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Obesità, diabete e malattie cardiovascolari: un legame in comune?

Mary Jane West-Eberhard, ricercatrice emerita allo Smithsonian Tropical Research Institute dell’Università del Costa Rica a San José, in seguito al suo pluridecennale studio sulle funzioni del grasso viscerale, è giunta alla conclusione, che la tendenza all’obesità addominale associata a patologie come il diabete e le malattie cardiache si è evoluta dalla necessità di mitigare gli effetti sul sistema immunitario della malnutrizione nel periodo fetale e nella primissima infanzia.

Ciò è stato illustrato in uno studio pubblicato su “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

West-Eberhard osserva che è ancora prassi valutare l’obesità sulla base dell’indice di massa corporea, che si basa solo sul peso e l’altezza del soggetto, senza prestare abbastanza attenzione alla distribuzione del grasso corporeo.

Al contrario, va considerato che esistono due forme di obesità, una legata principalmente al grasso sottocutaneo e l’altra a quello viscerale (intra-addominale) e solo questo secondo tipo è strettamente associato allo sviluppo di malattie cardiovascolari, al diabete di tipo 2 e ad altre patologie autoimmuni. L’obesità sottocutanea, scrive l’autrice, “è una malattia diversa che richiede trattamenti diversi”.

L’influenza del tessuto adiposo sul sistema immunitario è nota da tempo, ma in effetti solo quello viscerale è un vero e proprio “organo endocrino”, dato che i suoi adipociti (le cellule che accumulano il grasso) sono specializzati nel sequestrare particolari acidi grassi polinsaturi di derivazione alimentare che sono indispensabili per il buon funzionamento del sistema immunitario.

Il diabete di tipo 2, in cui si sviluppa una progressiva insulino-resistenza, e i problemi circolatori delle persone obese con eccesso di grasso viscerale infatti non sono solo disturbi metabolici, ma comportano anche uno stato di infiammazione cronica del sistema immunitario intra-addominale.

Secondo l’autrice, questo meccanismo è legato al vantaggio offerto dall’investimento nella produzione di adipociti viscerali alle persone che soffrono di periodi di scarsa e cattiva nutrizione: le scorte accumulate dagli adipociti permettono al sistema immunitario di rispondere efficacemente alle infezioni batteriche e parassitarie intestinali anche quando l’alimentazione non è in grado di fornire le sostanze necessarie.

Questo meccanismo si innescherebbe molto più facilmente nel periodo fetale, in funzione dello stato nutrizionale materno, come suggerisce il fatto che il diabete di tipo 2 sembra svilupparsi con particolare frequenza in persone le cui madri hanno sofferto di carenze alimentari o seguito una dieta squilibrata durante la gestazione.

Questa spiegazione – conclude West-Eberhard – suggerisce che sarebbe necessario prestare ancora più attenzione all’obesità addominale di quanto si faccia ora.

Mary Jane West-Eberhard – Nutrition, the visceral immune system, and the evolutionary origins of pathogenic obesity – PNAS published ahead of print December 31, 2018 https://doi.org/10.1073/pnas.1809046116


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“Al cuore del diabete”, la campagna nazionale sulla prevenzione del rischio cardiovascolare nelle persone con diabete

Le malattie cardiovascolari rappresentano la principale causa di disabilità e morte nelle persone con diabete tipo 2: rispetto a una persona sana, chi ha il diabete ha rischio di morte doppio e quadruplo di infarto o ictus.

In Italia sono quasi 750 mila le persone con diabete che vanno incontro nella loro vita ad almeno un evento cardiovascolare, delle quali oltre 350 mila hanno avuto un infarto e più di 100 mila un ictus. Sono poco meno di 15 mila le morti di persone con diabete imputabili a cardiopatia ischemica e rispettivamente 7 mila e 500 quelle per malattie cerebrovascolari ogni anno; in pratica stiamo parlando complessivamente di circa 60 decessi ogni giorno” – ha detto Francesco Purrello, Presidente Società Italiana di Diabetologia (SID).

Per informare e sensibilizzare le persone con diabete sulla gestione della malattia per ridurre le complicanze ad essa correlate è nata la campagna nazionale “Al cuore del diabete”, realizzata con il patrocinio di SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, in connessione con il progetto internazionale Cities Changing Diabetes e il contributo non condizionato di Novo Nordisk e presentata il 19 dicembre scorso, in un evento con il patrocinio di ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani e dall’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città”.

Nonostante le malattie cardiovascolari rappresentino la principale causa di disabilità e morte nelle persone con diabete, un’indagine dell’International Diabetes Federation (IDF), condotta a livello mondiale tra persone con diabete tipo 2 per investigare il livello di conoscenza delle malattie cardiovascolari (CVD), ha evidenziato come le persone con diabete sottovalutino i rischi; infatti, ben 1 su 4 degli intervistati si considera a basso rischio o non a rischio di incorrere in queste malattie e 1 su 4 non ha mai discusso o non si ricorda di aver parlato dei fattori di rischio cardiovascolare con il proprio medico” – ha spiegato Domenico Mannino, Presidente Associazione Medici Diabetologi (AMD).

La campagna di sensibilizzazione su diabete e rischio cardiovascolare sarà presente nelle principali piazze italiane con un’unità mobile dove sarà possibile ricevere una valutazione diagnostica del rischio cardiovascolare. Una volta completato il percorso degli esami previsti – misurazione dei valori di emoglobina glicata e del profilo lipidico, ecocardiogramma ed ecocolordoppler carotideo – sarà possibile confrontarsi con gli specialisti – diabetologo e cardiologo. Alla fine del percorso saranno forniti tutti i risultati per la condivisione con il proprio medico. L’unità mobile partirà a marzo e farà tappa in circa cinquanta località diverse, incluse le 14 città metropolitane, dove risiede il 33 per cento della popolazione italiana. Nel mondo, attualmente 2 persone con diabete su 3 vivono in un nucleo urbano, con una stima dell’International Diabetes Federation che prevede nei prossimi 25 anni questo rapporto crescere a 3 su 4.

Una campagna di questo tipo che coinvolge i comuni e in particolare i grandi centri urbani è di particolare importanza per i cittadini. Lo sviluppo urbano, cui il mondo ha assistito e assiste, ha modificato profondamente lo stile di vita della popolazione e trasforma il contesto ambientale e sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute della popolazione” – ha affermato Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale ANCI.

La configurazione attuale delle città, e più in generale il fenomeno dell’urbanizzazione, presenta per la salute pubblica e individuale tanti rischi ma anche molte opportunità. Come Sindaco avverto l’urgenza di sostenere convintamente campagne come ‘Al Cuore del Diabete’ per fare sì che i nostri cittadini siano informati e sempre più consapevoli dei fattori di rischio correlati al diabete e alle malattie non trasmissibili. La mia recente esperienza come primo parlamentare italiano invitato a intervenire alla Camera dei Comuni britannica, in occasione del Congresso interparlamentare sul Diabete, testimonia come per tutti i parlamenti europei è tempo di confrontarsi e condividere strategie da porre in essere per città più salutari ed eque” – ha continuato Roberto Pella, Vice Presidente Vicario ANCI e co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città.

Sono molte le persone ignare del fatto che le malattie cardiovascolari rappresentino la più comune causa di morte in coloro che hanno il diabete tipo 2. Per questo Novo Nordisk ha voluto sostenere questa campagna in connessione con Cities Changing Diabetes®, il progetto internazionale promosso dallo University College of London (UK) e dallo Steno Diabetes Center, grazie al quale già da diversi anni i ricercatori si impegnano a individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza” – ha spiegato Drago Vuina, Corporate Vice President Novo Nordisk.

 

Per maggiori informazioni sulla campagna: FacebookTwitterInstagram


Festività Natalizie: dalla Società Italiana di Neurologia raccomandazioni utili per i pazienti colpiti da Ictus e per i soggetti a rischio

In occasione delle festività natalizie, la Società Italiana di Neurologia (SIN) raccomanda maggiore attenzione sia ai soggetti a rischio ictus cerebrale, sia ai pazienti già colpiti dalla patologia.

I fattori di rischio per l’ictus cerebrale sono correlati principalmente a pressione alta, diabete, fibrillazione atriale, colesterolo aumentato, fumo di sigaretta, obesità con aumento della circonferenza addominale, valori e parametri che durante il Natale possono registrare un’alterazione.

Il periodo delle festività può comportare l’effettivo rischio di eccessi alimentari, non solo in termini del quantitativo di cibo ma anche della più facile disponibilità di alimenti generalmente proibiti per il contenuto elevato in carboidrati (zuccheri), grassi, sale, condimenti arricchiti da sostanze piccanti, oltre che per la disponibilità di bevande alcoliche. Nell’insieme, i pasti tra Natale e Capodanno si contraddistinguono per l’abbondanza, la non facile digeribilità e per l’interferenza di taluni dei cibi assunti con le terapie farmacologiche in atto, a volte potenziandone ed a volte riducendone gli effetti. Il maggior tempo trascorso intorno al tavolo da pranzo, inoltre, contribuisce alla sedentarietà e porta con sé anche il trascurare l’esercizio fisico” – ha sottolineato Antonio Carolei, esperto nell’ambito delle malattie cerebrovascolari e membro della SIN.

Un recente studio scientifico inglese, pubblicato sul British Medical Journal, dimostra che ogni anno taluni individui possono registrare un piccolo aumento di peso causato per la maggior parte dalle vacanze come il Natale. Dai risultati emerge che il maggior peso acquisito durante le festività natalizie non viene successivamente smaltito.

La SIN raccomanda pertanto alcuni accorgimenti da seguire durante le festività: è indispensabile controllare la regolare assunzione delle terapie per la pressione, il diabete, i livelli elevati di colesterolo, la coagulazione del sangue nei soggetti con fibrillazione atriale cronica. Inoltre, è auspicabile prevenire il sovrappeso corporeo con un opportuno controllo della dieta e contrastare la sedentarietà con un livello di attività fisica ragionevolmente adeguato alle capacità motorie del soggetto: sarebbe opportuno alzarsi da tavola a fine pasto, muovere qualche passo per casa per favorire la digestione e, se le condizioni climatiche lo consentono, concedersi 20-30 minuti di cammino. Qualora invece le condizioni esterne siano proibitive, con temperature molto basse, bisogna evitare di uscire poiché il freddo esterno, per chi proviene da un ambiente riscaldato, può provocare un repentino aumento dei valori della pressione.

Evitare il fumo, le bevande alcoliche e l’eccessivo ricorso al caffè completano il quadro delle raccomandazioni.

Infine non bisogna dimenticare chi invece è allettato in conseguenza di postumi invalidanti accompagnati da problemi cognitivi, quindi soggetti impossibilitati a condividere con i propri cari le feste Natalizie. In questi casi bisogna prestare attenzione agli aspetti melanconici cercando di non fare mai mancare il sostegno con la propria presenza affiancata dall’aiuto spesso fornito da badanti o persone estranee al nucleo familiare.

 


 

La vita non si misura in valori di glicemia, ma in valori e basta

In Italia sono circa 500 mila le persone costrette ad iniettarsi farmaci salvavita come l’insulina mediante penne o micropompe, e oltre 3,2 milioni quelle affette da diabete, e tutte devono tenere sotto controllo i livelli di glucosio nel sangue.

Per moltissimi diabetici italiani la nuova frontiera è divenuta realtà con Eversense XL, prodotto da Senseonics e distribuito in esclusiva da Roche Diabetes Care, un minuscolo sensore impiantato sottocute che controlla in modo continuativo i valori di glucosio nella giornata, fino a 180 giorni, ed è in grado di segnalare attraverso un allarme predittivo il rischio di iperglicemia o ipoglicemia.

Per tutti i pionieri che in Italia, secondo Paese al mondo, utilizzano questo sistema, Roche Diabetes Care Italy ha realizzato l’incontro #evertogether tenutosi a Roma lo scorso 10 Novembre.

È stata un’occasione di grande valore, di confronto, di condivisione di esperienze e di ascolto con persone con diabete e caregivers per capire in cosa possiamo migliorare per poter fare concretamente la differenza nel sostenere queste persone ogni giorno siamo lieti di aver creato questo spazio di approfondimento con i veri pionieri del diabete, e grati a tutti i partecipanti per i numerosi suggerimenti raccolti in una giornata così memorabile” – ha dichiarato Massimo Balestri, General Manager di Roche Diabetes Care Italy.

Non solo. È stata anche un’occasione per sfatare alcuni miti. La cioccolata fa male ai diabetici’. Falso. ‘Proibiti i dolci’. Falso. ‘Dieta ferrea se si è diabetici’. Falso. La nutrizionista presente ha smontato alcuni falsi miti riguardo la dieta delle persone affette da diabete e una volta per tutte ha ribadito come in realtà un diabetico può e deve seguire una alimentazione del tutto normale, sovrapponibile a quella di una persona sana, salvo avere alcune accortezze.

Il diabete è un’emergenza sociale e sanitaria, la gestione della malattia in questi ultimi anni è molto migliorata grazie allo sviluppo di tecnologie intelligenti, ma anche per un diverso approccio clinico alla malattia. La nutrizionista ha sottolineato come sia necessario sfatare i falsi miti che circondano l’alimentazione dei diabetici, che può essere del tutto uguale a quella delle persone non diabetiche, solo con alcune accortezze nella combinazione dei carboidrati durante i pasti e la loro giusta distribuzione nell’arco della giornata. Mangiare con gusto è possibile anche per una persona diabetica, basta seguire alcune regole: cioccolato sì, ma meglio fondente; il cioccolato non è idoneo per correggere le ipoglicemie; pastasciutta sì, ma nelle dosi raccomandate; carboidrati sì, anche dolci, ma meglio se integrali; verdure e pesce azzurro a volontà; frutta sì, preferibilmente più acerba, con attenzione per uva, banane, cachi e fichi; moderato consumo di proteine animali; preferibile eliminazione di bevande zuccherine, tranne in caso di ipoglicemia.

Per chiudere in dolcezza, ma con un occhio alla salute, lo chef pasticcere stellato Ernst Knam ha preparato dolci ricette a basso tenore di zuccheri: praline di cioccolato fondente con ripieno di colatura di alici, oppure ripieno di zucca e prosciutto crudo di Parma, ed infine un dolce a base di farine integrali con mousse Africa e salsa di lamponi.

L’obiettivo primario di chi soffre di diabete è raggiungere il controllo metabolico ottimale, ossia un valore di glicemia entro un target definito con il proprio medico, che è il modo migliore per ridurre anche il rischio di episodi di ipo e iper-glicemia.

Il buon controllo glicemico è fondamentale per la prevenzione delle complicanze del diabete e degli scompensi metabolici acuti, per questo le persone con diabete necessitano di un’attenta e costante misurazione della glicemia attraverso sistemi che devono essere precisi e affidabili oggi, grazie alla tecnologia che continua a fare straordinari passi in avanti, abbiamo a nostra disposizione molti strumenti in grado di misurare in modo accurato i livelli di glicemia e di migliorare la qualità di vita dei pazienti” – ha commentato Concetta Irace, Professore Associato di Scienze Tecniche Applicate alla Medicina all’Università degli Studi “Magna Grecia” di Catanzaro.

Saper gestire l’alimentazione, e anche delle dolci eccezioni, sono una delle chiavi per riuscire a coniugare la quotidianità con questo obiettivo, perché alla fine la vita con il diabete, deve essere semplicemente vita.

 


NASH, steatoepatite Non Alcolica: cos’è e come si cura

La NASH, o steatoepatite non alcolica, è una patologia del fegato caratterizzata da processi di infiammazione, cicatrizzazione e morte dei tessuti. È legata a disfunzioni metaboliche e all’eccessiva presenza di grasso all’interno delle sue cellule, non dovuta al consumo di alcolici. Il grasso, infatti, può accumularsi negli organi interni: viene allora chiamato grasso viscerale ed è particolarmente pericoloso per la salute.

Quando i trigliceridi sono presenti in più del 5% delle cellule del fegato si parla di steatosi epatica, il cosiddetto “fegato grasso”. In un sottogruppo di persone, questa condizione evolve nella steatoepatite non alcolica, che comporta un alto rischio di progressione verso malattie del fegato importanti: la fibrosi, la cirrosi (una condizione irreversibile che compromette le funzioni del fegato) e il carcinoma epatico.

In medicina, queste patologie vengono spesso indicate con acronimi anglosassoni: NAFLD (da Non-alcoholic fatty liver disease) è un termine “ombrello” che comprende la steatosi epatica non alcolica (non-alcoholic fatty liver, NAFL) e la steatoepatite non alcolica (Non-alcoholic Steatohepatitis, NASH).

Epidemiologia

La steatosi epatica non alcolica riguarda almeno il 25% degli italiani, cioè almeno un italiano su quattro ha il fegato grasso. Questa percentuale aumenta con l’età e soprattutto aumenta tra le persone in sovrappeso e diabetiche, per arrivare al 50% (una su due) nelle persone obese. Anche le persone normopeso, comunque, possono essere a rischio. In questo caso, la circonferenza vita è un indicatore di obesità viscerale più accurato dell’indice di massa corporea. Data la crescente percentuale di persone obese in Italia, tra cui anche bambini, anche la prevalenza della steatosi e della steatoepatite non alcolica sta crescendo e, dal punto di vista delle patologie del fegato, rappresenteranno un’emergenza in futuro. Si stima che nel 2030, circa il 30% degli italiani avrà il fegato grasso. Per quanto riguarda la NASH, la prevalenza è stimata intorno al 4,4% e si pensa che supererà il 6% nel 2030. Infatti, se è vero che oggi controlliamo bene le epatiti causate dai fattori virali, è altresì vero che stanno aumentano i casi e le complicanze legate alla NASH, come l’epatocarcinoma. Per aumentare la consapevolezza dei rischi della NASH, lo scorso 12 giugno è stato istituito il primo International NASH Day.

Diagnosi

Oggi il primo obiettivo è identificare le persone più a rischio di danno epatico. Il problema sta nel fatto che è completamente asintomatica, e lo stesso vale per la NASH e anche il danno epatico, finché la situazione non è molto compromessa: non vi sono quindi segnali che possano fare da campanello d’allarme. A guidare il medico devono quindi essere gli stili di vita e la presenza di diabete e/o obesità. Un primo esame è l’ecografia dell’addome superiore. Un’altra modalità di screening si basa sull’elastografia epatica (o fibroscan), che utilizza ultrasuoni per valutare l’elasticità del tessuto: un fegato sano è morbido ed elastico, mentre uno malato è più rigido, duro, perché maggiormente fibrotico. Esistono inoltre due test non invasivi già validati e ampiamente utilizzati (FIB-4 e NAFLD FIBROSIS SCORE): sono molto semplici da eseguire, perché combinano variabili come l’indice di massa corporea e valori del sangue. Il risultato è un punteggio (score) che permette di escludere, con una buona affidabilità, il danno epatico, e di individuare chi invece dovrebbe essere indirizzato a uno specialista del fegato. Un terzo test (Enhanced Liver Fibrosis, ELF) è in fase di valutazione.

Va detto che attualmente il gold standard per accertare la diagnosi di NASH e per fare una stadiazione della fibrosi è la biopsia del fegato, una procedura ovviamente invasiva, costosa e non priva di rischi. Stanno però emergendo nuovi modelli che, basandosi sui tre test non invasivi e utilizzando tecnologie di apprendimento automatico, potrebbero presto sostituirla. All’International Liver Congress 2018 di Parigi (il meeting annuale dell’Associazione europea per lo studio del fegato EASL) sono stati presentati due studi sull’utilità e l’affidabilità di questi nuovi metodi di screening non invasivi. Un primo studio ha mostrato che è possibile predire il rischio di progressione della malattia nei pazienti con fibrosi avanzata dovuta a NASH, mentre il secondo ha mostrato che è possibile predire quali pazienti hanno maggiori probabilità di un miglioramento spontaneo della fibrosi.

Terapie

Sia la steatosi epatica non alcolica sia la steatoepatite non alcolica possono regredire, semplicemente modificando lo stile di vita. È stato osservato, ad esempio, che un dimagramento di almeno il 7% del peso corporeo è sufficiente per innescare la regressione della steatoepatite e un miglioramento della fibrosi. Non solo: un dimagrimento superiore al 10% ha portato alla risoluzione del 90% dei casi di NASH. Ad oggi questa è l’unica “strategia terapeutica” di cui si dispone per evitare di arrivare al trapianto di fegato.

Gli studi in corso sulle terapie farmacologiche

Per quanto riguarda le terapie farmacologiche, sono centinaia gli studi in corso che mirano ai meccanismi di accumulo del grasso, dell’insulino-resistenza, dell’infiammazione e della fibrosi. All’International Liver Congress 2018 di Parigi, Gilead ha presentato i dati di uno studio proof-of-concept su 70 pazienti con NASH e fibrosi epatica (stadio F2 o F3). I risultati mostrano che i regimi in studio hanno portato a una maggiore riduzione del grasso nel fegato e in entrambi i bracci di combinazione si sono osservati miglioramenti nella biochimica epatica e/o nei marcatori di fibrosi. Per quanto riguarda la tollerabilità, la frequenza degli eventi avversi è stata analoga tra i pazienti trattati con un solo farmaco e quelli in terapia di combinazione e nessuno ha interrotto il trattamento prematuramente.


Città più vivibili e più salutari per i cittadini di oggi e di domani

Presentata il 24 ottobre scorso, in occasione della 35ma Assemblea Nazionale ANCIAssociazione Nazionale Comuni Italiani, svoltasi a Rimini, la “Lettera aperta ai Sindaci, ai Presidenti delle regioni, ai Parlamentari, al Governo e a tutte le Istituzioni per avere città in salute: 10 azioni per costruire un futuro migliore”.

A tutti è stato rivolto l’invito a considerare il tema della salute nelle città di primaria importanza e a mettere in atto politiche urbane per prevenire le malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, il cui continuo aumento nelle città è stato definito “nuova epidemia urbana” dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

La lettera, firmata da Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute, Roberto Pella e Daniela Sbrollini, co-Presidenti dell’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nella Città”, è stata illustrata nel corso del Simposio “Qualità di vita nelle città: sport, salute e benessere”, organizzato nell’ambito dell’Assemblea nazionale ANCI, da Health City Institute, Gruppo di lavoro ANCI sull’Urban Health, Cities Changing Diabetes, Cittadinanzattiva e Sport city 3.0., in collaborazione con l’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città, Sport e Benessere”.

In questi ultimi 50 anni grandi masse di persone si concentrano nelle aree metropolitane, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente; ogni anno sono 60 milioni le persone che si spostano da ambienti rurali verso le città, soprattutto nei Paesi a medio reddito e, già da 10 anni, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento. Questo continuo inurbamento, cui il mondo ha assistito e assiste ha modificato profondamente lo stile di vita della popolazione e trasformato il contesto ambientale e sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute della popolazione” – ha spiegato l’On. Roberto Pella, Co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vicepresidente vicario ANCI.

Se guardiamo al nostro Paese, notiamo che più di un italiano su 3 (il 37%) vive oggi nelle 14 città metropolitane. Parallelamente, riscontriamo una crescita di alcune malattie, come diabete e obesità, la cui diffusione è considerata ormai l’epidemia della società del benessere. L’aumento di queste malattie croniche non trasmissibili e non solo, è infatti fortemente legato ai profondi cambiamenti di stile di vita che comporta la vita nelle città, come cattivi stili di vita, lavori sedentari, scarsa attività fisica, alimentazione scorretta” – ha dichiarato Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute e Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio.

Il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio è un organismo che si pone l’obiettivo di analizzare il contesto economico-sanitario, sociologico, clinico-epidemiologico e politico-sanitario, per studiare i determinanti della salute nelle città e che nel 2016 ha messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”. L’obiettivo del manifesto, condiviso da Anci e ripreso nella lettera, è di offrire alle istituzioni e alle amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio dei determinanti della salute nei propri contesti urbani e fare leva su di essi per mettere a punto strategie per migliorare gli stili di vita e la salute del cittadino.

Le città e il loro modello di sviluppo devono essere in prima linea nella lotta contro le criticità connesse al continuo inurbamento e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza,  i sindaci, e le Istituzioni più in generale, sono interpellati affinché questa necessaria pianificazione avvenga secondo un parametro di solidarietà e partecipazione. La salute nelle città deve diventare un tema di primaria importanza, con la promozione e l’implementazione di attività volte a rendere i cittadini sia fisicamente attivi nella vita quotidiana sia consapevoli dell’importanza di stili di vita sani” – ha aggiunto Daniela Sbrollini, Co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città.

In conclusione, nella lettera viene richiesto “un impegno comune e scevro dall’appartenenza partitica, affinché la salute nelle città diventi tema primario e di azione sinergica tra Sindaci, Regioni, Parlamento e Governo, per assicurare delle città migliori, più vivibili e più salutari per i cittadini di oggi e di domani”.

La promozione della salute nelle città e la lotta al diabete urbano sono obiettivi che accomunano il progetto Cities Changing Diabetes e il “Programma C14+ – Pensare globalmente, agire localmente – ha concluso Lenzi.

Il primo promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, si propone di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Il programma ha già coinvolto numerose metropoli in tutto il mondo; l’Italia sta portando un grande contributo al progetto con l’adesione di Roma, la metropoli con il maggior numero assoluto di persone con diabete, la candidata anche Milano, e il sostegno di Bari, Bologna e Torino.

Il programma C14+, promosso da Health City Institute e Cities Changing Diabetes, in sinergia con il gruppo di lavoro sull’Urban Health di Anci e in collaborazione con il mondo scientifico, intende fornire, nei prossimi anni, alle amministrazioni cittadine e alle aziende sanitarie delle 14 città metropolitane italiane e dei maggiori capoluoghi di provincia, informazioni e conoscenze per contrastare il diabete urbano e migliorare la qualità di vita delle persone con diabete.


Difficoltà nel concepimento? Diabete, disturbi della tiroide e dell’ipofisi ne posso essere le cause

L’endocrinologia, occupandosi di diabete, malattie della tiroide, osteoporosi, patologie andrologiche e del metabolismo, oltre a molte malattie rare, si occupa della salute di milioni di italiani e questo si riflette sui temi all’attenzione del 17° Congresso Nazionale AME, Associazione Medici Endocrinologi che si è aperto oggi, 8 novembre a Roma.

Un tema strettamente legato alle malattie endocrinologiche e in particolare a diabete mellito, disfunzioni tiroidee e ipofisarie è l’infertilità che negli ultimi decenni è diventata sempre più una malattia sociale: si stima, infatti, che il 15% delle coppie possa andare incontro a difficoltà nel concepimento con una sostanziale equa ripartizione fra fattori maschili, femminili e di coppia.

La fertilità negli uomini con diabete mellito è generalmente ridotta rispetto alla popolazione generale infatti, la motilità spermatica è significativamente più bassa e sono più frequenti difetti e immaturità rispetto allo sperma degli uomini senza diabete. Nelle donne con diabete, a meno di altri disturbi come l’ovaio policistico, non vi è evidenza di fertilità ridotta: esse hanno circa il 95% della probabilità di avere un bambino a patto che controllino bene il diabete prima e durante la gravidanza. Programmare la gravidanza in un periodo di ottimale controllo metabolico è indispensabile per minimizzare possibili malformazioni nell’embrione che, con un diabete fuori controllo, si presentano con una frequenza di 4-5 volte superiore rispetto alla popolazione generale. L’ottimale equilibrio metabolico prima e durante la gravidanza riduce inoltre la frequenza delle gravi e possibili complicanze che possono insorgere con frequenza maggiore nella donna diabetica durante la gestazione” – ha spiegato Olga Disoteo, Gruppo di lavoro Diabete AME – S.S.D. Diabetologia ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.

Le disfunzioni tiroidee portano ad una riduzione della fertilità sia nelle donne che negli uomini ed è quindi consigliabile una valutazione della funzionalità tiroidea in caso di infertilità della coppia. Nelle donne, benché gli ormoni tiroidei influenzino direttamente l’attività degli ovociti e la recettività dell’endometrio nell’utero, l’interferenza maggiore con la fertilità avviene tramite le alterazioni dell’ormone prolattina in caso di ipotiroidismo che, anche se lieve, porta quasi sempre a una riduzione della funzione riproduttiva. Sia in caso di ridotta o aumentata funzionalità della tiroide, ipotiroidismo e ipertiroidismo, si hanno più frequenti interruzioni di gravidanza, malformazioni e complicanze. Negli uomini sia l’ipotiroidismo che l’ipertiroidismo si associano ad una riduzione della produzione del testosterone che influenza la funzione sessuale portando ad una condizione di eiaculazione precoce e raramente ritardata, alterazioni della libido fino ad una vera e propria disfunzione erettile. La minor quantità di testosterone porta anche ad una riduzione del numero degli spermatozoi prodotti e della loro qualità con più frequenti difetti della mobilità e immaturità che influenzano il potenziale di fertilità maschile” – ha continuato Rinaldo Guglielmi, Past President AME – Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie Del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale.

I disturbi all’ipofisi sia che siano di natura genetica, tumorale o infiammatoria portano frequentemente a sterilità in entrambi i sessi proprio perché questa ghiandola ha l’importante funzione di produrre le gonadotropine come l’ormone follicolo-stimolante (FSH) e l’ormone luteinizzante (LH), ossia gli ormoni che controllano il regolare funzionamento delle ovaie e della produzione degli spermatozoi nei testicoli. Nell’infanzia l’ipopituitarismo, ossia l’insufficiente produzione di tutti gli ormoni ipofisari, può essere di natura genetica o da trauma da parto e la conseguente infertilità si manifesterà alla pubertà; in questo caso il trattamento è una terapia sostitutiva con gonadotropine. Nelle malattie ipofisarie con iperproduzione ormonale, come l’acromegalia e la malattia di Cushing, l’eccessiva produzione dei vari ormoni responsabili di queste sindromi determina una ridotta fertilità che nella maggior parte dei casi viene ripristinata con la terapia specifica per la malattia” – ha chiarito Renato Cozzi, Coordinatore Attività Editoriale AME – Direttore Struttura Complessa Endocrinologia, A.S.S.T. “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda” di Milano.

Questi e molti altri temi come obesità, test genetici, discussione di nuove linee guida e casi clinici oltre agli aspetti relativi alla trasformazione digitale della sanità, saranno al centro del Congresso nazionale AME che si apre oggi a Roma fino all’11 novembre e che quest’anno vedrà il passaggio di testimone al nuovo Presidente dell’Associazione.

A conclusione del mio mandato mi sento di sottolineare come guidare una Società Scientifica sia molto faticoso ma anche estremamente stimolante. Quello di cui mi sono fatto carico in questo biennio è soprattutto la formalizzazione delle diverse scuole AME finalizzate a colmare le lacune dei giovani endocrinologi. Vogliamo avvicinarci sempre più a quelli che saranno gli endocrinologi di domani non solo formandoli al meglio per assicurare un’assistenza endocrinologica sempre di più alto livello, ma anche cercando di far conoscere proprio a loro che sono nati nell’epoca dell’informatizzazione, le nuove modalità di supporto assistenziale come ad esempio la telemedicina, che è vista come supporto per ridurre i tempi di attesa considerando che l’endocrinologia è tra le maglie nere, al terzo posto dopo le prestazioni cardiologiche e di chirurgia vascolare, per le liste di attesa. Sempre con uno sguardo ai giovani, una novità del Congresso AME di quest’anno è la disponibilità di un servizio di nursery e di asilo per i bambini più grandi per agevolare la partecipazione delle neomamme o neopapà” – ha affermato Vincenzo Toscano, Presidente AME, Professore Ordinario di Endocrinologia – Sapienza Università di Roma e Direttore U.O.C. Medicina generale 4-Endocrinologia, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma.

AME ha alcune caratteristiche che la rendono un’associazione per molti versi ideale per i giovani medici endocrinologi un carattere inclusivo ed aggregante, un’offerta formativa sovra-massimale e un approccio estremamente pratico ai problemi e perciò subito ‘spendibile’ nella professione. Inoltre, di recente è nato G·AME, il Gruppo Giovani AME del quale fanno parte i soci con meno di 40 anni, per dare una struttura e maggiore produttività alla partecipazione dei giovani già presenti nell’Associazione. G·AME si propone di promuovere l’inserimento attivo nella vita associativa e di creare strumenti ad hoc per la formazione e crescita, professionale e scientifica, dei soci più giovani. Attraverso l’elaborazione di idee e proposte sia durante gli eventi ufficiali AME sia attraverso la comunicazione via web cerchiamo di realizzare progetti concreti da sottoporre all’approvazione del Consiglio Direttivo” – ha continuato Vincenzo Di Donna, Responsabile G·AME, Gruppo Giovani AME, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

L’AME che verrà sarà nel segno della continuità: i programmi della società infatti vengono individuati e definiti attraverso una base decisionale ampia e condivisa che pone obiettivi a medio e lungo termine. La nostra principale missione è quella di uniformare e migliorare l’assistenza endocrinologica su tutto il territorio nazionale tendendo all’eccellenza. Ciò nell’intento di migliorare la qualità della vita dei nostri pazienti a livello familiare, lavorativo e sociale. Per realizzare tale obiettivo stimoleremo ulteriormente l’entusiasmo dei giovani ameisti sempre più numerosi e capaci di utilizzare al meglio le possibili innovazioni tecnologiche, soprattutto in campo diabetologico rappresentano sempre più una realtà (monitoraggio glicemico continuo, microinfusori prossimi al pancreas artificiale, intelligenza artificiale, big data etc.). Durante il mio mandato l’AME tratterà sempre più temi di interesse endocrino-metabolico considerato che sia l’obesità sia il diabete di tipo 2 sono in continua ascesa anche nel nostro paese con un impatto economico e sociale di grande rilevanza in un periodo di notevole difficoltà finanziaria. Ci impegniamo sin da ora a promuovere campagne di informazione, già in età scolare, per prevenire o almeno ritardare l’insorgenza di queste due complesse patologie”- ha concluso Edoardo Guastamacchia, Presidente Eletto AME – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

 


 


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