Posts Tagged 'ginecologia'

SIPPS & FIMPAGGIORNA 2019: le nuove frontiere della pediatria

C’è la Ginecologia in età evolutiva al centro del Corso di formazione dal titolo “SIPPS & FIMPAGGIORNA 2019 – LE NUOVE FRONTIERE DELLA PEDIATRIA: dall’inquadramento clinico alla diagnosi al trattamento”, in programma domani 27 febbraio presso il Golden Tulip Plaza Hotel di Caserta.

A partire dalle ore 17:00 e fino alle ore 21:00, pediatri di famiglia, pediatri ambulatoriali ed ospedalieri, ma anche medici chirurghi di ogni specialità si confronteranno sui casi clinici in Ginecologia in età evolutiva, soffermandosi sulle problematiche ginecologiche nei bilanci di salute.

L’evento in terra campana rientra nel Programma di Educazione Continua in Medicina del Ministero della Salute e fa parte di numerosi incontri che fino al prossimo 15 maggio vedranno impegnati gli esperti della salute del bambino su numerose tematiche della prima infanzia, attraverso un programma scientifico articolato ed assolutamente originale: dalle patologie oculistiche all’enuresi, dall’alimentazione complementare ai disordini gastrointestinali e alla gestione della bassa statura, fino al corretto impiego dei corticosteroidi inalatori nelle patologie respiratorie; senza dimenticare la febbre, le problematiche neuromuscolari e respiratorie in pazienti affetti da atrofia muscolare spinale, la vitamina D, la corretta salute orale, fino ai quadri iconografici dermatologici, i vaccini e le vaccinazioni e i principali quadri di patologia neurologica.

Il primo meeting del Corso di formazione 2019 è dunque incentrato sulla Ginecologia in età evolutiva. Relatori la Dottoressa Filomena Palma ed il Dott. Giuseppe De Masellis.

Affronteremo l’argomento dal punto di vista del pediatra di famiglia, che quotidianamente nel proprio ambulatorio deve saper distinguere tra manifestazioni assolutamente fisiologiche e segni e sintomi di patologia ginecologica; deve essere in grado, infine, di affrontare alcune malattie e, per altre, valutarne l’invio allo specialista ginecologo. In tutti i casi, tanto più precoce è la diagnosi, tanto più efficace è la cura” – spiega Filomena Palma, Pediatra di libera scelta, Referente Centri Vaccinali Distretto 65 ASL Salerno, Socio e contributor SIPPS.

Nel corso della sessione si discuterà anche di traumi e abuso: dai 2-3 anni fino agli 8 circa, le cause più frequenti di sanguinamento genitale nelle bambine sono legate ai traumi, acuti o cronici. Verranno presi in esame traumi legati alla bicicletta, all’equitazione, alla ginnastica e alle cadute ma anche agli incidenti automobilistici, ai morsi di animali e alle ustioni. Accurata diagnosi differenziale andrà fatta con le lesioni sanguinanti da abuso che, come ogni evento di natura traumatica, si associa ad una gran varietà di manifestazioni: disordini di condotta e del sonno, rendimento scolastico, comportamento aggressivo, ansia e depressione ma anche isolamento sociale e perdita di abilità precedentemente acquisite.

In questi casi è fondamentale interpretare i segni, effettuare l’anamnesi, ascoltare la bambina e l’adulto separatamente, evitando quanto più possibile domande dirette e la necessità che la vittima ripeta il racconto. Una volta accertato l’abuso, è d’obbligo informare la Procura della Repubblica. Durante i lavori approfondiremo infine alcuni temi specialistici dell’infanzia e dell’adolescenza, che illustrerò con il supporto di casi clinici: dallo sviluppo psicosessuale ai disordini del ciclo mestruale, dalla contraccezione fino alle malattie sessualmente trasmesse e alle infezioni da HPV” – aggiunge Giuseppe De Masellis, Ginecologo, Responsabile U.O. Materno Infantile D.S. 65 ASL SALERNO.

La centralità del bambino è da sempre l’obbiettivo primario per le diverse componenti dell’universo pediatrico. Questa condizione non può che basarsi sull’attenzione e l’impegno che ogni professionista deve mettere nello stare al passo con i tempi attraverso l’aggiornamento professionale, l’utilizzo delle linee guida ed il buon senso che deve sempre ispirarlo, senza dimenticarsi dell’interazione multidisciplinare, divenuta oramai necessaria ed indispensabile. Questi ingredienti costituiscono un sistema virtuoso, in cui il bambino è il protagonista assoluto” – conclude Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

 

Annunci

Il Tumore Ovarico

Tumore dell'ovaio

Il carcinoma ovarico è il sesto tumore più diagnosticato tra le donne ed è il più grave (50% di mortalità a 5 anni) tumore ginecologico che ogni anno, nel mondo, colpisce oltre 250.000 donne e ne uccide 140.000. In Italia circa 37.000 donne convivono con questo tumore, ogni anno si diagnosticano 5.000 nuovi casi.

Il tumore ovarico è un tumore molto insidioso per due principali motivi. Innanzitutto perché è caratterizzato da sintomi aspecifici. In secondo luogo perché non esistono attualmente strumenti di prevenzione (come il vaccino o come il pap test per il tumore della cervice) né test di screening precoce (come la mammografia per il tumore al seno). Per tali motivi il carcinoma ovarico in più del 60% dei casi viene diagnosticato tardivamente quando è già in stadio avanzato e le possibilità di cura sono molto ridotte.

Solo una diagnosi tempestiva può migliorare le probabilità di sopravvivenza: infatti se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95% mentre la percentuale scende al 25% per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato.

TIPOLOGIA

Il tumore dell’ovaio insorge quando le cellule dell’ovaio crescono e si dividono in modo incontrollato. I tumori dell’ovaio possono essere di molti tipi.

Secondo la classificazione accettata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità si distinguono due categorie di tumori: i primitivi e i secondari che si differenziano dai primi perché giungono all’ovaio dopo essere apparsi in altre parti dell’organismo.

Dal punto di vista istologico i tumori dell’ovaio si suddividono in epiteliali, stromali e germinali.

I tumori epiteliali derivano da un malfunzionamento dell’epitelio mulleriano (tessuto che riveste l’ovaio), possono presentarsi in forma benigna o maligna e rappresentano il 50% delle neoplasie che colpiscono l’ovaio. Hanno una maggiore incidenza in donne in età compresa tra 55 e 65 anni.

I tumori stromali hanno origine in un altro tessuto della struttura dell’ovaio. Sono neoplasie più rare e rappresentano il 4% dei tumori maligni che possono colpire l’ovaio.

I tumori germinali derivano dalle cellule che danno origine agli ovuli. Sono anch’essi più rari rappresentando il 5% dei tumori maligni dell’ovaio. Questo tipo si manifesta soprattutto in giovane età. Un esempio è rappresentato dal disgerminoma che colpisce bambine o adolescenti nel
70-90% dei casi.

PRINCIPALI FATTORI DI RISCHIO

Le cause che determinano la divisione e moltiplicazione incontrollata delle cellule nell’ovaio non sono ancora note. Ciò che si sa è che un certo numero di fattori aumentano il rischio di sviluppare questa forma di tumore.

Età – Un primo fattore di rischio è rappresentato dall’età in quanto il picco di incidenza della malattia si registra tra i 50 e i 60 anni, dunque nelle donne in età peri o postmenopausale. Tuttavia alcuni tipi di tumore dell’ovaio possono presentarsi in donne più giovani.

Storia familiare – Il 15-25% dei tumori all’ovaio ha come principale fattore di rischio la familiarità. Donne con madre e/o sorella e/o figlia affetta/e da tumore dell’ovaio, della mammella o dell’utero hanno maggiori probabilità di contrarre la neoplasia.

Alterazioni del patrimonio genetico – Le alterazioni dei geni BRCA1 e BRCA2 di origine ereditaria possono portare a una predisposizione più o meno importante allo sviluppo del tumore ovarico. La percentuale di rischio di tumore ovarico è del 39-46% se è presente una mutazione del gene BRCA1 ed è del 10-27% se è presente una mutazione del gene BRCA2.

Essere portatori di una mutazione di tali geni comporta una maggiore probabilità, ma non la certezza, di ammalarsi. In questo caso però è importante seguire un programma di controlli regolari ed accurati così come è importante informare i membri maggiorenni della famiglia che potrebbero essere, a loro volta, portatori della mutazione.

Per accertare l’esistenza di tali alterazioni si effettua il test genetico BRCA1 e BRCA2, un test di laboratorio che permette di individuarne l’esistenza e, in caso positivo, di identificare le possibili opzioni di prevenzione. Non esistendo strategie preventive efficaci per il tumore dell’ovaio, l’annessiectomia profilattica bilaterale (asportazione di tube ed ovaie) è in grado di prevenire la quasi totalità dei tumori ovarici su base genetico-ereditaria. L’annessiectomia bilaterale è oggi consigliata nelle donne con mutazione del gene BRCA1 e BRCA2 che hanno già avuto gravidanze o che hanno superato l’età fertile.

Il test di laboratorio è estremamente utile anche quando viene effettuato su pazienti già colpite da tumore ovarico perché consente di modellare la terapia farmacologica su questa specifica situazione e di migliorarne significativamente l’esito.

Storia riproduttiva – Oltre alla familiarità e al rischio genetico bisogna considerare il sistema endocrino che si occupa della produzione e distribuzione di ormoni nell’organismo. In genere ovulazioni ripetute sembrano essere associate ad un rischio maggiore di contrarre la malattia mentre la gravidanza sembra giocare un ruolo importante come fattore protettivo del tumore dell’ovaio proprio per la riduzione del numero di ovulazioni.

Lo stesso vale per un prolungato allattamento che, da studi effettuati, sembra incidere positivamente nel proteggere dalla malattia.

Alcuni studi hanno mostrato un’incidenza maggiore di tumore all’ovaio in donne soggette a menarca precoce (prima mestruazione) e/o menopausa tardiva.

Esiste anche una correlazione tra endometriosi e tumore all’ovaio.

Al contrario l’assunzione prolungata della pillola anticoncezionale è associata a un rischio minore di contrarre la malattia.

Stili di vita – L’obesità, il fumo, l’assenza di esercizio fisico sono ulteriori fattori che aumentano il rischio di sviluppare questa neoplasia.

SINTOMI

Per il tumore dell’ovaio non esiste un elenco chiaro e preciso dei sintomi ai quali prestare attenzione. Tuttavia è opportuno che ogni donna sappia riconoscere alcuni segnali che possono indicare il manifestarsi della malattia e rivolgersi al proprio medico. Nello stadio iniziale, quando è localizzato all’ovaio, il tumore ovarico è generalmente asintomatico.

I sintomi più comuni che si possono manifestare nelle forme più avanzate sono:

  1. gonfiore addominale, persistente oppure intermittente;
  2. necessità di urinare spesso;
  3. dolore addominale.

Sintomi meno comuni sono:

  1. inappetenza;
  2. perdite ematiche vaginali;
  3. variazioni delle abitudini intestinali.

Si tratta di sintomi molto aspecifici e comuni che, nella maggioranza dei casi, hanno un’origine differente dalla presenza di un tumore. Quando però questi sintomi non si erano mai presentati in precedenza e compaiono costantemente ogni giorno per più di 12-15 giorni al mese e per più due o tre mesi consecutivi, si consiglia di contattare il proprio medico di fiducia.

DIAGNOSI

In caso di sintomi ricorrenti si eseguono dapprima indagini di routine che comprendono una visita medica dell’addome e una visita ginecologica. Se si sospetta un tumore, le indagini utilizzate per arrivare alla diagnosi di carcinoma ovarico sono l’ecografia pelvica e il controllo dei marcatori tumorali (CA125, CA19.9, HE4, CE15.3 e CEA) eseguito attraverso un semplice prelievo del sangue, se il quadro ecografico è sospetto. Se permane il dubbio si associa una TAC addominale ed eventualmente una PET che permette di valutare aree ad elevata attività metabolica in modo molto affidabile.

Una nota importante riguarda il Pap test, esame che, per questa tipologia di tumore, non ha alcuna validità diagnostica.

La preoccupazione principale è quella di capire se si è di fronte ad una neoplasia circoscritta o se la malattia ha già preso piede diffondendosi nella zona pelvica e oltre. Per questo in questa fase vengono eseguite una gastroscopia ed una colonscopia per escludere una primitività da parte dell’apparato gastrointestinale.

STADI DELLA MALATTIA

Il carcinoma ovarico può essere diagnosticato in diversi stadi.

Per “stadio” si definisce lo stato di diffusione della malattia ovvero:

  • Stadio I: limitato alle ovaie.
  • Stadio II: su una o entrambe le ovaie ed esteso anche agli organi pelvici.
  • Stadio III: su una o entrambe le ovaie, esteso agli organi pelvici e/o con metastasi ai linfonodi della stessa zona.
  • Stadio IV: con la presenza di metastasi anche a distanza dalla zona delle ovaie (fegato, polmoni).

Una buona o una cattiva prognosi dipendono dallo stadio del tumore al momento della diagnosi che deve essere il più tempestiva possibile.

Se la malattia viene diagnosticata in stadio iniziale, cioè in pazienti con un tumore in stadio IA o IB, limitato cioè alle ovaie e con assenza di ascite e capsula intatta, la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è di circa il 90%.

Se la malattia viene diagnosticata in pazienti con tumore in stadio IC, cioè con rottura della capsula, la possibilità di sopravvivenza a 5 anni scende al 75-80%.

Se la malattia viene diagnosticata in stadi avanzati la prognosi dipende dal tipo di tessuto intaccato, dai livelli di marker tumorali e da quanta massa tumorale è stata asportata chirurgicamente. Si calcola comunque che per tumore diagnosticato in stadio III la sopravvivenza a 5 anni sia pari al 45% e per una diagnosi in stadio IV la possibilità di sopravvivenza a 5 anni sia del 25%.

TERAPIA

Trattamento chirurgico

La chirurgia rappresenta uno step centrale del trattamento del tumore ovarico. Essa è utilizzata per porre la diagnosi della malattia e per la stadiazione del tumore ovarico, oltre che per rimuoverlo più radicalmente possibile. Nelle pazienti con malattia in stadio avanzato, la chirurgia, oltre a valutare l’estensione della malattia, è finalizzata all’asportazione di tutto il tumore visibile (chirurgia citoriduttiva o di debulking). Se la malattia viene asportata radicalmente il guadagno in termini di sopravvivenza per la paziente arriva a 40 mesi rispetto a pazienti in cui l’intervento chirurgico non ha asportato completamente la malattia.

Anche nelle pazienti con malattia allo stadio iniziale, la chirurgia svolge un ruolo fondamentale. Permette infatti una corretta stadiazione al fine di impostare un adeguato management post-operatorio. Inoltre, in mani esperte, l’approccio chirurgico può essere “modulato” in funzione della diffusione di malattia, dell’età della paziente e del suo desiderio riproduttivo.

Trattamento farmacologico

La chemioterapia di prima e seconda linea rimane, dopo la chirurgia, il trattamento cardine per il trattamento del carcinoma ovarico e si avvale di un trattamento farmacologico standard a base di paclitaxel e carboplatino, a tutt’oggi la combinazione terapeutica di riferimento.

Ma negli ultimi anni, per lo più in associazione alla chemioterapia, si sono affermate nuove terapie dette “a bersaglio molecolare”. Si tratta di farmaci rivolti verso un bersaglio specifico identificato come particolarmente importante nella genesi o nella progressione di una determinata neoplasia. Come per molte forme di cancro, anche per il tumore ovarico un bersaglio molto importante è rappresentato dall’angiogenesi, ovvero dalla crescita dei vasi sanguigni creati dal tumore per rifornirsi delle sostanze nutritive e dell’ossigeno di cui ha bisogno per crescere e diffondersi.

La terapia anti-angiogenica aggredisce la malattia arrestando appunto il processo di sviluppo dei vasi sanguigni di cui il tumore ha bisogno per proliferare e diffondersi in altre regioni del corpo. L’uso del trattamento anti-angiogenico nel tumore ovarico offre quindi una nuova importante opportunità.

Capostipite di questa classe di farmaci è il bevacizumab, un anticorpo monoclonale che lega e blocca in modo specifico la proteina VEGF (fattore di crescita endoteliale vascolare) che ha un ruolo chiave nell’angiogenesi.

Bevacizumab è stato il primo farmaco biologico approvato in Europa ed è il primo inibitore dell’angiogenesi per il trattamento delle donne colpite da tumore ovarico in stadio avanzato non pretrattate che è in grado di ritardare le recidive e prolungare la sopravvivenza senza progressione di malattia. Bevacizumab è disponibile e rimborsabile in tutta Italia.

Un’altra classe di farmaci che si affaccerà presto nel trattamento delle pazienti con carcinoma ovarico che presenta la mutazione di BRCA, è rappresentata dai PARP-inibitori.

Trattamento psicologico

Trattamento non significa solo intervento chirurgico e chemioterapico ma anche altri tipi di supporto sia fisico che psicologico a seconda delle esigenze del paziente: da un supporto psicologico individuale a gruppi psico-educazionali per arrivare alla psicoterapia di gruppo e a un supporto alle coppie. Vivere una dimensione di gruppo aiuta psicologicamente ad eliminare il senso di solitudine e di esclusione che spesso nasce già al momento della diagnosi di tumore e rivitalizza fisicamente grazie a sedute dedicate a tecniche di rilassamento muscolare e tecniche di respirazione.

L’IMPORTANZA DEL CENTRO DI CURA SPECIALISTICO

In tempi più recenti medici e ricercatori hanno condiviso la convinzione che l’eterogeneità dei tumori ovarici ne fa una malattia molto complessa che ha un diverso andamento clinico e una diversa risposta alla terapia nelle diverse pazienti. Pertanto il tumore ovarico richiede sempre più trattamenti personalizzati (targeted therapies) che solo i centri di cura specializzati sono in grado di fornire.

In questi centri si lavora sia per individuare nuove modalità di trattamento (come ad esempio le terapie personalizzate per le pazienti con tumore ovarico derivante da mutazione dei geni BRCA) sia per identificare l’esatto profilo genetico delle pazienti che ha un impatto importante sulla scelta del tipo di terapia.

In fase di cura è quindi importante rivolgersi, sin dall’inizio, a questi centri che sono dotati di tutta una serie di requisiti sia a livello chirurgico che di terapia medica che di supporto fisico e psicologico.

Per aiutare nella scelta del centro specialistico la Società Europea di Oncologia ha identificato la seguente serie di criteri guida:

1) disponibilità nello stesso ospedale di:

· laboratorio di Ematologia;

· Radiologia;

· Ambulatori;

· Anestesiologia;

· Terapia intensiva;

· Endoscopia;

· Criopatologia;

· Citologia;

· Radioterapia;

· Oncologia Medica;

· ufficio raccolta dati;

· Psico-oncologia;

· Medicina Nucleare;

· Chirurgia Plastica e Ricostruttiva;

· Chirurgia Vascolare;

· cura della Stomia;

· trattamento di Linfoedema;

· cure palliative.

2) collaborazioni regolari di:

· due oncologi ginecologi;

· specialista di Radioterapia;

· oncologo clinico;

· specialista di Chemioterapia (oncologo ginecologo o oncologo medico);

· radiologo;

· istopatologo;

· specialista in Infermeria clinica.

Endometriosi e infertilità

In tutto il mondo, Marzo è il mese della consapevolezza dell’endometriosi che quest’anno è culminato ieri sabato 24 con la Giornata Mondiale, istituita per sensibilizzare la popolazione sulla malattia.

Si stima che l’endometriosi colpisca circa il 10-15% delle donne in età fertile – 3 milioni i casi solo in Italia – con un enorme ritardo nella diagnosi che mediamente arriva dopo 7 anni, generalmente nella fascia d’età tra i 25 e i 35 anni. E’ una malattia cronica, dolorosa e invalidante, con risvolti importanti a livello socio-lavorativo e relazionale: ansia, discriminazione, paura, giornate a casa, rischio di perdere il lavoro, sono temi che, purtroppo, rivestono ancora una profonda attualità. Una patologia che per il 30-40% delle pazienti si traduce, inoltre, in un problema di infertilità.

Nelle donne affette da endometriosi il tasso di gravidanza naturale è inferiore al 2% per ciclo mestruale mentre normalmente questo valore si attesta attorno al 20%. L’infertilità  è un elemento fondamentale di cui il medico deve tener conto nel momento in cui si appresta alla diagnosi e alla cura di questa patologia così come l’endometriosi influenza l’approccio diagnostico e terapeutico per la cura della infertilità. Per le pazienti la medicina riproduttiva rappresenta una opportunità da intraprendere grazie agli elevati tassi di successo che caratterizzano queste tecniche. Negli ultimi dieci anni più di 9.000 donne si sono rivolte a IVI per riuscire ad avere un bambino malgrado l’endometriosi” – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

In alcune cliniche, IVI può contare su unità specifiche per la cura dell’endometriosi. Una diagnosi ed un corretto trattamento e follow-up, sia medico che psicologico, assicurano che le pazienti si sentano supportate e comprese. Negli ultimi anni sono stati fatti numerosi passi avanti sul fronte terapeutico-assistenziale, ma anche istituzionale: nel 2016 l’endometriosi è stata inserita dal Governo Italiano nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti. Inoltre, da marzo 2017 sono entrati in vigore i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) previsti per gli stadi clinici di endometriosi moderato e grave” – conclude Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

L’endometriosi

ll termine “endometriosi” deriva dall’endometrio, il tessuto che riveste l’interno dell’utero e la patologia si verifica quando quest’ultimo è presente al di fuori della cavità uterina, ad esempio nell’addome, nelle ovaie o nelle tube. Questo tessuto continua a reagire alle variazioni ormonali che si verificano in ciascun ciclo, cosa che provoca gonfiore negli organi in cui si trova. L’intero processo dà luogo a emorragia interna, rottura dei tessuti e infiammazione degli organi colpiti, che porta a forti dolori, problemi intestinali, aderenze e infertilità.

 


Festa della Donna: prima edizione dell’(H)Open day dedicato alla ginecologia in 200 ospedali con i Bollini Rosa

 

Onda, in occasione della Festa della Donna che si celebra oggi, promuove un (H)Open day dedicato alla ginecologia.

I 200 ospedali del nuovo network Bollini Rosa aderenti all’iniziativa offriranno gratuitamente alla popolazione femminile servizi clinico-diagnostici e informativi come consulenze e colloqui, esami strumentali, conferenze, info point e distribuzione di materiali divulgativi.

Obiettivo della giornata sarà migliorare la consapevolezza e il livello di attenzione delle donne in ambito ginecologico e in particolare verso i fibromi uterini, tra le patologie ginecologiche benigne più diffuse che colpiscono circa 3 milioni di donne nel nostro Paese. Spesso sono diagnosticati nel corso di controlli di routine e in circa la metà dei casi sono asintomatici. Nel restante 50% dei casi sono però responsabili di manifestazioni anche importanti che incidono negativamente sulla qualità della vita delle donne.

In occasione dell’(H)Open day sarà distribuita una pubblicazione dedicata proprio ai fibromi uterini, una breve guida per informarsi e capire cosa fare, scaricabile gratuitamente dal sito di Onda (www.ondaosservatorio.it).

I servizi offerti dagli ospedali sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it dove è possibile visualizzare l’elenco dei centri aderenti con indicazioni su orari e modalità di prenotazione.

L’(H)Open day è promosso da Onda col patrocinio della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) ed è reso possibile anche grazie al contributo incondizionato di Gedeon Richter.

La Festa della donna ci è sembrata l’occasione migliore per offrire alle donne la possibilità di usufruire di servizi gratuiti in ginecologia. Il focus sui fibromi uterini ci permette di fare il punto su una patologia benigna, ma molto diffusa che può avere effetti altamente invalidanti per chi ne soffre” – spiega Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

La terapia medica dei fibromi uterini è finalmente una realtà per tutte quelle donne per cui è importante evitare la chirurgia o ridurla al massimo in preparazione di una gravidanza, ma anche per affrontare gli anni della premenopausa in modo più sereno, senza le angosce delle emorragie, dei dolori e delle irregolarità mestruali e con un netto miglioramento della qualità della vita. Senza dimenticare che dati molto recenti suggeriscono che rimuovere l’utero prima della menopausa per una patologia benigna come il fibroma uterino, anche conservando le ovaie, aumenta il rischio cardiovascolare e metabolico, soprattutto se questo avviene in età troppo precoce” – spiega Rossella Nappi, Professore Associato Sezione di Clinica Ostetrica e Ginecologica, IRCCS Policlinico S. Matteo, Università degli Studi di Pavia.

Il fibroma uterino è una patologia invalidante: condiziona la quotidianità, la relazione di coppia e la fertilità. Interessa fino al 40% delle donne in età fertile. Eppure, per 2 donne su 3, il fibroma resta sconosciuto e la diagnosi arriva ancora molto tardi. Il nostro obiettivo è innanzitutto aiutare le donne a riconoscere i propri sintomi” – ha dichiarato Maria Giovanna Labbate, Country Manager di Gedeon Richter Italia.

 

Preservare la fertilità tra i 25 e i 35 anni aumenta le probabilità di successo

L’attuale tendenza in tema di maternità consiste nel diventare madri ad un’età sempre più avanzata. A questa realtà sono chiamati ad adattarsi i professionisti della Riproduzione Assistita. In questi casi, la vitrificazione degli ovociti è la tecnica più comune, sia che dipenda da una decisione sociale oppure da un problema oncologico. In questa scelta influisce anche l’età in cui si decide di vitrificare.

La donna nasce con circa un milione di ovociti, che iniziano a ridursi prima della pubertà, fino ad arrivare intorno ai 400.000. Durante ogni ciclo mestruale ne consuma quasi 1.000.

Per questa ragione, dai 35 anni la riserva ovarica arriva a quasi il 10 % del totale e la qualità degli ovuli peggiora. Ci ritroviamo allora con una donna di 40 anni che quasi non possiede ovuli adatti per la gestazione di un bambino senza problemi riproduttivi e/o cromosomici. I ricercatori dell’Università di ST. Andrews quantificano in un 3% la riserva ovarica di queste donne”, sostiene il Professore José Remohí, copresidente e fondatore di IVI, durante le sessioni del 7mo Congresso Internazionale IVI sulla Medicina Riproduttiva, Bilbao 11-13 maggio 2017.

I conti tornano, noi ginecologi lo sappiamo, la fertilità nella donna non è infinita e le donne dovrebbero esserne consapevoli. Si può assistere a gravidanze spontanee anche se sono poco probabili e molto rischiose”, chiarisce José Remohí.

Salvare la maternità sotto zero

 La vitrificazione è nata come una speranza per le donne che si sottoponevano a trattamenti oncologici o ad una chirurgia ovarica, oggi vi si rivolge una maggiore percentuale di donne per motivi sociali. Il metodo consiste in un “congelamento” ultraveloce che permette di conservare l’ovulo in condizioni ottimali per consentire alla donna di utilizzarlo quando desidera. Grazie alle nuove tecniche applicate dagli specialisti di IVI si raggiungono probabilità di sopravvivenza di questi ovociti fino al 90%.

La vitrificazione è un metodo semplice che ha rivoluzionato la criobiologia e si è trasformato nella chiave di altre tante tecniche nelle nostre cliniche. Questa tecnica offre alte probabilità di successo ad un costo accessibile. Ricorrere alla vitrificazione è una decisione con molti più vantaggi che svantaggi” – dichiara il Dottore Juan Antonio García-Velasco, direttore di IVI Madrid ed esponente del 7mo Congresso Internazionale IVI.

Fine dei 20 inizio dei 30 anni: l’età chiave

L’età si è trasformata nel principale fattore di tutti i problemi che hanno le donne e/o le coppie che non riescono ad avere una gravidanza naturale, è la chiave per i trattamenti di Riproduzione Assistita.

Posticipare la maternità è una delle realtà attuali, l’altra è che le donne verso la fine dei 30 anni si trovano nel proprio miglior momento sociale, emozionale, psicologico ed economico. Solo che la Biologia non lo sa, per cui continua a fare le cose come ha sempre fatto e a dirci che la migliore età per diventare madre è un’altra”, – chiarisce il professore José Remohí.

Sebbene sia vero che la vitrificazione degli ovociti in pazienti maggiori di 35 anni è possibile, le donne dovrebbero essere coscienti che quanto prima considerano l’opzione di vitrificare i propri ovuli, più probabilità avranno di compiere il proprio Desiderio riproduttivo in futuro.

Oggi in IVI abbiamo a disposizione programmi di criopreservazione molto efficaci e sicuri, possiamo fidarci del fatto che produrranno il risultato atteso. Comunque, l’età è il fattore chiave, la cosa migliore è preservare gli ovociti tra i 25 e i 35 anni. Mentre la sopravvivenza degli ovociti è simile, le probabilità di successo di gravidanza diminuiscono quando si sono vitrificati ad un’età maggiore, come sucede con gli ovociti freschi”, spiega la Dottoressa Ana Cobo, direttrice dell’Unità di Criopreservazione di IVI Valencia e autrice della presentazione “Factors impacting the success of elective fertility preservation” durante il congresso.

Preservazione della fertilità in pazienti oncologici infantili.

Anche se attualmente la vitrificazione per preservare la fertilità ha un uso soprattutto sociale, non bisogna dimenticare che la sua origine è quella di aiutare i pazienti a mantenere le possibilità di diventare madre/padre dopo aver superato i processi oncologici.

In questo senso il 7mo Congresso Internazionale IVI è servito per presentare le ultime tecniche in pazienti oncologici infantili quando ancora non sono arrivati all’età fertile.

Insieme alle probabilità di sopravvivenza, la comunità scientifica sta lavorando per evitare o diminuire gli effetti secondari delle terapie oncologiche nel futuro di questi pazienti. I casi studiati fino ad ora presentano maggiori probabilità di successo nelle bambine che nei bambini.

In questi profili la tecnica più usata è la congelazione del tessuto ovarico. Ci sono già state nascite da mamme che hanno avuto il cancro nel periodo dell’infanzia e che hanno preservato la fertilità”, – conclude il Dottore Juan Antonio García Velasco.

Preservare la fertilità di un paziente oncologico è fondamentale vuol dire offrirgli una prospettiva futura che va oltre la sua malattia, vuol dire dargli una speranza, un progetto di vita su cui sognare. Si tratta di un tema molto caro a IVI che dedica buona parte della sua ricerca scientifica all’innovazione sulle tecniche di PMA di vitrificazione e congelamento” – afferma la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.


“Rinascere in menopausa”: per affrontare bene la menopausa

“Rinascere in Menopausa” è il titolo della prima conferenza, aperta al pubblico e gratuita, dedicata all’universo femminile che si è tenuta giovedì 11 maggio a Torino presso la Clinica Sedes Sapientiae, alle ore 20,00. L’evento è stato organizzato dal Dott. Gian Piero Siliquini, specialista in Ginecologia e Ostetricia.

Durante l’incontro si è parlato di menopausa con un team di ginecologi, in particolare è stato trattato il tema della secchezza vulvovaginale, molto frequente nelle donne che stanno affrontando questa fase della vita, e di come affrontarla utilizzando la laserterapia. C’è stato anche un momento di confronto durante il quale alcune donne hanno parlato della loro esperienza di menopausa.

In menopausa, quando le ovaie cessano di produrre estrogeni, si innescano una serie di trasformazioni dei tessuti e delle mucose vulvari e vaginali, che diventano più sottili, irritabili e maggiormente soggette a traumi. I tipici disturbi della menopausa legati all’atrofia vaginale sono: secchezza, bruciore, dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia), incontinenza (lieve, non da prolasso). Problemi che colpiscono 6 donne su 10 fra quelle in menopausa.

Il nostro obiettivo è trasmettere alle donne che si può vivere positivamente la menopausa, perché le cinquantenni di oggi sono le nuove quarantenni: vogliono stare bene e sentirsi adeguate. Durante la conferenza “Rinascere in Menopausa” vogliamo trasmettere loro dei messaggi positivi di informazione medica, perché oggi vivere positivamente la menopausa si può. Questo è solo il primo di una serie di appuntamenti su questo tema che continueranno nei prossimi mesi – ha affermato il Dott. Gian Piero Siliquini.

L’incontro ha offerto anche l’occasione per approfondire il funzionamento di MonnaLisa Touch™, il trattamento laser a CO₂prodotto da DEKA, la cui efficacia è comprovata da oltre 20 pubblicazioni scientifiche internazionali. Il trattamento laser, che deve sempre essere eseguito da personale specializzato, combatte senza importanti effetti collaterali (quali arrossamento, senso di bruciore, scarse perdite ematiche, lieve dolore in relazione alla sensibilità della paziente), ampiamente compensati dall’alta percentuale di risultati ottenuti, i disturbi legati all’atrofia vaginale e vulvare, le cui conseguenze hanno ripercussioni negative anche sulla vita di coppia.

Il trattamento laser stimola la produzione di collagene e di fibre elastiche migliorando l’elasticità e l’idratazione della zona trattata e ripristinandone l’originario equilibrio fisiologico. Questo miglioramento si riflette sul benessere psicofisico e sessuale. É un trattamento ambulatoriale e indolore, non richiede anestesia e subito dopo la paziente può riprendere la sua vita sociale.


I GINECOLOGI IMPARANO A PARLARE DI SESSO SICURO

È la Ginecologia la prima specialistica italiana a “mettersi in gioco” sul piano della comunicazione medico-paziente, dal confronto diretto al dialogo sui social, per favorire il reale cambiamento degli stili di vita in tema di salute sessuale e tutela della vita riproduttiva.

È questo l’obiettivo del primo master “Health Communication in Ginecologia” promosso dall’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) in collaborazione con l’Università IULM di Milano: insegnare ai medici a parlare di “sesso sicuro” e di infezioni a trasmissione sessuale (ITS), una vera e propria emergenza in termini di salute pubblica, ma rispetto alle quali si comunica ancora poco e con un certo imbarazzo.

Al secondo posto tra le infezioni più diffuse in Europa dopo quelle respiratorie, le ITS hanno fatto registrare in Italia oltre 95mila nuovi casi negli ultimi dieci anni, di cui il 20% nei giovani tra i 15 e i 24 anni che si affacciano alla sessualità in modo spesso disinformato. In progressivo aumento l’incidenza di clamidia, herpes genitale e papillomavirus umano (HPV), quest’ultimo causa oltre che di numerose neoplasie (in primis il cancro del collo dell’utero) anche dei condilomi, ad oggi la prima ITS per numero di visite e diagnosi nei Paesi occidentali. Sono infine tornate alla ribalta infezioni come la sifilide o la gonorrea (+79%), tutte malattie che possono causare infertilità e complicanze per la salute riproduttiva in entrambi i sessi.

Il ginecologo ha un ruolo fondamentale nella prevenzione e moltissimo dipende dalla sua capacità di affrontare l’argomento in maniera esplicita ma empatica, senza minimizzare i rischi per la salute sessuale e riproduttiva della coppia”, ha dichiarato Elsa Viora, Presidente AOGOI.

La comunicazione è quindi diventata parte essenziale del lavoro del medico che deve essere formato anche in questo campo, al di là del percorso accademico. Per questo motivo l’AOGOI ha deciso di investire le proprie risorse in un master dedicato alla comunicazione come parte integrante del proprio impegno nella formazione professionale e nella sempre maggiore umanizzazione del rapporto medico-paziente. Abbiamo scelto di partire da un tema di estrema rilevanza sociale, auspicando che a questa iniziativa ne seguano altre”, ha aggiunto Viora.

Nella pratica clinica quotidiana il ginecologo, più di qualsiasi altro professionista della salute, ha a che fare con tematiche particolarmente delicate e difficili da gestire, in particolar modo quando ci si rivolge alle giovani generazioni. Al di là delle indispensabili competenze scientifiche, non è sempre facile trasferire i messaggi sulla salute in maniera chiara ed esaustiva, facendo sì che riescano realmente ad incidere sui comportamenti individuali. La professionalità da sola non basta in un ambito di forte impatto emotivo come la ginecologia: è necessario superare le barriere che ostacolano un dialogo diretto con le pazienti e saper comunicare in maniera empatica per indirizzare la donna e la coppia lungo un percorso appropriato di controlli e di prevenzione e promuovere l’adozione di corrette abitudini sessuali a tutte le età”, ha spiegato Carlo Maria Stigliano, AOGOI, Direttore Scientifico del Master.

Una comunicazione efficace deve fondarsi su basi rigorosamente scientifiche ma al tempo stesso essere facilmente comprensibile.

Nell’ambito dello screening e delle patologie HPV-correlate, ad esempio, i ginecologi devono essere in grado di spiegare in maniera chiara i risultati di difficile comprensione riportati nei referti e rassicurare le donne sul successivo percorso di cura, evitando di generare inutili ansie”, ha affermato Vito Trojano, presidente emerito AOGOI e vice presidente SIGO.

Una comunicazione efficace medico-paziente  concorre inoltre ad accrescere la fiducia e la percezione della professionalità dello specialista e della struttura sanitaria cui la donna si rivolge ed evita inutili contenziosi in sanità” – prosegue Vito Trojano.

Non soltanto il confronto aperto con le donne, ma anche il dialogo attraverso i nuovi media è parte integrante di una comunicazione efficace e di un percorso di educazione alla sessualità.

È importante esplorare anche la Rete e la nuova sfera dei Social dove il medico può trovarsi ad interagire con le donne, soprattutto le più giovani, alla ricerca di informazioni per sciogliere dubbi e perplessità su sessualità e salute al femminile. Facebook, Twitter, Whatsapp sono ormai diventati strumenti imprescindibili per relazionarsi con le pazienti e rispondere ai loro quesiti, e proprio per questo l’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative sarà al centro del percorso formativo offerto ai ginecologi”, ha spiegato Mauro Ferraresi, IULM, Direttore Scientifico del Master.

I recenti episodi di disinformazione e le polemiche sulle vaccinazioni non hanno fatto altro che sottolineare l’importanza della buona comunicazione di cui i ginecologi devono farsi promotori. Una comunicazione diretta e franca con le pazienti: con le pazienti più giovani che si affacciano alle prime esperienze sessuali, con i genitori dei giovani adolescenti per fare corretta informazione sulle possibilità di prevenzione offerte, ad esempio, dalle vaccinazioni, infine con le donne adulte e i loro partner per promuovere una sessualità e una genitorialità consapevole”, ha affermato Antonio Chiàntera, segretario nazionale AOGOI.

Ufficio stampa AOGOI 


leggi il Blog nella tua lingua

Follow HarDoctor News, il Blog di Carlo Cottone on WordPress.com
Visita il mio Sito Inviaci un articolo! Contattami via e-mail! buzzoole code
Twitter HarDoctor News su YouTube HarDoctor News su Tumblr Skype Pinterest

Inserisci il tuo indirizzo e-mail per iscriverti a questo blog e ricevere notifiche di nuovi messaggi per e-mail.

Segui assieme ad altri 1.034 follower

L’almanacco di oggi …

Almanacco di Oggi!
Farmacie di Turno
Il Meteo I Programmi in TV

Scarica le guide in pdf!

Scarica la Guida in Pdf Scarica il Booklet in Pdf

HarDoctor News | Links Utili

Scegli Tu Guarda il Video su YouTube Pillola del giorno dopo Think Safe Medicina Estetica Obesità.it

HarDoctor News | Utilità

Calcola il BMI
Test di Laboratorio
Percentili di Crescita
Calcola da te la data del parto!

Leggi Blog Amico !!!

Leggi Blog Amico

HarDoctor News | Statistiche

  • 943.114 traffic rank

HarDoctor News | Advertising

Siti sito web
Annunci

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: