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FIBROSI POLMONARE IDIOPATICA – Guida diagnostico terapeutica

La Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF) è una forma di interstiziopatia polmonare cronica, progressiva ad andamento fibrosante. La malattia è tipica dell’età adulta con maggiore prevalenza nella sesta e settima decade. È una patologia limitata ai polmoni, che provoca progressivo peggioramento clinico (dispnea) e funzionale, con prognosi altamente negativa. Elemento chiave della diagnosi è un correlato istologico/radiologico di UIP (usual interstitial pneumonia).

SEGNI CLINICI

  • tosse secca
  • rantoli bibasali teleinspiratori
  • ippocratismo digitalico
  • dispnea (dapprima da sforzo e poi a riposo)

EPIDEMIOLOGIA

  • L’incidenza di IPF con l’età
  • La malattia è rara in soggetti con meno di 50 anni, in questo caso spesso hanno segni di CTD (connective tissue disease) concomitante o ancora subclinica.
  • La malattia ha una prevalenza maggiore nel sesso maschile
  • Colpisce soprattutto i fumatori

FATTORI DI RISCHIO

  • Fumo di sigaretta: soprattutto in pazienti con >20 p/Y (numero di sigarette fumate al giorno x gli anni di fumo /20)
  • Esposizione a polveri: metalliche (Pb, acciaio) e non (legno, proteine animali, lacche, polveri vegetali) Vedi tabelle
  • Agenti Microbici: sono stati condotti studi sul ruolo di diversi virus (HCV, EBV, CMV, HHV7 e HHV8. Allo stato non ci sono molte evidenze sulla patogenesi.
  • Proteine e DNA di EBV sono stati identificati nelle cellule alveolari epiteliali dei pazienti con IPF + mutazioni genomiche associate ad aumentata replicazione virale, ma il DNA di EBV ha un’elevata prevalenza nella popolazione generale, inoltre i pazienti, al momento del riscontro dei segni di infezione, stavano assumendo terapia immunosoppressiva con potenziale sovrainfezione.
  • Reflusso gastro-esofageo: possibile microaspirazione di materiale spesso anacido e talora alcalino (non sempre sintomatico), ma il reflusso potrebbe essere successivo e non precedente la fibrosi
  • Fattori genetici: rappresentano meno del 5% delle forme di IPF. Il gene più coinvolto: ELMOD2 (cromosoma 4q31)
  • Le forme familiari si definiscono tali quando colpiscono almeno 2 componenti della stessa famiglia ma sono clinicamente ed istopatologicamente indistinguibili dalla IPF sporadica anche se colpiscono in età più giovanile.
  • Fattori genetici nei casi sporadici: mutazione geni per citochine: IL1a, TNFa, IL4, IL6, IL8, IL10 e IL12. Mutazione enzimi: ACE, a1-AT, TGFbeta1, fattori della coagulazione, proteine surfattante A e B, immunomodulatori e MMP1.

DIAGNOSI DI IPF

Vanno escluse cause note di altre forme di interstiziopatia polmonare (ILD). All’esame HRCT (Tac ad alta risoluzione) è presente un pattern radiologico tipico di polmonite interstiziale usuale (UIP). Se il pattern radiologico non è sufficientemente chiaro occorre aggiungere la biopsia polmonare. L’accuratezza della diagnosi aumenta grazie al consulto fra pneumologi/radiologi e patologi esperti. La multidisciplinarità è necessaria soprattutto in caso di radiologia ed istopatologia discordanti (pattern UIP non specifico al 100% per IPF).

DIAGNOSI DIFFERENZIALE

UIP in altri setting di malattia: CTD, AEE, pneumoconiosi (es.: asbestosi)

Forme fibrotiche che non rispettano tutti i criteri di UIP (fibrosi non classificabile se non vi sono caratteristiche di altre ILD)

Possibile diagnosi di IPF se si ha adeguato setting clinico/radiologico con istologia poco specifica ma solo dopo valutazione multidisciplinare.

ALGORITMO DIAGNOSTICO

 

STORIA NATURALE DELLA MALATTIA

La IPF è una malattia fatale con andamento variabile ed imprevedibile:

  • Nella maggior parte dei casi vi è un declino graduale della funzione respiratoria negli anni (3-5 anni)
  • Altri casi sono caratterizzati da stabilità della malattia con fasi di declino acuto
  • In altri casi vi è un rapido deterioramento della funzionalità respiratoria
  • Non si conoscono fattori che influenzino l’andamento. Comorbità come enfisema ed ipertensione polmonare possono impattare sull’andamento della malattia.

Segni di progressione della malattia sono:

  • peggioramento dei sintomi respiratori
  • riduzione della funzionalità polmonare alle prove di funzionalità respiratoria
  • progressivo aumento della fibrosi all’esame HRCT.

TERAPIA: PUNTI CHIAVE

  • La IPF non trattata porta ad una riduzione media di FVC tra 150 e 200 ml/anno.
  • L’andamento della malattia è imprevedibile.
  • Il peggioramento è spesso associate alle complicanze (pazienti generalmente > 55 anni).
  • Fino a non molto tempo fa l’obiettivo principale della terapia era quello di RIDURRE L’INFIAMMAZIONE alveolare.
  • Secondo studi più recenti alla base della IPF sembrano esserci insulti a carico delle cellule epiteliali alveolari (di origine non nota). I fibroblasti, però, non vanno incontro ad apoptosi (disregolazione epitelio/fibroblastica) per cui il problema non è INFIAMMATORIO ma sembra essere legato alla perdita dello stimolo apoptotico da parte del fibroblasto.

STEPS DELLA TERAPIA

ACCERTARE LA CORRETTEZZA DELLA DIAGNOSI

ASSESSMENT DELLA GRAVITA’ DEL PAZIENTE

TERAPIA FARMACOLOGICA E TRAPIANTO
  • Allo stato attuale nessuna terapia è risolutiva: è fondamentale l’inserimento dei pazienti papabili in trial clinici di valutazione di nuovi farmaci.
  • La risposta alle terapie va monitorata ad intervalli di 3-6 mesi con esame clinico, spirometria e 6MWT

Terapie approvate

Pirfenidone (inibisce la produzione di collagene e la proliferazione dei fibroblasti)

Effetti collaterali

  • rash,
  • fotosensibilità
  • effetti gastrointestinali (nausea, vomito, diarrea) ridotti se il farmaco è assunto ai pasti.

Nintedanib (inibitore di tirosin-chinasi (TKI)

Effetti collaterali

  • Diarrea
  • rari eventi emorragici/tromboembolici.
  • Controindicato in caso di gravi epatopatie

Trapianto di polmone

Criteri

  • DLCO (test di diffusione alveolo capillare del monossido di carbonio) < 39% del predetto
  • Declino FVC > 10% negli ultimi 6 mesi
  • Desaturazione < 88% in aria ambiente
  • Honeycombing a HRCT con fibrosis score > 2

Terapie di supporto

  • Terapia antiacida con PPI (inibitori della pompa protonica). Gli studi dimostrano una diminuzione della mortalità nei pazienti trattati per reflusso
  • Ossigeno-terapia
  • Supporto psicologico ed educazionale
  • Riabilitazione respiratoria
  • Vaccinazione antinfluenzale ed antipneumococcica
RIACUTIZZAZIONI

Criteri per definire una riacutizzazione:

  • Peggioramento inspiegato della dispnea in un mese
  • Ipossiemia con alterati/peggiorati scambi respiratori
  • Nuovi infiltrati alveolari a HRCT
  • Nessuna causa sottostante (TEP (tromboembolia polmonare), PNX (pneumotorace), infezione, scompenso)
  • Si possono verificare in qualsiasi momento e la malattia può presentarsi subito come evento acuto (tosse, febbre e/o espettorazione)
PROGNOSI

La mortalità nel 70% dei casi è a 5 anni (maggiore di molte neoplasie)

  • La mortalità Aumenta con l’età e con la frequenza delle riacutizzazioni
  • Principale causa: insufficienza respiratoria, (altre cause tromboembolia polmonare (TEP), PNX (pneumotorace), meno frequentemente ADK

Sono fattori associati a un aumentato rischio di mortalità:

  • Aumento dispnea
  • Riduzione FVC maggiore del 10% rispetto al baseline
  • Riduzione DLCO maggiore del 15% rispetto al baseline
  • Peggioramento della fibrosi a HRCT

Fattori prognostici da valutare sul lungo periodo

  • DEMOGRAFICI: età avanzata e sesso maschile
  • FUMO: dubbio associato sia ad aumentato che a ridotto rischio di mortalità
  • DISPNEA: correla con sopravvivenza e qualità di vita. Esistono molti scores (MRC, QoL, BORG) ma è poco chiaro quanto influenzino l’outcome. È importante valutare i cambiamenti nel tempo
  • Calo FVC del 5-10% in 6/12 mesi è predittivo di mortalità
  • Calo DLCO nel tempo meno legato a mortalità
  • Aumento delta Aa > 15 in 1 anno: predittivo di morte
  • ISTOPATOLOGIA: aumento foci fibroblastici maggiore mortalità e associazione con declino di FVC e DLCO a 6 e 12 mesi
  • IPERTENSIONE POLMONARE: PAM > 17 mmHg (cut off da validare). Ecocardio non concorda con RHC. La presenza di HP peggiora la prognosi.
  • ENFISEMA: se coesiste con Ipf peggiora la prognosi, serve terapia che curi entrambe le condizioni. Condiziona HP più severa e anticipa la necessità di ossigenoterapia
  • BIOMARKER su siero e BAL: KL6 (MUC1) GP ad alto PM prodotta dagli pneumoniti di tipo 2. Alti livelli in IPF correlazione con mortalità?
  • Alti livelli di proteina A e D del surfattante su siero sembrano essere predittivi di mortalità

 

FONTE | http://www.pneumotool.net

 

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Tumore del polmone, in Europa l’accesso a test diagnostici e terapie innovative non è uguale per tutti

I grandi passi avanti compiuti in termini di conoscenza dei meccanismi molecolari, di diagnostica e medicina personalizzata stanno progressivamente cambiando lo scenario del trattamento del carcinoma del polmone.

Tuttavia, nonostante i clinici dispongano di terapie sempre più efficaci e di maggiori informazioni su come trattare le persone colpite da tumore polmonare, il principale obiettivo, quello di aumentare la sopravvivenza dei pazienti, fatica ad essere raggiunto: l’accesso alla diagnostica molecolare, alle terapie più innovative e all’assistenza è gravato infatti da forti disuguaglianze in tutti i Paesi europei, con una situazione più drammatica nell’Europa dell’Est.

In Italia, nonostante siano approvati e rimborsati i principali test diagnostici molecolari, ALK, EGFR, PD-L1 e ROS1, questi non sono effettivamente disponibili per tutti su tutto il territorio nazionale, con disomogeneità territoriali a livello regionale. Inoltre, il nostro Paese si è fatto spesso trovare indietro nell’adozione delle terapie innovative per il tumore al polmone, con tempi d’attesa medi di oltre 20 mesi tra l’approvazione EMA e la decisione di AIFA e un ritardo medio tra i 6 e i 12 mesi tra l’approvazione italiana e l’effettivo rimborso e uso sul territorio.

Riunire le Associazioni dei pazienti e i clinici per un confronto sul problema delle disparità di accesso alle cure dei pazienti è una priorità alla quale risponde WALCE OnlusWomen Against Lung Cancer in Europe, che proprio per sensibilizzare i decisori politici a livello nazionale e locale, ha presentato al Ministero della Salute, il 7 novembre scorso, i risultati del report LuCE 2018 – Lung Cancer Europe sulle disparità nell’accesso a diagnosi, terapie e assistenza.

La diagnosi tempestiva del tumore polmonare e l’accesso ai test molecolari per tipizzare la neoplasia sono due criticità importanti anche nel nostro Paese vi sono oggettivamente alcuni ostacoli responsabili delle disuguaglianze a livello nazionale. Intanto, la frammentazione regionale nei processi di approvazione e regolamentazione dei nuovi farmaci, che non semplifica le procedure e porta inevitabilmente a una disparità sul territorio nazionale: in questo, auspichiamo che la Conferenza Stato-Regioni possa intervenire per implementare i processi regolatori e far sì che il sistema di rimborso dei farmaci diventi univoco da Nord a Sud del Paese. Servirebbe, poi, centralizzare il sistema delle analisi riguardo i test molecolari, garantendo sia la presenza delle figure deputate ad essi all’interno delle strutture oncologiche sia la copertura nazionale dei test diagnostici” – ha dichiarato Silvia Novello, Professore Ordinario di Oncologia Medica presso l’Università degli Studi di Torino, Responsabile SSD Oncologia Polmonare dell’AOU San Luigi Gonzaga di Orbassano e Presidente WALCE Onlus.

Il carcinoma del polmone rappresenta la prima causa di morte per tumore nell’Unione Europea ed è causa di un decesso per tumore su 5 a livello mondiale. Nel 2015 sono state registrate in Italia oltre 33.800 morti per tumore del polmone; nel 2018 si attendono nel nostro Paese 41.500 nuove diagnosi di tumore del polmone, delle quali oltre il 30% nel sesso femminile: il 10% di tutte le diagnosi di tumore a livello nazionale. Il tasso di sopravvivenza a 5 anni dei pazienti con tumore polmonare in Italia è pari al 16%, in linea con gli altri Paesi europei; un dato molto basso, anche se condizionato negativamente dalla grande proporzione di pazienti diagnosticati in stadio avanzato.

Il carcinoma polmonare si posiziona tra i principali big killer al mondo, per incidenza e per mortalità il recente progresso nella conoscenza della biologia delle neoplasie ha consentito di individuare tumori che esprimono specifiche alterazioni molecolari, per le quali sono stati sviluppati nuovi farmaci biologici, sempre più efficaci. Ma se la ricerca fa passi da gigante, la burocrazia purtroppo continua a disseminare la strada di ostacoli e questo non fa che peggiorare la difformità di accesso ai test e alle cure sul territorio nazionale” – ha commentato Francesco Cognetti, Direttore Oncologia Medica, Istituto Nazionale Regina Elena di Roma e Presidente Fondazione Insieme Contro il Cancro.

L’accesso alle cure in tutti i Paesi della UE, in particolar modo nei Paesi dell’Est, è la principale criticità che spesso, all’interno di uno stesso Paese, si presenta anche a livello interregionale. È questo il quadro che emerge dal report 2018 realizzato dall’Associazione Lung Cancer Europe (LuCE), che rappresenta i pazienti affetti da tumore del polmone, i loro familiari e caregiver che vivono in Europa. LuCE lavora per garantire loro la migliore assistenza possibile e per fare ciò vuole presentare agli stakeholder che operano nella sanità, nella politica, nella ricerca e nella società civile questo documento per poter così attuare una proficua collaborazione che porti al miglioramento degli standard di cura.

Il report che ha indagato sulle disparità di accesso a diagnosi, terapie e assistenza in Europa ha individuato i numerosi ostacoli che contribuiscono alla non equità assistenziale: la tempistica, con un ritardo cronico nelle diagnosi e ritardi nelle procedure registrative dei nuovi farmaci; i costi, elevati quelli dei farmaci innovativi, in molti casi a carico dei pazienti, e innumerevoli le difficoltà amministrative; l’accesso ai test diagnostici molecolari, non sempre diffusi uniformemente sul territorio nazionale dei Paesi europei e non sempre disponibili per tutti i pazienti; la carenza o assenza di team e competenze multidisciplinari in molti ospedali di diversi Paesi europei; l’accesso alle attrezzature moderne per la radioterapia, che per motivi strutturali e organizzativi varia da Paese a Paese; l’accesso alle sperimentazioni cliniche con i nuovi farmaci, ancora deficitario per i pazienti con tumore del polmone; infine, lo scarso coinvolgimento delle Associazioni dei pazienti nei processi di valutazione di Health Assessment Technology (HTA).

Il report condotto dall’Associazione LuCE, a distanza di due anni dalla prima indagine conoscitiva a livello europeo sul tumore del polmone, indica chiaramente come l’accesso dei pazienti ai farmaci anticancro innovativi, pur essendo questa una questione di estrema rilevanza per la politica sanitaria dell’UE, presenti importanti disparità tra i vari Paesi, tra cui l’Italia, così come l’accesso alla diagnostica molecolare questi sono dati molto preoccupanti dal momento che l’effettivo impiego delle terapie innovative dipende dalla loro rapida disponibilità e rimborsabilità, e lo stesso vale per le analisi di diagnostica molecolare per una corretta classificazione del tumore polmonare” – ha commentato Stefania Vallone, Presidente LuCE.

Le disparità nell’accesso alle terapie personalizzate rappresentano un tema molto attuale di diritto alla salute.

Se un test stabilisce che una persona è adatta a una specifica terapia e che dunque un’altra sarebbe inefficace, la possibilità di accesso a quella diagnostica e a quelle cure innovative non può essere lesa da disparità alcuna, essendo un diritto fondamentale dell’individuo sancito dall’art. 32 della Costituzione un diritto inalienabile, sia perché i cittadini che ne usufruiscono possono contare su maggiori possibilità di sopravvivenza e su una migliore qualità di vita, sia perché una mancata prestazione e una cura non adatta implicano uno spreco non più sostenibile del denaro pubblico che, al contrario, deve essere finalizzato a raggiungere l’obiettivo di salute della collettività” – ha commentato Francesca Moccia, Vice Segretario Generale di CittadinanzAttiva.

Il grande lavoro portato avanti in Italia da WALCE e dalle altre Associazioni fa sì che i diritti dei pazienti siano sempre tutelati al massimo.

Il principale ostacolo è rappresentato dalla carenza, quando non proprio assenza, di un’informazione capillare sui diritti dei malati di cancro. Se non ci fossero le Associazioni le persone malate non saprebbero come far rispettare i propri diritti e quindi è fondamentale che sia assicurata la conoscenza degli strumenti di tutela giuridica ed economica sia per i pazienti che per i caregiver oncologici, anche al fine di difendere il posto di lavoro e la retribuzione” – ha dichiarato Elisabetta Iannelli, Segretario Generale FAVO, Federazione Italiana Associazioni di Volontariato in Oncologia.

È fondamentale però che le Associazioni lavorino congiuntamente con tutti gli attori della Sanità.

Quando tutti gli stakeholder, Associazioni dei pazienti oncologici, comunità scientifiche, aziende, politici di tutti i partiti a livello nazionale e regionale siedono attorno a un Tavolo per trovare insieme le migliori soluzioni possibili affinché tutti i protagonisti dell’oncologia non vadano in ‘sofferenza’, in primis i malati che della catena sono l’anello più debole e fragile, allora è possibile raggiungere traguardi importanti. L’esperienza ci sta insegnando che l’unione e la collaborazione fanno la forza” – ha spiegato Annamaria Mancuso, Presidente Salute Donna onlus e coordinatrice de “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”.

 

WALCE Onlus è un’Associazione “a respiro europeo” per la lotta contro le neoplasie toraciche. Nata nel 2006 con l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione femminile rispetto all’aumento di incidenza e mortalità del tumore del polmone anche tra le donne, oggi WALCE informa, educa e supporta i pazienti affetti da questa patologia durante il percorso di malattia e realizza campagne nazionali di prevenzione primaria e di sensibilizzazione rispetto ai danni arrecati dall’abitudine tabagica. Il mese di novembre, come ogni anno, è stato ricco di appuntamenti dedicati all’awareness sul tumore del polmone.

WALCE da più di 10 anni mette in atto iniziative di sensibilizzazione della popolazione nei confronti della patologia tumorale del polmone e allo stesso modo mette in atto raccolte dati e testimonianze dei pazienti che possano aumentare l’attenzione di media, Istituzioni e società verso una patologia sempre poco considerata soprattutto in ragione del suo stretto legame con l’abitudine tabagica. Tutte le iniziative di prevenzione primaria devono avere una distribuzione capillare per essere efficaci, mentre la sensibilizzazione della popolazione e delle Istituzioni nei confronti di questa malattia tumorale mira all’ottimizzazione delle cure, passando attraverso la rapidità ed uniformità dell’accesso a nuovi farmaci e diagnostica molecolare” – ha affermato Silvia Novello, Presidente WALCE Onlus.

 


Ecografia 3D nella diagnosi dell’utero a T

La crescente importanza nella ricerca sul cosiddetto “fattore uterino” nella Riproduzione Umana costituisce una sfida impegnativa per migliorare la percentuale di gravidanza.

E’ questo il punto di partenza dello studio denominato “T-shaped uterine cavity morphology as assessed by three-dimensional ultrasound (3D US) may be associated with lower sustained implantation rates and higher clinical loss rates following frozen embryo transfer”, che IVI ha presentato nella 74ª edizione del Congresso dell’American Society for Reproductive Medicine (ASRM), a Denver (Colorado) (6-10 ottobre).

In questa ricerca, IVI analizza e valuta mediante ecografia in 3D la malformazione conosciuta come “utero a T”, dimostrando così l’utilità di questa tecnologia per aiutare a migliorare la prognosi riproduttiva delle pazienti affette da questa anomalia.

Questo metodo diagnostico su cui scommettiamo fermamente in IVI – sia nella ricerca che nell’aspetto clinico – è disponibile in tutte le nostre cliniche. L’ecografia in 3D consente così la valutazione completa dell’utero, in maniera semplice, rapida e dettagliata. Quindi, ottenere piani uterini coronali consente di valutare direttamente la morfologia della cavità endometriale, essendo questo fattore un notevole progresso sulle tecniche di ultrasuoni convenzionali basate in 2D”, ha spiegato Antonio Requena, Direttore Medico IVI.

I cosiddetti “uteri a T” (anomalia nella sua formazione durante il periodo embrionale che riguarda la caratteristica forma stretta e tubolare della sua cavità endometriale) portano ad una maggiore frequenza di risultati riproduttivi e ostetrici negativi.

C’è una maggiore presenza di dismenorrea (dolore mestruale), una maggiore frequenza di fallimenti nell’impianto dell’embrione e continui aborti, così come una maggiore frequenza di parti prematuri. 

Lo studio ha coinvolto 651 pazienti il giorno prima del trasferimento programmato di embrioni, assegnando loro una morfologia della cavità uterina. E’ stata osservata una tendenza verso una minor riuscita dell’impianto ed una maggiore perdita clinica per le pazienti con un utero a T, anche se questi risultati non hanno raggiunto una statistica significativa.

La diagnosi precoce dell’utero a T mediante eco in 3D è un’arma potenziale per migliorare l’ambito riproduttivo e ostetrico della donna, oltre ad essere una risorsa molto utile nell’ambito operatorio dell’isteroscopia. La grande portabilità attuale dei sistemi di eco 3D fa sì che tutti i chirurghi di IVI possano contare tutti i giorni su questi sistemi, e questo significa poter fare affidamento su un utile strumento di appoggio al chirurgo nel rimodellamento chirurgico di queste cavità endometriali ristrette in quei casi in cui è presente un’indicazione chirurgica. Inoltre, questa tecnologia consente di ottimizzare il risultato chirurgico e di ridurre i tempi operatori”, ha aggiunto Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

 

Gli studi presentati da IVI al Congresso ASRM 2018 costituiscono un passo in avanti nell’attuale ricerca tecnologica nell’ambito della valutazione delle patologie uterine per il miglioramento dei risultati riproduttivi, attraverso l’utilizzo di metodologie minimamente invasive ed altamente precise.

 


CancerSEEK: un nuovo test che rileva otto fra i tumori più comuni

Un nuovo test ematico, denominato CancerSEEK, può identificare 8 fra i tumori più comuni: ovarici, epatici, esofagei, pancreatici, gastrici, colorettali, polmonari e mammari. Il nuovo test misura il DNA tumorale circolante da 16 geni ed 8 biomarcatori proteici, e poi impiega il machine learning per analizzare i dati.

Come illustrato dal Nickolas Papadopoulos del Johns Hopkins Kimmer Cancer Center di Philadelphia, questo test ha il potenziale di cambiare il modo in cui si effettua lo screening oncologico, e si basa sullo stesso razionale per l’impiego di combinazioni di farmaci per trattare i tumori.

In futuro, il test ematico potrebbe essere impiegato per rilevare i tumori abbastanza precocemente da trattarli con la sola chirurgia, ma anche i casi in cui ciò non fosse sufficiente risponderebbero comunque meglio alle terapie sistemiche.

In ogni caso, per stabilire con certezza l’utilità clinica del test CancerSEEK e dimostrare che esso possa salvare delle vite sono necessari studi prospettici su ciascuna tipologia di tumore considerata in un’ampia popolazione di pazienti.

Se il test venisse implementato su vasta scala per lo screening, esso costerebbe circa 500 dollari USA, ossia notevolmente di meno rispetto agli attuali test di screening come colonscopia e mammografia, risultando peraltro più comodo.

Il nuovo sistema di classificazione combina la possibilità di osservare varie mutazioni del DNA insieme ai livelli di diverse proteine per dare il responso finale. Mantenere il pannello mutazionale ristretto è stato essenziale per minimizzare i falsi positivi e mantenere i costi praticabili.

(Science 23 febbraio 2018, DOI: 10.1126/science.aar3247)


La nuova frontiera per la gestione del diabete

Gli oltre tre milioni di italiani che hanno ricevuto una diagnosi di diabete condividono un obiettivo primario: raggiungere un controllo metabolico ottimale, ovvero mantenere la glicemia entro il target prestabilito, riducendo il rischio di episodi di ipo- o iperglicemia senza che questo incida significativamente sulla propria qualità di vita. Per molti di loro, oggi, si consolida una nuova frontiera, quella del controllo glicemico continuo: misurazioni non più a spot, ma letture automatiche dei valori, con un’analisi accurata dell’andamento della glicemia e delle sue fluttuazioni grazie a un piccolo sensore impiantato sotto la cute.

In occasione del congresso Nazionale della Società Italiana di Diabetologia, che si è svolto a Rimini dal 16 al 19 maggio scorso, Roche Diabetes Care Italy ha annunciato l’arrivo di Eversense XL, il primo sensore impiantabile per il monitoraggio continuo della glicemia (CGM), progettato per la rilevazione continua dei valori di glucosio nel sangue fino a 180 giorni.

Ad oggi, sono oltre 100 i centri in tutta Italia qualificati per poter impiantare Eversense e circa 700 i pazienti che lo hanno provato è, quindi, con grande soddisfazione che oggi presentiamo Eversense XL. Le persone con diabete eleggibili all’utilizzo di questo sistema potranno tenere sotto controllo i valori glicemici in qualsiasi situazione, in modo completamente automatico e fino a 180 giorni” – ha commentato Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy.

Eversense XL fornisce alle persone affette da diabete preziose informazioni aggiuntive alla sola misurazione capillare dei valori di glucosio effettuata tramite glucometro in modo da ottimizzare il monitoraggio della glicemia, cuore della gestione personalizzata del diabete in particolare, questo sistema è innovativo sotto diversi aspetti, innanzitutto è il primo sensore completamente impiantabile a disposizione delle persone con diabete. Il sensore ha una durata fino a 180 giorni e permette un accurato monitoraggio glicemico realmente continuativo per tutto il periodo di utilizzo. I dati raccolti, inoltre, vengono visualizzati sullo smartphone in modo molto semplice ed intuitivo, perché siano informazioni fruibili per migliorare la gestione del proprio diabete. Infine, Eversense XL è dotato di allarmi predittivi che permettono di anticipare la gestione e ridurre i rischi associati al mancato controllo di episodi gravi di ipo/iperglicemia ha affermato Elena Acmet, Medical Manager di Roche Diabetes Care Italy.

Il diabete è considerato una crescente emergenza epidemiologica globale e costituisce una delle patologie a più elevato impatto sociale ed economico. Rappresenta una delle malattie cronico degenerative più diffuse in Italia, ne soffrono oltre 4 milioni di persone, circa l’8% della popolazione (più del doppio di 30 anni fa) e il trend è in costante aumento.

Secondo i dati dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer dell’Associazione Ricerca & Diabete SID in Italia tra i diabetici il tasso di mortalità è del 30,3% per 100.000 abitanti; la malattia riduce di 5-10 anni l’aspettativa di vita, e un paziente su 6 riferisce un grave episodio di ipoglicemia; il 60%-80% delle morti per malattie cardiovascolari viene associato al diabete; il 29% dei diabetici riferisce di stare male o molto male a causa della malattia: ogni 52 minuti un diabetico subisce un’amputazione e ogni 4 ore un diabetico entra in dialisi.

Il buon controllo glicemico è fondamentale per la prevenzione delle complicanze del diabete e degli scompensi metabolici acuti, per questo le persone con diabete necessitano di un’attenta e costante misurazione della glicemia attraverso sistemi che devono essere precisi e affidabili oggi, grazie alla tecnologia che continua a fare straordinari passi in avanti, abbiamo a nostra disposizione molti strumenti in grado di misurare in modo accurato i livelli di glicemia e di migliorare la qualità di vita dei pazienti. Eversense XL sicuramente è uno di questi, con l’ulteriore vantaggio di possedere allarmi predittivi e quindi, anticipare le ipo e le iper-glicemie e di essere attivo fino a 6 mesi” – ha commentato Elisabetta Lovati, Dirigente medico di primo livello, Specialista in Endocrinologia e Diabetologa al Policlinico San Matteo di Pavia.

Eversense XL è prodotto da Senseonics, e distribuito in esclusiva da Roche Diabetes Care Italy. È costituito da un sensore sottocutaneo che non necessita di alcun ago per collegarlo al trasmettitore ricaricabile. Il trasmettitore, viene applicato con un cerotto ed è interamente rimovibile in modo semplice e senza rischi: una caratteristica che lo rende compatibile con qualsiasi tipo di attività, da una cena fuori o una banale passeggiata ad un’attività sportiva agonistica. Il sistema Eversense invia allarmi, avvisi e notifiche relativi ai valori del glucosio visibili in qualsiasi momento sull’app dello smartphone. Il paziente, quindi, può vedere la curva della sua glicemia e viene avvertito prima che i livelli di glucosio raggiungano valori troppo elevati o troppo bassi attraverso suoni e vibrazioni che cambiano a seconda del tipo di allarme.

Eversense XL viene inserito durante una seduta ambulatoriale di pochi minuti. Il sensore viene impiantato a livello sottocutaneo sulla parte superiore del braccio. È sufficiente un’incisione millimetrica per l’inserzione del sensore e l’impianto è eseguito in anestesia locale.

Roche Diabetes Care (RDC) è leader mondiale nella gestione della malattia diabetica e lavora costantemente a favore dell’innovazione nel monitoraggio e trattamento del diabete. Questo approccio, che ci ha spinto a promuovere Eversense XL, nasce dall’attenzione a 360° che l’azienda pone ai bisogni reali dei pazienti nell’intento di ridurre il peso della malattia per le persone che ne soffrono e le loro famiglie, e nel contempo di contribuire alla sostenibilità del sistema salute” – ha concluso Balestri.


RETI NAZIONALI, NUOVI CRITERI DIAGNOSTICI PER LA MALATTIA DI ALZHEIMER E SMARTPHONE NELLA GESTIONE DELLA PATOLOGIA

La creazione di reti nazionali per la gestione dei pazienti affetti da demenza e i nuovi criteri diagnostici per la Malattia di Alzheimer nella fase preclinica sono stati al centro del XIII Convegno Nazionale della SINdem (Associazione Autonoma Aderente alla SIN per le demenze) che si è tenuto a Firenze dal 19 al 21 aprile scorso.

Nella tre giorni del Convegno che si è svolta nella prestigiosa sede del Palazzo dei Congressi a Firenze, si è discusso dell’importanza della creazione di reti nazionali che consentano la condivisione delle risorse al fine di raggiungere obiettivi comuni nel campo della prevenzione, della diagnosi precoce e della organizzazione dei servizi, ormai riconosciuta come una priorità anche nel nostro Paese.

Numerose, inoltre, sono state le comunicazioni dei prestigiosi relatori presenti, che hanno fatto il punto sui marcatori biologici utilizzabili con questa finalità, dagli sviluppi più recenti della tomografia ad emissione di positroni a tecniche tradizionali, come l’elettroencefalogramma, abbinato a sofisticate procedure di analisi quantitativa dei dati.

Molto interesse ha destato anche la presentazione di nuovi approcci nella individuazione di precocissime alterazioni delle capacità cognitive mediante l’uso dell’informatica personale: lo smartphone, ad esempio, può consentire di valutare in modo preciso se le abilità di orientarsi durante percorsi abituali presentano un iniziale deterioramento, un possibile sintomo d’allarme per un processo neurodegerativo.

Il quadro generale per quanto riguarda lo sviluppo delle terapie è caratterizzato da un cauto ottimismo in attesa dei risultati degli studi in corso e dall’attenzione verso nuove strategie che vadano oltre l’esclusiva focalizzazione sul ruolo dell’amiloide. I progressi della ricerca di base sono stati illustrati da comunicazioni che hanno esaminato il ruolo di meccanismi ancora poco esplorati nel campo delle malattie neurodegenerative, come il possibile contributo dell’infiammazione e il ruolo dell’ambiente nella regolazione dell’espressione genetica. Non è mancato l’accento sulla prevenzione con comunicazioni che hanno confermato il ruolo dei fattori dietetici e di interventi di tipo nutriceutico nel rallentare l’evoluzione dei deficit cognitivi nella popolazione anziana a rischio” – ha affermato Stefano Cappa, Presidente della SINdem.


Fibrosi Polmonare Idiopatica, si può fare di più: un progetto per facilitare e anticipare la diagnosi garantendo un rapido accesso ai trattamenti

“Fare di più” per i pazienti con Fibrosi Polmonare Idiopatica (IPF), grave e rara malattia che causa la cicatrizzazione progressiva e irreversibile dei polmoni, con una sopravvivenza limitata a tre anni dalla diagnosi nel 50% dei casi. Un’esigenza raccolta da Roche che promuove “PerFECT”, un progetto finalizzato ad aumentare la consapevolezza e l’esperienza degli specialisti sull’IPF, per superare le tante difficoltà che ostacolano una diagnosi precoce e un trattamento tempestivo.

L’incidenza di IPF in Italia è 16 casi ogni 100.000 abitanti e in Europa sono stimati circa 100.000 pazienti, con un incremento annuale di circa 35.000 casi. Studi recenti hanno dimostrato che il declino causato dall’IPF è peggiore rispetto a molti tipi di tumore, ma le sue caratteristiche ed i suoi sintomi, facilmente sovrapponibili a quelli di altre patologie respiratorie, la rendono difficile da identificare.

Una delle maggiori difficoltà legate a questa malattia sono appunto i tempi della diagnosi, complessa ed elaborata, e che coinvolge un vero e proprio team di specialisti: pneumologi, radiologi e anatomopatologi. Si stima infatti che ad un paziente su due non venga diagnosticata correttamente la patologia e che possano trascorrere anche due anni dai primi sintomi prima di un accertamento definitivo sotto il profilo diagnostico. Tempo prezioso per i pazienti che perdono così l’opportunità di accedere ad una terapia tempestiva, necessaria per migliorare la prognosi e rallentare l’evoluzione dell’IPF.

Soprattutto nei piccoli centri ospedalieri non è facile disporre di informazioni ed esperienze necessarie ad arrivare ad una diagnosi tempestiva. Ecco allora che il supporto di un centro di riferimento con maggiore esperienza per una second opinion, diventa un elemento determinante per una diagnosi certa.

Va in questa direzione il progetto “PerFECT” che si articola in una rete di centri periferici, denominati “Spoke” collegati attraverso una piattaforma web a centri di riferimento esperti, i cosiddetti “Hub”. L’obiettivo del progetto PerFECT è proprio quello di facilitare e supportare la diagnosi di IPF, mettendo in contatto diretto, in modo semplice e in tempo reale, i centri meno esperti con i centri di riferimento nell’ambito delle patologie interstiziali del polmone, per ottenere un parere di secondo livello, che arriva in tempi brevi e “a chilometro zero”. Attraverso un tool informatico, infatti, i centri Hub valutano la documentazione clinica inviata dai centri Spoke e forniscono un secondo parere.

Un’ottimizzazione delle informazioni sulla malattia ed un aiuto alla sostenibilità del sistema: grazie alla condivisione telematica, infatti, i pazienti e le loro famiglie possono evitare o ridurre lunghi e costosi spostamenti tra Regioni, mentre anche il piccolo centro ospedaliero può fornire una diagnosi accurata ed in tempi brevi, evitando indagini strumentali ed esami non appropriati.

Il progetto è nato per creare una comunità di clinici informata e dedicata all’IPF, perché i pazienti possano ottenere la migliore diagnosi, nel più breve tempo possibile quando si ha di fronte una patologia infausta come l’IPF, che toglie tempo e speranze, diventa fondamentale agire perché tutti i protagonisti dispongano di informazioni, conoscenza ed esperienze per poter identificare la patologia il prima possibile e regalare momenti importanti ai pazienti e alle loro famiglie. L’impegno di Roche va anche in questa direzione: fornire gli strumenti e le tecnologie necessari perché i pazienti vedano garantito il loro diritto a una diagnosi rapida e a un trattamento tempestivo, senza spreco di tempo e risorse” – ha commentato Anna Maria Porrini, Medical Affairs & Clinical Operations Director di Roche Italia.

Ad oggi sono nove i centri che hanno aderito al progetto e sono state gestite quasi 300 richieste di second opinion.

 


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