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Ridurre il numero degli Ictus in Europa del 10% e trattare oltre il 90% dei pazienti in una unità neurovascolare come primo livello di cura: questi gli obiettivi del piano di azione europeo per l’ictus 2018-2030

Prevenzione primaria, organizzazione dei servizi dell’ictus, gestione dell’ictus acuto, prevenzione secondaria con follow up organizzato, riabilitazione, valutazione degli esiti e della qualità dei servizi, la vita dopo l’ictus: questi i 7 campi che sono stati individuati dall’European Stroke Organization (ESO) e che sono stati inseriti nel Piano di Azione per l’Ictus in Europa 2018-2030.

La Conferenza dell’ESO, presieduta dalla Professoressa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia e Presidente uscente della Società Scientifica Europea ha visto la partecipazione di oltre 4.500 tra medici ed infermieri provenienti da più di 85 Paesi di tutti i continenti.

Obiettivi ambiziosi del Piano di Azione, comuni a tutti i campi individuati, sono la riduzione del numero assoluto degli ictus in Europa di ben il 10%, il trattamento di almeno il 90% dei pazienti colpiti da ictus in Europa in una Unità Neurovascolare (Stroke Unit) come primo livello di cura, la creazione di piani nazionali specifici che comprendano tutto il percorso che va dalla prevenzione primaria fino alla vita dopo l’ictus e, infine, l’implementazione di strategie nazionali che promuovano e facilitino uno stile di vita sano e, nello stesso tempo, riducano i fattori ambientali, socio-economici ed educativi che aumentano il rischio di incorrere nella patologia.

7 i campi d’azione su cui lavorare al piano di implementazione che include uno studio epidemiologico dell’impatto dell’ictus in Europa e prevede, oltre al coinvolgimento delle società scientifiche, anche quello delle associazioni dei pazienti presenti in ciascuna delle nazioni che fanno parte della Stroke Alliance for Europe SAFE, con attivazione di registri di qualità ed inclusione degli organi governativi:

1. Prevenzione primaria

2. Organizzazione dei servizi dell’ictus

3. Gestione dell’ictus acuto

4. Prevenzione secondaria e follow-up organizzato

5. Riabilitazione

6. Valutazione degli esiti e della qualità dei servizi

7. La vita dopo l’ictus.

C’è inoltre da osservare che il peso economico e sociale complessivo dell’ictus cerebrale aumenterà drammaticamente nei prossimi 20 anni a causa dell’invecchiamento della popolazione. Gli organi decisionali in Europa dovranno quindi individuare il modo migliore per combatterlo e rendere più facile la vita per coloro che sopravvivono e per le loro famiglie.

I dati raccolti nello studio Burden of Stroke – Impatto dell’Ictus in Europa (pubblicato nell’ottobre del 2017, con traduzione in lingua italiana a cura dell’associazione) indicano che entro il 2035 si verificherà complessivamente un aumento pari al 34% del numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea, passando dai 613.148 casi verificatisi nel 2015 agli 819.771 previsti nel 2035. Aumenterà anche il numero delle persone che dovrà convivere con le conseguenze di una patologia che diventa cronica: si passerà dai 3.718.785 del 2015 ai ben 4.631.050 previsti per il 2035, con un incremento del 25% pari circa a 1 milione di persone in Europa.

Il costo totale dell’ictus in Europa è stimato nel 2015 in 45 bilioni di euro ed è destinato ad aumentare, includendo sia i costi derivanti dall’assistenza sanitaria sia quelli indiretti a carico delle famiglie e delle società intera. È dunque fondamentale che nella pianificazione di queste strategie comuni contro l’ictus in Europa siano coinvolti, oltre ad i rappresentanti di tutte le professioni che seguono il percorso di cura dei pazienti, anche i caregiver, le persone che sono state colpite da ictus e le associazioni di volontariato di ciascun paese.

L’ictus cerebrale è una patologia grave e disabilitante che, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Circa 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 800.000, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia perché tra i giovani è in aumento l’abuso di alcool e droghe.

A.L.I.Ce. Italia Onlus è una Federazione di associazioni di volontariato senza scopo di lucro, diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia Onlus ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia di prevenzione e cura della patologia.

Nel mese di novembre 2017, grazie all’azione congiunta di A.L.I.Ce. Italia e dell’Intergruppo Parlamentare, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: un documento di straordinaria rilevanza, declinato in 19 punti, che impegna il Governo Italiano sulla patologia, sottolineando il peso economico e sociale a carico non soltanto del Servizio Sanitario Nazionale, ma soprattutto delle famiglie.

A.L.I.Ce. Italia Onlus, in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla sua definizione, ha adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche.

L’Osservatorio Ictus Italia può e deve essere uno strumento utilissimo nel sostenere l’azione delle Istituzioni in questa direzione.

 


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Effetti cardiovascolari della cannabis: pochi i dati

Negli Stati Uniti, come anche in Italia, l’uso terapeutico di marijuana/cannabis è in costante aumento, ma il suo effetto sulla salute cardiovascolare è al momento sconosciuto. L’utilizzo di Marijuana è associato a un’attivazione del sistema nervoso simpatico con conseguente incremento delle pressione arteriosa e della frequenza cardiaca.

Poco si sa invece sui danni a lungo termine sul sistema cardiovascolare. E’ invece noto che uno dei principi attivi della marijuana,  il tetraidrocannabinolo (THC) agirebbe legandosi a due tipi di recettori presenti sulle nostre cellule: il recettore cannabinoide di tipo 1 (CB1) che si trova sulle cellule del sistema nervoso centrale, miocardio, fegato e vasi sanguigni, e quello di tipo 2 (CB2), presente soprattutto a livello delle cellule del sistema immunitario. L’attivazione dei recettori CB1 determinerebbe effetti pro-aterogeni, mentre l’attivazione dei recettori CB2 avrebbe effetti anti-aterogeni.

Lo scopo della revisione sistematica (RS) recentemente pubblicata su Annals of Internal Medicine è stato quello di analizzare gli effetti a lungo termine della marijuana su fattori di rischio cardiovascolare e sugli outcomes clinici (ictus e infarto del miocardio).

Gli autori hanno selezionato i dati provenienti dai principali studi osservazionali sull’argomento pubblicati su PubMed, MEDLINE, EMBASE, PsycINFO e Cochrane Library tra il 1 ° gennaio 1975 e il 30 settembre 2017. Gli studi osservazionali analizzati avevano arruolato soggetti adulti che facevano uso di qualsiasi forma di marijuana e per i quali erano disponibili dati relativi a fattori di rischio vascolare (iperglicemia, diabete, dislipidemia  e obesità ) o riguardanti outcomes come ictus, infarto del miocardio e morte per tutte le cause.

Degli studi selezionati, 13 avevano esaminato le associazioni tra utilizzo di marijuana e fattori di rischio cardiovascolare e 11 studi avevano valutato l’associazione tra uso della cannabis e outcomes clinici.

Sebbene 6 studi suggerivano un beneficio sul sistema metabolico derivante dall’uso di marijuana, tali risultati erano basati su studi trasversali e non erano supportati da studi prospettici.

Anche le prove relative all’effetto della marijuana su diabete, dislipidemia, infarto miocardico acuto, ictus e mortalità cardiovascolare e per tutte le cause sono risultate insufficienti. Sebbene la letteratura esaminata includeva diversi studi prospettici a lungo termine, la validità dei risultati era limitata da errori sistematici, inadeguata valutazione dell’esposizione alla sostanza in esame o da una esposizione minima nelle popolazioni studiate alla marijuana e dalla predominanza di studi su coorti a basso rischio.

In conclusione, i dati provenienti dalla letteratura non sono sufficienti a stabilire gli effetti a lungo termine del consumo di marijuana sui fattori di rischio cardiovascolari e sugli outcomes, tra cui ictus e infarto del miocardio.

Dato che l’uso terapeutico della marijuana è stato legalizzato in Italia come in diverse parti del mondo, si rendono necessari studi osservazionali su larga scala per verificare gli effetti di questa sostanza sulla salute cardiovascolare.

Associations Between Marijuana Use and Cardiovascular Risk Factors and Outcomes: A Systematic Review. Ravi D, Ghasemiesfe M, Korenstein D, Cascino T, Keyhani S.Ann Intern Med. 2018 Jan 23. doi: 10.7326/M17-1548.


Prevenzione primaria e secondaria di ictus e TIA

Ictus cerebrale
Prevenzione primaria dell’Ictus/TIA

Per “prevenzione primaria” intendiamo gli interventi finalizzati a ridurre il rischio di Ictus/TIA in soggetti che non hanno mai accusato questo genere di problema.

  1. Prevenzione dell’aterosclerosi
  • La prevenzione primaria dell’Ictus / TIA si fonda essenzialmente sugli strumenti della prevenzione cardio-vascolare in generale per la quale si rimanda alla apposita sezione del sito (LINK)
  1. Prevenzione del tromboembolismo
  • La fibrillazione atriale rappresenta una causa rilevante di eventi tromboembolici e di Ictus. Consultare l’apposita sezione del sito. (link)
  • Nei pazienti con gravi acinesie della parete ventricolare sinistra o con trombosi parietale del ventricolo sinistro è indicata la terapia anticoagulante per prevenire l’ictus trombo-embolico.
  • Il forame ovale pervio e l’aneurisma del setto interatriale sono stati indicati come possibile causa di tromboembolismo. Non vi sono evidenze a favore della ricerca attiva di tali anomalie in assenza di disturbi neurologici.
  • Per quanto la presenza isolata di placche dell’arco aortico sia da considerare un fattore di rischio per l’ictus, in mancanza di prove di efficacia, al momento attuale non è indicato il trattamento antitrombotico.
  1. Stenosi carotidea
  • La chirurgia della carotide (endoarteriectomia) é indicata in caso di stenosi asintomatica di entità maggiore o uguale al 60% solo se il rischio perioperatorio di complicanze è molto basso (inferiore al 3%), escludendo i pazienti anziani o compromessi e comunque i soggetti con aspettativa di vita inferiore ai 3-5 anni. Il beneficio dell’intervento, infatti, è relativamente modesto rispetto alla migliore terapia medica oggi disponibile.
  1. Altre condizioni
  • La terapia anticoagulante nei pazienti con anticorpi antifosfolipidi è indicata solo in presenza di storia di eventi su base trombotica.
  • La terapia ormonale sostitutiva con estroprogestinici nelle donne dopo la menopausa non è indicata per la sola prevenzione dell’ictus cerebrale.
  • Nei soggetti con altri fattori di rischio vascolare, in particolare obesità̀, ipertensione, cardiopatie, è indicata la ricerca sia anamnestica che con indagini diagnostiche di sindrome delle apnee ostruttive da sonno.
Prevenzione secondaria dell’Ictus/TIA

Per “prevenzione secondaria” intendiamo gli interventi terapeutici che si mettono in atto dopo un Ictus o un TIA per ridurre il rischio che questi eventi si ripetano.

  1. Misure di carattere generale
  • I pazienti che hanno subito un TIA o un ictus su base ischemica sono da considerare pazienti ad alto rischio cardiovascolare e pertanto richiedono tutte le misure di prevenzione farmacologica e non farmacologica del caso (link alla sezione del sito sulla prevenzione cardiovascolare)
  1. Terapia antiaggregante
  • Nei pazienti che hanno subito un ictus o un TIA su base ischemica è indicata la terapia antiaggregante con ASA 100-325 mg/die o clopidogrel 75 mg/die. Non è generalmente indicata l’associazione asa / clopidogrel perché comporta un aumento del rischio emorragico senza aumento di benefici presumibili.
  1. Terapia anticoagulante
  • Nell’ictus o TIA cardioembolico associato a cardiopatie e valvulopatie emboligene (link alla FAQ) è indicata la terapia anticoagulante orale mantenendo l’INR tra 2 e 3 (LINK)
  1. Stenosi carotidea
  • Una stenosi carotidea si definisce sintomatica se l’ultimo episodio ischemico cerebrale o retinico congruo si è verificato nei 6 mesi precedenti. Sulla base di recenti revisioni degli stessi studi è indicato ridurre tale intervallo a non più̀ di 3 mesi.
  • L’endoarteriectomia carotidea è indicata nella stenosi sintomatica uguale o maggiore del 70% se il rischio perioperatorio (a 1 mese dall’intervento) di morte e ogni tipo di ictus è inferiore a 6%.
  • L’endoarteriectomia carotidea non è indicata nella stenosi sintomatica inferiore al50% o nell’occlusione cronica.
  • L’endoarteriectomia carotidea è indicata nella stenosi sintomatica compresa fra il 50% ed il 69% nei pazienti definiti a più̀ alto rischio come pazienti con ischemia recente, con sintomi cerebrali e non oculari, con placca ulcerata – vulnerabile, di età̀ avanzata, di sesso maschile, diabetici, se il rischio perioperatorio (a 1 mese dall’intervento) di morte e ogni tipo di ictus è inferiore a 6%.
  • In caso di stenosi carotidea sintomatica superiore al 50% è indicata l’endoarteriectomia precoce, cioè̀ entro le prime due settimane dall’evento ischemico minore. E’ presumibile che l’endoarteriectomia offra il massimo beneficio se eseguita nei primi giorni dal sintomo, probabilmente entro 48 ore dal sintomo, e in ogni caso alla stabilizzazione dell’evento ischemico cerebrale.
  • In caso di stenosi carotidea sintomatica di entità inferiore al 50% l’endoarteriectomia non è indicata.
  1. Sindrome delle apnee notturne (OSAS)
  • La sindrome delle apnee notturne dovrebbe essere presa in considerazione nei pazienti con pregresso ictus ischemico o TIA essendo molto frequente tra questi soggetti ed in considerazione del fatto che il suo trattamento è efficace nella popolazione generale.
  1. Iperomocisteinemia
  • La ricerca routinaria dell’iperomocisteinemia nei soggetti con un ictus ischemico o un TIA recenti non è indicata.
  • Negli adulti con un ictus ischemico o con un TIA recenti per i quali sia nota la presenza di una iperomocisteinemia di grado lieve o moderato, la somministrazione di folati, vitamina B6 e vitamina B12 è in grado di ridurre i livelli di omocisteina ma non vi sono evidenze che ciò determini un reale beneficio nella prevenzione di futuri eventi cerebro-vascolari.
  1. Pervietà del forame ovale (FOP) e aneurisma del setto interatriale (ASI)

CARDIOtool

WORLD BRAIN DAY: Il monito della SIN contro l’invecchiamento cerebrale

WORLD BRAIN DAY 2016

Ieri, 22 luglio, in tutto Il mondo si è celebrato il World Brain Day, la giornata di sensibilizzazione promossa dalla World Federation of Neurology che si pone come obiettivo quello di incrementare l’awareness attorno alle patologie neurologiche e neurodegenerative.

Al centro di questa edizione “L’invecchiamento della popolazione e la salute del cervello: l’invecchiamento cerebrale“, tema che la Società italiana di Neurologia promuove da tempo in Italia con l’obiettivo di diffondere e divulgare tutte le misure di prevenzione volte a limitare l’insorgenza di danni cerebrali a carattere progressivo.

L’incidenza di determinate patologie neurologiche come Ictus, Demenza e Morbo di Parkinson, ovvero le più comuni patologie neurologiche che colpiscono in età avanzata, aumenta con l’avanzare dell’età.

Gli esperti evidenziano come il 10-20% degli individui di età compresa tra 60 e 80 anni siano affetti da almeno una di queste patologie neurologiche. Tra quelli di età superiore agli 80 anni, quasi uno su tre ne è colpito.

Oggi le persone di età superiore ai 60 anni sono circa 800 milioni e rappresentano il 12 per cento della popolazione mondiale. Dati destinati a crescere. Gli esperti, infatti, stimano che entro il 2050 gli individui di età superiore ai 60 anni saranno circa 2 miliardi con la conseguenza che il numero di pazienti affetti da malattie neurologiche sarà in costante aumento. 

Mantenere il cervello impegnato in attività stimolanti e socialmente rilevanti, esaltare l’esercizio fisico, adottare una dieta ricca di agenti antiossidanti, monitorare i valori pressori, gli esami ematochimici (colesterolo e glicemia, soprattutto), abolire il fumo sono i consigli che la WFN nel mondo e la SIN in Italia raccomandano di seguire fin da giovani.

Secondo uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine, il rischio di contrarre la demenza è del 74% più basso nelle persone che si dilettano con i giochi da tavolo, del 35% in meno in coloro che leggono intensamente, percentuale che può raggiungere il 69% in coloro che suonano un strumento musicale e il 41% in quanti si divertono con i cruciverba.

È necessario rimanere mentalmente e socialmente attivi impegnandosi in attività sociali e ricreative come il volontariato, i viaggi, le attività di giardinaggio, la lettura, la scrittura ed esercizi di memoria. Accanto a tali aspetti è inoltre cruciale controllare i disturbi di ordine ansioso e depressivo e limitare ogni condizione stressante per le ripercussioni dimostrate sull’efficienza cognitiva” – ha dichiarato il Prof. Leandro Provinciali, Presidente SIN e Direttore Dipartimento di Scienze Neurologiche Ospedali Riuniti di Ancona.

La comunità neurologica segnala, inoltre, l’opportunità di una diagnosi precoce di tutte le condizioni in grado di limitare le prestazioni cerebrali in età adulta o avanzata. In quest’ottica deve essere vista l’attenzione posta nei riguardi delle bevande alcoliche e l’uso razionale di farmaci attivi sul Sistema Nervoso Centrale, sia direttamente come i farmaci ansiolitici ed ipnoinducenti, sia indirettamente attraverso altre categorie di farmaci potenzialmente attivi sul Sistema Nervoso Centrale (antipertensivi, ipoglicemizzanti, ormoni, ecc.).

Oltre a ciò, è opportuno valorizzare alcuni sintomi, apparentemente innocenti, che possono rappresentare elementi premonitori di malattie del cervello che possono presentarsi in seguito in maniera severa. Tali condizioni sono rappresentate da deficit transitori di forza o sensibilità di una parte del corpo, da disturbi di memoria, da alterazioni del sonno, dalla compromissione dell’equilibrio, dai disturbi del movimento, dalla compromissione del linguaggio.

In queste condizioni un’attenta valutazione dei fattori di rischio per una malattia del cervello a lenta evoluzione può consentire di adottare le strategie più opportune per evitare o attenuare una condizione invalidante.

Il World Brain Day è stato lanciato dalla WFN nel 2014 ed è dedicato ogni anno ad una malattia neurologica o argomento differenti. La data per questa giornata di sensibilizzazione non è stata scelta a caso, ma è legata alla fondazione della stessa World Federation of Neurology avvenuta il 22 luglio 1957 a Bruxelles.

 

GAS Communication

Liraglutide riduce del 22% il rischio di morte per cause cardiovascolari e del 12% il rischio di infarto miocardico ed ictus non fatali nei pazienti adulti con diabete tipo 2

American Diabetes Association - New Orleans 2016

Presentati al 76° congresso dell’American Diabetes Association (10-14 giugno 2016), e contemporaneamente pubblicati sul New England Journal of Medicine1,2, i risultati dello studio LEADER® che ha dimostrato che liraglutide, somministrata una volta al giorno in aggiunta alla terapia standard – che consiste in modifiche dello stile di vita, trattamenti ipoglicemizzanti e cardiovascolari – riduce del 22% (95% CI: 0.66; 0.93, p=0.007), e in maniera statisticamente significativa rispetto a placebo, il rischio di morte per cause cardiovascolari (CV), del 12% (95% CI: 0.75; 1.03, p=0.11) il rischio di infarto miocardico non fatale e dell’ictus non fatale (HR=0.89, 95% CI: 0.72; 1.11, p=0.30), eventi che rappresentavano l’endpoint composito primario dello studio (HR=0.87, 95% CI: 0.78; 0.97, p=0.01)1,2. Lo studio LEADER® ha interessato 9.340 pazienti adulti con diabete tipo 2 ad alto rischio cardiovascolare e dimostra per la prima volta la riduzione del rischio cardiovascolare da parte di un agonista del recettore del GLP-1 come la liraglutide.

Si tratta di risultati straordinari, poiché dimostrano che la liraglutide è in grado di migliorare gli esiti non limitandosi ad agire solo sulla riduzione della glicemia e sulla perdita di peso perché contribuisce anche a prevenire le complicanze cardiovascolari e la mortalità nel diabete tipo 2. I trattamenti per il diabete tipo 2 in grado anche di ridurre il rischio cardiovascolare sono importanti, poiché la patologia cardiovascolare è la principale causa di morte in questi pazienti” – ha dichiarato il dottor John Buse, presidente dello Steering Committee dello studio LEADER® e direttore dei Centri di endocrinologia e per la cura del diabete presso la School of Medicine dell’Università della Carolina del Nord.

La mortalità per tutte le cause è diminuita in misura significativa (-15%) rispetto a placebo (95% CI: 0,74; 0,97, p=0,02) con la liraglutide. Un dato analogo è emerso anche per l’endpoint esteso, costituito dai tre componenti dell’endpoint primario più angina instabile, che determina ospedalizzazione, rivascolarizzazione coronarica e ospedalizzazione per insufficienza cardiaca (-12%) (95% CI: 0,81; 0,96, p=0,005).1,2

A tre anni, la riduzione media di HbA1c da un valore basale medio di 8,7% (per entrambi i gruppi), è stata di -0,40% (95% CI: -0,45; -0,34) ed è stata anche osservata una perdita di peso rispetto al placebo di -2,3 kg ( 95% CI: -2,5; -2,0).1,2

Abbiamo accolto con grande entusiasmo i risultati dello studio LEADER®, poiché evidenziano una riduzione significativa degli eventi cardiovascolari maggiori nei pazienti con diabete tipo 2 trattati con liraglutide, inclusa la morte per tutte le cause. Per noi si tratta dell’inizio di una nuova era, nella quale le nostre attività di ricerca e sviluppo non si concentreranno esclusivamente sul controllo glicemico” – ha dichiarato Mads Krosgaard Thomsen, Executive Vice-President e Chief Science Officer di Novo Nordisk.

La percentuale di soggetti adulti che hanno manifestato eventi avversi è risultata simile nei due gruppi di trattamento (62,3% con liraglutide vs. 60,8% con placebo). Gli eventi avversi più comuni che hanno causato l’interruzione del trattamento con la liraglutide sono stati prevalentemente effetti gastrointestinali. L’incidenza di pancreatite è risultata più bassa ma non statisticamente significativa nel gruppo trattato con liraglutide rispetto al placebo.1,2

separa

Lo studio LEADER®

Il LEADER® è uno studio internazionale, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, placebo-controllo, che ha valutato gli effetti a lungo termine di liraglutide (al dosaggio fino a 1,8 mg) rispetto a placebo, entrambi in aggiunta a terapia standard, in persone con diabete tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari maggiori. La terapia standard prevedeva modifiche allo stile di vita, trattamenti ipoglicemizzanti e cardiovascolari.

Nello studio, avviato a settembre 2010, sono stati coinvolti 9.340 pazienti con diabete tipo 2, provenienti da 32 paesi, che sono stati seguiti per 3,5–5 anni. L’endpoint composito primario era costituito dall’insorgenza del primo evento cardiovascolare che consisteva nella morte per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale ed ictus non fatale.3

Liraglutide

Liraglutide è un analogo del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) umano con una sequenza aminoacidica per il 97% simile a quella del GLP-1 umano.

Liraglutide è stata introdotta sul mercato nella UE nel 2009 ed è commercializzata  in oltre 85 paesi, dove è impiegata per il trattamento di oltre 1 milione di pazienti con diabete tipo 2.3,4 In Europa, liraglutide è indicata in monoterapia nel trattamento di soggetti adulti con diabete tipo 2 al fine di raggiungere il controllo glicemico quando  l’uso della metformina è considerato inappropriato a causa di intolleranza o controindicazioni e in combinazione con farmaci ipoglicemizzanti orali e/o insulina basale quando questi ultimi, associati ad un regime alimentare controllato e attività fisica, non forniscono un controllo glicemico adeguato.3 Negli Stati Uniti liraglutide è stato approvato nel 2010 in aggiunta a un regime alimentare controllato e ad attività fisica al fine di migliorare il controllo glicemico in soggetti adulti con diabete tipo 2.5


BIBLIOGRAFIA

1. Results of the liraglutide effect and action in diabetes – evaluation of cardiovascular outcome results (LEADER) trial. Symposium 3-CT-SY24 at the 76th Scientific Sessions of the American Diabetes Association (ADA). 13 June 2016.

2. Marso SP, Daniels GH, Brown-Frandsen K, et al. Liraglutide and cardiovascular outcomes in type 2 diabetes. New England Journal of Medicine. 2016.

3. EMA. Victoza® EU summary of product characteristics. April 2016. Last accessed: 11 June 2016.

4. Internal Calculations based on IMS Midas Quantum data. September 2015.

5. FDA. Victoza® US prescribing information. April 2016. Last accessed: June 2016.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Rischio cardiovascolare: il colesterolo delle uova non lo aumenta

uova

Il consumo di uova non è associato ad un aumentato rischio di sviluppare infarto (IMA) nei pazienti affetti da diabete mellito di tipo 2 (DM2).

Lo rileva il recente studio Egg consumption and risk of heart failure, myocardial infarction, and stroke: results from 2 prospective cohorts.

La ricerca ha valutato se il consumo di uova sia associato o meno a scompenso/insufficienza cardiaca, infarto del miocardio e ictus.

L’indagine è stata condotta su una coorte di 37.766 uomini e 32.805 donne: tutti soggetti sani. Il consumo di uova è stato valutato al basale attraverso un questionario di food-intake. Durante 13 anni di follow-up, 1.628 uomini sono andati incontro a scompenso cardiaco (SC), 3.262 soggetti hanno avuto un infarto acuto del miocardio (IMA), 2.039 un ictus ischemico e 405 un ictus di tipo emorragico. Tra le donne 1.207 hanno avuto uno SC, 1.504 un IMA, 1.561 sono andate incontro a ictus ischemico e 294 hanno avuto un ictus emorragico.

In sostanza non è stata osservata alcuna associazione statisticamente significativa tra consumo di uova e rischio di infarto o ictus sia di tipo ischemico che emorragico nel gruppo degli uomini e donne o scompenso nelle donne. Negli uomini, il consumo di uova ≤6 / settimana non è stato associato a un aumentato rischio di insufficienza cardiaca; tuttavia, un consumo di uova ≥1 / die è stato associato a un rischio superiore del 30% di scompenso (RR: 1,30; 95% CI: 1,01, 1,67).

Il consumo di uova non è stato associato allo sviluppo di malattie cardiovascolari nei soggetti con diabete. Il tuorlo contiene circa 300 mg di colesterolo e 1,3 gr di lecitina, sostanza che è in grado di ridurre l’assorbimento intestinale del colesterolo stesso. Questo spiegherebbe perché il consumo di uova abbia uno scarso effetto sul livello di colesterolo nel sangue e di conseguenza sul rischio di malattie cardiovascolari.

Fonte | http://www.coagulumreport.it

BIBLIOGRAFIA
Egg consumption and risk of heart failure, myocardial infarction, and stroke: results from 2 prospective cohorts. Am J Clin Nutr. 2015 Sep 23. pii: ajcn119263. [Epub ahead of print]

Ibuprofene: rischio infarto e ictus

diclofenac sottocute

L’ibuprofene è tra i farmaci da banco più diffusi e utilizzati nel mondo.  Eppure gli specialisti raccomandano la massima attenzione: recenti studi hanno infatti dimostrato che questo antidolorifico e antinfiammatorio aumenta anche nel breve periodo, ovvero in poche settimane, il rischio di malattie cardiovascolari come infarto e ictus.

Basandosi su uno studio di revisione dei dati sull’ibuprofene, il Comitato di Valutazione dei Rischi per la Farmacovigilanza (PRAC) dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA) è stato il primo a mettere in evidenza i gravi effetti collaterali di questo farmaco per dosi giornaliere superiori ai 2400mg.

A conferma di questa tesi si è espressa di recente anche la Food and Drug Administration (Fda), agenzia del governo americano che sovraintende il mercato farmaceutico degli Stati Uniti. Se prima gli esperti sostenevano che questi farmaci non-steroidei “potevano” causare un incremento del rischio di malattie cardiovascolari, oggi ne confermano la potenziale pericolosità, soprattutto nel caso di pazienti che già in passato sono stati colpiti da infarto o ictus.

Questo monito non riguarda però tutte le formulazioni ma solo quelle assunte per via orale o iniettive. Non rientrano invece i medicinali a base di paracetamolo, l’Aspirina o le formulazioni topiche come gel o spray da applicare sulla cute della zona interessata.

Da questo avvertimento ne deriva che  il medico deve valutare attentamente la somministrazione di ibuprofene ad alte dosi in pazienti che presentano già fattori di rischio cardiovascolare come fumo, ipertensione arteriosa, diabete e colesterolo elevato. Inoltre l’ibuprofene ad alte dosi non può essere somministrato a pazienti che hanno già gravi patologie cardiache o circolatorie o in pazienti che hanno avuto un infarto o un ictus.

Come combattere quindi il dolore acuto in totale sicurezza riducendo il rischio di compromettere la nostra salute cardiovascolare?

Una soluzione efficace è rappresentata dalla nuova formulazione sottocutanea di diclofenac (nome commerciale Akis) che grazie ai bassi dosaggi da 25 e 50mg risponde alla necessità di ottenere il miglior risultato con la minore tossicità. La siringa preriempita che consente al paziente di autoiniettarsi il farmaco garantisce inoltre la massima praticità. Come afferma il Prof. Paolo Cherubino, Direttore della Clinica Ortopedia dell’Università di Varese e Presidente della Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia “la nuova formulazione è un passo avanti perché essendo una formulazione intradermica può essere effettuata dal paziente stesso. […] Il dosaggio modulato permette di avere il miglior risultato con il minimo dosaggio possibile”.

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