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Il diabete può accorciare la vita di 6-7 anni

Si stima che in media una diagnosi di diabete all’età di 40 anni riduca l’aspettativa di vita di circa 6 anni negli uomini e di circa 7 anni nelle donne e che la metà di questa riduzione sia imputabile alle malattie cardiovascolari.

Questi sono alcuni dei dati presentati nel Rapporto del 12th Italian Diabetes Barometer Forum svoltosi a Roma, il 8-9 luglio scorso, organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Health City Institute, I-Com Istituto per la competitività, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane e Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città”.

Nel mondo, secondo i dati dell’iniziativa “Global Burden of Disease” della World Health Organization (WHO), nel 2017, l’iperglicemia è stata responsabile di 6,53 milioni di decessi, passando, tra le cause di morte, dal sesto posto di dieci anni fa al terzo posto fra gli uomini e al secondo fra le donne, con un aumento di circa il 27 per cento dei casi. Questa tendenza negativa è evidente anche per quanto riguarda gli anni di vita persi ponderati per disabilità, che sono aumentati del 25,5 per cento rispetto al 2007, superando così i 170 milioni. Inoltre, la prima causa di morte a livello mondiale, per entrambi i sessi, è l’ipertensione arteriosa e la quarta fra gli uomini e terza fra le donne l’eccesso ponderale, due condizioni spesso presenti nella maggioranza delle persone con diabete.

Il 53 per cento dei decessi associati a iperglicemia è dovuto a cause cardio-cerebrovascolari, in particolare 2,27 milioni di morti per malattie cardiache ischemiche e 1,19 milioni per ictus; si stima che ogni minuto nel mondo muoiano 6-7 persone per malattie cardiovascolari legate al diabete.

In Italia, secondo i dati Istat del 2017, a fronte di una prevalenza media di malattie cardiologiche tra gli over 45 del 7,5 per cento, quella tra persone con diabete è pari a circa il 17,1 per cento, ben oltre il doppio di quella rilevata per i non diabetici: 6,4 per cento.

Si tratta di un problema che interessa soprattutto gli anziani, quindi destinato a crescere in termini assoluti con l’invecchiamento della popolazione. Ad esempio, tra le persone con diabete di 45-64 anni la prevalenza di malattie cardiache è pari al 10,6 per cento contro una prevalenza del 19,4 per cento tra i 65-74enni con diabete, che arriva fino al 27,1 per cento se si prende in considerazione solo la categoria dei maschi con diabete di questa fascia di età. Anche altri aspetti legati alle diverse realtà territoriali, al grado di istruzione e più in generale alla connotazione sociale della popolazione, influenzano la prevalenza di diabete e malattie cardiache. Le regioni del Mezzogiorno sono quelle più svantaggiate, come Calabria, Molise e Umbria e il problema è maggiormente diffuso tra le persone con basso livello di istruzione rispetto ai più istruiti. Queste analisi restituiscono un’immagine nitida dei legami tra invecchiamento della popolazione, condizioni sociali e condizioni di salute e ribadiscono la necessità di interventi urgenti e diffusi” – ha sottolineato Roberta Crialesi, Dirigente del Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia di ISTAT.

Da una recente indagine promossa dall’International Diabetes Federation in partnership con Novo Nordisk, che ha coinvolto oltre 12.000 persone con diabete di tipo 2 in 130 Paesi, è emerso che, per quanto riguarda la conoscenza dei fattori di rischio, un paziente su quattro non era consapevole del ruolo svolto dall’ipertensione e dal sovrappeso, uno su tre ignorava che iperglicemia, ipercolesterolemia, fumo ed inattività fisica aumentano il rischio cardiovascolare e circa uno su due non conosceva l’importanza, quali fattori di rischio, di elevati livelli di stress, del diabete di lunga durata e di un’età oltre i 65 anni.

Nel nostro Paese, la conoscenza dei fattori di rischio cardiovascolare sembra essere migliore rispetto al dato internazionale; tra i partecipanti, il 90 per cento riconosce il ruolo del sovrappeso/obesità, l’89 per cento dell’ipertensione, l’88 per cento dell’ipercolesterolemia e dell’iperglicemia. Tuttavia, percentuali importanti di pazienti ignorano il rischio associato all’inattività fisica, al fumo, a una dieta ricca in grassi e alla familiarità e circa la metà dei partecipanti non ha identificato come fattori di rischio cardiovascolare avere il diabete da più di 5 anni o avere oltre 65 anni di età.

La percezione da parte delle persone con diabete del proprio rischio cardiovascolare sembra essere migliore in Italia rispetto al campione complessivo, dove il 46 per cento dei partecipanti si considera a rischio moderato/alto, contro il 36 per cento a livello globale. Tuttavia, la percezione del proprio rischio non sembra essere commisurata alla effettiva presenza di fattori di rischio, che è risultata estremamente più elevata. Per esempio, il 73 per cento dei partecipanti riferisce livelli elevati di glicemia, il 58 per cento una durata del diabete di oltre 5 anni, il 56 per cento dichiara di essere fisicamente inattivo, il 56 per cento di essere in sovrappeso o obeso. Questi dati suggeriscono che le persone con diabete non conoscono appieno i fattori di rischio e tendono a sottostimare la propria suscettibilità ad andare incontro a complicanze cardiovascolari. A questo riguardo risulta fondamentale inserire l’educazione sui fattori di rischio cardiovascolari come parte integrante dell’assistenza alle persone con diabete” – ha spiegato Antonio Nicolucci, Direttore CORESEARCH.

La parità di accesso all’informazione, alla prevenzione e all’educazione terapeutica, insieme al trattamento del diabete e alla diagnosi e cura delle complicanze, sono alcuni dei temi al centro de “Il Manifesto dei diritti e dei doveri della persona con diabete” che ha compiuto quest’anno dieci anni, anniversario celebrato nel corso del Forum di Roma. Il documento, promosso da Diabete Italia, Comitato per i diritti della persona con diabete e Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation e firmato dalle associazioni di persone con diabete Agd Italia, Aid, Aniad, Ardi, Diabete Forum, Fand, Fdg, SOStegno70, dall’associazione degli operatori sanitari di diabetologia, Osdi, e da Cittadinanzattiva è stato realizzato, con l’assistenza tecnica di MediPragma e il sostegno non condizionato di Novo Nordisk, nel 2009 e quindi aggiornato nel 2015, nella convinzione che solo il dialogo fra le Istituzioni, le Società scientifiche, le Associazioni dei pazienti e la Cittadinanza possa contribuire a “cambiare il diabete”.

I diritti di coloro che hanno il diabete sono gli stessi diritti umani e sociali delle persone senza diabete. Il sistema sanitario deve garantire alla persona con diabete l’accesso a metodi diagnostici e terapeutici appropriati, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, e il diritto delle persone con diabete a vivere una vita sociale, educativa, lavorativa al pari delle persone senza diabete deve essere considerato un obiettivo delle azioni di governo” – ha affermato Paola Pisanti, Presidente Commissione Nazionale Diabete e Coordinatrice Commissione sul Piano delle cronicità presso il Ministero della Salute.

Il Manifesto dei Diritti e dei Doveri della persona con diabete è uno strumento di dialogo imprescindibile con le Istituzioni, per orientare le loro azioni e per stabilire delle priorità di un dialogo con le Associazioni Pazienti, quali portatori di questi diritti. È importante ricordare i 10 anni di questo fondamentale documento che rappresenta la prima carta, concepita in Italia, a tutela dei diritti ed i doveri delle persone con una malattia cronica estremamente diffusa” – ha concluso Massimo Massi Benedetti, Presidente HUB Internazionale per la Ricerca Sanitaria.

I lavori del 12th Italian Diabetes Barometer Forum sono stati aperti dalla sessione organizzata in collaborazione con lo European Diabetes Forum (EUDF). Promosso lo scorso anno dalla European Association for the Study of Diabetes (EASD), la società scientifica continentale, l’EUDF si propone di riunire le voci delle persone con diabete, degli esperti scientifici e dei rappresentanti di industria, ricerca e società, con l’obiettivo di indirizzare la politica verso un’azione più mirata e concreta di contrasto alla malattia diabetica.

Vogliamo consentire ai sistemi sanitari di far fronte alla pandemia diabete, ottenendo al contempo i migliori risultati possibili per i pazienti. Per questo chiediamo a tutti coloro che si sentono in qualche modo coinvolti di farsi parte attiva e collaborare per perseguire questo scopo” – il messaggio lanciato dal Segretario esecutivo EUDF, John Nolan.

 


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Uniti per combattere la diffusione del diabete nel mondo

Proposte e priorità del piano di azione delineato dal progetto Cities Changing Diabetes per affrontare il diabete nella città metropolitana di Roma; discussione preliminare sull’avviamento del progetto nell’area di Milano; stipula dell’accordo di collaborazione strategica tra le metropoli di Houston, Milano, Roma e Shangai, per un approccio condiviso alla sfida posta dal diabete urbano; firma del protocollo d’intesa tra l’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città” italiano e il britannico All-Party Parliamentary Group for Diabetes, per lo sviluppo di una collaborazione istituzionale congiunta, presentazione della figura dello Health City Manager: sono alcuni degli aspetti salienti del summit internazionale “Creating the World of Tomorrow – At the Heart of the City” che si è svolto a Roma, l’8 luglio scorso, e che ha convogliato nella capitale esperti, politici, amministratori ed esponenti della società civile per due giorni di dibattito sul tema del diabete.

Secondo i dati resi noti annualmente dal rapporto dell’International Diabetes Federation, il diabete riguarda nel mondo 425 milioni di adulti, più di un milione di bambini; causa ogni anno oltre 4 milioni di decessi, costa all’economia globale, di sola spesa sanitaria, 727 miliardi di dollari, cioè il 12 per cento del totale. Sono oltre 352 milioni le persone a rischio di ammalarsi, il che porta al coinvolgimento complessivo con la malattia di 1 abitante del pianeta su 10, ma ciò che preoccupa maggiormente è il rapido trend di crescita, per cui nel 2045 si prevedono 629 milioni di malati, con una crescita del 48 per cento rispetto ad oggi.

Di particolare rilevanza, il tema della diffusione epidemica della malattia nelle città e nelle aree urbane, in cui risiedono oggi quasi i due terzi delle persone colpite dal diabete; per questa ragione, nel 2014 ha visto la luce, promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, il progetto internazionale Cities Changing Diabetes che si propone di studiare il fenomeno, suggerendo possibili risposte e correttivi. Ad oggi ha coinvolto una ventina di metropoli nei cinque continenti, Roma sin dal 2017 e Milano, new entry 2019, per l’Italia.

Proprio al progetto Cities Changing Diabetes e al diabete urbano è stata dedicata la prima giornata di lavori dell’incontro romano che ha visto lo svolgersi del 4th Health City Forum e 3rd Roma Cities Changing Diabetes Summit. Organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Health City Institute, I-Com Istituto per la competitività, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane e Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città”, il summit è stato anche occasione per avere il punto di vista della FAO e dell’OMS, grazie alla partecipazione di Anna Lartey, Direttore della Divisione Nutrizione e Sistemi alimentari della FAO, e di Francesca Racioppi, Direttore del Centro europeo salute e ambiente dell’OMS.

Il progetto Cities Changing Diabetes sviluppato nella Città Metropolitana di Roma ha visto la collaborazione di ben 140 esperti di diversa estrazione – clinici, economisti, sociologi, amministratori pubblici – che hanno analizzato il contesto socio-demografico e clinico epidemiologico dell’area cittadina che, con quasi 300mila persone con diabete, rappresenta la città con il maggior numero assoluto di diabetici nel nostro Paese. Oggi presentiamo un impegnativo piano di azione triennale, che possa indicare le azioni da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico del diabete tipo 2 a Roma” – ha spiegato il coordinatore Andrea Lenzi, Presidente dell’Health City Institute e del Comitato nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Le indicazioni degli esperti per Roma sono state esplicitamente rivolte a ridefinire il contesto urbano sulla base della distribuzione dei fattori di rischio più importanti all’interno dell’area metropolitana di Roma, ridurre le disuguaglianze, rafforzare la rete di servizi socio-sanitari.

Sei le aree di intervento individuate:

a) creazione di strutture socio–sanitarie più adeguate allo sviluppo urbanistico, che vede importanti mutamenti del contesto socio–demografico e un significativo impatto dell’afflusso interurbano di persone non residenti, per ragioni di lavoro, studio e turismo;

b) rafforzamento delle reti di assistenza e della medicina di prossimità sul territorio, con una rete sanitaria che guardi alle esigenze della comunità piuttosto che a quelle del territorio, per venire incontro all’invecchiamento della popolazione e all’incremento delle famiglie monocomponente con la loro intrinseca fragilità di fronte a una condizione come il diabete;

c) sostegno della mobilità sostenibile e miglioramento della fruibilità delle reti di trasporto condiviso e pubblico, per facilitare le connessioni tra i luoghi e i servizi alla persona e alla famiglia che garantiscono un accesso equo ai servizi socio–sanitari per i cittadini;

d) aumento dell’informazione disponibile ai soggetti più vulnerabili, condizione necessaria alla base della scelta di condurre stili di vita sani e quindi al miglioramento della propria condizione di salute, attraverso progetti di formazione ed educa­zione che coinvolgano scuole, terzo settore, medici di famiglia, farmacie e istituzioni sul territorio;

e) creazione di una rete uniforme di assistenza specialistica, attivando allo stesso tempo progetti di screening per la preven­zione e la diagnosi precoce, mediante la piena attuazione del Piano Regionale sulla Malattia Diabetica, pubbli­cato dalla Regione Lazio nel dicembre 2015;

f) sviluppo di sistemi innovativi, come le centrali operative delle cronicità (C.O.C.) delle Asl che possono rappresentare un modello virtuoso di gestione integrata dei pazienti, a tutela della presa in carico della complessità per l’assistenza territoriale e delle transizioni da un luogo di cura all’altro o da un livello clinico-assistenziale ad un altro, e lo sviluppo di si­stemi di telemedicina e telesoccorso utili per l’assistenza domiciliare.

Importanti anche le collaborazioni e l’interscambio di esperienze.

La rapida urbanizzazione globale sta modificando sia il luogo in cui la gente vive sia il modo in cui vive. La pianificazione urbana, le politiche e l’approccio culturale hanno un impatto diretto sulla salute delle persone. Questi dati di fatto costituiscono le fondamenta sulle quali si basa un accordo che sarà siglato tra le commissioni di esperti che sovraintendono ai progetti Cities Changing Diabetes di Roma, Milano, Shangai e Houston, con l’obiettivo di definire modalità di lavoro comuni e di interscambio tra alcune delle realtà che stanno affrontando con maggiore impegno la sfida del diabete urbano” – ha detto Michele Carruba, coordinatore del progetto nella Città metropolitana di Milano.

Collaborazione, identificazione e studio dei determinanti alla base del fenomeno, promozione educativa e culturale, riconfigurazione urbanistica per favorire un ambiente promotore di salute, condivisione delle esperienze e dei casi di successo e coinvolgimento di nuove città nel programma saranno i pilastri dell’accordo.

Non solo, nella giornata del 9 luglio, è stato siglato un protocollo d’intesa tra rappresentanti dei parlamenti italiano e inglese, che avrà l’obiettivo di studiare azioni politiche comuni.

La lotta e in particolare la prevenzione del diabete necessitano dello sviluppo di azioni coordinate tra mondo accademico, scientifico, e politico. Questo accordo di collaborazione interparlamentare con i colleghi di Westminster rappresenta un importante passo in tal senso. Il nostro obiettivo comune sarà di sviluppare politiche volte alla prevenzione primaria della malattia, alla prevenzione delle complicanze, all’identificazione di indicatori che permettano di misurare il fenomeno e valutare il successo degli interventi, che saranno sia in ambito educativo e culturale, sia organizzativo. L’aspetto fondamentale dell’intesa, tuttavia, rappresenta il tentativo di dare vita a un modello di alleanza politica sul diabete in Europa, che possa indirizzare le future politiche di contrasto alla malattia, le priorità di finanziamento della ricerca e, in ultima analisi, aiutino a invertire la rotta di crescita del diabete urbano” – ha detto Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città” e Vice Presidente Vicario ANCI.

Infine, la nuova figura dello Health City Manager, un professionista in grado di migliorare il contesto urbano riguardo la salute, coinvolgendo i cittadini nelle scelte politiche e impegnando le amministrazioni nella promozione della salute dei cittadini, il tutto anche attraverso modalità di partenariato pubblico–privato. Un ruolo, già individuato nella Roma Urban Health Declaration siglata durante il G7 sulla salute del novembre 2017 e dal documento di indirizzo approvato dal Comitato delle Regioni dell’Unione Europea e auspicato dal Commissario Europeo per la salute Andriukaitis, ritenuto in grado di guidare il processo di miglioramento della salute in ambito urbano, in sinergia con le amministrazioni locali e sanitarie.

L’aumento dell’aspettativa e della buona qualità di vita correlata a una riduzione dei decessi prevenibili a causa di malattie non trasmissibili, porterà come conseguenza alla creazione di strutture di coordinamento tra diversi settori della governance urbana che interagiscono con la salute. Un coordinamento che dovrà avvenire attraverso il coinvolgimento di diversi livelli di governo – locale, regionale e nazionale – ed essere supportato da azioni globali e quale fattore primario da una osservazione dinamica dei determinanti della salute nelle città. In questo vi è la necessità di nuove figure professionali di coordinamento tra le amministrazioni comunali e le amministrazioni sanitarie per implementare sinergie tra le varie politiche sulla salute. L’Health City Manager può essere la nuova figura di coordinamento interfunzionale tra le varie componenti che a livello territoriale si occupano della promozione della salute nelle città” – ha concluso Walter Ricciardi, Presidente della World Federation of Public Health Associations.

 


Fotografia dell’obesità in Italia: 1°Italian Barometer Obesity Report

In Italia, il 46 per cento degli adulti (18 anni e più), ovvero oltre 23 milioni di persone, e il 24,2 per cento tra bambini e adolescenti (6-17 anni), vale a dire 1 milione e 700mila persone, è in eccesso di peso. In entrambe le fasce di età si osservano delle differenze in base al genere; le donne mostrano un tasso di obesità inferiore (9,4 per cento) rispetto agli uomini (11,8 per cento). Ancora più marcata è la differenza tra i bambini e adolescenti, di cui il 20,8 per cento delle femmine è in eccesso di peso rispetto al 27,3 per cento dei maschi.

L’analisi territoriale conferma come l’eccesso di peso sia un problema molto diffuso soprattutto al Sud e nelle Isole; in particolare tra i più giovani, dove sono ben il 31,9 e 26,1 per cento rispettivamente i bambini e gli adolescenti in eccesso di peso, rispetto al 18,9 per cento dei residenti del Nord-Ovest, il 22,1 per cento del Nord-Est e il 22 per cento del Centro. Tra gli adulti, le diseguaglianze territoriali sono meno marcate: il tasso di adulti obesi varia dall’11,8 per cento al Sud e nelle Isole, al 10,6 e 10,2 per cento nel Nord-Est e Nord-ovest rispettivamente, fino all’8,8 per cento del Centro. Anche per la sedentarietà emerge un forte gap territoriale Nord – Sud. Fatta eccezione per la Sardegna, nella maggior parte delle regioni meridionali e insulari più di un terzo dei giovani non pratica né sport né attività fisica e le percentuali più elevate si rilevano in Sicilia (42 per cento), Campania (41,3 per cento) e Calabria (40,1 per cento).

Questi sono alcuni dei dati del rapporto di Istat realizzato per l’Italian Obesity Barometer Report presentato il 9 aprile scorso, a Roma in occasione del 1st Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting, organizzato dall’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO), con il patrocinio del Ministero della Salute, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, Intergruppo Parlamentare Qualità di vita nelle Città, Sport, Salute e Benessere, ADI – Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica, Amici Obesi, Italian Obesity Network (IO- NET), SIE – Società Italiana di Endocrinologia, SIEDP – Società Italiana Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, SICOB – Società Italiana di Chirurgia dell’OBesità e delle malattie metaboliche, SIO – Società Italiana dell’Obesità e il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Possiamo ormai considerare l’obesità un’emergenza sanitaria, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. È diventata ormai necessaria un’attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno. Siamo convinti che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che questa malattia rappresenta e potrà rappresentare. Per questo motivo IBDO Foundation ha pubblicato l’Italian Obesity Barometer Report, realizzato in collaborazione con Istat, che offre una fotografia non parziale della situazione dell’obesità in Italia” – ha spiegato Renato Lauro, Presidente IBDO Foundation.

Oltre alla differenza di diffusione dell’obesità tra Nord e Sud Italia, si riscontra un divario anche tra zone rurali e centri urbani: la percentuale più elevata di persone obese, pari al 12 per cento, si rileva nei piccoli centri sotto i 2 mila abitanti, mentre nei centri dell’area metropolitana tale quota scende all’8,8 per cento. Tuttavia, dal 2001 al 2017, gli incrementi più elevati nelle prevalenze dell’obesità si sono osservati proprio nei centri delle aree metropolitane (da 6,8 per cento a 8,8 per cento) e nelle loro periferie (da 8,2 per cento a 10,9 per cento).

Oltre alle disuguaglianze territoriali, un importante ruolo lo gioca il livello di istruzione. Un elevato titolo di studio rappresenta, infatti, un fattore protettivo per l’obesità, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione a vari livelli e ancor più per quella primaria. Nel 2017, l’obesità interessa solo il 6,6 per cento dei laureati, mentre sale al 14,2 per cento tra coloro che hanno conseguito al più la licenza media. Inoltre, analizzando il fenomeno dell’eccesso di peso in relazione ad alcune informazioni che si riferiscono al contesto familiare, si osservano prevalenze più elevate tra i bambini e ragazzi che vivono in famiglie in cui il livello di istruzione dei genitori è più basso, passando dal 18,5 per cento di quelli con genitori che hanno conseguito un alto titolo di studio, al 29,5 per cento di quelli i cui genitori hanno un basso titolo di studio” – ha dichiarato Roberta Crialesi, Dirigente del Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia di ISTAT.

L’obesità si manifesta a causa di uno squilibrio tra introito calorico e spesa energetica con conseguente accumulo dell’eccesso di calorie in forma di trigliceridi nei depositi di tessuto adiposo. Si tratta di una patologia eterogenea e multifattoriale, al cui sviluppo concorrono sia fattori genetici e biologici che ambientali. L’obesità va considerata una vera e propria malattia cronica recidivante che causa molteplici complicanze disabilitanti e mortali; tra queste il diabete tipo 2, l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia, la cardiopatia ischemica, l’insufficienza respiratoria con sindrome delle apnee notturne, l’osteoartrite solo per citare le principali. Più di recente è emerso che l’obesità causa un numero elevato di neoplasie, che interessano prevalentemente, ma non solo, l’apparato gastrointestinale. Si calcoli che negli Stati Uniti circa il 40 per cento di tutti i tumori si associa all’eccesso ponderale. Tutto ciò si traduce in una riduzione dell’aspettativa di vita di circa 10 anni e a una riduzione dell’aspettativa di vita in buona salute di circa 20 anni” – ha affermato Paolo Sbraccia, Vice Presidente IBDO Foundation e Professore Ordinario di Medicina Interna dell’Università Tor Vergata di Roma che ha coordinato l’Italian Obesity Barometer Report.

L’obesità è anche una malattia con forti implicazioni sociali proprio perché spesso associata a uno stigma. In un contesto sempre più attento al benessere ma anche a un’immagine corporea mutuata su un modello di bellezza in cui si enfatizza il magro e l’atletico, chi, come la persona obesa, è particolarmente lontano da tale ideale estetico corre il rischio di divenire vittima di pregiudizi e di essere stigmatizzato per lo scarso impegno nel prendersi cura di sé stesso, per l’essere incapace di migliorare la propria salute. In una indagine Censis del 2018, un terzo della popolazione ha affermato di ritenere giusto penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell’accesso alle cure le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e anche gli obesi. Si tratta di una percezione sociale che vede e considera l’obesità non come malattia, ma come una incapacità di prendersi cura della propria salute di fatto legata alla cattiva volontà e pertanto da giudicare severamente, fino al punto di ipotizzare una penalizzazione nell’accesso alle politiche socio-sanitarie” – ha detto Ketty Vaccaro, Direttore Welfare e Sanità Fondazione CENSIS.

Come rilevato dalla World Obesity Federation, la disapprovazione sociale è una delle cause che, attraverso stereotipi, linguaggi e immagini inadatte, finiscono per ritrarre l’obesità in modo impreciso e negativo. Esistono dati a livello globale di discriminazione in molte fasi della vita delle persone obese, a partire da episodi di bullismo sui giovani durante la vita scolastica, che possono andare dalla derisione, all’isolamento relazionale e fino alle forme più gravi in cui il ragazzo obeso diviene vittima di soprusi e prevaricazioni da parte dei coetanei, alla vita lavorativa, dove è stata evidenziato uno svantaggio in fase di selezione, disparità salariali, minori avanzamenti di carriera, azioni disciplinari più severe e più elevato numero di licenziamenti” – ha dichiarato Iris Zani, Presidente di Amici Obesi.

Ritengo che il Parlamento debba porre il tema dell’obesità all’ordine del giorno dei propri lavori quanto prima. Il carattere di emergenza di questa malattia, nelle proporzioni che oggi vediamo illustrate, impone una presa di consapevolezza sulla malattia da parte dei decisori politici, a tutti i livelli, dagli Enti territoriali al Parlamento e al Governo, che stabiliscano trattamenti e cure mediche, sostengano l’attività di programmazione a livello di politica sanitaria e la combattano attraverso interventi sociali di comunità. L’Intergruppo parlamentare nutre la ferma convinzione di poter fungere da interprete e portavoce delle istanze oggi emerse presso le Istituzioni di cui i colleghi membri sono espressione” – ha affermato Roberto Pella, Presidente Intergruppo parlamentare Qualità di vita nelle Città, Sport, Salute e Benessere.

Il 1st Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting è stato organizzato nell’ambito del programma internazionale Changing Obesity™, la nuova iniziativa internazionale realizzata in partnership con componenti accademiche, sociali e scientifiche e sostenuta da Novo Nordisk per migliorare la vita delle persone con obesità attraverso la promozione della cultura della prevenzione, l’educazione, la difesa e il supporto ai pazienti, il miglioramento dell’accesso alle cure e della gestione clinica della malattia” – ha concluso Drago Vuina, General Manager & Corporate Vice President Novo Nordisk Italia.

 


Il Team Novo Nordisk alla Milano-Sanremo 2019: Ambassador di “Milano Cities Changing Diabetes”

Il Team Novo Nordisk, la prima squadra al mondo di ciclisti professionisti con diabete, dopo aver corso all’UAE Tour negli Emirati, è tornato in Europa con un ricco e impegnativo calendario di gare. Dopo il “Gran Premio Industria & Artigianato di Larciano”, il Team è stato impegnato per il quinto anno consecutivo alla Milano-Sanremo, al via disputata il 23 marzo scorso.

Tra gli atleti del Team Novo Nordisk, due italiani: Andrea Peron, 30 anni da Camposanpiero, Padova, ormai da 7 stagioni con il team, e il giovane Umberto Poli, 22 anni da Verona, al suo terzo anno da professionista. A entrambi il diabete è stato diagnosticato a 16 anni, ma questo non ha impedito loro di diventare dei professionisti e poter partecipare diverse volte alla Classicissima, dove lo sprinter Peron per due volte è stato in fuga per la maggior parte dei 298 chilometri e il giovane Poli, al suo debutto nel 2017, è partito come il corridore più giovane della gara ed è rimasto in fuga per la gran parte del percorso.

Sono stato orgoglioso di partecipare per il quinto anno alla più avvincente e amata corsa in linea nel mio Paese con la maglia Changing Diabetes. Sono felice se anche soltanto un bambino osserva quello che faccio e sa che può ancora credere in sé stesso. Spero che tutti noi del Team Novo Nordisk possiamo essere un esempio di speranza e una fonte di ispirazione per la comunità dei diabetici” – ha detto Andrea Peron.

L’esercizio fisico è il farmaco vincente per la gestione della malattia diabetica che però, purtroppo, non viene ancora prescritto a sufficienza” – è questo il suggerimento che ama ripetere Phil Southerland, cofondatore e CEO del Team Novo Nordisk, il quale nel 2012 decise di creare questa squadra per ispirare, educare e incoraggiare i malati di diabete in tutto il mondo.

Nel mondo il diabete colpisce 425 milioni di persone, oltre tre milioni solo in Italia. Secondo i dati ISTAT 2017, in Lombardia ci sono 468mila persone con la malattia, di cui circa 200mila solo a Milano, punto di partenza della “classica di primavera”. Vivere in un’area urbana si accompagna, infatti, a cambiamenti sostanziali degli stili di vita: mutano le abitudini alimentari e il modo di vivere, i lavori diventano sempre più sedentari, l’attività fisica diminuisce, motivo per cui si parla ormai di “diabete urbano o urban diabetes”.

Per contrastare questo fenomeno, la città di Milano ha deciso anche quest’anno di aderire al progetto internazionale Cities Changing Diabetes, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center con il contributo non condizionato di Novo Nordisk. Al progetto, oltre alle Amministrazioni comunale e regionale, hanno aderito le Università di Milano, l’ATS di Milano Città Metropolitana, il Museo della Scienza e Tecnologia “Leonardo da Vinci”, le componenti accademiche, sociali e scientifiche della città.

Il programma Cities Changing Diabetes si propone come obiettivo di valutare l’impatto dell’urbanizzazione sulle malattie croniche non trasmissibili, come diabete e obesità, e promuovere iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire queste malattie. I campioni del Team Novo Nordisk, con il loro esempio positivo, quest’anno diventano Ambassador del progetto Milano Cities Changing Diabetes, per promuovere uno stile di vita sano come strumento per combattere il diabete nelle aree urbane” – ha spiegato Federico Serra, Government Affairs & External Relations Director di Novo Nordisk.

L’esperienza del Team Novo Nordisk racconta che lo sport vince su tutto. È più forte di una patologia come il diabete. É più ferreo della volontà di correre in bicicletta. È più cocciuto di chi a 16 anni ti dice che non potrai mai realizzare i tuoi sogni e contro ogni avversità come gli atleti Andrea Peron e Umberto Poli, permette di diventare prima professionista e poi di partecipare, anche solo una volta nella vita, alla classica di primavera, la Milano-Sanremo. Un messaggio positivo che dallo sport professionistico abbraccia e si estende a tutta la popolazione con il programma Cities Changing Diabetes usando gli atleti come testimonial dei sani e corretti stili di vita” – ha spiegato Martina Cambiaghi, Assessore a Sport e Giovani di Regione Lombardia.

Il programma Cities Changing Diabetes vuole creare un movimento unitario in grado di stimolare, a livello internazionale e nazionale, i decisori politici a considerare il tema dell’urban diabetes prioritario, mettendo in luce il fenomeno con dati ed evidenze provenienti dalle città di tutto il mondo al fine di identificare le politiche di prevenzione più adatte e migliorare la rete di assistenza. Il coinvolgimento di tutte le componenti Istituzionali, Scientifiche, Sociali e l’avere degli Ambassador come i campioni del Team Novo Nordisk è fondamentale per portare in alto i valori di questo ambizioso progetto” – ha affermato Michele Carruba, Presidente dell’Executive Committee di Milano Cities Changing Diabetes.

Dal suo esordio nel dicembre 2012, il Team ha partecipato a oltre 180 gare, ha corso decine di migliaia di chilometri attraverso più di 30 paesi, incontrando e ispirando milioni di persone con diabete in tutto il mondo. La stagione 2018 ha visto il Team Novo Nordisk ottenere i migliori risultati conseguiti fino a oggi, classificandosi 11 volte tra i primi cinque e riuscendo a salire sul podio in sette occasioni.

 

1.International Diabetes Federation. IDF Diabetes Atlas, 8th Edition, 2017 Update. Brussels, Belgium: International Diabetes Federation. Last accessed: February 2018

2.Dati Istat 2017

 


 

Insulina degludec riduce il rischio di ipoglicemia nella pratica clinica reale

Sono stati presentati al Congresso “Panorama Diabete”, svoltosi a Riccione, dall’8 al 13 marzo scorso, i risultati dello studio Real-World ReFLeCT, condotto anche in Italia su persone con diabete tipo 1 o 2. Questo studio ha dimostrato un miglioramento nel controllo della glicemia e una percentuale significativamente ridotta di ipoglicemie nei pazienti che hanno modificato, su indicazione del proprio medico, la terapia insulinica, passando ad insulina degludec (Tresiba®) da un’altra insulina basale, principalmente insulina glargine ed insulina detemir, durante il percorso terapeutico1,2.

Sia nelle persone con diabete tipo 1 sia in quelle con diabete tipo 2 sono stati rilevati tassi significativamente più bassi di ipoglicemia generale, non severa e notturna, in seguito al passaggio ad insulina degludec, durante il follow-up di 12 mesi1,2. È stata, inoltre, riscontrata una significativa riduzione dei livelli di glucosio nel sangue, sia per quanto riguarda i livelli di emoglobina glicata (HbA1c), che si è ridotta nelle persone con diabete tipo 1 (-0,15%) e nelle persone con diabete tipo 2 (-0,32%), sia per la glicemia a digiuno (FPG) che si è ridotta di 0,54 mmol/L nelle persone con diabete tipo 1 e di 0,84 mmol/L nelle persone con diabete tipo 21,2.

Raggiungere un buon controllo della glicemia è molto importante per le persone con diabete perché livelli troppo bassi, così come troppo alti, di glucosio nel sangue possono portare a gravi complicazioni. I risultati di questo studio mostrano come nella vita di tutti i giorni l’insulina degludec possa aiutare le persone a raggiungere questo equilibrio, considerato che i partecipanti hanno avuto un numero significativamente inferiore di episodi di ipoglicemia rispetto a quando utilizzavano altre insuline basali” – ha affermato Gian Paolo Fadini, Professore associato di endocrinologia dell’Università di Padova e coordinatore scientifico dello studio ReFLeCT per l’Italia.

Inoltre, lo studio ReFLeCT ha dimostrato che le persone con diabete tipo 1 e 2 erano maggiormente soddisfatte del trattamento con l’insulina degludec rispetto al precedente trattamento con insulina basale; si è, infatti, registrato un significativo aumento del punteggio complessivo di soddisfazione del trattamento (DTSQ-s) dal basale1,2.

Questi risultati rafforzano il profilo di sicurezza ed efficacia dell’insulina degludec, già comprovato attraverso un vasto programma di studi clinici, che ha costantemente dimostrato un minor rischio di ipoglicemia generale, notturna e grave rispetto all’insulina glargine 100 U3-6. Inoltre, questi nuovi dati supportano anche i risultati di precedenti studi real-world dove i partecipanti avevano mostrato un tasso inferiore di episodi ipoglicemici con l’insulina degludec rispetto ad altre insuline basali nella pratica clinica quotidiana7,8.

Lo studio ReFLeCT

ReFLeCT (Results From Real-World Clinical Treatment with Tresiba®) è il primo studio a lungo termine, prospettico, non interventistico, nel mondo reale per analizzare la sicurezza e l’efficacia dell’insulina degludec durante il percorso terapeutico in persone con diabete tipo 1 (n = 566) e tipo 2 (n = 611), in seguito al passaggio da un’altra insulina basale. Lo studio osservazionale includeva un periodo di riferimento di 4 settimane sull’insulina basale pre-switch, seguito da un periodo di osservazione di 12 mesi durante il quale i partecipanti erano in trattamento con l’insulina degludec. L’endpoint primario era la variazione del numero di episodi ipoglicemici, registrati nei diari dei pazienti. Lo studio è stato condotto in sette paesi europei: Danimarca, Paesi Bassi, Spagna, Svezia, Svizzera, Italia e Regno Unito1,2.

L’ipoglicemia si verifica quando il livello di zucchero nel sangue scende al di sotto di 3,9 mmol/L (70 mg/dL)9 e gli organi del corpo non ricevono l’energia di cui hanno bisogno. L’ipoglicemia può causare una serie di sintomi tra cui confusione, tremori, sudorazione, aumento della frequenza cardiaca, difficoltà di concentrazione e linguaggio e, nei casi più gravi, può portare a convulsioni o coma10-12.

 

  1. Fadini GP, Feher M, Hansen TK et al. Reduced rates of overall hypoglycaemia in patients with Type 1 diabetes after switching to insulin degludec: a European, multinational, multicentre, prospective, observational study (ReFLeCT). Poster presented at the Diabetes UK Professional Conference, Liverpool, UK; 6-8 March 2019.
  2. Fadini GP, Feher M, Hansen TK et al. Reduced rates of overall hypoglycaemia in patients with Type 2 diabetes after switching to insulin degludec: a European, multinational, multicentre, prospective, observational study (ReFLeCT). Poster presented at the Diabetes UK Professional Conference, Liverpool, UK; 6-8 March 2019.
  3. Lane W, Bailey TS, Gerety G, et al. Effect of insulin degludec vs insulin glargine U100 on hypoglycemia in patients with type 1 diabetes: The SWITCH 1 randomized clinical trial. JAMA. 2017; 318:33-44.
  4. Wysham C, Bhargava A, Chaykin L et al. Effect of insulin degludec vs insulin glargine U100 on hypoglycemia in patients with type 2 diabetes: The SWITCH 2 randomized clinical trial. JAMA. 2017; 318:45-56.
  5. Marso SP, McGuire DK, Zinman B, et al. Efficacy and safety of degludec versus glargine in type 2 diabetes. N Engl J Med. 2017; 377:723–732.
  6. EMA. Tresiba® Summary of Product Characteristics. Last accessed: February 2019.
  7. Siegmund T, Tentolouris N, Knudsen ST, et al. A European, multicentre, retrospective, non-interventional study (EU-TREAT) of the effectiveness of insulin degludec after switching basal insulin in a population with type 1 or type 2 diabetes. Diabetes Obes Metab. 2018; 20:689-697.
  8. Tibaldi J, Hadley-Brown M, Liebl A, et al. A comparative effectiveness study of degludec and insulin glargine 300 U/mL in insulin-naïve patients with type 2 diabetes. Diabetes Obes Metab. 2019:1-9.
  9. American Diabetes Association. Standards of Medical Care in Diabetes-2018. Diabetes Care 2018;41:S1-S2.
  10. Seaquist ER, Anderson J, Childs B, et al. Hypoglycemia and diabetes: a report of a workgroup of the American Diabetes Association and the Endocrine Society. Diabetes Care. 2013;36:1384-95.
  11. International Hypoglycaemia Study Group. Diagnosis of hypoglycaemia. Available online at http://ihsgonline.com/understanding-hypoglycaemia/diagnosis. Last accessed: February 2019.
  12. Cryer PE. Hypoglycemia, functional brain failure, and brain death. J Clin Invest. 2007; 117:868-870.

 

4th AME Diabetes Update: fra linee guida e pratica clinica

Secondo gli ultimi dati ISTAT sono oltre 3 milioni 200 mila in Italia le persone che dichiarano di essere affette da diabete, il 5,3% dell’intera popolazione (16,5% fra le persone over 65). Dato in difetto dal momento che la diagnosi di diabete di tipo 2 arriva mediamente tra i 5 e i 7 anni dopo la sua presenza clinica e spesso casualmente. L’aumento dell’età media della popolazione e dell’aspettativa di vita sono strettamente connessi con la crescente prevalenza di diabete in tutto il mondo.

La popolazione Senior e sui suoi bisogni sono uno dei capitoli del convegno ‘4th DIABETES UPDATE’, promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME) svoltosi a Napoli. Il diabete tipo 2 compare soprattutto dopo i 40 anni ma l’età di insorgenza si sta abbassando per la sempre maggiore diffusione dell’obesità anche fra i più giovani. L’impegno, è quello di condividere i migliori interventi tra linee guida e pratica clinica per questa patologia che al Sud ha una prevalenza del 6,5% contro il 4,0% del Nord” – ha spiegato Silvio Settembrini, specialista Malattie Metaboliche e Diabetologia, ASL Napoli 1 Centro e tra gli organizzatori del convegno.

Riuscire a gestire precocemente questa malattia, idealmente nella fase di prediabete, è un primo obiettivo possibile solo controllando periodicamente la glicemia, in particolare nei soggetti sovrappeso od obesi, in chi soffre di ipertensione, chi conduce uno stile di vita sedentario o ha casi in famiglia. Un prediabete diagnosticato per tempo consente una riconversione alla normalità attraverso un appropriato regime dietetico e lo svolgimento quotidiano di attività fisica e questo rappresenta un grande successo per il paziente, per lo specialista e per il SSN che vede svolto il suo ruolo più alto nella prevenzione e nella gestione migliore delle risorse” – ha sostenuto Silvio Settembrini.

Nonostante il diabete mellito tipo 2 abbia un’alta prevalenza fra i soggetti anziani, e circa il 65% dei pazienti diabetici sia ultrasessantacinquenne, il suo trattamento in questa popolazione rimane ancora non ben definito. È noto che la patologia diabetica accelera i meccanismi dell’aterosclerosi, dell’invecchiamento e quindi il rischio di fragilità e disabilità. È pertanto necessario fenotipizzare con accuratezza la condizione clinica del diabetico anziano fragile valutando il suo stato nutrizionale, cognitivo, socio-economico nel senso più ampio possibile. Solo una valutazione multidimensionale potrà suggerire una terapia “normoglicemizzante” in grado di evitare la complicanza acuta più temuta e cioè l’ipoglicemia, che avrebbe conseguenze catastrofiche in un paziente geriatrico. Sui Senior, i target glicemici di HbA1c da proporre possono essere meno rigorosi soprattutto nei pazienti che oltre alla malattia diabetica hanno altre patologie, deficit nutrizionali o cognitivi, disabilità per i quali è necessaria una notevole cautela nella prescrizione” – chiarisce Edoardo Guastamacchia, Presidente dell’Associazione Medici Endocrinologi.

Oggi abbiamo finalmente terapie che possono favorire risultati di assoluta efficacia e sicurezza che dovrebbero essere utilizzati in sostituzione di altri, ancora erroneamente ed ampiamente utilizzati: si tratta di farmaci innovativi e sicuri con scarsi effetti collaterali ed efficaci dal punto di vista della capacità normoglicemizzante e nella protezione cardiovascolare quali, per esempio, glicosurici e GLP1-a” – conclude Edoardo Guastamacchia.

Il convegno ha trattato altri temi di estremo interesse clinico e per i pazienti, quali ad esempio gli aspetti terapeutici specifici in caso di cardiopatie molto frequenti nelle persone con diabete, alla luce delle nuove linee guida e delle evidenze di efficacia dei nuovi farmaci nella prevenzione di ulteriori complicanze cardiovascolari. Inoltre, approfondiremo le relazioni tra malattie del fegato e diabete e la sfera della sessualità del maschio diabetico, di particolare impatto per la qualità di vita dei nostri pazienti. Infine, ampio spazio alla possibilità di curare l’obesità, che colpisce la larga maggioranza dei pazienti diabetici, proprio con alcune nuove classi di farmaci antidiabetici. E in conclusione, la parte dedicata alle ricadute su controllo di malattia e qualità di vita, delle nuove tecnologie per la somministrazione di insulina e il controllo continuo della glicemia: innovazioni che agevolano la gestione della quotidianità, del tempo libero e dell’attività sportiva, limitando sensibilmente i vincoli cui i pazienti diabetici erano tenuti sino ad oggi” – conclude Giorgio Borretta, S.C. Endocrinologia e Malattie del Ricambio, Azienda Ospedaliera S. Croce e Carle, Cuneo.

 


Le persone con diabete mediamente devono decidere 50 volte al giorno come adattare la loro terapia alla vita di tutti i giorni

Vivere con il diabete richiede un’attenzione costante e un’analisi di numerose informazioni e dati che derivano da alimentazione, attività fisica e gestione della terapia in generale, tanto che una persona con diabete spende circa 1 ora al giorno nel prendere decisioni in merito alla cura della propria malattia, gestendo il tutto quasi sempre da sola. Il diabete richiede anche una rigorosa autogestione, assorbe molta energia e mette a dura prova ogni persona che vive con questa malattia. Big data, algoritmi intelligenti e progressi tecnologici hanno dimostrato di poter facilitare e migliorare tutto questo.

Le sfide sono ancora numerose e sono attribuibili a quella che viene definita inerzia clinica, che comprende fattori attribuibili ai pazienti, ai medici e al sistema assistenziale in generale.

Secondo lo studio GUIDANCE1, un’indagine compiuta in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, per determinare il grado di adesione alle raccomandazioni delle linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 e valutare i risultati di cura ottenuti, fa emergere come questa inerzia clinica porta solo 1 persona con diabete su 2 (esattamente il 53,6 per cento del campione esaminato) a raggiungere valori di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7 per cento, considerata la soglia di buon controllo, e solo il 6,5 per cento delle persone ottiene contemporaneamente i target di cura per HbA1c, pressione arteriosa e colesterolo LDL, due tra le condizioni più frequentemente associate al diabete di tipo 2.

Troppo spesso, questo fa sì che il trattamento sia più reattivo che preventivo e segua poco gli Standard di Cura.

L’accesso a grandi quantità di dati real-world, l’uso di algoritmi intelligenti e le analisi predittive, offrono un enorme potenziale che ci aiuta a comprendere meglio gli effetti della terapia e dello stile di vita nella gestione quotidiana del diabete, creando così solide basi per una decisione terapeutica informata” – ha dichiarato Lars Böhm, Healthcare and Life Sciences Consulting Leader, IBM Services.

Le soluzioni integrate per la gestione del diabete comprendono nuovi modi di far interagire dispositivi innovativi per il monitoraggio del glucosio, per la somministrazione di insulina e le soluzioni di Digital Health attraverso un approccio olistico alla gestione della terapia. Questo sistema, è stato progettato per identificare più facilmente quanto i fattori di rischio, il monitoraggio della terapia, la dieta e il cambiamento dello stile di vita incidano sul controllo glicemico. Rappresenta un nuovo modo di rispondere ad alcune delle sfide più urgenti delle persone con diabete, dei loro caregiver e dei sistemi sanitari.

Stiamo ampliando il nostro ecosistema aperto per la gestione del diabete, coinvolgendo tutte le parti interessate dal processo di cura e utilizzando le tecnologie più all’avanguardia. L’integrazione dei dati del sensore impiantabile sottocute per il monitoraggio continuo del glucosio Eversense nell’app mySugr fornisce informazioni molto rilevanti e di aiuto per le persone con diabete e i loro medici. Siamo allo stesso tempo in grado di fornire soluzioni terapeutiche personalizzate che migliorano i risultati clinici, di garantire la sostenibilità dei sistemi sanitari e di migliorare l’assistenza e la qualità della vita delle persone con diabete” – afferma Marcel Gmuender, Global Head di Roche Diabetes Care.

Un ecosistema aperto, quindi che ha la possibilità di interagire con diversi strumenti, attraverso la digitalizzazione, mette a disposizione una quantità ingente di dati che possono essere messi a disposizione dei clinici per poter migliorare i risultati e ottenere quegli obiettivi terapeutici che ancora oggi non sono stati soddisfatti.

La possibilità di disporre dei dati clinici è fondamentale perché aiuta a individuare schemi o problemi non prevedibili nel regime terapeutico e offre enormi benefici specialmente nell’interazione medico-paziente. Permette, infatti, di affrontare preventivamente i rischi e le sfide terapeutiche, aumentando la consapevolezza e motivazione dei pazienti oltre a ridurre il rischio di complicanze a lungo termine. Ma i dati non bastano. Bisogna raccoglierli e analizzarli in modo strutturato per sfruttare appieno il loro potenziale. Possiamo chiaramente ricavare dai risultati dello studio PDM Pro-Value quanto questo approccio terapeutico integrato e strutturato non solo riduca significativamente i livelli di HbA1c dello 0,5% rispetto al gruppo di controllo, ma migliori anche i parametri psicologici come la soddisfazione per la cura e l’interazione medico-paziente” – afferma il professor Oliver Schnell, Università Ludwig-Maximilian di Monaco, Germania.

Oltre alla combinazione di tecnologie innovative con l’approccio olistico della terapia personalizzata per la gestione del diabete, l’integrazione delle soluzioni di Digital Health nell’ecosistema ha dimostrato di affrontare con successo molte delle attuali sfide nella gestione del diabete e migliorare la salute e la qualità della vita delle persone con la malattia. Un ecosistema versatile che semplifica la gestione del diabete può consentire una risposta più rapida alle sfide della terapia di pazienti, caregiver e sistemi sanitari, aiutando le persone con diabete a sperimentare un vero sollievo dal pesante e cronico carico della malattia.

1 Stone MA et al; GUIDANCE Study Group. Quality of care of people with type 2 diabetes in eight European countries: findings from the Guideline Adherence to Enhance Care (GUIDANCE) study.  Diabetes Care. 2013 Sep;36(9):2628-38.

2 Safford, MM, et al. J Am Board Fam Pract. 2005 Jul-Aug; 18(4):262-70 2 World Health Organization. Global Health Observatory data repository, life table by country (internet). WHO. World Health Organization; 2015 (cited 2017 Jun 6).

3 Weissmann, J. et al.; J Diabetes Sci Technol. 2015 Jul 29;10(1):76-84. 4 Dänschel I., Dänschel W., Heinemann L., Weissmann J., Kulzer, B., et al.; Diabetes Research and Clinical Practice 2018 (144): 200 –212



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