività trombigena del sangue e quindi ansia e depressione diventano concause dell’insorgenza o del peggioramento della cardiopatia ischemica.

Per quanto riguarda l’infarto si è verificato che la depressione non solo è una causa dell’evento, ma spesso ne diventa una conseguenza successiva.

Una review di 172 articoli pubblicata nel 2013 su Cardiovascular Psychiatry and Neurology, indica che il 50% dei pazienti colpiti da infarto miocardico ha avuto precedenti di depressione, lo stesso si riscontra nel 31-45% dei pazienti coronopatici, mentre la depressione post-infarto aumenta il rischio di recidive da 2 a 4 volte.

Nel post-infarto, ansia e depressione possono comparire anche pochi giorni dopo l’evento, ma potrebbero diventare una condizione d’animo cronica nei mesi successivi, il che porta a un peggioramento nell’evoluzione della cardiopatia ischemica e nella gestione in generale del periodo post infartuale.

In termini di terapia, le linee guida del Ministero della Salute per il post infarto, indicano l’utilità di assumere Omega-3 per le proprietà antiaritmiche, ma i loro benefici sono evidenti anche su altri aspetti quali la depressione, il profilo lipidico e l’infiammazione endoteliale.

I farmaci a base di Omega-3 nel post-infarto svolgono dunque una doppia funzione preventiva: riducono il rischio di recidive (la possibilità che si verifichi un secondo evento), ma sono utili anche nell’attenuare i sintomi di eventuali forme depressive.

Infatti esistono evidenze scientifiche su quanto l’apporto di Omega-3 in aggiunta alla normale dieta determina un maggior beneficio psico-fisico in pazienti con depressione maggiore e/o patologia cardiovascolare associata.

Un esempio di formulazione farmaceutica equivalente a base di Acidi Grassi polinsaturi Omega-3 è Olevia®, ed è stato verificato come la sua somministrazione abbia un’efficacia preventiva del rischio cardiovascolare e della mortalità nel postinfarto.


IUPLUS

 


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