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La cheratosi attinica

cheratosi attinica
La cheratosi attinica è una lesione neoplastica epiteliale cutanea che si sviluppa spontaneamente come conseguenza di un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti (UV): la sua insorgenza è quindi correlata, più che all’avanzare dell’età, all’effetto cumulativo dell’esposizione ai raggi solari o ad altre fonti UV come i lettini abbronzanti. Le lesioni possono evolvere in carcinoma squamocellulare invasivo. Per questo motivo esse vanno diagnosticate e trattate precocemente.

Etimologia

Il termine cheratosi attinica, coniato nel 1958 da Pinkus, significa “condizione” (-osis) di eccessiva produzione di “tessuto corneo” (-kerat) provocata dalla “luce solare ultravioletta” (-aktis).

Storia

La cheratosi attinica, descritta la prima volta nel 1896 da Dubreuilh, è stata ampiamente studiata in seguito dal punto di vista clinico, istologico e dermatoscopico. Nel 1926 Freudenthal parla di “cheratoma senile”. Pinkus nel 1958 conia il termine cheratosi attinica che oggi è il più utilizzato sebbene spesso la si chiami con diversi sinonimi, quali cheratosi solare, macchie solari, cheratosi da luce solare o cheratosi senile.

Caratteristiche

La cheratosi attinica si manifesta con lesioni che possono assumere forme diverse: macchie piatte, placche ruvide e squamose, placche squamose spesse. Il colore varia dal roseo-rosso al giallastro-bruno. Le dimensioni vanno da 2 a 6 mm, ma in certi casi possono raggiungere i 4 cm di diametro. In generale le lesioni non sono accompagnate da altri sintomi, ma talvolta possono causare prurito, bruciore, sensibilità alla palpazione o dare la sensazione di avere una scheggia nella pelle; raramente possono sanguinare (traumi) o dare dolore. Non è possibile stabilire quale cheratosi attinica potrà evolvere a carcinoma squamocellulare invasivo: di conseguenza esse vanno tutte diagnosticate e trattate tempestivamente1.

Epidemiologia

Le stime di prevalenza e incidenza della cheratosi attinica possono variare molto sia per le caratteristiche della popolazione presa in esame dai diversi studi epidemiologici, sia per le differenze nei criteri diagnostici e clinici utilizzati per definire questa patologia.

Quello che è certo è che la cheratosi attinica colpisce milioni di persone e la sua incidenza è in aumento a causa della maggiore esposizione ai raggi solari UV e dell’invecchiamento della popolazione.

Studi epidemiologici condotti in Australia riportano una prevalenza del 67,7% negli uomini e del 48,9% nelle donne sopra i 40 anni di età2. Altri studi condotti su popolazioni dell’emisfero Nord rilevano valori tra l’11% e il 25%3. Quanto al nostro Paese, lo “Studio italiano sulla prevalenza della cheratosi attinica” (Prevalence of Actinic Keratoses Italian Study) riporta un valore pari all’1,4% tra le persone oltre i 45 anni e del 3% nelle persone di oltre 74 anni4. Chi è affetto da cheratosi attinica ha una probabilità sette volte maggiore di sviluppare un tumore della pelle nei 12 mesi successivi rispetto al resto della popolazione. I pazienti over 65 hanno un rischio 6 volte aumentato di sviluppare un tumore della pelle rispetto a chi non ha la cheratosi attinica. È fondamentale trattare le cheratosi attiniche come lesioni che possono evolvere in tumori cutanei invasivi non melanoma: in tal senso la cheratosi attinica può essere considerata un indicatore prezioso dell’aumento di rischio generale del carcinoma cutaneo.

Fattori di rischio

I principali fattori di rischio chiamati in causa nello sviluppo della cheratosi attinica sono l’esposizione al sole intensa e reiterata e la suscettibilità (predisposizione) ai danni solari. Uno studio multicentrico tedesco ha individuato alcune variabili correlate al rischio cheratosi attinica:

· esposizione (frequente e duratura nell’arco della vita);

· storia personale (pregresse scottature solari, tumori maligni cutanei);

· storia familiare (tumori cutanei maligni);

· professione (muratori, contadini, pescatori…);

· stile di vita (velisti, golfisti, vacanze ai tropici e in barca…);

· fattori genetici e fenotipici, protezione, scottature (pregresse prima dei 20 anni);

· sesso (più colpito quello maschile) e tipo di pelle (soggetti con pelle chiara predisposta a scottature)5.

Profilo di rischio

La cheratosi attinica si riscontra in particolare negli individui adulti di genere maschile con pelle chiara, lentiggini, capelli rossi-castano chiari, esposti nel corso della loro vita ai raggi solari in maniera continuativa o ripetuta per ragioni di lavoro o attività ludiche. La patologia, sebbene in misura minore, può colpire anche soggetti di pelle scura. Le aree corporee interessate sono quelle più esposte: cuoio capelluto, viso, collo, mani, avambracci, piedi.

Istopatologia

Le radiazioni solari UVB inducono alterazioni specifiche del DNA cellulare. Determinante è la mutazione del gene soppressore tumorale p53 che in condizioni normali svolge un compito molto importante: promuovere l’apoptosi, cioè la morte delle cellule gravemente danneggiate. La mutazione del gene p53 causata dalle radiazioni UVB dà luogo ad una proliferazione e ad una crescita inarrestabile dei cheratinociti danneggiati. Conseguenza diretta è la perdita della normale struttura degli strati cellulari che compongono l’epidermide, i cui strati profondi vengono “colonizzati” da cellule ipertrofiche, iperproliferative e spesso discheratosiche con anomalie del normale processo di cheratinizzazione6.

Diagnosi

La diagnosi di cheratosi attinica è clinica e passa per la storia personale del paziente, l’ispezione visiva della lesione, la palpazione della lesione e la valutazione istologica.

· Diagnosi strumentale: sebbene la diagnosi clinica effettuata dal dermatologo risulti affidabile almeno attorno all’81%, si può ricorrere nei casi dubbi alla dermatoscopia (dermoscopia o epiluminescenza), tecnica non invasiva che utilizza un piccolo strumento chiamato dermatoscopio ottico che ha una sensibilità diagnostica pari al 98,7% e permette diagnosi molto precoci; oppure alla biopsia che consente una diagnosi definitiva.

· Diagnosi differenziale: è fondamentale distinguere le lesioni della cheratosi attinica dai tumori cutanei invasivi non melanoma quali il carcinoma basocellulare (BCC) e il carcinoma squamocellulare (SCC). Il primo, riferito dai pazienti come una “ferita che non guarisce” si presenta come una lesione appena rilevata, lucente, rosso-marrone-bluastra, origina dallo strato inferiore dell’epidermide, a volte cresce in modo silente per anni senza dare problemi. Questo tumore non metastatizza, ma può coinvolgere le strutture circostanti e sottostanti, quindi è d’obbligo il trattamento. Nel caso del carcinoma squamocellulare, SCC, la lesione è più rilevata e crostosa. Si tratta di un tumore che nel 2-5% dei casi può dare metastasi. Si stima che ogni anno una percentuale compresa tra lo 0,025% e il 20% delle lesioni da cheratosi attinica progredisca in SCC7, il 60-80% di tutti gli SCC deriva invece da lesioni da cheratosi attinica8.

Progressione a neoplasia invasiva

È opinione comune che la cheratosi attinica corrisponda alla fase iniziale di un processo multi-step di progressione tumorale che può portare allo sviluppo del carcinoma a cellule squamose invasivo. La cheratosi attinica e il SCC invasivo sono legate da un continuum di alterazioni istologiche accomunate dalla conversione genetica indotta dalle radiazioni UVB.

Nonostante la presenza di prove e di analogie tra la cheratosi attinica e il SCC invasivo, non è possibile determinare clinicamente o istopatologicamente quali lesioni da cheratosi attinica subiranno questa progressione. Tuttavia, dal punto di vista clinico alcune manifestazioni quali eritemi frequenti, ispessimento, ulcerazione, irregolarità del bordo, indurimento, infiammazione della base o variazione delle dimensioni possono indicare tale progressione.

Una volta divenuta SCC invasivo, la lesione può sanguinare, ulcerarsi, infettarsi, distruggere le strutture anatomiche o estendersi agli organi interni (metastasi). Nei soggetti immunocompromessi il rischio di progressione da cheratosi attinica alla forma invasiva di SCC è 100 volte maggiore.

Il Campo di Cancerizzazione

Le cheratosi attiniche possono svilupparsi come lesione singola o, più frequentemente, come lesioni multiple su cute foto-danneggiata, con diffuse alterazioni neoplastiche dei cheratinociti nell’ambito di un contesto noto come ‘campo di cancerizzazione’. Questo concetto fu sviluppato per la prima volta da Slaughter nel 1953 per spiegare lo sviluppo di neoplasie primitive multiple in un’area di cellule geneticamente alterate ed un elevato tasso di recidive locali dopo terapia. Il campo di cancerizzazione è stato descritto in diversi organi quali la regione testa/collo, i polmoni, la vulva, l’esofago, la cervice uterina, le mammelle, il colon, la vescica e la cute. Il termine è utilizzato per indicare vaste aree di lesioni precancerose dove cellule geneticamente alterate, ma istologicamente senza atipie, precedono lo sviluppo di una neoplasia e si affiancano a cellule maligne già presenti. All’interno di un campo di cancerizzazione non è possibile prevedere quale CA progredirà nella forma invasiva né in quali tempi. Il trattamento dei tumori epiteliali, quindi, non deve essere limitato alle singole lesioni ma deve essere esteso a tutto il campo nel quale si sono sviluppate, affinché tutta l’area sia adeguatamente trattata, per prevenire l’invasione della membrana basale, le metastasi e la mortalità9.

I trattamenti

In Italia si stima che almeno 400.000 persone, l’1,4% della popolazione sopra i 45 anni, presentino lesioni da cheratosi attinica. Di questi, solo il 44% ha avuto una diagnosi e per almeno un quarto dei pazienti diagnosticati i medici non ritengono necessario un trattamento, che risulta essere invece di estrema importanza vista la potenziale progressione delle lesioni in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo.

Obiettivo primario dei trattamenti della cheratosi attinica è ridurre il numero di lesioni e prevenire così il rischio di progressione in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo, oltre che ottenere sollievo dai sintomi quali prurito e sensibilità.

I trattamenti utilizzati per la cheratosi attinica possono essere:

mirati alla lesione, indirizzati cioè verso una o poche lesioni visibili clinicamente;

mirati al “campo di cancerizzazione”, i cosiddetti Field Directed Treatments, usati per trattare allo stesso tempo le lesioni clinicamente evidenti e la cute fotodanneggiata circostante.

Le terapie sono di tre tipi:

trattamenti fisici (crioterapia, laser terapia, diatermocoagulazione, escissione chirurgica, curettage);

terapia fotodinamica o PDT (rivolta sia al “campo” che alle singole lesioni) effettuata tramite un agente fotosensibilizzante, il 5-metilaminolevulinato (MAL) oppure l’acido aminolevulinico cloridrato (ALA) e successiva esposizione a luce rossa;

trattamenti topici (ingenolo mebutato gel applicato una volta al giorno per 2/3 giorni consecutivi, peeling chimico diclofenac sodico 3% gel applicato due volte al giorno per almeno 60-90 giorni, imiquimod 5% crema applicato 3 volte a settimana per 4-8 settimane).

I trattamenti fisici e la terapia fotodinamica richiedono l’accesso ambulatoriale e in alcuni casi l’anestesia locale.

Gli attuali trattamenti mirati alla lesione, come la crioterapia ed il curettage, possono essere accompagnati da dolore, permanenza di cicatrici e da ipopigmentazione, il che non li rende adatti per tutti i pazienti.

Il limite principale di questi trattamenti è che non trattano il “campo di cancerizzazione”, area di potenziale rischio di addizionali cheratosi attiniche che possono emergere in tempi successivi. I trattamenti mirati al campo includono trattamenti procedurali (come dermo-abrasione e peeling chimico), non ben studiati e poco utilizzati per la cheratosi attinica e i trattamenti topici farmacologici.

Gli attuali trattamenti topici farmacologici si sono dimostrati efficaci nel curare la lesione e la pelle circostante. Ma alcuni presentano lo svantaggio di richiedere un’applicazione costante da parte del paziente per un periodo di tempo prolungato, da 4 a 12 settimane. La durata della terapia e la frequente presenza di risposte cutanee locali (Local Skin Responses – LSRs) soprattutto quando sopraggiungono mentre lo schema di trattamento non è completato, mettono a rischio l’aderenza al trattamento da parte dei pazienti.

Accade spesso che molti pazienti ai quali vengono prescritti trattamenti topici non riescano a iniziare il trattamento (non aderenza primaria), saltino delle dosi o abbandonino la terapia (non aderenza secondaria). Alcuni studi clinici dimostrano che solo un quarto dei pazienti segue con regolarità i trattamenti topici indicati dal medico. È stato infine dimostrato che il mancato completamento di un ciclo di trattamento può comportare una riduzione dell’efficacia terapeutica10.

BIBLIOGRAFIA

1 Stockfleth E. et al, J Drugs Dermatol. 2012 Dec;11(12):1462-7

2 Marks et al, Lancet. 1988 Apr 9;1(8589):795-7

3 Frost et al, Br J Dermatol. 1994 Oct;131(4):455-64

4 Naldi et al, Arch Dermatol. 2006 Jun;142(6):722-6

5 Hensen et al, Eur J Dermatol. 2009 Jul-Aug;19(4):345-54

6 Alam M. et al; N Engl J Med. 2001 Mar 29;344(13):975-83

7 Ratushny V. et al; J Clin Invest. 2012 Feb;122(2):464-72

8 Feldman S.R. et al; Cutis. 2011 Apr;87(4):201-7

9 Braakhuis B.J. et al, Cancer Res. 2003 Apr 15;63(8):1727-30

10 Berman B. et al; Cutis. 2012 May;89(5):241-50

Le infezioni della pelle

Pelle

Numerosi microrganismi convivono come pacifici “commensali” sulla nostra pelle che in genere è molto resistente alle infezioni cutanee; in certe particolari condizioni questi microrganismi possono diventare aggressivi e risultare patogeni cioè, in grado di indurre nell’organismo ospite una malattia clinicamente evidente1.

Fattori determinanti rispetto all’insorgenza di infezioni cutanee sembrano essere il tenore di umidità dello strato corneo e la presenza di una flora residente ben adattata all’ambiente per selezione naturale2. Lo strato corneo rappresenta un complesso ecosistema in cui gli elementi endogeni (sebo, sudore, proteine, carboidrati e lipidi cheratinici) interagiscono con quelli esogeni (flora residente) in perfetto equilibrio.

La flora cutanea normale è costituita da una flora residente e da una transitoria, diverse a seconda dell’età, sesso, razza e zone corporee. La flora residente comprende lieviti e batteri: i primi sono rappresentati da Malassezia furfur e Candida albicans, i secondi da batteri aerobi e anaerobi; tra i primi i Gram positivi sono più numerosi e comprendono stafilococchi, micrococchi, difteroidi lipofili e non, mentre gli anaerobi sono rappresentati da Propionibacterium acnes3. Nella flora transitoria è importante lo Staphylococcus aureus che si trova nell’orifizio nasale ed è molto diffuso nella prima infanzia, nei soggetti con psoriasi e con dermatite atopica. Lo Streptococcus pyogenes ha nella faringe il suo habitat principale, ma si ritrova sulla cute dell’1% dei soggetti4.

Le capacità patogene dei microrganismi, in particolare i batteri, dipendono in gran parte dalla quantità e qualità delle loro tossine e dall’assuefazione della cute ad esse4-5.

Le cause scatenanti delle infezioni cutanee vanno ricercate in una diminuzione delle difese immunitarie, in una scarsa igiene e in certe malattie che possono rappresentare il primum movens dell’infezione cutanea. Difetti immunitari acquisiti o congeniti, sindromi dismetaboliche come il diabete o un’alterazione della barriera cutanea possono rappresentare fattori predisponenti4.

I trattamenti più frequenti delle infezioni cutanee sono rappresentati da antibiotici per via topica o sistemica, antimicotici e antivirali.

Una prima classificazione distingue: infezioni cutanee primarie, che si manifestano su cute integra e sono iniziate da un unico ceppo patogeno; infezioni secondarie, che si sviluppano su lesioni preesistenti che facilitano l’ingresso dei microrganismi e sono la conseguenza di una successiva sovrapposizione batterica6.

Un altro tipo di classificazione delle infezioni cutanee è legata alla natura dei microrganismi da cui hanno origine che può essere di tipo batterico, fungino o virale.

Nelle infezioni batteriche a seconda della profondità delle lesioni e delle strutture colpite, si realizzano quadri clinici differenti che vanno dall’impetigine alla follicolite, dall’idrosadenite alle dermo-ipodermiti fino alle celluliti, alle infezioni periungueali e delle unghie. Le infezioni batteriche più frequenti sono quelle provocate dallo Streptococcus pyogenes e dallo Staphylococcus aureus, batteri anaerobi che provocano piodermiti, follicoliti, impetigine, erisipela, eritema nodoso e molte altre infezioni7-8.

Le infezioni da funghi, o micosi, più frequenti sono quelle provocate dal genere Candida che comprende oltre 150 specie; il tipo più comune nell’uomo è la Candida albicans che colpisce la cute o le mucose. Le micosi possono essere classificate in forme superficiali, forme cutanee da funghi quali il Microsporum, il Tricophyton e l’Epidermophyton, forme sottocutanee e sistemiche9.

Le infezioni virali più frequenti sono rappresentate dalle verruche (cutanee e genitali) e dal mollusco contagioso7.

BIBLIOGRAFIA

1 Tognetti L, Martinelli C, Berti S et al. Bacterial skin and soft tissue infections: review of the epidemiology, microbiology, aetiopathogenesis and treatment: a collaboration between dermatologists and infectivologists.

J Eur Acad Dermatol Venereol 2012; 26: 931–941

2 Roth RR1, James WD Microbial ecology of the skin Annu Rev Microbiol. 1988;42:441-64

3 Leyden JJ, McGinley KJ, Nordstrom KM, Webster GF. Skin microflora. J Invest Dermatol. 1987;88:65s–72s

4 Dryden MS. Complicated skin and soft tissue infection. J Antimicrob Chemother 2010; 65 (suppl 3): iii35–iii44

5 Hayward A, Knott F, Petersen I et al. Increasing hospitalizations and general practice prescriptions for community-onset staphylococcal disease, England. Emerg Infect Dis 2008; 14: 720–726

6 File TM Jr1, Tan JS Treatment of bacterial skin and soft tissue infections. Surg Gynecol Obstet. 1991;172 Suppl:17-24

7 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

8 M. Bassetti, M. Baguneid, E. Bouza, M. Dryden, D. Nathwani and M. Wilcox European perspective and update on the management of complicated skin and soft tissue infections due to methicillin-resistant Staphylococcus aureus after more than 10 years of experience with linezolid Clin Microbiol Infect 2014; 20 (Suppl. 4): 3–18

9 Guégan S, Lanternier F, Rouzaud C, Dupin N, Lortholary O Fungal skin and soft tissue infections. Curr Opin Infect Dis. 2016 Apr;29(2):124-30

Invecchiamento e macchie della pelle

elos Plus

Il sole, se preso senza moderazione, è una delle principali cause del photo-aging, ovvero dell’invecchiamento precoce della pelle. Un fenomeno che si verifica soprattutto in estate quando si è più esposti ai raggi ultravioletti. I segni più evidenti si manifestano sul viso e sul corpo, con sottili rughe nelle zone del contorno occhi, labbra e naso, lentiggini marcate, capillari rotti, macchie e soprattutto l’elastosi solare, il cedimento cutaneo che rende la pelle molle e priva di elasticità.

Come si può godere dei benefici del sole mantenendo la pelle giovane ed elastica?

La parola d’ordine è prevenzione – dichiara la dott.ssa Marina Triulzi, medico estetico (Milano/Alba), docente presso la Scuola di Medicina ad indirizzo Estetico Agorà di Milano e referente scientifico di Syneron Candela. Innanzitutto, è importante idratare bene la pelle, quindi scegliere una buona crema idratante e applicarla in piccole quantità, ripetendo l’operazione più volte durante la giornata. Per la notte è consigliabile una crema ricca di antiossidanti come la Vitamina C che ha anche una azione schiarente su eventuali macchie già presenti. Importante, poi, una integrazione per via orale con prodotti che contengano Vitamine C, E, Selenio, Vitamina B3 (niacinamide), Cisteina, Polodium etc. Inoltre, per scongiurare il pericolo di macchie solari aggiungere alla crema idratante del giorno la protezione anche se non si è al mare perché possiamo esporci troppo anche andando in macchina o facendo una passeggiata. La protezione solare deve essere sempre adeguata al proprio fototipo”.

Il fototipo è una classificazione usata in dermatologia che distingue sei tipi di soggetti, dal fototipo 1, con carnagione molto chiara, capelli biondi o rossi e lentiggini al fototipo 6, persone di pelle nera, con occhi e capelli neri. La classificazione per fototipo è determinata dalla quantità di melanina presente nella nostra pelle e dalla sua reazione all’esposizione solare, dalla quale possiamo capire anche il tipo di abbronzatura che possiamo ottenere e come proteggerci adeguatamente.

La cautela è un altro segreto di prevenzione: nei primi giorni, quindi, bisogna esporsi al sole gradualmente, alternando sole e ombra, per permettere alla pelle di acclimatarsi al sole. Più chiara è la pelle, più lentamente aumenterà il tempo di esposizione e poi, bisogna ridurre al minimo l’esposizione solare tra le 11 e le 16, ore in cui l’irraggiamento è massimo.

Se sono già comparse macchie solari, rughe e rilassamento cutaneo? Niente paura. Le nuove tecniche di medicina estetica sono in grado di intervenire in modo efficace e di restituirci una pelle giovane e sana. La bella notizia è che non serve il bisturi!

La novità è rappresentata da nuovi dispositivi basati sulla tecnologia brevettata elōs (ELectro Optical Synergy) in grado di sfruttare simultaneamente la potenza della radiofrequenza bipolare (RF) e dell’energia ottica (laser o luce pulsata o luce ad infrarossi) che, stimolando la produzione di collagene, la proteina indispensabile per il mantenimento di una pelle sana e giovane, garantiscono risultati eccellenti visibili anche dopo un solo trattamento.

L’azione delle nuove tecnologie elōs – precisa Marina Triulzi è quella di stimolare il metabolismo del derma che tende con l’età a rallentare la produzione di collagene e fibre elastiche. Grazie alla combinazione di energia ottica (laser o luce pulsata) e radiofrequenza, l’impulso può penetrare più in profondità; le energie combinate riscaldano selettivamente il tessuto cutaneo, stimolando la produzione di collagene, levigando e rassodando la pelle. Inoltre, colpiscono selettivamente le lesioni pigmentate e vascolari, facendo sfumare gradualmente le macchie pigmentate. L’utilizzo delle nuove tecnologie consente una riduzione della fluenza ottica fino al 60%, limitando al minimo i rischi di danni all’epidermide”.

La tecnologia elōs rappresenta una rivoluzione nella pratica della medicina estetica: i nuovi dispositivi utilizzano una combinazione unica di energia ottica (laser o luce pulsata) e radiofrequenza che consente all’impulso di penetrare più in profondità offrendo risultati altamente efficaci. E’ adatta a tutti i tipi di pelle grazie agli standard avanzati di sicurezza della piattaforma elōs Plus.

Come funziona elōs?

1. L’Energia ottica viene selettivamente assorbita dal tessuto target e convertita in energia termica, preriscaldando l’area da trattare.

2. La Radiofrequenza fluisce tra gli elettrodi, riscaldando il derma e generando un ulteriore impatto termico sul tessuto target.

3. Contemporaneamente, l’epidermide e raffreddata dalla punta dell’applicatore che fa aumentare

l’impedenza della pelle proteggendola ulteriormente e facendo penetrare l’energia più in profondità nel tessuto target preriscaldato.


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Discriminati a causa della propria pelle

Psoriasi3

Novartis ha annunciato i nuovi risultati del più vasto sondaggio globale mai condotto finora tra le persone con psoriasi. Tali risultati rivelano che l’84% dei pazienti con psoriasi da moderata a severa è vittima di discriminazioni e umiliazioni – molti di loro (40%) vengono insistentemente fissati in pubblico – a causa della loro condizione1. Inoltre, i risultati dimostrano che i pazienti nutrono aspettative molto scarse per quanto riguarda la possibilità di ottenere una pelle libera da lesioni1 (Clear Skin).

Novartis desidera ringraziare tutti coloro che hanno partecipato a questo importante sondaggio. L’unico modo in cui possiamo migliorare la vita delle persone con psoriasi è quello di ascoltarle e di collaborare con la comunità dei pazienti per sfidare lo status quo. Questo sondaggio rappresenta il nostro impegno a sostenere la risoluzione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) volta a fare della psoriasi una priorità sanitaria mondiale, lottando contro la stigmatizzazione e l’ignoranza associate alla patologia e migliorando il trattamento del paziente” – ha dichiarato Vasant Narasimhan, Global Head, Drug Development & Chief Medical Officer di Novartis.

Oltre 8.300 persone provenienti da 31 Paesi hanno preso parte al sondaggio, il primo del suo genere ad analizzare la percezione di una pelle libera da lesioni nella psoriasi. Si tratta della più vasta collaborazione di sempre tra Novartis e le associazioni di pazienti, che hanno incluso 25 organizzazioni provenienti da tutto il mondo.

Oltre a evidenziare livelli inaccettabili di discriminazione e umiliazione, il sondaggio dimostra che quasi la metà delle persone con psoriasi (45%) si è vista chiedere se la malattia fosse contagiosa1. L’indagine ha anche svelato gli effetti devastanti che la psoriasi può avere sulla vita personale e sulla salute mentale di chi ne è affetto: il 16% dei partecipanti ha infatti ammesso di nascondersi dal mondo come meccanismo di coping1. Questa carenza di speranza e di autostima si riflette nei risultati, con il 55% degli intervistati che afferma di non credere che la pelle libera o quasi libera da lesioni sia un obiettivo realistico1.

Anche i 639 pazienti, provenienti da diverse regioni del territorio italiano, percepiscono come remota la possibilità di ottenere una pelle libera da lesioni. L’indagine ha infatti messo in luce l’importanza di ottenere questo risultato (Clear Skin) per il 39% del campione, anche se più della metà lo ritiene un obiettivo ancora non raggiungibile1.

Dai dati, inoltre, emerge che il 53% considera la riduzione del prurito uno dei principali obiettivi del trattamento, mentre il 33% degli intervistati aspira solo a una riduzione della sensazione di dolore. Anche per il campione italiano la qualità di vita è fortemente influenzata dalla patologia, confermando il dato mondiale. L’84% dei pazienti ha infatti risposto di essere stato vittima di umiliazioni e discriminazioni, il 43% si sente osservato in pubblico e al 41% è stato chiesto se la malattia fosse contagiosa. Gli intervistati italiani hanno inoltre raccontato le proprie sensazioni associate alla patologia: circa il 40% si sente in imbarazzo; 1 paziente su 3 si vede poco attraente e si vergogna della propria pelle. Inoltre, per il 60% delle persone coinvolte nel sondaggio, la psoriasi ha un impatto sulla vita professionale, con 6 pazienti su 10 che hanno richiesto un giorno di permesso negli ultimi sei mesi1.

La psoriasi influisce in maniera negativa anche sulle relazioni interpersonali: ne è convinto il 46% degli intervistati tra i quali, il 33% ritiene di non sopportare lo sguardo degli altri e ancora 1 paziente su 3 si sente inadeguato come partner. Infine le principali attività che i pazienti vorrebbero presto tornare a riprendere sono: andare al mare e prendere il sole (circa il 60%), e nuotare (circa il 48%).

Nonostante i dati mostrati da questo sondaggio rivelino scetticismo nei confronti della possibilità di tornare ad avere una Clear Skin, tutti i pazienti ne hanno diritto. Il nostro compito di dermatologi è di stare a fianco dei pazienti esortandoli a pretendere di più e a non accontentarsi se non di una pelle libera da lesioni” – ha affermato Giampiero Girolomoni, Presidente SIDeMaST e Professore Ordinario di Dermatologia dell’Università di Verona.

Ulteriori dettagli sui risultati del sondaggio globale e un emozionante video dell’artista di body paint Natalie Fletcher sono disponibili sul sito www.skintolivein.com, un hub creato da Novartis per riunire i canali di social media Facebook, Twitter, YouTube e Instagram e dedicato all’educazione e al sostegno dei pazienti con gravi malattie della pelle, come la psoriasi.

La versione italiana del video è disponibile su www.lapelleconta.it. Inoltre, i risultati del sondaggio saranno sottoposti a riviste scientifiche e presentati al 25° congresso della European Association of Dermatology and Venereology (EADV), che si terrà a Vienna dal 28 settembre al 2 ottobre 2016.

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La psoriasi è una diffusa malattia autoimmune cronica, non contagiosa, che colpisce fino al 3% della popolazione mondiale2. La psoriasi a placche – il tipo più comune – si presenta sotto forma di chiazze rosse in rilievo, ricoperte da uno strato bianco/argenteo di cellule cutanee morte. La psoriasi non è semplicemente un problema estetico, ma una malattia cronica, persistente e spesso invalidante, che può compromettere anche gli aspetti apparentemente meno importanti della vita quotidiana delle persone. Fino al 30% dei pazienti con psoriasi ha sviluppato – o svilupperà in futuro – artrite psoriasica, una patologia che colpisce anche le articolazioni, causando sintomi debilitanti inclusi dolore, rigidità e danno articolare irreversibile3,4. La psoriasi è anche associata ad altre malattie gravi, come il diabete, le patologie cardiache e la depressione5.

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Il sondaggio

Novartis ha intrapreso e finanziato il sondaggio Clear about Psoriasis, che è stato condotto dalla succursale svizzera della società di ricerche di mercato tedesca GfK (Gesellschaft für Konsumforschung). L’indagine è stata supportata da un prestigioso comitato direttivo di esperti provenienti da tutto il mondo. Con 8.338 partecipanti, si tratta del più vasto sondaggio globale condotto finora sulle persone affette da psoriasi, nonché della prima indagine di questo tipo a concentrarsi su ciò che una pelle libera da lesioni significa per la qualità della vita delle persone con psoriasi.

I partecipanti al sondaggio provengono dai 31 Paesi elencati di seguito: Argentina, Australia, Austria, Belgio, Brasile, Bulgaria, Canada, Repubblica Ceca, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, India, Irlanda, Israele, Italia, Giappone, Messico, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Romania, Russia, Corea del Sud, Svezia, Svizzera, Taiwan, Turchia, Regno Unito e Stati Uniti.

BIBLIOGRAFIA

1. Dati sondaggio Novartis. Giugno 2016.

2. International Federation of Psoriasis Associations (IFPA) World Psoriasis Day website. “About Psoriasis.” Ultimo accesso giugno 2016.

3. National Psoriasis Foundation. Psoriatic disease: about psoriasis. Ultimo accesso gennaio 2016.

4. Mease PJ, Armstrong AW. Managing patients with psoriatic disease: the diagnosis and pharmacologic treatment of psoriatic arthritis in patients with psoriasis. Drugs. 2014; 74:423-441.

5. American Academy of Dermatology. Psoriasis facts.


GAS Communication

Disponibile anche in Italia propranololo orale pediatrico per il trattamento dell’Emangioma Infantile

propanololo orale pediatrico per il trattamento dell’Emangioma Infantile

E’ stato recentemente autorizzato in Italia il primo farmaco a base di propranololo in soluzione orale (Hemangiol®), messo a punto da Pierre Fabre Dermatologie, per il trattamento degli emangiomi infantili in fase proliferativa che richiedono terapia sistemica in bambini di età compresa tra le 5 settimane e i 5 mesi1.

Il nuovo farmaco è stato presentato il 23 maggio scorso nel corso di una conferenza stampa, a cui hanno partecipato la professoressa Iria Neri, Responsabile dell’Ambulatorio di Dermatologia Pediatrica e Malattie Rare Clinica Dermatologica presso l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Sant’Orsola di Bologna e Presidente SIDERP (Società Italiana di Dermatologia Pediatrica) e il dottor Piero Dalmonte, Responsabile del Centro Angiomi dell’Istituto Pediatrico Gaslini di Genova e Past President della SISAV (Società Italiana per lo Studio delle Anomalie Vascolari).

L’emangioma infantile, il più frequente tumore benigno dell’età pediatrica, in Italia colpisce circa il 4-6% dei neonati. Le cause sono ancora sconosciute, anche se si ipotizza possano concorrere alla sua insorgenza il sesso femminile del nascituro, l’età materna avanzata, la placenta previa e la prematurità. Dopo una prima comparsa, segue una fase proliferativa che dura dai 6 agli 8 mesi e che talvolta può prolungarsi fino a 20 mesi. Successivamente, la patologia si stabilizza, fino a regredire in modo spontaneo entro qualche anno. Tuttavia nel 10-12% circa di casi, che in Italia equivalgono a circa 2.500-3.000 bambini, la localizzazione della lesione può determinare complicanze cliniche, estetiche e psicologiche anche severe, ad esempio, in presenza di un emangioma localizzato in aree delicate come le palpebre, le orecchie, il naso, la bocca o la zona urogenitale può interferire con le normali funzioni o, addirittura, mettere a rischio la vita, nel caso di emangiomi che ostruiscono le vie aeree superiori. In tutti questi casi, la diagnosi e l’avvio del trattamento all’interno di un centro di riferimento multidisciplinare devono essere tempestivi”   – ha dichiarato il dottor Dalmonte.

Per decenni, i farmaci utilizzati per il trattamento dell’emangioma infantile, erano tutti off-label in Italia, la risposta terapeutica variava dal 30 al 70% dei casi e potevano esserci effetti collaterali gravi. L’utilizzo del propranololo, un betabloccante in grado di frenare la proliferazione dell’emangioma e accelerarne la regressione in oltre il 90% dei casi, ha radicalmente cambiato la presa in carico di questa patologia” – ha dichiarato la professoressa Neri.

Tuttavia, si trattava sempre di soluzioni magistrali, talvolta non facili da reperire e non standardizzate. Inoltre, la mancanza di un farmaco con indicazione autorizzata non contribuiva a ridurre il senso di ansia e di timore che la comparsa dell’emangioma determina nella vita familiare” – ha precisato Dalmonte.

La sicurezza e l’efficacia del propranololo soluzione orale sono state verificate attraverso un trial clinico internazionale, condotto su 460 bambini in 16 paesi, pubblicato nel 2015 sul The New England Journal of Medicine. La disponibilità di un farmaco autorizzato per uso pediatrico, somministrato secondo un dosaggio terapeutico standard, all’interno dei centri di riferimento, oltre che la rapida capacità del farmaco di agire sull’emangioma, sono fattori che determinano nei genitori una maggiore accettazione della terapia e una maggiore tranquillità” – ha spiegato la professoressa Neri.

propanololo orale pediatrico per il trattamento dell’Emangioma Infantile-2


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Addio a macchie rosse, capillari ed angiomi: arriva il laser adatto anche alla pelle dei bambini

Vbeam Perfecta - Syneron Candela

Le anomalie vascolari costituiscono un problema di grandissima rilevanza sul piano medico e sociale, in quanto si tratta di patologie invalidanti che si manifestano in età pediatrica, giovanile e adulta e possono comportare severe implicazioni emodinamiche, funzionali, ma anche estetiche e psicologiche.
Due le entità principali: gli angiomi e le malformazioni capillari piane, queste ultime impropriamente denominate “angiomi piani”.

Quando l’angioma cresce in corrispondenza di apparati importanti come gli occhi o il naso è importante intervenire subito, fin dai primi mesi di vita, per evitare di ostacolare il normale sviluppo della vista o per evitare che l’angioma determini danni irreversibili a strutture importanti quali le cartilagini nasali. Il trattamento più utilizzato in questi casi è di tipo medico e consiste nella somministrazione di un beta bloccante, il propranololo, in grado di determinare un arresto della crescita e una involuzione dell’angioma. Successivamente alla stabilizzazione della neoformazione è possibile intervenire con i laser per correggere le eventuali imperfezioni vascolari che possono persistere anche dopo la terapia medica.Per le malformazioni capillari piane, al contrario, non esiste per ora un trattamento analogo ma è possibile ottenere una marcata involuzione degli elementi mediante l’utilizzo del dye laser che emette un’onda luminosa che coagula selettivamente i capillari rossi lasciando inalterata la pelle. Per questo motivo possono essere trattati i bambini sin dai primi mesi di vita e questo permette sia una migliore risposta al trattamento che la precoce normalizzazione della cute agevolando così un inserimento sociale meno traumatico per i piccoli pazienti” – ha affermato il dottor Davide Brunelli, Dirigente Medico Divisione Dermatologia Ospedale M. Bufalini di Cesena e Referente Scientifico di Syneron Candela.

Gli angiomi, veri e propri tumori benigni secondari ad una proliferazione dei vasi capillari, colpiscono il 2-3% dei nati a termine e sino al 22% dei prematuri. Possono localizzarsi in qualunque regione anatomica ma nel 60-70% dei casi si localizzano al distretto cefalico, potendo determinare importanti problematiche funzionali, per esempio quando si formano in area perioculare o nasale o raggiungono grandi dimensioni. Gli angiomi generalmente crescono in maniera tumultuosa nei primi mesi di vita quindi si assestano per regredire progressivamente negli anni successivi.

Le malformazioni capillari piane sono più rare, coinvolgono circa lo 0,3% dei nuovi nati e sono caratterizzate da una anomalia dei vasi capillari superficiali che si mantengono permanentemente dilatati determinando la caratteristica colorazione rosso accesa delle lesioni.

A differenza degli angiomi non regrediscono ma si accrescono durante la vita proporzionalmente allo sviluppo del corpo. Anche in questo caso si localizzano per più al volto causando un grande disagio relazionale e psicologico.

Sia gli angiomi che le malformazioni capillari piane potrebbero essere la spia di concomitanti alterazioni degli organi interni: viene sempre raccomandata pertanto una visita specialistica, eventualmente completata con esame ecografico o risonanza magnetica, al fine di scongiurare con la massima certezza questa eventualità. Con i laser vascolari di cui oggi disponiamo è possibile il trattamento non solo di queste importanti patologie ma anche di una serie di inestetismi, quali couperose, angiomi rubino, laghi venosi, capillari dilatati delle gambe, con alta efficacia e sicurezza in virtù dei perfezionamenti tecnologici che hanno caratterizzato le apparecchiature di ultima generazione” – prosegue Davide Brunelli.

Prima dell’arrivo dei laser il trattamento delle lesioni vascolari era confinato al solo atto chirurgico con esiti estetici e funzionali spesso insoddisfacenti. Le terapie laser, oggi, sono molto meno invasive rispetto ai corrispondenti interventi chirurgici, provocano un dolore appena percettibile e non necessitano di degenze o sedazioni profonde se non nei pazienti più piccoli. Grazie al perfezionamento tecnologico sono divenuti apparecchi sicuri e affidabili nonché dotati di parametri applicativi standardizzati e condivisi dalla comunità scientifica. Questo permette il loro utilizzo sin dalla prima infanzia con indubbio vantaggio fisico e psicologico.

A lanciare sul mercato due nuovi apparecchi per il trattamento delle lesioni vascolari, il laser YAG (Gentle YAG Pro-U) ed il DYE laser (Vbeam Perfecta) è Syneron Candela, azienda leader nel campo della medicina estetica.

Il laser YAG ha un sistema di raffreddamento brevettato che prepara l’epidermide al trattamento riducendo il disagio ed aumentando l’efficacia nell’eliminazione non solo delle lesioni vascolari profonde, come nel caso di capillari (gambe o viso) o angiomi di colore blu, ma anche dei peli superflui o delle rughe.

Il DYE laser è particolarmente indicato per il trattamento delle lesioni vascolari di colore rosso, quindi meno profonde. Il Vbeam Perfecta utilizza una tecnologia a otto microimpulsi che permette al medico di trattare le lesioni aumentando l’efficacia e riducendo al massimo gli effetti collaterali.

Il Gruppo Syneron Candela nasce nel 2010 in seguito all’acquisizione da parte dell’israeliana Syneron di Candela, azienda di Boston fondata nel 1970. Syneron Candela è leader globale nella realizzazione di apparecchiature mediche dedicate al mercato dell’estetica.

PIXELL

L’acne

Acne

L’acne è una malattia della pelle a evoluzione benigna caratterizzata da un processo infiammatorio cronico che coinvolge l’unità pilosebacea (follicolo pilifero e ghiandola sebacea annessa), con formazione di un cosiddetto brufolo, o foruncolo1.

È conosciuta fin dall’antichità, tanto che si ritrovano scritti che la riguardano del medico greco Aezio di Amida vissuto tra il V e VI secolo avanti Cristo2. 

Tipi di acne e gravità

La caratteristica clinica dell’acne è rappresentata dal comedone: piccola cisti che si forma nel follicolo pilifero, si distingue: un comedone “aperto”, contenente cellule corneificate, sebo, flora batterica e acari, di colore nero detto anche “punto nero” a causa dell’ossidazione dei grassi contenuti nel sebo a contatto con l’aria, da un comedone “chiuso” di colorito biancastro. Il foruncolo o papula è di fatto tale formazione infiammata, mentre parliamo di pustola quando risulta pieno di pus1.

L’acne può essere distinta in forme lievi (Grado I) caratterizzata da comedoni chiusi e aperti con poche papule e pustole infiammatorie: moderata (Grado II) papule e pustole principalmente localizzate sul viso; moderata severa (Grado III) numerose papule e pustole, e occasionalmente noduli infiammati anche sul petto e sulla schiena; severa (Grado IV) molto estesa con noduli dolenti e pustole3-4.

Aree cutanee colpite

All’inizio del processo infiammatorio sono colpiti parte del viso, il naso e la fronte; man mano che le lesioni evolvono si estendono al resto del volto e alla parte superiore del tronco.

Età, epidemiologia ed evoluzione

L’acne è la più comune malattia cutanea negli adolescenti con una prevalenza di quasi il 100%5. Tende a risolversi spontaneamente sebbene, nel 10-20% degli adulti, possa continuare a persistere un qualche grado di affezione. Il sesso maschile è più colpito, anche se la malattia è in aumento anche in quello femminile6.

L’acne non è ereditaria, ma è possibile osservare una predisposizione familiare che per lo più si associa a forme ad evoluzione più severa. Tuttavia taluni fattori genetici e ambientali sono predisponenti7.

In presenza di acne, è presente anche la seborrea. Responsabili dell’eccessiva produzione di sebo e dell’untuosità sono gli ormoni androgeni, che si legano ai recettori presenti nella ghiandola sebacea.

L’acne migliora con il sole e nel periodo estivo. Le lesioni peggiorano nelle donne in fase pre-mestruale.

I follicoli dove si sono formati i comedoni si possono rompere e liberare il loro contenuto nel derma creando la premessa per l’infiammazione. Le lesioni infiammatorie cistiche evolvono in lesioni cicatriziali, talora rilevate, che danno luogo all’acne cheloidea.

Patogenesi del processo infiammatorio acneico

I fattori principali che portano alla formazione delle lesioni dell’acne sono fondamentalmente quattro8:

  1. Aumento del sebo prodotto dalle ghiandole sebacee, importante ruolo svolto dagli ormoni androgeni.
  2. Ipercheratinizzazione del follicolo che porta alla formazione di un microcomedone che aumentando di volume può diventare un comedone.
  3. Presenza all’interno del follicolo di batteri anaerobi, per lo più il Proprionibacterium Acnes.
  4. Reazione infiammatoria.

Acne e dieta

Sulla base di recenti rapporti scientifici, un dato è diventato sempre più condiviso: vi è una minore incidenza di acne nelle popolazioni non occidentali. Tale riscontro si modifica quando viene adottato un modello alimentare occidentale. L’etnia pertanto non è l’unico importante fattore nell’eziologia dell’acne, rafforzando l’ipotesi del rapporto dieta-acne. Nel corso degli ultimi anni, sono stati condotti molti studi sull’influenza della dieta nella patogenesi dell’acne, con l’indicazione che il cibo può certamente influenzare questa dermatosi, tuttavia non si è ancora giunti ad un accordo tra gli esperti del settore.

Molti studi recenti hanno evidenziato un legame tra acne e alimentazione. In particolare tra gravità dell’acne e l’assunzione di latte di mucca, derivati e alimenti ad alto carico glicemico9.

Qualità di vita del paziente acneico

Diversi studi dimostrano che quanto più l’acne è severa tanto peggiore è la qualità di vita del paziente. Dal momento che la patologia colpisce in prevalenza soggetti molto giovani il suo ruolo sulla sfera psicologica è determinante. È noto che l’impatto emotivo e socio-relazionale dell’acne può compromettere la quotidianità dei pazienti e lo stress che ne deriva non solo peggiora l’acne, ma induce isolamento sociale.

Una recente indagine ha evidenziato che l’acne provoca nel 57% dei pazienti un forte disagio, più accentuato tra le ragazze (66%). A risentire psicologicamente di questa malattia sono soprattutto i giovani sotto i 20 anni di età. Nel 47% dei giovani con acne, la malattia si ripercuote negativamente sulla propria autostima e in un caso su due limita drammaticamente la vita sociale, il contatto con altri ragazzi, gli affetti e persino la scolarità. L’impatto estetico delle lesioni acneiche è determinante: nel 56% dei casi le cicatrici sono fonte di grande preoccupazione e quasi un ragazzo su due non ama la propria immagine e vorrebbe un aspetto migliore. I trattamenti che bisogna affrontare non rappresentano un problema, anzi per il 56% dei pazienti dedicarsi alla pulizia della pelle non è un problema e il 67% di loro ha fiducia nelle cure. Resta però una forte discordanza tra medici e pazienti circa la percezione della gravità dell’acne a dimostrazione di quanta sofferenza e insoddisfazione produce questa patologia nei giovani pazienti10.

Trattamenti

L’acne una volta era considerata una malattia di poco conto, in realtà molti studi hanno evidenziato come questa patologia possa avere importanti conseguenze e ripercussioni sulla qualità di vita del paziente e un impatto rilevante sulla sfera relazionale e psicologica.

Lo studio sempre più approfondito dei meccanismi molecolari alla base del processo infiammatorio dell’acne, ha condotto alla scoperta di nuovi trattamenti.

Nei prossimi anni ci saranno sicuramente approcci terapeutici innovativi anche nei confronti di una patologia antica e ben conosciuta, come l’acne.

Le terapie topiche sono attualmente lo standard di cura per le forme lievi-moderate, le terapie sistemiche con l’impiego di antibiotici per periodi protratti, sono per lo più riservate alle forme moderate-gravi. Nelle donne la terapia ormonale risulta efficace indipendentemente dalla presenza o assenza di alti livelli di androgeni. Gli esiti cicatriziali sono purtroppo una complicanza dell’acne piuttosto diffusa. possono essere trattate con diverse tecniche che vanno dal laser alla dermoabrasione11-12.

BIBLIOGRAFIA

1 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

2 Franz Kudlien, Aetius of Amida, in Dictionary of Scientific Biography, vol. 1, New York, Charles Scribner’s Sons, 1970, pp. 68–69

3 Haider A, Shaw JC Treatment of acne vulgaris JAMA 2004;292:726-35

4 Strauss JS, Krowchuk DP, Leyden JJ, Lucky AW, Shalita AR, Siegfried EC, Thiboutot DM, Van Voorhees AS, Beutner KA, Sieck CK, Bhushan R; American Academy of Dermatology/American Academy of Dermatology Association Guidelines of care for acne vulgaris management. J Am Acad Dermatol. 2007 Apr;56(4):651-63

5 Stathakis V, Kilkenny M, Marks R. Descriptive epidemiology of acne vulgaris in the community. Australas J Dermatol. 1997;38:115-23

6 Cordain L, Lindeberg S, Hurtado M, Hill K, Eaton SB,Brand-Miller J. Acne vulgaris: a disease of Western civilization. Arch Dermatol. 2002;138:1584-90

7 Bataille V, Snieder H, MacGregor AJ, Sasieni P, Spector TD: The influence of genetics and environmental factors in the pathogenesis of acne: a twin study of acne in women. J Invest Dermatol 2002;119:1317-22

8 Thiboutot D, Gollnick H, Bettoli V, et al. New insights into the manage­ment of acne: an update from the Global Alliance to Improve Outcomes in Acne group. J Am Acad Dermatol. 2009;60(5 suppl):S1-S50

9 Costa A, Lage D, Moises TA. Acne an diet:truth or myth? An Bras Dermatol. 2010;85(3):346-53

10 Lauren K Dunn , Jenna L O’Neill, Steven R Feldman. Acne in Adolescents: Quality of life, self-esteem, mood, and psychological disorders Dermatology Online Journal 17 (1): 1

11 Manuale Merck di Diagnosi e Terapia 14a ed pag 2149

12 Kraft J and Friman A Management of acne CMAJ; April 19, 2011. 183(7)


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