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Cannabis terapeutica: legale e rimborsata, ma mancano regole chiare e informazione

In Italia l’uso della cannabis terapeutica è legalizzato dal 2013. Oggi sono 11 le Regioni italiane nelle quali la cannabis per uso medico è a carico del Servizio Sanitario Regionale, tra queste l’Emilia Romagna. Una legge regionale e una delibera di Giunta hanno dato indicazioni in merito ai preparati vegetali a base di cannabis nel territorio emiliano-romagnolo. Tutto questo mentre è stata autorizzata da gennaio 2017 la produzione di Stato della cannabis terapeutica (Fm2) da parte dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare sito in Firenze.

I pazienti, in particolare i pazienti reumatici afflitti spesso da dolore cronico, come i fibromialgici, sono confusi; manca un’adeguata conoscenza sull’argomento anche da parte di medici e farmacisti e le notizie, che in molti reperiscono sul web, sono frammentarie e il più delle volte non corrette.

AMRER, l’Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, ancora una volta si è fatta portavoce di un bisogno non soddisfatto e ha promosso nell’ambito del primo Convegno italiano “Cannabis terapeutica e dolore cronico”, la Tavola rotonda “Cannabis terapeutica: una possibile risposta al dolore cronico”. Grande l’affluenza di pubblico ed esperti del settore all’incontro, il cui obiettivo è stato quello di aprire un confronto tra tutti i protagonisti della filiera regionale coinvolti su questo importante tema di salute pubblica per dare risposte e indirizzi chiari ai pazienti.

Nonostante la legge nazionale del 2013, la legge e una delibera regionali, che in Emilia Romagna stabiliscono l’accesso alla cannabis terapeutica a carico del SSR per i pazienti con alcune forme di dolore cronico, l’utilizzo di questa opzione terapeutica è ancora basso rispetto al fabbisogno i medici che sanno usare la cannabis terapeutica sono pochi e i farmaci di cui disponiamo per combattere il dolore cronico non sono tanti. È noto che la cannabis per uso medico funziona molto bene a bassi dosaggi per molteplici patologie, tra cui alcune tipologie di dolore cronico, e che i pazienti che se ne possono giovare sono di tutte le età, dai giovanissimi agli anziani. Diversi studi sono stati condotti negli anni sull’artrite reumatoide, sull’artrite psoriasica e su alcune forme di fibromialgia associata a dolori articolari diffusi. In questi casi le evidenze confermano l’effetto di modulazione della cannabis sul sistema immunitario e la sua azione riguardo il deficit del sistema cannabinoide endogeno. Avere un’arma terapeutica naturale come la cannabis ad azione antinfiammatoria e antidolorifica che agisce sia a livello centrale sia periferico, potrebbe essere una chance davvero importante per i pazienti reumatici e i reumatologi” – ha affermato Marco Bertolotto, Terapia antalgica USL 2 di Savona.

La legge regionale ER n.11 risale al 2014, a due anni dalla sua approvazione è arrivata la delibera approvata dalla Giunta regionale il 1° agosto 2016 con la quale è stato aggiornato il Prontuario terapeutico regionale con l’inserimento dei preparati vegetali a base di cannabis sativa.

La delibera regionale 1250 definisce gli usi medici dei preparati vegetali a base di cannabis a carico del SSR: per la riduzione del dolore associato a spasticità nella sclerosi multipla e per la riduzione del dolore neuropatico cronico, solo nei casi resistenti alle terapie convenzionali in tutti gli altri usi clinici il cittadino/paziente può avere la prescrizione ma a suo carico; inoltre, la delibera stabilisce che tutti i medici possono prescriverla ma con ricetta informatizzata tramite accesso alla piattaforma SOLE. Il percorso che ha portato a questa delibera è stato sicuramente ampio e multidisciplinare e la distribuzione sul territorio ne è il punto di forza” – ha dichiarato Ester Sapigni, Direzione Generale cura della persona, salute e welfare, Regione Emilia Romagna.

Uno studio del 2013 condotto da van Hecke e colleghi evidenzia che il dolore cronico non oncologico colpisce il 20% degli europei, e un recente studio italiano riporta una stima della prevalenza del dolore cronico (superiore a 3 mesi) pari al 21,7% dell’intera popolazione italiana, il che corrisponde a circa 13 milioni di persone. Il dolore cronico è spesso associato alle malattie reumatiche come le artriti, le osteoartrosi e la fibromialgia, dove la sintomatologia dolorosa può, in certi casi, diventare malattia nella malattia.

L’utilizzo della cannabis terapeutica potrà senz’altro occupare una posizione nella terapia del dolore nelle malattie reumatiche assumendo un ruolo importante al momento disponiamo di una sufficiente mole di prove di efficacia sul dolore neuropatico mentre i dati su artriti e artrosi non hanno ancora la robustezza e il peso necessari a un uso routinario della cannabis terapeutica. Tuttavia il grande interesse da parte dei pazienti reumatici nei riguardi di questa opzione terapeutica e la presenza di una legge e di una delibera regionali impongono a noi medici di utilizzarla nella pratica clinica su grandi numeri e su diversi sottogruppi di pazienti partendo dai dosaggi più bassi, al fine di valutare i risultati e la reale efficacia” – ha sottolineato Riccardo Meliconi della Reumatologia IOR di Bologna.

Abbiamo diversi farmaci a disposizione per la cura del dolore spesso la “ricetta” giusta è la loro combinazione (approccio multifarmacologico) o la combinazione con tecniche antalgiche specifiche (approccio multimodale). Nel nostro Paese è ancora troppo elevato l’abuso dei farmaci antinfiammatori e troppi i pregiudizi sull’utilizzo dei farmaci oppiacei. Per un miglioramento della situazione è necessaria una maggiore sensibilizzazione e cultura sulla diagnosi e trattamento del dolore, oltre a un approccio multifarmacologico, multimodale e soprattutto multidisciplinare con una piena presa in carico delle persone, in continuità Ospedale-Territorio” – ha spiegato Stefania Taddei, Anestesista Rianimatore e Algologa e Presidente Comitato Ospedale Territorio senza dolore AUSL Bologna.

Dal mese di gennaio 2017 è iniziata la produzione di cannabis sativa ad uso medico in Italia; il prodotto chiamato Fm2 viene preparato presso l’Istituto chimico e farmaceutico militare di Firenze dietro autorizzazione dei Ministeri della Salute e della Difesa. Un passo in avanti che merita chiarimenti sull’efficacia, sugli effetti collaterali, sulle interazioni con altri farmaci nonché sulle dosi, le modalità e i tempi di somministrazione della cannabis terapeutica nei pazienti affetti da malattie reumatiche, in particolare i fibromialgici.

La fibromialgia rappresenta una sfida sia per le conoscenze limitate riguardo la sua eziologia sia per la scarsa risposta clinica ai trattamenti farmacologici convenzionali questo è il motivo per cui a livello regionale si è avvertita la necessità di costituire un Gruppo tecnico di lavoro al fine di condividere dati epidemiologici, programmare una sorveglianza e formulare risposte sulla gestione assistenziale e organizzativa dei pazienti fibromialgici. Rispetto ai farmaci tradizionali utilizzati per il dolore, la percentuale di pazienti che segnala miglioramenti è molto modesta, è necessario quindi un approccio multimodale anche con terapie alternative, come la cannabis terapeutica, sulla quale cominciamo ad avere alcune valutazioni incoraggianti” – ha osservato Nazzarena Malavolta, Reumatologia AOSP Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

Il percorso per accedere all’uso medico della cannabis non è semplice, malgrado i criteri fissati dalla legge regionale 2014 e dalla delibera di Giunta 1250. È ancora carente la necessaria sensibilizzazione da parte delle Istituzioni e dell’opinione pubblica sull’utilizzo della cannabis per uso medico. Le associazioni dei pazienti si stanno mobilitando perché il diritto a questa opportunità terapeutica non venga più negato ma la strada da fare è ancora lunga.

Come paziente utilizzatrice di cannabis terapeutica ho incontrato tante difficoltà e ho avuto modo di sperimentare in prima persona gli ostacoli che si frappongono tra i pazienti e l’accesso all’utilizzo della cannabis terapeutica, ostacoli che dobbiamo superare: a cominciare dall’informazione e dalla conoscenza del tutto carenti sul territorio regionale criticità che spingono il paziente e la famiglia ad un faticoso e costoso pellegrinaggio alla ricerca di notizie su internet per trovare medici e centri ai quali potersi affidare. Purtroppo la classe medica, a cominciare dai medici di medici generale, non è preparata e prevalgono ancora tanti tabù sulla cannabis terapeutica” – ha commentato Elisabetta Biavati di Weed you and me Gruppo Cannabis Terapeutica.

Dopo l’emanazione della delibera 1250 che ha regolamentato la prescrizione della cannabis ad uso medico a carico del SSR e a carico del paziente, si è scatenato il caos informativo da parte dei pazienti reumatici che, bypassando il farmacista e il medico, si rivolgono alla rete per trovare consigli e informazioni, purtroppo spesso non corretti e validati.

La situazione è critica dobbiamo lavorare molto sulla formazione pubblica, specie sui medici di famiglia, prima interfaccia del paziente che ha un bisogno immediato legato al dolore, e sugli specialisti, in modo che possano prescrivere la cannabis terapeutica secondo criteri appropriati e fare in modo che non ci siano differenti velocità di accesso sul territorio. È necessario per questo responsabilizzare il pubblico riguardo le indicazioni di utilizzo. Vorremmo come AMRER proporre alle Istituzioni e agli enti pubblici una partnership per aprire un dialogo su questa tematica e condividere le criticità e i dubbi legati sia all’accesso sia alla fruizione di questa chance terapeutica, cercando di costruire insieme un percorso condiviso per dare risposte corrette e appropriate ai bisogni dei pazienti” ha detto Daniele Conti, Responsabile Area progetti AMRER Onlus.

 


Parliamo di … Fibromialgia

Pur essendo una patologia piuttosto diffusa e studiata, la fibromialgia presenta tuttora molti lati oscuri, in primis l’eziologia, ancora ben lungi dall’essere identificata. Un tempo considerata una malattia psicosomatica, viene oggi rivisitata alla luce delle crescenti conoscenze sui complessi meccanismi che regolano le funzioni neurologiche, endocrine, immunologiche. Un network molto intricato che, pur essendo in grado di spiegare molti eventi, non ha ancora fornito la chiave d’accesso alla patologia il cui l’impatto sulla qualità di vita di chi ne è affetto è certamente molto importante. Data la sua rilevanza, la fibromialgia necessita di un’attenzione particolare mirata in particolare alla gestione dei sintomi e al recupero della funzionalità.

Ancora non è chiaro se il dolore dovuto alla patologia sia di tipo reumatico o neuropatico, ma di un dato si è certi: la fibromialgia è a tutti gli effetti una sindrome funzionale.

A essere colpite sono soprattutto le donne, con una prevalenza nella popolazione generale del 2-12%, che aumenta con il crescere dell’età e che le vede coinvolte maggiormente nella 3a-5a decade di vita. La malattia è più presente laddove c’è un substrato vulnerabile, nelle donne con disturbi della sfera affettiva.

La diagnosi di fibromialgia è complessa, e spesso viene raggiunta dopo un lungo peregrinare tra specialisti di diverse discipline con un enorme spreco in termini di tempo, esami effettuati e costi.

La fibromialgia è caratterizzata da dolore generalizzato, dall’interessamento di 11/18 tender points, da leggero spasmo muscolare. Il sonno è più spesso non ristoratore, il paziente accusa affaticabilità, astenia, alle quali si può accompagnare la presenza di parestesie distali, cefalea occipitale, colon irritabile. L’insorgenza avviene frequentemente in seguito a eventi stressanti quali un lutto, un’infezione, traumi fisici o psichici mentre i sintomi possono essere aggravati da diversi fattori esterni. Tra i criteri che vanno rispettati per poter porre la diagnosi di fibromialgia vi è la durata del dolore muscolo-scheletrico: questo deve essere presente da almeno 3 mesi in assenza di sinovite o miosite.

Nella malattia non sono presenti alterazioni del metabolismo osseo, mentre si osserva un’alta frequenza di insulino-resistenza. Vi è, inoltre, un’associazione importante con obesità e diabete. Talvolta il dolore è così intenso da portare a modifiche plastiche del midollo o del tessuto nervoso. E si tratta di un dolore connotato dal fenomeno del wind-up, per cui il controllo farmacologico del dolore periferico si traduce in una minor sensibilizzazione centrale e in una riduzione dell’allodinia.

La fibromialgia è considerata una malattia della comunicazione intercellulare nella quale sono presenti alterazioni dei neurotrasmettitori a livello centrale. Tra queste vi sono un deficit di serotonina e l’aumento di sostanza P, fenomeni ai quali si possono affiancare modifiche dell’asse HPA. Sembra, quindi, che alterazioni neuroendocrine rivestano un ruolo cruciale nell’instaurarsi della patologia che potrebbe essere correlata anche a particolari assetti genetici, essendo stati recentemente identificati polimorfismi nel gene del trasportatore della serotonina e di geni per le catecolamine. L’aumento del glutammato e dei suoi composti a livello cerebrale è un altro riscontro frequente nei soggetti colpiti dalla malattia.

Nonostante si stia facendo un po’ più di chiarezza sulle alterazioni molecolari presenti nella fibromialgia, mancano dato consolidati che descrivano con certezza l’eziopatogenesi e questo spiega le difficoltà che si incontrano nel trattamento della malattia. Le opzioni terapeutiche sono, infatti, varie e comprendono molti approcci non farmacologici, quali le terapie comportamentali, l’esercizio fisico, senza escludere la balneoterapia che è un utile supporto per tutte le malattie muscolo-scheletriche. Più spesso nella definizione di un protocollo terapeutico efficace si procede per via empirica, dal momento che la risposta individuale è molto variabile. Nonostante le difficoltà, tuttavia, nel tempo, la maggioranza dei casi viene trattata con risultati clinici soddisfacenti.

Una volta posta la diagnosi, è bene rassicurare il paziente sul fatto di non essere affetto da una forma degenerativa, spiegare il razionale che è alla base dell’uso delle varie classi di farmaci e renderlo consapevole della possibilità di andare incontro a fallimenti terapeutici iniziali. Il trattamento di prima linea dovrebbe comprendere un antidepressivo o un miorilassante centrale con miorilassanti durante la notte, preferibilmente benzodiazepine. A un mese dall’inizio della terapia si dovrebbero effettuare un controllo e l’eventuale aggiustamento della terapia.

Ma quale antidepressivo impiegare? Si potrebbe optare per un antidepressivo triciclico se non ci sono controindicazioni (cardiache) al suo uso, ma la scelta è in funzione dell’assetto psicologico del paziente: se la depressione non è un sintomo prevalente, si può usare l’amitriptilina. L’impiego degli antidepressivi è principalmente finalizzato all’azione analgesica, raggiungibile a bassi dosaggi e senza l’effetto di latenza tipico dell’uso psichiatrico. A questo proposito, si sottolinea l’importanza di avere preparazioni farmaceutiche più facilmente dosabili, come le compresse o le gocce, rispetto alle capsule, di più difficile gestione nell’identificazione della dose efficace. Altri farmaci di potenziali utilizzo nella fibromialgia: la melatonina a basso dosaggio e, tra le benzodiazepine, l’alprazolam, meno gravato da effetti sedativi rispetto ad altre molecole della stessa classe, mentre tra gli stabilizzatori dell’umore, il pregabalin.

L’esercizio fisico è importante per ridurre la tensione muscolare e favorire, invece, la resistenza alla fatica ma va adattato alle caratteristiche del singolo paziente. Per quanto riguarda il sonno, vanno esplorate anche le caratteristiche di letto e cuscini che, se non appropriate, possono esercitare un effetto negativo sulla qualità del riposo.

27.gennaio

Cure alternative ai farmaci nel dolore cronico

Agopuntura

Oltre la metà prova agopuntura, chiropratica, erbe ma molti non lo dicono al proprio medico curante è necessario invece discuterne per migliorare le terapie.

Il dolore non dà tregua, nonostante i medicinali prescritti dal medico. Così la tentazione di provare altre strade è tanta, spesso irresistibile: secondo un’indagine statunitense pubblicata sull’American Journal of Managed Care, oltre la metà dei pazienti con un dolore cronico sceglie di tentare la via delle medicine alternative e si sottopone ad agopuntura, va dal chiropratico o altro. Spesso e volentieri, però, senza farne parola con il proprio curante.

Lo studio, parte del progetto RELIEF mirato a confrontare i risultati di agopuntura e chiropratica nei pazienti con dolore cronico, ha coinvolto oltre 6000 persone che nell’arco di diciotto mesi fra il 2009 e il 2011 si erano rivolte almeno tre volte a un ambulatorio per un problema di dolore cronico. In media si trattava di sessantenni con una predominanza al femminile (il 71 per cento) e una maggioranza di casi di dolore alla schiena, alle articolazioni, al collo o anche mal di testa, artrite e dolori muscolari. A tutti è stato sottoposto un questionario in diciassette domande per indagare, oltre al tipo di dolore sofferto, anche i trattamenti in uso. È emerso che il 58 per cento dei partecipanti associava alle terapie standard cure complementari di vario genere, ma una buona percentuale di questi si guardava bene dal discuterne col curante: il 35 per cento di chi aveva scelto l’agopuntura non ne aveva parlato al medico, ad esempio, così come il 42 per cento di chi si era rivolto al chiropratico.

Tutti però dichiaravano che avrebbero volentieri condiviso le loro esperienze con il curante, se questi avesse fatto domande al riguardo: nessun intento di nascondere qualcosa di cui ci si “vergogna” insomma, semmai un’iniziativa autonoma quando non si riesce a trovare sollievo secondo le vie tradizionali.

I nostri dati mostrano che il ricorso alle terapie alternative per la cura del dolore, in associazione ai farmaci standard, è un fenomeno molto diffuso. Purtroppo però i medici non ci pensano e non chiedono nulla in merito ai loro pazienti, che spesso e volentieri tacciono se non sono spronati a discuterne. Un corto circuito nella comunicazione che sarebbe bene risolvere e superare: sapere che cosa sta facendo il paziente, anche di sua iniziativa, e soprattutto capire quale approccio eventualmente stia funzionando o al contrario lasci il tempo che trova sarebbe utile per arrivare a terapie più efficaci o per consigliare approcci a cui magari non si è ancora pensato. Il dialogo fra medico e paziente deve essere aperto su tutti i fronti, senza reticenze, perché le cure siano davvero utili e risolutive – osserva Charles Elder del Kaiser Permanente Center for Health research, coordinatore dell’indagine”

BIBLIOGRAFIA

http://www.ajmc.com/journals/issue/2015/2015-vol21-n7/acupuncture-and-chiropractic-care-utilization-and-electronic-medical-record-capture

FAROMED

Dolore cronico: in arrivo la nuova definizione

dolore cronico, nuova definizione

Cosa si intende per dolore cronico?

Se lo stanno chiedendo gli esperti dell’Internatonal Association for the Study of Pain (IASP), un’associazione con sede a Washington che da più di 40 anni si occupa del dolore, fornendo consulenza all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Sul tavolo c’è la nuova classificazione di questo stato patologico per l’International classification of disease (ICD): uno strumento che permetterà una migliore qualità della diagnosi per i medici di tutto il mondo. L’ICD è un sistema elaborato dall’OMS che classifica le malattie e i traumatismi

in gruppi. Il fine è quello di tradurre in codici standardizzati i termini medici con cui si esprimono diagnosi, stati e procedure. Il gruppo IASP sta lavorando proprio in questi giorni alla definizione di dolore cronico per l’undicesima versione della ICD, classificazione che sarà votata dall’OMS nel 2017.

Gli esperti hanno diviso il dolore cronico – che per essere tale deve essere presente o ricorrere su una scala temporale di 30 giorni – in 7 tipologie distinte: primario, oncologico, post-traumatico/post-operatorio, neuropatico, viscerale, muscolo-scheletrico e, infine, cefalea cronica/dolore oro-facciale.

L’attuale codifica ICD rende difficile e non accurata l’acquisizione di dati epidemiologici e ostacola quindi una corretta valutazione della spesa necessaria di cui devono farsi carico i sistemi sanitari nazionali per l’assistenza.

La nuova classificazione invece promette una maggiore precisione e per poter definire i vari tipi di dolore ha deciso di guardare in primo luogo l’eziologia, quindi i meccanismi fisiopatologici e infine a parte del corpo in cui il paziente sente il dolore.

La bozza della nuova classificazione: http://id.who.int/icd/entity/1581976053


FAROMED

Paracetamolo contro il mal di schiena, un’efficacia non provata

dolore di schiena

Il mal di schiena è uno dei disturbi più diffusi e circa l’80% degli italiani ne ha sofferto almeno una volta nella vita.

Stress, movimenti sbagliati, posizioni scorrette e vita sedentaria esercitano un impatto negativo sulla colonna vertebrale e sono solo alcune delle cause dell’insorgere di questa patologia che troppo spesso viene trascurata, ma che è sempre più diffusa.

Ma allora come fare per contrastare efficacemente questo disturbo ed evitare che il dolore si cronicizzi?

La risposta ufficiale fornita dalle linee guida cliniche nazionali è il paracetamolo, riconosciuto come l’analgesico per eccellenza contro il dolore lombo-sacrale. Tuttavia la sua efficacia viene ora messa in discussione da uno studio condotto dall’Institute for Global Health presso l’Università di Sydney e pubblicato sulla rivista The Lancet.

I ricercatori hanno preso un campione di 1.652 persone con un’età media di 45 anni affette da mal di schiena e provenienti da 235 centri per cure primarie di Sydney.  Nell’arco di tre mesi ad ognuno di essi è stata assegnata o una dose precisa di paracetamolo (tre volte al giorno), o del paracetamolo se necessario, o placebo.  Risultato: nessuna differenza significativa nei giorni di recupero dal mal di schiena che si è raggiunto in 17 giorni (16 nel gruppo placebo).  Nessun effetto del paracetamolo nemmeno nel breve periodo sui livelli del dolore.

Il medico rimane la persona più autorevole e in grado di fornire la terapia appropriata avvalendosi delle innovazioni nel campo farmaceutico e delle biotecnologie che hanno portato a dei rimedi pratici ed efficaci per contrastare il dolore acuto, quindi anche il mal di schiena.

Primo fra tutti, troviamo il diclofenac (antinfiammatorio non steroideo, FANS), oggi disponibile anche nella formulazione sottocutanea (nome commerciale Akis®). Grazie al formato in siringa preriempita, questa innovazione farmaceutica garantisce una rapida e sicura diminuzione del dolore acuto. Inoltre il ridotto concentrato di principio attivo nei bassi dosaggi da 25mg e da 50mg permette una terapia ad hoc con il minor rischio di effetti collaterali.


INTERACTIVE

Educare al dolore: nasce il portale Doloreacuto.it

doloreacuto

Il dolore acuto è il sintomo che ci avvisa della presenza di un problema che si manifesta nel nostro organismo, una risposta a lesioni riportate a seguito di traumi o malattie acute.

Gli stati dolorosi che si manifestano all’improvviso – e che possono essere di natura osteoarticolare, muscolare, reumatica e post-operatoria – e le lesioni traumatiche sono un vero e proprio campanello di allarme e devono essere controllati e trattati correttamente affinché il dolore non si cronicizzi rischiando quindi di diventare una manifestazione che si ripropone nella vita quotidiana del paziente.

Informazione ed educazione al problema del dolore diventano aspetti importanti se si vuole garantire una buona qualità della vita della persona. Una maggiore consapevolezza rispetto al problema e la capacità di classificare il dolore consentono infatti di facilitare un’azione tempestiva ed efficace. E’ proprio con questo obiettivo che è nato, grazie al contributo incondizionato di Ibsa Farmaceutici Italia, Doloreacuto.it, magazine online di approfondimenti sugli  stati dolorosi che si rivolge ai pazienti e a tutti gli utenti interessati ad inquadrare meglio la patologia del dolore.

Il sito dedicato al dolore acuto offre infatti un servizio di divulgazione scientifica valida ed autorevole con l’intento di rendere il paziente consapevole del problema e parte attiva nel percorso terapeutico. Inoltre, la presenza di una sezione dedicata all’interazione diretta tra l’utente e lo Specialista, i cui consigli non intendono sostituirsi al consulto medico, risponde a criteri di trasparenza e tempestività e mira a coinvolgere attivamente il paziente in un dialogo orientato al benessere della persona.

Doloreacuto.it fa parte del “network” Portale della Salute che comprende le seguenti aree terapeutiche:
Endocrinologia www.tiroide.com
Uro-ginecologia www.curarelacistite.it
Otorinolaringoiatria www.nasochiuso.com
Andrologia e fertilità www.uomoinsalute.it
Cardiovascolare www.postinfarto.it e www.trigliceridi.it
Fertilità www.progestazione.it (in pubblicazione).


INTERACTIVE

Dolore cronico: approccio in due fasi migliora la funzionalità

Dolore cronico, approccio in due fasi migliora la funzionalità

Una strategia in due fasi per la gestione del dolore cronico è risultata associata ad un miglioramento della funzionalità ed alla riduzione della gravità del dolore, portando ad un miglioramento complessivo del 30% nella disabilità correlata al dolore. La prima fase prevede 12 settimane di trattamento analgesico con ottimizzazione sulla base di un algoritmo, affiancato da strategie di autogestione del dolore stesso, mentre la seconda fase prevede 12 settimane di terapia cognitivo-comportamentale.

Questa strategia è stata sperimentata su veterani di guerra statunitensi, molti dei quali affrontano gravi dolori a lungo termine e, secondo l’autore dello studio ESCAPE Matthew Bair dell’Università dell’Indiana, i soli medicinali risultano solo modestamente efficaci nell’alleviarne i sintomi, in quanto le attuali strategie di trattamento per il dolore risultano poco incisive.

La riduzione nella gravità del dolore ed il miglioramento nella disabilità ad esso correlata ottenuti nello studio ESCAPE sono clinicamente significativi ed ogni risultato conseguito è rimasto evidente almeno per nove mesi.

Lo studio ESCAPE ha incluso 241 veterani delle guerre in Iraq ed Afghanistan che riportavano dolore cronico a livello del rachide cervicale o lombare, oppure a carico di spalla, gomito ed anca. Rispetto alla terapia tradizionale, l’intervento in due fasi ha portato a significativi miglioramenti a 9 mesi in tutti gli esiti considerati, nonché ad una riduzione del punteggio alla scala RMDS di 3,7 punti contro gli 1,7 punti del trattamento tradizionale. (JAMA Intern Med online 2015, pubblicato il 9/3)

Popular Science Italia


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