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Emicrania e cibo: spesso un legame fatale!

Emicrania

Il legame cibo-salute è stato oggetto di studio da parte di medici e ricercatori di tutti i tempi, ma mai come negli ultimi decenni si sono moltiplicati gli studi scientifici tesi a valutare gli effetti benefici dei diversi alimenti e la capacità di influire positivamente sul decorso di alcune patologie. Tra i disturbi più comuni e invalidanti dell’era tecnologica troviamo proprio l’emicrania, sia sporadica che cronica.

Un terzo circa degli emicranici – commenta Cristina Tassorelli, Professore associato presso il dipartimento di Scienze del sistema nervoso e del comportamento dell’Istituto Neurologico Mondino di Paviariferisce che alcuni cibi siano in grado di innescare i loro attacchi di mal di testa. In genere, l’alimento incriminato varia da persona a persona e si ritiene che molti dei cibi ‘trigger’ agiscano modificando la reattività dei vasi intracranici. Gli alcolici, ad esempio, potrebbero indurre gli attacchi emicranici perché causano vasodilatazione; mentre il caffè, che ha un’azione vasocostrittrice, può causare cefalea nei giorni in cui viene assunto in quantità ridotte, come ad esempio nei week-end, per un effetto di ‘rimbalzo’ sui vasi“.

Il caffè va dunque evitato se soffri di mal di testa? Non obbligatoriamente: quattro tazzine al giorno (corrispondenti a circa 400 milligrammi di caffeina) sarebbero il limite per non rischiare attacchi di mal di testa, probabili se si assumono quantità superiori in soggetti sensibili o patologici.

Inoltre, un nuovo studio dell’Università di Cincinnati pubblicato sulla rivista Headache, The Journal of Head and Face Pain, dimostrerebbe che non solo l’eccesso ma persino l’astinenza da questa sostanza potrebbe essere dannosa. L’analisi di oltre 180 ricerche presenti in letteratura sul legame dieta-cefalea consente di evidenziare che gli effetti indotti sul cervello da una modesta quantità di caffeina (appunto non più di 4 tazzine) possono contribuire a migliorare alcuni stati associati al mal di testa, tra cui la depressione. Ma oltre al caffè, vediamo quali sono i principali alimenti in grado di favorire o stemperare le cefalgie.

Fra gli alimenti da evitare, gli esperti annoverano il cioccolato e alcuni formaggi; citano poi specifiche sostanze contenute in quantità differenti in numerosi alimenti, ad esempio il glutammato di sodio, indicato sulle etichette alimentari con la sigla E621, presente soprattutto in prodotti industriali lavorati, nei surgelati, nei cibi in scatola, negli snack e in alcune salse e condimenti, specie quelle utilizzate nei ristoranti cinesi.

Meglio ridurre anche i nitriti, presenti negli insaccati, come pancetta, salumi, wurstel, che nel 5% degli emicranici determinano l’insorgere di un attacco nei giorni successivi al loro consumo. Qualche dubbio resta aperto sull’influenza esercitata da glutine (la proteina del grano non tollerata dai celiaci) e aspartame, contenuto soprattutto nei cibi dolci, comprese caramelle e gomma americana. Banditi poi gli alcolici, in particolare quelli ad alto contenuto di istamina.

Tra i cibi cosiddetti protettivi o non nocivi, invece, troviamo quelli contenenti folati e vitamina D e, in genere, le diete a basso contenuto di grassi e carboidrati ma ricche di acidi grassi polinsaturi Omega 3 che si trovano soprattutto in pesci come salmone, merluzzo e capasanta.

Infine, parlando di condimenti, meglio preferire l’olio di semi di lino agli oli vegetali polinsaturi (mais, girasole e soia).

Importante da sapere è anche il fatto che una dieta corretta, oltre a ridurre gli attacchi di mal di testa, favorirebbe il controllo del peso e un ridotto rischio cardiovascolare.
Riza.it

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Carne di cavallo: le proprietà

Carne di cavallo

La carne di cavallo è una tipologia di carne che non sempre è presente nella nostra dieta. Non la assumiamo perché spesso non ce la sentiamo di mangiare carne di questo animale o perché non ci fidiamo, perché abbiamo paura che non sia abbastanza controllata come le altre tipologie di carne. Le tracce di carne equina trovate in molti prodotti di recente, poi, hanno aumentato la diffidenza degli italiani.

La carne di cavallo, se si guarda dal punto di vista nutrizionale, è molto magra e un po’ dolciastra. I tagli di giovani animali sono teneri e molto digeribili, ma deve essere cotta al sangue. Ha un altissimo contenuto di ferro ed è consigliata a sportivi, bambini in crescita, persone che soffrono di anemia, donne in gravidanza.

I favorevoli al consumo di carne di cavallo sostengono che dal punto di vita nutrizionale e di apporto di ferro è migliore rispetto ad altre carni magre, apportando un livello di colesterolo paragonabile al manzo o similari e aiutando così le persone che soffrono di anemia o che hanno bisogno di maggiori quantitativi di ferro di poterlo assumere e assorbire con efficacia e velocità.

I contrari, invece, sostengono che i controlli sulla carne di cavallo non vengono fatti a dovere e la paura che cavalli che per tutta la vita hanno corso e magari sono stati imbottiti di anabolizzanti o altre sostanze, possano finire al macello.

BenessereBlog

Focus sulla Vitamina D: dati di efficacia alla luce delle evidenze scientifiche attuali

Appena pubblicato su Nutrients (*) un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.

La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole. Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente? – introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME.

La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.

I valori di Vitamina D, attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati” – spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro.

Abbiamo poi cercato di chiarire, che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici” – prosegue Roberto Cesareo.

Va però ricordato, che la prevenzione dell’ipovitaminosi D passa attraverso uno stile di vita corretto, cioè un’adeguata esposizione alla luce del sole ed una dieta bilanciata. Va sottolineato, però, che con l’invecchiamento l’efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi e perciò è più difficile per le persone anziane produrre adeguate quantità di Vitamina D con l’esposizione alla luce solare. Quindi, nei pazienti con osteomalacia o osteoporosi, negli anziani soprattutto quelli più esposti alle cadute, nei soggetti che per forza di cose non possono esporsi in maniera adeguata alla luce solare, il trattamento con l’integrazione di Vitamina D va considerato. Una valida alternativa potrebbero essere le politiche di “fortificazione” dei cibi con Vitamina D, come avviene nei paesi dell’area scandinava, dove la radiazione solare è naturalmente meno ricca di raggi UVB. È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D” – aggiunge Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia, Udine.

Inoltre, è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcifediolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”  – continua Roberto Cesareo.

Infine, i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine” – conclude Roberto Cesareo.

(*) Nutrients 2018, 10, 546; doi:10.3390/nu10050546 – www.mdpi.com/journal/nutrients


La dieta nella psoriasi e nella artrite psoriasica

La psoriasi è una malattia cronica infiammatoria della pelle e presenta una significativa morbilità e un effetto associato sulla qualità della vita.

Gli adulti con psoriasi e/o artrite psoriasica possono integrare le loro terapie mediche con interventi dietetici per ridurre la gravità della malattia?

Un folto gruppo di ricercatori americani ha messo a punto una revisione sistematica di 55 studi e 4534 pazienti con psoriasi, identificando la riduzione del peso con una dieta ipocalorica come intervento di maggiore efficacia  in pazienti obesi e in sovrappeso con psoriasi.

Da questa revisione, la commissione medica della National Psoriasis Foundation raccomanda  la perdita di peso con una dieta ipocalorica per i pazienti sovrappeso e obesi con psoriasi.

Inoltre, i risultati supportano debolmente una dieta priva di glutine per quei pazienti che presentano marcatori sierologici di sensibilità al glutine.

Dati di bassa qualità suggeriscono invece che alcuni cibi, certe sostanze nutritive e determinati schemi alimentari possano avere un’influenza sull’andamento della malattia.

Per quanto riguarda invece i pazienti con artrite psoriasica, le prove permettono agli autori di consigliare solo debolmente l’integrazione con vitamina D e la riduzione del peso con una dieta a basso contenuto calorico in coloro che sono in sovrappeso e obesi.

Inoltre, i ricercatori hanno evidenziato tre concetti per interpretare le loro raccomandazioni:

  1. continuare la terapia medica regolare per le malattie psoriasiche, dato che gli interventi dietetici non possono essere l’unica fonte di trattamento.
  2. gli interventi dietetici possono essere associati a effetti avversi e controindicazioni
  3. le loro raccomandazioni potrebbero avere impatto anche su altre patologie e potrebbero influire sulla salute generale. 

 

Ford AR, Siegel M, Bagel J, Cordoro KM, Garg A, Gottlieb A, Green LJ, Gudjonsson JE, Koo J, Lebwohl M, Liao W, Mandelin AM 2nd, Markenson JA, Mehta N, Merola JF, Prussick R, Ryan C, Schwartzman S, Siegel EL, Van Voorhees AS, Wu JJ, Armstrong AW – JAMA Dermatol. 2018 Jun 20. doi: 10.1001/jamadermatol.2018.1412.

FONTE | La nutrizione

Arrivano nelle Città gli “Orti della Salute”

Firmato il 29 maggio scorso, l’accordo di programma tra Health City Institute, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, CittadinanzAttiva e Cia-Agricoltori Italiani per creare nelle maggiori città italiane gli “Orti della salute”, laboratori incentrati sulla promozione dei corretti stili di vita, principalmente a livello infantile e adolescenziale.

Il progetto punta a coinvolgere i cittadini, a partire dai più giovani e dalle famiglie, nelle scelte salutari, promuovendo formazione e informazione che mirino a modificare comportamenti inadeguati che contribuiscono a favorire l’insorgere di malattie di grande rilevanza come obesità e diabete che pesano sul sistema sanitario e sociale a livello nazionale, regionale e locale”, spiega l’On. Roberto Pella, Vicepresidente vicario di ANCI.

Dati Istat indicano che circa il 26 per cento dei bambini tra i 6 e i 17 anni ha un problema di eccesso di peso. In particolare, secondo Okkio alla Salute, il sistema di sorveglianza sul sovrappeso e l’obesità nei bambini delle scuole primarie, il 21,3 per cento dei bambini è in sovrappeso mentre il 9,3 per cento risulta obeso. I chili di troppo in età infantile aprono la strada al rischio di importanti problemi di salute, che possono manifestarsi anche nel corso dell’adolescenza, nonché compromettere il benessere e la salute nell’età adulta. Vi è inoltre un’alta probabilità che i bambini in sovrappeso di oggi divengano adulti obesi un domani ed è ormai risaputo quanto l’obesità stia assumendo i caratteri di una vera e propria epidemia mondiale” – dice Andrea Lenzi, Coordinatore di Health City Institute, organizzazione partners del progetto Cities Changing Diabetes e Presidente del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri.

Per contrastare questo fenomeno è necessario promuovere politiche e progetti che rendano i cittadini consapevoli dell’importanza di praticare attività fisica, aumentare il consumo di frutta e verdura e seguire una corretta alimentazione, ridurre la concentrazione di sale, zuccheri e grassi negli alimenti, limitare la quota di alimenti altamente calorici nella dieta, oltre a scoraggiare altre cattive abitudini come il fumo di sigaretta e l’abuso di alcol”, dice Antonio Gaudioso, Segretario Generale di Cittadinanzattiva.

Il progetto vuole coinvolgere le Amministrazione comunali nella creazione di “Orti della salute”, sul modello di quello promosso alla Casa Bianca da Michelle Obama, che abbiano come obiettivo quello di fornire ai bambini, agli adolescenti e alle famiglie informazioni pratiche sulla corretta alimentazione, sulla stagionalità di frutta e verdura, sui rischi connessi a stili di vita poco salutari, sull’importanza dell’attività sportiva e fisica.

Mettere un seme nel terreno simboleggia la promessa di una nutrizione vera e di un’educazione alimentare per tutte le persone che saranno coinvolte nel progetto. Un’iniziativa che ha un importante scopo didattico, quindi, che parlerà di salute, di quanto siano buoni i cibi freschi e di come possano diventare parte di una dieta sana”, commenta Dino Scanavino, Presidente nazionale Cia-Agricoltori Italiani.


Obesità: liraglutide 3 mg si conferma efficace nel ridurre il peso corporeo anche nella vita reale

I pazienti trattati con liraglutide 3 mg (Saxenda®) per la gestione del peso, in combinazione con dieta ed esercizio fisico, hanno perso una media di 8,1 kg dopo sei mesi, in un contesto di vita reale. I dati sono stati presentati al 25° congresso europeo sull’obesità (ECO 2018) svoltosi a Vienna (23-26.05.2018)1,2.

Lo studio, effettuato su persone con sovrappeso e obesità in sei centri specializzati in Canada, ha dimostrato che, dopo sei mesi, i pazienti che hanno assunto il farmaco, in aggiunta alla dieta e all’esercizio fisico, hanno raggiunto una perdita di peso del 7,1 per cento rispetto al peso iniziale; il 63,4 per cento dei pazienti ha perso il 5 per cento o più del proprio peso corporeo e il 35,2 per cento più del 10 per cento. I risultati dello studio real-world hanno confermato quelli osservati nel programma di sperimentazione clinica SCALE3.

I pazienti hanno inoltre mostrato miglioramenti nei fattori di rischio cardiometabolico, tra cui i livelli di glucosio nel sangue e la pressione arteriosa sistolica1,2.

L’obesità è una malattia cronica e complessa, che richiede una serie di opzioni terapeutiche che permetta alle persone di raggiungere e mantenere la perdita di peso. La perdita di peso dal 5 al 10 per cento può incidere in maniera positiva sulla salute, in termini di riduzione del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. Questo studio dimostra come nella vita reale le persone trattate con liraglutide 3 mg raggiungano una perdita di peso clinicamente significativa” – afferma Sean Wharton della Wharton Medical Clinic di Toronto e responsabile di questo studio.

Liraglutide 3 mg è un’importante opzione terapeutica per le persone con obesità e riflette il nostro impegno nel contribuire a ridurre l’impatto dell’obesità e migliorare la salute delle persone che vivono con questa malattia. È entusiasmante vedere le prove di efficacia nella vita reale perché è la dimostrazione che le persone stanno sperimentando davvero i benefici osservati negli studi clinici” – dichiara Mads Krogsgaard Thomsen, Executive Vice President and Chief Science Officer di Novo Nordisk.

Liraglutide 3 mg si è dimostrato generalmente ben tollerato e gli effetti indesiderati segnalati più frequentemente sono quelli a carico dell’apparato gastrointestinale.

Lo studio di efficacia “real-world” di liraglutide 3 mg

L’obiettivo dello studio è stato quello di osservare l’efficacia di liraglutide 3 mg in combinazione con dieta ed esercizio fisico nella pratica clinica. Questo studio retrospettivo ha incluso un totale di 311 persone che avevano ricevuto liraglutide 3 mg per il controllo del peso, di cui 167 per almeno sei mesi. Le persone incluse nello studio avevano un indice di massa corporea (BMI) medio di 40,7 kg/m2 e un peso di 114,8 kg al basale1.

Liraglutide 3 mg

Liraglutide 3 mg (Saxenda®) è un analogo a singola somministrazione giornaliera del GLP-1 simile per il 97 per cento al GLP-1 umano4,5, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo6. Infatti, come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito aumentando il senso di pienezza e sazietà, riducendo contemporaneamente le sensazioni di fame e di desiderio di consumo di cibo, inducendo quindi una riduzione dell’apporto di cibo. Inoltre, come con altri analoghi del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in modo glucosio-dipendente4,5. Liraglutide 3 mg è stato valutato nel programma di sperimentazione clinica di fase 3 SCALE (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence).

Liraglutide 3 mg è indicato in aggiunta a dieta povera di calorie e ad aumento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con un indice di massa corporea (IMC) iniziale superiore o uguale a 30 kg/m² (obesi) oppure uguale o superiore a 27 kg/m² (sovrappeso) in presenza di almeno una comorbidità correlata al peso come la disglicemia (prediabete o diabete mellito di tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva del sonno4.

L’obesità

L’obesità è una malattia7 che richiede una gestione a lungo termine; può essere associata a diverse gravi conseguenze per la salute8 e a un’aspettativa di vita ridotta9. Le complicanze legate all’obesità comprendono diabete di tipo 28, malattie cardiache10, ipertensione10, dislipidemia10, apnea ostruttiva del sonno11, malattia renale cronica12, steatosi epatica non alcolica13 e alcuni tipi di cancro14,15. L’obesità è una malattia complessa e multifattoriale influenzata da fattori fisiologici, psicologici, ambientali, socio-economici e genetici16,17,18. L’aumento globale della prevalenza di obesità è un problema di salute pubblica che ha gravi implicazioni sui costi per i sistemi sanitari19,20. Complessivamente, nel 2016 circa il 13 per cento della popolazione adulta nel mondo (650 milioni di adulti) risulta obeso19.

1. Wharton S, Liu A, Pakseresht A, et al. Real world clinical effectiveness of liraglutide 3.0 mg for weight management in Canada. Abstract (T4PLB2) presented at the 25th European Congress on Obesity (ECO 2018), Vienna, Austria. 23–26 May 2018.

2. Wharton S, Liu A, Pakseresht A, et al. Real world clinical effectiveness of liraglutide 3.0 mg for weight management in Canada. Abstract (PSY10) presented at the 23rd Annual International Meeting of the International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (ISPOR 2018). Baltimore, USA. 19–23 May 2018.

3. Pi-Sunyer X, Astrup A, Fujioka K, et al. A Randomized, Controlled Trial of 3.0 mg of Liraglutide in Weight Management. N Engl J Med. 2015;373:11–22.

4. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) summary of product characteristics. Last accessed: May 2018.

5. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) summary of product characteristics. Last accessed: May 2018.

6. Knudsen LB, Nielsen PF, Huusfeldt PO, et al. Potent derivatives of glucagon-like peptide-1 with pharmacokinetic properties suitable for once daily administration. Journal of Medicinal Chemistry. 2000;43:1664–1669.

7. American Medical Association. A.M.A Adopts New Policies on Second Day of Voting at Annual Meeting. Obesity as a Disease. Available at: http://news.cision.com/american-medical-association/r/ama-adopts-new-policies-on-second-day-of-voting-at-annual-meeting,c9430649. Last accessed: May 2018.

8. Guh DP, Zhang W, Bansback N, et al. The incidence of co-morbidities related to obesity and overweight: a systematic review and meta-analysis. BMC Public Health. 2009;9:1–20.

9. Whitlock G, Lewington S, Sherliker P, et al. Body-mass index and cause-specific mortality in 900 000 adults: collaborative analyses of 57 prospective studies. Lancet. 2009;373:1083–1096.

10. Poirier P, Giles TD, Bray GA, et al. Obesity and cardiovascular disease: pathophysiology, evaluation, and effect of weight loss: an update of the 1997 American Heart Association Scientific Statement on Obesity and Heart Disease from the Obesity Committee of the Council on Nutrition, Physical Activity, and Metabolism. Circulation. 2006;113:898–918.

11. Li C, Ford ES, Zhao G, et al. Prevalence of self-reported clinically diagnosed sleep apnea according to obesity status in men and women: National Health and Nutrition Examination Survey, 2005-2006. Prev Med. 2010;51:18–23.

12. Morandi A, Maffeis C. Urogenital complications of obesity. Best Pract Res Clin Endocrinol Metab. 2013;27:209–218.

13. Angulo P. Nonalchoholic fatty liver disease N Engl J Med. 2009;346:1221–1231.

14. Eheman C, Henley SJ, Ballard-Barbash R, et al. Annual Report to the Nation on the status of cancer, 1975-2008, featuring cancers associated with excess weight and lack of sufficient physical activity. Cancer. 2012;118:2338–2366.

15. Bhaskaran K, Douglas I, Forbes H, et al. Body-mass index and risk of 22 specific cancers: a population-based cohort study of 5.24 million UK adults. Lancet. 2014;384:755–765.

16. Badman MK, Flier JS. The gut and energy balance: visceral allies in the obesity wars. Science. 2005;307:1909–1914.

17. Tanaka T. Genome-wide meta-analysis of observational studies shows common genetic variants associated with macronutrient intake. Am J Clin Nutr. 2013;97:1395–1402.

18. Woods SC. Understanding the physiology of obesity: review of recent developments in obesity research. Int J Obes Relat Metab Disord. 2002;26 Suppl 4:S8–S10.

19. World Health Organization. Obesity and Overweight Factsheet no. 311. Available at: http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs311/en/. Last accessed: May 2018.

20. Cawley J, Meyerhoefer C, Biener A, et al. Savings in Medical Expenditures Associated with Reductions in Body Mass Index Among US Adults with Obesity, by Diabetes Status. Pharmacoeconomics. 2015;33:707–722.

 



Obesità e gravidanza

L’obesità è ormai ufficialmente identificata come un’epidemia globale, considerata come uno dei più grandi problemi di salute del XXI secolo.

I recenti dati dell’OMS sono allarmanti: dal 1975 la prevalenza a livello mondiale dell’obesità è quasi triplicata e si è attestata al 13%, con un valore assoluto di 650 milioni di individui obesi al di sopra dei 18 anni; 41 milioni i bambini al di sotto dei 5 anni in sovrappeso o obesi; più di 340 milioni i bambini e gli adolescenti tra i 5 e i 19 anni che convivono con l’obesità.

L’obesità può impattare sull’individuo fin dal suo concepimento: molto frequenti, infatti, i casi di donne incinte obese a causa di una pregressa obesità o di un eccessivo aumento di peso durante la gestazione.

L’obesità materna costituisce un serio problema che si associa ad esiti avversi sia materni sia perinatali: aumenta, infatti, i tassi di aborto e le complicanze ostetriche e neonatali con conseguente riduzione del tasso di nascita di bambini in buona salute1. Oltre alle conseguenze negative per la madre, l’obesità rappresenta un importante fattore di rischio per l’insorgenza di malattie croniche durante la vita della prole, soprattutto in adolescenza ed età adulta, come le malattie cardiovascolari, la sindrome metabolica, il diabete di tipo 2, l’osteoporosi, il cancro e ritardo nel neurosviluppo1. Infine, la programmazione fetale della funzione metabolica indotta dall’obesità può avere effetto intergenerazionale e potrebbe, quindi, tramandare l’obesità nella generazione successiva1 – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Risulta quindi essenziale prevedere interventi medici, modifiche del comportamento alimentare e dello stile di vita con diete e aumento dell’esercizio fisico per ridurre il peso nelle donne prima del concepimento di un bambino e per rompere il circolo vizioso dell’obesità intergenerazionale.

Inoltre, sarebbe auspicabile che la ricerca scientifica si concentrasse sul periodo di sviluppo perinatale per individuare gli interventi adeguati che possono ridurre gli effetti per tutta la vita dell’obesità sulla salute della prole.

 

1 Daniela Galliano and José Bellver, “Female obesity: short- and long-term consequences on the offspring”, Ginecological Endocrinology 2013

 

 



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