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Endometriosi e infertilità

In tutto il mondo, Marzo è il mese della consapevolezza dell’endometriosi che quest’anno è culminato ieri sabato 24 con la Giornata Mondiale, istituita per sensibilizzare la popolazione sulla malattia.

Si stima che l’endometriosi colpisca circa il 10-15% delle donne in età fertile – 3 milioni i casi solo in Italia – con un enorme ritardo nella diagnosi che mediamente arriva dopo 7 anni, generalmente nella fascia d’età tra i 25 e i 35 anni. E’ una malattia cronica, dolorosa e invalidante, con risvolti importanti a livello socio-lavorativo e relazionale: ansia, discriminazione, paura, giornate a casa, rischio di perdere il lavoro, sono temi che, purtroppo, rivestono ancora una profonda attualità. Una patologia che per il 30-40% delle pazienti si traduce, inoltre, in un problema di infertilità.

Nelle donne affette da endometriosi il tasso di gravidanza naturale è inferiore al 2% per ciclo mestruale mentre normalmente questo valore si attesta attorno al 20%. L’infertilità  è un elemento fondamentale di cui il medico deve tener conto nel momento in cui si appresta alla diagnosi e alla cura di questa patologia così come l’endometriosi influenza l’approccio diagnostico e terapeutico per la cura della infertilità. Per le pazienti la medicina riproduttiva rappresenta una opportunità da intraprendere grazie agli elevati tassi di successo che caratterizzano queste tecniche. Negli ultimi dieci anni più di 9.000 donne si sono rivolte a IVI per riuscire ad avere un bambino malgrado l’endometriosi” – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

In alcune cliniche, IVI può contare su unità specifiche per la cura dell’endometriosi. Una diagnosi ed un corretto trattamento e follow-up, sia medico che psicologico, assicurano che le pazienti si sentano supportate e comprese. Negli ultimi anni sono stati fatti numerosi passi avanti sul fronte terapeutico-assistenziale, ma anche istituzionale: nel 2016 l’endometriosi è stata inserita dal Governo Italiano nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti. Inoltre, da marzo 2017 sono entrati in vigore i nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) previsti per gli stadi clinici di endometriosi moderato e grave” – conclude Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

L’endometriosi

ll termine “endometriosi” deriva dall’endometrio, il tessuto che riveste l’interno dell’utero e la patologia si verifica quando quest’ultimo è presente al di fuori della cavità uterina, ad esempio nell’addome, nelle ovaie o nelle tube. Questo tessuto continua a reagire alle variazioni ormonali che si verificano in ciascun ciclo, cosa che provoca gonfiore negli organi in cui si trova. L’intero processo dà luogo a emorragia interna, rottura dei tessuti e infiammazione degli organi colpiti, che porta a forti dolori, problemi intestinali, aderenze e infertilità.

 


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Festa della Donna: prima edizione dell’(H)Open day dedicato alla ginecologia in 200 ospedali con i Bollini Rosa

 

Onda, in occasione della Festa della Donna che si celebra oggi, promuove un (H)Open day dedicato alla ginecologia.

I 200 ospedali del nuovo network Bollini Rosa aderenti all’iniziativa offriranno gratuitamente alla popolazione femminile servizi clinico-diagnostici e informativi come consulenze e colloqui, esami strumentali, conferenze, info point e distribuzione di materiali divulgativi.

Obiettivo della giornata sarà migliorare la consapevolezza e il livello di attenzione delle donne in ambito ginecologico e in particolare verso i fibromi uterini, tra le patologie ginecologiche benigne più diffuse che colpiscono circa 3 milioni di donne nel nostro Paese. Spesso sono diagnosticati nel corso di controlli di routine e in circa la metà dei casi sono asintomatici. Nel restante 50% dei casi sono però responsabili di manifestazioni anche importanti che incidono negativamente sulla qualità della vita delle donne.

In occasione dell’(H)Open day sarà distribuita una pubblicazione dedicata proprio ai fibromi uterini, una breve guida per informarsi e capire cosa fare, scaricabile gratuitamente dal sito di Onda (www.ondaosservatorio.it).

I servizi offerti dagli ospedali sono consultabili sul sito www.bollinirosa.it dove è possibile visualizzare l’elenco dei centri aderenti con indicazioni su orari e modalità di prenotazione.

L’(H)Open day è promosso da Onda col patrocinio della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (SIGO) ed è reso possibile anche grazie al contributo incondizionato di Gedeon Richter.

La Festa della donna ci è sembrata l’occasione migliore per offrire alle donne la possibilità di usufruire di servizi gratuiti in ginecologia. Il focus sui fibromi uterini ci permette di fare il punto su una patologia benigna, ma molto diffusa che può avere effetti altamente invalidanti per chi ne soffre” – spiega Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

La terapia medica dei fibromi uterini è finalmente una realtà per tutte quelle donne per cui è importante evitare la chirurgia o ridurla al massimo in preparazione di una gravidanza, ma anche per affrontare gli anni della premenopausa in modo più sereno, senza le angosce delle emorragie, dei dolori e delle irregolarità mestruali e con un netto miglioramento della qualità della vita. Senza dimenticare che dati molto recenti suggeriscono che rimuovere l’utero prima della menopausa per una patologia benigna come il fibroma uterino, anche conservando le ovaie, aumenta il rischio cardiovascolare e metabolico, soprattutto se questo avviene in età troppo precoce” – spiega Rossella Nappi, Professore Associato Sezione di Clinica Ostetrica e Ginecologica, IRCCS Policlinico S. Matteo, Università degli Studi di Pavia.

Il fibroma uterino è una patologia invalidante: condiziona la quotidianità, la relazione di coppia e la fertilità. Interessa fino al 40% delle donne in età fertile. Eppure, per 2 donne su 3, il fibroma resta sconosciuto e la diagnosi arriva ancora molto tardi. Il nostro obiettivo è innanzitutto aiutare le donne a riconoscere i propri sintomi” – ha dichiarato Maria Giovanna Labbate, Country Manager di Gedeon Richter Italia.

 

Preservare la fertilità tra i 25 e i 35 anni aumenta le probabilità di successo

L’attuale tendenza in tema di maternità consiste nel diventare madri ad un’età sempre più avanzata. A questa realtà sono chiamati ad adattarsi i professionisti della Riproduzione Assistita. In questi casi, la vitrificazione degli ovociti è la tecnica più comune, sia che dipenda da una decisione sociale oppure da un problema oncologico. In questa scelta influisce anche l’età in cui si decide di vitrificare.

La donna nasce con circa un milione di ovociti, che iniziano a ridursi prima della pubertà, fino ad arrivare intorno ai 400.000. Durante ogni ciclo mestruale ne consuma quasi 1.000.

Per questa ragione, dai 35 anni la riserva ovarica arriva a quasi il 10 % del totale e la qualità degli ovuli peggiora. Ci ritroviamo allora con una donna di 40 anni che quasi non possiede ovuli adatti per la gestazione di un bambino senza problemi riproduttivi e/o cromosomici. I ricercatori dell’Università di ST. Andrews quantificano in un 3% la riserva ovarica di queste donne”, sostiene il Professore José Remohí, copresidente e fondatore di IVI, durante le sessioni del 7mo Congresso Internazionale IVI sulla Medicina Riproduttiva, Bilbao 11-13 maggio 2017.

I conti tornano, noi ginecologi lo sappiamo, la fertilità nella donna non è infinita e le donne dovrebbero esserne consapevoli. Si può assistere a gravidanze spontanee anche se sono poco probabili e molto rischiose”, chiarisce José Remohí.

Salvare la maternità sotto zero

 La vitrificazione è nata come una speranza per le donne che si sottoponevano a trattamenti oncologici o ad una chirurgia ovarica, oggi vi si rivolge una maggiore percentuale di donne per motivi sociali. Il metodo consiste in un “congelamento” ultraveloce che permette di conservare l’ovulo in condizioni ottimali per consentire alla donna di utilizzarlo quando desidera. Grazie alle nuove tecniche applicate dagli specialisti di IVI si raggiungono probabilità di sopravvivenza di questi ovociti fino al 90%.

La vitrificazione è un metodo semplice che ha rivoluzionato la criobiologia e si è trasformato nella chiave di altre tante tecniche nelle nostre cliniche. Questa tecnica offre alte probabilità di successo ad un costo accessibile. Ricorrere alla vitrificazione è una decisione con molti più vantaggi che svantaggi” – dichiara il Dottore Juan Antonio García-Velasco, direttore di IVI Madrid ed esponente del 7mo Congresso Internazionale IVI.

Fine dei 20 inizio dei 30 anni: l’età chiave

L’età si è trasformata nel principale fattore di tutti i problemi che hanno le donne e/o le coppie che non riescono ad avere una gravidanza naturale, è la chiave per i trattamenti di Riproduzione Assistita.

Posticipare la maternità è una delle realtà attuali, l’altra è che le donne verso la fine dei 30 anni si trovano nel proprio miglior momento sociale, emozionale, psicologico ed economico. Solo che la Biologia non lo sa, per cui continua a fare le cose come ha sempre fatto e a dirci che la migliore età per diventare madre è un’altra”, – chiarisce il professore José Remohí.

Sebbene sia vero che la vitrificazione degli ovociti in pazienti maggiori di 35 anni è possibile, le donne dovrebbero essere coscienti che quanto prima considerano l’opzione di vitrificare i propri ovuli, più probabilità avranno di compiere il proprio Desiderio riproduttivo in futuro.

Oggi in IVI abbiamo a disposizione programmi di criopreservazione molto efficaci e sicuri, possiamo fidarci del fatto che produrranno il risultato atteso. Comunque, l’età è il fattore chiave, la cosa migliore è preservare gli ovociti tra i 25 e i 35 anni. Mentre la sopravvivenza degli ovociti è simile, le probabilità di successo di gravidanza diminuiscono quando si sono vitrificati ad un’età maggiore, come sucede con gli ovociti freschi”, spiega la Dottoressa Ana Cobo, direttrice dell’Unità di Criopreservazione di IVI Valencia e autrice della presentazione “Factors impacting the success of elective fertility preservation” durante il congresso.

Preservazione della fertilità in pazienti oncologici infantili.

Anche se attualmente la vitrificazione per preservare la fertilità ha un uso soprattutto sociale, non bisogna dimenticare che la sua origine è quella di aiutare i pazienti a mantenere le possibilità di diventare madre/padre dopo aver superato i processi oncologici.

In questo senso il 7mo Congresso Internazionale IVI è servito per presentare le ultime tecniche in pazienti oncologici infantili quando ancora non sono arrivati all’età fertile.

Insieme alle probabilità di sopravvivenza, la comunità scientifica sta lavorando per evitare o diminuire gli effetti secondari delle terapie oncologiche nel futuro di questi pazienti. I casi studiati fino ad ora presentano maggiori probabilità di successo nelle bambine che nei bambini.

In questi profili la tecnica più usata è la congelazione del tessuto ovarico. Ci sono già state nascite da mamme che hanno avuto il cancro nel periodo dell’infanzia e che hanno preservato la fertilità”, – conclude il Dottore Juan Antonio García Velasco.

Preservare la fertilità di un paziente oncologico è fondamentale vuol dire offrirgli una prospettiva futura che va oltre la sua malattia, vuol dire dargli una speranza, un progetto di vita su cui sognare. Si tratta di un tema molto caro a IVI che dedica buona parte della sua ricerca scientifica all’innovazione sulle tecniche di PMA di vitrificazione e congelamento” – afferma la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.


“Rinascere in menopausa”: per affrontare bene la menopausa

“Rinascere in Menopausa” è il titolo della prima conferenza, aperta al pubblico e gratuita, dedicata all’universo femminile che si è tenuta giovedì 11 maggio a Torino presso la Clinica Sedes Sapientiae, alle ore 20,00. L’evento è stato organizzato dal Dott. Gian Piero Siliquini, specialista in Ginecologia e Ostetricia.

Durante l’incontro si è parlato di menopausa con un team di ginecologi, in particolare è stato trattato il tema della secchezza vulvovaginale, molto frequente nelle donne che stanno affrontando questa fase della vita, e di come affrontarla utilizzando la laserterapia. C’è stato anche un momento di confronto durante il quale alcune donne hanno parlato della loro esperienza di menopausa.

In menopausa, quando le ovaie cessano di produrre estrogeni, si innescano una serie di trasformazioni dei tessuti e delle mucose vulvari e vaginali, che diventano più sottili, irritabili e maggiormente soggette a traumi. I tipici disturbi della menopausa legati all’atrofia vaginale sono: secchezza, bruciore, dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia), incontinenza (lieve, non da prolasso). Problemi che colpiscono 6 donne su 10 fra quelle in menopausa.

Il nostro obiettivo è trasmettere alle donne che si può vivere positivamente la menopausa, perché le cinquantenni di oggi sono le nuove quarantenni: vogliono stare bene e sentirsi adeguate. Durante la conferenza “Rinascere in Menopausa” vogliamo trasmettere loro dei messaggi positivi di informazione medica, perché oggi vivere positivamente la menopausa si può. Questo è solo il primo di una serie di appuntamenti su questo tema che continueranno nei prossimi mesi – ha affermato il Dott. Gian Piero Siliquini.

L’incontro ha offerto anche l’occasione per approfondire il funzionamento di MonnaLisa Touch™, il trattamento laser a CO₂prodotto da DEKA, la cui efficacia è comprovata da oltre 20 pubblicazioni scientifiche internazionali. Il trattamento laser, che deve sempre essere eseguito da personale specializzato, combatte senza importanti effetti collaterali (quali arrossamento, senso di bruciore, scarse perdite ematiche, lieve dolore in relazione alla sensibilità della paziente), ampiamente compensati dall’alta percentuale di risultati ottenuti, i disturbi legati all’atrofia vaginale e vulvare, le cui conseguenze hanno ripercussioni negative anche sulla vita di coppia.

Il trattamento laser stimola la produzione di collagene e di fibre elastiche migliorando l’elasticità e l’idratazione della zona trattata e ripristinandone l’originario equilibrio fisiologico. Questo miglioramento si riflette sul benessere psicofisico e sessuale. É un trattamento ambulatoriale e indolore, non richiede anestesia e subito dopo la paziente può riprendere la sua vita sociale.


I GINECOLOGI IMPARANO A PARLARE DI SESSO SICURO

È la Ginecologia la prima specialistica italiana a “mettersi in gioco” sul piano della comunicazione medico-paziente, dal confronto diretto al dialogo sui social, per favorire il reale cambiamento degli stili di vita in tema di salute sessuale e tutela della vita riproduttiva.

È questo l’obiettivo del primo master “Health Communication in Ginecologia” promosso dall’Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani (AOGOI) in collaborazione con l’Università IULM di Milano: insegnare ai medici a parlare di “sesso sicuro” e di infezioni a trasmissione sessuale (ITS), una vera e propria emergenza in termini di salute pubblica, ma rispetto alle quali si comunica ancora poco e con un certo imbarazzo.

Al secondo posto tra le infezioni più diffuse in Europa dopo quelle respiratorie, le ITS hanno fatto registrare in Italia oltre 95mila nuovi casi negli ultimi dieci anni, di cui il 20% nei giovani tra i 15 e i 24 anni che si affacciano alla sessualità in modo spesso disinformato. In progressivo aumento l’incidenza di clamidia, herpes genitale e papillomavirus umano (HPV), quest’ultimo causa oltre che di numerose neoplasie (in primis il cancro del collo dell’utero) anche dei condilomi, ad oggi la prima ITS per numero di visite e diagnosi nei Paesi occidentali. Sono infine tornate alla ribalta infezioni come la sifilide o la gonorrea (+79%), tutte malattie che possono causare infertilità e complicanze per la salute riproduttiva in entrambi i sessi.

Il ginecologo ha un ruolo fondamentale nella prevenzione e moltissimo dipende dalla sua capacità di affrontare l’argomento in maniera esplicita ma empatica, senza minimizzare i rischi per la salute sessuale e riproduttiva della coppia”, ha dichiarato Elsa Viora, Presidente AOGOI.

La comunicazione è quindi diventata parte essenziale del lavoro del medico che deve essere formato anche in questo campo, al di là del percorso accademico. Per questo motivo l’AOGOI ha deciso di investire le proprie risorse in un master dedicato alla comunicazione come parte integrante del proprio impegno nella formazione professionale e nella sempre maggiore umanizzazione del rapporto medico-paziente. Abbiamo scelto di partire da un tema di estrema rilevanza sociale, auspicando che a questa iniziativa ne seguano altre”, ha aggiunto Viora.

Nella pratica clinica quotidiana il ginecologo, più di qualsiasi altro professionista della salute, ha a che fare con tematiche particolarmente delicate e difficili da gestire, in particolar modo quando ci si rivolge alle giovani generazioni. Al di là delle indispensabili competenze scientifiche, non è sempre facile trasferire i messaggi sulla salute in maniera chiara ed esaustiva, facendo sì che riescano realmente ad incidere sui comportamenti individuali. La professionalità da sola non basta in un ambito di forte impatto emotivo come la ginecologia: è necessario superare le barriere che ostacolano un dialogo diretto con le pazienti e saper comunicare in maniera empatica per indirizzare la donna e la coppia lungo un percorso appropriato di controlli e di prevenzione e promuovere l’adozione di corrette abitudini sessuali a tutte le età”, ha spiegato Carlo Maria Stigliano, AOGOI, Direttore Scientifico del Master.

Una comunicazione efficace deve fondarsi su basi rigorosamente scientifiche ma al tempo stesso essere facilmente comprensibile.

Nell’ambito dello screening e delle patologie HPV-correlate, ad esempio, i ginecologi devono essere in grado di spiegare in maniera chiara i risultati di difficile comprensione riportati nei referti e rassicurare le donne sul successivo percorso di cura, evitando di generare inutili ansie”, ha affermato Vito Trojano, presidente emerito AOGOI e vice presidente SIGO.

Una comunicazione efficace medico-paziente  concorre inoltre ad accrescere la fiducia e la percezione della professionalità dello specialista e della struttura sanitaria cui la donna si rivolge ed evita inutili contenziosi in sanità” – prosegue Vito Trojano.

Non soltanto il confronto aperto con le donne, ma anche il dialogo attraverso i nuovi media è parte integrante di una comunicazione efficace e di un percorso di educazione alla sessualità.

È importante esplorare anche la Rete e la nuova sfera dei Social dove il medico può trovarsi ad interagire con le donne, soprattutto le più giovani, alla ricerca di informazioni per sciogliere dubbi e perplessità su sessualità e salute al femminile. Facebook, Twitter, Whatsapp sono ormai diventati strumenti imprescindibili per relazionarsi con le pazienti e rispondere ai loro quesiti, e proprio per questo l’utilizzo delle nuove tecnologie comunicative sarà al centro del percorso formativo offerto ai ginecologi”, ha spiegato Mauro Ferraresi, IULM, Direttore Scientifico del Master.

I recenti episodi di disinformazione e le polemiche sulle vaccinazioni non hanno fatto altro che sottolineare l’importanza della buona comunicazione di cui i ginecologi devono farsi promotori. Una comunicazione diretta e franca con le pazienti: con le pazienti più giovani che si affacciano alle prime esperienze sessuali, con i genitori dei giovani adolescenti per fare corretta informazione sulle possibilità di prevenzione offerte, ad esempio, dalle vaccinazioni, infine con le donne adulte e i loro partner per promuovere una sessualità e una genitorialità consapevole”, ha affermato Antonio Chiàntera, segretario nazionale AOGOI.

Ufficio stampa AOGOI 

Servono più vaccinazione e screening per sconfiggere le patologie da HPV

Il papillomavirus umano (HPV) è responsabile, oltre che del carcinoma della cervice uterina, di quasi tutti i carcinomi dell’ano e di circa la metà di quelli del pene, di alcuni tumori di testa e collo, e della quasi totalità delle condilomatosi floride anogenitali. Per questo motivo, l’opzione di vaccinare entrambi i sessi, oltre a proteggere direttamente anche i maschi dalle gravi patologie da HPV, garantisce la possibilità di interrompere la trasmissione del virus con maggiore efficacia e può contribuire ad aumentare l’adesione ai programmi vaccinali.

Il messaggio però deve essere chiaro e univoco: solo vaccinazione e screening insieme sono in grado di sconfiggere il cancro del collo dell’utero e ridurre significativamente l’incidenza delle altre patologie extra-uterine connesse all’infezione da HPV. Questo è il messaggio da diffondere innanzitutto agli operatori sanitari e ai decisori in tema di salute pubblica. Senza la loro convinta e condivisa collaborazione, infatti, si corre il rischio di lasciare spazio alla disinformazione e ai falsi miti che viaggiano sulla Rete, a discapito della salute della popolazione, soprattutto dei più giovani. L’impegno delle Istituzioni e della comunità scientifica deve essere quello di farsi promotori e garanti di informazioni chiare, sintetiche, comprensibili e scientificamente supportate.

In tal senso AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) è da anni impegnata a far comprendere ai cittadini e ai medici l’importanza di questa novità epocale della vaccinazione anti-HPV che consente la prevenzione efficace del carcinoma della cervice uterina e delle altre patologie HPV-correlate. La disponibilità di un vaccino contro i tipi di papillomavirus responsabili di gravi patologie, non solo a carico dell’apparato genitale maschile e femminile, rappresenta un enorme vantaggio in termini di salute pubblica e di riduzione dei costi sanitari per la cura di queste patologie. È tuttavia indispensabile ampliare la copertura vaccinale attraverso una capillare azione di informazione alla popolazione e di formazione del personale sanitario.

Il successo del nuovo vaccino 9-valente contro l’HPV dipenderà dalla capacità dei ginecologi e degli altri operatori sanitari coinvolti di comprendere e far comprendere l’importanza di questa grande iniziativa di prevenzione nella sua valenza e nei suoi aspetti sanitari e sociali.

Ufficio stampa AOGOI 

VIVERE CON L’ENDOMETRIOSI

L’endometriosi è una malattia tanto dolorosa quanto sconosciuta. Colpisce milioni di donne in tutto il mondo – si calcola che ne soffra una su dieci – ed è una delle principali cause di infertilità. Si verifica in presenza di endometrio al di fuori della cavità endometriale ed è caratterizzata da forti dolori durante le mestruazioni o da dolore pelvico cronico, che può essere invalidante.

Per le donne che soffrono di endometriosi e che vogliono affrontare i propri problemi di infertilità, la medicina riproduttiva può rappresentare una strada da intraprendere alla luce degli elevati tassi di successo che caratterizzano queste tecniche. La vitrificazione degli ovociti rappresenta la migliore garanzia per le donne di poter realizzare il proprio sogno di diventare madri in futuro, anche per quelle che devono sottoporsi ad intervento chirurgico che potrebbe comprometterne la fertilità.

Negli ultimi dieci anni più di 8.500 donne si sono rivolte a IVI per risolvere problemi di fertilità derivanti da endometriosi e queste rappresentano il 10% delle pazienti.

Secondo la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma, negli ultimi tempi l’approccio clinico verso questa malattia sta cambiando:

Non vi è stato alcun progresso nel trattamento e nella cura dell’endometriosi negli ultimi venti anni. La differenza è che ora è più facile diagnosticare la malattia e avviare così l’inizio del trattamento; questo, di fatto, aiuta a migliorare la qualità di vita delle donne affette da endometriosi” – afferma la Dottoressa Galliano.

Un tempo potevano passare fino a sei anni prima che ad una donna venisse riscontrata e diagnosticata l’endometriosi e pochi medici la trattavano” – aggiunge la Dottoressa Galliano.

In effetti, l’età media in cui la malattia viene rilevata si registra ai 27 anni e si stima che il 70% delle donne con questa condizione abbia ricevuto in precedenza una diagnosi errata. La mancanza di informazione e di consapevolezza sociale di questo problema fanno sì che molte di queste donne si sentano sole e incomprese di fronte al dolore.

Dal 2015 IVI può contare nelle proprie cliniche su unità specifiche per la cura dell’endometriosi. Una diagnosi ed un corretto trattamento e follow-up, sia medico che psicologico, assicurano che le pazienti si sentano supportate e comprese.

Secondo la Dottoressa Galliano

ci sono pochi medici specializzati nel trattamento chirurgico di queste pazienti. Molte donne, per paura di un intervento chirurgico, preferiscano controllare il dolore con compresse e altri farmaci, ma a volte l’opzione migliore è proprio una corretta operazione chirurgica”.

La Dottoressa Galliano assicura che

l’ideale è la creazione di centri di riferimento per l’endometriosi in cui siano presenti buoni radiologi che sappiano diagnosticare la malattia, ottimi chirurghi che possano operare, e un gruppo di psicologi che aiutino le pazienti con il dolore e a migliorare la loro qualità di vita“.

 

L’endometriosi | Questa malattia cronica si verifica quando l’endometrio – la parte che riveste l’utero e che è evidente in ogni ciclo mestruale – rifluisce attraverso le tube di Falloppio con mestruazioni fino al bacino, e in quella zona crea aderenze alle tube e alle cisti nelle ovaie. Questo tessuto continua a reagire alle variazioni ormonali che si verificano in ciascun ciclo, cosa che provoca gonfiore negli organi in cui si trova. L’intero processo dà luogo a emorragia interna, rottura dei tessuti e infiammazione degli organi colpiti, che porta a forti dolori, problemi intestinali, aderenze e infertilità.

L’importanza di una buona diagnosi | L’endometriosi è una malattia cronica: è quindi importante diagnosticarla in tempi brevi e che venga trattata in modo appropriato. Dal momento che può peggiorare, è importante che le donne abbiano tutte le informazioni possibili fin dall’inizio e che non ritardino troppo la maternità. Anche se dipende dall’età e dal contesto clinico, si stima che nei casi di endometriosi, non importa se moderata o grave, il tasso di gravidanza naturale per ciclo sia inferiore al 2% (da 2 a 4,5% in casi più lievi), ben al di sotto del 20% delle donne che non soffrono di questa malattia. In quei casi che presentano più sintomi si raccomanda l’uso di farmaci palliativi fino ad arrivare, se necessario, ad una chirurgia pelvica per rimuovere le lesioni; anche se ci sono casi in cui è necessario rimuovere parti delle ovaie o tutte le ovaie te, diminuendo così la fertilità della paziente.

 



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