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Arriva in Italia “LA MACCHINA DEL TEMPO” della bellezza

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Provare per credere: tornare indietro nel tempo e riacquistare quei lineamenti del viso impressi in una foto, ormai sbiadita, da oggi si può, grazie ai continui progressi della medicina estetica che offre soluzioni personalizzate, efficaci e a rischio zero.

La “macchina del tempo” si chiama Profound ed è stata recentemente presentata durante la Syneron Candela Academy di Marbella. Questo gioiello tecnologico è in grado di ricostituire la pelle restituendole la giovinezza di un tempo, con un rivoluzionario sistema di radiofrequenza bipolare mini-invasiva che riesce a stimolare la produzione di nuova elastina, collagene e acido ialuronico, gli elementi fondamentali che donano tonicità e volume alla pelle. A lanciarlo in Italia è Syneron Candela , azienda specializzata nella realizzazione di apparecchiature mediche dedicate alla medicina estetica, dermatologia e chirurgia plastica.

Il Profound è un sistema innovativo che sono certa rivoluzionerà il mondo della medicina estetica e ad oggi i risultati che abbiamo riscontrato nei nostri pazienti sono stati straordinari. Il Profound è indicato per il trattamento della pelle invecchiata con ridotta elasticità e con generale deterioramento della tessitura*. Attraverso la naturale produzione di collagene, elastina e acido ialuronico è possibile ottenere con una sola seduta il ripristino delle proprietà dinamiche della pelle e dei volumi dermici. I risultati sono duraturi e non è necessaria più di una seduta l’anno” – ha commentato la dott.ssa Lia Fabiano, direttore responsabile Unitá Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica presso l’Ospedale Policlinica Nuestra Señora del Rosario, Ibiza (Spagna).

Come funziona?
Profound utilizza un manipolo e una cartuccia contenente cinque coppie di micro-aghi con elettrodi che erogano radiofrequenza bipolare direttamente nel derma profondo, senza impatto termico sull’epidermide. La lesione termica controllata nel derma innesca la produzione di elastina, collagene e acido ialuronico. Profound crea delle zone frazionali di danno termico nelle quali si avrà un aumento del volume del derma. Il danno epidermico e papillare causato dall’inserimento dei micro-aghi contribuisce al miglioramento complessivo della qualità della pelle. Profound richiede una sola seduta che viene effettuata presso uno studio medico per una durata di circa 45 minuti.

Per la maggior parte degli operatori nel campo della medicina estetica la perdita di volume del derma è uno degli aspetti più difficili da trattare. Profound è il primo dispositivo, clinicamente e scientificamente testato, che utilizza radiofrequenza a temperatura controllata in grado di rilasciare energia direttamente nel derma profondo favorendo la neo-elastogenesi, la neocollagenesi e la produzione di acido ialuronico. E’ pensato per i pazienti che preferiscono un approccio più naturale, il volume e l’elasticità della pelle sono ripristinati mediante un fisiologico processo riparativo dell’organismo, senza dover ricorrere a filler o tossine” – ha dichiarato il dott. Raffaele Riccardi, Country Manager Italia di Syneron Candela.

*Basato sui risultati di uno studio clinico su 20 pazienti, il miglioramento è stato calcolato sulla Scala delle rughe di Fitzpatrick a 3 mesi rispetto ai valori di riferimento basati su un esame indipendente di fotografie.


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Melanoma: approvata in Italia la prima combinazione di terapie target per il trattamento delle forme avanzate

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L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato la prima combinazione di due terapie target, cobimetinib e vemurafenib, per il trattamento dei pazienti adulti con melanoma non operabile o metastatico, positivi alla mutazione del gene BRAF V600. La combinazione delle due molecole ha ricevuto il via libera in Europa a novembre 2015 in base ai dati dello studio coBRIM, che ha evidenziato come i pazienti con melanoma avanzato con mutazione BRAF V600 non trattati precedentemente possano vivere più di un anno senza peggioramento della malattia.

L’approvazione da parte di AIFA della combinazione vemurafenib-cobimetinib rappresenta un grande passo in avanti per tutti i pazienti italiani affetti da melanoma metastatico BRAF mutato. I risultati ottenuti con la combinazione di vemurafenib e cobimetinib segnano una svolta importante: basti pensare che siamo passati da un tasso di sopravvivenza nel melanoma avanzato o metastatico che, fino a poco tempo fa, si misurava in mesi, ai risultati attuali che finalmente ci permettono di parlare di anni. Tutto questo, in uno scenario in cui la ricerca continua a fare importanti passi in avanti con l’obiettivo, come succede già per altri tipi di tumore, di riuscire a cronicizzare la malattia” – ha commentato Paola Queirolo, Presidente dell’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) e Responsabile DMT Melanoma e Tumori Cutanei – IRCCS San Martino-IST di Genova.

Lo studio di fase III coBRIM ha coinvolto 495 persone e ha mostrato come i pazienti con melanoma avanzato con positività alla mutazione BRAF V600 non trattati in precedenza che venivano trattati con l’inibitore MEK cobimetinib in combinazione con vemurafenib vivevano in media 1 anno (12,3 mesi) senza peggioramento della malattia o morte (progression-free survival, PFS) rispetto ai 7,2 mesi con il solo vemurafenib. La percentuale oggettiva di risposta con la combinazione è stata del 70%, rispetto al 50% nel braccio con vemurafenib.

Un’ulteriore analisi dello studio coBRIM conferma l’efficacia della combinazione anche in termini di sopravvivenza globale (OS). La mediana di OS per i pazienti trattati con questa combinazione è stata di 22.3 mesi (95% CI 20·3–non stimabile) contro i 17.4 mesi (95% CI 15·0–19·8) dei pazienti trattati con il solo vemurafenib1.

Negli ultimi 5 anni la ricerca ha compiuto importanti passi in avanti per il trattamento del melanoma, riscrivendo i libri di medicina e la storia naturale della malattia, ma numerose sono ancora le sfide per migliorare la prognosi di questi pazienti per questo motivo l’IMI, che da sempre vuole essere il punto di riferimento per questa patologia, continua a promuovere la ricerca attraverso numerosi protocolli di studio e momenti formativi di aggiornamento per tutti gli specialisti. Il più importante di questi appuntamenti è il prossimo Congresso Nazionale che si terrà a Ragusa dal 13 al 15 novembre e che è giunto già alla sua ventiduesima edizione” – ha aggiunto la dott.ssa Queirolo.

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Medicinale sottoposto a monitoraggio addizionale. Ciò permetterà la rapida identificazione di nuove informazioni sulla sicurezza. Agli operatori sanitari è richiesto di segnalare qualsiasi reazione avversa sospetta. Vedere il Riassunto Caratteristiche Prodotto per informazioni sulle modalità di segnalazione delle reazioni avverse.

1. P. Ascierto – Lancet Oncol 2016; 17: 1248–60


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Orticaria cronica spontanea

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Che cosa è l’orticaria cronica spontanea (CSU, chronic spontaneous urticaria)?

L’orticaria cronica spontanea (CSU), nota negli Stati Uniti come orticaria cronica idiopatica (CIU, chronic idiopathic urticaria), è un disturbo cutaneo grave e debilitante, caratterizzato dalla presenza di pomfi rossi, gonfi, pruriginosi e talvolta dolorosi, sulla pelle1,2. La prevalenza di orticaria cronica (CU) è stimata intorno all’1% della popolazione mondiale, fino a due terzi di questi pazienti sono affetti da CSU3,4.

L’orticaria cronica spontanea è una forma di orticaria imprevedibile e debilitante caratterizzata da prurito cronico, la CSU può inoltre essere associata a gonfiore degli strati più profondi della pelle (angioedema). L’angioedema è caratterizzato da insorgenza spontanea e da una durata di oltre sei settimane1-3,5. Nella maggior parte dei casi la CSU ha una durata da 1 a 5 anni, ma può anche protrarsi per decenni3. Le donne hanno il doppio di probabilità, rispetto agli uomini, di sviluppare CSU3.

Quali sono i sintomi della CSU?

I sintomi di orticaria cronica spontanea includono la comparsa di pomfi pruriginosi, spesso descritti come orticaria, e di reazioni cutanee simili a eritema1-3. Fino al 50% delle persone affette da CSU sviluppano angioedema e tendono a soffrire di sintomi più duraturi7.

I sintomi di orticaria cronica spontanea sono imprevedibili, appaiono spontaneamente in assenza di una specifica causa scatenante esterna che induca lo sviluppo di prurito cronico, pomfi e angioedema3,6. La ricerca delle cause sottostanti la CSU ha indicato il ruolo del sistema immunitario, con possibili fattori aggravanti quali stress, stanchezza e presenza di infezioni1.

Impatto della CSU sulla qualità di vita

L’orticaria cronica spontanea può influire in modo significativo sulla qualità della vita di una persona, con conseguenti effetti negativi che includono privazione del sonno e comorbidità psicologiche, quali depressione e ansia3. La ricerca indica che questi effetti, mancanza di energia, isolamento sociale e turbamento emotivo, risultano essere simili a quelli percepiti dalle persone affette da cardiopatia ischemica5,6. I pazienti affetti da CSU hanno serie difficoltà sul lavoro, oltre la metà (56%) di loro perde almeno un giorno di lavoro al mese a causa della patologia.6

Fino al 50% dei pazienti con orticaria cronica spontanea non risponde alle dosi autorizzate di antistaminici H1.7

BIBLIOGRAFIA

1. Asthma and Allergy Foundation of America (AAFA) website. “Chronic Urticaria (Hives)”. Ultimo accesso febbraio 2014. Disponibile all’indirizzo: http://www.aafa.org/display.cfm?id=9&sub=23&cont=328.

2. American Academy of Allergy Asthma & Immunology (AAAAI) website. “Skin Allergy Overview”. Ultimo accesso febbraio 2014. Disponibile all’indirizzo: http://www.aaaai.org/conditions-and-treatments/allergies/skin-allergy.aspx.

3. Maurer M, Weller K, Bindslev-Jensen C, et al. Unmet clinical needs in chronic spontaneous urticaria: A GA(2)LEN task force report. Allergy. 2011;66:317–330.

4. Kulthanan K, Jiamton S, Thumpimukvatana N, et al. Chronic idiopathic urticaria: prevalence and clinical course. J Dermatol. 2007;34:294-301.

5. Maurer M, Rosén K, Hsieh HJ, et al. Omalizumab for the treatment of chronic idiopathic or spontaneous urticaria. NEJM. 2013;368(10):924-35.

6. O’Donnell BF, Lawlor F, Simpson J, et al. The impact of chronic urticaria on the quality of life. Br J Dermatol 1997;136:197-201.

7. Sánchez-Borges M, Asero R, Ansotegui IJ, et al. Diagnosis and treatment of urticaria and angioedema: a worldwide perspective (position paper). World Allergy Organization Journal. 2012; 5:125–147.

Psoriasi: il guardaroba e qualche utile consiglio

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Uno dei maggiori sintomi della psoriasi è il prurito, derivante anche dal contatto con alcuni tipi di tessuti particolarmente aggressivi.

Il vestito, che rappresenta la nostra “seconda pelle”, può interferire sulla salute della cute. Attraverso il contatto diretto con la pelle, alcuni tessuti possono dunque aggravare i sintomi della psoriasi.

La scelta di un abbigliamento adeguato può diventare una sfida quando si ha la psoriasi.

Tessuti sintetici o indumenti stretti possono causare lo strofinamento delle placche pruriginose e portare perfino a sanguinamenti; scegliere l’abbigliamento più idoneo, quindi, contribuisce notevolmente a ridurre il prurito causato dalle lesioni.

Alcuni consigli utili per indossare l’abbigliamento giusto:

  • PREDILIGERE COTONE E LINO

Gli indumenti in cotone e lino sono traspiranti e con un alto potere assorbente.

I tessuti fatti di queste fibre assorbono infatti l’umidità e sono in grado di disperdere più facilmente l’acqua limitando notevolmente la sudorazione. A differenza dei tessuti sintetici, il cotone e il lino impediscono dunque il surriscaldamento della pelle e, di conseguenza, lo sfregamento delle zone desquamate e pruriginose. Essendo inoltre una fibra naturale, l’uso di prodotti chimici è minimo garantendo così maggior freschezza sulla pelle e comfort.

  • NO AL CONTATTO DIRETTO CON LA LANA

Si tratta di un tessuto lanceolato che il paziente affetto da psoriasi deve evitare di indossare direttamente sulla propria pelle. Al microscopio essa si presenta, infatti, come composta da fittissime “lame” che causano frizione e irritano fortemente le lesioni della persona affetta da psoriasi. Nei mesi più freddi, è altamente consigliato porre tra la lana e la propria pelle un tessuto in cotone o in lino in grado di assicurare la giusta freschezza.

  • EVITARE TESSUTI SINTETICI

I tessuti sintetici quali acrilico, poliammide, poliestere, polipropilene, elastan, clorofibra, possono creare un effetto sigillo” riducendo la respirazione della pelle. Non essendo fibre permeabili, l’umidità prodotta continuamente dal nostro organismo permane tra la pelle e il tessuto stesso, generando un ambiente adatto alla proliferazione di batteri. Nel caso della psoriasi l’umidità, e quindi la sudorazione eccessiva, aumenta il prurito e l’irritazione peggiorando così le condizioni patologiche dell’individuo.

  • INDOSSARE ABITI COMODI

Gli indumenti stretti peggiorano i sintomi della psoriasi dal momento che causano lo sfregamento delle lesioni tipiche della malattia. Quando non è possibile evitare l’utilizzo di indumenti attillati, è opportuno prediligere tessuti in cotone o viscosa.

  • UTILIZZARE DETERSIVI NON PROFUMATI

Il consiglio è quello di utilizzare detersivi e ammorbidenti privi di additivi e sostanze profumanti poiché possono peggiorare i sintomi della malattia. Le sostanze irritanti ed inquinanti presenti nei detersivi tradizionali, infatti, restano sui capi e successivamente si trasferiscono sulla pelle che le assorbe creando notevoli disagi per quanti sono affetti da psoriasi.

  • UTILIZZARE “TESSUTI INTELLIGENTI”

Importanti passi avanti sono stati compiuti nella produzione e commercializzazione dei cosiddetti “tessuti intelligenti”. Si tratta di tessuti ipertecnologici composti da una fluoro-fibra sintetica che rende il capo d’abbigliamento impermeabile, sempre fresco, leggero e scivoloso. Questi tessuti rappresentano un valido aiuto dal momento che eliminano l’attrito, non assorbono creme e unguenti e consentono alla pelle di respirare, riducendo notevolmente le irritazioni dovute allo strofinamento degli abiti sulla pelle.

  • PREDILIGERE CAPI CHIARI

Le manifestazioni dermatologiche causate da contatto con gli indumenti sono generalmente attribuite a sostanze chimiche e coloranti che vengono aggiunti alle fibre tessili durante la loro manifattura e assemblaggio in indumenti. In particolare, gli agenti responsabili sono rappresentati da prodotti per le tinture e per il fissaggio.

All’interno dei tessuti, le sostanze che danno più spesso problemi sono i cosiddetti coloranti “dispersi” utilizzati principalmente nella tintura del poliestere e di acetato ma anche di poliammide. Le zone del corpo maggiormente interessate sono le ascelle, l’inguine, il solco intermammario, la superficie interna delle cosce. È quindi necessario prediligere indumenti chiari e dai toni naturali.

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Ecco alcuni suggerimenti che ti possono essere utili:

  • Segui un regime alimentare equilibrato1 e mantieni il peso-forma1
  • Fai attività fisica, perché il movimento induce il tuo corpo a rilasciare endorfine, sostanze chimiche nel cervello che possono migliorare l’energia e l’umore3
  • Quando possibile non grattare le lesioni1 e tenta di limitare al massimo lo stress4
  • Fai docce non troppo calde. Evita quelle prolungate che possono acuire l’irritazione e la secchezza della pelle3
  • Asciuga la cute con un asciugamano senza strofinare1
  • Mantieni la cute idratata per ridurre rossore e prurito. Subito dopo il bagno o la doccia applica creme emollienti. Conserva le creme in frigorifero3
  • Indossa indumenti leggeri per avere la pelle più fresca possibile e evita la pressione della stoffa sulla pelle1
  • Evita abiti troppo stretti e aderenti, con elastici e bottoni che possono provocare piccoli traumi o irritazioni1
  • Anche se esporsi al sole fa bene, presta attenzione e prendilo a giuste dosi. Basti pensare che il 5% circa di casi di psoriasi è peggiorato da un’eccessiva e non “attenta” esposizione solare
  • Alcune terapie sistemiche vanno usate con cautela durante i periodi di esposizione solare prolungata
  • Durante l’estate, non interrompere spontaneamente terapie sistemiche e conserva i farmaci biologici in frigorifero. Consultare in ogni caso il dermatologo che ha prescritto la terapia
  • Condividi le tue esperienze con altre persone affette da psoriasi per trovare sostegno, educazione e informazioni sulla gestione della patologia5. Raccontare la propria esperienza può infatti aumentare la fiducia in te stesso, ridurre il senso di isolamento e aiutare a fornire pratici consigli su come convivere con la psoriasi

Fondamentale è seguire le raccomandazioni del medico specialista.

BIBLIOGRAFIA

  1. https://www.psoriasis.org/life-with-psoriasis (ultimo accesso: 9 febbraio 2016).

Tumori della pelle: informazione e prevenzione fondamentali per le categorie a rischio

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Vivere o lavorare sotto al sole aumenta il rischio di sviluppare tumori della pelle, melanoma e non. Tutta la popolazione, e in particolare le persone maggiormente esposte al sole per motivi professionali, deve essere sensibilizzata sui rischi dei raggi ultravioletti e sull’importanza di sottoporsi con regolarità a visite dermatologiche.

A confermarlo, i risultati della campagna nazionale di prevenzione “L’amore per il mare è nella nostra pelle” nell’ambito della quale è stata condotta un’attività di screening dermatologico che ha coinvolto 921 tra donne e uomini della Marina Militare con un risultato di 217 casi riscontrati di cheratosi attiniche, pari al 23,5% del campione esaminato.

La grande adesione del personale della Marina Militare ha permesso, oltre che di effettuare un’opera di sensibilizzazione, anche di giungere alla diagnosi di casi di lesioni da cheratosi attiniche e di altri tumori della pelle non ancora giunti all’osservazione degli specialisti.

La campagna “L’amore per il mare è nella nostra pelle” è stata promossa dalla Società Italiana di Dermatologia Allergologica Professionale e Ambientale (SIDAPA) come progetto pilota in Puglia, ed è proseguita a livello nazionale grazie alla Società Italiana di Dermatologia (SIDeMaST), in entrambi i casi insieme alla Marina Militare e con il sostegno incondizionato di LEO Pharma, azienda multinazionale leader in Dermatologia.

I risultati sono stati presentati il 21 settembre scorso a Roma in conferenza stampa alla presenza dei promotori della campagna e dell’On. Domenico Rossi, Sottosegretario di Stato del Ministero della Difesa e di Antonio Federici, Dirigente Medico della Direzione Generale Prevenzione Sanitaria del Ministero della Salute.

La SIDeMaST ha tra gli scopi principali quello di promuovere la cultura della prevenzione e di ampliare la conoscenza di tutte le patologie cutanee per questo abbiamo ritenuto strategico promuovere il prosieguo della campagna nazionale sui tumori della pelle “L’amore per il mare è nella nostra pelle”, avviata da SIDAPA in Puglia, con un partner di pregio come la Marina Militare e con il supporto di LEO Pharma. Nonostante in questi ultimi anni siano state svolte numerose campagne informative per aumentare la consapevolezza delle persone sulla pericolosità del melanoma e sui corretti approcci per prevenirlo e diagnosticarlo, molto resta ancora da fare. In particolare tutto ciò è importante, non solo per il melanoma, ma soprattutto per i tumori non melanoma” – ha dichiarato Ketty Peris, Professore Ordinario di Dermatologia e Direttore della Clinica Dermatologica dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Gli uomini e le donne di mare si sono sottoposti a visita dermatologica gratuita dopo essere stati informati sulle principali patologie cutanee attraverso incontri educazionali ospitati nelle sedi della Marina Militare: a Taranto il 19 gennaio 2016 all’Ospedale Militare, a Bari il 16 febbraio presso la Capitaneria di Porto, a Brindisi nella Caserma Carlotto il 18 febbraio, a Napoli nella Base Navale il 14 giugno, a La Spezia, presso il Comprensorio Bruno Falcomatà e a Roma, nella Caserma Grazioli Lante, il 15 giugno, per concludersi ad Augusta il 23 giugno presso il Comprensorio Terravecchia Marisicilia.

L’Ispettorato di Sanità della Marina Militare ha accolto con grande favore la proposta delle due società scientifiche, SIDAPA prima e SIDeMaST poi, di organizzare questa importante campagna di screening e ne ha pubblicizzato da subito sui canali interni di informazione la realizzazione al fine di coinvolgere e sensibilizzare il personale a partecipare agli eventi che sono stati organizzati presso le infermerie presidiarie della Marina e con il coinvolgimento degli Ufficiali medici specialisti in Dermatologia, implementando così una delle principali mission della Sanità di Marina, e cioè di fare informazione e prevenzione” – ha dichiarato Enrico Mascia, Capo del Corpo Sanitario della Marina Militare.

Il progetto pilota in Puglia si è reso possibile grazie all’impegno e alla sensibilità di SIDAPA.

La nostra Società Scientifica si occupa di problemi dermatologici e allergologici legati a motivi professionali e ambientali dal momento che è ben nota la correlazione tra esposizione ai raggi ultravioletti e insorgenza di tumori della pelle, abbiamo deciso di farci promotori di una campagna che mettesse in risalto l’importanza di proteggere la pelle e di fare prevenzione attraverso la sensibilizzazione delle categorie a rischio. È necessario, infatti, attuare screening per individuare le lesioni che possono trasformarsi in forme maligne e il cui sviluppo è favorito proprio nei soggetti a rischio. Per questa ragione la scelta di fare prevenzione è caduta su una categoria professionale come quella del personale della Marina, che per la peculiare attività lavorativa all’aria aperta è particolarmente esposta alle radiazioni solari” – ha sostenuto Caterina Foti, Presidente SIDAPA.

A seguito del successo riscontrato negli screening pugliesi SIDeMaST ha deciso di estendere l’iniziativa a livello nazionale con l’obiettivo di avere dei dati rilevanti sull’incidenza dei tumori della pelle in una categoria particolarmente a rischio.

In generale sono stati diagnosticati alcuni casi di tumore della pelle, ma l’aspetto sicuramente nuovo e importante che è emerso da questa campagna è che la percentuale di cheratosi attiniche nella popolazione della Marina Militare è il 23,5% questo dato è molto superiore rispetto a quello che conoscevamo fino a poco tempo fa, ed è in linea con quanto recentemente riscontrato in alcuni studi sulla popolazione italiana. Tutto ciò significa che occorre ancora molto lavoro d’informazione, prevenzione e cura sulla cheratosi attinica, che di fatto è una lesione tutt’ora molto sottovalutata e sotto-diagnosticata” – ha sottolineato la professoressa Peris.

In particolare nel personale di Marina coinvolto nello screening sono stati riscontrati fino a 5 focolai di cheratosi attinica nel 21,7% dei casi mentre nell’1,8% il numero delle lesioni attiniche ha superato la soglia delle 5 unità. Gli individui più a rischio sono risultati quelli con fototipo chiaro, tendenza alle ustioni solari, che non si abbronzano o si abbronzano poco. Le lesioni attiniche più gravi e avanzate sono state riscontrate nei soggetti più anziani che svolgevano da molti anni l’attività professionale che li espone ai raggi ultravioletti. Notevole anche la prevalenza dei segni di invecchiamento cutaneo (macchie, cheratosi seborroica, rughe profonde ed elastosi) rilevati in oltre il 40% del campione.

La cheratosi attinica rappresenta il secondo tumore della pelle per diffusione ed è in costante aumento soprattutto tra le categorie che per motivi professionali o per hobby si espongono al sole. Si tratta di una forma tumorale cutanea in situ che può evolvere in forme tumorali maligne e invasive come il carcinoma squamocellulare ed è causata dagli UVB dei raggi solari che inducono mutazioni specifiche nel DNA delle cellule cutanee.

La campagna “L’amore per il mare è nella nostra pelle” ha ricevuto il sostegno non condizionato di LEO Pharma, multinazionale danese specializzata in ambito dermatologico, che ha come obiettivo quello di aiutare le persone ad avere una pelle più sana. In oltre 100 anni di attività l’azienda ha sviluppato un portfolio di prodotti per la cura della psoriasi, della cheratosi attinica, delle infezioni cutanee, della dermatite atopica e dell’acne.

Nel caso di tumori melanoma e non, come la cheratosi attinica, la conoscenza è pressoché nulla e la cultura della prevenzione e della diagnosi precoce è ancora molto scarsa per questo in LEO Pharma siamo fieri di aver sostenuto la campagna L’amore per il mare è nella nostra pelle, che in questi mesi, grazie all’alta competenza delle società scientifiche promotrici, SIDAPA prima, e SIDeMaST poi, e al coinvolgimento e disponibilità della Marina Militare, ha sicuramente contribuito a divulgare il tema della prevenzione e la conoscenza dei tumori della pelle e dei danni causati dall’esposizione solare incongrua e reiterata” – ha affermato Paolo Cionini, General Manager di LEO Pharma Italia.


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La psoriasi

Psoriasi3

La psoriasi è una malattia della pelle, ad andamento cronico e recidivante, che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e rotondeggianti, ben delimitate da margini netti. Con il progredire della patologia, le chiazze possono confluire e sono ricoperte di squame di colore bianco-argenteo. La psoriasi può interessare tutta la superficie corporea, ma le aree classicamente colpite sono: gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e regione sacrale.

L’evoluzione di questa malattia, per la quale non esiste ancora oggi una terapia risolutiva, è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni.

È importante rilevare che anche una minima estensione della malattia sulla superficie corporea può essere associata a comorbilità. Numerosi studi hanno dimostrato che non solo vi è un’associazione tra psoriasi e artrite psoriasica, depressione e abuso di sostanze, ma anche che i pazienti affetti da psoriasi presentano una maggior incidenza della sindrome metabolica, e quindi obesità, diabete, patologie cardiovascolari1.

Tipi di psoriasi

La severità della psoriasi è misurata in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al grado di disabilità sociale e psicologica2.

Le varie forme cliniche sono:

psoriasi a placche: è la forma più comune. Le lesioni compaiono a livello del cuoio capelluto, del tronco e sugli arti. Anche le unghie possono essere coinvolte;

psoriasi guttata: colpisce prevalentemente i bambini e si manifesta con piccole chiazze su tutto il corpo; spesso è correlata a faringite streptococcica;

psoriasi pustolosa: si presenta sotto forma di piccole pustole che ricoprono aree delimitate (palmi delle mani o piante dei piedi), oppure tutto il corpo;

psoriasi inversa: è comune nelle persone anziane e colpisce le pieghe (regione ascellare, inguinale e pieghe sottomammarie). Le lesioni possono essere umide;

psoriasi eritrodermica (detta anche psoriasi esfoliativa): interessa tutta la superficie cutanea che si presenta uniformemente arrossata con desquamazione intensa3.

La psoriasi lieve-moderata

La maggior parte delle persone affette da psoriasi (circa l’80%) soffre di psoriasi a placche, nella forma lieve o moderata. La psoriasi si definisce:

lieve, quando interessa meno del 10% della superficie ed è controllata con successo dalla terapia locale;

moderata, quando interessa dal 10 al 20% della superficie corporea o meno del 10% ma con localizzazioni importanti (viso e mani) che pesano sulla qualità di vita del paziente, ed è ben controllata con la terapia locale.

Molto spesso la psoriasi lieve-moderata non viene riconosciuta e adeguatamente trattata. Inoltre, sono soprattutto i pazienti affetti da queste forme a manifestare il maggior grado d’insoddisfazione riguardo alla gestione terapeutica e clinica della malattia, dal momento che le terapie sistemiche, anche in considerazione del profilo di sicurezza per svariati aspetti non ottimale, sono riservate a forme di psoriasi moderata-grave.

La psoriasi può inoltre presentarsi di livello moderato-grave, quando interessa più del 10% della superficie corporea ma non risponde alla terapia locale, o che interessa meno del 10% della superficie corporea ma è presente in aree “problematiche” (cuoio capelluto, mani e piedi); è grave quando coinvolge più del 20% della superficie corporea o meno del 20% ma è instabile, rapidamente progressiva e interessa parti importanti come le superfici palmo-plantari e il cuoio capelluto.

Epidemiologia

La psoriasi colpisce in egual misura gli uomini e le donne, anche se studi sull’incidenza della patologia suggeriscono che tende a manifestarsi più precocemente nella popolazione femminile4.

Nel mondo ne sono affette circa 125 milioni di persone5, pari al 3-4% in occidente, e al 3,1% nella popolazione italiana6.

L’incidenza è intorno ai 6 casi per 10.000 abitanti ogni anno, e appare più alta nei Paesi sviluppati, mentre si riduce tra Neri e Asiatici e in alcuni gruppi etnici, come gli Aborigeni australiani, ed è del tutto eccezionale nei Nativi americani. Tuttavia, le minoranze sono soggette ad ammalarsi nella forma grave e a soffrire di un maggiore distress sociale ed emozionale5.

La patologia può insorgere a qualsiasi età, ma nelle forme dell’adulto è più comunemente diagnosticata ai 20 e ai 50 anni d’età.

Fattori scatenanti

La psoriasi è una malattia a carattere genetico: circa il 30% dei soggetti con psoriasi ha una storia familiare nei parenti di primo grado. La probabilità di ammalarsi con entrambi i genitori affetti da psoriasi è di circa il 40%7.

Molti possono essere i fattori ambientali scatenanti. Tra questi:

i traumi fisici, come il grattamento, le ustioni, le cicatrici chirurgiche o i traumi accidentali;

lo stress emotivo;

l’aumento dell’indice di massa corporea, correlato all’incremento del rischio di manifestare la malattia;

le infezioni delle alte vie respiratorie, causate prevalentemente dallo streptococco betaemolitico, soprattutto nei pazienti pediatrici;

alcuni farmaci, ad esempio sali di litio, beta-bloccanti, antimalarici, FANS;

l’etilismo e il fumo, che spesso accompagnano le forme gravi di psoriasi e sono maggiormente correlati all’insorgenza di psoriasi pustolosa3.

Ripercussioni sulla qualità di vita

La psoriasi incide su gran parte degli aspetti del vivere quotidiano del paziente, dalla scelta dei vestiti alle attività sportive, come ad esempio il nuoto, dove l’esposizione di aree cutanee affette comporta emarginazione ed esclusione. L’impatto negativo della patologia si ripercuote anche sulle attività lavorative e scolastiche e sulle relazioni affettive. La compromissione dell’aspetto estetico può dar luogo a disturbi a livello psichico, affettivo e professionale. Il peso psicologico e sociale che essa impone spesso oltrepassa la gravità del disturbo in sé: più del 60% dei pazienti associa alla malattia una diagnosi di depressione e, di questi, il 10% ha idee di suicidio8.

Le manifestazioni cutanee della malattia, oltre al dolore e al prurito, provocano disagio, frustrazione e vergogna, da cui deriva la perdita di autostima e un senso di stigmatizzazione. I pazienti provano insicurezza e cercano di nascondere agli altri il proprio problema, spesso isolandosi per paura del rifiuto sociale. Questo forte disagio è ulteriormente esacerbato dal pregiudizio, purtroppo ancora diffuso nella maggior parte degli italiani, che la patologia sia contagiosa e questo fa sì che molte persone con psoriasi frequentino esclusivamente persone affette dalla stessa malattia.

La psoriasi può dunque essere considerata a tutti gli effetti una patologia invalidante, per via dell’impatto fortemente negativo sui pazienti che ne soffrono, che può arrivare a condizionare anche i progetti lavorativi e di carriera.

Note

1 Gisondi P. Tessari G., Conti A., et al. Prevalence of metabolic syndrome in patients with psoriasis: a hospital-based case control study. British Journal of Dermatology 20007, 157:68-73

2 Chimenti S., Psoriasis. Firenze: SEE Editrice, 2005

3 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

4 Naldi L., Gamini D. The clinical spectrum of psoriasis. Clinics in Dermatology 2007, 25: 510-518

5 National Psoriasis Foundation. Statistics. http://www.psoriasis.org/learn_statistics (03/12)

6 Naldi L., Drug targets inflamm Allergy, 2004, 3:121-5

7 Cfr. http://psocare.agenziafarmaco.it/progetto.htm

8 Esposito M., Saraceno R., Giunta A., Maccarone M., Chimenti S. An Italian study on psoriasis and depression. Dermatology 2006, 212 (2): 123-127

La cheratosi attinica

cheratosi attinica
La cheratosi attinica è una lesione neoplastica epiteliale cutanea che si sviluppa spontaneamente come conseguenza di un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti (UV): la sua insorgenza è quindi correlata, più che all’avanzare dell’età, all’effetto cumulativo dell’esposizione ai raggi solari o ad altre fonti UV come i lettini abbronzanti. Le lesioni possono evolvere in carcinoma squamocellulare invasivo. Per questo motivo esse vanno diagnosticate e trattate precocemente.

Etimologia

Il termine cheratosi attinica, coniato nel 1958 da Pinkus, significa “condizione” (-osis) di eccessiva produzione di “tessuto corneo” (-kerat) provocata dalla “luce solare ultravioletta” (-aktis).

Storia

La cheratosi attinica, descritta la prima volta nel 1896 da Dubreuilh, è stata ampiamente studiata in seguito dal punto di vista clinico, istologico e dermatoscopico. Nel 1926 Freudenthal parla di “cheratoma senile”. Pinkus nel 1958 conia il termine cheratosi attinica che oggi è il più utilizzato sebbene spesso la si chiami con diversi sinonimi, quali cheratosi solare, macchie solari, cheratosi da luce solare o cheratosi senile.

Caratteristiche

La cheratosi attinica si manifesta con lesioni che possono assumere forme diverse: macchie piatte, placche ruvide e squamose, placche squamose spesse. Il colore varia dal roseo-rosso al giallastro-bruno. Le dimensioni vanno da 2 a 6 mm, ma in certi casi possono raggiungere i 4 cm di diametro. In generale le lesioni non sono accompagnate da altri sintomi, ma talvolta possono causare prurito, bruciore, sensibilità alla palpazione o dare la sensazione di avere una scheggia nella pelle; raramente possono sanguinare (traumi) o dare dolore. Non è possibile stabilire quale cheratosi attinica potrà evolvere a carcinoma squamocellulare invasivo: di conseguenza esse vanno tutte diagnosticate e trattate tempestivamente1.

Epidemiologia

Le stime di prevalenza e incidenza della cheratosi attinica possono variare molto sia per le caratteristiche della popolazione presa in esame dai diversi studi epidemiologici, sia per le differenze nei criteri diagnostici e clinici utilizzati per definire questa patologia.

Quello che è certo è che la cheratosi attinica colpisce milioni di persone e la sua incidenza è in aumento a causa della maggiore esposizione ai raggi solari UV e dell’invecchiamento della popolazione.

Studi epidemiologici condotti in Australia riportano una prevalenza del 67,7% negli uomini e del 48,9% nelle donne sopra i 40 anni di età2. Altri studi condotti su popolazioni dell’emisfero Nord rilevano valori tra l’11% e il 25%3. Quanto al nostro Paese, lo “Studio italiano sulla prevalenza della cheratosi attinica” (Prevalence of Actinic Keratoses Italian Study) riporta un valore pari all’1,4% tra le persone oltre i 45 anni e del 3% nelle persone di oltre 74 anni4. Chi è affetto da cheratosi attinica ha una probabilità sette volte maggiore di sviluppare un tumore della pelle nei 12 mesi successivi rispetto al resto della popolazione. I pazienti over 65 hanno un rischio 6 volte aumentato di sviluppare un tumore della pelle rispetto a chi non ha la cheratosi attinica. È fondamentale trattare le cheratosi attiniche come lesioni che possono evolvere in tumori cutanei invasivi non melanoma: in tal senso la cheratosi attinica può essere considerata un indicatore prezioso dell’aumento di rischio generale del carcinoma cutaneo.

Fattori di rischio

I principali fattori di rischio chiamati in causa nello sviluppo della cheratosi attinica sono l’esposizione al sole intensa e reiterata e la suscettibilità (predisposizione) ai danni solari. Uno studio multicentrico tedesco ha individuato alcune variabili correlate al rischio cheratosi attinica:

· esposizione (frequente e duratura nell’arco della vita);

· storia personale (pregresse scottature solari, tumori maligni cutanei);

· storia familiare (tumori cutanei maligni);

· professione (muratori, contadini, pescatori…);

· stile di vita (velisti, golfisti, vacanze ai tropici e in barca…);

· fattori genetici e fenotipici, protezione, scottature (pregresse prima dei 20 anni);

· sesso (più colpito quello maschile) e tipo di pelle (soggetti con pelle chiara predisposta a scottature)5.

Profilo di rischio

La cheratosi attinica si riscontra in particolare negli individui adulti di genere maschile con pelle chiara, lentiggini, capelli rossi-castano chiari, esposti nel corso della loro vita ai raggi solari in maniera continuativa o ripetuta per ragioni di lavoro o attività ludiche. La patologia, sebbene in misura minore, può colpire anche soggetti di pelle scura. Le aree corporee interessate sono quelle più esposte: cuoio capelluto, viso, collo, mani, avambracci, piedi.

Istopatologia

Le radiazioni solari UVB inducono alterazioni specifiche del DNA cellulare. Determinante è la mutazione del gene soppressore tumorale p53 che in condizioni normali svolge un compito molto importante: promuovere l’apoptosi, cioè la morte delle cellule gravemente danneggiate. La mutazione del gene p53 causata dalle radiazioni UVB dà luogo ad una proliferazione e ad una crescita inarrestabile dei cheratinociti danneggiati. Conseguenza diretta è la perdita della normale struttura degli strati cellulari che compongono l’epidermide, i cui strati profondi vengono “colonizzati” da cellule ipertrofiche, iperproliferative e spesso discheratosiche con anomalie del normale processo di cheratinizzazione6.

Diagnosi

La diagnosi di cheratosi attinica è clinica e passa per la storia personale del paziente, l’ispezione visiva della lesione, la palpazione della lesione e la valutazione istologica.

· Diagnosi strumentale: sebbene la diagnosi clinica effettuata dal dermatologo risulti affidabile almeno attorno all’81%, si può ricorrere nei casi dubbi alla dermatoscopia (dermoscopia o epiluminescenza), tecnica non invasiva che utilizza un piccolo strumento chiamato dermatoscopio ottico che ha una sensibilità diagnostica pari al 98,7% e permette diagnosi molto precoci; oppure alla biopsia che consente una diagnosi definitiva.

· Diagnosi differenziale: è fondamentale distinguere le lesioni della cheratosi attinica dai tumori cutanei invasivi non melanoma quali il carcinoma basocellulare (BCC) e il carcinoma squamocellulare (SCC). Il primo, riferito dai pazienti come una “ferita che non guarisce” si presenta come una lesione appena rilevata, lucente, rosso-marrone-bluastra, origina dallo strato inferiore dell’epidermide, a volte cresce in modo silente per anni senza dare problemi. Questo tumore non metastatizza, ma può coinvolgere le strutture circostanti e sottostanti, quindi è d’obbligo il trattamento. Nel caso del carcinoma squamocellulare, SCC, la lesione è più rilevata e crostosa. Si tratta di un tumore che nel 2-5% dei casi può dare metastasi. Si stima che ogni anno una percentuale compresa tra lo 0,025% e il 20% delle lesioni da cheratosi attinica progredisca in SCC7, il 60-80% di tutti gli SCC deriva invece da lesioni da cheratosi attinica8.

Progressione a neoplasia invasiva

È opinione comune che la cheratosi attinica corrisponda alla fase iniziale di un processo multi-step di progressione tumorale che può portare allo sviluppo del carcinoma a cellule squamose invasivo. La cheratosi attinica e il SCC invasivo sono legate da un continuum di alterazioni istologiche accomunate dalla conversione genetica indotta dalle radiazioni UVB.

Nonostante la presenza di prove e di analogie tra la cheratosi attinica e il SCC invasivo, non è possibile determinare clinicamente o istopatologicamente quali lesioni da cheratosi attinica subiranno questa progressione. Tuttavia, dal punto di vista clinico alcune manifestazioni quali eritemi frequenti, ispessimento, ulcerazione, irregolarità del bordo, indurimento, infiammazione della base o variazione delle dimensioni possono indicare tale progressione.

Una volta divenuta SCC invasivo, la lesione può sanguinare, ulcerarsi, infettarsi, distruggere le strutture anatomiche o estendersi agli organi interni (metastasi). Nei soggetti immunocompromessi il rischio di progressione da cheratosi attinica alla forma invasiva di SCC è 100 volte maggiore.

Il Campo di Cancerizzazione

Le cheratosi attiniche possono svilupparsi come lesione singola o, più frequentemente, come lesioni multiple su cute foto-danneggiata, con diffuse alterazioni neoplastiche dei cheratinociti nell’ambito di un contesto noto come ‘campo di cancerizzazione’. Questo concetto fu sviluppato per la prima volta da Slaughter nel 1953 per spiegare lo sviluppo di neoplasie primitive multiple in un’area di cellule geneticamente alterate ed un elevato tasso di recidive locali dopo terapia. Il campo di cancerizzazione è stato descritto in diversi organi quali la regione testa/collo, i polmoni, la vulva, l’esofago, la cervice uterina, le mammelle, il colon, la vescica e la cute. Il termine è utilizzato per indicare vaste aree di lesioni precancerose dove cellule geneticamente alterate, ma istologicamente senza atipie, precedono lo sviluppo di una neoplasia e si affiancano a cellule maligne già presenti. All’interno di un campo di cancerizzazione non è possibile prevedere quale CA progredirà nella forma invasiva né in quali tempi. Il trattamento dei tumori epiteliali, quindi, non deve essere limitato alle singole lesioni ma deve essere esteso a tutto il campo nel quale si sono sviluppate, affinché tutta l’area sia adeguatamente trattata, per prevenire l’invasione della membrana basale, le metastasi e la mortalità9.

I trattamenti

In Italia si stima che almeno 400.000 persone, l’1,4% della popolazione sopra i 45 anni, presentino lesioni da cheratosi attinica. Di questi, solo il 44% ha avuto una diagnosi e per almeno un quarto dei pazienti diagnosticati i medici non ritengono necessario un trattamento, che risulta essere invece di estrema importanza vista la potenziale progressione delle lesioni in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo.

Obiettivo primario dei trattamenti della cheratosi attinica è ridurre il numero di lesioni e prevenire così il rischio di progressione in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo, oltre che ottenere sollievo dai sintomi quali prurito e sensibilità.

I trattamenti utilizzati per la cheratosi attinica possono essere:

mirati alla lesione, indirizzati cioè verso una o poche lesioni visibili clinicamente;

mirati al “campo di cancerizzazione”, i cosiddetti Field Directed Treatments, usati per trattare allo stesso tempo le lesioni clinicamente evidenti e la cute fotodanneggiata circostante.

Le terapie sono di tre tipi:

trattamenti fisici (crioterapia, laser terapia, diatermocoagulazione, escissione chirurgica, curettage);

terapia fotodinamica o PDT (rivolta sia al “campo” che alle singole lesioni) effettuata tramite un agente fotosensibilizzante, il 5-metilaminolevulinato (MAL) oppure l’acido aminolevulinico cloridrato (ALA) e successiva esposizione a luce rossa;

trattamenti topici (ingenolo mebutato gel applicato una volta al giorno per 2/3 giorni consecutivi, peeling chimico diclofenac sodico 3% gel applicato due volte al giorno per almeno 60-90 giorni, imiquimod 5% crema applicato 3 volte a settimana per 4-8 settimane).

I trattamenti fisici e la terapia fotodinamica richiedono l’accesso ambulatoriale e in alcuni casi l’anestesia locale.

Gli attuali trattamenti mirati alla lesione, come la crioterapia ed il curettage, possono essere accompagnati da dolore, permanenza di cicatrici e da ipopigmentazione, il che non li rende adatti per tutti i pazienti.

Il limite principale di questi trattamenti è che non trattano il “campo di cancerizzazione”, area di potenziale rischio di addizionali cheratosi attiniche che possono emergere in tempi successivi. I trattamenti mirati al campo includono trattamenti procedurali (come dermo-abrasione e peeling chimico), non ben studiati e poco utilizzati per la cheratosi attinica e i trattamenti topici farmacologici.

Gli attuali trattamenti topici farmacologici si sono dimostrati efficaci nel curare la lesione e la pelle circostante. Ma alcuni presentano lo svantaggio di richiedere un’applicazione costante da parte del paziente per un periodo di tempo prolungato, da 4 a 12 settimane. La durata della terapia e la frequente presenza di risposte cutanee locali (Local Skin Responses – LSRs) soprattutto quando sopraggiungono mentre lo schema di trattamento non è completato, mettono a rischio l’aderenza al trattamento da parte dei pazienti.

Accade spesso che molti pazienti ai quali vengono prescritti trattamenti topici non riescano a iniziare il trattamento (non aderenza primaria), saltino delle dosi o abbandonino la terapia (non aderenza secondaria). Alcuni studi clinici dimostrano che solo un quarto dei pazienti segue con regolarità i trattamenti topici indicati dal medico. È stato infine dimostrato che il mancato completamento di un ciclo di trattamento può comportare una riduzione dell’efficacia terapeutica10.

BIBLIOGRAFIA

1 Stockfleth E. et al, J Drugs Dermatol. 2012 Dec;11(12):1462-7

2 Marks et al, Lancet. 1988 Apr 9;1(8589):795-7

3 Frost et al, Br J Dermatol. 1994 Oct;131(4):455-64

4 Naldi et al, Arch Dermatol. 2006 Jun;142(6):722-6

5 Hensen et al, Eur J Dermatol. 2009 Jul-Aug;19(4):345-54

6 Alam M. et al; N Engl J Med. 2001 Mar 29;344(13):975-83

7 Ratushny V. et al; J Clin Invest. 2012 Feb;122(2):464-72

8 Feldman S.R. et al; Cutis. 2011 Apr;87(4):201-7

9 Braakhuis B.J. et al, Cancer Res. 2003 Apr 15;63(8):1727-30

10 Berman B. et al; Cutis. 2012 May;89(5):241-50


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