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ESC 2017: linee guida sulle arteriopatie periferiche

La versione aggiornata delle linee guida su diagnosi e terapia delle arteriopatie periferiche è stata pubblicata dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) in collaborazione con la Società Europea di Chirurgia Vascolare (ESVS).

Si tratta di un documento molto articolato che non si limita a considerare le patologie del circolo arterioso degli arti inferiori ma copre tutti i distretti vascolari diversi dalle coronarie e dall’aorta comprendendo il tratto extracranico delle arterie carotidi e vertebrali, le arterie degli arti superiori, le arterie mesenteriche e le arterie renali.

Il termine vasculopatie periferiche, generalmente utilizzato come sinonimo di “vasculopatie degli arti inferiori” è quindi usato in modo estensivo con una sottile distinzione, nella terminologia inglese, tra “peripheral arterial disease” che comprende tutti i distretti arteriosi tranne coronarie ed aorta, e “peripheral artery disease” che invece si riferisce al solo distretto degli arti inferiori.

E’ quindi impossibile fare una sintesi delle innumerevoli raccomandazioni contenute nel documento.

Segnaliamo la presenza di un capitolo dedicato alla arteriopatia multi-distrettuale, condizione molto frequente per la quale però non sono disponibili solidi riferimenti in letteratura. Questa condizione è associata a una prognosi peggiore, tuttavia non ci sarebbe indicazione, nella maggior parte dei casi, ad effettuare uno screening sistematico delle lesioni asintomatiche in altri distretti vascolari quando ciò non comporta alcuna modifica della strategia terapeutica.

Al contrario, nei pazienti che presentano evidenza di arteriopatia in un distretto, la valutazione clinica di altre possibili localizzazioni sintomatiche e l’eventuale approfondimento diagnostico strumentale sono considerate necessari.
Infine, il documento richiama l’attenzione sul fatto che i pazienti con vasculopatia periferica, oltre ad avere un elevato rischio di coronaropatia, spesso presentano altre cardiopatie, quali lo scompenso cardiaco e la fibrillazione atriale, che andrebbero ricercate attivamente in questi pazienti.

 

2017 ESC Guidelines on the Diagnosis and Treatment of Peripheral Arterial Diseases. European Heart Journal, ehx095, doi.org/10.1093/eurheartj/ehx095.26 August 2017

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ESC 2017: il rischio per il cuore arriva dai carboidrati e non dai grassi

Non sono i grassi i principali killer per il cuore ma i glucidi, cioè i carboidrati.

Uno studio presentato a Barcellona nel corso del congresso europeo di cardiologia (26 luglio-30 agosto) mette in discussione quanto indicato fino ora in tutte le linee guida di prevenzione della salute cardiaca e da decine di studi e documenti scientifici.

Quanto emerge dallo studio PURE (Prospective Urban Rural Epidemiology), condotto dall’Università McMaster, di Hamilton, in Ontario i cui risultati sono stati pubblicati su Lancet.

La riduzione dei grassi, secondo Mahshid Dehghan, ricercatrice del Population Health Research Institute della McMaster University, ”non migliorerebbe la salute delle persone”. I vantaggi arriverebbero invece riducendo i glucidi, cioè in sostanza i carboidrati sotto il 60 per cento dell’energia totale, ”e aumentando l’assunzione di grassi totali fino al 35 per cento’‘.

I risultati delle analisi su oltre 135.000 individui provenienti da 18 paesi a basso, medio e alto reddito, nello studio prospettico epidemiologico dimostrano che è l’elevata assunzione di carboidrati a determinare un maggior rischio di mortalità cardiovascolare. L’assunzione di grassi, secondo i risultati presentati, è invece, a sorpresa, associata a minori rischi. Gli individui nella fascia alta del consumo di grassi mostravano una riduzione del 23 per cento del rischio di mortalità totale, ma anche una riduzione del 18 per cento del rischio di ictus e del 30 per cento del rischio di mortalità per cause non cardiovascolari. Ciascun tipo di grasso era associato alla riduzione del rischio di mortalità: meno 14 per cento per i grassi saturi, meno 19 per cento per i grassi monoinsaturi, meno 29 per cento per quelli polinsaturi.

Una maggiore assunzione di grassi saturi è stata anzi associata a una riduzione del 21 per cento del rischio di ictus.


ESC 2017: poco sale, bene quattro tazze di caffè al giorno

Il cuore non ama il sale ma il caffè è suo amico: dal congresso europeo di Cardiologia svoltosi a Barcellona (26 luglio-30 agosto) si scrive la dieta del cuore sano.

Studio dopo studio il sale è messo sempre più al bando. I danni del ‘veleno bianco‘ trovano nuove prove scientifiche. Mentre per il caffè arriva una nuova conferma dei suoi effetti benefici, tanto da essere definito una sostanza che può entrare nella lista della dieta sana. Troppo sale raddoppia il rischio di insufficienza cardiaca, secondo uno studio di 12 anni su più di 4.000 persone.

L’assunzione di sale (cloruro di sodio) è una delle principali cause dell’alta pressione sanguigna e un fattore di rischio indipendente per la malattia coronarica e l’ictus. Oltre al CHD (malattia cardiaca coronarica) e all’ictus, l’insufficienza cardiaca è una delle principali malattie cardiovascolari in Europa e nel mondo, ma il ruolo dell’assunzione di sale elevato nel suo sviluppo fino ad ora era sconosciuto. Il cuore non ama il sale. L’elevata assunzione di sale aumenta notevolmente il rischio di scompenso cardiaco. E questo aumento del rischio di insufficienza cardiaca correlato al sale è indipendente dalla pressione sanguigna”, ha spiegato Pekka Jousilahti, professore di ricerca presso l’Istituto nazionale per la salute e il benessere, Helsinki, Finlandia.

In sostanza le persone che consumavano più di 13,7 grammi di sale ogni giorno avevano un rischio di danno più elevato di due volte rispetto a quelli che consumavano meno di 6,8 grammi. L’assunzione giornaliera ottimale del sale è probabilmente anche inferiore a 6,8 grammi.

Ed in effetti l’Organizzazione Mondiale della Sanità su questo ha dato indicazioni severe, raccomandando un massimo di 5 grammi al giorno, mentre la necessità fisiologica, quindi quella per mantenere l’organismo attivo, sarebbe addirittura della metà. E nella ricerca degli elisir per la salute del cuore emerge che bere quattro tazze ogni giorno, può essere parte di ”una dieta sana in persone sane” ed è associato ad un minore rischio di morte fino al 64%. Questa volta si tratta di uno studio di lungo periodo su oltre 20.000 partecipanti, condotto nell’ambito del Progetto Seguimiento Universidad de Navarra (SUN), avviato nel 1999.

Durante un periodo di dieci anni sono morti 337 partecipanti. I ricercatori hanno scoperto che chi consumava almeno quattro tazze di caffè al giorno avevano un rischio inferiore del 64% di mortalità per tutte le cause rispetto a coloro che non consumavano mai o quasi mai caffè.



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