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Superata la fase di emergenza Covid-19, A.L.I.Ce. Italia fa il punto sulla situazione ictus in Italia

Nel corso della pandemia causata dal Covid-19, A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) ha più volte lanciato l’allarme a causa della notevole diminuzione del numero dei pazienti con ictus cerebrale arrivati nei Pronto Soccorso dei nostri ospedali, sottolineando, anche attraverso il video #lictusnonrestaacasa realizzato con il supporto dei maggiori esperti a livello nazionale, quanto sia importante non sottovalutare i sintomi che possono costituire “campanelli d’allarme” di questa patologia.

L’ictus cerebrale è una patologia tempo-correlata: i risultati positivi che possono essere ottenuti grazie alle terapie disponibili (trombolisi e trombectomia meccanica) dipendono, infatti, dalla tempestività con cui si interviene. È dunque fondamentale riconoscere il prima possibile i sintomi e chiamare immediatamente il 112 (118) in modo da poter arrivare rapidamente negli Ospedali attrezzati per la cura della patologia. In questo modo è, di fatto, possibile ridurre il rischio di mortalità, ma soprattutto gli esiti di disabilità, spesso invalidanti, causati da questa malattia.

La pandemia ha inevitabilmente e radicalmente mutato lo scenario dell’assistenza sanitaria nel nostro Paese: nonostante questo, le Unità Neurovascolari o Centri Ictus (Stroke Unit) sono riuscite a rispondere al meglio alla situazione di emergenza, garantendo percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci; hanno inoltre gestito i pazienti in totale sicurezza, istituendo corsie specifiche per il Covid-19 e mantenendo un distanziamento sicuro durante tutto il percorso clinico assistenziale.

Adesso che la situazione più critica sembra essere finalmente alle spalle, è assolutamente necessario che anche i posti letto che sono stati temporaneamente messi a disposizione per la terapia intensiva – dimostrando un autentico senso di appartenenza alla comunità ospedaliera – tornino “in possesso” delle Unità Neurovascolari.

Quello dell’adeguato numero di queste Unità di cura essenziali per i trattamenti della fase acuta, ma non solo, anche della riabilitazione precoce di chi ha subito l’ictus, così come del numero di posti letto per quegli abitanti che devono essere ricoverati “nel posto giusto e al momento giusto” è un tema particolarmente sentito dall’associazione che rappresenta i pazienti colpiti.

A.L.I.Ce. Italia Odv intende ancora una volta e con forza evidenziare la drammatica carenza che purtroppo si registra tuttora sul territorio nazionale, nonostante, già in base al Decreto del Ministero della Salute n. 70 del 2 aprile 2015 (Dm 70/2015) sia stata ufficialmente codificata la necessità di organizzare l’assistenza all’ictus cerebrale su due livelli. Il primo livello è quello dei centri dove è possibile effettuare la trombolisi, situati in ospedali con bacino d’utenza compreso fra 150.000 e 300.000 abitanti; il secondo livello è quello dei centri che si trovano negli ospedali con un bacino d’utenza compreso fra 600.000 e 1.300.000 abitanti, dove, oltre alla trombolisi, si possono effettuare anche i trattamenti endovascolari.

L’ampia differenza dei bacini d’utenza tiene conto delle realtà locali (orografiche, amministrative ecc.), ma facendo media sarebbero necessari un centro di primo livello ogni 200.000 abitanti e un centro di secondo livello ogni milione di abitanti. Quindi, prendendo in considerazione la popolazione del nostro Paese, in base al Decreto 70/2015 sarebbero necessari complessivamente circa 300 centri, di cui 240 con funzioni di I livello e 60 con funzioni di II livello.

Attualmente, invece, in Italia ci sono circa 200 Centri, l’80% dei quali è concentrato al Nord, lasciando così scoperte ampie aree che non sono quindi in grado di offrire una risposta sanitaria efficiente e adeguata alla gravità della patologia: i dati Istat ci confermano infatti che il tasso di mortalità per malattie cerebrovascolari in Sicilia è più del doppio rispetto a quello che si registra in Trentino Alto Adige.

Le Unità Neurovascolari hanno dimostrato di garantire una gestione ottimale del paziente con ictus tale da ridurre sia mortalità che invalidità residua se messe a confronto con strutture non specializzate e dedicate: riteniamo quindi fondamentale che vengano rapidamente ripristinate, ma soprattutto equamente e omogeneamente implementate, con l’obiettivo di avvicinarsi finalmente il più possibile ai rapporti numerici previsti dal Decreto Ministeriale 70/2015. Risulta infine evidente che ci sia un discreto margine di miglioramento anche per i Centri attuali, che auspicabilmente devono rendere sempre più efficaci le proprie procedure e prestazioni, mediante l’implementazione di un’organizzazione in rete, di efficienti percorsi extra e intra-ospedalieri e adeguato supporto dei servizi sul territorio. E’ necessario consentire a tutti i Cittadini di accedere alle medesime cure e trattamenti con la stessa professionalità ed efficienza nel minor tempo possibile e in ogni luogo del nostro Paese, evitando che cronicità e disabilità incidano sulla qualità di vita di interi nuclei familiari.

L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.

A.L.I.Ce. Italia Odv è una Federazione di associazioni di volontariato diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, senza scopo di lucro, democratiche, apolitiche le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato ed avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, avrà adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, l’Osservatorio Ictus ha presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese. Nel dicembre 2019, infine, l’Osservatorio Ictus ha presentato il “Manifesto sociale contro l’ictus”, una call to action in 10 mosse per richiamare l’attenzione delle Istituzioni sul lavoro fondamentale ancora da fare, con la necessità di far collaborare Istituzioni, cittadini e società scientifiche.


Livelli di troponina I cardiaca ad alta sensibilità e previsione di insufficienza cardiaca

Uno studio condotto su più di 48.000 persone senza anamnesi di ictus, infarto miocardico o insufficienza cardiaca ha rafforzato e superato le precedenti evidenze secondo cui l’aggiunta di biomarcatori cardiaci ai fattori di rischio standard possa affinare la previsione a lungo termine del rischio di insufficienza cardiaca incidente.

Nella fattispecie a fare la differenza sono le soglie sesso-specifiche della troponina-1 misurata con esami ad alta sensibilità (hs-cTn1), specialmente se integrati con i livelli di peptide natriuretico atriale (NT-proBNP).

Entrambi questi marcatori potrebbero essere utili ai fini della previsione dei rischi futuri, come affermato dall’autore Dirk Westermann del centro cardiovascolare universitario di Amburgo.

L’analisi, che è in linea con altre effettuate in questo campo, dimostra che un lieve incremento nell’hs-cTn1 è importante e dovrebbe essere seguito da altri test, che dovrebbero comprendere la registrazione dell’anamnesi clinica e la ricerca di segni e sintomi di patologie cardiovascolari, o anche un ecocardiogramma nei soggetti ritenuti ad alto rischio.

Rimane da accertare se lo screening dei biomarcatori sia utile a livello della popolazione, ma potrebbe essere già utile controllare soggetti ad alto rischio senza patologie cardiovascolari conclamate, dato che misure preventive potrebbero ridurre il rischio di insufficienza cardiaca incidente, specialmente nei più giovani.

E’ inoltre già stato dimostrato in numerosi studi sulla popolazione che maggiori concentrazioni di NT-proBNP e troponina ad alta sensibilità predicano il rischio di insorgenza dell’insufficienza cardiaca in popolazioni apparentemente non affette  da patologie, ma la presente indagine estende la comprensione del fenomeno fornendo dati relativi ad una popolazione molto ampia di pazienti ben caratterizzati e fornendo anche informazioni uniche sulla troponina valutata nello studio, dato che attualmente sono diversi esami ad alta sensibilità per la troponina.

Attualmente comunque non si dispone di infrastrutture o strategie per lo screening di soggetti apparentemente sani per il rischio di insufficienza cardiaca.

Ciò potrebbe divenire disponibile in futuro. Attualmente sussistono ampie evidenze della possibilità di individuare i pazienti a rischio, ma saranno necessari studi prospettivi a lungo termine per comprendere come limitare questo rischio.

Lo studio rappresenta un passo avanti in questo campo, avendo identificato i valori soglia di hs-cTn ai quali il rischio di insufficienza cardiaca incidente diviene di gran lunga maggiore.

Le grandi dimensioni dello studio hanno consentito di stabilire soglie distinte ed utilizzabili per screening e stratificazione del rischio in uomini e donne separatamente, dato che è stato dimostrato che il rischio cambia in base al sesso.

High-Sensitivity Cardiac Troponin I Levels and Prediction of Heart Failure – Results From the BiomarCaRE Consortium – Isabell Yan, Christin S. Börschel, Johannes T. Neumann, Ngoc A. Sprünker, Nataliya Makarova, Jukka Kontto, Kari Kuulasmaa, Veikko Salomaa, Christina Magnussen, Licia Iacoviello, Augusto Di Castelnuovo, Simona Costanzo, Allan Linneberg, Stefan Söderberg, Tanja Zeller, Francisco M. Ojeda-Echevarria, Stefan Blankenberg and Dirk Westermann – JACC: Heart Failure March 2020 DOI: 10.1016/j.jchf.2019.12.008

Agenti anticoagulanti orali non antagonisti della vitamina K in pazienti con fibrillazione atriale

La fibrillazione atriale rappresenta la più comune aritmia cardiaca associata ad un incremento del rischio di ictus e tromboembolia. L’anticoagulazione con antagonisti della vitamina K (VKA) o con i nuovi anticoagulanti orali (NOAC) rappresenta il cardine del trattamento farmacologico atto a ridurre il rischio di tromboembolia.

E’ stato condotto uno studio atto a fornire dati relativi al mondo reale provenienti da una grande nazione europea sull’uso dei NOAC nella fibrillazione atriale non valvolare (NVAF).

Dal database NOAC dell’AIFA sono stati tratti i dati relativi a 683.172 pazienti, di età media pari a 78 anni. Nel complesso i trattamenti impiegati erano in accordo con le attuali linee guida.

Circa un terzo dei pazienti è passato ai NOAC da un precedente trattamento con VKA. Nel 72,3% dei casi questi pazienti presentavano un INR labile all’atto della prima prescrizione.

Il NOAC maggiormente prescritto è stato il rivaroxaban, seguito da apixaban, dabigatran ed edoxaban. Il presente studio è stato il più ampio sinora condotto sui NOAC nel mondo reale in Europa, ed ha preso in considerazione tutti i pazienti italiani trattati con NOAC dal 2013, un terzo circa dei quali presentava fibrillazione atriale.

La popolazione arruolata consisteva in pazienti molto anziani ad alto rischio di eventi ischemici. I registri AIFA sono considerati strumenti consolidati che garantiscono l’appropriatezza della prescrizione e forniscono importanti informazioni per la guida del sistema sanitario nazionale tramite la raccolta di dati nel mondo reale.

Non-vitamin K antagonist oral anticoagulation agents in patients with atrial fibrillation: Insights from Italian monitoring registries. – Olimpieri PP, Di Lenarda A, Mammarella F, Gozzo L, Cirilli A, Cuomo M, Gulizia MM, Colivicchi F, Murri G, Gabrielli D, Trotta F. – Int J Cardiol Heart Vasc. 2020 Jan 23;26:100465. doi: 10.1016/j.ijcha.2019.100465. eCollection 2020 Feb.


Il canto unisce, la distanza non divide: il “contagio” del canto per ritrovare le parole perdute dopo l’ictus

C’è un contagio che non fa paura ed è quello che viene dalla musica. Ancora di più se diventa un “antivirus” fatto di condivisione e cura, elementi così preziosi in questo periodo che ci ha visto costretti a osservare norme precise di comportamento che hanno limitato le nostre attività, costringendoci a rimanere a casa.

E la musica è ciò che ha messo in contatto il “Coro degli Afasici” di A.L.I.Ce. Cuneo Odv (Associazione per la lotta all’ictus cerebrale) e l’ensemble la “Voce dell’Afasia” dell’Associazione “Musica e Cura” di Torino. Due cori speciali, costituiti da persone afasiche (che hanno cioè perso o ridotto la loro capacità di comunicare e di esprimersi) che ritrovano la parola grazie al canto e alla musicoterapia. I due cori si sono gemellati cantando a distanza, uniti dalle tecnologie, il brano “Mbele Mama”, un canto di origine africana che è un inno alla gioia e alla madre, intesa anche come pianeta Terra. Un inno alla vita che diventa messaggio di forte speranza ancora di più perché arriva da persone fragili che hanno saputo fare dei loro limiti una forza. La forza di superare le difficoltà, insieme, in musica, in coro. Perché il canto unisce e la distanza non divide.

Un videoclip in grado di veicolare messaggi che si moltiplicano come augurio speciale per il giorno della Festa della Mamma: “Un’associazione è come una mamma – dice Federico Carle, presidente di A.L.I.Ce. Cuneo Odv -: cura e si prende cura, lotta, assiste e supporta. Una mamma con la quale gioire: per questo l’inno alla madre “Mbele Mama” vuole essere il nostro augurio speciale a tutte le mamme e a tutti noi. Un grazie come auspicio a stare sempre e ancora di più insieme, in associazione, per lottare contro le difficoltà: il nostro sforzo deve essere congiunto. La lotta all’ictus deve proseguire ed essere fatta insieme, anzi, ‘in coro’”.

Il progetto del “Coro degli Afasici”, fortemente voluto dalla Federazione nazionale A.L.I.Ce. Italia, è una realtà presente ormai in diverse città: oltre a Cuneo anche Trieste, Genova, Ravenna, Firenze, L’Aquila ed è rivolto a coloro che, avendo già realizzato un percorso riabilitativo, vogliono affrontare e migliorare i disagi emotivi collegati alla propria esperienza di isolamento e depressione, conseguenze molto frequenti dell’ictus e dell’afasia.

Partecipare al Coro comporta non solo benefici di natura psicologica, ma si caratterizza anche per una specifica valenza terapeutica. Le persone afasiche, infatti, hanno difficoltà a parlare ma riescono quasi tutte ugualmente a cantare: questo è possibile perché musica e linguaggio verbale non si trovano nello stesso emisfero cerebrale. Il linguaggio si colloca nell’emisfero dominante, mentre la funzione musicale interessa l’emisfero non dominante. Questo è il motivo per cui una persona che non riesce ad articolare neanche le frasi più semplici, può con l’esercizio unire la propria voce a quella degli altri, anche solo sillabando.  

Il Coro rappresenta anche un importante e piacevole momento di socializzazione e di incontro tra le persone afasiche e i loro familiari o caregiver, perché in queste occasioni tutti possono “dare voce” al proprio vissuto. Con questa esperienza si rafforza anche l’autostima della persona, che, essendo in contatto con altre che hanno problematiche simili, si sente finalmente parte di un gruppo” – dichiara Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Odv.

Per la persona con afasia può essere difficile riuscire a seguire discorsi veloci, trovare le parole adatte da dire o comprendere frasi molto lunghe e complesse. Bisogna, innanzitutto, capire che convivere con chi ha un disturbo così grave può determinare cambiamenti di umore anche importanti e repentini e, quindi, sarebbe opportuno avere un atteggiamento rassicurante e positivo. La difficoltà di linguaggio non va interpretata come “rifiuto di parlare”: la persona afasica comunica come e quando può, riuscendo un attimo prima a dire una parola, ma subito dopo potrebbe manifestare difficoltà nell’esprimere efficacemente il proprio pensiero.

L’ictus cerebrale è una malattia grave e disabilitante, che ogni anno nel mondo colpisce circa 15 milioni di persone e rappresenta la terza causa di morte, la prima di invalidità e la seconda di demenza; nel nostro Paese sono circa 150.000 i soggetti colpiti e quelli che sono sopravvissuti, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione.

Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte dei cittadini dei fattori di rischio che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano la possibilità di incorrere in un ictus: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) possono evitare del tutto o migliorare spesso in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt’oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 (118) e quindi arriva negli ospedali idonei alla cura, dalla perdita di tempo intra-ospedaliera e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate e omogeneamente distribuite sul territorio nazionale.

#Restoacasa ma #Faccioginnastica: un’attività fisica costante e regolare riduce del 20% il rischio di essere colpiti da ictus

Passeggiare, salire e scendere le scale invece di prendere l’ascensore, utilizzare la bicicletta al posto dell’auto per gli spostamenti più brevi, ballare, fare lavori domestici e giardinaggio. Queste alcune delle attività che dovremmo compiere ogni giorno per mantenerci in salute, arrivando ai quei 30 minuti di attività fisica aerobica che sono sufficienti per sfruttare al meglio gli effetti protettivi del movimento.

L’attuale situazione di emergenza, però, ci obbliga ad osservare norme precise di comportamento che limitano le nostre attività e ci costringono a rimanere a casa. Le nostre possibilità di spostamento sono di conseguenza limitate: camera da letto, soggiorno, cucina e, per chi ne ha possibilità il giardino di casa. Se non continueremo a mantenerci attivi, purtroppo, non tarderanno a presentarsi risultati negativi: qualche chilo in più, molta fatica nel compiere qualsiasi attività anche quando questa non comporta sforzi fisici impegnativi.

Se poi la persona ha da tempo ulteriori problemi, legati ad una condizione di disabilità causata da un precedente ictus, la mancata possibilità di eseguire la fisioterapia quotidiana diventa un’ulteriore difficoltà da superare.

Oggi gli esperti suggeriscono di impostare e rispettare una nuova routine quotidiana, con orari e impegni fissi (o quasi) utili per preservare e migliorare il nostro benessere psico-fisico. Anche in questo periodo, l’attività fisica deve diventare un punto cardine delle nostre giornate: è infatti fondamentale mantenersi attivi e non perdere i vantaggi di un recupero raggiunto spesso con grande impegno, costanza e fatica. E’ sicuramente più difficile per le persone abituate a eseguire gli esercizi indicati sotto l’attenta guida dei professionisti (fisioterapisti, logopedisti, terapisti occupazionali …) perché manca un osservatore qualificato e attento che conosce le singole problematiche e che conduce l’esercizio, lo controlla e lo facilita. Come fare quindi in questo periodo? 

Con qualche accortezza possiamo tutti trasformare momenti di sedentarietà e inattività in brevi intervalli di esercizio.  Possiamo ad esempio salire le scale invece di prendere l’ascensore quando usciamo di casa per accompagnare il nostro familiare a fare la spesa, per andare in farmacia o per vincere semplicemente la pigrizia di rimanere in casa. Già questo può essere un buon inizio: l’utilità del gesto ci consente di muoverci, facendo qualcosa che é gratificante anche dal punto di vista psicologico. Per chi poi a casa possiede una cyclette, pedalare tutti i giorni per 30 minuti davanti ad un programma televisivo distensivo può essere una buona opzione da prendere in considerazione. Chi possiede un deambulatore e può camminare all’aperto, nel giardino di casa o nell’area intorno al proprio condominio, compie un’attività leggera che é anche un esercizio aerobico molto vantaggioso” – dichiara Caterina Pistarini, Direttore Neuroriabilitazione ICS Maugeri di Genova.

Agli anziani é stato raccomandato di evitare qualsiasi uscita. In questo caso muoversi in casa, partendo dalle semplici pulizie al riordino della casa, fare qualche piccola faccenda domestica a seconda delle proprie possibilità, è indicato per mantenersi in movimento e gestire lo stress. Esercizi raccomandati sono quelli per mantenere in attività le articolazioni delle braccia, delle spalle, degli arti inferiori e possono essere fatti senza grossi sforzi: alzare le braccia, le spalle, flettere le anche e le ginocchia.

Ci sono poi esercizi che mantengono allenate le nostre capacità intellettive e di comunicazione, la lettura, la scrittura: esistono programmi consolidati per mantenere attiva la nostra memoria e il linguaggio. E’ necessario che la persona mantenga i propri punti di riferimento con costanza e impegno: possiamo e dobbiamo, infatti, facilitare il ritorno alla nostra condizione di normalità quando questa situazione, così costrittiva, sarà auspicabilmente finita.

La scarsa attività motoria, oggi, è considerata tra i fattori di rischio più importanti per tutte le patologie cerebro-cardiovascolari, tra le quali l’ictus, e per le malattie croniche in generale quali diabete, obesità, neoplasie, depressione, osteoporosi. Uno stile di vita sano (smettere di fumare, raggiungere il peso forma, mangiare in maniera equilibrata e svolgere regolare attività fisica) incide notevolmente sull’aspettativa di vita, con ben 10 anni di vita in più senza malattie.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (World Health Organization) e la Federazione Mondiale del Cuore (World Heart Federation) hanno sollecitato tutti i governi e le società scientifiche a promuovere, anche con il supporto dei media, tutte le iniziative più idonee e attrattive per diffondere in tutta la popolazione il principio che l’attività fisica, abbinata a uno stile di vita sano, aiuta a prevenire queste patologie. E l’Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale raccoglie questo invito in occasione dell’importante appuntamento annuale che dedica alla prevenzione della malattia, istituzionalmente realizzato nel mese di Aprile (per maggiori informazioni visitare il sito www.aliceitalia.org in costante aggiornamento).

Sono numerose le evidenze scientifiche che sottolineano come il livello di attività fisica sia inversamente proporzionale alla mortalità per cause cerebro-cardiovascolari sia negli uomini che nelle donne, così come confermano che il rischio di morte conseguente a queste patologie sia di 5 volte maggiore nei soggetti inattivi rispetto a quelli molto allenati. L’attività fisica svolge insomma un ruolo molto importante sia come prevenzione primaria sia come prevenzione secondaria, per evitare cioè ricadute dopo un primo episodio.

Nonostante il periodo complesso che stiamo vivendo, la nostra Associazione vuole ribadire ancora una volta quanto sia davvero fondamentale riuscire a modificare tutte le ‘cattive abitudini’, adottando stili di vita adeguati. Seguire una alimentazione bilanciata e sana come quella prevista dalla dieta mediterranea, astenersi dal fumo, controllare la pressione arteriosa e limitare il consumo di alcol. Ben 8 ictus su 10 potrebbero infatti essere evitati seguendo questi consigli. Obiettivo della nostra Associazione è quello di focalizzare l’attenzione di tutti i Cittadini su questa opportunità, ribadendo anche l’importanza del riconoscimento tempestivo dei sintomi e dell’urgenza di recarsi tramite il 112 (118) nei Centri dedicati alla cura di questa patologia, grave ma attualmente curabile se presa in tempo” – ha dichiarato Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia ODV (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale).

L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.

A.L.I.Ce. Italia ODV è una Federazione di associazioni di volontariato diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, senza scopo di lucro, democratiche, apolitiche le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato ed avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, avrà adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, l’Osservatorio Ictus ha presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese. Nel dicembre 2019, infine, l’Osservatorio Ictus ha presentato il “Manifesto sociale contro l’ictus”, una call to action in 10 mosse per richiamare l’attenzione delle Istituzioni sul lavoro fondamentale ancora da fare, con la necessità di far collaborare Istituzioni, cittadini e società scientifiche.


Vaccino anti-zoster e riduzione rischio ictus

La prevenzione dell’herpes zoster con il vaccino vivo attenuato, potrebbe ridurre il rischio di ictus susseguenti negli anziani. La riduzione, che ammonta al 20%, è stata riscontrata su un registro contenente i dati relativi ad 1,38 milioni di pazienti, e riguarda sia gli ictus ischemici che quelli emorragici.

Ciò dovrebbe incoraggiare i soggetti dai 50 anni in su a vaccinarsi onde prevenire il rischio di ictus associato allo zoster, come affermato dall’autore dello studio Quanhe Yang del CDC di Atlanta.

Il meccanismo a cui la riduzione del rischio è legata potrebbe consistere in una riduzione dell’infiammazione.

Il nuovo vaccino, la cui efficacia supera il 90%, potrebbe inoltre conferire una protezione dall’ictus ancora maggiore di quella già riscontrata, anche se sono necessarie altre ricerche per confermare questa ipotesi.

Le ricerche precedenti peraltro suggeriscono che una volta sviluppata la malattia potrebbe essere troppo tardi. E’ stato dimostrato infatti che dopo un singolo episodio di Zoster, la vaccinazione o il trattamento antivirale non sono in grado di ridurre il rischio di ictus.

Lo Zoster potrebbe rappresentare una dolorosa riattivazione della varicella, ed è piuttosto comune, dato che si stima che un terzo dei pazienti che hanno mai avuto la varicella svilupperà questa complicazione in una qualche fase della vita, ed essa è stata associata al rischio di ictus.

INTERNATIONAL STROKE CONFERENCE 2020 POSTER ABSTRACTS – SESSION TITLE: PREVENTIVE STRATEGIES II – Abstract TP493: Herpes Zoster Vaccine Live And Risk For Stroke Among Medicare Beneficiaries: Population Based Matched Cohort Study – Quanhe YANG, Anping Chang, Xin Tong, Robert Merritt – Originally published 12 Feb 2020 – Stroke;51:ATP493

Sintomi di un ictus e cure immediate

Stiamo vivendo una delle più gravi emergenze sanitarie non solo del nostro Paese ma del mondo intero e l’attenzione di tutti è – giustamente – focalizzata sul Covid-19.

A.L.I.Ce. Italia ODV (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) è consapevole che le persone colpite da ictus debbano in ogni caso continuare ad avere percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci.

E’ importante che, in questi giorni, non si verifichi alcun calo degli accessi al Pronto Soccorso in chi manifesta sintomi che possono essere “campanelli d’allarme” di questa patologia, dato che si teme che le persone, pur riconoscendo i sintomi, tardino a rivolgersi al 112/118 per paura di essere infettate in ospedale dal Coronavirus.

Come ben sappiamo però l’ictus è una patologia tempo-correlata: i risultati positivi che possono essere ottenuti grazie alla disponibilità delle terapie disponibili (trombolisi e trombecromia meccanica) dipendono, infatti, dalla precocità con cui si interviene. E’ dunque fondamentale riconoscere il prima possibile i sintomi e chiamare immediatamente il 112 in modo da poter arrivare velocemente in Ospedale. In questo modo è infatti possibile ridurre il rischio di mortalità, ma soprattutto gli esiti di disabilità, spesso invalidanti, causati da questa malattia” – ha dichiarato Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia ODV.

 

A.L.I.Ce. Italia ODV continua la sua battaglia contro l’ictus cerebrale ricordando, ancora una volta, quali sono i sintomi che vanno riconosciuti tempestivamente:

  • non riuscire a muovere o muovere con minor forza un braccio o una gamba o entrambi gli arti dello stesso lato del corpo;
  • avere la bocca storta;
  • non riuscire a vedere bene metà o una parte degli oggetti;
  • non essere in grado di coordinare i movimenti o di stare in equilibrio;
  • non comprendere o non articolare bene le parole;
  • essere colpito da un violento e molto localizzato mal di testa, diverso dal solito.

Se compare anche uno solo di questi sintomi, è necessario chiamare subito il 112 in quelle regioni dove è attivo il numero unico di emergenza (o il 118) perché è fondamentale portare la persona nei centri organizzati per il trattamento, cioè le Unità Neurovascolari (Centri Ictus – Stroke Unit).

L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.



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