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Alimentazione controllata e longevità

Alimentazione controllata e longevità è il tema a cui il Prof. Valter Longo si è dedicato negli ultimi 25 anni con studi e ricerche che hanno portato a innovativi risultati come la Dieta della Longevità e il Programma Mima Digiuno (PMD).

Lo scienziato italianoinserito dal TIME nella lista dei 50 personaggi più influenti del 2018 nell’ambito della salute – prosegue incessantemente il suo lavoro che continua a produrre nuove evidenze scientifiche: secondo una ricerca appena pubblicata sulla prestigiosa rivista Cell Reports, cicli di Programma Mima Digiuno (PMD) producono effetti positivi negli animali con malattie infiammatorie intestinali.

Nello studio “Fasting-Mimicking Diet Modulates Microbiota and Promotes Intestinal Regeneration to Reduce Inflammatory Bowel Disease Pathology”, il Professor Longo e la sua equipe di ricercatori della University of South California hanno analizzato gli effetti sull’evoluzione dell’infiammazione intestinale in topi con Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI)1 che erano stati sottoposti a 2 cicli di 4 giorni ciascuno di PMD e che successivamente avevano ricevuto una normale alimentazione.

I dati ottenuti hanno dimostrato scientificamente come questi cicli di PMD producano importanti effetti, con un chiaro miglioramento dei sintomi associati alla patologia: è stata rilevata una maggior rigenerazione dell’epitelio intestinale, grazia alla attivazione delle cellule staminali, un miglior controllo della risposta immunitaria e un aumento delle popolazioni intestinali “buone”, in particolare di Lactobacilli e di Bifidobatteri.

I risultati ottenuti dagli studi precedenti e quelli della più recente ricerca pubblicata su Cell Reports indicano che cicli di PMD incidono positivamente sui marcatori di infiammazione sistemica nell’uomo e fanno ben sperare che possano produrre benefici anche per i pazienti con malattie infiammatorie intestinali, come il Morbo di Chron e la colite ulcerosa. A tal fine, la Clinica di Genova sta sviluppando uno studio clinico randomizzato che prevede l’impiego di PMD in pazienti con MICI, proprio con l’obiettivo di determinarne l’efficacia e la sicurezza nell’uomo” – ha affermato il Prof. Valter Longo.

Le Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali (MICI) comprendono una serie di patologie caratterizzate da infiammazione acuta e cronica a carico dell’intestino, i cui più comuni sintomi sono dolori addominali, dissenteria, malassorbimento dei nutrienti e, a volte, anemia. Queste patologie sono molto presenti nei Paesi più industrializzati, dove i pazienti sono aumentati fino a 20 volte negli ultimi 10 anni, e sono in costante crescita. In Italia si calcola che circa 200.000 persone oggi ne siano affette3,4.

Le terapie per la cura di queste malattie utilizzano attualmente prodotti cortisonici, immunosoppressori e antibiotici con l’obiettivo di ridurre lo stato infiammatorio intestinale, inibire il sistema immunitario e contrastare i batteri intestinali nocivi. Non essendo ancora stata individuata una cura specifica, la ricerca scientifica è focalizzata sullo sviluppo di nuovi approcci terapeutici che migliorino la qualità di vita dei pazienti” – ha sottolineato il Prof. Giorgio Sesti, Professore Ordinario di Medicina Interna Università Magna Graecia di Catanzaro.

Il Programma Mima Digiuno consiste in un protocollo alimentare ipocalorico che riproduce gli effetti di un totale digiuno nell’organismo e favorisce una riprogrammazione cellulare capace di aiutare il nostro corpo a gestire meglio il trascorrere del tempo. L’ambito della Malattie Infiammatorie Intestinali estenderebbe ulteriormente il campo di azione dei benefici del Programma Mima Digiuno, che si articola in un regime alimentare vegetale di 5 giorni da ripetersi in maniera costante nel tempo e che rappresenta un rilevante induttore di rigenerazione e protezione, con provate misure anti-aging.

Attraverso il Programma Mima Digiuno si stimolano un reset e una riprogrammazione dell’organismo, con conseguenti effetti benefici sul processo di invecchiamento ottenuti, tra l’altro, attraverso la produzione di cellule staminali. Gli studi preclinici e clinici hanno messo in evidenza un miglioramento significativo del benessere generale, anche in termini di ottimizzazione dei marcatori metabolici e di riduzione del grasso addominale; in altri termini è ragionevole pensare che questo programma generi un impatto positivo sulla longevità.

Il Prof. Longo ha divulgato e reso accessibile al grande pubblico i principi fondamentali delle sue ricerche scientifiche attraverso la pubblicazione di due testi che la Antonio Vallardi Editore ha rieditato in un unico pratico volume dal titolo La Dieta della Longevità Alla Tavola della Longevità disponibile nelle librerie italiane.

I lIbri La Dieta della Longevità e Alla tavola della Longevità hanno fatto registrare un successo senza precedenti e hanno creato un genere editoriale che prima non esisteva. La Antonio Vallardi Editore ha deciso quindi di riunire le due pubblicazioni in un unico volume per ampliare la divulgazione delle conoscenze frutto del lavoro che il Prof. Longo ha portato avanti in tutti questi anni.

1. Rangan P et al. Cell Report 2019; DOI 1016/j.celrep.2019.02.019

2. Wei M et al. Sci Transl Med. 2017 DOI 1126/scitranslmed.aai8700.

3. Siew C Ng et al. Lancet 2017; DOI 1016/S0140-6736(17)32448-0

4. Humanitas Research Hospital website

 


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Digiuno controllato per ridurre i rischi legati all’invecchiamento

Con l’estate alle porte proliferano le diete fai da te che prevedono regimi alimentari restrittivi o, nei casi estremi, periodi di digiuno arbitrario: soluzioni che possono risultare dannose per la salute e che spesso non portano a risultati concreti di dimagrimento o remise en form.

La prova costume rappresenta una fonte di stress per la maggior parte delle persone, provocando disagio sia dal punto di vista estetico che emotivo. Un alleato in questo senso arriva dalla ricerca scientifica, che ha validato il ‘digiuno periodico’, ossia un digiuno controllato e a tempo, quale trattamento d’urto per depurarsi e riacquistare energia.

Il Programma Mima Digiuno (PMD) è un protocollo alimentare ipocalorico di 5 giorni che riproduce esattamente gli stessi risultati di un digiuno totale, senza però provocarne gli effetti collaterali. Gli studi preclinici e clinici hanno messo in evidenza un miglioramento significativo della salute, anche in termini di ottimizzazione dei marcatori metabolici e di riduzione del grasso addominale, con un impatto positivo sulla longevità. Non solo: i benefici vanno ben oltre il controllo del peso corporeo, provocando una reazione che implica effetti convalidati su longevità e riduzione dei fattori di rischio delle malattie legate all’invecchiamento, come Alzheimer, diabete, patologie cardiovascolari, autoimmuni e tumori.

Il digiuno rappresenta una tradizione millenaria che abbiamo ereditato dai nostri avi e che viene osservato anche in molte religioni.

Gli animali, compresi gli umani si sono evoluti in ambienti in cui il cibo era relativamente scarso, sviluppando numerosi adattamenti che hanno permesso loro di funzionare molto bene, sia fisicamente, sia cognitivamente, anche in situazioni di privazione di cibo o di digiuno”ha affermato Giorgio Sesti, Ordinario di Medicina Interna presso l’Università degli Studi “Magna Grecia” di Catanzaro.

Il PMD è stato studiato dal Prof. Valter Longo, inserito dal TIME nella lista dei 50 personaggi più influenti del 2018 nell’ambito della salute ed è il frutto di una lunga e meticolosa ricerca di base e clinica: attraverso questo programma il corpo viene resettato e riprogrammato, il processo di invecchiamento rallenta e l’organismo si rigenera attraverso la produzione di cellule staminali.

Il Programma Mima Digiuno è stato condiviso anche dal Prof. Umberto Veronesi che ne apprezzava i benefici sulla riduzione dei fattori di rischio associati all’invecchiamento come, ad esempio, le malattie cardiovascolari, il diabete, l’obesità e il cancro” – prosegue Giorgio Sesti.

Per maggiori info su Programma Mima Digiuno: www.prolon.it

 


Alimentazione e gravidanza: utili consigli alle donne che vogliono diventare madri

Gravidanza e allattamento costituiscono le basi dello sviluppo umano.

In tutti e due i cicli l’importanza dell’alimentazione della donna assume un ruolo fondamentale e imprescindibile.

Chiunque sia incinta e improvvisamente responsabile di una piccola creatura si preoccupa della propria dieta.

E giustamente, perché la donna in stato interessante nutre il nascituro dal suo sangue attraverso il cordone ombelicale. Tuttavia, questo non significa che una donna incinta debba improvvisamente aumentare la sua alimentazione.

Occorre, al contrario, porre un’attenzione estrema all’equilibrio nutrizionale della madre durante il periodo di gestazione per salvaguardare la propria salute e quella del nascituro.

Infatti, se naturalmente durante la gravidanza un aumento di peso è fisiologico, in alcuni casi, quando questo aumento risulti eccessivo, si può andare incontro a vari problemi sia per la madre che per il bambino.

La consulenza del proprio ginecologo ed uno schema alimentare personalizzato offriranno una corretta e precisa informazione sugli alimenti consentiti e su quelli da evitare.

L’IVI, Istituto Valenciano di Infertilità è, dal 1990, anno della sua fondazione, all’avanguardia in tutto il mondo nel campo della Riproduzione assistita, la Conservazione della fertilità e lo sviluppo di trattamenti di fecondazione in vitro e utilizza il suo know-how anche per consigli e suggerimenti sull’alimentazione relativa alla gestazione e all’allattamento del bambino.

Per il sano sviluppo dell’embrione si consiglia una dieta estremamente varia evitando quei cibi che possono aumentare il rischio di toxoplasmosi, quali pesce crudo, molluschi, crostacei, carni poco cotte ed anche insaccati, pollame e selvaggina. Al contrario sono indicati carne ben cotta e pesci delicati come sogliola e merluzzo cucinati al vapore” – ricorda Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Per le uova ed il latte le raccomandazioni consigliano di consumare le prime ben cotte e con il tuorlo ben addensato al fine di evitare il rischio di salmonellosi. Si deve poi assumere il latte solo dopo accurata bollitura per evitare infezioni batteriche quali l’Escherichia coli.

Frutta e verdura sono ammesse nella dieta ma occorre lavare e sbucciare la frutta e lavare accuratamente la verdura – afferma Daniela Galliano.

Innumerevoli, inoltre, sono i consigli su ciò che è assolutamente da evitare.

Le bevande alcoliche sono tabù durante la gravidanza. L’alcool può arrecare gravi danni al bambino o causare aborto. Dal momento che la quantità critica sembra essere individualmente diversa, è meglio astenersi completamente dall’alcool. La caffeina in grandi quantità può anche influenzare lo sviluppo del bambino e il peso alla nascita – continua Daniela Galliano.

E quando il bambino è nato, cosa devono fare le neo mamme per garantire al proprio figlio il migliore allattamento?

Le mamma non devono seguire una dieta specifica. E’ però consigliabile l’assunzione di proteine, lipidi e glucidi, oltre a frutta fresca e verdure. E’ inoltre fondamentale bere almeno 2 litri e mezzo di acqua al giorno, mentre sono da evitare il fumo, i superalcolici e la birra e non bisogna superare le 2 tazzine di caffè al giorno. Per il benessere del lattante sarebbe meglio dire ‘no’ anche a selvaggina frutta secca crostacei, fragole, arachidi e cioccolata ed evitare cavoli, aglio, cipolle, pepe e peperoncino” – conclude Daniela Galliano.

L’IVI è al fianco delle future madri con il suo blog, un vero e proprio vademecum, ricco di informazioni e suggerimenti utile alla soluzione dei loro innumerevoli dubbi.

 

 


Alimentazione e prevenzione delle malattie neurologiche

Il funzionamento ottimale del Sistema Nervoso richiede una dieta sana ed equilibrata in grado di fornire un costante apporto di macronutrienti e micronutrienti, per cui la possibile prevenzione di molte malattie neurologiche si basa innanzitutto su una corretta alimentazione. È noto infatti che obesità e abitudini alimentari non adeguate hanno implicazioni negative sulla salute generale, sullo sviluppo cognitivo e sulla neurodegenerazione. Se si considera che, globalmente, il 38% degli adulti e il 18% tra bambini e adolescenti sono sovrappeso o obesi, si può ragionevolmente pensare che un corretto approccio nella prevenzione delle patologie neurologiche debba essere rivolto all’abbattimento di questi fattori di rischio.

Le strategie di prevenzione su base alimentare sono molteplici. La prevenzione di malattie carenziali basata su un equilibrato apporto vitaminico, soprattutto del complesso B, è quanto mai attuale, considerando che tali malattie, una volta presenti solo in Paesi poveri e a basso sviluppo, sono oggi in crescita anche nella nostra parte di mondo sviluppato e ricco, basti solo pensare alle neuropatie e alle mielopatie secondarie a deficit di vitamina B12 procurato da diete molto in voga e strettamente prive di alimenti di derivazione animale (in Italia abbiamo circa 500.000 vegani e si ritiene che almeno il 50% di loro abbia un deficit di vitamina B12). A tal proposito, occorre sottolineare che l’integrazione nella dieta di vitamine non derivate da alimenti di origine animale non avrebbe efficacia nel prevenire le complicanze neurologiche, evidenziando quindi l’importante ruolo svolto da una dieta completa ed equilibrata nel prevenire tali condizioni.

Per altre malattie neurologiche ci sono evidenze oramai consolidate, derivanti soprattutto da studi neuroepidemiologici, che riportano il ruolo protettivo svolto da micronutrienti (folati, vitamine del complesso B, vitamina D, vitamina E), macronutrienti (acidi grassi poliinsaturi) e antiossidanti (polifenoli) nello sviluppo di patologie di tipo neurodegenerativo, cerebrovascolare e infiammatorio. Tuttavia, una volta che tali malattie si manifestano, la supplementazione di questi nutrienti con la dieta non è in grado di sortire alcun effetto sul decorso clinico, per cui si ritiene che tali fattori debbano agire in modo sinergico e continuativo nel tempo, piuttosto che i singoli nutrienti somministrati isolatamente, nella prevenzione di tali patologie.

La dieta mediterranea riassume tali proprietà, essendo composta da alimenti ricchi di acidi grassi poliinsaturi (omega 3 e omega 6, presenti nel pesce azzurro, nell’olio d’oliva e nei legumi) e di antiossidanti (polifenoli come il resveratrolo, presente nel vino rosso, o le antocianine, presenti in frutta e verdura). Grazie alla sua composizione è indubbio il ruolo della dieta mediterranea, a basso contenuto di sodio e di grassi saturi di derivazione animale, nella prevenzione dell’ictus. È stato recentemente riportato che, su oltre 100.000 donne americane, chi aveva un’alta aderenza alla dieta mediterranea riduceva del 18% il rischio di ictus ischemico.

Tuttavia, se è facilmente comprensibile come la dieta mediterranea possa ridurre il rischio di sviluppare malattie vascolari, grazie alla riduzione dei livelli di colesterolo e della pressione arteriosa, meno comprensibile è il ruolo svolto dalla dieta mediterranea nella prevenzione di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson. Eppure, tale ruolo è assolutamente evidente: un recente studio scozzese ha riportato che soggetti anziani con bassa aderenza a una dieta mediterranea avevano una maggiore velocità di comparsa di atrofia cerebrale; uno studio americano ha evidenziato una riduzione del rischio di sviluppare Alzheimer pari al 40% in chi seguiva strettamente un’alimentazione di tipo mediterraneo e un altro studio ha riportato simili risultati anche per il Parkinson. Si ritiene che gli effetti della dieta mediterranea sulla neurodegenerazione siano dovuti non solo a un’azione antiossidante con rimozione di radicali liberi, ma anche a riduzione della neuroinfiammazione.

Un’esagerata risposta neuroinfiammatoria potrebbe dipendere da sovralimentazione in età infantile, causa di precoce obesità, che “sensibilizzerebbe” il cervello a rispondere in modo abnorme a stimoli immunogenici di lieve entità, causando disfunzione di circuiti neurali cognitivi e motori. Pertanto, una sana educazione alimentare sin dall’età infantile e l’adesione continuativa a una dieta di tipo mediterraneo rimangono, ad oggi, i migliori presidi per prevenire le malattie neurodegenerative.

Prof. Mario Zappia, Segretario SIN, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università di Catania e Direttore della Clinica Neurologica dell’A.O.U “Policlinico Vittorio Emanuele” di Catania

Emicrania e cibo: spesso un legame fatale!

Emicrania

Il legame cibo-salute è stato oggetto di studio da parte di medici e ricercatori di tutti i tempi, ma mai come negli ultimi decenni si sono moltiplicati gli studi scientifici tesi a valutare gli effetti benefici dei diversi alimenti e la capacità di influire positivamente sul decorso di alcune patologie. Tra i disturbi più comuni e invalidanti dell’era tecnologica troviamo proprio l’emicrania, sia sporadica che cronica.

Un terzo circa degli emicranici – commenta Cristina Tassorelli, Professore associato presso il dipartimento di Scienze del sistema nervoso e del comportamento dell’Istituto Neurologico Mondino di Paviariferisce che alcuni cibi siano in grado di innescare i loro attacchi di mal di testa. In genere, l’alimento incriminato varia da persona a persona e si ritiene che molti dei cibi ‘trigger’ agiscano modificando la reattività dei vasi intracranici. Gli alcolici, ad esempio, potrebbero indurre gli attacchi emicranici perché causano vasodilatazione; mentre il caffè, che ha un’azione vasocostrittrice, può causare cefalea nei giorni in cui viene assunto in quantità ridotte, come ad esempio nei week-end, per un effetto di ‘rimbalzo’ sui vasi“.

Il caffè va dunque evitato se soffri di mal di testa? Non obbligatoriamente: quattro tazzine al giorno (corrispondenti a circa 400 milligrammi di caffeina) sarebbero il limite per non rischiare attacchi di mal di testa, probabili se si assumono quantità superiori in soggetti sensibili o patologici.

Inoltre, un nuovo studio dell’Università di Cincinnati pubblicato sulla rivista Headache, The Journal of Head and Face Pain, dimostrerebbe che non solo l’eccesso ma persino l’astinenza da questa sostanza potrebbe essere dannosa. L’analisi di oltre 180 ricerche presenti in letteratura sul legame dieta-cefalea consente di evidenziare che gli effetti indotti sul cervello da una modesta quantità di caffeina (appunto non più di 4 tazzine) possono contribuire a migliorare alcuni stati associati al mal di testa, tra cui la depressione. Ma oltre al caffè, vediamo quali sono i principali alimenti in grado di favorire o stemperare le cefalgie.

Fra gli alimenti da evitare, gli esperti annoverano il cioccolato e alcuni formaggi; citano poi specifiche sostanze contenute in quantità differenti in numerosi alimenti, ad esempio il glutammato di sodio, indicato sulle etichette alimentari con la sigla E621, presente soprattutto in prodotti industriali lavorati, nei surgelati, nei cibi in scatola, negli snack e in alcune salse e condimenti, specie quelle utilizzate nei ristoranti cinesi.

Meglio ridurre anche i nitriti, presenti negli insaccati, come pancetta, salumi, wurstel, che nel 5% degli emicranici determinano l’insorgere di un attacco nei giorni successivi al loro consumo. Qualche dubbio resta aperto sull’influenza esercitata da glutine (la proteina del grano non tollerata dai celiaci) e aspartame, contenuto soprattutto nei cibi dolci, comprese caramelle e gomma americana. Banditi poi gli alcolici, in particolare quelli ad alto contenuto di istamina.

Tra i cibi cosiddetti protettivi o non nocivi, invece, troviamo quelli contenenti folati e vitamina D e, in genere, le diete a basso contenuto di grassi e carboidrati ma ricche di acidi grassi polinsaturi Omega 3 che si trovano soprattutto in pesci come salmone, merluzzo e capasanta.

Infine, parlando di condimenti, meglio preferire l’olio di semi di lino agli oli vegetali polinsaturi (mais, girasole e soia).

Importante da sapere è anche il fatto che una dieta corretta, oltre a ridurre gli attacchi di mal di testa, favorirebbe il controllo del peso e un ridotto rischio cardiovascolare.
Riza.it

Carne di cavallo: le proprietà

Carne di cavallo

La carne di cavallo è una tipologia di carne che non sempre è presente nella nostra dieta. Non la assumiamo perché spesso non ce la sentiamo di mangiare carne di questo animale o perché non ci fidiamo, perché abbiamo paura che non sia abbastanza controllata come le altre tipologie di carne. Le tracce di carne equina trovate in molti prodotti di recente, poi, hanno aumentato la diffidenza degli italiani.

La carne di cavallo, se si guarda dal punto di vista nutrizionale, è molto magra e un po’ dolciastra. I tagli di giovani animali sono teneri e molto digeribili, ma deve essere cotta al sangue. Ha un altissimo contenuto di ferro ed è consigliata a sportivi, bambini in crescita, persone che soffrono di anemia, donne in gravidanza.

I favorevoli al consumo di carne di cavallo sostengono che dal punto di vita nutrizionale e di apporto di ferro è migliore rispetto ad altre carni magre, apportando un livello di colesterolo paragonabile al manzo o similari e aiutando così le persone che soffrono di anemia o che hanno bisogno di maggiori quantitativi di ferro di poterlo assumere e assorbire con efficacia e velocità.

I contrari, invece, sostengono che i controlli sulla carne di cavallo non vengono fatti a dovere e la paura che cavalli che per tutta la vita hanno corso e magari sono stati imbottiti di anabolizzanti o altre sostanze, possano finire al macello.

BenessereBlog

Focus sulla Vitamina D: dati di efficacia alla luce delle evidenze scientifiche attuali

Appena pubblicato su Nutrients (*) un documento di consenso per il corretto approccio nei confronti del trattamento del deficit da Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti AME, Associazione Medici Endocrinologi.

La pubblicazione si pone come riferimento per la comunità scientifica che si confronta su questa condizione piuttosto frequente persino nel nostro Paese considerato il Paese del Sole. Negli ultimi anni la Vitamina D è stata al centro dell’attenzione e come endocrinologi sentivamo l’esigenza di trovare risposta a domande quali: la vitamina D è realmente una panacea? Protegge dal diabete e dal cancro? I medici devono focalizzare in maniera importante la loro attenzione sui livelli circolanti in tutta la popolazione? I preparati di Vitamina D sono tutti uguali? Il medico può scegliere qualsiasi preparato di Vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente? – introduce Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

L’Associazione Medici Endocrinologi attraverso i suoi esperti ha fatto chiarezza su questi argomenti pubblicando linee guida ad hoc evidenziando quanto è riportato in letteratura nell’ottica metodologica della Medicina basata sulle evidenze che ha sempre caratterizzato l’attività dell’AME.

La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio, uno dei principali costituenti del nostro scheletro e prevenendo l’insorgenza di malattie ossee, come l’osteoporosi o il rachitismo. L’eventuale carenza di Vitamina D viene valutata attraverso un dosaggio nel sangue, che viene così interpretato, con qualche variazione secondo i diversi laboratori e soprattutto secondo i dettami delle differenti società mediche: carenza <10 ng/mL; insufficienza: 10 – 30 ng/mL; sufficienza: 30 – 100 ng/mL; tossicità: >100 ng/mL.

I valori di Vitamina D, attualmente adottati, prevedono quindi che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di Vitamina D. A nostro avviso, tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D quando essi sono chiaramente al di sotto di 20 ng/dl. Sembra apparentemente una banalità tale differenza, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice che va tra i 20 ed i 30 ng/dl comportando così, come poi effettivamente si sta verificando, una incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi o altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D è corretto, a nostro giudizio, che abbiano valori di Vitamina D superiore al limite di 30 ng/dl e quindi vanno trattati” – spiega Roberto Cesareo, endocrinologo, Ospedale S.M. Goretti, Latina e primo firmatario del lavoro.

Abbiamo poi cercato di chiarire, che, al momento, nonostante ci sia una serie incontrovertibile di dati che associano la carenza di Vitamina D ad altre malattie che non sono solo l’osteomalacia e l’osteoporosi (vedi diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori), non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D che possano essere utili per ridurre l’incidenza di queste patologie correlate. Riteniamo che sia giusto riportare questo dato in quanto far passare il messaggio che la Vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper-prescrizione incongrua e con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici” – prosegue Roberto Cesareo.

Va però ricordato, che la prevenzione dell’ipovitaminosi D passa attraverso uno stile di vita corretto, cioè un’adeguata esposizione alla luce del sole ed una dieta bilanciata. Va sottolineato, però, che con l’invecchiamento l’efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi e perciò è più difficile per le persone anziane produrre adeguate quantità di Vitamina D con l’esposizione alla luce solare. Quindi, nei pazienti con osteomalacia o osteoporosi, negli anziani soprattutto quelli più esposti alle cadute, nei soggetti che per forza di cose non possono esporsi in maniera adeguata alla luce solare, il trattamento con l’integrazione di Vitamina D va considerato. Una valida alternativa potrebbero essere le politiche di “fortificazione” dei cibi con Vitamina D, come avviene nei paesi dell’area scandinava, dove la radiazione solare è naturalmente meno ricca di raggi UVB. È bene sapere che la luce solare anche nel nostro paese “definito il paese del sole” per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre Vitamina D nella cute; paradossalmente ciò si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute e, conseguentemente, la biosintesi di Vitamina D. In letteratura è riportata una variabilità stagionale nei valori plasmatici di Vitamina D. Essi infatti tendono ad essere massimi in autunno e raggiungono un nadir nella primavera inoltrata. Non esiste una “raccomandazione” circa il periodo migliore nel quale eseguire il dosaggio della Vitamina D plasmatica. Certamente un valore basso, rilevato in autunno, è segno che le scorte di Vitamina D non sono state colmate nell’estate appena trascorsa ed è logico attendersi che in primavera questo paziente abbia una severa ipovitaminosi D” – aggiunge Fabio Vescini, SOC Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia, Udine.

Inoltre, è necessario sapere che le molecole di Vitamina D non sono tutte uguali. La forma inattiva, quella di più comune utilizzo, è il colecalciferolo. Tale molecola prescritta solitamente sotto forma di gocce o flaconcini da assumere o giornalmente o in assunzione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o anche bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale e, come tale, espleta i suoi effetti finalizzati in particolare ad un corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e ad un controllo del metabolismo fosfo-calcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole che sono già parzialmente o del tutto attive. Tra esse merita attenzione il calcifediolo che non necessità di essere attivato al livello del fegato e per le sue caratteristiche molecolari è, come si dice in gergo, meno “liposolubile” cioè permane meno nel tessuto adiposo rispetto alla precedente molecola menzionata, il colecalciferolo. Entrambe queste molecole non danno, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, problemi, in particolare alterazione dei livelli del calcio nel sangue e/o nelle urine. Il calcifediolo per la sua cinetica di azione e per la sua conformazione può trovare motivo di maggior utilizzo, per quanto detto, nei pazienti che hanno patologie epatiche di un certo rilievo e anche nei soggetti obesi e carenti di Vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento in sede intestinale. Anche essa viene prescritta in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, di contro, trova la sua indicazione principe nei soggetti affetti da osteoporosi e/o che assumono contestualmente farmaci per la cura di tale patologia”  – continua Roberto Cesareo.

Infine, i metaboliti del tutto attivi e che non necessitano quindi dell’attivazione epatica o renale trovano un campo di utilizzo molto più limitato, in particolare nei soggetti affetti da insufficienza renale o che sono carenti dell’ormone paratiroideo, quadro clinico che solitamente si riscontra nel soggetto operato di tiroide e di paratiroidi. Il loro ridotto utilizzo nel paziente con semplice carenza di Vitamina D è dettato dal fatto che, rispetto alle due molecole descritte in precedenza, queste espongono il paziente ad un maggior rischio di ipercalcemia e di aumentati livelli di calcio nelle urine” – conclude Roberto Cesareo.

(*) Nutrients 2018, 10, 546; doi:10.3390/nu10050546 – www.mdpi.com/journal/nutrients



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