Posts Tagged 'diabete tipo 2'

Coronavirus: Novo Nordisk continua il suo impegno per pazienti e medici

Per fronteggiare l’emergenza Coronavirus, oltre alla fornitura dei farmaci, Novo Nordisk intensifica il supporto a medici e pazienti con i suoi programmi di assistenza (Patient support program) e sostegno alle persone con emofilia, diabete tipo 2, obesità e disturbi della crescita allo scopo di fornire un aiuto concreto anche in questo periodo difficile per tutti.

Per le persone con emofilia è, infatti, attivo Enixe, il programma di supporto infermieristico e fisioterapico domiciliare. Lo scopo di questo programma è quello di migliorare la qualità di vita della persona, l’aderenza terapeutica e, allo stesso tempo, aiutare lo specialista e i centri a gestire la salute dei propri pazienti via web.

Allo stesso modo, nei centri già aderenti, prosegue BethCare, il programma nato per dare un supporto motivazionale ed educazionale alle persone con diabete tipo 2 in trattamento con insulina basale, offrendo al contempo al diabetologo un sostegno per la gestione dei suoi assistiti attraverso una piattaforma digitale di monitoraggio delle attività dei propri pazienti.

Per le persone con obesità, invece, grazie all’applicazione App&Opp e ad un team dedicato di professionisti, oltre al servizio che aiuta i pazienti giorno per giorno nel percorso di cura, si offre un ulteriore supporto motivazionale a sostegno dei pazienti, sgravando, anche in questo momento difficile, il medico da eventuali richieste di supporto aggiuntive.

Infine, continua il GHD Patient Support Program, il servizio di addestramento infermieristico domiciliare per coloro che hanno disturbi della crescita e per i loro cargiver, allo scopo di educare pazienti e familiari a provvedere in modo autonomo alla somministrazione del farmaco e di offrire assistenza continuativa direttamente a casa ai pazienti che hanno difficoltà nel gestire autonomamente la terapia.

Questi programmi sono strumenti che Novo Nordisk, in collaborazione con partner specializzati nel settore, mette al servizio diretto dei pazienti e degli operatori sanitari per fare in modo che ogni singola persona possa intraprendere un viaggio il più personalizzato e specifico possibile, aumentando il coinvolgimento nel percorso di cura della sua malattia, al fine di raggiungere gli obiettivi terapeutici fissati. In questo particolare momento abbiamo ritenuto necessario proseguire questi servizi per sostenere il più possibile i nostri pazienti e aiutare gli specialisti” – ha dichiarato Drago Vuina, General Manager Corporate Vice President di Novo Nordisk Italia.


Effetto nefroprotettivo di Canagliflozin, un inibitore di SGLT-2, nei pazienti con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica

L’inibitore SGLT-2 Canagliflozin (Invokana) ha mostrato un beneficio renale significativo nello studio di fase III CREDENCE.

I pazienti con diabete di tipo 2 e con malattia renale cronica in trattamento con 100 mg di Canagliflozin per os una volta al giorno hanno presentato un rischio ridotto del 30% per un esito composito di malattia renale allo stadio terminale, raddoppio della creatinina sierica, o decesso per cause renali o cardiovascolari (hazard ratio, HR=0.70, IC al 95% 0.59-0.82, P=0.00001) rispetto al placebo (tasso di eventi: 43.2 e 61.2 per 1.000 anni-paziente).

Dopo aver rimosso l’esito di morte cardiovascolare dall’endpoint composito, la riduzione del rischio con Canagliflozin è rimasta significativa solo per gli esiti renali (HR=0.66, IC al 95% 0.53-0.81).

Questo beneficio nell’outcome renale composito è risultato principalmente guidato da una riduzione del rischio nel raddoppio dei livelli sierici di creatinina, che da sola ha rappresentato una riduzione del rischio del 40% rispetto al placebo (HR=0.60, IC 95% 0.48-0.76).

Riguardo alla sola nefropatia in stadio terminale, è stato riscontrato un rischio ridotto del 32% con Canagliflozin rispetto al placebo, sebbene l’entità di questa riduzione del rischio variava leggermente in base alla definizione di malattia renale allo stadio terminale: a) eGFR inferiore a 15 ml/min/1.73 m2 [ HR 0.60; IC al 95% 0.45-0.80 ]; b) dialisi iniziata o trapianto renale [ HR 0.74; IC al 95% 0.55-1.00 ).

Lo studio CREDENCE (Canagliflozin and Renal Events in Diabetes with Established Nephropathy Clinical Evaluation) ha riguardato 4.401 pazienti con diabete di tipo 2 e malattia renale cronica in stadio 2 o 3, definita come eGFR [velocità di filtrazione glomerulare stimata] da maggiore o uguale a 30 a minore di 90 ml/min/1.73 m2.

Tutti i partecipanti allo studio presentavano anche macroalbuminuria, definita come rapporto albumina-creatinina urinaria superiore a 300 a 5.000 mg/g.

Al momento dell’arruolamento, tutti i pazienti hanno ricevuto lo standard di cura che è stato continuato nel corso dello studio, che consisteva nell’assunzione di una dose stabile di un inibitore dell’enzima di conversione dell’angiotensina (Ace-inibitore) o di un bloccante del recettore dell’angiotensina (sartano) per almeno 4 settimane prima della randomizzazione.

Lo studio è stato interrotto precocemente per aver soddisfatto i criteri prestabiliti per l’efficacia.

Il periodo di follow-up mediano è stato pari a 2.62 anni.

L’inibizione di SGLT-2 aumenta il rilascio di glucosio e sodio nel tubulo renale distale, che viene rilevato dall’apparato iuxtaglomerulare come aumentata perfusione glomerulare. Questo porta a un aumento della vasocostrizione della arteriola afferente, diminuendo la perfusione glomerulare e la pressione intraglomerulare.

World Congress of Nephrology, 2019

FONTE | https://www.nefrologia.net/

Imeglimina migliora controllo glicemico nel Diabete tipo 2

Un nuovo farmaco sperimentale denominato imeglimina, il primo della sua classe, si è dimostrato promettente nel trattamento del diabete di tipo 2.

Ciò emerge dallo studio TIMES, condotto su 215 pazienti. Come affermato dall’autrice Julie Dobourg della Poxel, in tutti gli studi clinici di fase 2 e 3 imeglimina ha dimostrato un’efficacia molto solida nei pazienti diabetici, comprese le sottopopolazioni come gli anziani ed i soggetti con nefropatie croniche.

I profili di sicurezza e tollerabilità sono molto buoni, e quindi potrebbe trattarsi di una nuova opzione terapeutica per i pazienti con diabete di tipo 2 sia in monoterapia che come componente di una terapia più complessa.

L’imeglimina funziona migliorando la funzionalità mitocondriale, la quale a sua volta influenza la secrezione all’insulina e la sensibilità a quest’ultima a livello muscolare, diminuendo la produzione epatica di glucosio.

I farmaci di questa classe, denominati glimine, di fatto correggono tre dei principali problemi presenti nei pazienti diabetici, e forniscono un meccanismo d’azione innovativo.

Alcuni esperti comunque si chiedono come reagiranno a questi farmaci le diverse categorie di pazienti. I farmaci ipoglicemizzanti infatti non sono tutti adatti ad ogni gruppo di pazienti, in quanto ad esempio i soggetti nefropatici cronici sono molto sensibili e vanno facilmente in ipoglicemia.

Ogni farmaco dunque è probabilmente utile per un sottogruppo di pazienti, in quanto il diabete di tipo 2 non può essere considerato come una singola patologia. Lo studio è stato condotto in Giappone, dove si prevede una nuova applicazione farmacologica ufficiale per l’imeglimina entro il 2020. Nel frattempo verranno istituiti studi clinici inerenti di fase 3 sia negli USA che in Europa.

(EASD 2019 Annual Meeting, presentazione del 18/9)


Alimentazione sana e rischio di diabete di tipo 2

Una dieta caratterizzata dall’assunzione di molti vegetali si associa ad una minore probabilità di sviluppare il diabete di tipo 2. È quanto emerge da uno studio USA pubblicato dalla rivista JAMA Internal Medicine.

I ricercatori della Harvard TH Chan School of Public Health e Brigham and Women’s Hospital di Boston, diretti da Qi Sun, hanno esaminato i dati provenienti da nove studi pubblicati riguardanti la dieta e l’incidenza di diabete di tipo 2 in 307.099 partecipanti. Durante i follow-up, che in base agli studi variavano dai due ai 28 anni, 23.544 persone hanno sviluppato il diabete di tipo 2.

Nel complesso, i partecipanti che si avvicinavano di più a una dieta vegana, vegetariana o comunque a base di verdure, presentavano il 23% di probabilità in meno di sviluppare diabete di tipo 2 rispetto alle persone che consumavano meno pietanze di questo tipo.

Le diete a base di cibi vegetali possono favorire il metabolismo e ridurre il rischio di diabete in molti modi, prevenendo ad esempio l’aumento di peso, migliorando la sensibilità all’insulina o riducendo i processi infiammatori” – osserva Qi Sun.

La riduzione del rischio è stata osservata anche in soggetti che non erano rigorosamente vegetariani o vegani.

Il beneficio dei cibi vegetali si riduce nel caso in cui la dieta sia ricca di alimenti come patatine fritte, pane bianco e riso bianco” – sottolinea Sun.

Le persone con la dieta più sana, basata su una combinazione di frutta, verdura e cereali integrali, avevano il 30% di probabilità in meno di sviluppare il diabete di tipo 2 rispetto ai partecipanti che adottavano la dieta meno salutare.

Association Between Plant-Based Dietary Patterns and Risk of Type 2 DiabetesA Systematic Review and Meta-analysis – Frank Qian, MPH; Gang Liu, PhD; Frank B. Hu, MD, PhD; Shilpa N. Bhupathiraju, PhD; Qi Sun, MD, ScD – JAMA Intern Med. Published online July 22, 2019. doi:10.1001/jamainternmed.2019.2195

 

Innovazioni e limitazioni della terapia diabetica

In Italia sono oltre 3 milioni le persone con diabete di tipo 2, una malattia subdola – per molto tempo asintomatica – di cui si parla tanto ma si conosce poco nella vita reale. È una malattia cronica, invalidante, gravata da una costellazione di complicanze croniche e acute, che aumentano drammaticamente la morbilità e la mortalità nei diabetici rispetto alla popolazione senza la malattia. Rappresenta oggi un’emergenza globale: si calcola che nel mondo i diabetici accertati siano circa 425 milioni (1 adulto su 11) e sono almeno 212 milioni le persone affette da diabete non diagnosticato. Le proiezioni sul 2045 dicono che il numero degli over 65 diabetici è destinato a raddoppiare, con pesanti ripercussioni socio-sanitarie e assistenziali.

Per queste ragioni, il diabete è al centro del Convegno Macroregionale – AME DAY, che quest’anno si è svolto il 15 giugno scorso a Bologna, Roma e Bari. L’AME DAY è uno degli appuntamenti più importanti della vita dell’Associazione e ha lo scopo di portare l’aggiornamento professionale più vicino ai luoghi di lavoro. I temi endocrinologici sono affrontati focalizzando le idee attorno ai temi di maggiore interesse e scegliendo le informazioni più utili per la pratica clinica delle nostre realtà assistenziali, e rappresenta così un motore per il miglioramento professionale continuo” – ha commentato Edoardo Guastamacchia, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Nel diabetico il rischio di malattie cardiovascolari è triplicato, quello di insufficienza renale terminale è decuplicato, il rischio di amputazione aumenta fino a 20 volte. Fortunatamente da alcuni anni disponiamo di nuove classi farmacologiche in grado di modificare la storia naturale della malattia attraverso una dimostrata azione di protezione cardio-renale, oltre ai benefici sul controllo glicemico, sul peso corporeo e sulla riduzione del rischio ipoglicemico. Si tratta in particolare dei farmaci ipoglicemizzanti noti come SGLT2-in e GLP-1 RA protagonisti di importanti studi clinici che hanno dato risultati sorprendenti sull’efficacia nella riduzione della mortalità cardiovascolare e la progressione della malattia renale cronica. Il paradigma terapeutico del diabete è radicalmente cambiato e le ultime linee guida propongono un approccio centrato sul paziente, personalizzato e soprattutto globale, vale a dire non limitato al controllo glicemico ma esteso a tutte le componenti del rischio cardiovascolare, per la prevenzione delle complicanze micro e macrovascolari e la riduzione della mortalità, legate al diabete” – ha spiegato Sandra di Marco, UOSD Diabetologia, Asur Marche Area Vasta 4, Fermo.

In Italia la prescrivibilità e rimborsabilità degli antidiabetici di nuova generazione è condizionata dalle normative AIFA  e negli ultimi anni si sono susseguite diverse novità legislative relative ai trattamenti con questi farmaci che hanno superato alcune limitazioni. Al momento purtroppo rimangono ancora alcuni limiti soprattutto per le associazioni farmacologiche, pur in presenza di molte evidenze scientifiche. Ad esempio non è ancora rimborsabile l’associazione di DPP4-i e SGLT2-in che rientrerebbe nell’ottica di una precoce intensificazione terapeutica che permette di agire su differenti meccanismi patogenetici alla base del diabete. I DPP4-i favoriscono la secrezione insulinica ed inibiscono quella di glucagone in modo glucosio-dipendente, mentre gli SGLT2-in riducono la glicemia per effetto della riduzione della soglia di riassorbimento tubulare di glucosio. Proprio i distinti meccanismi d’azione delle due classi di farmaci, risultando complementari se non addirittura potenzialmente additivi, forniscono la base per un efficace uso combinato” – ha continuato Carla Greco, Medico in formazione specialistica in Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Università di Modena e Reggio Emilia.

Un punto fondamentale di discussione, considerate le stime di prevalenza del diabete nei prossimi anni, è quello sull’utilità e le più idonee modalità di attuazione di programmi di screening del diabete di tipo 2. L’importanza di un precoce riconoscimento e trattamento della malattia è supportata dall’osservazione che il diabete di tipo 2 clinicamente manifesto è preceduto da una lunga fase asintomatica, nella quale si instaura il danno a carico dei tessuti bersaglio, con conseguente comparsa delle complicanze del diabete già al momento della diagnosi. Il test di screening nelle persone a rischio, ad es. in età avanzata, obesi, con pregresso diabete gestazionale o con familiarità, non deve essere uno strumento fine a sé stesso, ma deve rappresentare un momento per istruire la popolazione sulle modifiche dello stile di vita in modo da ridurre la classe di rischio e dovrebbe essere ripetuto a distanza di 3 anni se negativo. Le persone con diabete di tipo 2 devono affrontare un cambiamento legato all’introduzione di stili di vita più sani – alimentazione e movimento – che sembrano di facile attuazione ma la realtà dice l’esatto opposto: forse anche su questo bisognerebbe lavorare di più” – ha concluso Antonia Elefante, UOC Malattie Endocrine e del Metabolismo, Azienda Ospedaliera Regionale San Carlo, Potenza.

 


Roma passa all’azione per sconfiggere diabete e obesità

Si stima che nell’area metropolitana di Roma vivano quasi 290.000 persone con diabete, ovvero tre quarti delle persone con diabete residenti nel Lazio, e quindi con un rischio maggiore di incorrere in ictus, infarto, perdita della funzionalità renale, amputazioni e perdita della vista. Sono i soggetti socialmente svantaggiati a essere i più colpiti, soprattutto quelli che risiedono nelle aree periferiche della metropoli, gli stessi che risultano essere anche i più insoddisfatti dei servizi erogati dal comune. Un dato che richiede un intervento, soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte dei cittadini romani consideri la salute al primo posto tra i requisiti fondamentali per una città vivibile, ancor più di possibilità di lavoro e sicurezza.

Questi sono solo alcuni dei dati che emergono dal “Roma Cities Changing Diabetes Report – Diabete Tipo 2 e Obesità nell’area di Roma Città Metropolitana”, presentato il 21 maggio scorso, a Roma in Campidoglio presso la sala Laudato si’ del Palazzo Comunale e che raccoglie dati quantitativi demografici, clinico-epidemiologici e sulla percezione della salute nella metropoli. Al Report, realizzato nell’ambito del progetto internazionale Cities Changing diabetes e coordinato in Italia e a Roma dall’Health City Institute, hanno collaborato il Ministero della Salute, l’Anci – Associazione Nazionale Comuni Italiani, Roma Città Metropolitana, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istat, la Fondazione Censis, Coresearch, l’Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Medi-Pragma e tutte le Università di Roma, le Società scientifiche del diabete, in particolare Marco Baroni – Presidente Società Italiana di Diabetologia Lazio e Lelio Morviducci – Presidente Associazione Medici Diabetologi Lazio, le Società Scientifiche dell’obesità e le Associazioni pazienti, in particolare Lina Delle Monache – Presidente Federdiabete Lazio e le Associazioni di cittadinanza.

Dai dati raccolti nel Report, emerge chiaramente la necessità di implementare strategie efficaci in grado di raggiungere i soggetti socialmente svantaggiati, aumentando l’accessibilità ad attività di prevenzione e cura del diabete. Un miglioramento degli approcci educativi e informativi rivolti ai soggetti vulnerabili può beneficiare di un maggiore coinvolgimento delle farmacie e da un rafforzamento delle reti sociali. Infine, stili di vita più adeguati possono essere promossi attraverso un aumento nelle aree più svantaggiate delle infrastrutture a basso costo ed alto impatto, che facilitino lo svolgimento di attività fisica. Queste sono le premesse su cui si dovrà fondare l’action plan per sconfiggere quello che ormai è definito diabete urbano, che è la terza fase del programma Cities Changing Diabetes, primo progetto al mondo di Urban Diabetes e che ha come obiettivo lo studio dell’impatto del diabete nei grandi contesti urbani. Uno degli aspetti più importanti emerso dal programma, grazie ai dati raccolti finora, è che il diabete è una malattia molto complessa, influenzata sia dal rischio individuale sia da fattori sociali e culturali. Con il fenomeno dell’urbanizzazione i fattori sociali come le ristrettezze finanziarie, la mancanza di tempo, i limiti di accesso alle risorse, compresi quelli dovuti ad aspetti geografico-territoriali, hanno acquisito una ancora maggiore importanza negli ultimi anni nel determinare il rischio di sviluppare la malattia” – afferma Andrea Lenzi Presidente dell’Health City Institute e Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Mettendo in relazione la prevalenza del diabete nelle diverse zone dell’area metropolitana di Roma con indicatori socio-economici e relativi alle abitudini di vita, come istruzione, risorse disponibili, situazione lavorativa, mobilità, si è osservata una correlazione fra basso stato socio-economico e aumentato rischio di diabete. Infatti, i distretti sanitari con prevalenza maggiore di diabete sono caratterizzati da più bassi livelli di scolarizzazione, più alti livelli di disoccupazione e da un’elevata percentuale di residenti che si muovono in macchina. Inoltre, nonostante l’invecchiamento della popolazione rappresenti un noto fattore di rischio, i distretti caratterizzati da una più alta prevalenza di diabete sono anche contraddistinti da un più basso indice di vecchiaia, suggerendo, quindi, che nei distretti con più elevata prevalenza di soggetti economicamente svantaggiati non solo il diabete è più frequente, ma insorge anche in età più precoce” – dice Antonio Nicolucci, Direttore di Coresearch.

Dall’analisi qualitativa sulla vulnerabilità sociale al diabete condotta su un campione di persone con diabete tipo 2 residenti nell’area metropolitana di Roma, anche il peso del luogo di vita rispetto alle possibilità di gestione della malattia è risultato molto importante; sono emersi ostacoli alla prevenzione, al benessere e al controllo della malattia legati alla dimensione urbana e al contesto di vita, che hanno bisogno di essere necessariamente affrontati con politiche multidimensionali e non solo sanitarie. Le scelte legate all’organizzazione dei luoghi e le trasformazioni urbane che si sono susseguite e caratterizzano la complessità del territorio del comune di Roma, così come dell’intera area metropolitana, possono avere infatti un grande impatto sulle opportunità, sugli stili di vita e sulla qualità della vita delle persone che affrontano questa malattia” – afferma Ketty Vaccaro, coordinatore di Roma Cities Changing Diabetes e responsabile Area Salute e welfare Fondazione Censis.

Potremmo oggi parlare di necessità di urbanizzazioni nuove, oppure più semplicemente di poter avere e adattare le città perché divengano città a misura d’uomo. Un’idea interessante perché guarda non solo ad accompagnare le esigenze legate ai ritmi lavorativi delle persone ma ricerca livelli di qualità di vita adeguati, dove tra le prime cose si evidenzia il miglioramento della mobilità sostenibile che permetta al cittadino di muoversi largamente a piedi all’interno della città” – scrive nella prefazione del Roma Cities Changing Report l’Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e ai Grandi Eventi del Comune di Roma Daniele Frongia.

Occorre identificare strategie efficaci per rendere consapevoli governi, regioni, città e cittadini dell’importanza della promozione della salute nei contesti urbani, guardando alla sempre maggiore urbanizzazione con uno sguardo innovativo, affrontando il carico di onerosità che le malattie croniche comportano, immaginando un nuovo modello di welfare urbano che necessariamente inciderà sullo sviluppo e sulla sostenibilità delle città ma che non può che essere affrontato attraverso un maggiore coordinamento istituzionale. Il coinvolgimento dell’Italia e della città di Roma nel progetto Cities Changing Diabetes interessa non solo l’Amministrazione di Roma Capitale e della sua Città Metropolitana, ma stimola tutta l’Associazione dei Comuni italiani nella ricerca di soluzioni per migliorare la qualità di vita dei cittadini e delle persone con diabete” – commenta Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vice Presidente Vicario ANCI.

Il progetto internazionale Cities Changing Diabetes, nato in Danimarca e promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, festeggia quest’anno il suo quinto compleanno. Il progetto, oltre a Roma, la prima città italiana ad aver aderito due anni fa, e Milano, che ha deciso di partecipare quest’anno, ha già coinvolto metropoli come Beirut, Buenos Aires, Città del Messico, Copenaghen, Giacarta, Hangzhou, Houston, Johannesburg, Kōriyama, Leicester, Madrid, Merida, Pechino, Shanghai, Tianjin, Vancouver e Xiamen.

Ad oggi nel progetto sono stati coinvolti 140 esperti, che hanno permesso di far sì che lo studio condotto su Roma, abbia caratteristiche di impostazione metodologica ben definite. Ora siamo chiamati alla fase più impegnativa, ovvero la realizzazione di un Action Plan triennale, che possa indicare le azioni da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico di obesità e diabete tipo 2 a Roma, la metropoli con il maggior numero assoluto di persone con diabete nel nostro Paese” – dichiara Federico Serra, Direttore Cities Changing Diabetes Italia.


Raccomandazioni ADA-EASD per la gestione del diabete tipo 2

Il trattamento del diabete di tipo 2 deve iniziare da una valutazione cardiovascolare e delle comorbidità e deve tener conto anche delle preferenze del paziente. Sono queste, in sintesi, le raccomandazioni introdotte nella nuova versione del documento di consenso prodotto dalla American Diabetes Association (ADA) e dalla European Association for the Study of Diabetes (EASD).

Il paper di consenso comprende anche uno schema per il mantenimento della corretta glicemia incentrato su un ciclo decisionale condiviso col paziente, dato che il focus di tutto il documento non è l’identificazione del target individuale ma come ottenere gli obiettivi di glicemia per ciascun paziente tenendo conto delle sue preferenze e della sempre maggiore varietà di terapie disponibili.

Scelta del farmaco

Il farmaco di prima linea rimane la metformina ma gli esperti considerano con favore anche gli analoghi di GPL-1 in forma iniettabile, mentre gli inibitori di SGLT2 possono essere un’alternativa preferibile all’insulina nella terapia di seconda linea. La scelta deve essere effettuata sulla base delle caratteristiche personali del paziente e dell’accessibilità a questi farmaci (in Italia disponibili con piano terapeutico nei pazienti in cui si sia già attuato, senza successo, un cambiamento delle abitudini di vita o altro trattamento e al di sotto dei 75 anni di età).

Il documento di consenso contiene anche uno schema complesso e articolato, pensato soprattutto per la medicina generale, che indica quando e come ogni tipo di farmaco per il diabete di tipo 2 deve essere iniziato, ridotto, interrotto o aumentato.

Due diversi algoritmi consentono invece di valutare cosa fare nei pazienti con malattia cardiovascolare di tipo aterosclerotico oppure nei pazienti con insufficienza cardiaca. Per esempio, i cambiamenti negli stili di vita e la metformina sono considerati elementi imprescindibili della cura, anche se il gruppo di consenso discute del ruolo della metformina come farmaco di scelta nelle fasi iniziali sulla base di studi recenti e a nuove opzioni terapeutiche. La decisione finale è di mantenere tale indicazione a causa del basso costo del farmaco e della sua provata efficacia e sicurezza.

Nei pazienti in cui predomina la malattia aterosclerotica sono però raccomandati (in questo ordine) gli analoghi di GPL-1 o gli inibitori di SGLT2, avendo l’accortezza di scegliere tra quelli con provati benefici cardiovascolari. L’ordine di scelta è invertito nei pazienti con insufficienza cardiaca, per i quali è meglio iniziare con gli inibitori di SGLT2 (che negli studi clinici mostrano di ridurre l’insufficienza cardiaca purché il paziente abbia una buona funzionalità renale), mentre gli analoghi di GLP-1 sono da considerare solo in alternativa.

Tra gli analoghi di GPL-1 il documento privilegia la liraglutide (per via dei risultati positivi del trial LEADER), mentre tra gli inibitori di SGLT2 viene indicato preferenzialmente l’empaglifozin (sulla base dello studio EMPA-REG Outcome)

Rispetto alla precedente edizione del documento (datata 2015) la novità sta proprio nel considerare le comorbidità quali elementi decisionali essenziali fin dal trattamento di prima linea, mentre non è necessario che il paziente fallisca nel raggiungere i livelli previsti di emoglobina glicata per aggiungere al trattamento i farmaci di cui sopra.

Nei pazienti senza malattie cardiovascolari, la priorità sono i bisogni individuali e le preferenze per evitare il sovrappeso e l’ipoglicemia. Altre sezioni del documento forniscono indicazioni sull’insufficienza renale cronica, sula terapia nutrizionale, sulla chirurgia metabolica e sui criteri per il passaggio alla terapia iniettabile, con preferenze per gli analoghi di GLP-1 rispetto all’insulina. Infine vi sono indicazioni visive (che utilizzano la simbologia delle luce dei semafori) per la riduzione della terapia orale una volta che il paziente passa alla terapia iniettabile.

Davies M, D’Alessio D et al. Management of Hyperglycemia in Type 2 Diabetes, 2018. A Consensus Report by the American Diabetes Association (ADA) and the European Association for the Study of Diabetes (EASD).  Diabetes Care 2018 Dec; 41(12): 2669-2701. https://doi.org/10.2337/dci18-0033


 


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