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Fibrillazione atriale: Cryo10, il pallone che ha rivoluzionato il trattamento

Il criopallone di Medtronic, che ha rivoluzionato il trattamento della fibrillazione atriale, compie 10 anni. L’azienda, leader nelle tecnologie biomedicali, celebra così i primi 10 anni della terapia crioablativa, che ha permesso di trattare in modo sicuro ed efficace più di 500.000 mila pazienti nel mondo, di cui oltre 12.000 in Italia.

10 anni di Arctic FrontTM, 10 anni di esperienza e di continua evoluzione, che attesta Medtronic pioniere nell’innovazione tecnologica, come prima azienda a implementare questa metodica, ad oggi ancora unica sul mercato.

Si tratta di un palloncino unico nel suo genere, che ha rivoluzionato il trattamento dei pazienti affetti da Fibrillazione Atriale (FA), il disturbo del ritmo cardiaco più diffuso. Una patologia dovuta al tremolio (o fibrillazione) delle due camere superiori (atri) del cuore e che affligge circa 33 milioni di persone nel mondo, 4.5 milioni nell’Unione Europea e che porta i pazienti a sentirsi affaticati e a non stare bene, aumentando la mortalità e, fino a 5 volte, il rischio di ictus.

Oggi, i trattamenti disponibili sono in grado di ridurre i sintomi e le complicanze. Le linee guida per la gestione della patologia consigliano di sottoporsi ad un trattamento tempestivo, al fine di migliorare la qualità della vita e aumentarne l’aspettativa.

La Fibrillazione Atriale può essere infatti trattata sia con terapia farmacologica, sia mediante ablazione transcatetere, che mira ad isolare elettricamente le vene polmonari, causa principe dell’aritmia cardiaca. Ad oggi le due forme di energia più utilizzate per l’ablazione transcatetere sono la radiofrequenza e la crioablazione con criopallone. L’ablazione transcatetere a radiofrequenza prevede l’utilizzo del catetere per effettuare delle bruciature che determinano la necrosi cellulare tramite il passaggio di corrente che esce dall’elettrodo del catetere. La crioablazione, invece, utilizza il freddo per creare la necrosi del tessuto cardiaco malato, pur mantenendo inalterate le altre strutture.

La crioenergia utilizzata nella famiglia di cateteri Medtronic Arctic FrontTM, semplifica l’intervento di ablazione transcatetere per il trattamento della FA, rendendolo più sicuro e tollerabile per il paziente e riducendo significativamente le ospedalizzazioni e la necessità di re-intervento. Un ulteriore vantaggio di questa tecnica, rispetto a quella classica con radiofrequenza, è rappresentato da una maggiore rapidità della procedura, pur mantenendo la medesima efficacia e sicurezza.

 

FONTE | Twister communications group 

DOAC e nefropatie gravi

Gli anticoagulanti orali diretti (DOAC) offrono un rischio di ictus significativamente ridotto ed un profilo di rischio complessivamente inferiore rispetto agli antagonisti della vitamina K come il warfarin nei pazienti con nefropatia cronica in stadio precoce, ma l’impatto di questi agenti è poco chiaro nei pazienti con forme più gravi di nefropatia.

Lo suggerisce la revisione di 45 studi effettuata da Sunil Badve del The George Instituite for Global Health di Newtown, anche se i dati derivano prevalentemente da sottogruppi tratti dagli studi più ampi.

I DOAC sono associati ad una riduzione del 21% nel rischio di ictus ed embolie sistemiche rispetto agli antagonisti della vitamina K, con una potenziale riduzione del 52% nel rischio di ictus emorragico, ma soltanto le evidenze sulla fibrillazione atriale offrono un elevato grado di certezza.

I risultati comunque suggeriscono che i pazienti con nefropatie croniche in fase precoce ottengono dall’uso dei DOAC, un beneficio simile o maggiore rispetto a quello ottenuto dai soggetti non nefropatici, ma le evidenze non sono sufficienti per raccomandare un impiego diffuso degli inibitori della vitamina K o dei DOAC per migliorare gli esiti clinici dei pazienti con nefropatie croniche avanzate o nefropatie terminali dialisi-dipendenti.

Sono necessari studi di potenza adeguata sugli anticoagulanti nei pazienti con nefropatie croniche, ed essi dovrebbero includere non soltanto pazienti dialisi-dipendenti, ma anche soggetti con una clearance della creatinina inferiore a 25 ml/min.

Lo studio RENAL-AF, attualmente in corso, sta paragonando l’apixaban al warfarin nei soggetti dialisi-dipendenti con fibrillazione atriale, e lo studio AXADIA sta paragonando l’apixaban al fenorocumone in una popolazione di pazienti analoga.

Infine, lo studio AVKDIAL sta esaminando l’effetto del warfarin rispetto all’assenza di anticoagulazione nella stessa categoria di pazienti.

Alcuni esperti ricordano che gli studi precedenti hanno dimostrato che l’uso del warfarin nei pazienti con nefropatia terminale e fibrillazione atriale non riduce il rischio di ictus embolico e raddoppia quello di ictus emorragico, e per quanto gli attuali risultati suggeriscano che i DOAC offrano un potenziale beneficio rispetto agli antagonisti della vitamina K, uno studio retrospettivo sull’apixaban nei pazienti con nefropatia terminale e fibrillazione atriale ha indicato che in questa popolazione di pazienti non vi sono differenze fra le due classi di farmaci, il che alimenta le preoccupazioni sul fatto che i DOAC possano aumentare i rischi senza alcun beneficio, almeno nel contesto della profilassi.

Sino a quando non saranno disponibili i risultati dei nuovi studi attualmente in corso, la decisione sulla terapia anticoagulante nei pazienti con nefropatia terminale continuerà a richiedere un approccio individualizzato che tenga conto del bilancio rischio/beneficio.

Benefits and Harms of Oral Anticoagulant Therapy in Chronic Kidney Disease: A Systematic Review and Meta-analysis –  Jeffrey T. Ha, MBBS; Brendon L. Neuen, MBBS(Hons); Lap P. Cheng, MBBS; Min Jun, PhD; Tadashi Toyama, PhD; Martin P. Gallagher, PhD; Meg J. Jardine, PhD; Manish M. Sood, MD; Amit X. Garg, PhD; Suetonia C. Palmer, PhD; Patrick B. Mark, PhD; David C. Wheeler, MD; Vivekanand Jha, MD; Ben Freedman, PhD; David W. Johnson, PhD; Vlado Perkovic, PhD; Sunil V. Badve, PhD – Ann Intern Med online 2019, pubblicato il 15/7 DOI: 10.7326/M19-0087

 

Progetto FAI sulla Fibrillazione Atriale in Italia: pubblicati i risultati

Sono stati pubblicati sulla rivista Europace, organo ufficiale della European Society of Cardiology e della European Heart Rhythm Association, i risultati del “Progetto FAI: la Fibrillazione Atriale in Italia”, finanziato dal Centro per il Controllo delle Malattie del Ministero della Salute e coordinato dalla Regione Toscana.

Il Progetto FAI è stato promosso e sviluppato dal Professor Domenico Inzitari, del Dipartimento NEUROFARBA dell’Università degli Studi di Firenze, in qualità di Responsabile Scientifico, e dal Dr. Antonio Di Carlo, dell’Istituto di Neuroscienze del Consiglio Nazionale delle Ricerche, in qualità di Coordinatore Scientifico, insieme ai Responsabili delle quattro Unità Operative del Progetto, Dr. Leonardo Bellino (Firenze), Dr. Domenico Consoli (Vibo Valentia), Dr. Fabio Mori (Firenze) e Dr. Augusto Zaninelli (Bergamo).

Il Progetto FAI ha consentito di stimare, per la prima volta in Italia, la frequenza della fibrillazione atriale in un campione rappresentativo della popolazione anziana, costituito da 6.000 ultrasessantacinquenni arruolati tra gli assistiti dei Medici di Medicina Generale nelle 3 Unità Operative situate in Lombardia, Toscana e Calabria. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a una procedura di screening e successiva conferma clinica. Lo studio è servito inoltre a sviluppare e validare una metodologia direttamente trasferibile ai Medici di Medicina Generale e al SSN. I dati raccolti indicano nella popolazione anziana del nostro paese una frequenza della fibrillazione atriale dell’8,1%. Questo significa che un anziano su 12 ne è colpito, portando a stimare in circa 1,1 milioni i soggetti affetti da questa aritmia in Italia.

Lo studio ha permesso di dimostrare che, per effetto dei cambiamenti demografici, questi numeri saranno in costante crescita nei prossimi anni, fino a raggiungere 1,9 milioni di casi nel 2060.

Utilizzando le proiezioni demografiche fornite dall’Ufficio Europeo di Statistica (Eurostat), la ricerca ha permesso anche di stimare i casi di fibrillazione atriale attesi nella popolazione anziana dei 28 paesi dell’Unione Europea. I casi prevalenti nel 2016 risultavano 7,6 milioni, destinati praticamente a raddoppiare fino a 14,4 milioni nel 2060.

Inoltre, mentre nel 2016 in Italia gli ultraottantenni affetti da fibrillazione atriale rappresentavano il 53% dei casi, per effetto dei trend demografici nel 2060 saranno il 69% del totale, e in Europa si passerà dal 51% al 65%.

Si tratta di uno studio molto importante perché ha permesso di evidenziare come al di sopra dei 65 anni l’8,1 % della popolazione sia affetto da fibrillazione atriale. Si tratta di una condizione che aumenta fortemente il rischio che si formino coaguli all’interno del cuore e quindi il rischio della successiva comparsa di una embolizzazione che può interessare le arterie cerebrali, con conseguente improvvisa ostruzione di importanti vasi arteriosi cerebrali e comparsa di un ictus cerebrale ischemico. Circa un quarto di tutti gli ictus cerebrali sono dovuti a questo meccanismo. È molto importante quindi riconoscere le persone che presentano fibrillazione atriale e iniziare una terapia preventiva primaria con anticoagulanti orali. Sono necessarie campagne di sensibilizzazione dei medici di medicina generale e della popolazione tutta, per affrontare adeguatamente questo problema e ridurre così la incidenza delle gravi malattie cerebrovascolari” – ha dichiarato Mancardi, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

La fibrillazione atriale è la più frequente aritmia cardiaca di rilevanza clinica e presenta una stretta correlazione con l’età avanzata. La sua importanza è legata al fatto che essa aumenta di ben 5 volte il rischio di ictus cerebrale, patologia che rappresenta la seconda causa di morte e la prima causa di disabilità nel soggetto adulto-anziano.

Attualmente in Italia si verificano ogni anno circa 200.000 ictus, con un costo per il SSN che supera i 4 miliardi di euro. Rispetto agli ictus dovuti a cause diverse, quelli di origine cardioembolica hanno un impatto più devastante in termini di disabilità residua e sopravvivenza.

Considerando che i pazienti più anziani con fibrillazione atriale sono quelli a maggior rischio di comorbosità e complicanze, il peso di questa aritmia è destinato a crescere enormemente nei prossimi decenni, con un prevedibile aumento degli ictus cardioembolici, di maggior gravità, ponendo delle importanti sfide legate alla prevenzione e al trattamento. A tale riguardo, sono attualmente disponibili terapie efficaci, quali i farmaci anticoagulanti, che permettono di ridurre di circa 2/3 il rischio di ictus in questi pazienti, ma non sempre sono utilizzate al meglio. Adeguate campagne di screening, con il coinvolgimento diretto dei Medici di Medicina Generale, potrebbero consentire un’identificazione precoce della fibrillazione atriale, attraverso una semplice valutazione del polso e successiva esecuzione di un ECG nei soggetti in cui esso risulti irregolare, nell’ottica di ridurre gli ingenti costi sociali e sanitari collegati a questa aritmia e alle sue conseguenze.


Anticoagulanti Orali e ridotto rischio di demenza e ictus in pazienti con fibrillazione atriale

La terapia anticoagulante orale (TAO) è indicata nei pazienti con fibrillazione atriale se il rischio tromboembolico, valutato mediante lo score CHA2DS2-Vasc  è superiore a 1.

Per esplorare l’eventualità che la Terapia Anticoagulante Orale possa esercitare un effetto protettivo sugli eventi cerebrovascolari anche nei soggetti a basso rischio (CHA2DS2-Vasc ≤ 1), è stata condotta una indagine retrospettiva utilizzando il National Patient Register, un database che comprende dati clinici provenienti dalle strutture ospedaliere e ambulatoriali (non dalla medicina generale) riguardanti l’intera popolazione svedese.

Sono stati individuati oltre 450.000 soggetti con diagnosi di fibrillazione atriale tra il 2006 e i 2014 di cui 91.254 esenti da demenza, ictus ischemico, emorragia intracranica o TIA e con punteggio CHA2DS2-Vasc ≤ 1 (non considerando il punto attribuito al sesso femminile). Nonostante il basso profilo di rischio tromboembolico, il 43% di questi pazienti risultava in trattamento con un anticoagulante orale (prevalentemente un anti-vitamina k, nel 7.5% un anticoagulante orale diretto). A partire da questa coorte, utilizzando la tecnica statistica del “propensiy score matching” per minimizzare l’effetto di molteplici possibili confondenti, sono stati individuati due gruppi di 23.746 pazienti rispettivamente in trattamento con TAO o non in trattamento con TAO (No TAO).

Nel corso di un follow-up medio di 4.7±2.8 anni, è stata valutata l’incidenza di demenza, ictus ischemico, emorragia intracranica e di un outcome composito comprendente le tre suddette patologie.

anticoagulante orale, TAO, fibrillazione atriale, rischio tromboembolico

La terapia anticoagulante è risultata avere un effetto protettivo nei confronti della demenza, con una riduzione relativa del rischio del 38%, mentre non si è osservata una differenza significativa tra i due gruppi per quanto riguarda il rischio di ictus ischemico o di emorragia intracranica.

Un effetto protettivo è emerso anche per l’outcome composito, con una riduzione del rischio del 12% che, stratificando i pazienti per fasce di età, è apparsa totalmente a vantaggio dei pazienti di età superiore a 65 anni. Nei soggetti di età compresa tra 60 e 65 anni si è osservata una riduzione non significativa del rischio mentre nei soggetti di età inferiore a 60 anni, particolarmente in quelli con CHA2DS2-Vasc = 0) la TAO è apparsa associata ad una maggiore incidenza di eventi.

Confrontando i pazienti trattati con anti-vitamina K con quelli trattati con anticoagulanti diretti, si è osservata in questi ultimi, una incidenza di eventi inferiore, ma non in misura statisticamente significativa, e l’assenza di casi di emorragia intracranica a fronte di 3 casi nel gruppo trattato con anti-vitamina K.

Non è stato possibile valutare eventuali differenze relative alla natura parossistica, persistente o permanente della fibrillazione perché la codifica dei sottotipi era largamente sotto-utilizzata nel database. Considerando che sono stati studiati pazienti a basso rischio, è verosimile che una significativa proporzione di essi presentasse una forma parossistica all’atto dell’arruolamento. Tuttavia bisogna anche considerare che, data la sua natura progressiva, la fibrillazione sia evoluta in molti casi in una forma permanente durante il lungo periodo di follow-up previsto dallo studio.

Gli autori concludono affermando che, considerando anche la demenza, otre agli eventi cerebrovascolari acuti, il beneficio della terapia anticoagulante orale appare estendersi a tutti i soggetti di età superiore o uguale a 65 anni, indipendentemente dal punteggio CHA2DS2-Vasc. La fascia di età compresa tra 60 e 64 anni rimane, invece, un’area grigia nella quale la decisione di trattare o non trattare deve scaturire da una valutazione individuale di rischi e benefici e dalle preferenze del paziente.

Se questi risultati fossero confermati la stratificazione del rischio tromboembolico mediante il punteggio CHA2DS2-Vasc perderebbe di importanza ai fini della indicazione alla terapia anticoagulante, mentre l’età resterebbe il principale se non l’unico fattore discriminante.

Fonte: Less dementia and stroke in low-risk patients with atrial fibrillation taking oral anticoagulation.  European Heart Journal (2019) 0, 1–9 doi:10.1093/eurheartj/ehz304


Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni

A come “anticoagulanti”, F come “fibrillazione atriale”, I come “ictus cerebrale”, M come “monitoraggio cardiaco”. Sono 33 le parole inserite nel Glossario creato per dare vita alla campagna di informazione online “Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni”, progetto realizzato da A.L.I.Ce. Italia Onlus, Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, in collaborazione con Medtronic.

Nel Glossario, pubblicato sul sito www.indovinalictus.it, vengono presentati e spiegati in modo sintetico e divulgativo i termini principali legati alla patologia. Sul sito è inoltre presente un questionario interattivo che permette agli utenti di verificare e aumentare la propria conoscenza delle pratiche di prevenzione e cura dell’ictus. Attraverso 10 domande a risposta multipla, ognuna da compilare entro un minuto di tempo, si chiede all’utente come agirebbe nei confronti di una persona che manifesta alcuni dei sintomi tipici dell’ictus. Nel corso della compilazione, chiunque voglia cimentarsi potrà visualizzare le proprie risposte giuste e quelle sbagliate e, nel profilo finale, verrà invitato a consultare le voci del glossario in cui si è mostrato “meno preparato”, così da colmare le proprie lacune.

È fondamentale diffondere la cultura della prevenzione sia primaria che secondaria e insistere sul ruolo chiave del fattore tempo. L’ictus cerebrale, definito come “l’epidemia del XXI secolo”, può essere evitato nell’80% dei casi attraverso il riconoscimento e il trattamento dei principali fattori di rischio quali fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, alimentazione non corretta, scarsa attività fisica. È nostro compito informare ed educare la popolazione, considerando non solo la dimensione epidemiologica di questa patologia, ma anche l’impatto socio-economico e le conseguenze in termini di mortalità e soprattutto di disabilità” – dichiara Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus.

L’ictus cerebrale è più diffuso di quanto si possa pensare: rappresenta, infatti, la prima causa di invalidità, la seconda di demenza e la terza causa di morte. In Italia, colpisce ogni anno circa 100.000 persone mentre quelle che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con conseguenze più o meno invalidanti, sono oggi circa un milione: il fenomeno, però, registra una costante crescita, considerando che le cure sono migliorate, si vive più a lungo e che il nostro Paese è tra quelli con aspettativa di vita più elevata.

E tu sapresti cosa fare di fronte ad una persona che quando sorride ha la bocca storta, che non riesce ad esprimersi o che non riesce a capire quello che le viene detto? Sai che, in caso di sospetto ictus, va chiamato prima possibile il 112 per essere trasportati con urgenza in un Ospedale dotato di una Unità Neurovascolare (o Stroke Unit)? Lo sai che solo in questi Centri vengono somministrate le terapie adeguate e si fa riabilitazione precoce? Sai che maggiore è il tempo che trascorre tra l’insorgenza dei sintomi e il trattamento, maggiore è il rischio che l’ictus provochi danni cerebrali irreversibili e conseguente invalidità? Verifica anche tu quanto conosci l’ictus cerebrale sul sito www.indovinalictus.it, compila il questionario online e scopri se sei in grado di salvare una vita!

A questa e ad altre domande vuole dare una risposta A.L.I.Ce. Italia Onlus che ha fortemente voluto e sostenuto questo progetto proprio per offrire un servizio utile al Cittadino e per sottolineare, ancora una volta, quanto siano importanti il tema della prevenzione e del fattore tempo per evitare le conseguenze più gravi di un ictus cerebrale e contribuire a salvare molte vite.

A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di associazioni di volontariato senza scopo di lucro, diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia Onlus ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia Onlus e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato ed avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia Onlus, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, avrà adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, infine, l’Osservatorio Ictus ha inoltre presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese.

 

Ufficio stampa | A.L.I.Ce. Italia Onlus

Malattie cardiovascolari e esposizioni professionali alle sostanze chimiche

I lavoratori esposti a pesticidi o metalli sviluppano in modo significativo malattie cardiovascolari. I ricercatori della University of Illinois di Chicago hanno esaminato i dati sull’esposizione professionale a solventi, metalli e pesticidi relativi a 7.404 lavoratori che facevano parte di uno studio sulla salute dei cittadini ispanico-latiniche si svolgeva in quattro città: Chicago, San Diego, Miami e New York.

Complessivamente, il 6,5% dei partecipanti ha riferito un’esposizione a solventi sul posto di lavoro, l’8,5% a metalli potenzialmente tossici e il 4,7% è stato esposto a pesticidi.

Le persone che sono state esposte a pesticidi mostravano più del doppio delle probabilità di avere patologie cardiache, insufficienza cardiaca o fibrillazione atriale.

In particolare, l’esposizione ai metalli è stata associata a un aumento di quattro volte del rischio di fibrillazione atriale.

Le esposizioni professionali sono state associate a fattori di rischio clinici di malattie cardiovascolari come l’ipertensione, ma pochi studi hanno valutato se esiste un’associazione con la stessa malattia cardiovascolare. Il nostro studio suggerisce che l’esposizione professionale a metalli o pesticidi è associata a un’elevata prevalenza di malattia coronarica e fibrillazione atriale” – ha detto l’autrice principale dello studio Maria Argos della University of Illinois di Chicago.

Non è esattamente chiaro perché questo avvenga; un’ipotesi potrebbe essere quella che i lavoratori ispanici abbiano una maggiore predisposizione a contrarre patologie cardiache quando sono esposti ad agenti tossici. Di contro, è assai plausibile che l’esposizione a pesticidi o metalli possa aumentare l’infiammazione o causare direttamente danni al sistema cardiovascolare” – dice Maria Argos, autrice principale dello studio.

Complessivamente, il 6,1% dei lavoratori compresi nello studio aveva almeno una forma di malattia cardiovascolare. La maggior parte di queste erano rappresentate da cardiopatie coronariche, in cui le arterie ristrette riducono il flusso di sangue al cuore.

I lavoratori esposti ai pesticidi avevano 2,2 volte più probabilità di avere una malattia coronarica rispetto ai lavoratori senza questa esposizione. L’esposizione ai pesticidi è stata anche associata a un aumento di circa sei volte delle probabilità di fibrillazione atriale e a un rischio maggiore del 38% per danni ai vasi sanguigni nel cervello.

Invece, i solventi organici utilizzati per attività quali sgrassaggio, lavaggio a secco e prodotti come la pittura, la plastica e i tessuti non sono stati associati a un aumentato rischio di problemi cardiaci.

È possibile adottare una serie di precauzioni per ridurre al minimo l’esposizione sul posto di lavoro come lavorare in aree ben ventilate, utilizzando dispositivi di protezione quali guanti, occhiali, respiratori e lavando le mani o la pelle entrata in contatto con agenti pericolosi.I cambiamenti comportamentali come mangiare sano e essere fisicamente attivi sono altrettanto importanti per minimizzare il rischio di sviluppare di malattie cardiache” – conclude Argos.

 

Association of occupational exposures with cardiovascular disease among US Hispanics/Latinos – Catherine M Bulka, Martha L Daviglus, Victoria W Persky, Ramon A Durazo-Arvizu, James P Lash, Tali Elfassy, David J Lee, Alberto R Ramos, Wassim Tarraf, Maria Argos – doi.org/10.1136/heartjnl-2018-313463


Digossina: nuova meta-analisi evidenzia un incremento significativo della mortalità

L’utilizzo della digossina nello scompenso cardiaco e nella fibrillazione atriale è stato fortemente ridimensionato ma è tuttora previsto dalle linee guida, nonostante non vi siano prove che i digitalici siano in grado di migliorare la prognosi dei pazienti cardiopatici.

Una nuova meta-analisi comprendente 37 studi per un totale di oltre 800.000 pazienti, mette in guardia dall’utilizzo della digossina, evidenziando come esso sia associato ad un incremento significativo della mortalità.

Complessivamente la terapia con digossina si associa ad un eccesso di mortalità del 17% che sale al 23% nei pazienti con fibrillazione atriale e si riduce all’11% nei pazienti con scompenso. In un sottogruppo di pazienti, provenienti da solo 3 dei 37 studi considerati, che utilizzavano la digossina per la prima volta, l’eccesso di mortalità è risultato del 47%, statisticamente significativo anche se con un intervallo di confidenza molto ampio.

Le linee guida europee del 2016 sulla gestione della fibrillazione atriale suggeriscono l’uso della digossina per il controllo della frequenza cardiaca anche se come seconda scelta rispetto ad altre terapie.

Le linee guida europee 2016 sulla gestione dello scompenso cardiaco considerano l’uso della digossina solo nei pazienti che restano sintomatici nonostante una terapia ottimizzata che abbia utilizzato tutti gli altri possibili interventi farmacologici e non farmacologici.

La recente meta-analisi, pur essendo limitata dalla circostanza che solo uno dei 37 studi esaminati è un trial clinico controllato, aggiunge un ulteriore motivo di perplessità all’utilizzo della digossina sia nella fibrillazione atriale che nello scompenso.

Gli autori, infatti, concludono affermando che “fino a quando non saranno disponibili studi randomizzati e controllati con placebo, la digossina dovrebbe essere utilizzata con grande cautela”.

Meta-Analysis of Effects of Digoxin on Survival in Patients with Atrial Fibrillation or Heart Failure: An Update. Am J Cardiol 2019;123:69−74

FONTE | Coagulum Report


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