Posts Tagged 'fibrillazione atriale'

Anticoagulanti Orali e ridotto rischio di demenza e ictus in pazienti con fibrillazione atriale

La terapia anticoagulante orale (TAO) è indicata nei pazienti con fibrillazione atriale se il rischio tromboembolico, valutato mediante lo score CHA2DS2-Vasc  è superiore a 1.

Per esplorare l’eventualità che la Terapia Anticoagulante Orale possa esercitare un effetto protettivo sugli eventi cerebrovascolari anche nei soggetti a basso rischio (CHA2DS2-Vasc ≤ 1), è stata condotta una indagine retrospettiva utilizzando il National Patient Register, un database che comprende dati clinici provenienti dalle strutture ospedaliere e ambulatoriali (non dalla medicina generale) riguardanti l’intera popolazione svedese.

Sono stati individuati oltre 450.000 soggetti con diagnosi di fibrillazione atriale tra il 2006 e i 2014 di cui 91.254 esenti da demenza, ictus ischemico, emorragia intracranica o TIA e con punteggio CHA2DS2-Vasc ≤ 1 (non considerando il punto attribuito al sesso femminile). Nonostante il basso profilo di rischio tromboembolico, il 43% di questi pazienti risultava in trattamento con un anticoagulante orale (prevalentemente un anti-vitamina k, nel 7.5% un anticoagulante orale diretto). A partire da questa coorte, utilizzando la tecnica statistica del “propensiy score matching” per minimizzare l’effetto di molteplici possibili confondenti, sono stati individuati due gruppi di 23.746 pazienti rispettivamente in trattamento con TAO o non in trattamento con TAO (No TAO).

Nel corso di un follow-up medio di 4.7±2.8 anni, è stata valutata l’incidenza di demenza, ictus ischemico, emorragia intracranica e di un outcome composito comprendente le tre suddette patologie.

anticoagulante orale, TAO, fibrillazione atriale, rischio tromboembolico

La terapia anticoagulante è risultata avere un effetto protettivo nei confronti della demenza, con una riduzione relativa del rischio del 38%, mentre non si è osservata una differenza significativa tra i due gruppi per quanto riguarda il rischio di ictus ischemico o di emorragia intracranica.

Un effetto protettivo è emerso anche per l’outcome composito, con una riduzione del rischio del 12% che, stratificando i pazienti per fasce di età, è apparsa totalmente a vantaggio dei pazienti di età superiore a 65 anni. Nei soggetti di età compresa tra 60 e 65 anni si è osservata una riduzione non significativa del rischio mentre nei soggetti di età inferiore a 60 anni, particolarmente in quelli con CHA2DS2-Vasc = 0) la TAO è apparsa associata ad una maggiore incidenza di eventi.

Confrontando i pazienti trattati con anti-vitamina K con quelli trattati con anticoagulanti diretti, si è osservata in questi ultimi, una incidenza di eventi inferiore, ma non in misura statisticamente significativa, e l’assenza di casi di emorragia intracranica a fronte di 3 casi nel gruppo trattato con anti-vitamina K.

Non è stato possibile valutare eventuali differenze relative alla natura parossistica, persistente o permanente della fibrillazione perché la codifica dei sottotipi era largamente sotto-utilizzata nel database. Considerando che sono stati studiati pazienti a basso rischio, è verosimile che una significativa proporzione di essi presentasse una forma parossistica all’atto dell’arruolamento. Tuttavia bisogna anche considerare che, data la sua natura progressiva, la fibrillazione sia evoluta in molti casi in una forma permanente durante il lungo periodo di follow-up previsto dallo studio.

Gli autori concludono affermando che, considerando anche la demenza, otre agli eventi cerebrovascolari acuti, il beneficio della terapia anticoagulante orale appare estendersi a tutti i soggetti di età superiore o uguale a 65 anni, indipendentemente dal punteggio CHA2DS2-Vasc. La fascia di età compresa tra 60 e 64 anni rimane, invece, un’area grigia nella quale la decisione di trattare o non trattare deve scaturire da una valutazione individuale di rischi e benefici e dalle preferenze del paziente.

Se questi risultati fossero confermati la stratificazione del rischio tromboembolico mediante il punteggio CHA2DS2-Vasc perderebbe di importanza ai fini della indicazione alla terapia anticoagulante, mentre l’età resterebbe il principale se non l’unico fattore discriminante.

Fonte: Less dementia and stroke in low-risk patients with atrial fibrillation taking oral anticoagulation.  European Heart Journal (2019) 0, 1–9 doi:10.1093/eurheartj/ehz304


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Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni

A come “anticoagulanti”, F come “fibrillazione atriale”, I come “ictus cerebrale”, M come “monitoraggio cardiaco”. Sono 33 le parole inserite nel Glossario creato per dare vita alla campagna di informazione online “Indovina l’Ictus. Osserva, Riconosci, Intervieni”, progetto realizzato da A.L.I.Ce. Italia Onlus, Associazione per la lotta all’ictus cerebrale, in collaborazione con Medtronic.

Nel Glossario, pubblicato sul sito www.indovinalictus.it, vengono presentati e spiegati in modo sintetico e divulgativo i termini principali legati alla patologia. Sul sito è inoltre presente un questionario interattivo che permette agli utenti di verificare e aumentare la propria conoscenza delle pratiche di prevenzione e cura dell’ictus. Attraverso 10 domande a risposta multipla, ognuna da compilare entro un minuto di tempo, si chiede all’utente come agirebbe nei confronti di una persona che manifesta alcuni dei sintomi tipici dell’ictus. Nel corso della compilazione, chiunque voglia cimentarsi potrà visualizzare le proprie risposte giuste e quelle sbagliate e, nel profilo finale, verrà invitato a consultare le voci del glossario in cui si è mostrato “meno preparato”, così da colmare le proprie lacune.

È fondamentale diffondere la cultura della prevenzione sia primaria che secondaria e insistere sul ruolo chiave del fattore tempo. L’ictus cerebrale, definito come “l’epidemia del XXI secolo”, può essere evitato nell’80% dei casi attraverso il riconoscimento e il trattamento dei principali fattori di rischio quali fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, alimentazione non corretta, scarsa attività fisica. È nostro compito informare ed educare la popolazione, considerando non solo la dimensione epidemiologica di questa patologia, ma anche l’impatto socio-economico e le conseguenze in termini di mortalità e soprattutto di disabilità” – dichiara Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus.

L’ictus cerebrale è più diffuso di quanto si possa pensare: rappresenta, infatti, la prima causa di invalidità, la seconda di demenza e la terza causa di morte. In Italia, colpisce ogni anno circa 100.000 persone mentre quelle che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con conseguenze più o meno invalidanti, sono oggi circa un milione: il fenomeno, però, registra una costante crescita, considerando che le cure sono migliorate, si vive più a lungo e che il nostro Paese è tra quelli con aspettativa di vita più elevata.

E tu sapresti cosa fare di fronte ad una persona che quando sorride ha la bocca storta, che non riesce ad esprimersi o che non riesce a capire quello che le viene detto? Sai che, in caso di sospetto ictus, va chiamato prima possibile il 112 per essere trasportati con urgenza in un Ospedale dotato di una Unità Neurovascolare (o Stroke Unit)? Lo sai che solo in questi Centri vengono somministrate le terapie adeguate e si fa riabilitazione precoce? Sai che maggiore è il tempo che trascorre tra l’insorgenza dei sintomi e il trattamento, maggiore è il rischio che l’ictus provochi danni cerebrali irreversibili e conseguente invalidità? Verifica anche tu quanto conosci l’ictus cerebrale sul sito www.indovinalictus.it, compila il questionario online e scopri se sei in grado di salvare una vita!

A questa e ad altre domande vuole dare una risposta A.L.I.Ce. Italia Onlus che ha fortemente voluto e sostenuto questo progetto proprio per offrire un servizio utile al Cittadino e per sottolineare, ancora una volta, quanto siano importanti il tema della prevenzione e del fattore tempo per evitare le conseguenze più gravi di un ictus cerebrale e contribuire a salvare molte vite.

A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di associazioni di volontariato senza scopo di lucro, diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia Onlus ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia Onlus e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato ed avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia Onlus, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, avrà adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, infine, l’Osservatorio Ictus ha inoltre presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese.

 

Ufficio stampa | A.L.I.Ce. Italia Onlus

Malattie cardiovascolari e esposizioni professionali alle sostanze chimiche

I lavoratori esposti a pesticidi o metalli sviluppano in modo significativo malattie cardiovascolari. I ricercatori della University of Illinois di Chicago hanno esaminato i dati sull’esposizione professionale a solventi, metalli e pesticidi relativi a 7.404 lavoratori che facevano parte di uno studio sulla salute dei cittadini ispanico-latiniche si svolgeva in quattro città: Chicago, San Diego, Miami e New York.

Complessivamente, il 6,5% dei partecipanti ha riferito un’esposizione a solventi sul posto di lavoro, l’8,5% a metalli potenzialmente tossici e il 4,7% è stato esposto a pesticidi.

Le persone che sono state esposte a pesticidi mostravano più del doppio delle probabilità di avere patologie cardiache, insufficienza cardiaca o fibrillazione atriale.

In particolare, l’esposizione ai metalli è stata associata a un aumento di quattro volte del rischio di fibrillazione atriale.

Le esposizioni professionali sono state associate a fattori di rischio clinici di malattie cardiovascolari come l’ipertensione, ma pochi studi hanno valutato se esiste un’associazione con la stessa malattia cardiovascolare. Il nostro studio suggerisce che l’esposizione professionale a metalli o pesticidi è associata a un’elevata prevalenza di malattia coronarica e fibrillazione atriale” – ha detto l’autrice principale dello studio Maria Argos della University of Illinois di Chicago.

Non è esattamente chiaro perché questo avvenga; un’ipotesi potrebbe essere quella che i lavoratori ispanici abbiano una maggiore predisposizione a contrarre patologie cardiache quando sono esposti ad agenti tossici. Di contro, è assai plausibile che l’esposizione a pesticidi o metalli possa aumentare l’infiammazione o causare direttamente danni al sistema cardiovascolare” – dice Maria Argos, autrice principale dello studio.

Complessivamente, il 6,1% dei lavoratori compresi nello studio aveva almeno una forma di malattia cardiovascolare. La maggior parte di queste erano rappresentate da cardiopatie coronariche, in cui le arterie ristrette riducono il flusso di sangue al cuore.

I lavoratori esposti ai pesticidi avevano 2,2 volte più probabilità di avere una malattia coronarica rispetto ai lavoratori senza questa esposizione. L’esposizione ai pesticidi è stata anche associata a un aumento di circa sei volte delle probabilità di fibrillazione atriale e a un rischio maggiore del 38% per danni ai vasi sanguigni nel cervello.

Invece, i solventi organici utilizzati per attività quali sgrassaggio, lavaggio a secco e prodotti come la pittura, la plastica e i tessuti non sono stati associati a un aumentato rischio di problemi cardiaci.

È possibile adottare una serie di precauzioni per ridurre al minimo l’esposizione sul posto di lavoro come lavorare in aree ben ventilate, utilizzando dispositivi di protezione quali guanti, occhiali, respiratori e lavando le mani o la pelle entrata in contatto con agenti pericolosi.I cambiamenti comportamentali come mangiare sano e essere fisicamente attivi sono altrettanto importanti per minimizzare il rischio di sviluppare di malattie cardiache” – conclude Argos.

 

Association of occupational exposures with cardiovascular disease among US Hispanics/Latinos – Catherine M Bulka, Martha L Daviglus, Victoria W Persky, Ramon A Durazo-Arvizu, James P Lash, Tali Elfassy, David J Lee, Alberto R Ramos, Wassim Tarraf, Maria Argos – doi.org/10.1136/heartjnl-2018-313463


Digossina: nuova meta-analisi evidenzia un incremento significativo della mortalità

L’utilizzo della digossina nello scompenso cardiaco e nella fibrillazione atriale è stato fortemente ridimensionato ma è tuttora previsto dalle linee guida, nonostante non vi siano prove che i digitalici siano in grado di migliorare la prognosi dei pazienti cardiopatici.

Una nuova meta-analisi comprendente 37 studi per un totale di oltre 800.000 pazienti, mette in guardia dall’utilizzo della digossina, evidenziando come esso sia associato ad un incremento significativo della mortalità.

Complessivamente la terapia con digossina si associa ad un eccesso di mortalità del 17% che sale al 23% nei pazienti con fibrillazione atriale e si riduce all’11% nei pazienti con scompenso. In un sottogruppo di pazienti, provenienti da solo 3 dei 37 studi considerati, che utilizzavano la digossina per la prima volta, l’eccesso di mortalità è risultato del 47%, statisticamente significativo anche se con un intervallo di confidenza molto ampio.

Le linee guida europee del 2016 sulla gestione della fibrillazione atriale suggeriscono l’uso della digossina per il controllo della frequenza cardiaca anche se come seconda scelta rispetto ad altre terapie.

Le linee guida europee 2016 sulla gestione dello scompenso cardiaco considerano l’uso della digossina solo nei pazienti che restano sintomatici nonostante una terapia ottimizzata che abbia utilizzato tutti gli altri possibili interventi farmacologici e non farmacologici.

La recente meta-analisi, pur essendo limitata dalla circostanza che solo uno dei 37 studi esaminati è un trial clinico controllato, aggiunge un ulteriore motivo di perplessità all’utilizzo della digossina sia nella fibrillazione atriale che nello scompenso.

Gli autori, infatti, concludono affermando che “fino a quando non saranno disponibili studi randomizzati e controllati con placebo, la digossina dovrebbe essere utilizzata con grande cautela”.

Meta-Analysis of Effects of Digoxin on Survival in Patients with Atrial Fibrillation or Heart Failure: An Update. Am J Cardiol 2019;123:69−74

FONTE | Coagulum Report

Fibrillazione Atriale e ictus

La fibrillazione atriale (FA) rappresenta la più frequente aritmia cardiaca di rilevanza clinica, con una stretta correlazione con l’età avanzata: interessa, infatti, oltre l’1% della popolazione generale, con tassi di prevalenza che vengono segnalati in costante aumento in tutto il mondo, e che arrivano a superare il 15% negli ultraottantacinquenni.

L’Italia è oggi uno dei paesi più vecchi del mondo, con una percentuale di ultrasessantacinquenni che supera ormai il 22% della popolazione generale. Pertanto, le patologie età-correlate rivestono una grande importanza per il SSN ed il loro impatto è destinato ad aumentare insieme all’aspettativa di vita.

L’importanza della fibrillazione atriale è legata al fatto che essa aumenta di ben 5 volte il rischio di ictus cerebrale. Infatti questa aritmia può provocare la formazione di coaguli all’interno del cuore, in grado di arrivare al cervello causando un ictus che viene quindi definito cardioembolico, in quanto determinato da un embolo a partenza cardiaca.

L’85% degli ictus cerebrali sono su base ischemica, e oltre un quarto degli ictus di natura ischemica sono attribuiti alla fibrillazione atriale.

E’ di fondamentale importanza “intercettare” il più rapidamente possibile i pazienti con FA. Una volta fatta la diagnosi, il passaggio successivo consiste nello stabilire la necessità di una terapia anticoagulante per ridurre il rischio di ictus e nell’identificare le cause predisponenti che spesso necessitano di cure specifiche.

L’ictus cerebrale rappresenta la prima causa di disabilità nel soggetto anziano, la seconda causa di morte e di demenza nei paesi occidentali. Ogni anno in Italia l’ictus colpisce 200.000 persone, una ogni 3 minuti, e si valutano in circa un milione gli italiani che portano le conseguenze di questa patologia.

L’ictus cerebrale dovuto a fibrillazione atriale riveste particolare gravità, con un aumento sia della mortalità che della disabilità rispetto ad ictus che riconoscano altre cause. I costi diretti annui (quindi solo a carico del SSN) attribuiti ad ictus cerebrale in Italia sono stimati in 3,7 miliardi di Euro.

Oltre un quarto di questi costi sono dovuti al “peso” determinato dall’ictus cardioembolico da fibrillazione atriale.

Fattori predisponenti la FA

Le condizioni predisponenti o che favoriscono la progressione della malattia sono: ipertensione arteriosa, obesità, diabete mellito, insufficienza renale cronica, ipertiroidismo e tutte le malattie cardiache organiche (cardiopatie congenite, coronaropatia, malattie valvolari, scompenso cardiaco).

Inoltre possono favorire la FA l’abuso di alcol, droghe e caffeina. In molti casi comunque, la FA si manifesta in assenza di fattori predisponenti.

I farmaci

La gestione della FA intende ridurre i sintomi e il rischio di gravi complicanze ad essa associate, come appunto l’ictus. Oltre agli antiaritmici, utili nel controllo della del ritmo cardiaco, sono attualmente disponibili due tipologie di farmaci anticoagulanti, in grado di ridurre il rischio di ictus cerebrale di oltre il 70%: i farmaci di vecchia generazione, che richiedono un attento monitoraggio dell’azione anticoagulante attraverso regolari esami del sangue, e, da qualche anno, la nuova generazione degli anticoagulanti orali (NAO/DOAC), che hanno ampliato le possibilità terapeutiche mirate a ridurre le complicanze legate a questa importante aritmia.

L’abuso di alcool aumenta il rischio di infarto, ictus e scompenso

Vino rosso

Le recenti osservazioni relative al potenziale beneficio in termini di prevenzione cardiovascolare di un uso molto limitato di bevande alcoliche potrebbe aver messo in secondo piano il concetto che l’abuso di alcool é un importante fattore di rischio cardiovascolare.

Gli effetti negativi dell’abuso di alcool sono stati confermati in uno studio basato sui dati di un grande database sanitario relativo agli abitanti della California di età superiore o uguale a 21 anni che hanno fatto ricorso a cure mediche in sede ospedaliera o ambulatoriale nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009. Dal totale di  quasi 15 milioni di pazienti sono stati individuati 268.080 soggetti (1.8%) per i quali era stata registrata una diagnosi di abuso di alcool e, dopo aver aggiustato per molteplici possibili confondenti, é stata valutato il rischio relativo (Hazard Ratio) di incorrere in fibrillazione atriale, infarto miocardico o scompenso cardiaco.

tab-alcol

Come si evince dalla tabella, i pazienti con diagnosi di abuso alcolico presentavano un rischio mediamente raddoppiato rispetto agli altri pazienti. L’eccesso di rischio era paragonabile a quello correlato ai comuni fattori di rischio cardiovascolare ed era particolarmente elevato nei soggetti nei quali questi ultimi erano assenti.

Gli autori concludono affermando che uno sforzo mirato a ridurre l’abuso di alcool può determinare una riduzione significativa dell’incidenza di malattie cardiovascolari.

In un editoriale di commento, Michael Criqui, del dipartimento di Family Medicine e Public Health della University of California, richiama la nostra attenzione su alcuni importanti aspetti del rapporto tra alcool e cuore.

E’ dimostrato un rapporto diretto tra consumo di alcool e fibrillazione atriale, presente anche ai livelli più bassi di assunzione. L’efficacia del trattamento ablativo é ridotta nei bevitori, anche moderati, rispetto agli astinenti.

Alcuni studi hanno dimostrato un beneficio in termini di incidenza di infarto miocardico con un consumo lieve-moderato di alcool che sarebbe mediato da un aumento del colesterolo HDL. Non potendosi realizzare uno studio di intervento, randomizzato e controllato in doppio cieco, i dati sui potenziali benefici cardiovascolari di un uso lieve-moderato di alcool provengono da studi osservazionali nei quali la tipologia di consumo é generalmente determinato sulla base di quanto dichiarato dai soggetti arruolati. Questa tipologia di studi é gravata da numerosi bias che ne limitano la affidabilità. In particolare, non si é mai totalmente certi di aver considerato tutti i possibili fattori confondenti ed é possibile che qualche fattore non riconosciuto possa giustificare, almeno in parte, il rapporto tra consumo moderato di alcol e riduzione dell’incidenza di infarto.

Data la nota associazione tra abuso di alcool e disfunzione del ventricolo sinistro (cardiomiopatia alcolica), sembra improbabile che un utilizzo moderato di alcol possa esercitare un effetto benefico nei pazienti con scompenso cardiaco.

In conclusione, l’alcol è una sostanza pericolosa per la salute (non solo cardiovascolare!) ed é in grado di dare dipendenza e per questo la sua assunzione dovrebbe essere sempre sconsigliata nonostante le deboli evidenze sui potenziali benefici di un uso moderato.

BIBLIOGRAFIA
Alcohol Abuse and Cardiac Disease. J Am Coll Cardiol. 2017 Jan 3;69(1):13-24. doi: 10.1016/j.jacc.2016.10.048.

CARDIOtool

Festività Natalizie: dalla Società Italiana di Neurologia raccomandazioni utili per i pazienti colpiti da Ictus e per i soggetti a rischio

In occasione delle festività natalizie, la Società Italiana di Neurologia (SIN) raccomanda maggiore attenzione sia ai soggetti a rischio ictus cerebrale, sia ai pazienti già colpiti dalla patologia.

I fattori di rischio per l’ictus cerebrale sono correlati principalmente a pressione alta, diabete, fibrillazione atriale, colesterolo aumentato, fumo di sigaretta, obesità con aumento della circonferenza addominale, valori e parametri che durante il Natale possono registrare un’alterazione.

Il periodo delle festività può comportare l’effettivo rischio di eccessi alimentari, non solo in termini del quantitativo di cibo ma anche della più facile disponibilità di alimenti generalmente proibiti per il contenuto elevato in carboidrati (zuccheri), grassi, sale, condimenti arricchiti da sostanze piccanti, oltre che per la disponibilità di bevande alcoliche. Nell’insieme, i pasti tra Natale e Capodanno si contraddistinguono per l’abbondanza, la non facile digeribilità e per l’interferenza di taluni dei cibi assunti con le terapie farmacologiche in atto, a volte potenziandone ed a volte riducendone gli effetti. Il maggior tempo trascorso intorno al tavolo da pranzo, inoltre, contribuisce alla sedentarietà e porta con sé anche il trascurare l’esercizio fisico” – ha sottolineato Antonio Carolei, esperto nell’ambito delle malattie cerebrovascolari e membro della SIN.

Un recente studio scientifico inglese, pubblicato sul British Medical Journal, dimostra che ogni anno taluni individui possono registrare un piccolo aumento di peso causato per la maggior parte dalle vacanze come il Natale. Dai risultati emerge che il maggior peso acquisito durante le festività natalizie non viene successivamente smaltito.

La SIN raccomanda pertanto alcuni accorgimenti da seguire durante le festività: è indispensabile controllare la regolare assunzione delle terapie per la pressione, il diabete, i livelli elevati di colesterolo, la coagulazione del sangue nei soggetti con fibrillazione atriale cronica. Inoltre, è auspicabile prevenire il sovrappeso corporeo con un opportuno controllo della dieta e contrastare la sedentarietà con un livello di attività fisica ragionevolmente adeguato alle capacità motorie del soggetto: sarebbe opportuno alzarsi da tavola a fine pasto, muovere qualche passo per casa per favorire la digestione e, se le condizioni climatiche lo consentono, concedersi 20-30 minuti di cammino. Qualora invece le condizioni esterne siano proibitive, con temperature molto basse, bisogna evitare di uscire poiché il freddo esterno, per chi proviene da un ambiente riscaldato, può provocare un repentino aumento dei valori della pressione.

Evitare il fumo, le bevande alcoliche e l’eccessivo ricorso al caffè completano il quadro delle raccomandazioni.

Infine non bisogna dimenticare chi invece è allettato in conseguenza di postumi invalidanti accompagnati da problemi cognitivi, quindi soggetti impossibilitati a condividere con i propri cari le feste Natalizie. In questi casi bisogna prestare attenzione agli aspetti melanconici cercando di non fare mai mancare il sostegno con la propria presenza affiancata dall’aiuto spesso fornito da badanti o persone estranee al nucleo familiare.

 


 


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