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L’intelligenza artificiale in aiuto dei pazienti con diabete

Medtronic, leader mondiale in tecnologie, servizi e soluzioni mediche, ha annunciato di aver completato l’acquisizione di Klue, società di software focalizzata sul monitoraggio del comportamento in grado di fornire dati e informazioni in tempo reale relativamente al consumo di cibo.

La tecnologia di Klue sarà incorporata nel sistema di microinfusori per insulina Medtronic Personalized Closed Loop (PCL), attualmente in fase di sviluppo. Il sistema PCL è progettato per automatizzare la somministrazione di insulina in tempo reale, in modo personalizzato e su misura dell’utente, con l’obiettivo di semplificare notevolmente la gestione del diabete per il paziente. Inoltre, la tecnologia Klue può essere sfruttata per migliorare la comprensione dei dati analitici e la visione del mercato dell’azienda leader nella tecnologia Smart CGM1, in grado di aiutare le persone in terapia insulinica multiniettiva a gestire le ipo e le iperglicemie.

Klue ha sviluppato una tecnologia che riconosce automaticamente quando una persona sta mangiando, quanto velocemente e quanto sta consumando. Utilizzando il rilevamento dei gesti tramite activity tracker combinato con una tecnologia di analisi, Klue ha sviluppato un avanzato software di intelligenza artificiale in grado di rilevare i pasti e fornire informazioni sui comportamenti alimentari degli utenti. Poiché il consumo di cibo è intrinsecamente correlato al fabbisogno di insulina, la capacità di automatizzare questo processo di abbinare il pasto alla giusta quantità di insulina rappresenterebbe la risposta alle richieste delle persone affette da diabete e semplificherebbe notevolmente la convivenza con questa condizione.

Nel febbraio 2019, Medtronic ha ricevuto la “Breakthrough Device designation” dalla US Food and Drug Administration (FDA) per il sistema PCL.

Oltre a Klue, la recente acquisizione di Nutrino Health e la loro expertise nella Data science in ambito nutrizionale, svolgeranno un ruolo chiave nello sviluppo di questa tecnologia innovativa. Entrambe le acquisizioni, infatti, rafforzano le capacità di Medtronic nell’automazione e nell’integrazione dell’intelligenza artificiale nei sistemi di gestione del diabete.

Ci stiamo preparando a un’ulteriore svolta nella gestione del diabete per tutti quei pazienti che oggi utilizzano il nostro microinfusore beneficiando della migliore tecnologia ad oggi disponibile nel controllo delle ipo e iperglicemie. Un altro segnale a conferma della nostra volontà di innovare e di andare incontro alle sfide future della gestione del diabete volte a migliorare la qualità di vita dei nostri pazienti” – ha dichiarato Luigi Morgese, Business Director della Divisione Diabete di Medtronic Italia.

La tecnologia di rilevamento precoce dei pasti può rappresentare la svolta nella cura del diabete. Entrare a far parte di Medtronic costituisce un’eccezionale opportunità per far progredire le terapie per il diabete. Sono sicura che insieme raggiungeremo il nostro obiettivo condiviso di aiutare le persone affette dal diabete a rendere le loro vite più felici e più sane” – ha dichiarato Katelijn Vleugels, CEO e fondatore di Klue.

1La tecnologia Smart CGM predice le tendenze glicemiche e dà accesso ad algoritmi e dati in grado di informare gli utenti sugli andamenti di glucosio clinicamente rilevanti.

 

FONTE | Twister communications group 

 

Ora anche in Italia la prima MICROPUMP senza catetere per la somministrazione di insulina

Sono circa lo 0,3 per cento1 di tutta la popolazione italiana (corrispondenti a circa 180.000 connazionali) le persone con diabete tipo 1.

Tra queste, dal 2016 al 2018 quelle che utilizzano il microinfusore sono passate dal 12,6 al 17 per cento, come certificano i dati degli Annali AMD dell’Associazione medici diabetologi presentati a fine novembre 2019 al congresso nazionale di diabetologia di Padova.

Si tratta di un incremento significativo, che avvicina il nostro Paese alla media delle altre nazioni europee, in cui la terapia insulinica sottocutanea in continuo mediante microinfusore, conosciuta anche con la sigla CSII, riguarda una persona con diabete tipo 1 su 5. I vantaggi dell’impiego del microinfusore sono molteplici. Favorisce, infatti, un miglior controllo della glicemia, con minori fluttuazioni nei livelli di glucosio nel sangue, la riduzione degli episodi di ipoglicemia e, in ultima analisi, la diminuzione del rischio di sviluppare complicanze della malattia. Più limitato, per un insieme di ragioni cliniche, pratiche e organizzative, il ricorso a questo tipo di trattamento nelle persone con diabete tipo 2” – ha spiegato Emanuele Bosi, Primario diabetologo dell’Ospedale San Raffaele e professore di Medicina Interna all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Da oggi, per le persone che adottano il microinfusore, ma anche per tutte quelle in terapia multi-iniettiva che potrebbero beneficiarne, ma non hanno trovato negli strumenti tradizionali una risposta alle loro necessità, arriva in Italia un’importante novità: la prima micropump senza catetere di Roche Diabetes Care.

Di ridotte dimensioni, 6,3 per 3,9 centimetri, la metà di un bancomat, e spesso 1,4 centimetri, la micropump viene applicata direttamente sulla pelle nel punto di infusione prescelto, in genere sul braccio o sull’addome, senza bisogno di alcun catetere che la colleghi all’ago-cannula. È ideale per tutte le persone che vogliano gestire con flessibilità il diabete e la terapia insulinica, e non gradiscono che i sistemi interferiscano con il loro stile di vita e il loro essere attivi. In altre parole, è uno strumento che garantisce meno pensieri, per vivere con più libertà e serenità la propria vita” – ha raccontato Massimo Balestri, Amministratore Delegato Roche Diabetes Care Italy.

La micropump è costituita da tre componenti: il supporto con l’ago cannula che si applica sulla cute, la base del microinfusore e il serbatoio per l’insulina che si innestano a loro volta sul supporto. Le tre componenti possono essere sostituite singolarmente e indipendentemente l’una dall’altra. Questa particolare caratteristica permette, da un lato di evitare sprechi di insulina e di materiale consumabile, rendendo la micropump senza catetere un microinfusore sostenibile, dall’altro di renderlo perfettamente adattabile allo stile di vita della persona che lo indossa grazie alla possibilità di rimuovere la base del microinfusore in ogni momento e per ogni esigenza senza rimuovere l’ago-cannula oppure di sostituire il serbatoio dell’insulina, ma non gli altri elementi.

Nonostante i vantaggi clinici associati alla CSII rispetto alle terapie multi-iniettive, le persone con diabete e in particolare i più giovani sono spesso riluttanti e scettici a utilizzare i microinfusori. Tra le principali ragioni addotte: la scomodità di sentire addosso qualcosa di estraneo, la scarsa discrezione data dalla visibilità del microinfusore, o il timore che il catetere si attorcigli e si impigli durante l’utilizzo, con la possibile fuoriuscita della cannula dal sito di infusione. La possibilità di avere un microinfusore di piccole dimensioni, quindi molto meno visibile, senza catetere e rimovibile rappresenta un’alternativa per superare alcuni dei limiti che i ragazzi vedono nella CSII” – ha affermato Francesco Costantino, Responsabile del Servizio di Diabetologia Pediatrica e Dirigente I° Livello nel Reparto di Degenza presso il Policlinico Umberto I di Roma, nonché docente della Scuola di Specializzazione in Pediatria all’Università La Sapienza di Roma.

Il sistema associa alla micropump senza catetere un dispositivo per il suo controllo e gestione, una sorta di telecomando, che consente anche la misurazione della glicemia e il calcolo del bolo insulinico, non solo sulla base del valore glicemico misurato, ma anche su valori inseriti manualmente. Questa componente può essere usata anche nel caso di passaggio per brevi periodi alla terapia multi-iniettiva. Al tempo stesso, l’uso della micropump non è strettamente vincolato al dispositivo di controllo grazie alla presenza di pulsanti integrati per il bolo sulla base del microinfusore che garantisce la possibilità di erogare l’insulina nell’eventualità si dimentichi il telecomando, aumentando così la sicurezza del sistema.

Possiamo dire che il nuovo sistema di microinfusione che presentiamo oggi è doppiamente sostenibile: grazie alla sua flessibilità che lo adatta alle necessità del paziente e alla modularità delle componenti della micropump che permette il pieno utilizzo di tutte le sue parti senza sprechi” – ha concluso Massimo Balestri, Amministratore Delegato Roche Diabetes Care Italy.

 

1Standard italiani per la cura del diabete mellito AMD-SID 2018

FONTE| HealthCom ConsultingHill+Knowlton Strategies 

Diabete: buone notizie sotto l’albero, arriva in Italia semaglutide

Una buona notizia per gli oltre 4 milioni di italiani con diabete tipo 2: «i circa 3,4 milioni rilevati da ISTAT nel 2017, pari al 5,7 per cento della popolazione nazionale, cui si deve aggiungere circa 1 milione di persone che hanno la malattia, ma non ne sono consapevoli» spiega Stefano Del Prato, Professore di Endocrinologia presso l’Università di Pisa.

È infatti ora disponibile anche in Italia, rimborsato dal servizio sanitario nazionale, semaglutide (Ozempic®, Novo Nordisk) farmaco agonista del recettore del GLP-1 di ultima generazione. Somministrato per via iniettiva, con una comoda penna pre-riempita, una sola volta a settimana indipendentemente dai pasti, unisce, rispetto ai farmaci disponibili, superiore efficacia nel controllo della glicemia e del peso corporeo a benefici per il cuore e, in ultima analisi, la riduzione del rischio di complicanze del diabete.

Il GLP-1 è un ormone fisiologico che svolge molteplici azioni nella regolazione del glucosio e dell’appetito, nonché nel sistema cardiovascolare. Semaglutide è un analogo del GLP-1, omologo al 94 per cento a quello umano, le cui modifiche strutturali consentono la somministrazione settimanale. Grazie alla sua efficacia, fino al 79 per cento dei pazienti raggiunge il target di emoglobina glicata, e quindi l’obiettivo terapeutico, e il documento di consenso delle società scientifiche americana ed europea ADA/EASD 2018 riconosce semaglutide come una valida ed efficace opportunità già in una fase precoce del trattamento” commenta Agostino Consoli, Professore di Endocrinologia presso l’Università degli Studi di Chieti-Pescara.

Le persone con diabete del nostro Paese godono complessivamente di un buon controllo della malattia, soprattutto rispetto alla situazione che si riscontra in molte altre nazioni. Ciononostante, secondo i dati degli Annali AMD 2018 di Associazione Medici Diabetologi, nel diabete tipo 2 solo una persona su due, esattamente il 50,9 per cento, ha un valore di emoglobina glicata (HbA1c) inferiore al 7 per cento, soglia richiesta dalle principali linee guida di cura della malattia” – dice Carlo Bruno Giorda, Direttore della struttura complessa Diabetologia dell’ASL Torino 5.

Il valore dell’emoglobina glicata (HbA1c) è il parametro che indica il livello di controllo della malattia ossia misura l’efficacia della cura.

Il primo obiettivo da perseguire, come medici diabetologi, è quello di mantenere la glicemia il più possibile sotto controllo, perché è ampiamente dimostrato quanto la riduzione del livello di emoglobina glicata di un solo punto percentuale sia in grado di ridurre drasticamente le complicanze del diabete: di oltre un terzo (-37 per cento) quelle microvascolari, responsabili ad esempio del danno renale, del 14 per cento l’infarto cardiaco, del 12 per cento l’ictus e del 21 per cento la morte correlata alla malattia” – spiega Francesco Giorgino, Professore di Endocrinologia presso l’Università degli Studi di Bari.

Semaglutide è stato oggetto di un ampio programma di studi clinici, che va sotto il nome di SUSTAIN, che ha dimostrato la superiore efficacia della molecola nell’abbassamento del livello di emoglobina glicata. Ad esempio, nello studio SUSTAIN 7, dove il confronto è con un altro farmaco agonista del recettore del GLP-1, semaglutide ha ridotto la HbA1c di 1,8 punti per cento rispetto all’1,4 quando entrambi i farmaci venivano somministrati al massimo dosaggio. Analogamente, nello studio SUSTAIN 2, semaglutide, valutato testa a testa con un inibitore del DPP-4 ha mostrato una riduzione tra 1,4 e 1,6 punti per cento, a seconda del dosaggio, rispetto allo 0,5 punti per cento raggiunto con il DPP-4.

Semaglutide mostra, inoltre, un importante effetto di riduzione del peso corporeo.

Un’azione che ha un significato rilevante. Infatti, sempre dalle rilevazioni degli Annali AMD 2018, emerge come il 41,2 per cento delle persone con diabete tipo 2 sia obesa e il 39,1 per cento sovrappeso. Cioè, 8 persone con diabete tipo 2 su 10 hanno un peso eccessivo, con tutte le conseguenze che questo comporta. Tenere contemporaneamente sotto controllo glicemia e peso è certamente un importante vantaggio” – spiega Basilio Pintaudi, Medico diabetologo presso l’ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.

Sempre nello studio SUSTAIN 7, semaglutide ha ridotto, dopo 40 settimane, il peso corporeo di 6,5 chilogrammi rispetto ai 3 chilogrammi ottenuti con l’agonista del GLP-1 di confronto e, nello studio SUSTAIN 2, dopo 56 settimane, tra i 4,3 e i 6,1 chilogrammi rispetto a 1,9 chilogrammi dell’inibitore del DPP-4.

L’altro punto di forza di semaglutide è la riduzione del rischio cardiovascolare.

La prima causa di morte e disabilità nel diabete tipo 2 a livello mondiale. Una persona con diabete tipo 2 ha un rischio di andare incontro a coronaropatia o infarto sino a quattro volte superiore alle persone sane” – chiarisce Angelo Avogaro, Professore di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo presso l’Università degli Studi di Padova.

Anche in questo caso, la dimostrazione dell’efficacia di semaglutide viene dal programma SUSTAIN e precisamente da uno studio della durata di 2 anni, randomizzato, in doppio cieco, controllato verso placebo – SUSTAIN 6 – che ha valutato l’impatto del farmaco sugli eventi cardiovascolari. Semaglutide riduce il rischio cardiovascolare, rispetto al placebo, del 26 per cento.

Efficacia dimostrata su controllo glicemico e peso corporeo e riduzione del rischio cardiovascolare, associate alla possibilità di somministrarlo una volta a settimana rendono dunque semaglutide un farmaco comodo e semplice da utilizzare.

Le sue caratteristiche cliniche lo rendono indicato e dunque utilizzabile nel paziente non adeguatamente controllato, sin dalle prime fasi della cura del diabete tipo 2” –  conclude Angelo Avogaro.

 

COMPIE 10 ANNI IL MANIFESTO DEI DIRITTI E DEI DOVERI DELLA PERSONA CON DIABETE

I diritti di coloro che hanno il diabete sono gli stessi diritti umani e sociali delle persone senza diabete. I diritti comprendono, fra gli altri, la parità di accesso all’informazione, alla prevenzione, all’educazione terapeutica, al trattamento del diabete e alla diagnosi e cura delle complicanze. Il sistema sanitario deve garantire alla persona con diabete l’accesso a metodi diagnostici e terapeutici appropriati, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Il diritto delle persone con diabete a vivere una vita sociale, educativa, lavorativa al pari delle persone senza diabete deve essere considerato un obiettivo delle azioni di governo”.

Con questa enunciazione si apre ‘Il Manifesto dei diritti e dei doveri della persona con diabete’, documento che compie dieci anni e celebra il suo anniversario in occasione della Giornata Mondiale del diabete 2019 al Ministero della salute, con il patrocinio dell’Intergruppo parlamentare obesità e diabete.

Promosso nel 2009 da Diabete Italia, Comitato per i diritti della persona con diabete e Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, e firmato dalle associazioni di persone con diabete Agd Italia, Aid, Aniad, Ardi, Diabete Forum, Fand, Fdg, SOStegno70, dall’associazione degli operatori sanitari di diabetologia, Osdi, e da Cittadinanzattiva, il documento fu aggiornato nel 2015, con l’aggiunta della sezione ‘doveri’ e quest’anno per renderlo ancora più coerente alla situazione attuale. 

Il manifesto sancisce alcuni diritti fondamentali: la garanzia da parte del sistema sanitario di accesso a metodi diagnostici e terapeutici appropriati, in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, e il diritto delle persone con diabete a vivere una vita sociale, educativa, lavorativa al pari delle persone senza diabete deve essere considerato un obiettivo delle azioni di governo” – dice Paola Pisanti, Presidente Commissione Nazionale Diabete e Coordinatrice Commissione sul Piano delle cronicità presso il Ministero della Salute.

Il Manifesto dei diritti e doveri della persona con diabete è ancora oggi uno strumento di dialogo imprescindibile con le Istituzioni, per orientare le loro azioni e per stabilire delle priorità di un dialogo con le associazioni pazienti, quali portatori di questi diritti. È importante ricordare i 10 anni di questo fondamentale documento a tutela dei diritti e dei doveri delle persone con una malattia cronica estremamente diffusa. In questi anni è stato recepito da numerose Regioni, ma non tutte, e il lavoro è ben lungi dall’essere completato, soprattutto sul tema del diritto all’accesso alle cure” – aggiunge la Sen. Emanuela Baio, Presidente del Comitato per i diritti della persona con diabete.

Tante cose erano diverse nel luglio del 2009, quando venne presentato il primo manifesto dei diritti della persona con diabete. Diabete Italia si avviava a quel salto di qualità che l’ha portata a rappresentare coloro che hanno a cuore l’assistenza alla persona con diabete, i Coordinamenti regionali fra le Associazioni erano l’eccezione mentre oggi sono la regola, infine era ancora lontana l’approvazione del Piano nazionale per la malattia diabetica. Differenze non da poco che, aggiunte all’evoluzione sociale e dell’assistenza alla persona con diabete in particolare, spiegano perché Diabete Italia ritenne, nel 2015, di redigere la versione 2.0 del documento, che diventò: Manifesto dei diritti e dei doveri della persona con diabete. Un documento che parlava dei ‘diritti’, ma anche dei ‘doveri’, una novità che sottolineava come l’Associazionismo delle persone con diabete avesse raggiunto la maturità” – spiega Concetta Suraci, Presidente di Diabete Italia.

Oggi il Manifesto rappresenta uno strumento di advocacy contemporaneamente identitario per tutte le associazioni di volontariato che operano nel mondo del diabete: questo è il significato che Diabete Italia dà al Manifesto nel 2019” – afferma Rita Stara, Vicepresidente di Diabete Italia.

Il manifesto è composto da 13 sezioni: 11 presenti nel documento originale del 2009 – Diritti della persona con diabete, Aspettative e responsabilità della persona con diabete e dei familiari, Educazione continua della persona con diabete, Dialogo medico-persona con diabete, Controllo del diabete, Prevenzione del diabete, Impegno nella ricerca, Associazionismo responsabile, Diabete in gravidanza, Diabete in età evolutiva, Immigrazione e diabete; 2 aggiunte all’edizione 2015 – Diabete nell’anziano fragile e Territorio e diabete.

Quando nacque, il documento era a suo modo rivoluzionario. Si trattava, infatti, del primo documento di questo tipo nel mondo, che riscosse grande interesse all’estero, ispirando la Carta internazionale dei diritti e delle responsabilità delle persone con diabete dell’International Diabetes Federation, emanata nel 2011” – dice Francesco Purrello, Presidente Società italiana di diabetologia (Sid).

La grande attualità del documento è sottolineata dal fatto che già nel 2009 il manifesto affrontava il tema dei migranti, quando ancora pochi si ponevano il problema. Inoltre, l’aggiunta nel 2015 della sezione sui ‘doveri’ ricorda come l’appropriatezza sia un dovere di chi prescrive ma anche di chi riceve. Aver presente i propri doveri nel momento in cui si è portatori di un diritto gioca a favore delle associazioni nel dialogo con le Istituzioni” – aggiunge Domenico Mannino, Presidente associazione medici diabetologi (Amd).

Il manifesto ha rappresentato una pietra miliare nel lungo percorso condotto in questi anni verso il riconoscimento del diritto all’accesso alle cure come componente imprescindibile del diritto alla tutela della salute dell’individuo nell’interesse della comunità, sancito dall’articolo 32 della Costituzione” – chiosa Stefano Cianfarani, Presidente Società italiana endocrinologia e diabetologia pediatrica (Siedp).

Da co-presidenti dell’Intergruppo parlamentare obesità e diabete non solo condividiamo e sottoscriviamo integralmente, anche a nome dei Colleghi che vi hanno aderito, quanto contenuto nel Manifesto, nonché il principio cardine secondo il quale le persone con diabete, come peraltro quelle colpite da qualunque malattia, debbano avere gli stessi diritti che spettano alle persone sane: principio scontato, ma purtroppo spesso disatteso. Ma anche desideriamo esprimere la nostra piena disponibilità a collaborare con chi convive con questa patologia nella quotidianità e con tutti coloro che si impegnano per combatterla, cercando di migliorare ulteriormente un quadro normativo che comunque nel nostro Paese è fra i più avanzati d’Europa” – concludono l’On. Roberto Pella e la Sen. Daniela Sbrollini.


Diabete: allarme pandemia

Sono 463 milioni gli adulti nel mondo che convivono con il diabete e si stima che nel 2045 questa pandemia interesserà 700 milioni di persone, con una crescita di oltre il 50 per cento; rispetto a due anni fa, si parla di quasi 40 milioni di persone malate in più e di previsioni per il futuro in continuo peggioramento.

Questi sono alcuni dei dati della nona edizione dell’IDF (International Diabetes Federation) Atlas resi pubblici in occasione della giornata mondiale del diabete (14 novembre scorso) e discussi durante la presentazione a Palazzo Lombardia della tappa milanese della campagna “Al cuore del diabete”, nata per sensibilizzare sull’importanza del controllo glicemico, del peso corporeo e di tutti gli altri fattori di rischio che concorrono allo sviluppo di complicanze, in particolare di quelle cardiovascolari.

Sempre secondo l’IDF Atlas, si stima che nel mondo ci siano anche 232 milioni di persone con diabete non diagnosticato e 374 milioni di persone con insufficiente tolleranza al glucosio (IGT, Impaired Glucose Tolerance), ovvero lo stato di pre-diabete che espone comunque a maggiore probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari, la principale causa di disabilità e morte nelle persone con diabete tipo 2. In Italia, secondo i dati Istat del 2017, a fronte di una prevalenza media di malattie cardiologiche tra gli over 45 del 7,5 per cento, quella tra persone con diabete è pari a circa il 17,1 per cento, ben oltre il doppio di quella rilevata per i non diabetici, ovvero 6,4 per cento.

Le complicanze cardiovascolari sono molto comuni fra le persone con diabete tipo 2. I dati epidemiologici derivanti dallo studio RIACE indicano che quasi una persona con diabete su 4 presenta un pregresso evento cardiovascolare maggiore, prevalenza che aumenta con la durata del diabete, arrivando a 1 persone su 3 tra coloro che hanno il diabete da oltre 20 anni” – ha affermato Elisabetta Lovati, Presidente SID Lombardia.

Nonostante la forte correlazione tra diabete e rischio cardiovascolare, da una recente indagine promossa sempre dall’IDF, che ha coinvolto oltre 12.000 persone con diabete di tipo 2 in 130 Paesi, è emerso una conoscenza dei fattori di rischio parziale. Un paziente su quattro non era consapevole del ruolo svolto dall’ipertensione e dal sovrappeso, uno su tre ignorava che iperglicemia, ipercolesterolemia, fumo e inattività fisica aumentano il rischio cardiovascolare e circa uno su due non conosceva l’importanza di elevati livelli di stress, del diabete di lunga durata e di un’età oltre i 65 anni come fattori di rischio. Questi dati suggeriscono che le persone con diabete non sono sufficientemente informate, tendono a sottostimare la gravità del problema ed è quindi fondamentale inserire l’educazione sui fattori di rischio cardiovascolari come parte integrante dell’assistenza alle persone con diabete” – ha spiegato Antonio Nicolucci, Direttore CORESEARCH.

Proprio sensibilizzare sull’importanza del controllo glicemico, del peso corporeo e di tutti gli altri fattori di rischio che concorrono allo sviluppo di complicanze, in particolare di quelle cardiovascolari è stato lo scopo della campagna nazionale “Al cuore del diabete. Milano è la quarantottesima tappa delle cinquanta previste nelle piazze italiane dell’unità mobile che permette alle persone con diabete di ricevere una valutazione diagnostica del rischio cardiovascolare. Una volta completato il percorso degli esami previsti – misurazione dei valori di emoglobina glicata e del profilo lipidico, ecocardiogramma ed ecocolordoppler carotideo – le persone con diabete possono confrontarsi con un diabetologo e un cardiologo” – ha detto Regina Dagani, Presidente AMD Lombardia.

La campagna “Al Cuore del Diabete” è stata realizzata con il patrocinio di SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, in connessione con il progetto internazionale Cities Changing Diabetes e il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Al via #diabeteontheroad – la piena libertà di essere sé stessi

Al via la campagna “#diabeteontheroad – la piena libertà di essere sé stessi”, un viaggio attraverso l’Italia per scoprire come le nuove tecnologie stanno cambiando la vita delle persone con diabete.

Dalle Alpi al mar Ionio, Roche Diabetes Care Italy, racconterà, attraverso lo schermo del filmmaker Fabio Persico, le storie e le esperienze di chi, grazie a un piccolo sensore impiantato sottocute per il monitoraggio della glicemia in continuo, ha vissuto il cambiamento e ora può gestire al meglio il diabete ed essere pienamente libero di vivere la propria vita insieme e non “nonostante” il diabete.

I protagonisti di #diabeteontheraod sono persone al di là del diabete, con una gran voglia di esprimere sé stesse, tanti sogni e tante esperienze. Entrare nella vita delle persone e raccontarne la quotidianità è una sfida. Quello che mi aspetto nelle prossime tappe della campagna è di incontrare storie sempre nuove, situazioni e sogni diversi che come pezzi di un puzzle, alla fine riusciranno a completare un quadro completo di quello che è il nuovo vissuto delle persone che utilizzano questo dispositivo” spiega Fabio Persico, che ha iniziato il suo viaggio per l’Italia incontrando e intervistando le persone con il sensore impiantabile e i loro diabetologi.

Questa campagna è nata grazie al continuo ascolto delle persone che utilizzano i nostri device, e in questo caso di chi utilizza il sensore impiantabile. Infatti, sono state proprio loro che ci hanno raccontato come, nonostante tutte le difficoltà che si ritrovano quotidianamente ad affrontare per la gestione del diabete, il sensore impiantabile abbia permesso loro di sentirsi un po’ più liberi dalla malattia diventando uno strumento imprescindibile nella loro vita. Questo viene confermato dal 93% delle persone che una volta impiantato il sensore dichiarano di voler continuare ad utilizzarlo. C’è chi arriva al terzo, quarto, quinto re-impianto” – ha commentato Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy.

Vivere con il diabete, specialmente per il tipo 1, comporta una rigorosa autogestione e un controllo costante della glicemia. L’impegno è così oneroso che si calcola che nel corso della giornata una persona mediamente debba decidere 50 volte al giorno, per un totale di circa 1 ora, come adattare la propria terapia e spesso gestendo tutto da sola. L’obiettivo principale di tutti coloro che hanno ricevuto una diagnosi di diabete – in Italia secondo i dati ISTAT sono oltre 3 milioni di cui circa il 5% di Tipo 1 – è quello di raggiungere un controllo metabolico ottimale, vale a dire mantenere la glicemia entro un target prestabilito, riducendo il rischio di episodi di ipoglicemia (valore troppo basso di zuccheri nel sangue) o iperglicemia (valore troppo alto). Purtroppo, circa il 72% del totale delle persone con diabete di tipo 1 e quasi il 50% con diabete di tipo 2 non raggiunge un buon controllo glicemico (emoglobina glicata ≤ 7), andando incontro a possibili complicanze acute o croniche. (Annali AMD 2018)

In questo, un valido aiuto nella gestione del diabete è rappresentato dal sensore impiantabile che dispone di una nuova tecnologia in grado di determinare i valori di glucosio nel tessuto interstiziale fino a 180 giorni, a differenza dei sensori attualmente disponibili in Italia che hanno una durata di 6, 7 o 14 giorni.

Con il sensore impiantabile, siamo oggi di fronte a una svolta epocale nel mondo del monitoraggio in continuo. Ci troviamo, infatti, nella condizione privilegiata di avere a disposizione sistemi con caratteristiche diverse che consentono di personalizzare il monitoraggio in continuo in base alle esigenze del paziente, così come si fa già per la terapia farmacologica. Per coloro che necessitano della massima flessibilità, ad esempio, il sensore impiantabile, in cui la parte visibile, costituita dal trasmettitore, può essere facilmente rimossa, è compatibile con qualsiasi tipo di attività, da una cena fuori, a un’attività sportiva, al mare o al lavoro. Sicuramente il ‘senso di libertà’ offerto dal sensore impiantabile, viene percepito dal medico che si sente più sicuro sull’aderenza al monitoraggio del proprio paziente e che riesce sempre a essere sotto controllo grazie alle vibrazioni del trasmettitore anche quando il telefono non è a portata di mano” – ha affermato Paolo Di Bartolo, Direttore Rete clinica diabetologia AUSL Romagna, Presidente eletto Associazione Medici Diabetologi (AMD).

Il dispositivo è, infatti, costituito da un piccolo sensore impiantato sottocute nel corso di una seduta in ambulatorio di pochi minuti, nella parte superiore del braccio e da un trasmettitore che viene applicato nella zona sopra il sensore con un cerotto ed è interamente rimovibile in modo semplice e senza rischi. Il trasmettitore, inoltre, è in grado di avvertire fino a 30 minuti prima in caso di possibili ipo o iper attraverso una discreta vibrazione sul corpo senza la necessità, quindi, di avere con sè il telefono.

Ho inserito il sensore impiantabile per tenere meglio sotto controllo i valori della glicemia. Da subito le cose sono migliorate e la mia vita è cambiata. Innanzitutto, sono riuscita a controllare meglio i valori del glucosio, con tutto ciò che ne consegue. Infatti, posso sapere i miei valori glicemici semplicemente guardando il cellulare e lui stesso mi avvisa quando ci sono variazioni verso l’alto o il basso. Inoltre, posso togliere e rimettere il trasmettitore facilmente e la piscina, o le altre situazioni che prima mi creavano imbarazzo, ora non sono più un problema” – ha raccontato Annalisa Salmistraro, alla quale hanno impiantato per la prima volta il sensore per il monitoraggio della glicemia nel marzo 2018.

Secondo Roche, il futuro sarà sempre di più focalizzato sull’integrazione dei numerosi dati generati da questi dispositivi con quelli in possesso del medico attraverso le visite e gli esami di laboratorio. Un’integrazione che deve passare, inevitabilmente, da piattaforme in grado di raccogliere e analizzare in modo strutturato una grande quantità di dati e che aiuteranno a colpo d’occhio il medico a comprendere meglio gli effetti della terapia e dello stile di vita nella gestione quotidiana del diabete, fornendogli inoltre la possibilità di individuare schemi o problemi non prevedibili nel regime terapeutico” – ha concluso Massimo Balestri.

 

Questa prima edizione di #diabeteontheroad toccherà per il momento 10 città: Milano, Brescia, Verona, Napoli, Roma, Marino, Salerno, Foggia, Potenza, Udine.

Per seguire il viaggio di Roche Diabetes Care Italy e Fabio Persico: www.sensoreimpiantabile.it/diabeteontheroad, Pagina Facebook di Roche Diabetes Care e Fabio Persico, Instagram e Twitter

Roche Diabetes Care è pioniere nello sviluppo di tecnologie e servizi innovativi per il diabete da oltre 40 anni.  Leader globale nella gestione integrata del diabete, con oltre 5.000 dipendenti in più di 100 Paesi in tutto il mondo, opera ogni giorno per supportare le persone affette da questa patologia e le persone a rischio. Un’azienda impegnata nel consentire ai pazienti di tutto il mondo di rimanere a target più a lungo possibile e sperimentare un reale sollievo dalla malattia nella gestione quotidiana.

Roche Diabetes Care collabora con Professionisti Sanitari e Istituzioni per gestire in modo ottimale questa complessa patologia e contribuire a creare sistemi di assistenza sostenibili.

Con il brand Accu-Chek, e in collaborazione con i suoi partner, Roche Diabetes Care crea valore fornendo soluzioni integrate per il monitoraggio dei livelli di glucosio, la somministrazione dell’insulina, per tracciare, nonché contestualizzare, i dati rilevanti per una terapia di successo.

Attraverso l’istituzione di un innovativo ecosistema aperto, collegando i dispositivi e le soluzioni digitali, Roche Diabetes Care consentirà una gestione ottimale e personalizzata del diabete, migliorando gli outcome della terapia. Dal 2017 mySugr, con l’app leader nella gestione del diabete e i suoi servizi, è entrata a far parte di Roche Diabetes Care.

In Italia, Roche Diabetes Care, ha attivato una collaborazione con Meteda per lo sviluppo e miglioramento della cartella clinica digitale più diffusa tra i diabetologi italiani.

Senseonics Holdings, Inc. è una società di tecnologia medica incentrata sulla progettazione, lo sviluppo e la commercializzazione di prodotti per il monitoraggio glicemico destinati ad aiutare le persone affette da diabete a vivere la propria vita in modo più facile e in sicurezza.  La prima generazione del sistema per il monitoraggio in continuo della glicemia (CGM), Eversense®, comprende un piccolo sensore, un trasmettitore intelligente e un’app per dispositivi mobili. Basandosi sulla tecnologia di rilevazione della fluorescenza, il sensore è progettato per essere inserito sotto cute e comunicare con il trasmettitore intelligente per trasmettere in modalità wireless i livelli di glicemia a un dispositivo mobile. Dopo l’inserimento, il sensore è progettato per misurare in modo costante e accurato i livelli glicemici.

 

FONTE | HealthCom ConsultingHill+Knowlton Strategies

Diabete: “Ipoglicemia parliamone”

Gli episodi di ipoglicemia, ovvero di eccessiva riduzione della quantità di zucchero nel sangue, hanno un impatto negativo su molti aspetti della vita quotidiana dei pazienti con diabete, in particolare sull’attività lavorativa, sulla vita sociale, sulla pratica sportiva e sulle attività del tempo libero, tanto che, in Italia, 6 persone con diabete su 10 vivono con la preoccupazione di incorrere in episodi di ipoglicemia.

Grazie al progetto internazionale TALK-HYPO, che ha previsto la somministrazione di un questionario a 4.300 familiari di persone con diabete in 9 Paesi, Italia compresa, e i cui risultati sono stati recentemente pubblicati su Diabetes Therapy, è emerso che gli episodi di ipoglicemia non preoccupano solo le persone con diabete, ma anche i loro familiari (64 per cento). Nonostante ciò, solo il 34 per cento degli intervistati ha riferito di avere conversazioni regolari (una volta alla settimana o più spesso) sull’ipoglicemia con la persona con diabete a loro vicina, mentre la maggioranza degli intervistati ha concordato che avere più conversazioni sull’argomento probabilmente avrebbe un impatto positivo sulla vita delle persone con diabete.

Proprio per approfondire questo aspetto, Novo Nordisk ha chiesto a persone con diabete e ai loro parenti più stretti, in stanze separate e davanti a una telecamera, le loro esperienze e le sensazioni provate durante gli episodi di ipoglicemia. La soluzione più semplice che queste persone hanno riportato per contrastare l’impatto delle ipoglicemie è stata di parlarne. I filmati realizzati sono disponibili sul sito www.ipoglicemiaparliamone.it insieme a materiali informativi utili per stimolare il dialogo sull’ipoglicemia sia in famiglia che con i medici.

Per coloro che sono in terapia insulinica, l’ipoglicemia rappresenta una vera e propria sfida, tant’è che il 46,5 per cento riporta uno o più episodi in un mese. Diversi studi hanno documentato che le preoccupazioni legate alla possibile comparsa di ipoglicemie possa portare a una eccessiva cautela nell’evitare oscillazioni glicemiche, avviando le persone con diabete a un percorso di peggioramento del compenso. Questa paura può infatti portare la persona con diabete ad aumentare volontariamente l’assunzione di cibo o modificare la dose di insulina. Le informazioni raccolte dallo studio TALK-HYPO possono rappresentare una risorsa importante anche per gli operatori sanitari. È infatti emerso che, attraverso conversazioni tra operatori sanitari e familiari è possibile ridurre l’onere e il rischio di ipoglicemia, come anche dichiarato da 9 intervistati su 10, confermando l’importanza di coinvolgere i membri della famiglia nella gestione del diabete” – afferma Simona Frontoni, Professoressa di Endocrinologia, Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina, Università di Roma Tor Vergata.

Le ipoglicemie sono responsabili di costi diretti e indiretti importanti. Sulla base di uno studio condotto in Italia e pubblicato l’anno scorso su Diabetes Therapy, per le sole persone con diabete tipo 1 e tipo 2 trattate con insulina, si stima un costo annuale legato alle ipoglicemie di circa 145 milioni di euro, dovuti da accessi al pronto soccorso, ricoveri in ospedale, ambulanza, visite mediche, strisce per automonitoraggio. In realtà l’importo complessivo è molto maggiore, perché questa stima non considera le ipoglicemie indotte da farmaci orali, che sono molto frequenti soprattutto nella popolazione anziana. Ai costi diretti vanno poi aggiunti i costi indiretti provocati dagli episodi di ipoglicemia, legati a perdita di produttività e assenteismo dal posto di lavoro sia delle persone con diabete sia dei familiari che le assistono” – dichiara Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch – Center for outcomes research and clinical epidemiology.

Nell’indagine TALK-HYPO un familiare su tre ha dichiarato che a causa delle ipoglicemie del proprio caro dorme meno, mentre uno su quattro deve ridurre l’orario di lavoro, evidenziando come l’ipoglicemia non abbia un impatto solo sulla produttività del malato, ma anche sui suoi familiari. In definitiva, considerando che i costi indiretti rappresentano circa il 50 per cento dei costi totali, come documentato dallo studio HYPOS condotto in Italia, la spesa complessiva annuale attribuibile alle ipoglicemie supera largamente i 500 milioni di euro”- continua Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch – Center for outcomes research and clinical epidemiology.

Dalla mia esperienza quotidiana, posso confermare che in famiglia si discute poco dell’ipoglicemia. La persona con diabete è restia a parlarne principalmente perché non vuole far preoccupare i familiari, ma anche il senso di colpa, che scaturisce dall’idea che l’ipoglicemia sia insorta a causa di un suo errore nella gestione del diabete, gioca un ruolo importante. D’altra parte, i parenti non vogliono mancare di rispetto facendo troppe domande, generando in realtà un’incomprensione perché spesso questa discrezione viene vissuta dalla persona malata come mancanza di interesse. Sicuramente, parlare di ipoglicemie può aiutare a superare il problema e alleggerire il peso che comporta all’interno della famiglia” – afferma Daniela D’Onofrio, moderatore di Portale Diabete.

 



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