Posts Tagged 'endocrinologia'

Difficoltà nel concepimento? Diabete, disturbi della tiroide e dell’ipofisi ne posso essere le cause

L’endocrinologia, occupandosi di diabete, malattie della tiroide, osteoporosi, patologie andrologiche e del metabolismo, oltre a molte malattie rare, si occupa della salute di milioni di italiani e questo si riflette sui temi all’attenzione del 17° Congresso Nazionale AME, Associazione Medici Endocrinologi che si è aperto oggi, 8 novembre a Roma.

Un tema strettamente legato alle malattie endocrinologiche e in particolare a diabete mellito, disfunzioni tiroidee e ipofisarie è l’infertilità che negli ultimi decenni è diventata sempre più una malattia sociale: si stima, infatti, che il 15% delle coppie possa andare incontro a difficoltà nel concepimento con una sostanziale equa ripartizione fra fattori maschili, femminili e di coppia.

La fertilità negli uomini con diabete mellito è generalmente ridotta rispetto alla popolazione generale infatti, la motilità spermatica è significativamente più bassa e sono più frequenti difetti e immaturità rispetto allo sperma degli uomini senza diabete. Nelle donne con diabete, a meno di altri disturbi come l’ovaio policistico, non vi è evidenza di fertilità ridotta: esse hanno circa il 95% della probabilità di avere un bambino a patto che controllino bene il diabete prima e durante la gravidanza. Programmare la gravidanza in un periodo di ottimale controllo metabolico è indispensabile per minimizzare possibili malformazioni nell’embrione che, con un diabete fuori controllo, si presentano con una frequenza di 4-5 volte superiore rispetto alla popolazione generale. L’ottimale equilibrio metabolico prima e durante la gravidanza riduce inoltre la frequenza delle gravi e possibili complicanze che possono insorgere con frequenza maggiore nella donna diabetica durante la gestazione” – ha spiegato Olga Disoteo, Gruppo di lavoro Diabete AME – S.S.D. Diabetologia ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda.

Le disfunzioni tiroidee portano ad una riduzione della fertilità sia nelle donne che negli uomini ed è quindi consigliabile una valutazione della funzionalità tiroidea in caso di infertilità della coppia. Nelle donne, benché gli ormoni tiroidei influenzino direttamente l’attività degli ovociti e la recettività dell’endometrio nell’utero, l’interferenza maggiore con la fertilità avviene tramite le alterazioni dell’ormone prolattina in caso di ipotiroidismo che, anche se lieve, porta quasi sempre a una riduzione della funzione riproduttiva. Sia in caso di ridotta o aumentata funzionalità della tiroide, ipotiroidismo e ipertiroidismo, si hanno più frequenti interruzioni di gravidanza, malformazioni e complicanze. Negli uomini sia l’ipotiroidismo che l’ipertiroidismo si associano ad una riduzione della produzione del testosterone che influenza la funzione sessuale portando ad una condizione di eiaculazione precoce e raramente ritardata, alterazioni della libido fino ad una vera e propria disfunzione erettile. La minor quantità di testosterone porta anche ad una riduzione del numero degli spermatozoi prodotti e della loro qualità con più frequenti difetti della mobilità e immaturità che influenzano il potenziale di fertilità maschile” – ha continuato Rinaldo Guglielmi, Past President AME – Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie Del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale.

I disturbi all’ipofisi sia che siano di natura genetica, tumorale o infiammatoria portano frequentemente a sterilità in entrambi i sessi proprio perché questa ghiandola ha l’importante funzione di produrre le gonadotropine come l’ormone follicolo-stimolante (FSH) e l’ormone luteinizzante (LH), ossia gli ormoni che controllano il regolare funzionamento delle ovaie e della produzione degli spermatozoi nei testicoli. Nell’infanzia l’ipopituitarismo, ossia l’insufficiente produzione di tutti gli ormoni ipofisari, può essere di natura genetica o da trauma da parto e la conseguente infertilità si manifesterà alla pubertà; in questo caso il trattamento è una terapia sostitutiva con gonadotropine. Nelle malattie ipofisarie con iperproduzione ormonale, come l’acromegalia e la malattia di Cushing, l’eccessiva produzione dei vari ormoni responsabili di queste sindromi determina una ridotta fertilità che nella maggior parte dei casi viene ripristinata con la terapia specifica per la malattia” – ha chiarito Renato Cozzi, Coordinatore Attività Editoriale AME – Direttore Struttura Complessa Endocrinologia, A.S.S.T. “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda” di Milano.

Questi e molti altri temi come obesità, test genetici, discussione di nuove linee guida e casi clinici oltre agli aspetti relativi alla trasformazione digitale della sanità, saranno al centro del Congresso nazionale AME che si apre oggi a Roma fino all’11 novembre e che quest’anno vedrà il passaggio di testimone al nuovo Presidente dell’Associazione.

A conclusione del mio mandato mi sento di sottolineare come guidare una Società Scientifica sia molto faticoso ma anche estremamente stimolante. Quello di cui mi sono fatto carico in questo biennio è soprattutto la formalizzazione delle diverse scuole AME finalizzate a colmare le lacune dei giovani endocrinologi. Vogliamo avvicinarci sempre più a quelli che saranno gli endocrinologi di domani non solo formandoli al meglio per assicurare un’assistenza endocrinologica sempre di più alto livello, ma anche cercando di far conoscere proprio a loro che sono nati nell’epoca dell’informatizzazione, le nuove modalità di supporto assistenziale come ad esempio la telemedicina, che è vista come supporto per ridurre i tempi di attesa considerando che l’endocrinologia è tra le maglie nere, al terzo posto dopo le prestazioni cardiologiche e di chirurgia vascolare, per le liste di attesa. Sempre con uno sguardo ai giovani, una novità del Congresso AME di quest’anno è la disponibilità di un servizio di nursery e di asilo per i bambini più grandi per agevolare la partecipazione delle neomamme o neopapà” – ha affermato Vincenzo Toscano, Presidente AME, Professore Ordinario di Endocrinologia – Sapienza Università di Roma e Direttore U.O.C. Medicina generale 4-Endocrinologia, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea, Roma.

AME ha alcune caratteristiche che la rendono un’associazione per molti versi ideale per i giovani medici endocrinologi un carattere inclusivo ed aggregante, un’offerta formativa sovra-massimale e un approccio estremamente pratico ai problemi e perciò subito ‘spendibile’ nella professione. Inoltre, di recente è nato G·AME, il Gruppo Giovani AME del quale fanno parte i soci con meno di 40 anni, per dare una struttura e maggiore produttività alla partecipazione dei giovani già presenti nell’Associazione. G·AME si propone di promuovere l’inserimento attivo nella vita associativa e di creare strumenti ad hoc per la formazione e crescita, professionale e scientifica, dei soci più giovani. Attraverso l’elaborazione di idee e proposte sia durante gli eventi ufficiali AME sia attraverso la comunicazione via web cerchiamo di realizzare progetti concreti da sottoporre all’approvazione del Consiglio Direttivo” – ha continuato Vincenzo Di Donna, Responsabile G·AME, Gruppo Giovani AME, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

L’AME che verrà sarà nel segno della continuità: i programmi della società infatti vengono individuati e definiti attraverso una base decisionale ampia e condivisa che pone obiettivi a medio e lungo termine. La nostra principale missione è quella di uniformare e migliorare l’assistenza endocrinologica su tutto il territorio nazionale tendendo all’eccellenza. Ciò nell’intento di migliorare la qualità della vita dei nostri pazienti a livello familiare, lavorativo e sociale. Per realizzare tale obiettivo stimoleremo ulteriormente l’entusiasmo dei giovani ameisti sempre più numerosi e capaci di utilizzare al meglio le possibili innovazioni tecnologiche, soprattutto in campo diabetologico rappresentano sempre più una realtà (monitoraggio glicemico continuo, microinfusori prossimi al pancreas artificiale, intelligenza artificiale, big data etc.). Durante il mio mandato l’AME tratterà sempre più temi di interesse endocrino-metabolico considerato che sia l’obesità sia il diabete di tipo 2 sono in continua ascesa anche nel nostro paese con un impatto economico e sociale di grande rilevanza in un periodo di notevole difficoltà finanziaria. Ci impegniamo sin da ora a promuovere campagne di informazione, già in età scolare, per prevenire o almeno ritardare l’insorgenza di queste due complesse patologie”- ha concluso Edoardo Guastamacchia, Presidente Eletto AME – Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.

 


 

Annunci

Nuove linee guida per il tumore tiroideo

Il tumore alla tiroide, seppur raro, è il tumore endocrino più frequente e riguarda circa il 5% dei noduli tiroidei, che invece sono molto comuni con una prevalenza di quasi il 50% della popolazione.

Secondo l’ultimo rapporto Airtum, nel 2017 ci sono state più di 15.000 nuove diagnosi di tumore alla tiroide e si prevede che diventerà il secondo tumore più frequente nelle donne entro il 2020. Questo aumento nel numero di diagnosi, non associato a un aumento della mortalità (nel 76% dei casi si guarisce), sembra essere associato alla sempre maggiore frequenza degli screening e alla maggiore accuratezza degli esami che permettono di scoprire i tumori di piccole dimensioni, non ancora palpabili. Questo scenario fa comprendere l’importanza di una maggiore appropriatezza delle strategie diagnostiche e terapeutiche per evitare i rischi di sovra-trattamento.

Le principali società scientifiche, l’Associazione Italiana della Tiroide (AIT), l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), la Società Italiana di Endocrinologia (SIE), l’Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), la Società Italiana Unitaria di Endocrino Chirurgia (SIUEC) e la Società di Anatomia Patologica e di Diagnostica Citologica (SIAPEC), hanno sentito l’esigenza di redigere nuove linee guida per la gestione ottimale dei noduli alla tiroide – sia benigni sia maligni – basate sulla propria consolidata esperienza, considerando la particolare situazione italiana, sia in termini di organizzazione del Sistema Sanitario Nazionale che in termini di epidemiologia.

Le nuove linee guida italiane per la patologia nodulare e il carcinoma differenziato tiroideo sono state presentate durante il 6° Thyroid UpToDate, che si è tenuto a Roma il 28 e 29 settembre scorso. L’annuale appuntamento di aggiornamento scientifico sulle patologie della tiroide è stata l’occasione per discutere e approfondire le nuove acquisizioni scientifiche, le novità terapeutiche e di gestione delle principali malattie della tiroide.

L’esigenza di un documento unitario e condiviso è condivisa da tutte le società scientifiche date le incertezze operative che derivano dalle numerose linee guida internazionali. Visto il carattere epidemico della malattia nodulare della tiroide nel nostro Paese, il documento permette di individuare i soggetti che meritano una maggiore attenzione diagnostica ed evitare di sottoporre inutilmente ad indagini invasive la maggior parte dei pazienti con noduli che non presentano elementi di preoccupazione, senza trascurare quella minoranza di soggetti che merita maggiore attenzione, presentando ad esempio noduli di dimensione maggiore, micro-calcificazioni e margini irregolari. Oltre a identificare le condizioni e le caratteristiche che meritano maggiori approfondimenti diagnostici, sono stati analizzati anche gli approcci terapeutici più appropriati. Ad esempio, nel documento si raccomanda di procedere con interventi chirurgici meno estensivi ed invasivi, confermando la nuova tendenza a prediligere interventi conservativi. Tale approccio permette di ridurre il fabbisogno di terapia sostitutiva e si associa ad una minore insorgenza di complicanze metaboliche e anatomiche. Inoltre, in assenza di caratteristiche allarmanti, si evita l’intervento quando l’analisi tra i costi e benefici per il paziente non è vantaggiosa, come nel caso di soggetti con malattie concomitanti e quindi ad alto rischio” – ha spiegato Rinaldo Guglielmi, Past President AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Un ulteriore elemento che è emerso dal documento è l’importanza della comunicazione tra medico e paziente.

Secondo un’indagine commissionata dal Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini, 1 persona su 3 vorrebbe ricevere oltre alla diagnosi maggiori informazioni sulla malattia, sui trattamenti a disposizione e gli eventuali effetti collaterali. È importante che le principali società scientifiche endocrinologiche abbiano condiviso approcci e strategie per queste patologie e riconoscano l’importanza di informare correttamente il paziente circa le procedure a cui dovrà sottoporsi e alle possibili alternative, mettendo in evidenza i vantaggi ma anche le possibili complicazioni. Una diagnosi di tumore tiroideo è spesso associata a una crisi emotiva che, se non supportata dall’aiuto di professionisti, può protrarsi nel tempo. Alla base di questo impatto psicologico ci sono principalmente l’incertezza della prognosi, lo scarso supporto psicologico, l’impatto sulle attività lavorative e i possibili effetti collaterali dei trattamenti. Di grande significato è anche l’identificazione che le linee guida fanno dei soggetti più a rischio che permette di non creare inutili allarmismi nelle persone, fortunatamente la maggior parte, che hanno noduli che non richiedono un intervento” – ha illustrato Luisa La Colla, Presidente CAPE.

 


       

Thyroid Uptodate 2018, a Giorgio Grani il Premio Marco Attard

Durante il 6° Thyroid UpTodate 2018 è stato ricordato Marco Attard, eminente endocrinologo siciliano scomparso prematuramente nel 2017, attraverso la consegna al giovane endocrinologo Giorgio Grani del Premio promosso congiuntamente da AME Onlus, Associazione Medici Endocrinologi, e dall’Italian Thyroid Cancer Observatory (ITCO). Il premio nasce per ricordare la figura di Marco Attard quale uomo nobile e generoso e medico di grande empatia umana.

Quella di Marco Attard è una storia di Sud non come luogo geografico ma come metafora, come capacità di raccogliere una sfida e pur avendo consapevolezza dei propri mezzi e dei propri valori si scontra talvolta con la difficoltà ad esprimere e vedere riconosciuti in pienezza questi valori” – ha ricordato Piernicola Garofalo collega di Attard, con il quale ha condiviso interessi e passione professionale.

Marco Attard è stato un medico moderno e anticipatore: già 30 anni fa Marco aveva una visione del rapporto con il paziente che è quella attualmente acquisita; non solo interessato a fare diagnosi ma orientato all’esito in termini di outcome di salute e qualità di vita per il paziente. Il team, era un suo punto di forza, la capacità di fare gruppo non solo all’interno dei colleghi endocrinologi ma coinvolgendo tutte le altre figure professionali, quindi l’endocrinologo come “lievito” che si inserisce nei diversi livelli facendo crescere le conoscenze trasversali; e poi, antesignano, l’amore per l’impiego dell’ecografo. Ricordo nel 1990, alle Giornate italiane della tiroide a Palermo, Marco Attard presentò il primo lavoro sulla capacità predittiva e diagnostica dell’ecografia nelle tireopatie autoimmuni un lavoro innovativo, forse per i tempi troppo anticipatore, allora l’ecografo non veniva quasi impiegato nella tiroide. Un incontro importante fu quello con Sebastiano Filetti, presidente ITCO, suo mentore, che comprese subito la visionarietà del professionista e non ultimo l’incontro con l’AME dove il suo concetto di condivisione si è concretizzato superando tutti i limiti della storia del Sud” – conclude Garofalo.

Il lavoro di Marco continua attraverso i giovani e proprio attraverso un lavoro sull’impiego dell’ecografo nella patologia tiroidea pubblicato nel 2017 su una rivista di prestigio come Thyroid.

Lo studio aveva l’obiettivo di valutare il comportamento del tessuto tiroideo nei pazienti con almeno un nodulo tiroideo in significativa crescita volumetrica nel corso di 5 anni di monitoraggio ecografico. In tale contesto, vi erano due possibilità: in caso di patologia del tessuto tiroideo in generale, la crescita sarebbe stata a carico sia del nodulo che del tessuto tiroideo sano; oppure in caso di patologia intrinseca del nodulo, la crescita si sarebbe registrata solo a carico del nodulo. Ciò che lo studio ha documentato è che, selezionando pazienti che presentavano noduli in crescita in un solo lato della tiroide, il lato opposto non subiva alcun incremento volumetrico. Questo risultato è a favore quindi della seconda ipotesi e permette di concludere che nella maggior parte dei pazienti in monitoraggio per noduli tiroidei, la patologia è essenzialmente locale e intrinseca del nodulo e ciò suggerisce, un uso più limitato del termine “gozzo” che invece sottende una patologia diffusa della ghiandola” – illustra Giorgio Grani, endocrinologo vincitore del premio Marco Attard.

Fra i coautori del lavoro risulta proprio Marco Attard, che ha contribuito allo svolgimento dello studio presso l’Ospedale Cervello di Palermo, durante tutto il periodo di monitoraggio.

 

Grani G, et al. Thyroid. 2017;doi:10.1089/thy.2017.0201

 


Un Premio per ricordare Marco Attard

Ancora qualche giorno per partecipare alla prima edizione del Premio Marco Attard: scadranno infatti il prossimo 10 settembre i termini del Bando per il concorso per l’assegnazione di un premio a lui intitolato.

Il premio Marco Attard, promosso congiuntamente da AME Onlus e dall’Italian Thyroid Cancer Observatory (ITCO) nasce con l’intento di ricordare la figura di Marco Attard, eminente endocrinologo italiano scomparso prematuramente nel 2017. Il Premio sarà assegnato a giovani medici ricercatori nell’auspicio che la memoria di Marco Attard rappresenti un esempio ed uno stimolo per la loro futura attività professionale. Il Bando è aperto a medici ricercatori (under 40) e sarà assegnato all’autore di un articolo comparso in un database della letteratura medica internazionale nell’anno 2017 che abbia come tema il ruolo dell’ecografia del collo nella diagnostica della patologia tiroidea. L’autore deve essere di nazionalità italiana e il suo contributo alla stesura del lavoro deve essere ben valutabile” – spiega Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Il dott. Attard nel corso della sua carriera si è contraddistinto per il suo spirito pioneristico ed innovativo.

È stato, uno dei primi medici nel panorama dell’endocrinologia internazionale ad introdurre negli anni ’80 le tecniche ecografiche nella diagnostica dei noduli tiroidei benigni e maligni: oggi l’ecografia del collo è al centro di tutti i protocolli diagnostici tiroidei promossi dalle linee guida internazionali. È stato autore di studi sulla patologia tiroidea che hanno influenzato e che tuttora influenzano la pratica clinica internazionale. Ha contribuito alla creazione dell’ITCO, una rete di Centri impegnati nella gestione della patologia nodulare tiroidea benigna e maligna, con l’obiettivo di creare un terreno condiviso di confronto e di promozione della ricerca scientifica e dell’assistenza clinica. Ha avuto ruoli di rilievo nel comitato direttivo e scientifico dell’AME” – ricorda il prof. Sebastiano Filetti, Presidente ITCO.

Il dottor Attard ha sempre creduto nel ruolo dei pazienti per i pazienti e ha concorso nel fondare una delle più antiche associazioni di pazienti affetti da patologie tiroidee (ATTA), nella quale ha operato durante tutta la sua vita professionale”  – come ricorda Luisa La Colla, presidente CAPE, Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini.

I candidati al premio dovranno inviare il lavoro con firma originale del proponente via e-mail alla segreteria AME (segreteria@associazionemediciendocrinologi.it)

La Commissione giudicatrice è composta da: Prof. Cosimo Durante, Dottor Andrea Frasoldati, Dottor Piernicola Garofalo e dal Dottor Enrico Papini.

Il Premio, di 3.000 Euro, sarà consegnato nel corso del prossimo evento 6° Thyroid UpTodate 2018 “Linee Guida e Pratica Clinica” che si terrà a Roma il 28 e 29 settembre 2018.

 


ALLEANZA DIGITALE PER LA CURA DEL DIABETE

La “potenza è nulla senza controllo” recitava una famosa pubblicità sul finire degli anni ’90 e questo concetto potrebbe oggi essere traslato alla malattia diabetica.

Il diabete, infatti, a fronte della sua espansione in tutto il mondo, è al centro dell’attenzione dei ricercatori che studiano e mettono a punto farmaci e dispositivi tecnologici sempre più raffinati e potenti. Nonostante tutto ciò, il principale problema che diabetologi e persone con diabete devono affrontare ogni giorno è sempre lo stesso: il controllo metabolico della malattia ossia il mantenimento dei livelli di vari parametri nella norma.

Secondo lo studio GUIDANCE[1], un’indagine compiuta in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, per determinare il grado di adesione alle raccomandazioni delle linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 e valutare i risultati di cura ottenuti, la gestione del diabete evidenzia alcuni dati preoccupanti. Il livello dei processi di cura è incoraggiante – dicono gli autori – meno, tuttavia, lo sono i risultati che si conseguono. Infatti, solo 1 persona con diabete su 2 (esattamente il 53,6 per cento del campione esaminato) raggiunge valori di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7 per cento, considerato la soglia di buon controllo, e solo il 6,5 per cento delle persone ottiene contemporaneamente i target di cura per HbA1c, pressione arteriosa e colesterolo LDL, due tra le condizioni più frequentemente associate al diabete di tipo 2.

Sul mancato raggiungimento di un buon controllo del diabete da parte dei pazienti gravano fattori come la scarsa percezione, da parte della persona con diabete, di alcuni medici e di parte della società, della pericolosità della malattia, il numero di malattie croniche che il paziente deve gestire in contemporanea, i determinanti sociali, come reddito, cultura e lavoro, che influiscono sulla capacità di gestione della malattia stessa. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci dell’inerzia terapeutica, cioè la ritardata o mancata attuazione di una corretta intensificazione della terapia, che sfocia nell’insuccesso del controllo del diabete” – spiega Riccardo Fornengo, diabetologo presso la S.S.D. di Diabetologia ASLTO4 di Chivasso e Consigliere nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).

Affrontare le molteplici problematiche che emergono dalla gestione del diabete e dall’inerzia clinica in particolare, è una sfida enorme. Riteniamo che, coniugando le opzioni tecnologiche e terapeutiche possibili con il concetto di personalizzazione della gestione della malattia, possiamo dare un contributo importante a rispondere in maniera efficace alle necessità di tutti gli interlocutori – comunità medico-scientifica, ma soprattutto persone con diabete – e migliorare l’assistenza e gli outcome clinici. Da sempre Roche Diabetes Care ha creduto nell’importanza della gestione dei dati per la personalizzazione della terapia, e ha voluto investire in questo. L’ultimo frutto è la nuova alleanza con Meteda che porterà la cartella clinica diabetologica Smart Digital Clinic ad una implementazione in tutti i centri di diabetologia in Italia. Uno strumento per i diabetologi che per semplicità d’uso, chiarezza e possibilità di personalizzazione dovrebbe contribuire a valorizzare i dati clinici, ottimizzare il tempo della visita e, in ultima analisi, favorire una miglior gestione della persona con diabete” – interviene Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care.

Infatti, la strada oggi segnata, non solo per la cura del diabete, ma anche per altre malattie, è quella dei processi di analisi dei dati, resa possibile dalla digitalizzazione applicata alla sanità. Questo strumento è risultato fondamentale per l’analisi di numerosi parametri legati alla cura delle persone con diabete e per il miglioramento della gestione della malattia. Ne è testimonianza il progetto Annali dell’Associazione Medici Diabetologi che, tra le altre cose, ha dimostrato come i Centri diabetologici che raccoglievano e analizzavano da più tempo i dati dei loro assistiti, utilizzando la cartella clinica diabetologica digitale, ottenevano migliori performance nella cura delle persone” – spiega Marco Vespasiani, Sales & Marketing Manager di Meteda, società che negli anni ha sviluppato, in collaborazione con i Centri di diabetologia italiani, la cartella clinica informatizzata diabetologica, al fine di soddisfarne i bisogni.

Uno studio pubblicato dal Gruppo Annali AMD su Diabetic Medicine[2], infatti, ha mostrato, che i centri diabetologici che avevano raccolto e valutato i dati di processo (ossia le visite e i diversi esami effettuati) e clinici (cioè i risultati ottenuti), su un arco temporale di 4 anni e su una media di 100 mila persone con diabete tipo 2 curate annualmente, ottenevano un aumento del 6 per cento del numero di assistiti con target di HbA1c inferiore a 7 per cento, ma ottenevano anche buoni risultati nel controllo del colesterolo LDL (+10 per cento) e della pressione arteriosa (+ 6,4 per cento). Risultati statisticamente superiori a quelli riscontrati nei centri che avevano iniziato la raccolta dei dati solo negli ultimi 12 mesi, impiegati come termine di paragone.

La peculiarità della realtà italiana, in cui esiste una rete diabetologica diffusa abbastanza capillarmente sul territorio, ha permesso di diffondere in quasi tutti i centri un software unico per la gestione dei pazienti e la creazione di un database che contiene i dati di oltre 500.000 persone con diabete. Questa digitalizzazione ha determinato uno stimolo a migliorarsi, favorendo l’elaborazione e la valutazione dei risultati anno su anno, con un impatto indubbiamente positivo, con una più efficace ed efficiente gestione della malattia e con evidenti vantaggi tanto per il paziente che per il medico. Si spera che in un prossimo futuro si possa ottenere, grazie alla digitalizzazione, l’integrazione con i software della medicina generale e i database aziendali e regionali, che possa ulteriormente produrre informazioni utili alla gestione dei pazienti. L’integrazione e la rielaborazione dei dati contenuti nei diversi database è una delle nuove frontiere da esplorare” – sottolinea Riccardo Fornengo.

Ma i vantaggi della digitalizzazione in sanità non sono solo di ordine clinico o organizzativo, come emerge chiaramente dalle autorevoli parole di Roberto Viola, connazionale che guida la Direzione generale per la comunicazione digitale e le tecnologie della Commissione europea. Viola ha recentemente sottolineato come la digitalizzazione in sanità comporterebbe per il nostro Paese un risparmio di circa il 20 per cento della spesa sanitaria nazionale ossia più o meno 20 miliardi di euro l’anno.

Anche questo aspetto è stato valutato nel nostro Paese, con riferimento alle cure diabetologiche erogate. Sempre nell’ambito del progetto Annali AMD, e sempre su Diabetic Medicine[3], è stato pubblicato un secondo studio che ha dimostrato come l’estensione della metodologia di raccolta e analisi del dato, applicata nei centri che utilizzano la cartella clinica diabetologica digitale, a tutti i centri di diabetologia italiani comporterebbe un risparmio, per le casse del Sistema sanitario nazionale, calcolato in circa 1,5 miliardi di euro in 5 anni, e una proiezione di oltre 18 miliardi in 50 anni. Risparmi, spiegano gli autori, legati ai minori costi associati alle complicanze a lungo termine del diabete, che si registrano per ogni categoria di complicanza, ma in misura particolare per quelle renali.

Questo risparmio, se investito nuovamente nei centri, porterebbe a un miglioramento organizzativo, migliore efficienza, maggiore qualità nella gestione del diabete, utilizzo più appropriato delle informazioni, minore dispendio di tempo per attività amministrative e di conseguenza libererebbe tempo prezioso che oggi manca, da dedicare all’ascolto dei propri pazienti. Infatti, solo con una maggiore attenzione, personalizzata alle esigenze dei pazienti, si potrà ottenere un significativo miglioramento nella gestione complessiva del diabete e delle sue conseguenze.

Siamo convinti che la digitalizzazione favorisca l’adozione di un nuovo modello di governance che vede l’ampio coinvolgimento di tutti i soggetti interessati – medici, pazienti e payer – che operano in una logica di rete volta a condividere l’informazione clinica, a promuovere l’accesso a dati strutturati, per consentire nuovi approcci di analisi in grado di supportare e orientare le politiche sanitarie. Questo concetto di Diabetes Digital Clinic è un’opportunità per ingenerare un cambiamento, che però dipende da tutti noi. Dal nostro impegno e dalla nostra capacità innovativa discende il beneficio, sia in termini di efficienza – utilizzo più appropriato delle risorse – sia in termini di efficacia – miglior trattamento terapeutico e migliori outcome clinici” – conclude Massimo Balestri.

[1] Stone MA et al., “Quality of care of people with type 2 diabetes in eight European countries: findings from the Guideline Adherence to Enhance Care (GUIDANCE) study” Diabetic Medicine 2013; 36(9):2628-38.

[2] Nicolucci A et al., “Four-year impact of a continuous quality improvement effort implemented by a network of diabetes outpatient clinics: the AMD-Annals initiative” Diabetic Medicine 2010; 27(9):1041-8. 

[3] Giorda CB et al., “Improving quality of care in people with Type 2 diabetes through the Associazione Medici Diabetologi-annals initiative: a long-term cost-effectiveness analysis” Diabetic Medicine 2014; 31(5):615-23.


Arriva l’insulina fast-acting, più veloce contro la glicemia dopo i pasti

In Italia le persone con diabete misurano la glicemia postprandiale, ossia dopo aver mangiato, in media solo 2 volte al giorno, nonostante le principali linee guida internazionali, inclusi gli Standard italiani per la cura del diabete mellito, ne raccomandino il controllo tra 1 e 2 ore dall’inizio del pasto. Il dato, che emerge da un’analisi effettuata sui dati degli Annali AMD – Associazione Medici Diabetologi, è stato illustrato il 12 giugno scorso, nel corso della presentazione della nuova insulina aspart fast-acting (Fiasp®, Novo Nordisk), disponibile da poco anche nelle farmacie italiane.

Il mancato controllo della glicemia postprandiale si inquadra in un fenomeno più ampio, che vede la frequenza complessiva dell’automonitoraggio della glicemia soddisfacente nelle persone con diabete tipo 2 trattate con insulina. Tuttavia, mentre la frequenza di controllo della glicemia a digiuno risulta adeguata, la glicemia postprandiale viene valutata in maniera del tutto insufficiente, tanto più che i due terzi delle persone con diabete presentano valori di glicemia postprandiale superiori ai 140 mg/dl, valore di normalità indicato dalle linee guida” – ha spiegato Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch-Center for Outcomes Research and Clinical Epidemiology.

Ma perché è così importante la valutazione della glicemia postprandiale?

Innanzitutto, la glicemia postprandiale contribuisce per circa un terzo alla glicemia media, che a sua volta si associa alle complicanze croniche del diabete. Inoltre, anche a parità di glicemia media, le persone con glicemia postprandiale più alta hanno un rischio maggiore di sviluppare complicanze del diabete, in particolare quelle cardiovascolari, come l’infarto o l’ictus” – ha detto Edoardo Mannucci, diabetologo, Professore associato al Dipartimento di scienze biomediche, sperimentali e cliniche Mario Serio dell’Università di Firenze.

Lo dimostrano studi che hanno fatto la storia della diabetologia, come il DECODE o il Diabetes Intervention Study o il più recente San Luigi Gonzaga Diabetes Study, che ha evidenziato come l’aumento della glicemia postprandiale si associ a un aumento del rischio cardiovascolare in maniera più forte rispetto all’aumento della glicemia a digiuno, in una popolazione seguita per 14 anni di follow up” – ha aggiunto Edoardo Mannucci.

Non solo, in uno studio pubblicato recentemente su Diabetes Therapy emerge che, in alcune persone con diabete, l’iperglicemia postprandiale può avere ripercussioni negative a livello fisico ed emotivo e può influenzare la vita di tutti i giorni, incluso il lavoro e i rapporti sociali. È stato ad esempio calcolato che, in seguito a un episodio di iperglicemia postprandiale, il 71 per cento delle persone con diabete riporta una diminuzione della produttività e il 54 per cento sostiene di avere difficoltà a concentrarsi nel lavoro.

Nelle persone non diabetiche, la glicemia dopo i pasti è contenuta entro limiti che non oltrepassano quasi mai i 140 mg/dl e torna entro 2 ore ai livelli normali, grazie alla secrezione di insulina da parte del pancreas in risposta all’introduzione di cibo, in particolare i carboidrati. Ovviamente, nelle persone con diabete questa azione è ridotta (diabete tipo 2) o assente (diabete tipo 1) e si instaura il fenomeno della iperglicemia postprandiale, che a lungo andare provoca danni ai vasi sanguigni ed è causa delle principali complicanze della malattia.

Per contrastare il fenomeno sono state messe a punto, nel tempo, formulazioni di insulina sempre più sofisticate: dagli analoghi dell’insulina umana, negli anni ’90, sino alle insuline rapide.

L’ultima nata è l’insulina aspart fast-acting, integrata con vitamina B3, che rende il suo assorbimento iniziale più rapido, e l’aminoacido L-arginina, che ne stabilizza la formulazione.

Questa insulina si avvicina maggiormente alla risposta naturale di una persona sana, assicurando una comparsa in circolo più veloce – 4 minuti piuttosto che 9 – della progenitrice insulina aspart ad azione rapida, una delle più prescritte al mondo. Grazie alle sue caratteristiche è più flessibile nei tempi di somministrazione, da 2 minuti prima dell’assunzione del pasto sino a 20 minuti dopo. Inoltre, si è dimostrata più efficace rispetto alla insulina aspart nel ridurre la glicemia postprandiale a un’ora e in alcuni casi anche i livelli di emoglobina glicata, senza aumentare il rischio dei temibili episodi di ipoglicemia” – ha detto Concetta Irace, Professore associato al Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

L’insulina aspart fast-acting è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale in classe A ed è disponibile, per adulti con diabete, in soluzione iniettabile per via sottocutanea in due formati: 100 unità/ml in penna preriempita e 100 unità/ml in cartuccia.

 


Novo Nordisk e Università della California di San Francisco insieme nella ricerca sulle cellule staminali per la cura del diabete tipo 1 e altre malattie croniche

Novo Nordisk, grazie alla collaborazione con l’Università della California di San Francisco (UCSF), ha potenziato la ricerca per le terapie con cellule staminali, ampliando l’attuale focus sul diabete tipo 1 ad altre malattie croniche.

Infatti, l’azienda danese ha concesso in licenza a UCSF, rinomata università per la ricerca sulle cellule staminali, una tecnologia per consentire la generazione di linee cellulari staminali embrionali umane (hESC), secondo gli standard di Good Manufacturing Practice (GMP), così come il diritto di sviluppare ulteriormente queste linee cellulari per future terapie di medicina rigenerativa. Questa collaborazione si è consolidata maggiormente con l’inaugurazione, all’inizio di maggio scorso, di un nuovo laboratorio GMP presso UCSF, dove i dipendenti dell’università e di Novo Nordisk lavoreranno insieme per ottenere delle linee cellulari che dovrebbero definire un nuovo standard di qualità nella produzione di terapie con cellule staminali.

Dopo due decenni di intense ricerche incentrate sulla differenziazione delle cellule staminali pluripotenti in cellule beta produttrici di insulina, Novo Nordisk ha ottenuto la prova di efficacia preclinica. Insieme alla Cornell University, l’azienda danese ha anche fatto progressi significativi nello sviluppo di un dispositivo di incapsulamento che protegga le cellule beta che vengono trapiantate nei pazienti dagli attacchi del sistema immunitario. Si prevede che il primo trial clinico possa essere avviato nei prossimi anni.

Trovare una cura per il diabete fa parte della visione di Novo Nordisk; i nostri recenti progressi nella ricerca sulle cellule staminali e l’accesso a linee cellulari stabili e di alta qualità aumentano le speranze per le persone con diabete tipo 1. La nostra collaborazione con UCSF dovrebbe anche favorire le partnership attuali e future per sviluppare terapie basate su cellule staminali per il trattamento di altre gravi malattie croniche” – ha affermato Mads Krogsgaard Thomsen, executive Vice President and Chief Science Officer di Novo Nordisk.

Le terapie con cellule staminali sono parte di un settore in rapida crescita che può produrre nuovi trattamenti per un gran numero di malattie che non hanno ancora una cura. Lo sviluppo di linee cellulari staminali secondo le GMP in collaborazione con UCSF ha permesso a Novo Nordisk di concentrarsi su altre gravi malattie croniche oltre al diabete. Inoltre, attraverso collaborazioni con la società biotech svedese Biolamina e l’Università di Lund sono in corso ricerche per il morbo di Parkinson e in un’altra partnership con Biolamina e la DUKE National University Medical School di Singapore, è in atto una ricerca per l’insufficienza cardiaca cronica e la degenerazione maculare legata all’età. L’obiettivo di Novo Nordisk è quello di attivare ulteriori collaborazioni per poter sviluppare terapie basate su cellule staminali per altre gravi malattie croniche.

Cellule staminali

Le terapie con le cellule staminali stanno emergendo come opzioni terapeutiche per un gran numero di malattie croniche gravi. Queste terapie hanno il potenziale di fornire nuovi trattamenti per le malattie per cui non esistono ancora cure adeguate. Le cellule staminali pluripotenti hanno una capacità illimitata di autorinnovamento e la possibilità di differenziarsi in qualsiasi tipo di cellula specializzata nel corpo. La piattaforma tecnologica delle cellule staminali di Novo Nordisk è basata su cellule staminali embrionali umane (hESC) che possono essere utilizzate per sviluppare una vasta gamma di indicazioni terapeutiche. Novo Nordisk è una multinazionale farmaceutica che da oltre novant’anni è leader nella cura del diabete. Questo patrimonio le ha fornito le capacità e le competenze per aiutare le persone a gestire ulteriori patologie croniche: l’emofilia, i disturbi della crescita e l’obesità. Novo Nordisk ha sede in Danimarca ed ha circa 42.700 dipendenti in 79 paesi e commercializza i suoi prodotti in più di 170 nazioni.

 



leggi il Blog nella tua lingua

Follow HarDoctor News, il Blog di Carlo Cottone on WordPress.com
Visita il mio Sito Inviaci un articolo! Contattami via e-mail! buzzoole code
Twitter HarDoctor News su YouTube HarDoctor News su Tumblr Skype Pinterest

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 961 follower

L’almanacco di oggi …

Almanacco di Oggi!
Farmacie di Turno
Il Meteo I Programmi in TV

Scarica le guide in pdf!

Scarica la Guida in Pdf Scarica il Booklet in Pdf

HarDoctor News | Links Utili

Scegli Tu Guarda il Video su YouTube Pillola del giorno dopo Think Safe Medicina Estetica Obesità.it

HarDoctor News | Utilità

Calcola il BMI
Test di Laboratorio
Percentili di Crescita
Calcola da te la data del parto!

Leggi Blog Amico !!!

Leggi Blog Amico

HarDoctor News | Statistiche

  • 826.255 traffic rank

HarDoctor News | Advertising

Siti sito web

Le mie foto su Istagram

Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: