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L’onda dell’innovazione in Oncologia

Anche senza l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), il cielo dell’innovazione farmaceutica è azzurro sopra Milano (e sul resto d’Italia). Attualmente sono oltre 300 i prodotti biotech in fase di sviluppo da parte di aziende farmaceutiche italiane. Tre terapie avanzate su 6 autorizzate in Europa sono di matrice italiana. Nel 2016 le aziende italiane hanno investito in Ricerca e Sviluppo 1.470 milioni di euro, con un incremento del 3,9% rispetto al 2015. Tra il 2000 e il 2015 in Italia sono stati condotti circa 10.700 studi clinici.

Una delle aree di maggior innovazione è l’oncologia: ogni giorno in Italia oltre 1.000 persone si ammalano di cancro e centinaia di ricercatori lavorano per mettere a punto terapie in grado di migliorare ulteriormente la sopravvivenza, passata dal 39% degli anni 1990-94 al 54% degli anni 2005-2009 per gli uomini e dal 55% al 63% per le donne. L’Italia è – in base al numero delle citazioni e all’H-Index (il criterio utilizzato a livello internazionale per valutare impatto scientifico di un autore e prolificità delle sue pubblicazioni) – tra i primi 5 Paesi al mondo per qualità delle pubblicazioni scientifiche e al quarto posto nella ricerca oncologica.

Le condizioni perché l’innovazione, anche in oncologia, sia garantita ci sono tutte: alta tecnologia, formazione e ricerca preclinica. Il vero punto debole, per l’Italia, sono i tempi dilatati nei quali l’innovazione arriva ai pazienti: un vero anacronismo, di fronte dell’accelerazione della ricerca, legata all’avvento delle terapie target e della medicina personalizzata. Intanto, però, il ciclo di vita dei farmaci si “allunga”: oggi la fase che segue l’immissione in commercio è considerata sempre più importante per capire se un farmaco può avere ulteriori indicazioni o come migliorarne la somministrazione e gli effetti collaterali.

Duplice, in questo nuovo scenario, il compito dei media: spiegare l’importanza di seguire il farmaco in tutte le fasi del suo lungo ciclo di vita, che va ben oltre i riflettori che accompagnano la fase del lancio. E mettere in evidenza il valore del “fattore tempo” per non perdere i vantaggi legati all’accelerazione dell’innovazione.

Come farlo è il tema del Corso di formazione Professionale “Il ruolo dei media nella divulgazione dell’innovazione in oncologia”, promosso dal Master di I livello “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Ipsen, Pfizer e Roche.

Se in passato per sviluppare un farmaco occorrevano quasi 15 anni, adesso una nuova molecola può arrivare nella pratica clinica in un tempo molto più breve, meno di 3-5 anni la rivoluzione della genomica è stata cruciale: la scoperta delle basi genetiche del cancro e la possibilità di identificare dei bersagli su cui costruire un farmaco ha reso possibile la personalizzazione delle terapie e ha moltiplicato le possibilità. Il numero dei farmaci sta crescendo esponenzialmente con l’aumentare delle nicchie di pazienti che potranno beneficiare di ogni singolo specifico farmaco innovativo” – afferma Giuseppe Curigliano, Direttore della Divisione Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

L’accelerazione del ciclo di sviluppo e le aspettative che genera l’innovazione cambiano anche il rapporto dei pazienti con la ricerca. Oggi la ricerca intesa come innovazione è divenuta da parte dei pazienti una richiesta di assistenza.

L’efficacia dei nuovi farmaci fa sì che i pazienti considerino fondamentale partecipare già a studi clinici di Fase I, visti come un’opportunità per avere accesso ai farmaci nuovi prima che vengano immessi in commercio l’innovazione, insomma, sta diventando parte del care e come tale deve essere riconosciuta anche dalle istituzioni. D’altra parte, un farmaco innovativo che ha bersagli molecolari o è in grado di attivare l’immunità contro il tumore può realmente prolungare la vita del paziente. Tuttavia, quando i pazienti dipendono per la loro sopravvivenza da un farmaco spesso dipendono anche da quello che il farmaco rappresenta: accessi frequenti in ospedale, visite, esami, somministrazioni, e sono vincolati ad un rapporto continuativo con l’ospedale. Tutto questo ha risvolti positivi dal punto di vista medico ma ha un enorme impatto sulla qualità di vita dei malati e sull’organizzazione sanitaria” – dice Filippo de Braud, Direttore di Oncologia Medica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano.

Mentre i pazienti chiedono di anticipare sempre di più l’accesso alle cure, a fronte della vorticosa accelerazione dello sviluppo di nuovi farmaci, in Italia fa da contrasto il collo di bottiglia, e il conseguente rallentamento, dei tempi di approvazione. Nel nostro Paese il tempo richiesto per l’accesso al mercato dopo l’autorizzazione EMA è vicino ai 12 mesi, con un divario rilevante rispetto ad altri importanti Paesi. A creare il gap è l’elevato numero di vincoli burocratici e duplicazioni di adempimenti regionali e locali compiuti affinché il nuovo farmaco diventi effettivamente prescrivibile e utilizzabile. I tempi necessari per le autorizzazioni regionali variano tra Regioni da 31 a 293 giorni in media. Inoltre per i farmaci innovativi si pone il problema della sostenibilità, che può comportare interventi per limitare l’accesso a determinate molecole. Come risultato, l’uso in terapia dei nuovi farmaci, misurato in termini di consumi pro-capite, resta più basso che nei maggiori Paesi dell’Unione Europea (19% in meno di farmaci lanciati tra il 2012 e il 2016).

Ma l’approvazione è solo l’inizio: una volta immesso sul mercato, il farmaco “giovane adulto” entra nella sua vita matura e nella fase chiamata “gestione del ciclo di vita”.

Il farmaco innovativo uscito dalla fase di sperimentazione controllata entra nel mondo reale, dove i pazienti sono assai più complessi in questa fase la cosa più importante è tener d’occhio il cambiamento di contesto perché potrebbero emergere rischi che non si sono manifestati chiaramente durante la sperimentazione. Questa fase di impiego controllato, di post-marketing del farmaco, può durare alcuni anni durante i quali il farmaco immesso in commercio continua ad essere osservato speciale anche grazie al meccanismo della farmacovigilanza che richiede segnalazioni spontanee, base per ulteriore studio del farmaco se diventano numerosi”– dichiara Carlo Alberto Tondini, Direttore dell’Unità di Oncologia dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

La vita matura di un farmaco è altrettanto interessante di quella “giovane”. Accanto alla gestione del ciclo di vita si affiancano gli studi di Fase 4 che permettono ai ricercatori di affinare la loro conoscenza sul farmaco, di confrontarlo con altri prodotti già presenti sul mercato, di valutare i suoi effetti a lungo termine, e di determinare il rapporto costo-beneficio del farmaco rispetto ad altri in commercio. Molto importante è la farmacovigilanza per valutare in maniera continuativa tutte le informazioni relative alla sicurezza dei farmaci fino al passaggio, una volta scaduto il brevetto, allo standard di farmaco equivalente o a quello di biosimilare, che richiede evidenze di comparabilità sugli effetti clinici nell’uomo, soprattutto per quanto riguarda gli anticorpi monoclonali, di cui non si conoscono perfettamente i complessi meccanismi di azione.

Una fase particolarmente importante, quella della vita del farmaco “maturo”, anche perché può avvalersi su larga scala di un aspetto determinante: l’esperienza diretta dei pazienti.

Esiste, ormai da qualche tempo, una “scienza laica” i cui titolari sono i pazienti e gli ex pazienti. Una scienza che non si può studiare su alcun libro di testo, perché deriva dall’esperienza diretta di chi vive o ha vissuto sulla propria pelle la malattia il coinvolgimento dei pazienti, ex pazienti e loro rappresentanti, può contribuire significativamente a spostare la discussione su un piano più concreto e centrato sui reali bisogni delle persone, con particolare attenzione a effetti collaterali dei farmaci e qualità della vita”afferma Davide Petruzzelli, Presidente Associazione Lampada di Aladino Onlus – Assistenza malati oncologici.

L’invito rivolto ai media è quindi quello di seguire il farmaco lungo tutto il suo ciclo di vita: non solo la fase di lancio, con tutte le aspettative e i clamori che genera, ma anche quella “matura” in cui una molecola può avere ancora molto da dire ai ricercatori e molto da dare ai pazienti.

Diabete 1 e 2, i due volti di un’emergenza sociale

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È una vera e propria pandemia, quella del diabete, con circa 400 milioni di pazienti diagnosticati nel mondo, un numero imprecisato di casi sommersi e un incremento delle diagnosi stimato del 20% entro il 2030. Un’emergenza sociale e sanitaria anche per l’Italia, dove si stimano oltre 3 milioni di pazienti. Nel nostro Paese il diabete assorbe il 10% della spesa sanitaria (Osservatorio ARNO 2015), costi legati per oltre il 50% alle ospedalizzazioni rese necessarie dalle complicanze, che determinano ogni anno 12.000 ricoveri per 100.000 pazienti.

Le importanti innovazioni terapeutiche degli ultimi anni, insieme alla diagnosi precoce, sono elementi cruciali per controllare meglio le complicanze, ma è altrettanto importante favorire un cambiamento di rotta da parte dei pazienti affinché imparino a gestire quotidianamente la patologia attraverso l’aderenza alla terapia e l’adozione di stili di vita adeguati. Specialisti, decisori, associazioni, mass media non devono “lasciare soli” i pazienti diabetici e devono capire il drammatico impatto che hanno tanto il diabete di tipo 1, che cambia il corso della vita di bambini e adolescenti, quanto quello di tipo 2, che insorge in età adulta ed è spesso associato ad altre patologie.

È questo il tema del Corso di Formazione Professionale “I due volti del diabete. Raccontare la patologia oggi tra innovazione, sostenibilità e bisogni del paziente”, promosso dal Master della Sapienza Università di Roma ‘La Scienza nella Pratica Giornalistica’, con il supporto di Eli Lilly.

Il diabete è un’emergenza socio-sanitaria che mette a rischio la sostenibilità dei sistemi economici, al punto che l’ONU ha considerato questa patologia una minaccia per tutte le società, inclusi i Paesi in via di sviluppo dove il paziente si presenta al medico già con le complicanze, cui sono associati nei Paesi occidentali il 60-70% dei costi diretti occorre una strategia forte di prevenzione primaria improntata a correggere lo stile di vita e la dieta ma volta anche ad ottenere una diagnosi precocissima, con screening della popolazione a rischio: persone sopra i 45 anni con più di un fattore di rischio (obesità, ipertensione, ipercolesterolemia) e con un diabetico in famiglia” – ha dichiarato Francesco Dotta, Direttore U.O. di Diabetologia, Dipartimento di Medicina Interna, Endocrinologia e Metabolismo del Policlinico “Le Scotte”, Università di Siena.

Il diabete di tipo 2 è una malattia complessa e complesso è il suo trattamento che con il passare degli anni di malattia si evolve passando da una terapia orale alla terapia iniettiva, da una terapia combinata alla politerapia. Il trattamento del diabete di tipo 1 si basa sulla terapia insulinica con iniezioni giornaliere multiple o con infusione sottocutanea continua. L’obiettivo è normalizzare i valori glicemici e di emoglobina glicata e ridurre quanto più possibile le ipoglicemie, in particolare quelle notturne.

Nel diabete di tipo 1 ad insorgenza giovanile le nuove terapie, insieme ad una diagnostica meno invasiva, hanno migliorato la qualità di vita dei pazienti: il monitoraggio della glicemia con la puntura al dito è ormai obsoleto, il paziente collabora di più, conosce la sua patologia, si verificano meno ipoglicemie e si riesce ad aggiustare la terapia insulinica un’ampia gamma di insuline, tra cui le insuline biosimilari, permettono un controllo ottimale, rispetto a solo qualche anno fa, grazie al quale si riesce a prevenire le complicanze. Anche nel diabete di tipo 2 l’armamentario terapeutico è sempre più articolato: danno buone risposte i nuovi farmaci come gli analoghi GLP-1 che sono efficaci e vengono somministrati sottocute una volta a settimana; ci sono poi i farmaci glicosurici che favoriscono l’eliminazione del glucosio, in compresse, estremamente efficaci nel ridurre l’emoglobina glicata e la mortalità” – ha affermato Paolo Pozzilli, Professore Ordinario di Endocrinologia, Direttore U.O.C. di Endocrinologia e Diabetologia, Università Campus Biomedico di Roma.

L’impatto del diabete di tipo 2 è aggravato dalla circostanza che spesso il paziente diabetico è afflitto da almeno due, tre patologie associate e, dopo alcuni anni di malattia non controllata, da complicanze più o meno severe. Fondamentali, quindi, la gestione integrata della malattia, una rigorosa appropriatezza prescrittiva per ottenere i maggiori benefici clinici ed evitare spreco di risorse, ma anche una scrupolosa aderenza alla terapia da parte del paziente, che può evitare o ridurre le complicanze.

A monte di tutto questo però va riaffermato il diritto del paziente di poter fruire delle cure migliori insieme al fatto che, per garantire equità, servono risorse umane, economico-finanziarie, organizzative e tecnologiche l’idea di una sanità che dà tutto a tutti è fuorviante, bisogna assicurare la cura giusta al paziente giusto, e il SSN deve vigilare affinché l’equità di accesso sia concretamente garantita, e deve verificare l’innovazione, perché non tutto è innovativo” – ha osservato Dario Sacchini dell’Istituto di Bioetica e Medical Humanities, Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Per essere protagonista del proprio percorso di cura, il paziente è chiamato ad aderire scrupolosamente alle prescrizioni terapeutiche ma anche a controllare il proprio stile di vita, la dieta e la terapia. Uno sforzo che deve essere sostenuto dal Servizio sanitario, dai medici, dalla famiglia considerando l’impatto anche psicologico che hanno le complicanze.

Alcuni studi dimostrano come un diabetico su due si senta abbandonato dal SSN mentre un paziente su tre si sente depresso i bisogni primari del diabetico giovane e adulto sono di carattere sanitario e sociale: al primo posto la consapevolezza e la responsabilizzazione indispensabili per permettere al paziente di condurre una vita senza restrizioni e gestire la malattia scongiurando il rischio di complicanze; poter contare su un contesto famigliare e sociale che lo accolgano e ne favoriscano l’inclusione. Fondamentali sono il tempo e la professionalità messi a disposizione dagli operatori sanitari, che devono educare il paziente a gestire la propria malattia; infine, occorre un “medico istruttore più che prescrittore”, requisito essenziale insieme all’accesso a farmaci e tecnologie innovativi” – ha sottolineato Gianni Lamenza, Presidente dell’Associazione Diabete Italia.

Le Associazioni dei pazienti oggi lavorano affinché ogni diabetico possa avere le cure migliori e al tempo stesso si impegni a mantenere un’aderenza ottimale alle terapie prescritte.

Non ci possono essere diritti senza doveri. Spesso i diabetici reclamano i primi dimenticando i secondi il paziente ha diritto ad accedere alle cure ma ha il dovere di curarsi; il paziente che non si cura crea un grosso problema a se stesso e alla collettività. Non aderire ad un percorso terapeutico significa sottrarre risorse necessarie ad altri malati e provoca un danno incommensurabile verso se stessi e verso la propria famiglia. Il lavoro che noi come Associazione dobbiamo fare d’ora in avanti è quello di adottare strategie per recuperare quante più persone possibile alla responsabilità e alla consapevolezza della propria malattia per sviluppare empowerment verso se stessi e gli altri. Basta rivendicare. È tempo di non subire più questa pandemia con rassegnazione. Il diabete è una malattia controllabile. Il sogno delle Associazioni, di smettere di curare il diabete, è realizzabile” – ha asserito Rita Lidia Stara, Presidente Diabete Forum.


PRO Format Comunicazione

Premio giornalistico “Riccardo Tomassetti”: la ricerca sull’HIV protagonista della settima edizione

Premio Giornalistico Tomassetti

È una giovane giornalista ad aggiudicarsi l’edizione di quest’anno del Premio giornalistico “Riccardo Tomassetti”, riservato ai giornalisti under 35 che contribuiscono a promuovere in Italia la conoscenza sui temi della cultura e dell’innovazione medico-scientifica. Rosita Rijtano, ha conquistato la maggioranza dei consensi della giuria con un servizio dedicato all’HIV e alla ricerca di base per sconfiggere l’infezione.

Dedicato alla memoria di Riccardo Tomassetti, brillante giornalista scientifico scomparso nel 2007 a soli 39 anni, il Premio è promosso dal Master “Le Scienze della vita nel Giornalismo e nei rapporti Politico-istituzionali (SGP) della “Sapienza” Università di Roma, con il sostegno di MSD Italia.

“Ricerca, innovazione e futuro in Virologia” era il tema del Premio che in questa edizione ha concentrato la sua attenzione sulle patologie virali, malattie nelle quali l’informazione gioca un ruolo strategico sia per rallentarne la diffusione che per promuovere la conoscenza dei grandi progressi ottenuti dalla ricerca, impensabili fino a qualche anno fa.

Tra le aree di ricerca di maggior successo, oltre a quella legata al trattamento dell’infezione da HIV, c’è sicuramente l’epatite C, patologia per la quale la possibilità di una cura radicale si avvicina sempre più e in un prossimo futuro si affacceranno nuove possibilità terapeutiche efficaci per tutti i genotipi HCV con protocolli di cura semplici e facili da gestire.

L’impegno di MSD in virologia vanta una storia trentennale costellata da successi importanti con la scoperta di vere e proprie pietre miliari che hanno cambiato l’approccio alle patologie virali e soprattutto l’aspettativa e la qualità di vita per i pazienti.

Il Premio giornalistico “Riccardo Tomassetti” è un contest tutto italiano che dal 2008 diffonde la cultura scientifica e la conoscenza su ricerche e terapie in grado di far compiere un salto evolutivo alla salute e alla cura delle prossime generazioni, con un focus sulle patologie virali.

Rosita Rijtano è la vincitrice della VII edizione del Premio con “Aids, un vaccino da bere: test positivi sulle scimmie” pubblicato su Repubblica.it, con la seguente motivazione: per aver realizzato un articolo giornalistico chiaro nell’esposizione e misurato nelle dichiarazioni, sia nella valutazione delle notizie sia nelle proporzioni della costruzione del pezzo. La giuria ha particolarmente apprezzato l’equilibrio del messaggio e lo sforzo di approfondimento che hanno reso il servizio giornalistico privo di retorica.

PRO Format Comunicazione

La SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale) a difesa della gioventù contro la cattiva informazione

giornate pediatriche siracusane 2014

Chi è senza colpa lanci la prima pietra: peccato che il rischio di lapidazione lo corra il minore, vittima di una cattiva informazione che ferisce soprattutto la crescita psicofisica di bambini e ragazzi. A dichiarare la propria colpevolezza sono stati pediatri e giornalisti in un inedito confronto che si è tenuto a Siracusa durante il convegno «Le nuove giornate pediatriche siracusane», organizzate da Carlo Gilistro dal 3 al 5 luglio scorso.

Il «mea culpa» è arrivato direttamente dai massimi rappresentanti delle due istituzioni, Enzo Iacopino per l’Ordine dei giornalisti e Giuseppe Di Mauro per la Società di pediatria preventiva e sociale, per la prima volta faccia a faccia per costruire un’alleanza nell’interesse dei più piccoli.

I bambini cominciano a nutrirsi di tv dall’età di un anno, sono carte assorbenti dove il sistema neuronale viene modellato passivamente, creando effetti che possono essere devastanti” – ha introdotto i lavori Gilistro, presidente del congresso.

E Iacopino non ha esitato ad assumersi la responsabilità della violazione quasi quotidiana delle basilari norme deontologiche, citando esempi di articoli pubblicati nei giorni scorsi:

Dobbiamo renderci conto che l’informazione è alimento per la crescita della coscienza delle persone – ha dichiarato – e può avere nei giovani effetti pesanti, ma ricordiamoci anche la fondamentale funzione del giornalismo a difesa degli stessi pazienti, come quando ha denunciato gli scandali di cliniche che approfittavano delle patologie per arricchirsi sulla pelle dei malati”.

Dal canto loro, sono stati gli stessi pediatri a chiedere aiuto alla stampa per trasmettere le giuste informazioni.

Noi pediatri abbiamo l’obbligo di apprendere le tecniche migliori per comunicare nel miglior modo possibile con il bambino e con la sua famiglia, perché la comunicazione è lo strumento per instaurare un buon rapporto medico-paziente, è la premessa per creare quel rapporto di fiducia reciproca indispensabile per la compliance del paziente stesso nei confronti delle cure” – ha aggiunto Di Mauro.

Insomma, «un incontro fondamentale per la pediatria, la neuropsichiatria e per il giornalismo italiano, fondamentali settori della società che hanno lavorato congiuntamente, hanno messo il bambino al centro delle proprie attenzioni attraverso l’arte e la musica ed hanno analizzato quanto la notizia possa influire sulla crescita psicologica delle giovani generazioni».

Il percorso ora è avviato, si tratta di proseguire sulla strada intrapresa con incontri futuri, «e Siracusa con le Nuove giornate pediatriche e le Feste Archimedee si candida a diventare un appuntamento annuale di verifica» ha concluso Carlo Gilistro.

 

GAS Communication

Al via la prima edizione del Fertility 2.0 Award

Fertility 2.0 Award

Al via la prima edizione del Fertility 2.0 Award, un premio dal carattere fortemente innovativo promosso da Merck Serono S.p.A.

Il Fertility 2.0 Award intende riconoscere l’importanza di una corretta diffusione su Internet delle conoscenze sulla fertilità e sulla prevenzione dell’infertilità e, al contempo, premiare coloro i quali danno un contributo importante alla divulgazione di questi temi, attraverso la condivisione sul Web delle proprie esperienze.

Nella lotta all’infertilità – sottolinea Antonio Messina, Presidente ed Amministratore Delegato di Merck Serono S.p.A  – è importante che le coppie sviluppino un approccio consapevole alla preservazione del loro potenziale riproduttivo e si pongano in maniera responsabile di fronte alla scelta del momento in cui cercare una gravidanza. In questo senso il ruolo dell’informazione è fondamentale e il contributo del web diventa sempre più importante”.

Il Fertility 2.0 Award si rivolge a due categorie: “Informazione giornalistica online”, diretta ai giornalisti, professionisti o pubblicisti, con articoli pubblicati su testate giornalistiche online registrate, e “Testimonianze e condivisione”, che si rivolge a tutti coloro che, pur non essendo professionisti dell’informazione, forniscono spunti di discussione e contributi di valore sul tema della fertilità, attraverso social network, blog, forum e siti internet[1].

A entrambe le categorie la Giuria del Fertility 2.0 Award assegnerà tre premi del valore di 2.000 euro ciascuno. Fra i giornalisti verranno premiati gli autori degli elaborati ritenuti più meritevoli che avranno affrontato il tema della fertilità e, in particolare, i seguenti argomenti:

  • I corretti stili di vita per la fertilità
  • Cause note e meno note dell’infertilità
  • Il fattore “età della donna”
  • Infertilità femminile e maschile
  • L’importanza di una diagnosi tempestiva e di una corretta informazione
  • La Procreazione Medicalmente Assistita

Per la categoria “Testimonianze e condivisione” saranno invece premiati: il miglior contributo pubblicato su un sito web o blog; il miglior post su un forum o sul social network Facebook; il miglior video (Youtube e Vimeo).

GAS Communication


[1] Le categorie nelle quali si può partecipare al premio e le specifiche esclusioni sono riportate in dettaglio nel bando scaricabile dal sito http://www.fertility20award.it

Comunicare la ricerca: al via la sesta edizione del Premio Grande Ippocrate

Premio Grande Ippocrate

 

Prende il via la sesta edizione del Premio Grande Ippocrate, prestigioso riconoscimento destinato ai ricercatori italiani che, oltre a eccellere nel lavoro scientifico, hanno saputo comunicare efficacemente al grande pubblico temi e risultati dei propri studi.

Fino al 7 aprile 2014 chi lo desidera potrà segnalare ricercatori a suo giudizio meritevoli del premio inviando una mail a info@grandeippocrateunamsi-novartis.it.

Il Premio Grande Ippocrate 2014 è anche sui social network. Per proporre candidature, rimanere aggiornati sulla loro evoluzione e per ogni ulteriore informazione sono infatti disponibili anche i profili Facebook, Linkedin e Twitter.

Oltre alle proposte che perverranno dalla rete, la giuria del premio, composta da giornalisti scientifici dell’Unione Nazionale Medico Scientifica d’Informazione (UNAMSI) e da esponenti del mondo accademico, valuterà quei ricercatori che, in base al curriculum e alle attività di divulgazione svolte, si siano distinti per la loro capacità di comunicare con il grande pubblico, attraverso i media.

Nato nel 2008 dalla collaborazione tra UNAMSI e Novartis, il Premio Grande Ippocrate si pone l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul valore della ricerca, in particolare nell’ambito delle scienze biomediche, e sul lavoro dei ricercatori. Consiste in un riconoscimento in denaro del valore di 10.000 euro, che viene consegnato al vincitore nel corso di una cerimonia di premiazione, alla quale prendono parte personalità del mondo universitario, economico e dei media.

Il Premio Grande Ippocrate continua nel suo percorso virtuoso per la promozione della ricerca attraverso l’impegno nella comunicazione al largo pubblico dei ricercatori. Possiamo sicuramente affermare che il Premio è divenuto un appuntamento importante nel panorama di tutte le iniziative in favore della ricerca nel nostro Paese. Il riconosciuto valore dei nostri premiati, che ci ha permesso d’incrementare la visibilità dell’iniziativa, dimostra che siamo sulla strada giusta, così come ci ha dimostrato anche Novartis, mantenendo il proprio impegno a sostegno di questo progetto.”, ha sottolineato Francesco Brancati, Presidente UNAMSI.

Richiamando l’attenzione sul valore della comunicazione, l’iniziativa pone l’accento su un’esigenza reale, che è quella di avvicinare sempre più il mondo medico/scientifico alle attese dell’opinione pubblica, e in particolare dei più giovani, rendendo ‘accessibili’ a questa e valorizzando i suoi obiettivi, le sue metodologie e i suoi risultati.

Nel promuovere anche questa sesta edizione del Premio Grande Ippocrate, Novartis conferma il suo impegno convinto nella diffusione di una cultura dell’innovazione, presupposto fondamentale per lo sviluppo economico e sociale del nostro Paese. È un impegno che decliniamo in molteplici progetti, realizzati in partnership con istituzioni pubbliche e con le università e i centri scientifici più autorevoli. Attraverso queste iniziative, contribuiamo a far emergere le eccellenze italiane nell’ambito della ricerca, con un’attenzione speciale ai giovani talenti, offrendo ad esse ulteriori opportunità di visibilità e di crescita.” – sottolinea Angela Bianchi, Head of Communications & Government Affairs di Novartis in Italia.

Nelle precedenti edizioni il Premio Grande Ippocrate è stato assegnato a ricercatori di fama e prestigio internazionale.

  • 2008: Sen. Elena Cattaneo, Senatrice a vita, Ordinario del Dipartimento di Bioscienze e Direttore del Centro Ricerche sulle cellule staminali Università degli Studi di Milano;
  • 2009: On. Ilaria Capua, parlamentare, Direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche Comparate dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie di Legnaro (PD);
  • 2010: Roberto Cingolani, Direttore dell’Istituto Tecnologico di Genova;
  • 2011: Paolo Gasparini, genetista medico, Università di Trieste/IRCCS Burlo Garofolo;
  • 2012: Antonio Giordano, Presidente del comitato scientifico del CROM, Centro Ricerche Oncologiche di Mercogliano, Direttore dello Sbarro Institute for Cancer Research and Molecular Medicine e Direttore del Centro di Biotecnologia College of Science and Technology –Temple University- Philadelfia.

Quest’anno la giuria è composta da: Alessandro Fiocchi, Responsabile Servizio di Allergologia, Dipartimento Medicina Pediatrica, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma; Roberto Ferrari, Direttore di Unità Operativa di Cardiologia e UTIC, Azienda Ospedale-Università degli Studi di Ferrara; Adriana Bazzi, inviato del Corriere della Sera; Francesco Brancati e Nicola Miglino, rispettivamente Presidente e Responsabile rapporti istituzionali di UNAMSI. Per Novartis fanno parte della giuria, senza facoltà di voto, Angela Bianchi, Head of Communications & Government Affairs e Gaia Panina, Chief Scientific Officer.

 

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