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L’estate è alle porte: i consigli WAidid per proteggere i bambini dalle infezioni della pelle

A breve, si aspetta l’arrivo della tanto desiderata estate. I bambini sono spesso vittime di infezioni batteriche della pelle che proprio, con l’arrivo della stagione calda e del clima caldo-umido, si manifestano con ancora maggiore frequenza. I rischi di queste infezioni variano a seconda della loro localizzazione: da quelle che coinvolgono solo la parte più superficiale della cute (l’epidermide) a quelle che colpiscono la parte più profonda (il derma).

Anche una piccola ferita, un graffio o una puntura d’insetto possono facilitare l’accesso dei batteri all’interno della pelle e generare un’infezione che può diffondersi ad altre zone della cute. Per evitare i rischi di un’eventuale degenerazione dell’infezione è necessario valutare da quanto tempo è insorta la lesione, quanto è estesa e quali sono i sintomi associati, come ad esempio febbre, dolore e prurito. Inoltre, è importante considerare quali possano essere stati i fattori predisponenti, tra cui l’assunzione di farmaci, l’esposizione alla luce solare, il contatto con allergeni o animali” – afferma Susanna Esposito, Presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici (WAidid) e Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia.

Con l’avvicinarsi della stagione estiva, WAidid quindi raccomanda di mantenere la pelle dei bambini pulita e ben idratata in modo da difenderla dai batteri e dai funghi e consiglia una moderata esposizione al sole nei primi anni di vita per favorire la sintesi della vitamina D, ricordando di evitare sempre le ore più calde e di non prolungarla troppo nel tempo. Nel caso di infezione batterica della pelle il primo riferimento è sempre il pediatra (specialmente quando i bambini sono piccoli) che, a seconda del caso e della gravità, eventualmente evidenzierà ai familiari la necessità di una visita dermatologica.

Tra le infezioni cutanee dell’età pediatrica, quelle più comuni nel periodo estivo sono le seguenti:

  • L’impetigine è una delle più comuni infezioni cutanee tra i 2 e i 5 anni1 e si stima che colpisca a livello mondiale circa il 12% dei bambini2. Tra i fattori di rischio, la dermatite atopica, traumi della pelle, morsi di insetto, l’alta umidità e la scarsa igiene. Si distingue in due forme: non bollosa e bollosa. La prima forma è generalmente provocata dallo Staphylococcus aureus (nel 70% dei casi) e dallo Streptococcus pyogenes1,3 e si presenta con piccole vescicole o pustole che evolvono rapidamente in croste di color giallo. Anche la seconda forma, quella bollosa, è causata dallo Staphylococcus aureus e si manifesta con bolle flaccide e trasparenti sotto le ascelle, sul collo e nell’area del pannolino.

Una novità terapeutica nel trattamento dell’impetigine è rappresentata dall’ozenoxacina, pomata antibiotica battericida che agisce rapidamente con un successo terapeutico complessivo riscontrato dopo soli 5 giorni in seguito a somministrazione due volte al giorno, con la riduzione dell’impatto dell’infezione e una buona tollerabilità nei pazienti a partire dai 6 mesi di età4-7.

  • Le infezioni micotiche sono causate dai miceti (più conosciuti come funghi). In estate è più facile il contagio sia per la maggiore proliferazione dovuta al clima caldo – umido, sia per la più alta frequentazione dei bambini di piscine o di spazi comuni. I funghi possono diffondersi in molte zone del corpo quali il cuoio capelluto o la cute glabra. Nel primo caso (tinea capitis), la lesione è inizialmente costituita da piccole papule localizzate alla base del follicolo e, successivamente, si forma una placca circolare eritematosa e squamosa, al cui centro il capello diventa fragile e si spezza. Diventano così evidenti zone prive di capelli (alopecia) e il bambino può lamentare prurito. Nel secondo caso, le infezioni della cute (tinea corporis) si presentano come placche squamose, lievemente sopraelevate ed eritematose, che si diffondono in senso centrifugo lasciando una tipica lesione ad anello.

Sia nelle infezioni del cuoio capelluto che in quelle della cute, le lesioni micotiche richiedono il trattamento con un farmaco antifungino e spariscono spontaneamente nel giro di qualche mese.

  • Le verruche cutanee sono le lesioni caratteristiche delle infezioni virali da Papillomavirus e riguardano il 5-10% dei bambini. Anche in questo caso si diffondono maggiormente in estate tra i bambini che frequentano piscine o docce pubbliche. Le verruche comuni (verruca vulgaris) si riscontrano più frequentemente sulle dita, sul dorso delle mani, sul volto, sulle ginocchia e sui gomiti. Si tratta di papule ben circoscritte, con superficie irregolare e rugosa. Le verruche piane (verruca plana) sono caratterizzate da papule lievemente rilevate, di dimensioni generalmente inferiori ai 3 mm e di colore variabile dal rosa al marrone. La distribuzione è simile a quella delle verruche comuni, in alcuni casi però possono essere multiple e distribuirsi lungo una linea di trauma cutaneo, per esempio dal margine dei capelli al cuoio capelluto a causa dell’utilizzo del pettine. Nel 50% dei casi le verruche scompaiono spontaneamente entro due anni; il mancato trattamento può, però, provocare la diffusione ad altre sedi del corpo. Le verruche sono lesioni che interessano la parte superficiale della cute, quindi non cicatrizzano a meno che vengano trattate in modo aggressivo; generalmente si consiglia l’applicazione di pomate all’acido salicilico, mentre più discusso è l’utilizzo dell’azoto liquido.

 

1. Bangert S, Levy M, Hebert AA. Bacterial resistance and impetigo treatment trends: a review. Pediatr Dermatol. 2012;29:243e248.

2. Bowen AC, Mah_e A, Hay RJ, et al. The global epidemiology of impetigo: a systematic review of the population prevalence of impetigo and pyoderma. PLoS One. 2015;10:0136789.

3. Hartman-Adams H., Banvard C, Juckett G., Impetigo: diagnosis and treatment, Am Fam Physician, 2014; 90:229 – 235.

4. Yamakawa T, Mitsuyama J, Hayashi K. In vitro and in vivo antibacterial activity of T-3912, a novel non-fluorinated topical quinolone. J Antimicrob Chemother 2002;49:455-465.

5. López Y, Tato M, Espinal P, Garcia-Alonso F, Gargallo-Viola D, Cantón R, et al. In vitro selection of mutants resistant to ozenoxacin compared with levofloxacin and ciprofloxacin in Gram-positive cocci. J Antimicrob Chemother . Gennaio 2015;70(1):57-61.

6. Gropper S; Albareda N, Chelius K, Kruger D et al. Ozenoxacin 1% cream in the treatment of impetigo: a multicenter, randomized, placebo- and retapamulin-controlled clinical trial. Future Med. 2014; 9:1013-23.

7. Gropper S, Cepero AL, Santos B, Kruger D. Systemic bioavailability and safety of twice-daily topical ozenoxacin 1% cream in adults and children with impetigo. Future Microbiol. 2014; 9: 33-41; 5. Ozanex 1% crema, (Ferrer). Ultima consultazione: 26.03.2018

 


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E’ online il nuovo bando “Bollini Rosa” per gli Ospedali vicini alle donne

È online il Bando Bollini Rosa relativo al biennio 2020-2021. Fino al 31 maggio 2019 tutti gli ospedali interessati possono compilare il questionario di auto-candidatura sul sito dedicato all’iniziativa www.bollinirosa.it.

I Bollini Rosa sono un riconoscimento conferito dal 2007 da Onda agli ospedali italiani che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili, riservando particolare attenzione alle specifiche esigenze delle donne. Gli obiettivi principali sono incentivare gli ospedali a offrire servizi clinico-assistenziali personalizzati e che considerino le specifiche esigenze femminili e sensibilizzare la popolazione sulle patologie femminili più diffuse, avvicinando alla diagnosi precoce e alle cure. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio di 24 Società Scientifiche e ha consentito la creazione di una rete consolidata di 306 ospedali sul territorio nazionale.

I Bollini Rosa nascono con l’obiettivo di sensibilizzare gli ospedali alla creazione di percorsi diagnostico-terapeutici che tengano in considerazione la specificità di genere. Oggi rappresentano il più importante riconoscimento all’applicazione della medicina genere-specifica alla pratica clinica” – ha affermato Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

Le aree specialistiche incluse nel bando sono cardiologia, dermatologia, diabetologia, dietologia e nutrizione clinica, endocrinologia e malattie del metabolismo, ginecologia e ostetricia, geriatria, medicina della riproduzione, neonatologia e patologia neonatale, neurologia, oncologia ginecologica, oncologia medica, pediatria, psichiatria, reumatologia, senologia, urologia e sostegno alle donne vittime di violenza.

L’assegnazione dei Bollini Rosa avviene tramite l’elaborazione matematica dei punteggi attribuiti a ciascuna domanda del questionario e la successiva valutazione dell’Advisory Board, presieduto da Walter Ricciardi, Direttore Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di Sanità pubblica, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma. La cerimonia di premiazione delle strutture è prevista l’11 dicembre 2019 a Roma in sede istituzionale.

Il numero delle strutture che sono entrate nel network negli anni è in continuo aumento, segno dell’attenzione crescente verso le esigenze proprie dell’utenza femminile. I risultati di questi anni ci hanno convinto a continuare sulla strada della promozione della salute di genere negli ospedali: il nuovo bando che assegnerà i Bollini Rosa per il biennio 2020-2021 è stato appena divulgato e contiamo di ricevere ampia adesione per poter realizzare sempre più iniziative con gli ospedali premiati a favore della popolazione femminile” – ha proseguito Merzagora.

Per discutere del ruolo e del valore del network Bollini Rosa e del contributo allo sviluppo della medicina di genere in ambito ospedaliero, si è tenuto il 16 maggio scorso a Milano, il convegno I Bollini Rosa: ruolo e valore del panorama sanitario, promosso da Onda in collaborazione con Regione Lombardia, con la presenza delle Istituzioni, degli specialisti e dei pazienti.

Tutte le strutture ospedaliere identificate come ospedali ‘vicini alle donne’ dalla Fondazione Onda e premiati con i Bollini Rosa offrono percorsi diagnostico-terapeutici e servizi dedicati alle principali patologie di interesse femminile, assicurando appropriatezza terapeutica e percorsi di cura in tempi minimi. Il fattore ‘tempo’ assume una rilevanza di assoluta priorità, soprattutto per i portatori di patologie gravi, che vivono il disagio di malattie totalizzanti con elevato impatto sulla propria qualità di vita e con ricadute anche per i familiari che li sostengono. Pertanto, il garantire assistenza e cura in tempi ridotti, non solo alle donne ‘malate’ ma anche nei momenti più gioiosi della vita come quelli del parto, è indice di efficienza organizzativa, umanizzazione delle cure e rispetto per la persona-paziente” – ha spiegato Walter Ricciardi, Direttore Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di Sanità pubblica, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

I Bollini Rosa, nati per sensibilizzare le strutture sanitarie nei confronti della medicina di genere, sono di fatto diventati una certificazione di qualità delle cure e la cultura organizzativa che hanno determinato è diventata patrimonio di tutti gli operatori delle strutture ospedaliere” – ha concluso Flori Degrassi, Direttore Generale, ASL Roma 2.

 


 

Psoriasi lieve-moderata, la parola ai dermatologi: per 8 su 10 più complessa da gestire di ogni altra patologia della pelle

Ansia, depressione e altri aspetti psicologici legati alla patologia, come il vissuto di stigmatizzazione; caratteristiche cliniche come cronicità e presenza di recidive; la scarsa aderenza alle terapie topiche.

Secondo i dermatologi sono questi gli aspetti che rendono i pazienti con psoriasi lieve-moderata più “complessi” rispetto ad altri pazienti con patologie della pelle. O almeno ne rendevano particolarmente complessa la gestione fino a poco tempo fa, quando ancora non erano a disposizione dei dermatologi terapie topiche innovative, con efficacia, rapidità d’azione e semplicità d’uso maggiori rispetto al passato.

È quanto emerge da un’indagine, condotta da Doxapharma con il sostegno di LEO Pharma, che ha dato la parola ai medici per rilevare, appunto, in che modo il cambio di passo delle terapie topiche per la psoriasi degli anni recenti abbia impattato sulla gestione della patologia da parte del dermatologo, ma anche sul rapporto e sulla comunicazione con il paziente: aspetto di grande peso considerando, come detto, la natura cronica e recidivante di questa patologia.

8 dermatologi su 10 hanno dichiarato che il paziente con psoriasi lieve-moderata è più difficile da gestire rispetto ad altri pazienti con patologie della pelle; “ansioso”, “preoccupato”, “rassegnato”, “difficile” sono gli aggettivi che nelle parole dei medici meglio descrivono questo paziente, che convive con un carico psicologico rilevante a dispetto della minore estensione e infiltrazione delle lesioni in questa forma di psoriasi rispetto ad altre più gravi.

Questa tipologia di psoriasi impatta enormemente sul vissuto emotivo e sulla qualità di vita dei pazienti poiché intimamente legata all’esperienza soggettiva di malattia della persona. Il paziente affetto da psoriasi lieve-moderata ha un profilo psicologico che può essere caratterizzato da ansia relazionale e tratti depressivi, soprattutto se la patologia colpisce aree visibili o sensibili del corpo (come ad esempio le parti intime), unitamente a preoccupazione e pessimismo, legati soprattutto all’assenza di certezze relative al decorso della malattia. Specialmente questi ultimi aspetti, correlati alla percezione di limitato controllo sull’andamento della patologia, sono alla base di un vissuto di frustrazione che può impattare negativamente sulla gestione della malattia” – ha spiegato Antonella Demma, Psicologa-Psicoterapeuta, Docente di Scuola di Psicoterapia AETOS, Venezia.

Una buona comunicazione tra medico e paziente è sicuramente alla base di una corretta gestione della patologia: su questo è d’accordo (voti tra 7 e 10) il 97% dei dermatologi, con un valore medio di 9,1. Quello che è stato individuato come uno dei problemi principali del rapporto medico-paziente con psoriasi è che si tratta di un rapporto “farmaco-mediato”, ovvero influenzato dal tipo di terapia. Paradossalmente, secondo i dermatologi, a volte sono più difficili da gestire i pazienti con forme lievi-moderate, trattate con terapie topiche che presuppongono un ruolo più “attivo” e consapevole del paziente, rispetto a quelli con forme moderate-gravi trattate con farmaci biologici che agevolano una maggior aderenza terapeutica. L’aderenza alle terapie topiche è dunque il principale ostacolo sulla strada che porta al successo terapeutico.

Indubbiamente la scarsa aderenza alle terapie, soprattutto a quelle topiche, rappresenta un grande limite per la possibilità di raggiungere i migliori outcome terapeutici e quindi un migliore controllo della patologia per tale motivo è fondamentale ascoltare il paziente sin dall’inizio, conoscere le sue abitudini lavorative e ricreative, cercando di dare attenzione non solo alle lesioni cutanee, ma anche al suo vissuto emotivo e ai suoi bisogni insoddisfatti. Grande importanza deve essere fornita inoltre all’educazione dello stesso, in maniera tale che prenda coscienza della sua patologia e delle sue caratteristiche, potendo mettere in atto tutta quella serie di comportamenti e stili di vita che possano aiutare a contenere e a gestire la patologia nel lungo termine” – ha dichiarato Gabriella Fabbrocini, Direttore di Dermatologia e Venereologia, Università degli Studi di Napoli Federico II.

Il cambio di passo nelle terapie topiche avvenuto recentemente, in particolare con l’introduzione di un nuovo prodotto in schiuma spray a base di calcipotriolo-betametasone, ha contribuito a cambiare radicalmente lo scenario, secondo i medici interpellati da Doxapharma. Il 97% si dichiara infatti soddisfatto per i trattamenti oggi a disposizione e il livello di gradimento è aumentato vertiginosamente negli ultimi due anni, passando da 6,4 (con il 51% di voti da 1 a 6, statisticamente considerati negativi) a 8,5 (con 1% di voti da 1 a 6 e il 44% di voti da 9 a 10). Non è un caso che calcipotriolo-betametasone in schiuma spray rappresenti la terapia di riferimento per 7 dermatologi su 10: i motivi principali alla base di questo incremento nella soddisfazione risulta essere appunto la nuova formulazione in schiuma, unitamente ad una maggiore efficacia in generale.

L’innovazione terapeutica ha sensibilmente migliorato la qualità di vita dei pazienti negli ultimi due anni, secondo i dermatologi – con un voto medio salito da 5,5 a 7,5 – e contribuisce per il 93% degli intervistati a migliorare il rapporto tra medico e paziente.

La nuova formulazione di calcipotriolo e betametasone dipropionato a dose fissa somministrata in schiuma spray è arrivata in Italia un anno fa, grazie all’impegno nella ricerca di LEO Pharma 

Negli ultimi anni ci siamo focalizzati sulla ricerca di soluzioni topiche innovative, sia dal punto di vista farmacologico che di modalità di applicazione, che potessero rispondere ai bisogni insoddisfatti dei pazienti con psoriasi migliorandone la vita. La formulazione di calcipotriolo e betametasone in schiuma spray, a un anno dal suo arrivo, riesce a dare una risposta concreta a queste esigenze e l’apprezzamento da parte dei dermatologi che emerge dall’indagine di Doxapharma ne è una prova importante, un riscontro tangibile nella quotidianità della gestione della patologia” – ha affermato Paolo Pozzolini, Country Lead di LEO Pharma Italia.

L’indagine è stata condotta da Doxapharma su un campione di 77 dermatologi, tra ospedalieri, ambulatoriali e privati, su tutto il territorio italiano, con una metodologia mista quali-quantitativa. Un campione rappresentativo equamente suddiviso tra uomini (48%) e donne (52%), con un’età media di 48 anni, e una media di 18 anni di anzianità professionale.


La psoriasi

Psoriasi3

La psoriasi è una malattia della pelle, ad andamento cronico e recidivante, che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e rotondeggianti, ben delimitate da margini netti. Con il progredire della patologia, le chiazze possono confluire e sono ricoperte di squame di colore bianco-argenteo. La psoriasi può interessare tutta la superficie corporea, ma le aree classicamente colpite sono: gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e regione sacrale.

L’evoluzione di questa malattia, per la quale non esiste ancora oggi una terapia risolutiva, è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni.

È importante rilevare che anche una minima estensione della malattia sulla superficie corporea può essere associata a comorbilità. Numerosi studi hanno dimostrato che non solo vi è un’associazione tra psoriasi e artrite psoriasica, depressione e abuso di sostanze, ma anche che i pazienti affetti da psoriasi presentano una maggior incidenza della sindrome metabolica, e quindi obesità, diabete, patologie cardiovascolari1.

Tipi di psoriasi

La severità della psoriasi è misurata in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al grado di disabilità sociale e psicologica2.

Le varie forme cliniche sono:

psoriasi a placche: è la forma più comune. Le lesioni compaiono a livello del cuoio capelluto, del tronco e sugli arti. Anche le unghie possono essere coinvolte;

psoriasi guttata: colpisce prevalentemente i bambini e si manifesta con piccole chiazze su tutto il corpo; spesso è correlata a faringite streptococcica;

psoriasi pustolosa: si presenta sotto forma di piccole pustole che ricoprono aree delimitate (palmi delle mani o piante dei piedi), oppure tutto il corpo;

psoriasi inversa: è comune nelle persone anziane e colpisce le pieghe (regione ascellare, inguinale e pieghe sottomammarie). Le lesioni possono essere umide;

psoriasi eritrodermica (detta anche psoriasi esfoliativa): interessa tutta la superficie cutanea che si presenta uniformemente arrossata con desquamazione intensa3.

La psoriasi lieve-moderata

La maggior parte delle persone affette da psoriasi (circa l’80%) soffre di psoriasi a placche, nella forma lieve o moderata. La psoriasi si definisce:

lieve, quando interessa meno del 10% della superficie ed è controllata con successo dalla terapia locale;

moderata, quando interessa dal 10 al 20% della superficie corporea o meno del 10% ma con localizzazioni importanti (viso e mani) che pesano sulla qualità di vita del paziente, ed è ben controllata con la terapia locale.

Molto spesso la psoriasi lieve-moderata non viene riconosciuta e adeguatamente trattata. Inoltre, sono soprattutto i pazienti affetti da queste forme a manifestare il maggior grado d’insoddisfazione riguardo alla gestione terapeutica e clinica della malattia, dal momento che le terapie sistemiche, anche in considerazione del profilo di sicurezza per svariati aspetti non ottimale, sono riservate a forme di psoriasi moderata-grave.

La psoriasi può inoltre presentarsi di livello moderato-grave, quando interessa più del 10% della superficie corporea ma non risponde alla terapia locale, o che interessa meno del 10% della superficie corporea ma è presente in aree “problematiche” (cuoio capelluto, mani e piedi); è grave quando coinvolge più del 20% della superficie corporea o meno del 20% ma è instabile, rapidamente progressiva e interessa parti importanti come le superfici palmo-plantari e il cuoio capelluto.

Epidemiologia

La psoriasi colpisce in egual misura gli uomini e le donne, anche se studi sull’incidenza della patologia suggeriscono che tende a manifestarsi più precocemente nella popolazione femminile4.

Nel mondo ne sono affette circa 125 milioni di persone5, pari al 3-4% in occidente, e al 3,1% nella popolazione italiana6.

L’incidenza è intorno ai 6 casi per 10.000 abitanti ogni anno, e appare più alta nei Paesi sviluppati, mentre si riduce tra Neri e Asiatici e in alcuni gruppi etnici, come gli Aborigeni australiani, ed è del tutto eccezionale nei Nativi americani. Tuttavia, le minoranze sono soggette ad ammalarsi nella forma grave e a soffrire di un maggiore distress sociale ed emozionale5.

La patologia può insorgere a qualsiasi età, ma nelle forme dell’adulto è più comunemente diagnosticata ai 20 e ai 50 anni d’età.

Fattori scatenanti

La psoriasi è una malattia a carattere genetico: circa il 30% dei soggetti con psoriasi ha una storia familiare nei parenti di primo grado. La probabilità di ammalarsi con entrambi i genitori affetti da psoriasi è di circa il 40%7.

Molti possono essere i fattori ambientali scatenanti. Tra questi:

i traumi fisici, come il grattamento, le ustioni, le cicatrici chirurgiche o i traumi accidentali;

lo stress emotivo;

l’aumento dell’indice di massa corporea, correlato all’incremento del rischio di manifestare la malattia;

le infezioni delle alte vie respiratorie, causate prevalentemente dallo streptococco betaemolitico, soprattutto nei pazienti pediatrici;

alcuni farmaci, ad esempio sali di litio, beta-bloccanti, antimalarici, FANS;

l’etilismo e il fumo, che spesso accompagnano le forme gravi di psoriasi e sono maggiormente correlati all’insorgenza di psoriasi pustolosa3.

Ripercussioni sulla qualità di vita

La psoriasi incide su gran parte degli aspetti del vivere quotidiano del paziente, dalla scelta dei vestiti alle attività sportive, come ad esempio il nuoto, dove l’esposizione di aree cutanee affette comporta emarginazione ed esclusione. L’impatto negativo della patologia si ripercuote anche sulle attività lavorative e scolastiche e sulle relazioni affettive. La compromissione dell’aspetto estetico può dar luogo a disturbi a livello psichico, affettivo e professionale. Il peso psicologico e sociale che essa impone spesso oltrepassa la gravità del disturbo in sé: più del 60% dei pazienti associa alla malattia una diagnosi di depressione e, di questi, il 10% ha idee di suicidio8.

Le manifestazioni cutanee della malattia, oltre al dolore e al prurito, provocano disagio, frustrazione e vergogna, da cui deriva la perdita di autostima e un senso di stigmatizzazione. I pazienti provano insicurezza e cercano di nascondere agli altri il proprio problema, spesso isolandosi per paura del rifiuto sociale. Questo forte disagio è ulteriormente esacerbato dal pregiudizio, purtroppo ancora diffuso nella maggior parte degli italiani, che la patologia sia contagiosa e questo fa sì che molte persone con psoriasi frequentino esclusivamente persone affette dalla stessa malattia.

La psoriasi può dunque essere considerata a tutti gli effetti una patologia invalidante, per via dell’impatto fortemente negativo sui pazienti che ne soffrono, che può arrivare a condizionare anche i progetti lavorativi e di carriera.

Note

1 Gisondi P. Tessari G., Conti A., et al. Prevalence of metabolic syndrome in patients with psoriasis: a hospital-based case control study. British Journal of Dermatology 20007, 157:68-73

2 Chimenti S., Psoriasis. Firenze: SEE Editrice, 2005

3 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

4 Naldi L., Gamini D. The clinical spectrum of psoriasis. Clinics in Dermatology 2007, 25: 510-518

5 National Psoriasis Foundation. Statistics. http://www.psoriasis.org/learn_statistics (03/12)

6 Naldi L., Drug targets inflamm Allergy, 2004, 3:121-5

7 Cfr. http://psocare.agenziafarmaco.it/progetto.htm

8 Esposito M., Saraceno R., Giunta A., Maccarone M., Chimenti S. An Italian study on psoriasis and depression. Dermatology 2006, 212 (2): 123-127

“Psoriasi: non solo una questione di pelle”

Il reumatologo come supporto al dermatologo nella diagnosi di psoriasi; l’artrite psoriasica e l’importanza della diagnosi precoce; la qualità di vita dei pazienti con psoriasi e le diverse comorbidità, tra cui quelle articolari.

Di questo ed altro si è discusso a Milano, il 17 ottobre scorsonella sala Buzzati del Corriere della Sera, nel corso dell’evento dal titolo ‘Psoriasi non solo una questione di pelle’.

Organizzato dal Corriere Salute con il contributo non condizionante di Novartis, ha visto la partecipazione di Antonio Costanzo, responsabile Dermatologia di Humanitas e docente di HUMANITAS University, Milano, e di Carlo Francesco Selmi, responsabile Reumatologia e Immunologia Clinica di Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano.

Obiettivo del convegno, fare luce sull’associazione fra psoriasi ed artrite psoriasica ed analizzare la medicina delle malattie infiammatorie croniche della pelle in maniera multidisciplinare.

La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica della pelle e degli annessi (unghie e follicolo pilifero). Circa il 30% dei pazienti psoriasici può sviluppare nel tempo un’artrite. Nell’artrite psoriasica l’infiammazione interessa le piccole articolazioni delle mani e dei piedi o le grandi articolazioni (gomiti, ginocchia e caviglie) ma anche altre sedi come la colonna causando un mal di schiena che peggiora con il riposo.

La psoriasi compromette la qualità di vita quanti ne sono affetti e nella gestione della patologia non vanno sottovalutati l’entità del dolore e le limitazioni ai movimenti.

A tutto questo si deve aggiungere che l’interessamento cutaneo determina spesso problemi di natura psicologica. È importante sapere che dalla psoriasi non si guarisce ma che gli enormi sviluppi della ricerca in questo specifico settore oggi ci consentono di tenere sotto controllo la quasi totalità delle manifestazioni cliniche della malattia. I pazienti devono affidarsi alle competenze dei Medici Specialisti, diffidando di chi propone cure facili e risolutive. Se tenuta sotto controllo, possiamo fare molto perché la patologia non crei particolari problemi alla vita di relazione di quanti ne sono affetti­- ha sottolineato Antonio Costanzo, responsabile Dermatologia di Humanitas e docente di HUMANITAS University, Milano .

Gestire la malattia psoriasica è ormai sempre più un tema multidisciplinare, poiché un solo specialista non è sufficiente per la gestione della patologia. Quando si tratta di malattie complesse come la psoriasi è necessario fare scelte condivise con il paziente, soprattutto quando affetto da artrite psoriasica. In questi casi è necessario affrontare la cura del malato in maniera combinata tra dermatologo e reumatologo, poiché visitare da due punti di vista diversi consente di prendere decisioni cliniche e terapeutiche che permettono un eccellente controllo di tutti i sintomi. La medicina delle malattie infiammatorie croniche è, dunque, sempre meno “un solo uomo al comando”.

Quando parliamo di artrite psoriasica, la diagnosi precoce riveste un ruolo fondamentale. Sappiamo che già dopo pochi mesi dall’inizio dei sintomi questa malattia ha già causato alcuni danni irreversibili. Ecco perché sono cruciali una diagnosi e un trattamento precoce. Nel 75% dei casi l’artrite psoriasica segue la psoriasi e dunque il suo biomarcatore è proprio la psoriasi mentre gli esami di laboratorio sono quasi sempre normali. La diagnosi di artrite psoriasica tarda, in media, 7 anni, mentre nel caso della psoriasi arriva dopo circa 4 anni. Nonostante siamo molto lontani da una gestione adeguata dei pazienti, l’artrite psoriasica oggi è una malattia verso la quale esistono armi che fino a pochi anni fa potevamo solo sognare. Abbiamo infatti a disposizione strumenti terapeutici che consentono ai pazienti di condurre una vita normaleha affermato Carlo Francesco Selmi, responsabile Reumatologia e Immunologia Clinica di Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano.

 


Rosacea: 1 persona su 5 tenuta sotto scacco

La rosacea, malattia infiammatoria cronica della pelle, ha un forte impatto sulla qualità di vita di chi ne è affetto. Ad oggi, questa malattia non ha una cura definitiva e per questo chi ne soffre prova spesso perdita di fiducia in sé stesso, frustrazione e rassegnazione.

Una recente indagine internazionale, promossa da Galderma e condotta su oltre 700 pazienti con rosacea e 500 medici, ha valutato il reale impatto di questa malattia, le cui manifestazioni, secondo quanto dichiarato dagli interessati, rimangono costantemente visibili nel 60% dei casi ma sono i periodici peggioramenti l’aspetto più temuto, nel 90% dei casi. Indipendentemente dal modo in cui si manifesta, la malattia influenza fortemente la vita di 1 persona su 3 e, in oltre la metà dei casi, ha ripercussioni sulla produttività lavorativa. 1 persona su 5 modifica in modo sostanziale le proprie abitudini quotidiane e quasi il 90% rinuncia a quelle attività che possono peggiorare i sintomi o causarne la ricomparsa. Tra queste, la prima è l’esposizione solare, nel 50% dei casi, seguita dall’assunzione di alcol e cibi speziati, rispettivamente nel 33% e 26% dei casi.

I risultati di questa indagine confermano l’impatto psicologico che la rosacea ha sui pazienti, che molto spesso non è strettamente legato alla gravità dei sintomi. Questo aspetto ha portato i dermatologi a un cambiamento nel razionale per il trattamento della rosacea. Le nuove indicazioni terapeutiche raccomandano di dare sempre più importanza alle problematiche del singolo paziente e a quegli aspetti della malattia che vengono percepiti come più invalidanti. I trattamenti, per essere considerati ‘di successo’, dovrebbero determinare una totale remissione delle manifestazioni cliniche e della sintomatologia e di conseguenza, devono essere rivolti ad ottenere il più alto grado di risoluzione clinica possibile, al fine di ridurre o minimizzare l’impatto della malattia e delle così tanto temute recidive” – ha spiegato Giuseppe Micali, Direttore della Sezione di Dermatologia e Venereologia, Dipartimento di Specialità Medico-Chirurgiche, Università di Catania.

Le persone in totale remissione (clear), che quindi non hanno più lesioni infiammatorie o eritema, rispetto a quelle quasi in remissione (almost clear) dichiarano una minore impatto psicologico e sociale riferendo una maggiore libertà nei comportamenti. Di queste, circa il 50% non ritiene che la malattia influenzi la loro qualità di vita. Questo risultato è supportato da una recente revisione analitica dei dati in letteratura1 relativa ai soggetti che raggiungono il clear con terapie topiche. La percezione soggettiva di miglioramento da parte dei pazienti è influenzata negativamente dal conseguimento di una quasi remissione rispetto a quanto riferito da quelli che hanno ottenuto la completa remissione clinica (42% almost clear vs 77% clear). Visto l’impatto che hanno le ricadute sulla vita dei pazienti, un ulteriore aspetto importante emerso da questo studio è che la completa remissione rispetto alla quasi remissione risulta associata ad un periodo più lungo “libero da patologia in cui non sono necessari trattamenti” (8 mesi vs 4 mesi).

Se si confronta il modo in cui medici e pazienti valutano l’impatto delle diverse manifestazioni cliniche, emerge come i medici diano un maggiore peso a quelle tipicamente associate alla malattia, quali ad esempio il rossore persistente, il gonfiore, la presenza di papule e pustole, desquamazione, mentre sottovalutino i sintomi quali dolore, prurito e bruciore. Questo si riflette nell’insoddisfazione dei pazienti con rosacea: l’82% sente infatti che la malattia non è sotto controllo nonostante i trattamenti e il 29% non si sente ascoltato dal proprio medico.

È interessante rilevare che spesso chi soffre di rosacea non si rivolge al dermatologo, ma preferisce lo scambio di consigli con altre persone online. Questo ha portato uno dei più seguiti profili Facebook (Rosacea Italia) a raccomandare sempre di rivolgersi a un medico per avere una diagnosi certa.

La rosacea è una comune malattia infiammatoria della pelle che presenta caratteristiche cliniche variabili, e che riguarda per lo più le aree centrali del viso, come guance e naso. La malattia riguarda sia maschi sia femmine adulti, spesso dopo i 30 anni. Tra i sintomi più comuni ci sono arrossamento, eritema persistente e lesioni infiammatorie, oltre a dolore, bruciore e aumentata sensibilità della pelle. Spesso possono essere colpiti anche gli occhi, apparendo rossi, secchi e irritati.

Le cause della rosacea sono ancora dibattute, ma sono noti diversi fattori scatenanti, tra i quali cibi speziati, alcol, stress, esposizione solare, bagni caldi. Nelle persone con rosacea si è inoltre osservata un’elevata quantità del microrganismo Demodex, generalmente innocuo negli altri soggetti.

La rosacea può peggiorare se non trattata. Le persone che sospettano di soffrirne dovrebbero consultare il proprio dermatologo per una diagnosi certa e discutere il miglior trattamento. La diagnosi e la classificazione della rosacea si basano sulla valutazione clinica del paziente (esame fisico, storia clinica ed esclusione di altre patologie che possano entrare in diagnosi differenziale).

Non esiste a tutt’oggi una cura definitiva per la rosacea. È tuttavia disponibile una serie di terapie (molte delle quali sviluppate negli ultimi anni) che, utilizzate nel contesto clinico adeguato, consentono di migliorare i sintomi, le manifestazioni cliniche e la percezione del malato verso la sua malattia. Nell’ampia gamma di terapie disponibili vi sono approcci di natura diversa, sostanze farmacologiche e terapie fisiche. I trattamenti topici comprendono brimonidina per l’eritema e ivermectina, metronidazolo o acido azelaico per la forma papulo-pustolosa. Tra le terapie sistemiche, l’unico farmaco approvato ad oggi è la doxiciclina al dosaggio antinfiammatorio di 40 mg indicato per il trattamento delle lesioni infiammatorie papulo-pustolose. Le terapie fisiche sono utilizzate soprattutto per il trattamento delle teleangectasie. Oltre alle terapie farmacologiche, la routine cosmetologica e la cura quotidiana della cute rivestono un ruolo accessorio ma importante per il mantenimento dei risultati ottenuti.

1 Webster, G., Schaller, M., Tan, J., Jackson, J. M., Kerrouche, N., & Schäfer, G. (2017). Defining treatment success in rosacea as ‘clear’may provide multiple patient benefits: Results of a pooled analysis. Journal of Dermatological Treatment, 28(5), 469-474.

 


Terapia fotodinamica: la luce che guarisce

La terapia fotodinamica è una metodica non invasiva utilizzata per il trattamento di carcinomi cutanei o di forme precancerose, come le cheratosi attiniche, alcune forme di carcinoma basocellulare e la malattia di Bowen, e si basa sull’utilizzo di una sostanza che, posta sotto una specifica fonte luminosa, si attiva provocando la morte delle cellule tumorali bersaglio. Complessivamente questi tumori colpiscono ogni anno più di 1 milione di italiani. Tra le sostanze fotosensibilizzanti, il metil-aminolevulinato può essere utilizzato sfruttando come fonte di irradiazione sia una lampada a luce rossa (terapia fotodinamica convenzionale), usata in Italia da oltre 10 anni, sia oggi, la luce solare (terapia fotodinamica in daylight).

La terapia fotodinamica che presenta notevoli vantaggi per il paziente, tra cui la più bassa frequenza e più lieve intensità degli effetti collaterali rispetto alla convenzionale, è stata oggetto di aggiornamento in occasione del congresso della SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia e delle Malattie Sessualmente Trasmesse, “Presente e futuro della terapia fotodinamica”, tenutosi a Brescia il 5 e 6 ottobre, con il contributo non condizionato di Galderma.

Una classica applicazione della terapia fotodinamica è il trattamento delle cheratosi attiniche. Una crema contenente metil-aminolevulinato, che viene trasformato dalle cellule tumorali in protoporfirina IX, si attiva quando viene irradiata dalla luce, lampada a raggi rossi o sole, e provoca l’apoptosi delle cellule tumorali e quindi la regressione delle lesioni trattate. I dati di incidenza delle cheratosi attiniche nella popolazione italiana sono scarsi, ma si può osservare che è più alta negli uomini ed aumenta con l’aumentare dell’età. Considerato che tali lesioni sono strettamente dipendenti dall’esposizione solare, chi passa molto tempo all’aria aperta per motivi professionali, ad esempio, vigili, lavoratori edili, giardinieri, bagnini, o chi pratica sport all’aria aperta è da considerarsi un soggetto a maggior rischio. Le cheratosi attiniche sono classificate come tumori della pelle e per questo il trattamento tempestivo sia delle lesioni sia nelle zone circostanti, il cosiddetto campo di cancerizzazione, è importante per evitarne la progressione in forme tumorali più invasive. Esistono diversi trattamenti per eliminare le cheratosi attiniche, quali terapie ablative, trattamenti farmacologici topici e la terapia fotodinamica. Le terapie ablative consentono di trattare solo le lesioni visibili, mentre gli altri due approcci consentono di trattare anche la cute circostante, prevenendo l’insorgenza di nuove lesioni o di recidive. Di recente, oltre alla terapia fotodinamica convenzionale è disponibile anche la terapia fotodinamica in daylight, che offre un’efficacia simile nel trattamento delle cheratosi, ma con maggiori vantaggi. La terapia fotodinamica in daylight consente una migliore esperienza di trattamento, secondo quanto dichiarato da chi l’ha già provata. Le sessioni risultano infatti più brevi, il dolore associato al trattamento è quasi assente o lieve e ha minori effetti collaterali rispetto alla terapia convenzionale, con una maggiore soddisfazione e aderenza al trattamento” – ha spiegato Piergiacomo Calzavara Pinton, Presidente SIDeMaST.

Oltre all’ambito oncologico, la terapia fotodinamica può essere utilizzata anche per altre condizioni dermatologiche.

Recentemente si stanno aprendo nuovi scenari di utilizzo della terapia fotodinamica, oltre le indicazioni terapeutiche di riferimento. Risultati promettenti sono stati infatti ottenuti nella cura dell’acne volgare da moderata a grave e nuove applicazioni si stanno affacciando nel campo estetico. Come trattamento per contrastare i danni da foto-invecchiamento cutaneo, in particolare del volto, la terapia fotodinamica risulta efficace nel miglioramento della texture cutanea, nell’appianamento delle rughe e schiarimento delle macchie della pelle dovute a prolungate esposizioni solari, oltre che nel miglioramento della compattezza e dell’elastosi cutanea grazie agli effetti di rimodellamento del derma” – ha illustrato Magda Belmontesi, dermatologa e docente della Scuola Superiore di Medicina Estetica Agorà di Milano.

 



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