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QualityCare: web e app per migliorare la qualità di vita dei pazienti con psoriasi

QualityCare.sito

In Italia una persona su due ricerca sul web informazioni sulla salute; secondo una ricerca di GfK Eurisko, nelle fasce centrali d’età l’uso di Internet per informarsi su malattie e terapie arriva addirittura al 69% tra i 35 e i 44 anni e il 63% tra i 45 e i 54 anni. La rete in tutte le sue articolazioni è diventata ormai il secondo riferimento in tema di salute dopo il medico. Quando si convive con malattie croniche, come la psoriasi, non appena si manifestano i primi sintomi o arriva la diagnosi, i pazienti iniziano un’incessante navigazione destinata a entrare a far parte delle loro abitudini quotidiane. In questo percorso, però, gli psoriasici hanno la percezione che le informazioni giuste si trovino solo per tentativi ed errori e che manchi un riferimento forte e credibile che faccia da garante.

A sostegno di questi pazienti e per migliorare la loro qualità di vita da oggi è disponibile QualityCareTM, il sito web dedicato ai pazienti con psoriasi lieve-moderata, ideato e realizzato da LEO Pharma, validato e certificato dalle due Società scientifiche dermatologiche italiane, SIDeMaST e ADOI: un vero e proprio portale che si candida a diventare un punto di riferimento quotidiano per le migliaia di persone che in Italia convivono con questa patologia, con possibilità di ricevere informazioni personalizzate; la App “MyPso”, scaricabile gratuitamente sul proprio smartphone, permetterà di avere sempre a portata di mano i consigli di QualityCareTM e rafforzare il rapporto con il proprio dermatologo.

La psoriasi ha un forte impatto sulla qualità di vita delle persone che colpisce: il malessere fisico e la sensazione di imbarazzo sono difficoltà che il paziente si trova ad affrontare nella vita di tutti i giorni – dichiara Antonio Cristaudo, Responsabile Dermatologia Infettiva e Allergologica dell’Istituto San Gallicano di Roma e Presidente ADOIun portale dedicato, supportato da Società scientifiche dermatologiche, che si occupi dei molteplici aspetti legati alla patologia psoriasica e che prenda in esame i possibili ambiti di miglioramento della patologia rispetto all’assistenza, alle cure e al supporto psicologico, è uno strumento importante per le persone affette da questa patologia”.

L’offerta di informazioni sulla salute deve tenere conto dell’evoluzione degli utenti di Internet. La parola d’ordine oggi è multicanalità: ben il 60% degli italiani con più di 14 anni ha un profilo multicanale, accede cioè alla rete attraverso “porte” diverse. Web, smartphone e App vengono utilizzati insieme per cercare informazioni e consigli prima e anche dopo la diagnosi, nella speranza di trovare novità in fatto di trattamenti e gestione quotidiana della patologia.
E sulla rete i pazienti, specie quelli colpiti da malattie croniche, non si limitano a frequentare i siti (76%) ma partecipano a discussioni su blog e chat (27%), usufruiscono di consulenza online (27%) e s’informano attraverso Facebook o Twitter (20%).

Web oggi non significa solo forum e social network ma sempre più Mobile e quindi App: il numero delle Mobile App è passato dalle 97.000 del 2013 alle 165.000 del 2015, di queste i due terzi sono inerenti al wellness e ben il 20% sono App di cura – afferma Andrea Boaretto, Docente di Marketing Multicanale, MIP Politecnico di Milano – in particolare, nell’ambito delle patologie croniche, la maggiore sensibilità a device digitali, il trend del “quantify myself”, il progressivo diffondersi di wearable device (supporti indossabili), può portare a un vero e proprio cambiamento e potenziamento rispetto all’aderenza alla cura e alla compliance, cercando una collaborazione e un coinvolgimento del paziente cronico con logiche più vicine a dinamiche di ‘gioco’, potenziando quindi il rapporto medico-paziente”.

L’esperienza di navigazione dei pazienti con psoriasi che emerge da un’indagine qualitativa realizzata da GfK Eurisko conferma la presenza ormai imprescindibile del web nella loro vita quotidiana.

Nelle prime fasi della malattia, alla comparsa dei sintomi e a ridosso della diagnosi, l’obiettivo è avere una panoramica esaustiva della patologia – spiega Stefania Fregosi, Direttore delle ricerche quantitative, Dipartimento Salute GfK Euriskonel tempo Internet viene usato per esplorare possibili novità nei trattamenti e per trovare consigli e suggerimenti per la gestione del problema, soprattutto attraverso forum o blog di pazienti e di dermatologi che permettono di fare tesoro delle competenze professionali o delle esperienze altrui e apprendere nuove strategie di adattamento”.

L’aspettativa dei pazienti con psoriasi è quindi quella di un sito non solo informativo, con aree dedicate ai temi di maggiore interesse, ma un vero e proprio compagno di vita, con consigli pratici per la gestione della psoriasi, servizi interattivi, link con professionisti sanitari, non solo dermatologi ma anche nutrizionisti, psicologi e, soprattutto, con la possibilità di condividere le proprie esperienze.

A tutto questo risponde oggi “QualityCareTM” il portale che ha l’obiettivo di migliorare a 360° la qualità di vita dei pazienti offrendo loro tutte le risorse utili per vivere al meglio la propria quotidianità, senza trascurare alcun aspetto: dall’aderenza alla terapia all’alimentazione, dallo stile di vita agli aspetti psicologici fino agli eventi scientifici e alle campagne di sensibilizzazione.

Punti di forza del sito, le sezioni Nutrition, con consigli su cibo e ricette ‘PSO-Ok’, senza però dimenticare il gusto e il piacere di mangiare, Chiedi all’esperto con la consulenza online di un dermatologo, e le Pillole informative aggiornate ogni giorno e dedicate a tutte le tematiche che ruotano intorno alla psoriasi.

QualityCareTM è uno dei siti controllati e validati da società scientifiche importanti come la SIDeMaST e l’ADOI. È un sito al quale il dermatologo – sostiene Antonio Costanzo, Direttore Clinica Dermatologica Università La Sapienza di Roma, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Membro Consiglio Direttivo SIDeMaSTpuò indirizzare il paziente per avere maggiori informazioni e consigli utili sulla malattia. Ricco di consigli e di suggerimenti e con sezioni interattive invoglierà i pazienti a visitarlo e i dermatologi a consigliarlo”.

QualityCareTM è una nuova risorsa web di LEO Pharma, azienda giovane e dinamica, leader mondiale nel settore della cura e salute della pelle, che punta molto sul web e sui nuovi canali di comunicazione. Il portale QualityCareTM, che si aggiunge ai numerosi tool digitali creati da LEO Pharma, è pensato per dare supporto e contribuire al miglioramento della qualità della vita delle persone affette da psoriasi.

Di fronte alla rivoluzione digitale ci poniamo l’obiettivo di essere “first in digital pharma”, cosa che abbiamo voluto inserire anche nella nostra strategia corporate per il 2020. Per farlo stiamo aprendo siti web, applicativi e servizi digitali dedicati ai pazienti, ai medici e a tutti i nostri stakeholders – sostiene Paolo Cionini, General Manager LEO Pharma Italia – il portale QualityCareTM, che oggi lanciamo, è un esempio di come si possa fare awareness sulla psoriasi, ma non solo: la nostra presenza online è garantita, infatti, anche da un altro grande portale informativo dedicato ai tumori della pelle non melanoma e in special modo alla cheratosi attinica: www.amalatuapelle.it, con questi due siti e con altri che verranno, vogliamo poter offrire un approccio olistico al paziente. Anche nel rapporto con il medico abbiamo voluto essere innovatori attraverso una piattaforma dedicata ai nostri dermatologi: ClouDerma, un portale per fornire al medico un’informazione scientifica aggiornata e continua, che sta riscontrando grande successo”.


PRO Format Comunicazione

La psoriasi

Psoriasi3

La psoriasi è una malattia della pelle, ad andamento cronico e recidivante, che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e rotondeggianti, ben delimitate da margini netti. Con il progredire della patologia, le chiazze possono confluire e sono ricoperte di squame di colore bianco-argenteo. La psoriasi può interessare tutta la superficie corporea, ma le aree classicamente colpite sono: gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e regione sacrale.

L’evoluzione di questa malattia, per la quale non esiste ancora oggi una terapia risolutiva, è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni.

È importante rilevare che anche una minima estensione della malattia sulla superficie corporea può essere associata a comorbilità. Numerosi studi hanno dimostrato che non solo vi è un’associazione tra psoriasi e artrite psoriasica, depressione e abuso di sostanze, ma anche che i pazienti affetti da psoriasi presentano una maggior incidenza della sindrome metabolica, e quindi obesità, diabete, patologie cardiovascolari1.

Tipi di psoriasi

La severità della psoriasi è misurata in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al grado di disabilità sociale e psicologica2.

Le varie forme cliniche sono:

psoriasi a placche: è la forma più comune. Le lesioni compaiono a livello del cuoio capelluto, del tronco e sugli arti. Anche le unghie possono essere coinvolte;

psoriasi guttata: colpisce prevalentemente i bambini e si manifesta con piccole chiazze su tutto il corpo; spesso è correlata a faringite streptococcica;

psoriasi pustolosa: si presenta sotto forma di piccole pustole che ricoprono aree delimitate (palmi delle mani o piante dei piedi), oppure tutto il corpo;

psoriasi inversa: è comune nelle persone anziane e colpisce le pieghe (regione ascellare, inguinale e pieghe sottomammarie). Le lesioni possono essere umide;

psoriasi eritrodermica (detta anche psoriasi esfoliativa): è interessata tutta la superficie cutanea che si presenta uniformemente arrossata con desquamazione intensa3.

La psoriasi lieve-moderata

La maggior parte delle persone affette da psoriasi (circa l’80%) soffre di psoriasi a placche, nella forma lieve o moderata. La psoriasi si definisce:

lieve, quando interessa meno del 10% della superficie ed è controllata con successo dalla terapia locale;

moderata, quando interessa dal 10 al 20% della superficie corporea o meno del 10% ma con localizzazioni importanti (viso e mani) che pesano sulla qualità di vita del paziente, ed è ben controllata con la terapia locale.

Molto spesso la psoriasi lieve-moderata non viene riconosciuta e adeguatamente trattata. Inoltre, sono soprattutto i pazienti affetti da queste forme a manifestare il maggior grado d’insoddisfazione riguardo alla gestione terapeutica e clinica della malattia, dal momento che le terapie sistemiche, anche in considerazione del profilo di sicurezza per svariati aspetti non ottimale, sono riservate a forme di psoriasi moderata-grave.

La psoriasi può inoltre presentarsi di livello moderato-grave, quando interessa più del 10% della superficie corporea ma non risponde alla terapia locale, o che interessa meno del 10% della superficie corporea ma è presente in aree “problematiche” (cuoio capelluto, mani e piedi); è grave quando coinvolge più del 20% della superficie corporea o meno del 20% ma è instabile, rapidamente progressiva e interessa parti importanti come le superfici palmo-plantari e il cuoio capelluto.

Epidemiologia

La psoriasi colpisce in egual misura gli uomini e le donne, anche se studi sull’incidenza della patologia suggeriscono che tende a manifestarsi più precocemente nella popolazione femminile4.

Nel mondo ne sono affette circa 125 milioni di persone5, pari al 3-4% in occidente, e al 3,1% nella popolazione italiana6.

L’incidenza è intorno ai 6 casi per 10.000 abitanti ogni anno, e appare più alta nei Paesi sviluppati, mentre si riduce tra Neri e Asiatici e in alcuni gruppi etnici, come gli Aborigeni australiani, ed è del tutto eccezionale nei Nativi americani. Tuttavia, le minoranze sono soggette ad ammalarsi nella forma grave e a soffrire di un maggiore distress sociale ed emozionale5.

La patologia può insorgere a qualsiasi età, ma nelle forme dell’adulto è più comunemente diagnosticata ai 20 e ai 50 anni d’età.

Fattori scatenanti

La psoriasi è una malattia a carattere genetico: circa il 30% dei soggetti con psoriasi ha una storia familiare nei parenti di primo grado. La probabilità di ammalarsi con entrambi i genitori affetti da psoriasi è di circa il 40%7.

Molti possono essere i fattori ambientali scatenanti. Tra questi:

• i traumi fisici, come il grattamento, le ustioni, le cicatrici chirurgiche o i traumi accidentali;

• lo stress emotivo;

l’aumento dell’indice di massa corporea, correlato all’incremento del rischio di manifestare la malattia;

• le infezioni delle alte vie respiratorie, causate prevalentemente dallo streptococco betaemolitico, soprattutto nei pazienti pediatrici;

alcuni farmaci, ad esempio sali di litio, beta-bloccanti, antimalarici, FANS;

l’etilismo e il fumo, che spesso accompagnano le forme gravi di psoriasi e sono maggiormente correlati all’insorgenza di psoriasi pustolosa3.

Ripercussioni sulla qualità di vita

La psoriasi incide su gran parte degli aspetti del vivere quotidiano del paziente, dalla scelta dei vestiti alle attività sportive, come ad esempio il nuoto, dove l’esposizione di aree cutanee affette comporta emarginazione ed esclusione. L’impatto negativo della patologia si ripercuote anche sulle attività lavorative e scolastiche e sulle relazioni affettive. La compromissione dell’aspetto estetico può dar luogo a disturbi a livello psichico, affettivo e professionale. Il peso psicologico e sociale che essa impone spesso oltrepassa la gravità del disturbo in sé: più del 60% dei pazienti associa alla malattia una diagnosi di depressione e, di questi, il 10% ha idee di suicidio8.

Le manifestazioni cutanee della malattia, oltre al dolore e al prurito, provocano disagio, frustrazione e vergogna, da cui deriva la perdita di autostima e un senso di stigmatizzazione. I pazienti provano insicurezza e cercano di nascondere agli altri il proprio problema, spesso isolandosi per paura del rifiuto sociale. Questo forte disagio è ulteriormente esacerbato dal pregiudizio, purtroppo ancora diffuso nella maggior parte degli italiani, che la patologia sia contagiosa e questo fa si che molte persone con psoriasi frequentino esclusivamente persone affette dalla stessa malattia.

La psoriasi può dunque essere considerata a tutti gli effetti una patologia invalidante, per via dell’impatto fortemente negativo sui pazienti che ne soffrono, che può arrivare a condizionare anche i progetti lavorativi e di carriera.

BIBLIOGRAFIA

1 Gisondi P. Tessari G., Conti A., et al. Prevalence of metabolic syndrome in patients with psoriasis: a hospital-based case control study. British Journal of Dermatology 20007, 157:68-73

2 Chimenti S., Psoriasis. Firenze: SEE Editrice, 2005

3 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

4 Naldi L., Gamini D. The clinical spectrum of psoriasis. Clinics in Dermatology 2007, 25: 510-518

5 National Psoriasis Foundation. Statistics. http://www.psoriasis.org/learn_statistics (03/12)

6 Naldi L., Drug targets inflamm Allergy, 2004, 3:121-5

7 Cfr. http://psocare.agenziafarmaco.it/progetto.htm

8 Esposito M., Saraceno R., Giunta A., Maccarone M., Chimenti S. An Italian study on psoriasis and depression. Dermatology 2006, 212 (2): 123-127

Novità sul trattamento dell’epidermolisi bollosa

DEBRA ITALIA 2015

L’epidermolisi bollosa (EB) detta anche “Sindrome dei bimbi farfalla” è una malattia genetica rara e devastante: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità in Italia colpisce 1 bambino su 82 mila nati e, nel mondo, 1 su 17 mila, per un totale di circa 500 mila casi.

Malattie rare e nuove prospettive per l’assistenza e la ricerca a favore dei “bimbi farfalla” sono stati i temi al centro del dibattito del 1° Convegno di DEBRA Italia Onlus che si è tenuto a Milano presso la Clinica Mangiagalli il 17 e 18 ottobre scorso, aperto a medici e famiglie.

Tra le novità sul trattamento dell’epidermolisi bollosa:

  • nuove creme e gel piastrinici che, se pur ancora in fase di sperimentazione, si stanno dimostrando efficaci nell’accelerare la guarigione delle ferite e nel ridurre le reazioni infiammatorie delle lesioni della pelle e delle mucose
  • l’impiego di farmaci biologici che inibiscono il rischio infiammatorio a livello sistemico
  • il trapianto di midollo e le cellule staminali, tra le terapie sperimentali a livello internazionale, stanno dando negli Stati Uniti i primi buoni risultati sul trattamento dei pazienti affetti da EB distrofica
  • la terapia genica, che ha fornito interessanti risultati nel modello animale.

L’epidermolisi bollosa – ha sottolineato Cinzia Pilo, Presidente DEBRA Italia Onlus e neo Presidente DEBRA International – è una malattia cronica, rara, da cui non si guarisce. Questo primo convegno nazionale si pone come obiettivo quello di offrire supporto e assistenza alle famiglie dei bambini e adulti che ne soffrono e, al tempo stesso, vogliamo che diventi un appuntamento importante per favorire la condivisione delle conoscenze e delle nuove sperimentazioni tra i medici che già operano in Italia nell’ambito delle malattie rare. Come mamma di un bimbo farfalla ritengo sia fondamentale ricevere una buona assistenza e informare costantemente le famiglie che sono costrette a convivere con questo tipo di malattie per le quali non esiste ancora una cura”.

L’Epidermolisi Bollosa è una malattia sistemica che richiede un approccio assistenziale di tipo interdisciplinare. E’ una patologia, infatti, che comporta varie complicazioni e danni che vanno ben oltre l’interessamento del tessuto cutaneo. Evidenze scientifiche hanno dimostrato, per esempio, che in patologie come questa la componente nutrizionale è molto importante: i bambini affetti da epidermolisi bollosa presentano carenze di ferro e di vitamina D che causano stadi di malnutrizione e osteoporosi importanti.

Il Centro EB di Milanoha aggiunto la Prof.ssa Susanna Esposito, Direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano al momento ha in cura 50 bimbi farfalla e rappresenta un punto di riferimento nel nord Italia per i pazienti affetti da EB. Oltre ai pediatri e al dermatologo, presso il Centro vi sono, tra gli altri, il nutrizionista, l’ortopedico, l’oculista, il chirurgo, la psicologa e l’assistente sociale. Questo approccio consente non solo una completa assistenza, ma anche lo scambio di conoscenze tra specialisti, con conseguente arricchimento sia dell’assistenza che dell’approfondimento professionale per i medici stessi”.

 separa

Cos’è l’Epidermolisi Bollosa.

Epidermolisi significa letteralmente rottura della pelle, ma anche delle mucose. Bollosa si riferisce invece alla tendenza a formare bolle, vesciche e scollamenti della cute e delle mucose, che si riempiono di siero, dovuti a traumi o frizioni anche minimi. Ciò significa che già alla nascita, il neonato presenta spesso grosse bolle ed estese lacerazioni della pelle, che necessitano di mesi di ricovero e dolorose medicazioni quotidiane per il resto della vita. La malattia comporta danni anche agli organi interni e agli arti (si arriva alla perdita dell’uso delle mani già in età prescolare e spesso della capacità di deambulare), senza contare le difficoltà legate alla nutrizione, dovute alle frequenti stenosi esogagee che impongono spesso l’assunzione di soli cibi liquidi, e alla manipolazione, che consente il sollevamento dalla culla solo con particolari precauzioni.

GAS Communication

Nuovi dati presentati da Novartis dimostrano che con secukinumab la maggior parte dei pazienti affetti da psoriasi, dopo 3 anni di terapia, è esente o quasi esente da lesioni cutanee

EADV 2015

Nuovi e recentissimi dati, annunciati da Novartis, dimostrano che secukinumab è in grado di garantire a un’elevata percentuale di pazienti una cute esente da lesioni e livelli di efficacia sostenuta nel tempo nei pazienti con psoriasi a placche da moderata a severa, mantenendo un profilo di sicurezza accettabile nell’arco di tre anni1.

I risultati di questo studio di Fase III – il più lungo mai condotto con secukinumab finora – sono stati presentati al 24° Congresso annuale dell’Accademia Europea di Dermatologia e Venereologia (EADV, European Academy of Dermatology and Venereology), svoltosi a Copenhagen dal 7 all’11 ottobre scorso.

Secukinumab è il primo inibitore completamente umano dell’interleuchina-17A (IL-17A) approvato per il trattamento dei pazienti adulti affetti da psoriasi a placche da moderata a severai2-4.

In questo studio di estensione, 320 pazienti hanno ricevuto secukinumab secondo un regime a dosaggio fisso per tre anni. Il 69% di loro ha ottenuto una cute esente o quasi esente da lesioni (PASI 90) già dopo il primo anno di trattamento. Questa risposta si è mantenuta anche dopo tre anni di terapia nel 64% dei pazienti. Inoltre, il 43% dei pazienti ha mantenuto una cute completamente esente da lesioni (PASI 100) al terzo anno (rispetto al 44% al primo anno). L’83% ha raggiunto a tre anni l’obiettivo terapeutico standard (PASI 75)1.

I pazienti affetti da psoriasi vogliono terapie che mantengano percentuali elevate di cute esente da lesioni nel lungo termine, considerato l’impatto che la malattia esercita sul loro benessere fisico e psicologico. Con questi nuovi dati proveninenti dal più lungo studio di fase III condotto con secukinumab fino a oggi, siamo lieti di poter dimostrare che i pazienti sono stati in grado di mantenere la cute esente o quasi esente da lesioni per un periodo di tre anni” – ha dichiarato Vasant Narasimhan, Global Head of Development, Novartis Pharmaceuticals.

Il punteggio PASI valuta la riduzione rispetto al basale di arrossamento, desquamazione e ispessimento delle placche psoriasiche, nonché l’estensione delle aree del corpo interessate5,6,7. Il PASI 75 era storicamente considerato l’obiettivo primario del trattamento della psoriasi. Tuttavia, grazie alla maggiore efficacia dei nuovi trattamenti, ora l’attenzione si è spostata sul PASI 90 (cute esente o quasi esente da lesioni) e sul PASI 100 (cute completamente esente da lesioni) come obiettivi finali del trattamento, in accordo con quanto raccomandato dalle linee guida cliniche e dalle autorità regolatorie5.

In questo studio, secukinumab ha dimostrato un profilo di sicurezza accettabile, coerente con quello osservato nel corso dei precedenti studi di Fase III1,8-12.

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Lo studio A2304E1 (estensione degli studi SCULPTURE e STATURE) | A2304E1 è uno studio multicentrico, condotto in doppio cieco e in aperto e rappresenta l’estensione di quattro anni degli studi registrativi di Fase III SCULPTURE e STATURE. Nel corso dello studio SCULPTURE, 642 pazienti che avevano completato le 52 settimane di trattamento hanno proseguito nello studio di estensione. Durante la prima fase dello studio i pazienti PASI 75 responder alla settimana 12 sono stati randomizzati al trattamento di mantenimento in doppio cieco con secukinumab 300 mg o 150 mg per via sottocutanea, somministrato nell’ambito di un regime a intervalli fissi (FI, fixed-interval) di 4 settimane (320 pazienti) o di un regime di ritrattamento al bisogno (RAN, retreatment-as-needed) (322 pazienti). Entrando nello studio di estensione, i pazienti hanno continuato con lo stesso regime di mantenimento in cieco e con la stessa dose che avevano ricevuto nel corso dello studio di base SCULPTURE1.

L’obiettivo primario dello studio di estensione è stato quello di valutare la sicurezza e la tollerabilità a lungo termine di secukinumab nei pazienti con psoriasi a placche cronica da moderata a severa. L’obiettivo secondario era quello di valutare l’efficacia a lungo termine di secukinumab 300 mg e 150 mg somministrato in un regime di ritrattamento al bisogno rispetto a uno a intervalli fissi nei pazienti che alla settimana 12 erano PASI 75 responder. Le misure di efficacia comprendevano la percentuale di pazienti che avevano raggiunto PASI 75, PASI 90 e PASI 100, nonché le risposte IGA mod 2011 0/11.

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La psoriasi | Colpisce fino al 3% della popolazione mondiale, ovvero oltre 125 milioni di persone5. Questa frequente patologia non rappresenta semplicemente un problema estetico: anche i pazienti con sintomi molto lievi ne risentono durante la loro vita quotidiana8. In base a un’analisi condotta su 5600 pazienti dalla National Psoriasis Foundation (NPF) tra il 2004 e il 2011, il 52% dei pazienti con psoriasi lieve, moderata e severa è insoddisfatto della modalità di gestione della malattia13. Alcuni dei pazienti intervistati non stavano ricevendo alcun trattamento (9,4-49,2%) o erano sotto-trattati13 al momento dell’intervista.

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Secukinumab e interleuchina-17A (IL-17A) | Secukinumab è un anticorpo monoclonale completamente umano che neutralizza selettivamente l’interleuchina 17A (IL-17A) circolante14,15. L’IL-17A si trova in concentrazioni elevate nella cute affetta da psoriasi ed è uno dei bersagli preferiti delle terapie sperimentali14-19. Secukinumab agisce inibendo l’azione dell’interleuchina 17A (IL-17A), una proteina che si trova in concentrazioni elevate nella cute affetta da psoriasi14-19.

Nel gennaio 2015, secukinumab (alla dose raccomandata di 300 mg in UE/USA) è diventato il primo e unico inibitore di IL-17A approvato in Europa e in USA. In Europa, secukinumab è il primo farmaco biologico approvato in prima linea sistemica per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a severa nei pazienti adulti. Negli USA, secukinumab è approvato come trattamento per la psoriasi a placche da moderata a severa nei pazienti adulti candidati alla terapia sistemica o alla fototerapia. Oltre alla UE e agli USA, secukinumab è stato approvato in Svizzera, Australia, Canada e diversi altri Paesi per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a severa e in Giappone per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a severae dell’artrite psoriasica (PsA). Nel corso degli studi clinici oltre 9600 pazienti sono stati trattati con secukinumab per diverse indicazioni, e oltre 9000 in una fase post-marketing8-12,20.

BIBLIOGRAFIA

1. Bissonnette R., et al. Secukinumab maintains high levels of efficacy through 3 years of treatments: results from an extension to a phase 3 study (SCULPTURE). Presented as a late breaking abstract at the European Academy of Dermatology and Venereology 2015. October 10 2015

2. European Medicines agency website, “Enbrel Summary of Product Characteristics” http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/EPAR__Product_Information/human/000262/WC500027361.pdf (link is external). Ultimo accesso settembre 2015.

3. European Medicines agency website, “Humira Summary of Product Characteristics” http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/EPAR__Product_Information/human/000481/WC500050870.pdf  (link is external). Ultimo accesso settembre 2015.

4. European Medicines agency website, “Stelara Summary of Product Characteristics” http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/EPAR__Product_Information/human/000958/WC500058513.pdf (link is external). Ultimo accesso settembre 2015.

5. International Federation of Psoriasis Associations (IFPA) World Psoriasis Day website. “About Psoriasis.” http://www.worldpsoriasisday.com/web/page.aspx?refid=114. Ultimo accesso settembre 2015

6. Mrowietz, U. Implementing treatment goals for successful long-term management of psoriasis. Journal of the European Academy of Dermatology and Venereology, 26:12-20. Doi: 10.1111/j. 1468-3083.2011.04411.

7. Guideline on clinical investigation of medicinal products indicated for the treatment of psoriasis. European Medicines Agency Web site. http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/Scientific_guideline/2009/09/WC500003329.pdf. Ultimo accesso settembre 2015.

8. Langley RG, Elewski BE, Lebwohl M, et al. Secukinumab in Plaque Psoriasis – Results of Two Phase Three Trials. N Engl J Med. 2014; 371(4):326-338.

9. Thaçi D, Humeniuk J, Frambach Y, et al. Secukinumab in Psoriasis: Randomized, Controlled Phase 3 Trial Results Assessing the Potential to Improve Treatment Response in Partial Responders (STATURE). Br J Dermatol. 173: 777-787. Doi: 10.1111/bjd.13814.

10. Paul C, Lacour JP, Tedremets L, et al. Efficacy, safety, and usability of secukinumab administration by autoinjector/pen in psoriasis: a randomized, controlled trial (JUNCTURE). J Eur Acad Dermatol Venereol. 2014 Sep 22 [E-pub pre-pubblicazione].

11. Thaçi D, Blauvelt A, Reich K, et al. Secukinumab is superior to ustekinumab in clearing skin of subjects with moderate to severe plaque psoriasis: CLEAR, a randomized controlled trial. J Am Acad Dermatol. 2015 17th June [E-pub pre-pubblicazione].

12. Papp KA, Langley RG, Sigurgeirsson B, et al. Efficacy and safety of secukinumab in the treatment of moderate-to-severe plaque psoriasis: a randomized, double-blind, placebo-controlled phase II dose-ranging study. Brit J Dermatol. 2013; 168(2): 412-421.

13. Armstrong AW, Robertson AD, Wu J, Schupp C, Lebwohl MG. Undertreatment, treatment trends, and treatment dissatisfaction among patients with psoriasis and psoriatic arthritis in the United States: findings from the National Psoriasis Foundation surveys, 2003-2011. JAMA Dermatol. 2013;149(10):1180-1185.

14. Gaffen SL. Structure and signaling in the IL-17 receptor family. Nat Rev Immunol. 2009;9(8):556-67.

15. Ivanov S, Linden A. Interleukin-17 as a drug target in human disease. Trends Pharmacol Sci. 2009;30(2):95-103.

16. Kopf M, Bachmann MF, Marsland BJ. Averting inflammation by targeting the cytokine environment. Nat Rev Drug Discov. 2010; 9(9):703-18.

17. Onishi RM, Gaffen SL. Interleukin-17 and its target genes: mechanisms of interleukin-17 function in disease. Immunology. 2010;129(3):311-21.

18. Krueger J, Fretzin S, Suárez-Fariñas M, et al. IL-17A is essential for cell activation and inflammatory gene circuits in subjects with psoriasis. J Allergy Clin Immunol. 2012;130(1):145-154.

19. Johansen C, Usher PA, Kjellerup RB, et al. Characterization of the interleukin-17 isoforms and receptors in lesional psoriatic skin. Brit J Dermatol. 2009;160(2):319-24.

20. Novartis, dati in archivio, settembre 2015.


GAS Communication

ACNE: il 68% di chi ne soffre non va dal medico

Acne

Sentimenti di insicurezza e inferiorità talvolta associati a mancanza di fiducia in se stessi e tendenza all’isolamento sociale: stiamo parlando dell’acne, una sfida ancora aperta per dermatologi e pazienti. L’acne colpisce quasi 9 adolescenti su 10 e dal 10 al 20% degli adulti, non risparmiando i bambini molto piccoli.

Sono, secondo stime, quasi 4 milioni gli adolescenti colpiti. Tra coloro che decidono di trattare la malattia solo il 20% si reca da un dermatologo e un altro 10% consulta il medico di medicina generale o il pediatra, mentre quasi il 70% dei pazienti si affida invece al fai da te, al passaparola, sottovalutando il problema e aggravando così il proprio quadro clinico.

Da una recente ricerca pubblicata su BioPsychoSocial Med1 risulterebbe che, a prescindere dall’età in cui si presenta, l’acne ha importanti risvolti psicologici tra cui timidezza (71%), difficoltà nel farsi degli amici (24%) problemi a scuola (21%) e persino difficoltà nel trovare un impiego (7%)”, afferma Corinna Rigoni, dermatologa Presidente dell’Associazione Donne Dermatologhe Italiane.

Sempre secondo la stessa ricerca, condotta in America su un campione di oltre 2.000 pazienti, si stima che la riduzione della qualità della vita nelle persone affette da acne sia simile a quella associata a pazienti affetti da malattie considerate più gravi quali il diabete, l’artrite, l’asma e l’epilessia1. Se non trattata adeguatamente l’acne può lasciare segni e cicatrici permanenti, ipopigmentazione o iperpigmentazione persistente e talvolta sfigurare le zone colpite.

La gestione del paziente richiede un vero e proprio counseling, sia del paziente sia del genitore, ai quali è necessario spiegare la patologia e dedicare del tempo per far comprendere come utilizzare i farmaci evitando di generare problemi di tollerabilità che posso portare il paziente ad abbandonare la terapia. Il trattamento richiede pazienza per arrivare a vederne i risultati; il tutto e subito, non funziona” conclude la dottoressa Rigoni.

Il dato più preoccupante emerso dalla ricerca pubblicata su BioPsychoSocial Med1 è che oltre il 68% degli intervistati non si è mai recato dal medico per un consulto. Il ruolo del dermatologo è fondamentale per una corretta diagnosi e l’impostazione della terapia più adatta e nel supporto al paziente. Nelle Linee Guida dell’American Academy of Dermatology pubblicate nel 20132 si legge che gli antibiotici per il trattamento dell’acne devono essere impiegati con cautela e solo nelle forme più severe della patologia. I dati sull’antibiotico resistenza sono infatti preoccupanti: +40% in vent’anni e molti degli antibiotici incriminati sono proprio quelli per il trattamento dell’acne” spiega Antonino Di Pietro, direttore scientifico dell’Istituto Dermoclinico Vita Cutis di Milano.

I più importanti fattori che influenzano lo sviluppo dell’acne sono l’iperplasia delle ghiandole sebacee accompagnata da seborrea, la differenziazione e l’alterazione della crescita follicolare, la colonizzazione dei follicoli da parte del Propionibacterium acnes alterate, l’infiammazione e la conseguente risposta immunitaria. L’antibiotico può essere utilizzato nella terapia dell’acne per il suo effetto antinfiammatorio, ma non tratta tutti i fattori patogenetici.

L’antibiotico orale è presente nelle Linee Guida2 come prima scelta per il trattamento delle forme più severe di acne. Tuttavia va evitato l’utilizzo concomitante di antibiotici orali e topici, in particolar modo se chimicamente differenti e l’utilizzo di antibiotici per terapie prolungate. Per il Propionibacterium acnes, batterio responsabile dell’insorgenza di alcuni tipi di acne, la resistenza ai due antibiotici maggiormente impiegati per la cura di questa malattia, quali eritromicina e clindamicina, resistenza crociata, raggiunge il 50% dei pazienti in Italia3” – continua il professor Di Pietro.

L’acne è una patologia cronica che richiede un trattamento a lungo termine, non una cura sintomatica”, conferma Aurora Parodi, professore ordinario di Dermatologia, Direttore UOC Clinica dermatologica, IRCCS AOU San Martino -IST Genova, DiSSal Università di Genova.

Le linee guida dell’American Academy of Dermatology2 raccomandano, per molte forme di acne, l’associazione di retinoide topico (come l’adapalene) e benzoile berossido (BPO) come terapia di attacco e di mantenimento per il trattamento dell’acne. L’associazione ha dimostrato di avere alti profili di sicurezza ed efficacia nella riduzione delle lesioni in uno studio pubblicato sul Journal of Drugs in Dermatology condotto su 452 pazienti, per 12 mesi applicando il prodotto sulla cute una volta al giorno4.

Un retinoide e benzoilperossido (2,5%) possono essere associati in un unico prodotto ed essere quindi applicati insieme. Ad esempio, Galderma ha sviluppato un farmaco che associa proprio questi due principi attivi, in particolare adapalene e benzoile perossido. Il farmaco agisce su due fronti: da una parte il benzoile perossido (BPO) impedisce al Propionibacterium acnes di proliferare; dall’altra l’adapalene, retinoide sintetico di terza generazione, agisce grazie alle sue proprietà antinfiammatorie e di riduzione delle lesioni (proprietà comedolitica). Associando il BPO si ottiene un effetto antimicrobico ma, non trattandosi di un antibiotico, non si favorisce lo sviluppo di antibiotico-resistenza, come confermato da un recente position paper a firma delle maggiori società scientifiche operanti in dermatologia (ADOI, Associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani, SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse, AIDA, Associazione Italiana Dermatologi Ambulatoriali, ISPLAD, International-Italian Society of Plastic-Regeneritive and Oncology Dermatology , e DDI, Donne Dermatologhe Italiane)” – prosegue la professoressa Parodi.

 

L’associazione di retinoide (come l’adapalene) e benzoile perossido (BPO), rappresenta una valida terapia per le persone affette da acne, poiché agisce direttamente sia sulle lesioni infiammatorie e sia su quelle non infiammatorie, ed aiuta a prevenire la formazione delle lesioni, con il vantaggio di non generare fenomeni di antibiotico resistenza.

 
HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

BIBLIOGRAFIA

1 Ritvo E, Del Rosso JQ, Stillman MA, et al. Psycological judgements and perceptions of adolescents with acne vulgaris: a blinded controlled comparison of adult and peer evaluations. BioPsychoSocial Med 2011; 5:1-14.

2Linee Guida dell’American Academy of Dermatology,2013

3 1. Schafer F, et al. Int J Dermatol 2013;52:418–425. 2. Mendoza N, et al. Int J Dermatol 2013;52:688–692. 3. Abdel Fattah NS, et al. J Eur Acad Dermatol Venereol 2013;27:1546–1551. 4. Dumont-Wallon G, et al. Int J Dermatol 2010;49:283–288. 5. Ross JI, et al. Br J Dermatol 2003;148:467–478. 6. Luk NM, et al. J Eur Acad Dermatol Venereol 2013;27:31–36. 7. Nakase K, et al. J Dermatol 2012;39:794–796. 8. González R, et al.

4David M e Pariser MD, Patricia Westmoreland MD, Amy Morris MD, MIcheal et al.  Long term Safety and Efficacy of a unique fixed dose combination gel of adapalene 0.1% and benzoyl peroxide 2.5.% for the treatment of acne vulgaris 2007 Journal of Drugs in Dermatology.

5Tan J et al. Clinical Study Sponsored by Cutis-Galderma R&D 2012

Melanoma, la prevenzione entra in classe: nelle scuole primarie la campagna “Il Sole per amico”

Il sole per amico

I bambini sono la fascia di popolazione più a rischio per il melanoma: le scottature prese nell’infanzia sono un importante fattore di rischio perché la pelle “memorizza” il danno ricevuto e può innescare il processo patologico anche a diversi anni di distanza. La scuola primaria è il canale privilegiato per insegnare ai più piccoli il modo giusto di prendere il sole: e per raggiungere questo obiettivo, nelle classi elementari sta per arrivare Rey, un alieno catapultato sulla spiaggia da un’astrobolla solare, che racconterà ai due fratellini “terrestri” Geo e Gea i segreti per proteggere la pelle dal sole.

È il tema creativo della campagna nazionale di prevenzione primaria del melanoma “Il Sole per amico”, promossa da IMI – Intergruppo Melanoma Italiano, con la collaborazione del Ministero dell’Istruzione e il patrocinio del Ministero della Salute e dell’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM), resa possibile grazie ad un’erogazione di Merck & Co., per il tramite della sua consociata italiana MSD; un progetto educazionale che nelle prossime settimane coinvolgerà 130 scuole primarie di sette Regioni italiane (Lombardia, Liguria, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Puglia e Sardegna).

La campagna “Il Sole per amico” nasce per risvegliare e far crescere l’attenzione dell’opinione pubblica sul rischio melanoma attraverso la diffusione di una cultura della prevenzione tra la popolazione, in particolare tra i bambini in età scolare e le loro famiglie – afferma Paola Queirolo, Responsabile Oncologia Medica dell’IRCCS-AOU San Martino-IST di Genova e Presidente di IMI – Intergruppo Melanoma Italiano – la campagna nazionale, promossa da IMI, su temi di tale rilevanza ha come protagonisti i bambini delle scuole elementari e i loro genitori, tappa per noi cruciale considerato l’aumento dell’incidenza dei tumori della pelle proprio tra i più giovani e visto che le scottature da esposizione solare in età pediatrica rappresentano uno dei principali fattori di rischio”.

Il melanoma è il più aggressivo e temuto tumore della pelle, con un’incidenza più che raddoppiata negli ultimi 30 anni: in Italia sono oltre 100.000 le persone colpite e 10.000 i nuovi casi ogni anno. L’esposizione ai raggi UV del sole e delle fonti artificiali è il principale fattore di rischio.

Il Sole per amico” si articolerà in attività di classe tenute dagli insegnanti con il supporto di risorse cartacee come opuscoli e poster per i bambini ma soprattutto multimediali con la creazione di un sito web, di pillole educazionali in animazione e di un cartoon che ha per protagonisti l’alieno Rey e i due fratellini, Geo e Gea.

I tumori della pelle in generale, e il melanoma in particolare, costituiscono una grave minaccia per la salute di milioni di persone e per la stessa sostenibilità del Servizio Sanitario. Ma alla “pericolosità sociale” della patologia non è purtroppo associata una pari attenzione in termini di prevenzione: e ciò è particolarmente vero per ciò che riguarda l’infanzia che rappresenta un momento di rischio per la futura insorgenza del melanoma. Come MSD siamo particolarmente orgogliosi della partnership con l’Intergruppo Melanoma Italiano, sostenuta da un contributo liberale complessivo di oltre 800.000 dollari, che ha portato al finanziamento di 9 borse di studio e alla realizzazione di questa importante campagna di prevenzione. Il nostro impegno, però, è altrettanto forte nella ricerca che, proprio in questi ultimi anni, sta portando a grandi innovazioni terapeutiche proprio in ambito oncologico” – afferma Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia.

Il progetto pilota coinvolgerà alcune migliaia di adulti e almeno 40.000 bambini delle scuole elementari; nell’ambito di questa iniziativa verrà realizzato uno studio epidemiologico sull’awareness della popolazione nei confronti del melanoma e della corretta esposizione al sole.

«Nel complesso questo sarà uno degli studi più ampi mai condotti e con la proiezione temporale più lunga – spiega Luigi Naldi, dermatologo presso l’Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII (già Ospedali Riuniti) di Bergamo e Presidente del Centro Studi GISED – Gruppo Italiano Studi Epidemiologici in Dermatologia – infatti, i risultati verranno confrontati con una fase di studio precedente, denominata SoleSì-SoleNo, condotta nel biennio 2000-2002. Sarà possibile ottenere dati sul trend di esposizione al sole e sulle modalità di protezione nei bambini in un lungo arco di tempo e si potrà valutare se esiste una correlazione tra conoscenza e comportamenti. Questi dati saranno importanti per dare un valore a quanto si sta facendo, misurando gli effetti ottenuti e orientando interventi futuri”.

Una parte importante del progetto educazionale sarà dedicata a incontri tra bambini, insegnanti e dermatologi. Un centinaio di specialisti del GIPMe – Gruppo Italiano Polidisciplinare sul Melanoma saranno coinvolti nelle scuole aderenti all’iniziativa e prima della fine dell’anno scolastico ai bambini e alle famiglie verrà somministrato un questionario di valutazione per misurare la rispettiva consapevolezza sui comportamenti corretti di prevenzione. Sempre sui temi della campagna si articoleranno due concorsi che metteranno in competizione le scuole coinvolte.

Tutta l’attività educazionale sarà gestita secondo un linguaggio semplice, chiaro e comprensibile, a misura di bambino – dichiara Marco Simonacci, Coordinatore Nazionale GIPMe – i messaggi di salute e di prevenzione primaria che si intende promuovere e diffondere nella scuola elementare saranno studiati e vagliati da un team di psicologi e insegnanti, solo così sarà possibile procedere a distanza di un anno ad un confronto e ad una valutazione di come e quanto sono state recepite le informazioni e soprattutto capire se i comportamenti dei genitori e dei bambini sono effettivamente cambiati”.

Fondamentale il ruolo dei media e della scuola nel diffondere e comunicare le informazioni riguardanti la salute e il benessere, in particolare su tematiche come il melanoma.

A mia figlia che va in quarta elementare – racconta Licia Colò, testimonial della campagna “Il Sole per amico” – ho spiegato con parole semplicissime e comprensibili che il sole è un amico ma bisogna mettere sempre una crema protettiva per la pelle prima di esporsi ai suoi raggi luminosi. Proibire non serve a niente. Bisogna educare ai buoni comportamenti e alle buone abitudini con l’esempio diretto di noi adulti”.

Se apprese da piccoli le regole che servono ad esporsi con giudizio al sole e a difendere la pelle, riducono il rischio di tumori cutanei per tutta la vita, quindi sensibilizzare e proteggere la fascia pediatrica della popolazione è fondamentale e per diverse ragioni.

La prima è di ordine fisiologico, infatti la pelle di un bambino è meno protetta di quella di un adulto e si ustiona al sole più facilmente – commenta Ignazio Stanganelli, Referente per la Dermatologia di IMI – Intergruppo Melanoma Italia e Responsabile Centro Dermatologia Oncologica IRST Romagna e Università di Parma – la seconda è di carattere epidemiologico, è noto infatti dai dati della letteratura che le ustioni solari, in particolare in età pediatrica e giovanile, rappresentano un fattore di rischio per il melanoma e determinano l’insorgenza di lentiggini e di nuovi nevi melanotici”.

Le risorse e gli strumenti educazionali della campagna per le scuole primarie sono liberamente accessibili attraverso il sito. Il Sole per amico è anche su facebook.


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Cheratosi attinica

Picato.Cheratosi attinica

La cheratosi attinica è una lesione neoplastica epiteliale cutanea che si sviluppa spontaneamente come conseguenza di un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti (UV): la sua insorgenza è quindi correlata, più che all’avanzare dell’età, all’effetto cumulativo dell’esposizione ai raggi solari o ad altre fonti UV come i lettini abbronzanti. Le lesioni possono evolvere in carcinoma squamocellulare invasivo. Per questo motivo esse vanno diagnosticate e trattate precocemente.

Etimologia

Il termine cheratosi attinica, coniato nel 1958 da Pinkus, significa “condizione” (-osis) di eccessiva produzione di “tessuto corneo” (-kerat) provocata dalla “luce solare ultravioletta” (-aktis).

Storia

La cheratosi attinica, descritta la prima volta nel 1896 da Dubreuilh, è stata ampiamente studiata in seguito dal punto di vista clinico, istologico e dermatoscopico. Nel 1926 Freudenthal parla di “cheratoma senile”. Pinkus nel 1958 conia il termine cheratosi attinica che oggi è il più utilizzato sebbene spesso la si chiami con diversi sinonimi, quali cheratosi solare, macchie solari, cheratosi da luce solare o cheratosi senile.

Caratteristiche

La cheratosi attinica si manifesta con lesioni che possono assumere forme diverse: macchie piatte, placche ruvide e squamose, placche squamose spesse. Il colore varia dal roseo-rosso-giallastro-bruno. Le dimensioni vanno da 2 a 6 mm, ma in certi casi possono raggiungere i 4 cm di diametro. In generale le lesioni non sono accompagnate da altri sintomi, ma talvolta possono causare prurito, bruciore, sensibilità alla palpazione o dare la sensazione di avere una scheggia nella pelle; raramente possono sanguinare (traumi) o dare dolore. Non è possibile stabilire quale cheratosi attinica potrà evolvere a carcinoma squamocellulare invasivo: di conseguenza esse vanno tutte diagnosticate e trattate tempestivamente.

Epidemiologia

Le stime di prevalenza e incidenza della cheratosi attinica possono variare molto sia per le caratteristiche della popolazione presa in esame dai diversi studi epidemiologici, sia per le differenze nei criteri diagnostici e clinici utilizzati per definire questa patologia.

Quello che è certo è che la cheratosi attinica colpisce milioni di persone e la sua incidenza è in aumento a causa della maggiore esposizione ai raggi solari UV e dell’invecchiamento della popolazione.

Studi epidemiologici condotti in Australia riportano una prevalenza del 67,7% negli uomini e del 48,9% nelle donne sopra i 40 anni di età. Altri studi condotti su popolazioni dell’emisfero Nord rilevano valori tra l’11% e il 25%. Quanto al nostro Paese, lo “Studio italiano sulla prevalenza della cheratosi attinica” (Prevalence of Actinic Keratoses Italian Study) riporta un valore pari all’1,4% tra le persone oltre i 45 anni e del 3% nelle persone di oltre 74 anni. Chi è affetto da cheratosi attinica ha una probabilità sette volte maggiore di sviluppare un tumore della pelle nei 12 mesi successivi rispetto al resto della popolazione. I pazienti over 65 hanno un rischio 6 volte aumentato di sviluppare un tumore della pelle rispetto a chi non ha la cheratosi attinica. È fondamentale trattare la cheratosi attinica come lesioni che possono evolvere in tumori cutanei invasivi non melanoma: in tal senso la cheratosi attinica può essere considerata un indicatore prezioso dell’aumento di rischio generale del carcinoma cutaneo.

Fattori di rischio

I principali fattori di rischio chiamati in causa nello sviluppo della cheratosi attinica sono l’esposizione al sole intensa e reiterata e la suscettibilità (predisposizione) ai danni solari. Uno studio multicentrico tedesco ha individuato 10 variabili correlate al rischio cheratosi attinica:

  • esposizione (frequente e duratura nell’arco della vita);
  • storia personale (pregresse scottature solari, tumori maligni cutanei);
  • storia familiare (tumori cutanei maligni);
  • professione (muratori, contadini, pescatori…);
  • stile di vita (velisti, golfisti, vacanze ai tropici e in barca…);
  • fattori genetici e fenotipici, protezione, scottature (pregresse prima dei 20 anni);
  • sesso (più colpito quello maschile) e tipo di pelle (soggetti con pelle chiara predisposta a scottature).

Profilo di rischio

La cheratosi attinica si riscontra in particolare negli individui adulti di genere maschile con pelle chiara, lentiggini, capelli rossi-castano chiari, esposti nel corso della loro vita ai raggi solari in maniera continuativa o ripetuta per ragioni di lavoro o attività ludiche. La patologia, sebbene in misura minore, può colpire anche soggetti di pelle scura. Le aree corporee interessate sono quelle più esposte: cuoio capelluto, viso, collo, mani, avambracci, piedi.

Sesso

La cheratosi attinica è più frequente tra gli uomini. Uno studio condotto in Australia su persone con cheratosi attinica ha evidenziato che la prevalenza della patologia negli individui di età compresa tra i 16 ed i 49 anni era del 27% per gli uomini e del 13% per le donne. La differente incidenza tra i due sessi decresce con l’età, tanto che nella fascia d’età tra i 50 e gli 86 anni la presenza di cheratosi attinica si riscontra nel 66% dei maschi e nel 56% della popolazione femminile.

Istopatologia

Le radiazioni solari UVB inducono alterazioni specifiche del DNA cellulare. Determinante è la mutazione del gene soppressore tumorale p53 che in condizioni normali svolge un compito molto importante: promuovere l’apoptosi, cioè la morte delle cellule gravemente danneggiate. La mutazione del gene p53 causata dalle radiazioni UVB dà luogo ad una proliferazione e ad una crescita inarrestabile dei cheratinociti danneggiati. Conseguenza diretta è la perdita della normale struttura degli strati cellulari che compongono l’epidermide, i cui strati profondi vengono “colonizzati” da cellule ipertrofiche, iperproliferative e spesso discheratosiche con anomalie del normale processo di cheratinizzazione.

Diagnosi

La diagnosi di cheratosi attinica è clinica e passa per la storia personale del paziente, l’ispezione visiva della lesione, la palpazione della lesione e la valutazione istologica.

  • Diagnosi strumentale: sebbene la diagnosi clinica effettuata dal dermatologo risulti affidabile almeno attorno all’81%, si può ricorrere nei casi dubbi alla dermatoscopia (dermoscopia o epiluminescenza), tecnica non invasiva che utilizza un piccolo strumento chiamato dermatoscopio ottico che ha una sensibilità diagnostica pari al 98,7% e permette diagnosi molto precoci; oppure alla biopsia che consente una diagnosi definitiva.
  • Diagnosi differenziale: è fondamentale distinguere le lesioni della cheratosi attinica dai tumori cutanei invasivi non melanoma quali il carcinoma basocellulare (BCC) e il carcinoma squamocellulare (SCC). Il primo, riferito dai pazienti come una “ferita che non guarisce” si presenta come una lesione appena rilevata, lucente, rosso-marrone-bluastra, origina dallo strato inferiore dell’epidermide, a volte cresce in modo silente per anni senza dare problemi. Questo tumore non metastatizza, ma può coinvolgere le strutture circostanti e sottostanti, quindi è d’obbligo il trattamento. Nel caso del carcinoma squamocellulare, SCC, la lesione è più rilevata e crostosa. Si tratta di un tumore che nel 2-5% dei casi può dare metastasi. Si stima che ogni anno una percentuale compresa tra lo 0,025% e il 20% delle lesioni da cheratosi attinica progredisca in SCC, il 60-80% di tutti gli SCC deriva invece da lesioni da cheratosi attinica.

Progressione a neoplasia invasiva

È opinione comune che la cheratosi attinica corrisponda alla fase iniziale di un processo multi-step di progressione tumorale che può portare allo sviluppo del carcinoma a cellule squamose invasivo. La cheratosi attinica e il SCC invasivo sono legate da un continuum di alterazioni istologiche accomunate dalla conversione genetica indotta dalle radiazioni UVB.

Nonostante la presenza di prove e di analogie tra la cheratosi attinica e il SCC invasivo, non è possibile determinare clinicamente o istopatologicamente quali lesioni da cheratosi attinica subiranno questa progressione. Tuttavia, dal punto di vista clinico alcune manifestazioni quali eritemi frequenti, ispessimento, ulcerazione, irregolarità del bordo, indurimento, infiammazione della base o variazione delle dimensioni possono indicare tale progressione.

Una volta divenuta SCC invasivo, la lesione può sanguinare, ulcerarsi, infettarsi, distruggere le strutture anatomiche o estendersi agli organi interni (metastasi). Nei soggetti immunocompromessi il rischio di progressione da cheratosi attinica alla forma invasiva di SCC è 100 volte maggiore.

Il Campo di Cancerizzazione

Le cheratosi attiniche possono svilupparsi come lesione singola o, più frequentemente, come lesioni multiple su cute foto-danneggiata, con diffuse alterazioni neoplastiche dei cheratinociti nell’ambito di un contesto noto come ‘campo di cancerizzazione’. Questo concetto fu sviluppato per la prima volta da Slaughter nel 1953 per spiegare lo sviluppo di neoplasie primitive multiple in un’area di cellule geneticamente alterate ed un elevato tasso di recidive locali dopo terapia. Il campo di cancerizzazione è stato descritto in diversi organi quali la regione testa/collo, i polmoni, la vulva, l’esofago, la cervice uterina, le mammelle, il colon, la vescica e la cute.Il termine è utilizzato per indicare vaste aree di lesioni precancerose dove cellule geneticamente alterate ma istologicamente senza atipie, precedono lo sviluppo di una neoplasia e si affiancano a cellule maligne già presenti. All’interno di un campo di cancerizzazione non è possibile prevedere quale CA progredirà nella forma invasiva né in quali tempi. Il trattamento dei tumori epiteliali, quindi, non deve essere limitato alle singole lesioni ma deve essere esteso a tutto il campo nel quale si sono sviluppate, affinché tutta l’area sia adeguatamente trattata,per prevenire l’invasione della membrana basale, le metastasi e la mortalità.

I trattamenti della cheratosi attinica

In Italia si stima che almeno 400.000 persone, l’1,4% della popolazione sopra i 45 anni, presentino lesioni da cheratosi attinica. Di questi, solo il 44% ha avuto una diagnosi e per almeno un quarto dei pazienti diagnosticati i medici non ritengono necessario un trattamento, che risulta essere invece di estrema importanza vista la potenziale progressione delle lesioni in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo.

Obiettivo primario dei trattamenti della cheratosi attinica è ridurre il numero di lesioni e prevenire così il rischio di progressione in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo, oltre che ottenere sollievo dai sintomi quali prurito e sensibilità.

I trattamenti utilizzati per la cheratosi attinica possono essere:

• mirati alla lesione, indirizzati cioè verso una o poche lesioni visibili clinicamente;

• mirati al “campo di cancerizzazione”, i cosiddetti Field Directed Treatments, usati per trattare allo stesso tempo le lesioni clinicamente evidenti e la cute fotodanneggiata circostante.

Le terapie sono di tre tipi:

• trattamenti fisici (crioterapia, laser terapia, diatermocoagulazione, escissione chirurgica, curettage);

• terapia fotodinamica o PDT (rivolta sia al “campo” che alle singole lesioni) effettuata tramite un agente fotosensibilizzante, il 5-metilaminolevulinato (MAL) oppure l’acido aminolevulinico cloridrato (ALA) e successiva esposizione a luce rossa;

• trattamenti topici (peeling chimico diclofenac sodico 3% gel applicato due volte al giorno per almeno 60-90 giorni, imiquimod 5% crema applicato 3 volte a settimana per 4-8 settimane).

I trattamenti fisici e la terapia fotodinamica richiedono l’accesso ambulatoriale e in alcuni casi l’anestesia locale.

Gli attuali trattamenti mirati alla lesione, come la crioterapia ed il curettage, possono essere accompagnati da dolore, permanenza di cicatrici e da ipopigmentazione, il che non li rende adatti per tutti i pazienti.

Il limite principale di questi trattamenti è che non trattano il “campo di cancerizzazione”, area di potenziale rischio di addizionali cheratosi attiniche che possono emergere in tempi successivi. I trattamenti mirati al campo includono trattamenti procedurali (come dermo-abrasione e peeling chimico), non ben studiati e poco utilizzati per la cheratosi attinica e i trattamenti topici farmacologici.

Gli attuali trattamenti topici farmacologici si sono dimostrati efficaci nel curare la lesione e la pelle circostante. Ma presentano lo svantaggio di richiedere un’applicazione costante da parte del paziente per un periodo di tempo prolungato, da 4 a 12 settimane. La durata della terapia e la frequente presenza di risposte cutanee locali (Local Skin Responses – LSRs) soprattutto quando sopraggiungono mentre lo schema di trattamento non è completato, mettono a rischio l’aderenza al trattamento da parte dei pazienti.

Accade spesso che molti pazienti ai quali vengono prescritti trattamenti topici non riescano a iniziare il trattamento (non aderenza primaria), saltino delle dosi o abbandonino la terapia (non aderenza secondaria). Alcuni studi clinici dimostrano che solo un quarto dei pazienti segue con regolarità i trattamenti topici indicati dal medico. È stato infine dimostrato che il mancato completamento di un ciclo di trattamento può comportare una riduzione dell’efficacia terapeutica.

Ingenolo mebutato gel

Il gel a base di ingenolo mebutato per uso topico rappresenta una nuova opzione farmacologica mirata al campo ed è indicato per il trattamento della cheratosi attinica non-ipercheratosica e non-ipertrofica negli adulti.

L’ingenolo mebutato si differenzia da tutte le terapie attualmente disponibili mirate al campo in quanto ha una posologia molto più concentrata che prevede un’unica applicazione quotidiana sull’area interessata per tre giorni consecutivi (nel caso di cheratosi attinica sul viso e sul cuoio capelluto) o per due giorni consecutivi (nel caso della cheratosi attinica su tronco ed estremità.

Questa nuova opzione terapeutica è ricavata dalla linfa della Euphorbia peplus (euforbia minore), pianta utilizzata da tempo per le malattie della pelle e per i tumori non-melanoma.

Il gel è disponibile in due concentrazioni con due regimi di dosaggio a seconda del punto di applicazione:

• nelle cheratosi attiniche (CA) del viso e del cuoio capelluto si utilizza il gel da 150 mcg/g (0,015%) applicato una volta al giorno per 3 giorni consecutivi;

• nelle lesioni CA di tronco e arti si utilizza il gel 500 mcg/g (0,05%) applicato una volta al giorno per 2 giorni consecutivi.

Il prodotto, fornito in tubetti monodose contenenti ciascuno 0,47 g (con diverse concentrazioni di principio attivo a seconda se indicato per il viso o corpo) di gel incolore confezionati in pacchetti da tre o da due, va conservato in frigorifero a 2°-8° C.

Efficacia e tollerabilità

Gli studi preclinici hanno dimostrato che l’efficacia dell’ingenolo mebutato è basata su un duplice meccanismo d’azione: ad alta concentrazione induce rapida distruzione cellulare locale degli strati più esterni dell’epidermide (rigonfiamento dei mitocondri e perdita dell’integrità della membrana cellulare), a bassa concentrazione attiva una risposta infiammatoria che richiama neutrofili e cellule immunocompetenti, processo mediato dalla proteina chinasi (PKC), enzima coinvolto nella modulazione delle risposte immunitarie.

Gli studi in vitro e in vivo dimostrano che il gel, utilizzato come trattamento di “campo”, è in grado di rimuovere le lesioni non clinicamente evidenti prevenendo l’ulteriore sviluppo di lesioni CA più grandi e più gravi.

I risultati di 4 studi clinici di fase III randomizzati, in doppio cieco, veicolo-controllati (2 studi clinici su adulti con lesioni CA viso/cuoio capelluto, 2 studi clinici su adulti con lesioni CA tronco/estremità hanno dimostrato l’efficacia del gel: al 57° giorno dalla somministrazione la completa guarigione varia dal 40% al 64% negli studi clinici viso/cuoio capelluto, dal 34% al 50% negli studi clinici tronco/estremità; il numero di lesioni si è ridotto dell’83% per viso/cuoio capelluto e del 75% per busto/arti; a 12 mesi ha mantenuto il risultato iniziale il 46,1% dei pazienti viso/cuoio capelluto e il 44% di quelli tronco/estremità con un numero di lesioni ridotto dell’87,2% sul viso e cuoio capelluto e del 86,8% su tronco e estremità. Nessun paziente in terapia ha sviluppato SCC nell’area di trattamento con l’ingenolo mebutato.

Negli studi clinici gli effetti collaterali più frequenti che si sono manifestati in oltre il 2% dei pazienti trattati con il gel comprendono reazioni cutanee locali, dolore nel punto di applicazione, prurito, irritazione, infezione, edema periorbitale e mal di testa.

Le reazioni cutanee locali

Le reazioni cutanee locali (Local Skin Reactions – LSR) sono un effetto atteso e previsto nel trattamento della cheratosi attinica con agenti topici.

Le più comuni LSR sono:

• eritema;

• sfaldamento/desquamazione;

• formazione di croste;

• gonfiore;

• formazione di vescicole/pustole;

• erosione/ulcerazione.

In genere si manifestano entro il primo giorno d’inizio trattamento, hanno un picco d’intensità fino alla prima settimana dal completamento della terapia e scompaiono già entro due settimane per le aree trattate di viso e cuoio capelluto ed entro quattro settimane per le aree trattate di busto e arti.

Questi effetti collaterali, prevedibili per gli agenti topici impiegati nel trattamento della cheratosi attinica, negli studi clinici condotti sul gel a base di ingenolo mebutato hanno comportato un tasso molto contenuto di abbandono della terapia (98% di aderenza alla terapia):

  • per la cura del viso o del cuoio capelluto un totale di 3 pazienti (1,1%) nel gruppo del gel ha abbandonato prima lo studio;
  • negli studi che coinvolgono le lesioni al tronco ed estremità, hanno abbandonato la terapia prima del tempo 6 pazienti (2,7%) nel gruppo del gel.

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