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Città più vivibili e più salutari per i cittadini di oggi e di domani

Presentata il 24 ottobre scorso, in occasione della 35ma Assemblea Nazionale ANCIAssociazione Nazionale Comuni Italiani, svoltasi a Rimini, la “Lettera aperta ai Sindaci, ai Presidenti delle regioni, ai Parlamentari, al Governo e a tutte le Istituzioni per avere città in salute: 10 azioni per costruire un futuro migliore”.

A tutti è stato rivolto l’invito a considerare il tema della salute nelle città di primaria importanza e a mettere in atto politiche urbane per prevenire le malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, il cui continuo aumento nelle città è stato definito “nuova epidemia urbana” dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

La lettera, firmata da Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute, Roberto Pella e Daniela Sbrollini, co-Presidenti dell’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nella Città”, è stata illustrata nel corso del Simposio “Qualità di vita nelle città: sport, salute e benessere”, organizzato nell’ambito dell’Assemblea nazionale ANCI, da Health City Institute, Gruppo di lavoro ANCI sull’Urban Health, Cities Changing Diabetes, Cittadinanzattiva e Sport city 3.0., in collaborazione con l’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città, Sport e Benessere”.

In questi ultimi 50 anni grandi masse di persone si concentrano nelle aree metropolitane, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente; ogni anno sono 60 milioni le persone che si spostano da ambienti rurali verso le città, soprattutto nei Paesi a medio reddito e, già da 10 anni, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento. Questo continuo inurbamento, cui il mondo ha assistito e assiste ha modificato profondamente lo stile di vita della popolazione e trasformato il contesto ambientale e sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute della popolazione” – ha spiegato l’On. Roberto Pella, Co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vicepresidente vicario ANCI.

Se guardiamo al nostro Paese, notiamo che più di un italiano su 3 (il 37%) vive oggi nelle 14 città metropolitane. Parallelamente, riscontriamo una crescita di alcune malattie, come diabete e obesità, la cui diffusione è considerata ormai l’epidemia della società del benessere. L’aumento di queste malattie croniche non trasmissibili e non solo, è infatti fortemente legato ai profondi cambiamenti di stile di vita che comporta la vita nelle città, come cattivi stili di vita, lavori sedentari, scarsa attività fisica, alimentazione scorretta” – ha dichiarato Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute e Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio.

Il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio è un organismo che si pone l’obiettivo di analizzare il contesto economico-sanitario, sociologico, clinico-epidemiologico e politico-sanitario, per studiare i determinanti della salute nelle città e che nel 2016 ha messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”. L’obiettivo del manifesto, condiviso da Anci e ripreso nella lettera, è di offrire alle istituzioni e alle amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio dei determinanti della salute nei propri contesti urbani e fare leva su di essi per mettere a punto strategie per migliorare gli stili di vita e la salute del cittadino.

Le città e il loro modello di sviluppo devono essere in prima linea nella lotta contro le criticità connesse al continuo inurbamento e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza,  i sindaci, e le Istituzioni più in generale, sono interpellati affinché questa necessaria pianificazione avvenga secondo un parametro di solidarietà e partecipazione. La salute nelle città deve diventare un tema di primaria importanza, con la promozione e l’implementazione di attività volte a rendere i cittadini sia fisicamente attivi nella vita quotidiana sia consapevoli dell’importanza di stili di vita sani” – ha aggiunto Daniela Sbrollini, Co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città.

In conclusione, nella lettera viene richiesto “un impegno comune e scevro dall’appartenenza partitica, affinché la salute nelle città diventi tema primario e di azione sinergica tra Sindaci, Regioni, Parlamento e Governo, per assicurare delle città migliori, più vivibili e più salutari per i cittadini di oggi e di domani”.

La promozione della salute nelle città e la lotta al diabete urbano sono obiettivi che accomunano il progetto Cities Changing Diabetes e il “Programma C14+ – Pensare globalmente, agire localmente – ha concluso Lenzi.

Il primo promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, si propone di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Il programma ha già coinvolto numerose metropoli in tutto il mondo; l’Italia sta portando un grande contributo al progetto con l’adesione di Roma, la metropoli con il maggior numero assoluto di persone con diabete, la candidata anche Milano, e il sostegno di Bari, Bologna e Torino.

Il programma C14+, promosso da Health City Institute e Cities Changing Diabetes, in sinergia con il gruppo di lavoro sull’Urban Health di Anci e in collaborazione con il mondo scientifico, intende fornire, nei prossimi anni, alle amministrazioni cittadine e alle aziende sanitarie delle 14 città metropolitane italiane e dei maggiori capoluoghi di provincia, informazioni e conoscenze per contrastare il diabete urbano e migliorare la qualità di vita delle persone con diabete.


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Difficoltà nel concepimento? Diabete, disturbi della tiroide e dell’ipofisi ne posso essere le cause

L’endocrinologia, occupandosi di diabete, malattie della tiroide, osteoporosi, patologie andrologiche e del metabolismo, oltre a molte malattie rare, si occupa della salute di milioni di italiani e questo si riflette sui temi all’attenzione del 17° Congresso Nazionale AME, Associazione Medici Endocrinologi che si è aperto oggi, 8 novembre a Roma.

Un tema strettamente legato alle malattie endocrinologiche e in particolare a diabete mellito, disfunzioni tiroidee e ipofisarie è l’infertilità che negli ultimi decenni è diventata sempre più una malattia sociale: si stima, infatti, che il 15% delle coppie possa andare incontro a difficoltà nel concepimento con una sostanziale equa ripartizione fra fattori maschili, femminili e di coppia.

La fertilità negli uomini con diabete mellito è generalmente ridotta rispetto alla popolazione generale infatti, la motilità spermatica è significativamente più bassa e sono più frequenti difetti e immaturità rispetto allo sperma degli uomini senza diabete. Nelle donne con diabete, a meno di altri disturbi come l’ovaio policistico, non vi è evidenza di fertilità ridotta: esse hanno circa il 95% della probabilità di avere un bambino a patto che controllino bene il diabete prima e durante la gravidanza. Programmare la gravidanza in un periodo di ottimale controllo metabolico è indispensabile per minimizzare possibili malformazioni nell’embrione che, con un diabete fuori controllo, si presentano con una frequenza di 4-5 volte superiore rispetto alla popolazione generale. L’ottimale equilibrio metabolico prima e durante la gravidanza riduce inoltre la frequenza delle gravi e possibili complicanze che possono insorgere con frequenza maggiore nella donna diabetica durante la gestazione” – ha spiegato Olga Disoteo, Gruppo di lavoro Diabete AME – S.S.D. Diabetologia ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.

Le disfunzioni tiroidee portano ad una riduzione della fertilità sia nelle donne che negli uomini ed è quindi consigliabile una valutazione della funzionalità tiroidea in caso di infertilità della coppia. Nelle donne, benché gli ormoni tiroidei influenzino direttamente l’attività degli ovociti e la recettività dell’endometrio nell’utero, l’interferenza maggiore con la fertilità avviene tramite le alterazioni dell’ormone prolattina in caso di ipotiroidismo che, anche se lieve, porta quasi sempre a una riduzione della funzione riproduttiva. Sia in caso di ridotta o aumentata funzionalità della tiroide, ipotiroidismo e ipertiroidismo, si hanno più frequenti interruzioni di gravidanza, malformazioni e complicanze. Negli uomini sia l’ipotiroidismo che l’ipertiroidismo si associano ad una riduzione della produzione del testosterone che influenza la funzione sessuale portando ad una condizione di eiaculazione precoce e raramente ritardata, alterazioni della libido fino ad una vera e propria disfunzione erettile. La minor quantità di testosterone porta anche ad una riduzione del numero degli spermatozoi prodotti e della loro qualità con più frequenti difetti della mobilità e immaturità che influenzano il potenziale di fertilità maschile” – ha continuato Rinaldo Guglielmi, Past President AME – Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie Del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale.

I disturbi all’ipofisi sia che siano di natura genetica, tumorale o infiammatoria portano frequentemente a sterilità in entrambi i sessi proprio perché questa ghiandola ha l’importante funzione di produrre le gonadotropine come l’ormone follicolo-stimolante (FSH) e l’ormone luteinizzante (LH), ossia gli ormoni che controllano il regolare funzionamento delle ovaie e della produzione degli spermatozoi nei testicoli. Nell’infanzia l’ipopituitarismo, ossia l’insufficiente produzione di tutti gli ormoni ipofisari, può essere di natura genetica o da trauma da parto e la conseguente infertilità si manifesterà alla pubertà; in questo caso il trattamento è una terapia sostitutiva con gonadotropine. Nelle malattie ipofisarie con iperproduzione ormonale, come l’acromegalia e la malattia di Cushing, l’eccessiva produzione dei vari ormoni responsabili di queste sindromi determina una ridotta fertilità che nella maggior parte dei casi viene ripristinata con la terapia specifica per la malattia” – ha chiarito Renato Cozzi, Coordinatore Attività Editoriale AME – Direttore Struttura Complessa Endocrinologia, A.S.S.T. “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda” di Milano.

Questi e molti altri temi come obesità, test genetici, discussione di nuove linee guida e casi clinici oltre agli aspetti relativi alla trasformazione digitale della sanità, saranno al centro del Congresso nazionale AME che si apre oggi a Roma fino all’11 novembre e che quest’anno vedrà il passaggio di testimone al nuovo Presidente dell’Associazione.

A conclusione del mio mandato mi sento di sottolineare come guidare una Società Scientifica sia molto faticoso ma anche estremamente stimolante. Quello di cui mi sono fatto carico in questo biennio è soprattutto la formalizzazione delle diverse scuole AME finalizzate a colmare le lacune dei giovani endocrinologi. Vogliamo avvicinarci sempre più a quelli che saranno gli endocrinologi di domani non solo formandoli al meglio per assicurare un’assistenza endocrinologica sempre di più alto livello, ma anche cercando di far conoscere proprio a loro che sono nati nell’epoca dell’informatizzazione, le nuove modalità di supporto assistenziale come ad esempio la telemedicina, che è vista come supporto per ridurre i tempi di attesa considerando che l’endocrinologia è tra le maglie nere, al terzo posto dopo le prestazioni cardiologiche e di chirurgia vascolare, per le liste di attesa. Sempre con uno sguardo ai giovani, una novità del Congresso AME di quest’anno è la disponibilità di un servizio di nursery e di asilo per i bambini più grandi per agevolare la partecipazione delle neomamme o neopapà” – ha affermato Vincenzo Toscano, Presidente AME, Professore Ordinario di Endocrinologia – Sapienza Università di Roma e Direttore U.O.C. Medicina generale 4-Endocrinologia, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma.

AME ha alcune caratteristiche che la rendono un’associazione per molti versi ideale per i giovani medici endocrinologi un carattere inclusivo ed aggregante, un’offerta formativa sovra-massimale e un approccio estremamente pratico ai problemi e perciò subito ‘spendibile’ nella professione. Inoltre, di recente è nato G·AME, il Gruppo Giovani AME del quale fanno parte i soci con meno di 40 anni, per dare una struttura e maggiore produttività alla partecipazione dei giovani già presenti nell’Associazione. G·AME si propone di promuovere l’inserimento attivo nella vita associativa e di creare strumenti ad hoc per la formazione e crescita, professionale e scientifica, dei soci più giovani. Attraverso l’elaborazione di idee e proposte sia durante gli eventi ufficiali AME sia attraverso la comunicazione via web cerchiamo di realizzare progetti concreti da sottoporre all’approvazione del Consiglio Direttivo” – ha continuato Vincenzo Di Donna, Responsabile G·AME, Gruppo Giovani AME, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

L’AME che verrà sarà nel segno della continuità: i programmi della società infatti vengono individuati e definiti attraverso una base decisionale ampia e condivisa che pone obiettivi a medio e lungo termine. La nostra principale missione è quella di uniformare e migliorare l’assistenza endocrinologica su tutto il territorio nazionale tendendo all’eccellenza. Ciò nell’intento di migliorare la qualità della vita dei nostri pazienti a livello familiare, lavorativo e sociale. Per realizzare tale obiettivo stimoleremo ulteriormente l’entusiasmo dei giovani ameisti sempre più numerosi e capaci di utilizzare al meglio le possibili innovazioni tecnologiche, soprattutto in campo diabetologico rappresentano sempre più una realtà (monitoraggio glicemico continuo, microinfusori prossimi al pancreas artificiale, intelligenza artificiale, big data etc.). Durante il mio mandato l’AME tratterà sempre più temi di interesse endocrino-metabolico considerato che sia l’obesità sia il diabete di tipo 2 sono in continua ascesa anche nel nostro paese con un impatto economico e sociale di grande rilevanza in un periodo di notevole difficoltà finanziaria. Ci impegniamo sin da ora a promuovere campagne di informazione, già in età scolare, per prevenire o almeno ritardare l’insorgenza di queste due complesse patologie”- ha concluso Edoardo Guastamacchia, Presidente Eletto AME – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

 


 

Focus sulla Vitamina D: dati di efficacia alla luce delle evidenze scientifiche attuali

Appena pubblicato su Nutrients (*) un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.

La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole. Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente? – introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME.

La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.

I valori di Vitamina D, attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati” – spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro.

Abbiamo poi cercato di chiarire, che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici” – prosegue Roberto Cesareo.

Va però ricordato, che la prevenzione dell’ipovitaminosi D passa attraverso uno stile di vita corretto, cioè un’adeguata esposizione alla luce del sole ed una dieta bilanciata. Va sottolineato, però, che con l’invecchiamento l’efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi e perciò è più difficile per le persone anziane produrre adeguate quantità di Vitamina D con l’esposizione alla luce solare. Quindi, nei pazienti con osteomalacia o osteoporosi, negli anziani soprattutto quelli più esposti alle cadute, nei soggetti che per forza di cose non possono esporsi in maniera adeguata alla luce solare, il trattamento con l’integrazione di Vitamina D va considerato. Una valida alternativa potrebbero essere le politiche di “fortificazione” dei cibi con Vitamina D, come avviene nei paesi dell’area scandinava, dove la radiazione solare è naturalmente meno ricca di raggi UVB. È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D” – aggiunge Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia, Udine.

Inoltre, è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcifediolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”  – continua Roberto Cesareo.

Infine, i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine” – conclude Roberto Cesareo.

(*) Nutrients 2018, 10, 546; doi:10.3390/nu10050546 – www.mdpi.com/journal/nutrients


Diabete: la fotografia delle Città Metropolitane

Il diabete si sta rivelando la malattia più rilevante e potenzialmente pericolosa del nostro secolo per la crescita continua della sua prevalenza e per la mortalità e le complicanze invalidanti. In Italia, secondo ISTAT, le persone con diabete sono 3,27 milioni e il 52 per cento risiede nelle 14 Città metropolitane; studiare il legame fra diabete e città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia diventa sempre più importante.

Questo è il tema al centro del 3rd Health City Forum svoltosi [2 e 3 luglio] a Roma, promosso da Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Health City Institute, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, I-Com – Istituto per la Competitività e Cities Changing Diabetes, con il patrocinio di Roma e il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

In Italia, secondo le elaborazioni di Health City Institute su dati ISTAT, il 36 per cento della popolazione risiede nelle 14 Città Metropolitane: Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Bari, Catania, Firenze, Bologna, Venezia, Genova, Messina, Reggio Calabria e Cagliari. I dati provenienti dalle metropoli più popolose indicano che la percentuale di cittadini con diabete segue un gradiente decrescente da Sud a Nord: a Napoli ci sono quasi 209 mila persone con diabete, ovvero il 6,7 degli abitanti; a Roma, la situazione migliora di poco, con il 6,6 per cento dei residenti nella città e nell’area metropolitana (oltre 286 mila persone) che dichiarano di avere il diabete. Un po’ meglio la situazione del Nord Italia, dove la città con la più alta percentuale di persone con diabete è Torino con oltre 120 mila persone con diabete, che rappresentano il 5,2 per cento dei residenti.

Nel Nord Italia, però, la città con il maggior numero di persone con diabete in termini assoluti è Milano: 144 mila persone, ovvero il 4,5 per cento dei residenti della città e dell’area metropolitana. Questo dato preoccupante ha spinto l’amministrazione comunale a candidare la città e l’area metropolitana al programma internazionale Cities Changing Diabetes, un progetto nato quattro anni fa in Danimarca e promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore.

Nelle città aderenti al programma Cities Changing Diabetes i ricercatori si impegnano a individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte. L’obiettivo del programma è quello di creare un movimento unitario in grado di stimolare, a livello internazionale e nazionale, i decisori politici a considerare prioritario l’urban diabetes, il fenomeno che vede le città protagoniste del crescente aumento del numero di persone con diabete e quindi in prima linea nella lotta alla malattia” – spiega Andrea Lenzi, Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute, organismo che coordina il progetto in Italia.

In questi ultimi 50 anni grandi masse di persone si concentrano nelle aree metropolitane, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente, e la popolazione urbana mondiale cresce anno dopo anno. Basti pensare che oggi oltre 3 miliardi di persone nel mondo vivono in città metropolitane e megalopoli: Tokyo ha 37 milioni di abitanti, Nuova Delhi 22 milioni, Città del Messico 20 milioni. 10 anni fa, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento e questa percentuale è in crescita, come indicano le stime dell’Organizzazione mondiale della sanità. Questo crescente inurbamento rende necessario che le città stesse e il loro modello di sviluppo siano in prima linea nella lotta contro le criticità connesse e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza. I sindaci sono interpellati, oggi più di altre figure politico-istituzionali, affinché questa necessaria pianificazione avvenga secondo un parametro di solidarietà e partecipazione” – spiega Roberto Pella, Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vicepresidente vicario ANCI.

Per valorizzare le buone pratiche sull’Urban Health sono stati istituiti gli “Health City Awards”, assegnati durante questa edizione dell’Health City Forum da una giuria composta dai membri del Board of Directors dell’Health City Institute. Il premio è rivolto a Istituzioni, Enti di Ricerca, Università, Imprese e singole persone che si sono distinte nella promozione e studio della salute nelle città e nell’ambito urbano, con l’obiettivo di migliorare la qualità di vita, la salute e il benessere dei cittadini e delle generazioni future.

Tra i premiati: Istituto Superiore di Sanità, Istat, Aifa e i promotori del progetto Cities Changing Diabetes. Un Health City Award è andato anche al Comune di Roma, la prima metropoli italiana ad aver aderito al progetto Cities Changing Diabetesper aver promosso tre accordi finalizzati all’attuazione del Piano di Azione per l’Energia Sostenibile e il Clima (PAESC) che Roma dovrà predisporre entro novembre 2019. Un patto a favore dei cittadini con il quale la Capitale si impegna a ridurre del 40 per cento le emissioni inquinanti entro il 2030”.

 

 


ALLEANZA DIGITALE PER LA CURA DEL DIABETE

La “potenza è nulla senza controllo” recitava una famosa pubblicità sul finire degli anni ’90 e questo concetto potrebbe oggi essere traslato alla malattia diabetica.

Il diabete, infatti, a fronte della sua espansione in tutto il mondo, è al centro dell’attenzione dei ricercatori che studiano e mettono a punto farmaci e dispositivi tecnologici sempre più raffinati e potenti. Nonostante tutto ciò, il principale problema che diabetologi e persone con diabete devono affrontare ogni giorno è sempre lo stesso: il controllo metabolico della malattia ossia il mantenimento dei livelli di vari parametri nella norma.

Secondo lo studio GUIDANCE[1], un’indagine compiuta in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, per determinare il grado di adesione alle raccomandazioni delle linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 e valutare i risultati di cura ottenuti, la gestione del diabete evidenzia alcuni dati preoccupanti. Il livello dei processi di cura è incoraggiante – dicono gli autori – meno, tuttavia, lo sono i risultati che si conseguono. Infatti, solo 1 persona con diabete su 2 (esattamente il 53,6 per cento del campione esaminato) raggiunge valori di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7 per cento, considerato la soglia di buon controllo, e solo il 6,5 per cento delle persone ottiene contemporaneamente i target di cura per HbA1c, pressione arteriosa e colesterolo LDL, due tra le condizioni più frequentemente associate al diabete di tipo 2.

Sul mancato raggiungimento di un buon controllo del diabete da parte dei pazienti gravano fattori come la scarsa percezione, da parte della persona con diabete, di alcuni medici e di parte della società, della pericolosità della malattia, il numero di malattie croniche che il paziente deve gestire in contemporanea, i determinanti sociali, come reddito, cultura e lavoro, che influiscono sulla capacità di gestione della malattia stessa. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci dell’inerzia terapeutica, cioè la ritardata o mancata attuazione di una corretta intensificazione della terapia, che sfocia nell’insuccesso del controllo del diabete” – spiega Riccardo Fornengo, diabetologo presso la S.S.D. di Diabetologia ASLTO4 di Chivasso e Consigliere nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).

Affrontare le molteplici problematiche che emergono dalla gestione del diabete e dall’inerzia clinica in particolare, è una sfida enorme. Riteniamo che, coniugando le opzioni tecnologiche e terapeutiche possibili con il concetto di personalizzazione della gestione della malattia, possiamo dare un contributo importante a rispondere in maniera efficace alle necessità di tutti gli interlocutori – comunità medico-scientifica, ma soprattutto persone con diabete – e migliorare l’assistenza e gli outcome clinici. Da sempre Roche Diabetes Care ha creduto nell’importanza della gestione dei dati per la personalizzazione della terapia, e ha voluto investire in questo. L’ultimo frutto è la nuova alleanza con Meteda che porterà la cartella clinica diabetologica Smart Digital Clinic ad una implementazione in tutti i centri di diabetologia in Italia. Uno strumento per i diabetologi che per semplicità d’uso, chiarezza e possibilità di personalizzazione dovrebbe contribuire a valorizzare i dati clinici, ottimizzare il tempo della visita e, in ultima analisi, favorire una miglior gestione della persona con diabete” – interviene Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care.

Infatti, la strada oggi segnata, non solo per la cura del diabete, ma anche per altre malattie, è quella dei processi di analisi dei dati, resa possibile dalla digitalizzazione applicata alla sanità. Questo strumento è risultato fondamentale per l’analisi di numerosi parametri legati alla cura delle persone con diabete e per il miglioramento della gestione della malattia. Ne è testimonianza il progetto Annali dell’Associazione Medici Diabetologi che, tra le altre cose, ha dimostrato come i Centri diabetologici che raccoglievano e analizzavano da più tempo i dati dei loro assistiti, utilizzando la cartella clinica diabetologica digitale, ottenevano migliori performance nella cura delle persone” – spiega Marco Vespasiani, Sales & Marketing Manager di Meteda, società che negli anni ha sviluppato, in collaborazione con i Centri di diabetologia italiani, la cartella clinica informatizzata diabetologica, al fine di soddisfarne i bisogni.

Uno studio pubblicato dal Gruppo Annali AMD su Diabetic Medicine[2], infatti, ha mostrato, che i centri diabetologici che avevano raccolto e valutato i dati di processo (ossia le visite e i diversi esami effettuati) e clinici (cioè i risultati ottenuti), su un arco temporale di 4 anni e su una media di 100 mila persone con diabete tipo 2 curate annualmente, ottenevano un aumento del 6 per cento del numero di assistiti con target di HbA1c inferiore a 7 per cento, ma ottenevano anche buoni risultati nel controllo del colesterolo LDL (+10 per cento) e della pressione arteriosa (+ 6,4 per cento). Risultati statisticamente superiori a quelli riscontrati nei centri che avevano iniziato la raccolta dei dati solo negli ultimi 12 mesi, impiegati come termine di paragone.

La peculiarità della realtà italiana, in cui esiste una rete diabetologica diffusa abbastanza capillarmente sul territorio, ha permesso di diffondere in quasi tutti i centri un software unico per la gestione dei pazienti e la creazione di un database che contiene i dati di oltre 500.000 persone con diabete. Questa digitalizzazione ha determinato uno stimolo a migliorarsi, favorendo l’elaborazione e la valutazione dei risultati anno su anno, con un impatto indubbiamente positivo, con una più efficace ed efficiente gestione della malattia e con evidenti vantaggi tanto per il paziente che per il medico. Si spera che in un prossimo futuro si possa ottenere, grazie alla digitalizzazione, l’integrazione con i software della medicina generale e i database aziendali e regionali, che possa ulteriormente produrre informazioni utili alla gestione dei pazienti. L’integrazione e la rielaborazione dei dati contenuti nei diversi database è una delle nuove frontiere da esplorare” – sottolinea Riccardo Fornengo.

Ma i vantaggi della digitalizzazione in sanità non sono solo di ordine clinico o organizzativo, come emerge chiaramente dalle autorevoli parole di Roberto Viola, connazionale che guida la Direzione generale per la comunicazione digitale e le tecnologie della Commissione europea. Viola ha recentemente sottolineato come la digitalizzazione in sanità comporterebbe per il nostro Paese un risparmio di circa il 20 per cento della spesa sanitaria nazionale ossia più o meno 20 miliardi di euro l’anno.

Anche questo aspetto è stato valutato nel nostro Paese, con riferimento alle cure diabetologiche erogate. Sempre nell’ambito del progetto Annali AMD, e sempre su Diabetic Medicine[3], è stato pubblicato un secondo studio che ha dimostrato come l’estensione della metodologia di raccolta e analisi del dato, applicata nei centri che utilizzano la cartella clinica diabetologica digitale, a tutti i centri di diabetologia italiani comporterebbe un risparmio, per le casse del Sistema sanitario nazionale, calcolato in circa 1,5 miliardi di euro in 5 anni, e una proiezione di oltre 18 miliardi in 50 anni. Risparmi, spiegano gli autori, legati ai minori costi associati alle complicanze a lungo termine del diabete, che si registrano per ogni categoria di complicanza, ma in misura particolare per quelle renali.

Questo risparmio, se investito nuovamente nei centri, porterebbe a un miglioramento organizzativo, migliore efficienza, maggiore qualità nella gestione del diabete, utilizzo più appropriato delle informazioni, minore dispendio di tempo per attività amministrative e di conseguenza libererebbe tempo prezioso che oggi manca, da dedicare all’ascolto dei propri pazienti. Infatti, solo con una maggiore attenzione, personalizzata alle esigenze dei pazienti, si potrà ottenere un significativo miglioramento nella gestione complessiva del diabete e delle sue conseguenze.

Siamo convinti che la digitalizzazione favorisca l’adozione di un nuovo modello di governance che vede l’ampio coinvolgimento di tutti i soggetti interessati – medici, pazienti e payer – che operano in una logica di rete volta a condividere l’informazione clinica, a promuovere l’accesso a dati strutturati, per consentire nuovi approcci di analisi in grado di supportare e orientare le politiche sanitarie. Questo concetto di Diabetes Digital Clinic è un’opportunità per ingenerare un cambiamento, che però dipende da tutti noi. Dal nostro impegno e dalla nostra capacità innovativa discende il beneficio, sia in termini di efficienza – utilizzo più appropriato delle risorse – sia in termini di efficacia – miglior trattamento terapeutico e migliori outcome clinici” – conclude Massimo Balestri.

[1] Stone MA et al., “Quality of care of people with type 2 diabetes in eight European countries: findings from the Guideline Adherence to Enhance Care (GUIDANCE) study” Diabetic Medicine 2013; 36(9):2628-38.

[2] Nicolucci A et al., “Four-year impact of a continuous quality improvement effort implemented by a network of diabetes outpatient clinics: the AMD-Annals initiative” Diabetic Medicine 2010; 27(9):1041-8. 

[3] Giorda CB et al., “Improving quality of care in people with Type 2 diabetes through the Associazione Medici Diabetologi-annals initiative: a long-term cost-effectiveness analysis” Diabetic Medicine 2014; 31(5):615-23.


Arriva l’insulina fast-acting, più veloce contro la glicemia dopo i pasti

In Italia le persone con diabete misurano la glicemia postprandiale, ossia dopo aver mangiato, in media solo 2 volte al giorno, nonostante le principali linee guida internazionali, inclusi gli Standard italiani per la cura del diabete mellito, ne raccomandino il controllo tra 1 e 2 ore dall’inizio del pasto. Il dato, che emerge da un’analisi effettuata sui dati degli Annali AMD – Associazione Medici Diabetologi, è stato illustrato il 12 giugno scorso, nel corso della presentazione della nuova insulina aspart fast-acting (Fiasp®, Novo Nordisk), disponibile da poco anche nelle farmacie italiane.

Il mancato controllo della glicemia postprandiale si inquadra in un fenomeno più ampio, che vede la frequenza complessiva dell’automonitoraggio della glicemia soddisfacente nelle persone con diabete tipo 2 trattate con insulina. Tuttavia, mentre la frequenza di controllo della glicemia a digiuno risulta adeguata, la glicemia postprandiale viene valutata in maniera del tutto insufficiente, tanto più che i due terzi delle persone con diabete presentano valori di glicemia postprandiale superiori ai 140 mg/dl, valore di normalità indicato dalle linee guida” – ha spiegato Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch-Center for Outcomes Research and Clinical Epidemiology.

Ma perché è così importante la valutazione della glicemia postprandiale?

Innanzitutto, la glicemia postprandiale contribuisce per circa un terzo alla glicemia media, che a sua volta si associa alle complicanze croniche del diabete. Inoltre, anche a parità di glicemia media, le persone con glicemia postprandiale più alta hanno un rischio maggiore di sviluppare complicanze del diabete, in particolare quelle cardiovascolari, come l’infarto o l’ictus” – ha detto Edoardo Mannucci, diabetologo, Professore associato al Dipartimento di scienze biomediche, sperimentali e cliniche Mario Serio dell’Università di Firenze.

Lo dimostrano studi che hanno fatto la storia della diabetologia, come il DECODE o il Diabetes Intervention Study o il più recente San Luigi Gonzaga Diabetes Study, che ha evidenziato come l’aumento della glicemia postprandiale si associ a un aumento del rischio cardiovascolare in maniera più forte rispetto all’aumento della glicemia a digiuno, in una popolazione seguita per 14 anni di follow up” – ha aggiunto Edoardo Mannucci.

Non solo, in uno studio pubblicato recentemente su Diabetes Therapy emerge che, in alcune persone con diabete, l’iperglicemia postprandiale può avere ripercussioni negative a livello fisico ed emotivo e può influenzare la vita di tutti i giorni, incluso il lavoro e i rapporti sociali. È stato ad esempio calcolato che, in seguito a un episodio di iperglicemia postprandiale, il 71 per cento delle persone con diabete riporta una diminuzione della produttività e il 54 per cento sostiene di avere difficoltà a concentrarsi nel lavoro.

Nelle persone non diabetiche, la glicemia dopo i pasti è contenuta entro limiti che non oltrepassano quasi mai i 140 mg/dl e torna entro 2 ore ai livelli normali, grazie alla secrezione di insulina da parte del pancreas in risposta all’introduzione di cibo, in particolare i carboidrati. Ovviamente, nelle persone con diabete questa azione è ridotta (diabete tipo 2) o assente (diabete tipo 1) e si instaura il fenomeno della iperglicemia postprandiale, che a lungo andare provoca danni ai vasi sanguigni ed è causa delle principali complicanze della malattia.

Per contrastare il fenomeno sono state messe a punto, nel tempo, formulazioni di insulina sempre più sofisticate: dagli analoghi dell’insulina umana, negli anni ’90, sino alle insuline rapide.

L’ultima nata è l’insulina aspart fast-acting, integrata con vitamina B3, che rende il suo assorbimento iniziale più rapido, e l’aminoacido L-arginina, che ne stabilizza la formulazione.

Questa insulina si avvicina maggiormente alla risposta naturale di una persona sana, assicurando una comparsa in circolo più veloce – 4 minuti piuttosto che 9 – della progenitrice insulina aspart ad azione rapida, una delle più prescritte al mondo. Grazie alle sue caratteristiche è più flessibile nei tempi di somministrazione, da 2 minuti prima dell’assunzione del pasto sino a 20 minuti dopo. Inoltre, si è dimostrata più efficace rispetto alla insulina aspart nel ridurre la glicemia postprandiale a un’ora e in alcuni casi anche i livelli di emoglobina glicata, senza aumentare il rischio dei temibili episodi di ipoglicemia” – ha detto Concetta Irace, Professore associato al Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

L’insulina aspart fast-acting è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale in classe A ed è disponibile, per adulti con diabete, in soluzione iniettabile per via sottocutanea in due formati: 100 unità/ml in penna preriempita e 100 unità/ml in cartuccia.

 


Arrivano nelle Città gli “Orti della Salute”

Firmato il 29 maggio scorso, l’accordo di programma tra Health City Institute, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, CittadinanzAttiva e Cia-Agricoltori Italiani per creare nelle maggiori città italiane gli “Orti della salute”, laboratori incentrati sulla promozione dei corretti stili di vita, principalmente a livello infantile e adolescenziale.

Il progetto punta a coinvolgere i cittadini, a partire dai più giovani e dalle famiglie, nelle scelte salutari, promuovendo formazione e informazione che mirino a modificare comportamenti inadeguati che contribuiscono a favorire l’insorgere di malattie di grande rilevanza come obesità e diabete che pesano sul sistema sanitario e sociale a livello nazionale, regionale e locale”, spiega l’On. Roberto Pella, Vicepresidente vicario di ANCI.

Dati Istat indicano che circa il 26 per cento dei bambini tra i 6 e i 17 anni ha un problema di eccesso di peso. In particolare, secondo Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza sul sovrappeso e l’obesità nei bambini delle scuole primarie, il 21,3 per cento dei bambini è in sovrappeso mentre il 9,3 per cento risulta obeso. I chili di troppo in età infantile aprono la strada al rischio di importanti problemi di salute, che possono manifestarsi anche nel corso dell’adolescenza, nonché compromettere il benessere e la salute nell’età adulta. Vi è inoltre un’alta probabilità che i bambini in sovrappeso di oggi divengano adulti obesi un domani ed è ormai risaputo quanto l’obesità stia assumendo i caratteri di una vera e propria epidemia mondiale” – dice Andrea Lenzi, Coordinatore di Health City Institute, organizzazione partners del progetto Cities Changing Diabetes e Presidente del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri.

Per contrastare questo fenomeno è necessario promuovere politiche e progetti che rendano i cittadini consapevoli dell’importanza di praticare attività fisica, aumentare il consumo di frutta e verdura e seguire una corretta alimentazione, ridurre la concentrazione di sale, zuccheri e grassi negli alimenti, limitare la quota di alimenti altamente calorici nella dieta, oltre a scoraggiare altre cattive abitudini come il fumo di sigaretta e l’abuso di alcol”, dice Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva.

Il progetto vuole coinvolgere le Amministrazione comunali nella creazione di “Orti della salute”, sul modello di quello promosso alla Casa Bianca da Michelle Obama, che abbiano come obiettivo quello di fornire ai bambini, agli adolescenti e alle famiglie informazioni pratiche sulla corretta alimentazione, sulla stagionalità di frutta e verdura, sui rischi connessi a stili di vita poco salutari, sull’importanza dell’attività sportiva e fisica.

Mettere un seme nel terreno simboleggia la promessa di una nutrizione vera e di un’educazione alimentare per tutte le persone che saranno coinvolte nel progetto. Un’iniziativa che ha un importante scopo didattico, quindi, che parlerà di salute, di quanto siano buoni i cibi freschi e di come possano diventare parte di una dieta sana”, commenta Dino Scanavino, Presidente nazionale Cia-Agricoltori Italiani.



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