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ALLEANZA DIGITALE PER LA CURA DEL DIABETE

La “potenza è nulla senza controllo” recitava una famosa pubblicità sul finire degli anni ’90 e questo concetto potrebbe oggi essere traslato alla malattia diabetica.

Il diabete, infatti, a fronte della sua espansione in tutto il mondo, è al centro dell’attenzione dei ricercatori che studiano e mettono a punto farmaci e dispositivi tecnologici sempre più raffinati e potenti. Nonostante tutto ciò, il principale problema che diabetologi e persone con diabete devono affrontare ogni giorno è sempre lo stesso: il controllo metabolico della malattia ossia il mantenimento dei livelli di vari parametri nella norma.

Secondo lo studio GUIDANCE[1], un’indagine compiuta in otto Paesi europei, tra cui l’Italia, per determinare il grado di adesione alle raccomandazioni delle linee guida per il trattamento del diabete di tipo 2 e valutare i risultati di cura ottenuti, la gestione del diabete evidenzia alcuni dati preoccupanti. Il livello dei processi di cura è incoraggiante – dicono gli autori – meno, tuttavia, lo sono i risultati che si conseguono. Infatti, solo 1 persona con diabete su 2 (esattamente il 53,6 per cento del campione esaminato) raggiunge valori di emoglobina glicata (HbA1c) inferiori al 7 per cento, considerato la soglia di buon controllo, e solo il 6,5 per cento delle persone ottiene contemporaneamente i target di cura per HbA1c, pressione arteriosa e colesterolo LDL, due tra le condizioni più frequentemente associate al diabete di tipo 2.

Sul mancato raggiungimento di un buon controllo del diabete da parte dei pazienti gravano fattori come la scarsa percezione, da parte della persona con diabete, di alcuni medici e di parte della società, della pericolosità della malattia, il numero di malattie croniche che il paziente deve gestire in contemporanea, i determinanti sociali, come reddito, cultura e lavoro, che influiscono sulla capacità di gestione della malattia stessa. Inoltre, non dobbiamo dimenticarci dell’inerzia terapeutica, cioè la ritardata o mancata attuazione di una corretta intensificazione della terapia, che sfocia nell’insuccesso del controllo del diabete” – spiega Riccardo Fornengo, diabetologo presso la S.S.D. di Diabetologia ASLTO4 di Chivasso e Consigliere nazionale dell’Associazione Medici Diabetologi (AMD).

Affrontare le molteplici problematiche che emergono dalla gestione del diabete e dall’inerzia clinica in particolare, è una sfida enorme. Riteniamo che, coniugando le opzioni tecnologiche e terapeutiche possibili con il concetto di personalizzazione della gestione della malattia, possiamo dare un contributo importante a rispondere in maniera efficace alle necessità di tutti gli interlocutori – comunità medico-scientifica, ma soprattutto persone con diabete – e migliorare l’assistenza e gli outcome clinici. Da sempre Roche Diabetes Care ha creduto nell’importanza della gestione dei dati per la personalizzazione della terapia, e ha voluto investire in questo. L’ultimo frutto è la nuova alleanza con Meteda che porterà la cartella clinica diabetologica Smart Digital Clinic ad una implementazione in tutti i centri di diabetologia in Italia. Uno strumento per i diabetologi che per semplicità d’uso, chiarezza e possibilità di personalizzazione dovrebbe contribuire a valorizzare i dati clinici, ottimizzare il tempo della visita e, in ultima analisi, favorire una miglior gestione della persona con diabete” – interviene Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care.

Infatti, la strada oggi segnata, non solo per la cura del diabete, ma anche per altre malattie, è quella dei processi di analisi dei dati, resa possibile dalla digitalizzazione applicata alla sanità. Questo strumento è risultato fondamentale per l’analisi di numerosi parametri legati alla cura delle persone con diabete e per il miglioramento della gestione della malattia. Ne è testimonianza il progetto Annali dell’Associazione Medici Diabetologi che, tra le altre cose, ha dimostrato come i Centri diabetologici che raccoglievano e analizzavano da più tempo i dati dei loro assistiti, utilizzando la cartella clinica diabetologica digitale, ottenevano migliori performance nella cura delle persone” – spiega Marco Vespasiani, Sales & Marketing Manager di Meteda, società che negli anni ha sviluppato, in collaborazione con i Centri di diabetologia italiani, la cartella clinica informatizzata diabetologica, al fine di soddisfarne i bisogni.

Uno studio pubblicato dal Gruppo Annali AMD su Diabetic Medicine[2], infatti, ha mostrato, che i centri diabetologici che avevano raccolto e valutato i dati di processo (ossia le visite e i diversi esami effettuati) e clinici (cioè i risultati ottenuti), su un arco temporale di 4 anni e su una media di 100 mila persone con diabete tipo 2 curate annualmente, ottenevano un aumento del 6 per cento del numero di assistiti con target di HbA1c inferiore a 7 per cento, ma ottenevano anche buoni risultati nel controllo del colesterolo LDL (+10 per cento) e della pressione arteriosa (+ 6,4 per cento). Risultati statisticamente superiori a quelli riscontrati nei centri che avevano iniziato la raccolta dei dati solo negli ultimi 12 mesi, impiegati come termine di paragone.

La peculiarità della realtà italiana, in cui esiste una rete diabetologica diffusa abbastanza capillarmente sul territorio, ha permesso di diffondere in quasi tutti i centri un software unico per la gestione dei pazienti e la creazione di un database che contiene i dati di oltre 500.000 persone con diabete. Questa digitalizzazione ha determinato uno stimolo a migliorarsi, favorendo l’elaborazione e la valutazione dei risultati anno su anno, con un impatto indubbiamente positivo, con una più efficace ed efficiente gestione della malattia e con evidenti vantaggi tanto per il paziente che per il medico. Si spera che in un prossimo futuro si possa ottenere, grazie alla digitalizzazione, l’integrazione con i software della medicina generale e i database aziendali e regionali, che possa ulteriormente produrre informazioni utili alla gestione dei pazienti. L’integrazione e la rielaborazione dei dati contenuti nei diversi database è una delle nuove frontiere da esplorare” – sottolinea Riccardo Fornengo.

Ma i vantaggi della digitalizzazione in sanità non sono solo di ordine clinico o organizzativo, come emerge chiaramente dalle autorevoli parole di Roberto Viola, connazionale che guida la Direzione generale per la comunicazione digitale e le tecnologie della Commissione europea. Viola ha recentemente sottolineato come la digitalizzazione in sanità comporterebbe per il nostro Paese un risparmio di circa il 20 per cento della spesa sanitaria nazionale ossia più o meno 20 miliardi di euro l’anno.

Anche questo aspetto è stato valutato nel nostro Paese, con riferimento alle cure diabetologiche erogate. Sempre nell’ambito del progetto Annali AMD, e sempre su Diabetic Medicine[3], è stato pubblicato un secondo studio che ha dimostrato come l’estensione della metodologia di raccolta e analisi del dato, applicata nei centri che utilizzano la cartella clinica diabetologica digitale, a tutti i centri di diabetologia italiani comporterebbe un risparmio, per le casse del Sistema sanitario nazionale, calcolato in circa 1,5 miliardi di euro in 5 anni, e una proiezione di oltre 18 miliardi in 50 anni. Risparmi, spiegano gli autori, legati ai minori costi associati alle complicanze a lungo termine del diabete, che si registrano per ogni categoria di complicanza, ma in misura particolare per quelle renali.

Questo risparmio, se investito nuovamente nei centri, porterebbe a un miglioramento organizzativo, migliore efficienza, maggiore qualità nella gestione del diabete, utilizzo più appropriato delle informazioni, minore dispendio di tempo per attività amministrative e di conseguenza libererebbe tempo prezioso che oggi manca, da dedicare all’ascolto dei propri pazienti. Infatti, solo con una maggiore attenzione, personalizzata alle esigenze dei pazienti, si potrà ottenere un significativo miglioramento nella gestione complessiva del diabete e delle sue conseguenze.

Siamo convinti che la digitalizzazione favorisca l’adozione di un nuovo modello di governance che vede l’ampio coinvolgimento di tutti i soggetti interessati – medici, pazienti e payer – che operano in una logica di rete volta a condividere l’informazione clinica, a promuovere l’accesso a dati strutturati, per consentire nuovi approcci di analisi in grado di supportare e orientare le politiche sanitarie. Questo concetto di Diabetes Digital Clinic è un’opportunità per ingenerare un cambiamento, che però dipende da tutti noi. Dal nostro impegno e dalla nostra capacità innovativa discende il beneficio, sia in termini di efficienza – utilizzo più appropriato delle risorse – sia in termini di efficacia – miglior trattamento terapeutico e migliori outcome clinici” – conclude Massimo Balestri.

[1] Stone MA et al., “Quality of care of people with type 2 diabetes in eight European countries: findings from the Guideline Adherence to Enhance Care (GUIDANCE) study” Diabetic Medicine 2013; 36(9):2628-38.

[2] Nicolucci A et al., “Four-year impact of a continuous quality improvement effort implemented by a network of diabetes outpatient clinics: the AMD-Annals initiative” Diabetic Medicine 2010; 27(9):1041-8. 

[3] Giorda CB et al., “Improving quality of care in people with Type 2 diabetes through the Associazione Medici Diabetologi-annals initiative: a long-term cost-effectiveness analysis” Diabetic Medicine 2014; 31(5):615-23.


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Arriva l’insulina fast-acting, più veloce contro la glicemia dopo i pasti

In Italia le persone con diabete misurano la glicemia postprandiale, ossia dopo aver mangiato, in media solo 2 volte al giorno, nonostante le principali linee guida internazionali, inclusi gli Standard italiani per la cura del diabete mellito, ne raccomandino il controllo tra 1 e 2 ore dall’inizio del pasto. Il dato, che emerge da un’analisi effettuata sui dati degli Annali AMD – Associazione Medici Diabetologi, è stato illustrato il 12 giugno scorso, nel corso della presentazione della nuova insulina aspart fast-acting (Fiasp®, Novo Nordisk), disponibile da poco anche nelle farmacie italiane.

Il mancato controllo della glicemia postprandiale si inquadra in un fenomeno più ampio, che vede la frequenza complessiva dell’automonitoraggio della glicemia soddisfacente nelle persone con diabete tipo 2 trattate con insulina. Tuttavia, mentre la frequenza di controllo della glicemia a digiuno risulta adeguata, la glicemia postprandiale viene valutata in maniera del tutto insufficiente, tanto più che i due terzi delle persone con diabete presentano valori di glicemia postprandiale superiori ai 140 mg/dl, valore di normalità indicato dalle linee guida” – ha spiegato Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch-Center for Outcomes Research and Clinical Epidemiology.

Ma perché è così importante la valutazione della glicemia postprandiale?

Innanzitutto, la glicemia postprandiale contribuisce per circa un terzo alla glicemia media, che a sua volta si associa alle complicanze croniche del diabete. Inoltre, anche a parità di glicemia media, le persone con glicemia postprandiale più alta hanno un rischio maggiore di sviluppare complicanze del diabete, in particolare quelle cardiovascolari, come l’infarto o l’ictus” – ha detto Edoardo Mannucci, diabetologo, Professore associato al Dipartimento di scienze biomediche, sperimentali e cliniche Mario Serio dell’Università di Firenze.

Lo dimostrano studi che hanno fatto la storia della diabetologia, come il DECODE o il Diabetes Intervention Study o il più recente San Luigi Gonzaga Diabetes Study, che ha evidenziato come l’aumento della glicemia postprandiale si associ a un aumento del rischio cardiovascolare in maniera più forte rispetto all’aumento della glicemia a digiuno, in una popolazione seguita per 14 anni di follow up” – ha aggiunto Edoardo Mannucci.

Non solo, in uno studio pubblicato recentemente su Diabetes Therapy emerge che, in alcune persone con diabete, l’iperglicemia postprandiale può avere ripercussioni negative a livello fisico ed emotivo e può influenzare la vita di tutti i giorni, incluso il lavoro e i rapporti sociali. È stato ad esempio calcolato che, in seguito a un episodio di iperglicemia postprandiale, il 71 per cento delle persone con diabete riporta una diminuzione della produttività e il 54 per cento sostiene di avere difficoltà a concentrarsi nel lavoro.

Nelle persone non diabetiche, la glicemia dopo i pasti è contenuta entro limiti che non oltrepassano quasi mai i 140 mg/dl e torna entro 2 ore ai livelli normali, grazie alla secrezione di insulina da parte del pancreas in risposta all’introduzione di cibo, in particolare i carboidrati. Ovviamente, nelle persone con diabete questa azione è ridotta (diabete tipo 2) o assente (diabete tipo 1) e si instaura il fenomeno della iperglicemia postprandiale, che a lungo andare provoca danni ai vasi sanguigni ed è causa delle principali complicanze della malattia.

Per contrastare il fenomeno sono state messe a punto, nel tempo, formulazioni di insulina sempre più sofisticate: dagli analoghi dell’insulina umana, negli anni ’90, sino alle insuline rapide.

L’ultima nata è l’insulina aspart fast-acting, integrata con vitamina B3, che rende il suo assorbimento iniziale più rapido, e l’aminoacido L-arginina, che ne stabilizza la formulazione.

Questa insulina si avvicina maggiormente alla risposta naturale di una persona sana, assicurando una comparsa in circolo più veloce – 4 minuti piuttosto che 9 – della progenitrice insulina aspart ad azione rapida, una delle più prescritte al mondo. Grazie alle sue caratteristiche è più flessibile nei tempi di somministrazione, da 2 minuti prima dell’assunzione del pasto sino a 20 minuti dopo. Inoltre, si è dimostrata più efficace rispetto alla insulina aspart nel ridurre la glicemia postprandiale a un’ora e in alcuni casi anche i livelli di emoglobina glicata, senza aumentare il rischio dei temibili episodi di ipoglicemia” – ha detto Concetta Irace, Professore associato al Dipartimento di Scienze della Salute dell’Università Magna Graecia di Catanzaro.

L’insulina aspart fast-acting è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale in classe A ed è disponibile, per adulti con diabete, in soluzione iniettabile per via sottocutanea in due formati: 100 unità/ml in penna preriempita e 100 unità/ml in cartuccia.

 


Novo Nordisk e Università della California di San Francisco insieme nella ricerca sulle cellule staminali per la cura del diabete tipo 1 e altre malattie croniche

Novo Nordisk, grazie alla collaborazione con l’Università della California di San Francisco (UCSF), ha potenziato la ricerca per le terapie con cellule staminali, ampliando l’attuale focus sul diabete tipo 1 ad altre malattie croniche.

Infatti, l’azienda danese ha concesso in licenza a UCSF, rinomata università per la ricerca sulle cellule staminali, una tecnologia per consentire la generazione di linee cellulari staminali embrionali umane (hESC), secondo gli standard di Good Manufacturing Practice (GMP), così come il diritto di sviluppare ulteriormente queste linee cellulari per future terapie di medicina rigenerativa. Questa collaborazione si è consolidata maggiormente con l’inaugurazione, all’inizio di maggio scorso, di un nuovo laboratorio GMP presso UCSF, dove i dipendenti dell’università e di Novo Nordisk lavoreranno insieme per ottenere delle linee cellulari che dovrebbero definire un nuovo standard di qualità nella produzione di terapie con cellule staminali.

Dopo due decenni di intense ricerche incentrate sulla differenziazione delle cellule staminali pluripotenti in cellule beta produttrici di insulina, Novo Nordisk ha ottenuto la prova di efficacia preclinica. Insieme alla Cornell University, l’azienda danese ha anche fatto progressi significativi nello sviluppo di un dispositivo di incapsulamento che protegga le cellule beta che vengono trapiantate nei pazienti dagli attacchi del sistema immunitario. Si prevede che il primo trial clinico possa essere avviato nei prossimi anni.

Trovare una cura per il diabete fa parte della visione di Novo Nordisk; i nostri recenti progressi nella ricerca sulle cellule staminali e l’accesso a linee cellulari stabili e di alta qualità aumentano le speranze per le persone con diabete tipo 1. La nostra collaborazione con UCSF dovrebbe anche favorire le partnership attuali e future per sviluppare terapie basate su cellule staminali per il trattamento di altre gravi malattie croniche” – ha affermato Mads Krogsgaard Thomsen, executive Vice President and Chief Science Officer di Novo Nordisk.

Le terapie con cellule staminali sono parte di un settore in rapida crescita che può produrre nuovi trattamenti per un gran numero di malattie che non hanno ancora una cura. Lo sviluppo di linee cellulari staminali secondo le GMP in collaborazione con UCSF ha permesso a Novo Nordisk di concentrarsi su altre gravi malattie croniche oltre al diabete. Inoltre, attraverso collaborazioni con la società biotech svedese Biolamina e l’Università di Lund sono in corso ricerche per il morbo di Parkinson e in un’altra partnership con Biolamina e la DUKE National University Medical School di Singapore, è in atto una ricerca per l’insufficienza cardiaca cronica e la degenerazione maculare legata all’età. L’obiettivo di Novo Nordisk è quello di attivare ulteriori collaborazioni per poter sviluppare terapie basate su cellule staminali per altre gravi malattie croniche.

Cellule staminali

Le terapie con le cellule staminali stanno emergendo come opzioni terapeutiche per un gran numero di malattie croniche gravi. Queste terapie hanno il potenziale di fornire nuovi trattamenti per le malattie per cui non esistono ancora cure adeguate. Le cellule staminali pluripotenti hanno una capacità illimitata di autorinnovamento e la possibilità di differenziarsi in qualsiasi tipo di cellula specializzata nel corpo. La piattaforma tecnologica delle cellule staminali di Novo Nordisk è basata su cellule staminali embrionali umane (hESC) che possono essere utilizzate per sviluppare una vasta gamma di indicazioni terapeutiche. Novo Nordisk è una multinazionale farmaceutica che da oltre novant’anni è leader nella cura del diabete. Questo patrimonio le ha fornito le capacità e le competenze per aiutare le persone a gestire ulteriori patologie croniche: l’emofilia, i disturbi della crescita e l’obesità. Novo Nordisk ha sede in Danimarca ed ha circa 42.700 dipendenti in 79 paesi e commercializza i suoi prodotti in più di 170 nazioni.

 


Obesità: liraglutide 3 mg si conferma efficace nel ridurre il peso corporeo anche nella vita reale

I pazienti trattati con liraglutide 3 mg (Saxenda®) per la gestione del peso, in combinazione con dieta ed esercizio fisico, hanno perso una media di 8,1 kg dopo sei mesi, in un contesto di vita reale. I dati sono stati presentati al 25° congresso europeo sull’obesità (ECO 2018) svoltosi a Vienna (23-26.05.2018)1,2.

Lo studio, effettuato su persone con sovrappeso e obesità in sei centri specializzati in Canada, ha dimostrato che, dopo sei mesi, i pazienti che hanno assunto il farmaco, in aggiunta alla dieta e all’esercizio fisico, hanno raggiunto una perdita di peso del 7,1 per cento rispetto al peso iniziale; il 63,4 per cento dei pazienti ha perso il 5 per cento o più del proprio peso corporeo e il 35,2 per cento più del 10 per cento. I risultati dello studio real-world hanno confermato quelli osservati nel programma di sperimentazione clinica SCALE3.

I pazienti hanno inoltre mostrato miglioramenti nei fattori di rischio cardiometabolico, tra cui i livelli di glucosio nel sangue e la pressione arteriosa sistolica1,2.

L’obesità è una malattia cronica e complessa, che richiede una serie di opzioni terapeutiche che permetta alle persone di raggiungere e mantenere la perdita di peso. La perdita di peso dal 5 al 10 per cento può incidere in maniera positiva sulla salute, in termini di riduzione del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. Questo studio dimostra come nella vita reale le persone trattate con liraglutide 3 mg raggiungano una perdita di peso clinicamente significativa” – afferma Sean Wharton della Wharton Medical Clinic di Toronto e responsabile di questo studio.

Liraglutide 3 mg è un’importante opzione terapeutica per le persone con obesità e riflette il nostro impegno nel contribuire a ridurre l’impatto dell’obesità e migliorare la salute delle persone che vivono con questa malattia. È entusiasmante vedere le prove di efficacia nella vita reale perché è la dimostrazione che le persone stanno sperimentando davvero i benefici osservati negli studi clinici” – dichiara Mads Krogsgaard Thomsen, Executive Vice President and Chief Science Officer di Novo Nordisk.

Liraglutide 3 mg si è dimostrato generalmente ben tollerato e gli effetti indesiderati segnalati più frequentemente sono quelli a carico dell’apparato gastrointestinale.

Lo studio di efficacia “real-world” di liraglutide 3 mg

L’obiettivo dello studio è stato quello di osservare l’efficacia di liraglutide 3 mg in combinazione con dieta ed esercizio fisico nella pratica clinica. Questo studio retrospettivo ha incluso un totale di 311 persone che avevano ricevuto liraglutide 3 mg per il controllo del peso, di cui 167 per almeno sei mesi. Le persone incluse nello studio avevano un indice di massa corporea (BMI) medio di 40,7 kg/m2 e un peso di 114,8 kg al basale1.

Liraglutide 3 mg

Liraglutide 3 mg (Saxenda®) è un analogo a singola somministrazione giornaliera del GLP-1 simile per il 97 per cento al GLP-1 umano4,5, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo6. Infatti, come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito aumentando il senso di pienezza e sazietà, riducendo contemporaneamente le sensazioni di fame e di desiderio di consumo di cibo, inducendo quindi una riduzione dell’apporto di cibo. Inoltre, come con altri analoghi del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in modo glucosio-dipendente4,5. Liraglutide 3 mg è stato valutato nel programma di sperimentazione clinica di fase 3 SCALE (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence).

Liraglutide 3 mg è indicato in aggiunta a dieta povera di calorie e ad aumento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con un indice di massa corporea (IMC) iniziale superiore o uguale a 30 kg/m² (obesi) oppure uguale o superiore a 27 kg/m² (sovrappeso) in presenza di almeno una comorbidità correlata al peso come la disglicemia (prediabete o diabete mellito di tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva del sonno4.

L’obesità

L’obesità è una malattia7 che richiede una gestione a lungo termine; può essere associata a diverse gravi conseguenze per la salute8 e a un’aspettativa di vita ridotta9. Le complicanze legate all’obesità comprendono diabete di tipo 28, malattie cardiache10, ipertensione10, dislipidemia10, apnea ostruttiva del sonno11, malattia renale cronica12, steatosi epatica non alcolica13 e alcuni tipi di cancro14,15. L’obesità è una malattia complessa e multifattoriale influenzata da fattori fisiologici, psicologici, ambientali, socio-economici e genetici16,17,18. L’aumento globale della prevalenza di obesità è un problema di salute pubblica che ha gravi implicazioni sui costi per i sistemi sanitari19,20. Complessivamente, nel 2016 circa il 13 per cento della popolazione adulta nel mondo (650 milioni di adulti) risulta obeso19.

1. Wharton S, Liu A, Pakseresht A, et al. Real world clinical effectiveness of liraglutide 3.0 mg for weight management in Canada. Abstract (T4PLB2) presented at the 25th European Congress on Obesity (ECO 2018), Vienna, Austria. 23–26 May 2018.

2. Wharton S, Liu A, Pakseresht A, et al. Real world clinical effectiveness of liraglutide 3.0 mg for weight management in Canada. Abstract (PSY10) presented at the 23rd Annual International Meeting of the International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (ISPOR 2018). Baltimore, USA. 19–23 May 2018.

3. Pi-Sunyer X, Astrup A, Fujioka K, et al. A Randomized, Controlled Trial of 3.0 mg of Liraglutide in Weight Management. N Engl J Med. 2015;373:11–22.

4. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) summary of product characteristics. Last accessed: May 2018.

5. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) summary of product characteristics. Last accessed: May 2018.

6. Knudsen LB, Nielsen PF, Huusfeldt PO, et al. Potent derivatives of glucagon-like peptide-1 with pharmacokinetic properties suitable for once daily administration. Journal of Medicinal Chemistry. 2000;43:1664–1669.

7. American Medical Association. A.M.A Adopts New Policies on Second Day of Voting at Annual Meeting. Obesity as a Disease. Available at: http://news.cision.com/american-medical-association/r/ama-adopts-new-policies-on-second-day-of-voting-at-annual-meeting,c9430649. Last accessed: May 2018.

8. Guh DP, Zhang W, Bansback N, et al. The incidence of co-morbidities related to obesity and overweight: a systematic review and meta-analysis. BMC Public Health. 2009;9:1–20.

9. Whitlock G, Lewington S, Sherliker P, et al. Body-mass index and cause-specific mortality in 900 000 adults: collaborative analyses of 57 prospective studies. Lancet. 2009;373:1083–1096.

10. Poirier P, Giles TD, Bray GA, et al. Obesity and cardiovascular disease: pathophysiology, evaluation, and effect of weight loss: an update of the 1997 American Heart Association Scientific Statement on Obesity and Heart Disease from the Obesity Committee of the Council on Nutrition, Physical Activity, and Metabolism. Circulation. 2006;113:898–918.

11. Li C, Ford ES, Zhao G, et al. Prevalence of self-reported clinically diagnosed sleep apnea according to obesity status in men and women: National Health and Nutrition Examination Survey, 2005-2006. Prev Med. 2010;51:18–23.

12. Morandi A, Maffeis C. Urogenital complications of obesity. Best Pract Res Clin Endocrinol Metab. 2013;27:209–218.

13. Angulo P. Nonalchoholic fatty liver disease N Engl J Med. 2009;346:1221–1231.

14. Eheman C, Henley SJ, Ballard-Barbash R, et al. Annual Report to the Nation on the status of cancer, 1975-2008, featuring cancers associated with excess weight and lack of sufficient physical activity. Cancer. 2012;118:2338–2366.

15. Bhaskaran K, Douglas I, Forbes H, et al. Body-mass index and risk of 22 specific cancers: a population-based cohort study of 5.24 million UK adults. Lancet. 2014;384:755–765.

16. Badman MK, Flier JS. The gut and energy balance: visceral allies in the obesity wars. Science. 2005;307:1909–1914.

17. Tanaka T. Genome-wide meta-analysis of observational studies shows common genetic variants associated with macronutrient intake. Am J Clin Nutr. 2013;97:1395–1402.

18. Woods SC. Understanding the physiology of obesity: review of recent developments in obesity research. Int J Obes Relat Metab Disord. 2002;26 Suppl 4:S8–S10.

19. World Health Organization. Obesity and Overweight Factsheet no. 311. Available at: http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs311/en/. Last accessed: May 2018.

20. Cawley J, Meyerhoefer C, Biener A, et al. Savings in Medical Expenditures Associated with Reductions in Body Mass Index Among US Adults with Obesity, by Diabetes Status. Pharmacoeconomics. 2015;33:707–722.

 



Tiroide è energia: centralina dell’organismo

La tiroide è una ghiandola molto piccola che produce però un ormone importantissimo per tutto il corpo, la tiroxina. Possiamo dire che la tiroide è la ‘centralina’ che regola l’energia di tutto il nostro organismo svolgendo una serie di funzioni vitali come la regolazione del metabolismo, la produzione di calore, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso, l’accrescimento corporeo, la forza muscolare e molto altro. Quest’anno il tema della Settimana Mondiale della Tiroide, organizzata con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità e presentata oggi al Ministero della Salute è “TIROIDE È ENERGIA” e ha l’obiettivo di sensibilizzare la popolazione in merito ai problemi connessi alle malattie della tiroide e alla loro prevenzione: sono infatti oltre 6 milioni gli italiani con un problema a questa ghiandola che, quando non funziona correttamente, si riflette sul funzionamento di tutto il corpo e, per tale motivo, occorre non trascurare alcuni campanelli d’allarme rivolgendosi al proprio medico in ogni caso di dubbio” – ha spiegato Paolo Vitti, Presidente SIE, Società Italiana di Endocrinologia, coordinatore e responsabile scientifico della Settimana Mondiale della Tiroide.

Se la tiroide è energia, le malattie della tiroide hanno un importante impatto su tutti gli aspetti della nostra vita quotidiana. La malattia della tiroide più frequente è la tiroidite di Hashimoto, infiammazione cronica autoimmune, che può presentarsi a tutte le età. Molto subdola è la forma post-partum che, condizionando l’umore e il benessere della neo-mamma, viene frequentemente scambiata per depressione e non trattata. Il campanello d’allarme della ridotta funzione della tiroide è proprio il facile affaticamento, il tono depresso dell’umore, l’anemia e la caduta dei capelli. Tuttavia questi sintomi sono comuni a molte altre patologie ed è quindi importante creare cultura e sensibilità su questa ghiandola per poter fare diagnosi precoci. Esiste anche una malattia della tiroide da eccesso di funzione, l’ipertiroidismo, che sprigiona il massimo dell’energia dal nostro organismo spingendo sull’acceleratore della funzione di tutti gli organi con un bilancio spesso negativo a discapito del peso e perdita di massa muscolare” – ha affermato Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Una volta scoperte, le malattie della tiroide, sono in genere molto ben curabili col ripristino di una normale qualità della vita. Le terapie si possono avvalere dell’ormone tiroideo sintetico nel caso dell’ipotiroidismo, di farmaci tireostatici nel caso dell’ipertiroidismo e della terapia chirurgica nel caso di noduli tiroidei o del cancro” – ha continuato Furio Pacini, Presidente AIT, Associazione Italiana della Tiroide.

Il modo più efficace per prevenire le malattie della tiroide è assumere iodio in quantità adeguate, poiché questo elemento è il costituente essenziale degli ormoni tiroidei. Il fabbisogno quotidiano stimato di iodio è di 150 microgrammi per gli adulti, 90 per i bambini fino a 6 anni, 120 per i bambini in età scolare e 250 per le donne in gravidanza e durante l’allattamento. L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda, quindi, l’utilizzo di sale iodato e, se necessario, una quantità supplementare di iodio tramite l’assunzione di integratori, in special modo durante la gravidanza e l’allattamento” – ha spiegato Massimo Tonacchera, Segretario AIT, Associazione Italiana della Tiroide.

A 13 anni dall’approvazione della legge 55/2005, che ha introdotto il programma nazionale di iodoprofilassi, lo stato nutrizionale iodico degli italiani è sicuramente migliorato. I dati più incoraggianti riguardano il TSH neonatale, ovvero il marcatore che viene utilizzato nello screening neonatale dell’ipotiroidismo congenito che indica lo stato nutrizionale iodico della popolazione dei neonati e, indirettamente, delle loro madri. Grazie alla collaborazione dei centri di screening neonatale regionali e interregionali sul territorio, oggi sappiamo che, nonostante si sia ancora lontani dagli obiettivi fissati dall’OMS che indicano nella soglia massima del 3% di valori elevati di TSH neonatale (> 5,0 mU/L) l’indice di iodosufficienza, il trend è molto positivo, con una diminuzione del 10% negli ultimi due anni e del 17,2% dal 2004 ad oggi (6,4% nel 2004; 5,9% nel 2015; 5,3% nel 2017). Questi dati, anche se incoraggianti, suggeriscono che ulteriori sforzi devono essere fatti per garantire la corretta assunzione di iodio in gravidanza, al fine di scongiurare gli effetti negativi sullo sviluppo neuropsichico dei neonati che possono essere causati anche da una carenza iodica lieve” – ha affermato Antonella Olivieri, Responsabile Scientifico OSNAMI, Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi in Italia.

Una normale funzione tiroidea, importante in tutte le età della vita, diventa fondamentale in età pediatrica per assicurare un adeguato sviluppo psico-fisico dall’epoca prenatale fino all’adolescenza. Anche una carenza iodica di grado moderato può portare al mancato raggiungimento del potenziale intellettivo del bambino con una riduzione di 10-15 punti di quoziente intellettivo; per questo è in atto un progetto formativo sul tema della iodoprofilassi indirizzato agli insegnanti ella Scuola Primaria e Secondaria. Inoltre, lo screening neonatale dell’ipotiroidismo congenito rappresenta oggi un successo consolidato nella prevenzione della disabilità mentale attraverso una diagnostica precoce di questa patologia” – ha continuato Ivana Rabbone, Vicepresidente SIEDP, Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica.

Le patologie endocrine risultano tra le più frequenti malattie croniche nell’anziano e in particolare l’ipertiroidismo può risultare difficile da diagnosticare perché i sintomi come palpitazioni, cadute accidentali e fratture possono essere facilmente confusi con altre patologie legate all’età. Rispetto al giovane adulto, l’anziano risulta più vulnerabile alle complicanze cardiovascolari e metaboliche dell’eccesso di ormoni tiroidei e pertanto il trattamento va intrapreso tempestivamente” – ha precisato Fabio Monzani, SIGG, Società Italiana di Gerontologia e Geriatria.

L’asportazione della tiroide è un intervento sicuro ed efficace ma è un intervento delicato in quanto la ghiandola da asportare è vicina a strutture che controllano importanti funzioni come la voce e l’equilibrio del calcio nel sangue e nei tessuti. Le complicazioni sono molto rare ma quando si verificano sono molto serie. Ne deriva che la scelta della tiroidectomia deve essere attenta e ponderata. Le nuove conoscenze derivate dalla clinica e dagli studi stanno determinando un cambiamento nell’atteggiamento chirurgico che nei prossimi anni sarà meno aggressivo e nei casi di basso rischio sarà anche solo un atteggiamento ‘osservazionale’ evitando l’intervento. Negli ultimi anni la chirurgia tiroidea è diventata da un lato sempre più conservativa e dall’altro sempre più personalizzata per il singolo paziente, basandosi sui fattori di rischio clinico e genetico” – ha continuato Luciano Pezzullo, SIUEC, Società Italiana Unitaria di Endocrinochirurgia.

Attualmente, la medicina personalizzata sta assumendo un’importanza sostanziale nella clinica per aumentare l’efficacia delle terapie ed evitare trattamenti non necessari e dispendiosi. La cosiddetta ‘teranostica’ (dalle parole ‘terapia’ e ‘diagnostica’) rappresenta una nuova frontiera della medicina che, facendo uso delle informazioni ottenute dalle immagini mediche, è in grado di indirizzare e personalizzare uno specifico approccio terapeutico nel singolo paziente. A questo scopo, la medicina nucleare prevede l’uso di molecole, come il radioiodio, per il ‘targeting’ molecolare che possono essere usate sia per la diagnosi che per la terapia di diverse patologie come i carcinomi tiroidei” – ha affermato Maria Cristina Marzola, Consigliere AIMN, Associazione Italiana di Medicina Nucleare.

La nuova medicina di precisione o personalizzata basata sulle differenze individuali, sulla variabilità genetica, su quella dovuta all’ambiente, dallo stile di vita e addirittura dalla personalità dei singoli individui consente oggi al paziente di partecipare attivamente al proprio percorso terapeutico collaborando con tutti i professionisti coinvolti. In questo contesto è sempre più importante l’attività di informazione su stili di vita corretti e percorsi di prevenzione svolta dalle associazioni dei pazienti. Per la prevenzione delle malattie della tiroide non è necessario attuare programmi di screening ecografico generalizzato che portano a sovra-trattamento e costi non necessari, ma puntare su una corretta e capillare attività di informazione sulla popolazione ‘sana’” – ha concluso Luisa La Colla, Presidente CAPE, Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini.

La Settimana Mondiale della Tiroide, che si svolgerà dal 21 al 27 maggio, organizzata con il patrocinio dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), è promossa da Associazione Italiana della Tiroide (AIT), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), Società Italiana Unitaria di Endocrino Chirurgia (SIUEC), Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) e il supporto della European Thyroid Association (ETA).

La Settimana Mondiale della Tiroide è sostenuta con un contributo incondizionato da Eisai, Esaote, IBSA Farmaceutici Italia, Merck Serono e Sanofi Genzyme.

In Italia saranno organizzate diverse iniziative di screening e incontri informativi sulle patologie tiroidee; per informazioni è possibile consultare il sito www.settimanamondialedellatiroide.it e la pagina Facebook dedicata “Settimana Mondiale della Tiroide”. 

 


“Tiroide. Riscopri il tuo equilibrio”

L’importanza di una corretta diagnosi per ritrovare appieno l’equilibrio delle funzioni dell’organismo. Questo il messaggio che la Fondazione Cesare Serono intende diffondere con “Tiroide. Riscopri il tuo equilibrio”, quinta edizione della campagna di informazione sulle patologie tiroidee promossa in occasione della Settimana Mondiale della Tiroide, 21 al 28 maggio.

Il messaggio di informazione e sensibilizzazione è affidato alla video testimonianza di Claudia, 38 anni e una diagnosi di ipotiroidismo che le ha permesso di ritrovare il suo equilibrio e ricominciare a vivere. L’invito della FCS a riscoprire il proprio equilibrio viene valorizzato e trasmesso con un importante arricchimento dei contenuti sul sito web www.tiroideiltuoequilibrio.it.

Sul sito web saranno pubblicate, a partire dalla Settimana Mondiale della Tiroide, schede di approfondimento sul ruolo che giocano gli ormoni della tiroide nel mantenere l’equilibrio delle funzioni dell’organismo, da quello della produzione di energia a quello del mantenimento del peso corporeo. Nelle schede si spiegherà anche come le disfunzioni della tiroide alterino tali equilibri e come le cure di iper- e ipotoridismo li ristabiliscano, risolvendo i  sintomi. In alcune videointerviste, i maggiori specialisti in endocrinologia parleranno degli ormoni tiroidei come fattori di mantenimento dell’equilibrio. Oltre a questi contenuti informativi, un video di campagna spiegherà l’importanza di riconoscere i sintomi per ritrovare il proprio equilibrio.

Il video, che utilizza l’espediente dell’antitesi, è il volano per raggiungere i contenuti sul sito web attraverso lo storytelling dei sintomi di una paziente ‘tipo’, così vaghi da poter essere confusi e sottovalutati anche per anni. Claudia racconta la stanchezza e le difficoltà che ha dovuto affrontare prima della diagnosi di ipotiroidismo, mentre le immagini ci restituiscono una realtà diversa, di situazioni vitali, energiche e conviviali. Il contrasto è netto e trasmette un messaggio forte, in grado di sottolineare l’importanza di una corretta diagnosi per ritrovare l’energia di vivere appieno.

In particolare, dal racconto emerge che una stanchezza generalizzata e apparentemente senza causa, associata ad altri sintomi – tra cui sensibilità al freddo, dolori muscolari, depressione e aumento di pesopuò essere spia di una tiroide che funziona meno. I sintomi più comuni dell’ipotiroidismo sono dovuti, in generale, a un rallentamento generalizzato dei processi fisiologici. Essendo però poco specifici, i singoli sintomi dell’ipotiroidismo, come quelli dell’ipertiroidismo, sono difficili da ricondurre alle rispettive disfunzioni. Perciò è importante conoscerli e sapere come si possono associare tra di loro, per delineare un quadro più facile da individuare e da riferire tempestivamente al medico. Questo permetterà di ricevere una diagnosi corretta e, grazie a un’adeguata terapia, riscoprire il proprio equilibrio.

Quest’anno, in linea con la campagna nazionale “Tiroide è energia” vogliamo sottolineare l’importanza del sapersi ascoltare per riconoscere eventuali segnali di un malfunzionamento della tiroide. Si tratta di un invito a riscoprirsi equilibrati, energici, vitali; a prendersi cura di sé attraverso la cura della propria tiroide. Le disfunzioni tiroidee possono infatti alterare l’equilibrio psico-fisico della persona, con ricadute importanti in termini di qualità della vita” – ha commentato Gianfranco Conti, Direttore della Fondazione Cesare Serono.

La campagna “Tiroide. Riscopri il tuo equilibrio” è realizzata dalla Fondazione Cesare Serono con il supporto non condizionante di Merck ed è patrocinata dalle principali Società Scientifiche di riferimento (AME – Associazione Medici Endocrinologi, SIE – Società Italiana di Endocrinologia, SIEDP – Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica) e dal CAPE – Comitato Associazione di Pazienti Endocrini.


Capelli, unghia e pelle campanelli d’allarme della salute della tiroide

Paolo Vitti, Presidente della SIE, Società Italiana di Endocrinologia, coordinatore e responsabile scientifico della Settimana Mondiale della Tiroide, spiega:

La pelle, le unghie e i capelli sono tra le prime parti del corpo a essere interessate da malfunzionamenti della tiroide. Gli ormoni tiroidei hanno infatti un importante ruolo nel mantenere le normali funzioni cutanee come il consumo di ossigeno, la divisione cellulare, la sintesi delle proteine, lo spessore cutaneo, la normale secrezione di sebo e la crescita di peli e capelli. Alcune di queste azioni degli ormoni tiroidei sono dirette e altre sono indirette e legate ad effetti più generali come ad esempio la produzione di calore e la circolazione del sangue periferica. Una tiroide che non funziona correttamente è responsabile di molte alterazioni della pelle e degli annessi cutanei quali capelli e unghie: è quindi molto importante valutare questi aspetti perché potrebbero essere dei campanelli di allarme per le patologie tiroidee più diffuse. Nel caso di una ridotta produzione di ormoni tiroidei, cioè nell’ipotiroidismo, la pelle è pallida, secca e fredda e se si ha un ipotiroidismo di lunga durata le palme delle mani e dei piedi possono assumere un colorito giallo-arancione per accumulo di carotene. Per quanto riguarda i capelli, essi sono opachi, secchi e fragili e si può avere perdita anche di barba, peli pubici e del terzo laterale del sopracciglio. Inoltre, nel 90% degli ipotiroidei le unghie sono sottili, fragili, di dimensioni ridotte, con delle striature longitudinali e trasversali e crescono meno velocemente. Proporzionalmente alla gravità dell’ipotiroidismo si ha anche una guarigione delle ferite ritardata. Nei pazienti che hanno una produzione eccessiva di ormoni tiroidei e sono quindi affetti da ipertiroidismo, la pelle è invece liscia, umida, calda e arrossata. Il calore e l’arrossamento sono in particolare dovuti alla vasodilatazione periferica e all’aumentato flusso del sangue e si ha una sudorazione eccessiva, iperidrosi, soprattutto nelle mani e nei piedi. Nel 20-40% dei pazienti con ipertiroidismo si presenta una diffusa perdita dei capelli che sono soffici e sottili e nel 5% si hanno alterazioni alle unghie che crescono più velocemente e presentano delle strie longitudinali e appiattimento della superficie. I disordini tiroidei possono essere associati con varie altre patologie cutanee, molte delle quali autoimmunitarie, come la vitiligine, un disordine della pigmentazione della pelle che si presenta con macchie chiare di varia forma e dimensione. Si calcola che circa il 5% dei pazienti con vitiligine abbia alterazioni della tiroide autoimmunitarie come il morbo di Basedow e la tiroidite di Hashimoto. Spesso la vitiligine precede la comparsa della tireopatia ed è quindi molto importante la ricerca di anticorpi antitiroidei in queste persone. Fortunatamente la maggior parte delle malattie della tiroide può essere diagnosticata e curata nelle fasi iniziali senza conseguenze sulla salute e, una volta ristabiliti i giusti livelli di ormoni tiroidei, generalmente anche i problemi a pelle, capelli e unghie scompaiono in qualche settimana”, conclude Vitti.

 

La Settimana Mondiale della Tiroide 2018, il cui tema è “TIROIDE è ENERGIA”, e che si svolgerà dal 21 al 27 maggio ha l’obiettivo di promuovere la cura e la prevenzione delle malattie di questa importante ghiandola. È promossa da tutte le società endocrinologiche cliniche e chirurgiche quali, l’Associazione Italiana della Tiroide (AIT), la Società Italiana di Endocrinologia (SIE), l’Associazione Medici Endocrinologi (AME), la Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), l’Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), la Società Italiana Unitaria di Endocrino Chirurgia (SIUEC), la Società Italiana di Gerontologia e Geriatria (SIGG) insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) e sarà patrocinata dall’European Thyroid Association (ETA), dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) e dal Ministero della Salute. In tutta Italia saranno organizzate diverse iniziative di screening e incontri informativi sulle patologie tiroidee.



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