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Fibromialgia, mai più invisibile: dall’Emilia Romagna le prime linee di indirizzo pubbliche per la gestione della patologia

Un passo in avanti importante per tutti i pazienti affetti da fibromialgia, malattia reumatica difficile da riconoscere e diagnosticare: per la prima volta in Italia un ente pubblico, la Regione Emilia-Romagna, ha emanato un documento di ampio respiro sulla patologia, le linee di indirizzo per “Diagnosi e trattamento della fibromialgia”, messo a punto con l’obiettivo di dare una definizione e inquadramento della malattia e indicare percorsi di intervento definiti e appropriati.

Il Documento, primo e unico in Italia, è il frutto di oltre un anno e mezzo di intenso lavoro del Gruppo tecnico regionale costituito nel 2016 e composto da ben 25 esperti tra reumatologi, terapisti antalgici, medici di medicina generale, riabilitatori, nutrizionisti, psichiatri e componenti delle istituzioni sanitarie regionali e associazione pazienti, che hanno analizzato la letteratura disponibile a livello nazionale e internazionale sulla fibromialgia.

Il documento, la cui realizzazione è stata promossa e coordinata dall’Assessorato alle Politiche per la Salute della Regione Emilia Romagna, colma un vuoto in quanto non esistevano fino ad oggi linee di indirizzo rivolte ai medici su questa importante malattia. Questo documento consentirà di sviluppare percorsi formativi con i medici di Medicina Generale e gli specialisti che si occupano di fibromialgia e diventerà un caposaldo per la diagnosi e per la presa in carico dei pazienti. Inoltre, il documento offre indicazioni di carattere terapeutico, in particolare non farmacologico, basate su studi scientifici che riguardano l’efficacia delle terapie in acqua. Le linee di indirizzo sono il primo passo per arrivare, ci auguriamo, a un riconoscimento formale della fibromialgia quale patologia cronica all’interno dei LEA a livello nazionale. Il documento regionale è in questo momento all’attenzione del Consiglio Superiore di Sanità. Lavoreremo per favorire un allargamento nazionale di queste importanti linee di indirizzo regionale” – dichiara l’assessore Sergio Venturi.

La fibromialgia fino ad oggi è stata considerata “malattia invisibile” proprio a causa dell’impossibilità di diagnosticarla con esami strumentali specifici. Inoltre, gli specialisti non dispongono di terapie specifiche, non esiste una terapia precisa per questa patologia, ma fino ad oggi tanti approcci diversi quanti sono i pazienti.

La fibromialgia è la seconda forma di reumatismo più comune ed è una condizione molto frequente negli ambulatori di medicina generale (2.%-5,7% dei pazienti) e di reumatologia (14% dei pazienti), la sua prevalenza è compresa tra il 2-3% fino all’ 8%, l’incidenza è di circa 7-11 nuovi casi per anno su 1.000 persone in Emilia Romagna sono oltre 89.000 i pazienti con fibromialgia di vario grado e gravità. L’impatto di questa malattia sulla qualità di vita del paziente è molto pesante dal momento che il sintomo principale che la caratterizza è il dolore, cronico e diffuso a tutto il corpo, associato a stanchezza, disturbo del sonno (sonno non ristoratore), problemi cognitivi (di attenzione e memoria), psichici (in particolare depressione) e ad un ampio spettro di sintomi somatici e neurovegetativi. L’approccio terapeutico più appropriato è di tipo multidisciplinare, basato su programmi personalizzati che includono interventi educativi, non farmacologici e farmacologici. La presa in carico spetta in primis al medico di medicina generale e, in seconda battuta, al reumatologo” – spiega Carlo Salvarani, Professore Ordinario di Reumatologia all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia.

Il documento di indirizzo regionale non si limita a definire un percorso sanitario ‘tipo’, ma attraverso l’analisi di quanto validato in letteratura dalle esperienze internazionali e nazionali, come quelle maturate nelle provincie di Trento e Bolzano, offre un orientamento su come gestire il paziente con fibromialgia in Emilia Romagna.

Il documento fa chiarezza sullo stato dell’arte e l’approccio più appropriato alla fibromialgia, il lavoro si compone di vari capitoli: dalla definizione della patologia all’epidemiologia; una parte significativa riguarda le modalità di presa in carico del paziente, che spetta al medico di medicina generale, nell’ambito di un team multidisciplinare, quale filtro iniziale e professionista competente per la identificazione e gestione di questi pazienti, e l’invio al reumatologo nei casi refrattari alla terapia o quando la diagnosi è incerta. Inoltre, il documento fa chiarezza sulla diagnosi differenziale, che è prettamente clinica, e affronta la parte dei trattamenti; in particolare si sofferma prima sull’intervento educazionale del paziente, che deve essere adeguatamente informato sulla patologia, e in secondo luogo sui trattamenti non farmacologici, che prevedono una serie di interventi volti a migliorare la motricità e la postura attraverso programmi di attività fisica adattata (AFA) sia a secco che in acqua, basata su protocolli scientificamente definiti che hanno prodotto incoraggianti risultati in questi pazienti. Da ultimo, il documento prende in esame i trattamenti farmacologici e fornisce indicazioni basate sull’evidenza, con una parte dedicata anche all’alimentazione. Si tratta dunque di uno strumento molto articolato, basato sulla revisione delle migliori evidenze scientifiche anche per contrastare tanta letteratura ‘grigia’ che ruota attorno a questa patologia e che si presta, spesso, ad interventi terapeutici di dubbia efficacia” – afferma Marcello Govoni, Direttore dell’Unità Operativa di Reumatologia dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Ferrara e Professore Associato di Reumatologia.

Le linee di indirizzo regionale offrono per la prima volta in Italia gli strumenti pratici per attuare i vari livelli di intervento, identificati in 3 step: educazione del paziente, trattamento non farmacologico, trattamento farmacologico se i primi due non risultano efficaci.

Siamo soddisfatti del lavoro portato a termine dal Gruppo tecnico regionale e siamo certi che questo documento di indirizzo sia il primo passo verso il riconoscimento sostanziale dei diritti e dei bisogni dei pazienti con fibromialgia. Il documento getta fondamenta concrete per dare risposte al bisogno del paziente di oggi e di domani. Grazie ad esso già dalla primavera sarà possibile rendere accessibili ai pazienti strutture attrezzate, competenti e dotate delle necessarie professionalità dove fruire di percorsi di AFA, sia in acqua che a secco, omogenei su tutto il territorio regionale. Da subito sarà possibile anche attivare percorsi educazionali per i pazienti sulla patologia e mettere in agenda la formazione sanitaria per i medici di medicina generale, grazie all’impulso dato al documento dalla Regione a livello di tutte le Aziende Sanitarie Locali. Verso il futuro lo sguardo che il Gruppo di lavoro vuole proporre con il documento è rivolto a promuovere e incentivare la ricerca, in particolare sui cannabinoidi e sulle interazioni con l’alimentazione; unico modo concreto per rispondere adeguatamente ai bisogni dei pazienti, contrastando l’estrema proliferazione di ‘fantomatiche’ cure che danneggiano la salute e il portafoglio delle persone con fibromialgia. Un ultimo aspetto, su cui è importante accendere un riflettore, è rappresentato dall’utilizzo di queste linee guida per il riconoscimento dei diritti legati all’impatto della fibromialgia in termini di invalidità civile e handicap, su questo fondamentale diritto, noi di AMRER siamo pronti da subito ad agire con forza” – sottolinea Daniele Conti, Direttore di AMRER.

In particolare, rispetto al trattamento non farmacologico, AMRER, l’Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, si è impegnata in concreto attivando un accordo con COTER, il Consorzio che riunisce le terme dell’Emilia Romagna, che con le sue 24 strutture distribuite sul territorio regionale favorirà l’accesso a piscine e palestre attrezzate per realizzare percorsi omogenei di AFA, attività fisica adattata, sul territorio regionale in coerenza con gli indirizzi riportati nel documento regionale. L’impegno prevenderà ‘pacchetti terapeutici termali’ per i pazienti ogni tre mesi con 24 accessi due volte a settimana, una seduta in acqua e una a secco, con costi calmierati e convenzionati.


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Depressione: sottovalutata da molte persone con tumore, diabete e malattie reumatiche

La depressione, quando legata o conseguenza di altre malattie, è per lo più sottovalutata sia da chi ne soffre sia dai medici, quasi considerata un effetto collaterale scontato”, afferma Francesca Merzagora, Presidente di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna, in occasione della presentazione a Milano (29.05.17) dell’indagine volta a esplorare il tema della depressione in generale e la relazione tra questa e alcune malattie quali tumori, malattie reumatiche e diabete sia da un punto di vista qualitativo, su un campione di 18 pazienti e caregiver, sia quantitativo, su un campione di 240 pazienti.

Il progetto si è avvalso della collaborazione di numerose associazioni di pazienti tra cui AIMAC (Associazione Italiana Malati di Cancro, parenti e amici), ANMAR (Associazione Nazionale Malati Reumatici), APMAR (Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatologiche e Rare), Europa Donna Italia, FAND (Associazione Italiana Diabetici) e SIP (Società Italiana di Psichiatria), ed è realizzato con il contributo incondizionato di Janssen, azienda farmaceutica di Johnson & Johnson.

I dati rivelano che la depressione colpisce 1 persona su 4 con malattie reumatiche, quasi 1 malato di tumore su 6 e il 2% di coloro che hanno il diabete. 4 malati su 10 la considerano una conseguenza della malattia primaria soprattutto laddove la componente dolorosa è molto forte, e per questo tendono a sottovalutarla. A conferma di questo due fattori: la scelta della persona di riferimento per la cura della depressione e l’utilizzo di farmaci specifici.

Se chi soffre “solo” di depressione è seguito nell’83% dei casi da uno psichiatra, è in trattamento con farmaci specifici (87%) e segue una terapia psicologica o psichiatrica (72%), coloro che soffrono di altre malattie si rivolgono quasi nella metà dei casi al medico di medicina generale anche per la gestione della depressione e solo 1 su 5 si rivolge allo psichiatra; solo 1 paziente su 2 inoltre segue una terapia farmacologica adatta e una terapia psicologica o psichiatrica. La paura di essere dipendente dai farmaci per oltre il 40% e il rifiuto di assumere ulteriori farmaci oltre a quelli che si prendono per la malattia primaria (26%) sono i principali timori legati alla cura della depressione. Altro dato degno di nota è il fatto che nessuna delle persone con depressione e altre malattie è in cura presso un centro di salute mentale, cosa che si verifica per il 68% delle persone con “solo” depressione.

La depressione ha un effetto biunivoco: aumenta il rischio di malattie cardiovascolari, diabete, patologie urologiche, oncologiche, pneumologiche e neurologiche, in quanto anticipa e peggiora il decadimento cognitivo. Chi soffre di queste patologie è a sua volta più esposto al rischio di soffrire di depressione che ne peggiora gli esiti” – ha affermato Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Salute mentale e Neuroscienze ASST Fatebenefratelli Sacco.

Sottovalutata ma comunque temuta. Per un terzo di coloro che soffrono anche di altre malattie, la percezione di essere a rischio di sviluppare la depressione è molto alta, con una forte differenza tra pazienti reumatici e oncologici, quest’ultimi sicuramente più seguiti dal punto di vista psicologico sin dalla diagnosi della malattia primaria per il tipo di percorso diagnostico terapeutico. Ben 6 pazienti con malattie reumatiche su 10 infatti si sentono molto esposti al rischio di sviluppare depressione.

I risultati di questa indagine, prima nel suo genere, hanno messo in luce due aspetti molto significativi della vita e del percorso di cura dei pazienti: quanto sia fondamentale, per perseguire benessere e salute completi, che siano considerate come persone a 360 gradi, non solo legati a un’unica dimensione patologica, e quanto sia importante continuare a combattere lo stigma legato ancora oggi alla malattia mentale. Il nostro impegno come Janssen, da 60 anni a questa parte, è minimizzare l’impatto delle patologie mentali sui pazienti, grazie alla ricerca di soluzioni terapeutiche innovative. Siamo impegnati nell’identificare nuovi target per la depressione, l’insonnia e la schizofrenia. L’obiettivo è unire l’efficacia terapeutica dei farmaci con la riabilitazione e il conseguente reinserimento in società dei pazienti; lo dimostra il progetto Triathlon – Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi – ideato per far fronte alle criticità che, quotidianamente, caratterizzano l’assistenza e il trattamento delle persone che soffrono di psicosi” – ha affermato Massimo Scaccabarozzi, Amministratore Delegato e Presidente di Janssen Italia.

La depressione è una malattia che condiziona completamente l’esistenza sia delle persone che ne soffrono sia di coloro che se ne prendono cura. Secondo gli intervistati sintomi quali tristezza (75%), pensieri negativi (72%), perdita di interesse nel fare le cose (65%), di energia (62%) e un senso di solitudine da cui è difficile trovare sollievo (60%) sono quelli che maggiormente incidono sulla qualità di vita. La tristezza e la solitudine a volte è talmente forte e la percezione del futuro è così negativa che oltre 1 persona malata di depressione su 2 dichiara di aver avuto pensieri suicidari, tra questi 1 su 4 tre o quattro volte nell’ultimo mese. Anche i familiari e coloro che si prendono cura della persona depressa si trovano a vivere e soprattutto subire una situazione molto pesante nella quale tutte le energie sono concentrate sul malato. I risultati dell’indagine dimostrano quanto siano necessari interventi concreti per superare lo stigma ancora molto radicato a livello socio-culturale nel nostro Paese che provoca purtroppo un isolamento del paziente stesso e della sua famiglia. Per questo a breve realizzeremo una pubblicazione divulgativa per avvicinare le persone a diagnosi e cure. Fondamentale inoltre non tralasciare chi si prende cura del malato offrendo un supporto emotivo e concreto. La depressione, così come le principali malattie femminili saranno affrontate a settembre nel primo Congresso scientifico di Onda a Milano” – ha continuato Merzagora.

La depressione continua a crescere, ormai è in cima alla lista delle cause di cattiva salute nel mondo. In 10 anni è aumentata di quasi il 20 per cento. Un campanello d’allarme per tutti e un monito a ripensare con urgenza alla salute mentale e al suo mantenimento. Fondamentale risulta investire in ricerca e innovazione per migliorare ulteriormente l’efficacia delle cure e comprendere più a fondo le interazioni con i diversi contesti ambientali” – prosegue Mencacci.

La Commissione Sanità del Senato ha da tempo intenzione di iniziare una indagine conoscitiva sulla depressione, un fenomeno più che una patologia assai differenziata per intensità, per difformità di manifestazioni, e dunque che richiede diagnosi e terapie differenziate. Uno stato d’essere del nostro tempo, che riguarda in misura maggiore le donne, che richiede approcci scientifici in grado di intervenire sullo stigma e sulla disinformazione. Per depressione oggi si intendono cose assai diverse, che non sempre hanno a che fare con l’aspetto patologico, ma sono manifestazioni ansiose, o disturbi di comportamento, o semplicemente effetti di momenti difficili della vita. Fare chiarezza sulla depressione è un dovere del legislatore, perché, attraverso l’ascolto e la relazione con il mondo medico-scientifico, possa deliberare in modo informato. Ancora una volta grazie a Onda che apre strade innovative nel campo della salute” – ha spiegato Emilia Grazia De Biasi, Presidente Commissione Igiene e Sanità, Senato della Repubblica.

La depressione rappresenta sia un evento che può ridurre drasticamente i margini di benessere sia un disagio che si accompagna allo sviluppo di un danno organico. In entrambi i casi il suo impatto è molto forte e va ad intaccare la vita personale dell’individuo che ne soffre ma anche quella del suo mondo familiare e relazionale. Regione Lombardia ha mostrato in diverse occasioni la sua attenzione per questo importante problema che riguarda un numero crescente di cittadini. Attraverso il piano regionale per la salute mentale abbiamo definito una strategia per rispondere alle domande di cura poste dagli utenti con disturbi d’ansia e dell’umore. Abbiamo definito, infatti, protocolli di collegamento tra servizi psichiatrici, medicina di base, ambito principale di riferimento per questa utenza, reti formali e informali di comunità con particolare attenzione al volontariato, alle associazioni di utenti e familiari, prevedendo tra l’altro progetti finalizzati alla prevenzione della depressione nei pazienti a rischio” – ha affermato Giulio Gallera, Assessore al Welfare di Regione Lombardia.

Una depressione che si accompagna o addirittura è generata da patologie serie come, ad esempio, quelle oncologiche, cardiovascolari o reumatiche compromette in modo pericoloso la qualità della vita delle persone. Purtroppo proprio a causa della compresenza di problemi fisici importanti rischia di essere sottovalutata e non affrontata con gli strumenti più adatti. Per questo è importante che lo studio di Onda abbia messo in evidenza quanto pesi questa correlazione tra depressione e altre patologie gravi e quanto sia importante un approccio al tempo stesso specialistico e olistico alla persona che, altrimenti, rimarrebbe prigioniera di una gabbia di solitudine e stigma, aggiungendo dolore a dolore e compromettendo la qualità della vita” – ha detto Sara Valmaggi, Vice Presidente del Consiglio Regione Lombardia.

Questo è certamente un ambito in cui la prevenzione e il sostegno sociale possono contribuire ad evitare che situazioni difficili si trasformino in irreversibili. Il Comune di Milano, ogni anno, attraverso i propri servizi territoriali, entra in contatto con persone che hanno bisogno di aiuto. Si tratta di richieste multiple che partono dal sostegno economico, o dall’ospitalità in un centro di accoglienze e che nel percorso di presa in carico mettono in luce problemi ancora più grandi, spesso legati alla salute, spesso accompagnati dalla depressione. Questo ci ha spinto ad attivare qualche anno fa una stretta collaborazione con l’Ordine degli Psicologi nell’iniziativa psicologi sociali. Sono certo che attraverso una rete sempre più forte e ampia tra le realità attive sul territorio potremo essere più presenti, intervenendo sia in fase preventiva, sia in fase di cura” – ha spiegato Pierfrancesco Majorino, Assessore Politiche sociali, Salute e Diritti, Comune di Milano.


Cannabis terapeutica: legale e rimborsata, ma mancano regole chiare e informazione

In Italia l’uso della cannabis terapeutica è legalizzato dal 2013. Oggi sono 11 le Regioni italiane nelle quali la cannabis per uso medico è a carico del Servizio Sanitario Regionale, tra queste l’Emilia Romagna. Una legge regionale e una delibera di Giunta hanno dato indicazioni in merito ai preparati vegetali a base di cannabis nel territorio emiliano-romagnolo. Tutto questo mentre è stata autorizzata da gennaio 2017 la produzione di Stato della cannabis terapeutica (Fm2) da parte dello Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare sito in Firenze.

I pazienti, in particolare i pazienti reumatici afflitti spesso da dolore cronico, come i fibromialgici, sono confusi; manca un’adeguata conoscenza sull’argomento anche da parte di medici e farmacisti e le notizie, che in molti reperiscono sul web, sono frammentarie e il più delle volte non corrette.

AMRER, l’Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, ancora una volta si è fatta portavoce di un bisogno non soddisfatto e ha promosso nell’ambito del primo Convegno italiano “Cannabis terapeutica e dolore cronico”, la Tavola rotonda “Cannabis terapeutica: una possibile risposta al dolore cronico”. Grande l’affluenza di pubblico ed esperti del settore all’incontro, il cui obiettivo è stato quello di aprire un confronto tra tutti i protagonisti della filiera regionale coinvolti su questo importante tema di salute pubblica per dare risposte e indirizzi chiari ai pazienti.

Nonostante la legge nazionale del 2013, la legge e una delibera regionali, che in Emilia Romagna stabiliscono l’accesso alla cannabis terapeutica a carico del SSR per i pazienti con alcune forme di dolore cronico, l’utilizzo di questa opzione terapeutica è ancora basso rispetto al fabbisogno i medici che sanno usare la cannabis terapeutica sono pochi e i farmaci di cui disponiamo per combattere il dolore cronico non sono tanti. È noto che la cannabis per uso medico funziona molto bene a bassi dosaggi per molteplici patologie, tra cui alcune tipologie di dolore cronico, e che i pazienti che se ne possono giovare sono di tutte le età, dai giovanissimi agli anziani. Diversi studi sono stati condotti negli anni sull’artrite reumatoide, sull’artrite psoriasica e su alcune forme di fibromialgia associata a dolori articolari diffusi. In questi casi le evidenze confermano l’effetto di modulazione della cannabis sul sistema immunitario e la sua azione riguardo il deficit del sistema cannabinoide endogeno. Avere un’arma terapeutica naturale come la cannabis ad azione antinfiammatoria e antidolorifica che agisce sia a livello centrale sia periferico, potrebbe essere una chance davvero importante per i pazienti reumatici e i reumatologi” – ha affermato Marco Bertolotto, Terapia antalgica USL 2 di Savona.

La legge regionale ER n.11 risale al 2014, a due anni dalla sua approvazione è arrivata la delibera approvata dalla Giunta regionale il 1° agosto 2016 con la quale è stato aggiornato il Prontuario terapeutico regionale con l’inserimento dei preparati vegetali a base di cannabis sativa.

La delibera regionale 1250 definisce gli usi medici dei preparati vegetali a base di cannabis a carico del SSR: per la riduzione del dolore associato a spasticità nella sclerosi multipla e per la riduzione del dolore neuropatico cronico, solo nei casi resistenti alle terapie convenzionali in tutti gli altri usi clinici il cittadino/paziente può avere la prescrizione ma a suo carico; inoltre, la delibera stabilisce che tutti i medici possono prescriverla ma con ricetta informatizzata tramite accesso alla piattaforma SOLE. Il percorso che ha portato a questa delibera è stato sicuramente ampio e multidisciplinare e la distribuzione sul territorio ne è il punto di forza” – ha dichiarato Ester Sapigni, Direzione Generale cura della persona, salute e welfare, Regione Emilia Romagna.

Uno studio del 2013 condotto da van Hecke e colleghi evidenzia che il dolore cronico non oncologico colpisce il 20% degli europei, e un recente studio italiano riporta una stima della prevalenza del dolore cronico (superiore a 3 mesi) pari al 21,7% dell’intera popolazione italiana, il che corrisponde a circa 13 milioni di persone. Il dolore cronico è spesso associato alle malattie reumatiche come le artriti, le osteoartrosi e la fibromialgia, dove la sintomatologia dolorosa può, in certi casi, diventare malattia nella malattia.

L’utilizzo della cannabis terapeutica potrà senz’altro occupare una posizione nella terapia del dolore nelle malattie reumatiche assumendo un ruolo importante al momento disponiamo di una sufficiente mole di prove di efficacia sul dolore neuropatico mentre i dati su artriti e artrosi non hanno ancora la robustezza e il peso necessari a un uso routinario della cannabis terapeutica. Tuttavia il grande interesse da parte dei pazienti reumatici nei riguardi di questa opzione terapeutica e la presenza di una legge e di una delibera regionali impongono a noi medici di utilizzarla nella pratica clinica su grandi numeri e su diversi sottogruppi di pazienti partendo dai dosaggi più bassi, al fine di valutare i risultati e la reale efficacia” – ha sottolineato Riccardo Meliconi della Reumatologia IOR di Bologna.

Abbiamo diversi farmaci a disposizione per la cura del dolore spesso la “ricetta” giusta è la loro combinazione (approccio multifarmacologico) o la combinazione con tecniche antalgiche specifiche (approccio multimodale). Nel nostro Paese è ancora troppo elevato l’abuso dei farmaci antinfiammatori e troppi i pregiudizi sull’utilizzo dei farmaci oppiacei. Per un miglioramento della situazione è necessaria una maggiore sensibilizzazione e cultura sulla diagnosi e trattamento del dolore, oltre a un approccio multifarmacologico, multimodale e soprattutto multidisciplinare con una piena presa in carico delle persone, in continuità Ospedale-Territorio” – ha spiegato Stefania Taddei, Anestesista Rianimatore e Algologa e Presidente Comitato Ospedale Territorio senza dolore AUSL Bologna.

Dal mese di gennaio 2017 è iniziata la produzione di cannabis sativa ad uso medico in Italia; il prodotto chiamato Fm2 viene preparato presso l’Istituto chimico e farmaceutico militare di Firenze dietro autorizzazione dei Ministeri della Salute e della Difesa. Un passo in avanti che merita chiarimenti sull’efficacia, sugli effetti collaterali, sulle interazioni con altri farmaci nonché sulle dosi, le modalità e i tempi di somministrazione della cannabis terapeutica nei pazienti affetti da malattie reumatiche, in particolare i fibromialgici.

La fibromialgia rappresenta una sfida sia per le conoscenze limitate riguardo la sua eziologia sia per la scarsa risposta clinica ai trattamenti farmacologici convenzionali questo è il motivo per cui a livello regionale si è avvertita la necessità di costituire un Gruppo tecnico di lavoro al fine di condividere dati epidemiologici, programmare una sorveglianza e formulare risposte sulla gestione assistenziale e organizzativa dei pazienti fibromialgici. Rispetto ai farmaci tradizionali utilizzati per il dolore, la percentuale di pazienti che segnala miglioramenti è molto modesta, è necessario quindi un approccio multimodale anche con terapie alternative, come la cannabis terapeutica, sulla quale cominciamo ad avere alcune valutazioni incoraggianti” – ha osservato Nazzarena Malavolta, Reumatologia AOSP Policlinico Sant’Orsola di Bologna.

Il percorso per accedere all’uso medico della cannabis non è semplice, malgrado i criteri fissati dalla legge regionale 2014 e dalla delibera di Giunta 1250. È ancora carente la necessaria sensibilizzazione da parte delle Istituzioni e dell’opinione pubblica sull’utilizzo della cannabis per uso medico. Le associazioni dei pazienti si stanno mobilitando perché il diritto a questa opportunità terapeutica non venga più negato ma la strada da fare è ancora lunga.

Come paziente utilizzatrice di cannabis terapeutica ho incontrato tante difficoltà e ho avuto modo di sperimentare in prima persona gli ostacoli che si frappongono tra i pazienti e l’accesso all’utilizzo della cannabis terapeutica, ostacoli che dobbiamo superare: a cominciare dall’informazione e dalla conoscenza del tutto carenti sul territorio regionale criticità che spingono il paziente e la famiglia ad un faticoso e costoso pellegrinaggio alla ricerca di notizie su internet per trovare medici e centri ai quali potersi affidare. Purtroppo la classe medica, a cominciare dai medici di medici generale, non è preparata e prevalgono ancora tanti tabù sulla cannabis terapeutica” – ha commentato Elisabetta Biavati di Weed you and me Gruppo Cannabis Terapeutica.

Dopo l’emanazione della delibera 1250 che ha regolamentato la prescrizione della cannabis ad uso medico a carico del SSR e a carico del paziente, si è scatenato il caos informativo da parte dei pazienti reumatici che, bypassando il farmacista e il medico, si rivolgono alla rete per trovare consigli e informazioni, purtroppo spesso non corretti e validati.

La situazione è critica dobbiamo lavorare molto sulla formazione pubblica, specie sui medici di famiglia, prima interfaccia del paziente che ha un bisogno immediato legato al dolore, e sugli specialisti, in modo che possano prescrivere la cannabis terapeutica secondo criteri appropriati e fare in modo che non ci siano differenti velocità di accesso sul territorio. È necessario per questo responsabilizzare il pubblico riguardo le indicazioni di utilizzo. Vorremmo come AMRER proporre alle Istituzioni e agli enti pubblici una partnership per aprire un dialogo su questa tematica e condividere le criticità e i dubbi legati sia all’accesso sia alla fruizione di questa chance terapeutica, cercando di costruire insieme un percorso condiviso per dare risposte corrette e appropriate ai bisogni dei pazienti” ha detto Daniele Conti, Responsabile Area progetti AMRER Onlus.

 


Presentato il primo Registro Reumatologico pubblico dell’Emilia-Romagna

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Una mappa dettagliata, capillare, aggiornata sulla storia clinica e il percorso di cura di migliaia di pazienti con artrite reumatoide, malattia reumatica invalidante. Obiettivo principale: andare oltre i risultati degli studi clinici e capire l’impatto che hanno nella vita reale dei pazienti i nuovi farmaci biologici, misurarne l’appropriatezza d’uso, comprendere il fabbisogno terapeutico del territorio.

L’Emilia-Romagna è la prima Regione italiana ad aver attivato un Registro pubblico Reumatologico dedicato per ora ai pazienti con artrite reumatoide in trattamento e dal prossimo anno allargato anche ai pazienti con spondilite anchilosante classica, spondiloartrite assiale e artrite psoriasica. Una risorsa utile ai pazienti, ai quali assicurerà terapie sempre più su misura delle loro caratteristiche, ai decisori, che avranno informazioni fondamentali per programmare interventi e scelte di politica sanitaria aderenti ai bisogni della popolazione, agli specialisti, che potranno confrontare i casi clinici sulla base di parametri omogenei.

Il Registro, presentato a Bologna, l’1 dicembre scorso, è stato realizzato grazie a una partnership d’eccellenza tra la Regione Emilia-Romagna, che lo ha validato, l’Associazione Malati Reumatici Emilia-Romagna (AMRER) e tutti i Centri della Rete reumatologica della Regione.

Le malattie reumatiche rappresentano una sfida per il Servizio Sanitario Nazionale e per le Sanità regionali. Uno degli obiettivi che da tempo abbiamo perseguito è quello di garantire un livello di omogeneità dei servizi su tutto il territorio in termini di accesso alle varie opzioni terapeutiche, anche quelle più innovative in termini di appropriatezza da questo punto di vista, il Registro reumatologico non è semplicemente uno strumento per l’appropriatezza terapeutica, utile a chi ha il compito di programmare l’offerta sanitaria, ma servirà anche a migliorare la qualità assistenziale, dandoci informazioni su aspetti di analisi epidemiologica: come vengono trattati i pazienti, con quale tipo di trattamento, con quale tipo di assistenza” – ha dichiarato Sergio Venturi, Assessore alle Politiche per la Salute della Regione Emilia-Romagna.

Secondo dati recenti (ISTAT) circa un italiano su 10 (8-10% della popolazione) convive con una delle oltre 120 diverse forme di malattie reumatiche che comprendono sia patologie come artrosi, reumatismi extrarticolari, osteoporosi, che forme a carattere infiammatorio o a genesi autoimmunitaria come l’artrite reumatoide. In Emilia-Romagna sono circa 34.000 i pazienti con malattia reumatica, circa 13.000 quelli con artrite reumatoide.

Oltre ai dati di efficacia e sicurezza dei farmaci nella vita reale post studio clinico, il Registro Reumatologico, scaturito da un Progetto di Ricerca Finalizzata Università/Stato-Regioni su proposta dell’UOC di Reggio Emilia, misura alcuni indicatori indiretti legati alla qualità della vita che rispecchiano il livello di disabilità.

Il valore clinico di questo Registro è importantissimo per una serie di motivi: ci permette di valutare l’appropriatezza terapeutica per un determinato agente biotecnologico e di valutare l’efficacia dei farmaci nella vita reale, al di là dei criteri molto rigorosi di inclusione dei trial clinici; inoltre, in quanto Registro prospettico ci dà la possibilità di valutare la sicurezza dei farmaci nel lungo periodo i dati raccolti serviranno per verificare e valutare la sicurezza dei farmaci confrontandoli tra di loro, studiare sottogruppi di pazienti non considerati nei trial clinici, fornire ai reumatologici parametri di valutazione omogenei dei pazienti con artrite reumatoide, spondilite anchilosante classica, spondiloartrite assiale e in futuro anche artrite psoriasica” – ha commentato Carlo Salvarani, Direttore SC di Reumatologia all’Arcispedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia.

Grazie al Registro, sono già disponibili alcune importanti indicazioni sul trattamento dell’artrite reumatoide, relativi al primo anno d’osservazione su 1.157 pazienti con artrite reumatoide seguiti per 12 mesi in 13 Centri reumatologici dell’Emilia-Romagna divisi in tre gruppi: pazienti con AR di nuova diagnosi, pazienti con AR ad alta attività di malattia che iniziavano un biologico e pazienti con AR ad alta attività di malattia che continuavano il farmaco di fondo non biologico. Due le principali e più importanti evidenze: la risposta è tanto migliore quanto più precoce è il trattamento e, nel lungo termine, la risposta è migliore nei pazienti in terapia con i farmaci biologici rispetto a quelli trattati con i farmaci di fondo tradizionali; ottimo anche il profilo di sicurezza in quanto non ci sono differenze rispetto a infezioni e neoplasie tra farmaci biologici e farmaci tradizionali.

La tempestività del trattamento è un fattore chiave nella gestione delle malattie reumatiche.

Nella nostra Regione per rispondere al bisogno di identificare e trattare tempestivamente alcune patologie reumatiche, come ad esempio l’artrite reumatoide, la maggior parte dei Centri reumatologici ha istituito ambulatori dedicati, le cosiddette “Early Arthritis Clinic”, specificatamente finalizzate alla diagnosi precoce, ai quali si accede attraverso percorsi agevolati. Le caratteristiche eterogenee delle malattie reumatiche e la loro complessità richiedono una presa in carico che tenga conto soprattutto della cronicità, trattandosi di malattie che perdurano nel tempo, gravate da un rilevante impatto in termini di potenziale disabilità e penalizzazione della qualità della vita dei pazienti, se non adeguatamente e precocemente trattate” – ha osservato Marcello Govoni, Direttore Dipartimento di Reumatologia, AOU Arcispedale Sant’Anna di Ferrara (località Cona).

La convivenza quotidiana con una malattia reumatica è resa problematica dal dolore, sintomo principale, dalla scarsa comprensione che il paziente trova in ambito familiare, sociale e lavorativo e anche dalla limitata informazione su queste patologie che porta molti pazienti a informarsi attraverso Internet. Anche i pazienti di età più avanzata ricorrono alla rete per cercare informazioni e trovano risposte non certificate e validate, che spesso inducono in errore, sviando dalle proposte e dalle opzioni terapeutiche ufficiali.

Il Registro è una grande opportunità per tutti i pazienti e potrà contribuire ad aumentare l’informazione su queste patologie, a farli uscire dall’isolamento, a trovare risposte terapeutiche che tengano conto delle loro esigenze specifiche. AMRER supporterà questo strumento con attività di sensibilizzazione volta a far conoscere l’iniziativa ai pazienti e a chiedere loro di acconsentire alla condivisione dei dati clinici.

Il Registro regionale dei pazienti con malattia reumatica in trattamento è un tassello importantissimo per migliorare il percorso di cura e, quindi, la qualità della vita dei pazienti; questi ultimi devono autorizzare il trattamento dei propri dati ed è necessario che siano consapevoli dell’importanza e delle opportunità che questo strumento offre nel migliorare la presa in carico della malattia e della persona con malattia reumatica” – sottolinea Daniele Conti, Responsabile Area Progetti di AMRER Onlus.

Sono già “in cantiere” una serie di eventi locali denominati “Incontri Reumatologici” che vedranno coinvolte tutte le strutture della regione Emilia-Romagna con la collaborazione dei clinici dei rispettivi territori, per promuovere l’informazione sul tema Farmaci e Malattie Reumatiche e spiegare l’importanza del Registro.

I Centri della Rete reumatologica del territorio emiliano-romagnolo coinvolti nel Registro: Azienda Ospedaliera di Reggio Emilia, Azienda Ospedaliero Universitaria di Ferrara, Azienda USL di Piacenza, Azienda Ospedaliero Universitaria di Parma, Azienda Ospedaliero Universitaria di Modena, Azienda USL – Ospedale Maggiore, Istituto Ortopedico Rizzoli e Azienda Ospedaliero Universitaria di Bologna, Azienda USL della Romagna (sedi di Forlì, Cesena, Rimini e Ravenna), Agenzia Sanitaria e Sociale Regionale.


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Biotecnologici e biosimilari: il primo Position Paper

Biotecnologici e biosimilari

Cresce l’impatto delle malattie reumatiche e dei costi sociali ed economici correlati, che assorbono lo 0,2% del PIL.

In Emilia Romagna, secondo un’indagine nazionale condotta da AMRER – Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, sono circa 32.000 le persone con esenzione attiva per malattia reumatica e oltre 500 i casi pediatrici.

Il trattamento di molte malattie reumatiche, come l’artrite reumatoide, la spondilite anchilosante e l’artrite psoriasica, è stato rivoluzionato alcuni anni fa dall’avvento dei farmaci biologici, che sono in grado di arrestare la progressione della malattia. Alla scadenza del brevetto che protegge la tecnica di produzione, altre industrie possono riprodurre la molecola originator e metterla in commercio ad un prezzo inferiore; in questo caso il farmaco prodotto viene definito biosimilare. Studi di comparabilità ne provano efficacia e sicurezza, ma rimane importante raccogliere i dati della pratica clinica e del loro uso sul lungo periodo.

Pazienti, comunità scientifica e decisori pubblici si confrontano da tempo su come trovare un punto di equilibrio tra il diritto dei pazienti ad accedere alle migliori terapie e le esigenze di risparmio dei Servizi sanitari, che non devono mai prevalere sull’appropriatezza terapeutica. In Emilia Romagna tredici Centri di Reumatologia insieme ad AMRER hanno messo a punto il primo Position Paper con le raccomandazioni sull’utilizzo appropriato dei farmaci biosimilari.

Il documento, condiviso con la Regione Emilia Romagna, è stato presentato il 6 luscio scorso nel corso del convegno aperto al pubblico “Farmaci biotecnologici e biosimilari. Capire e conoscere queste opportunità terapeutiche per i malati reumatici”, che si è svolto all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna con la partecipazione di pazienti, farmacologi, clinici e rappresentanti istituzionali.

Il Position Paper, che vede firmatari tutti i reumatologi dell’Emilia Romagna con il parere positivo e il sostegno dell’Associazione Malati Reumatici Emilia Romagna, nasce dalla volontà di confrontarsi sui nuovi farmaci con i quali saranno trattati molti pazienti reumatici – dichiara Daniele Conti, Responsabile Area progetti AMRER onlus – l’obiettivo è coagulare tutte le Reumatologie intorno ai punti condivisi a garanzia dell’appropriatezza terapeutica e della libera scelta prescrittiva del medico e costruire uno strumento di orientamento e d’informazione per gli amministratori pubblici, i clinici, i pazienti e i cittadini”.

Il Position Paper si focalizza su quattro raccomandazioni a garanzia dei pazienti: utilizzo dei biosimilari nel trattamento dei pazienti naive; mantenimento dell’originator nei pazienti già in terapia garantendo la continuità terapeutica; no alla sostituibilità automatica tra originator e biosimilare da parte del farmacista; salvaguardia della libertà di scelta del medico prescrittore. Il concetto chiave è ribadire il rispetto del principio di centralità del medico prescrittore nella scelta tra biologico originatore e corrispondenti prodotti biosimilari, anche relativamente alla non automatica sostituibilità da parte del farmacista.

I biosimilari rappresentano un’opportunità in più per il Servizio sanitario regionale perché permettono sia di utilizzare le terapie di tipo biologico su un maggior numero di pazienti sia di ridurre i costi – afferma Carlo Salvarani, Direttore Struttura Complessa di Reumatologia, Azienda ospedaliera, IRCCS di Reggio Emilia – l’incontro di oggi vuole essere un momento di confronto tra tutti gli interlocutori per fare chiarezza su alcune questioni importanti quali lo shift da biologico a biosimilare in corso di trattamento e la non sostituibilità automatica. Sicuramente, per concretizzare questi vantaggi abbiamo bisogno di maggiori dati scientifici su sicurezza ed efficacia dei biosimilari”.

Fondamentali sono l’informazione corretta e regole chiare che assicurino, in particolare, la continuità terapeutica ai pazienti già in trattamento con i biologici.

I biosimilari rappresentano un’opportunità che permetterà di trattare un maggior numero di pazienti offrendo le stesse garanzie di efficacia e sicurezza del biologico originatore – sottolinea Annamaria Marata, Coordinatore della Commissione regionale del farmaco della Regione Emilia Romagna – oggi i pazienti sono tutelati per il fatto che sono disponibili una decina di biosimilari rispetto ai quali si è consolidata una certa esperienza supportata dalle linee guida prodotte dall’Agenzia europea del farmaco. Il valore del documento messo a punto dai clinici e dall’Associazione dei Malati Reumatici dell’Emilia Romagna è quello di condividere e diffondere i tanti aspetti del problema ad una vasta platea e diventare punto di riferimento a più voci portatrici di interessi diversi”.

L’alternativa tra farmaci biologici e biosimilari investe il tema della sostenibilità dei Servizi sanitari regionali. Molte Regioni si sono orientate all’obbligatorietà della prescrizione del farmaco più economico. La Regione Emilia Romagna e AMRER hanno deciso di avviare un percorso condiviso per trovare insieme le migliori strategie che garantiscano ai cittadini l’appropriatezza terapeutica, al clinico la libertà prescrittiva e agli enti pubblici la sostenibilità economica.

Condividere in modo trasparente un percorso con i reumatologi e l’Associazione dei pazienti reumatici è il modo migliore per trovare soluzioni che garantiscano l’uso ottimale delle risorse e migliorare così la qualità delle cure dei malati cronici, in un ambito così importante come quello delle malattie reumatiche – osserva Antonio Brambilla, Responsabile Servizio Assistenza Territoriale dell’Assessorato Politiche per la Salute della Regione Emilia Romagna – i biosimilari sono una opportunità sia per i clinici che per i pazienti affetti da malattia reumatica, permettono infatti, a parità di risorse, di raggiungere un maggior numero di malati. Ovviamente, quando si usa un farmaco biologico occorre attivare meccanismi di controllo per valutarne l’efficacia e la sicurezza a lungo termine. In tal senso i dati di vita reale ottenuti dai Registri potranno dire molto anche sull’immunogenicità dei biosimilari rispetto all’originator per il quale ci sono dati in abbondanza”.

L’Emilia Romagna è infatti tra le prime regioni ad aver investito in un Registro regionale per il controllo e il monitoraggio della sicurezza e dell’appropriatezza dei biologici. Nel Position Paper presentato il 6 luglio scorso, clinici e Associazione dei Malati Reumatici dell’Emilia Romagna suggeriscono di estendere il Registro al monitoraggio dei biosimilari così da favorire una maggiore conoscenza dell’uso di questi farmaci.

Il nostro Registro regionale può rappresentare uno strumento di grande utilità per gli specialisti reumatologi, in quanto fornisce loro una serie di informazioni su efficacia e sicurezza dei farmaci biotecnologici nella real life – commenta Marcello Govoni, Direttore Unità Operativa Complessa di Reumatologia dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Anna di Ferrara – il Registro regionale prospettico, attivato alla fine del 2012 conta ormai 1.200 pazienti inseriti con artrite reumatoide, per oltre i 2/3 trattati con i biologici: con uno sforzo congiunto anche in termini di supporto finanziario per la manutenzione e lo sviluppo del Registro regionale potremmo partire anche con l’inserimento dei dati relativi all’impiego dei biosimilari e, tra 1-2 anni avere a disposizione dati sostanziali sull’esperienza con questi farmaci così da rispondere ai dubbi di clinici e pazienti”.

 


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Malattie reumatiche: riabilitazione determinante per qualità di vita

Riabilitazione in Reumatologia

La riabilitazione affianca le terapie farmacologiche nella gestione di una delle più importanti malattie reumatiche, l’artrite reumatoide, introduce Magda Scarpellini, Direttrice del Reparto di Reumatologia, Ospedale Fornaroli di Magenta, ed è proprio la riabilitazione il tema del corso teorico-pratico promosso da APMAR, Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatiche, in collaborazione con GIS, Gruppo Interesse Specialistico Riabilitazione Reumatologica e AIFI, Associazione Italiana Fisioterapisti, che si è tenuto a Milano il 9 maggio presso la sede AIFI Lombardia

Oggi la riabilitazione considera la disabilità come un processo dinamico e quindi modificabile, continua Tiziana Nava, Vice Presidente GIS, in cui i danni fisici e le limitazioni nelle attività quotidiane lamentati dai pazienti non sono i soli a giocare un ruolo importante, ma nella valutazione deve essere considerato anche il dolore, e l’ambiente familiare e sociale che lo circonda. La riabilitazione non è quindi più solo fisioterapia e questa visione obbliga a valutare aspetti più complessi della persona, che coinvolgono la sfera affettivo-relazionale, la stima e il rispetto di sé, la dignità rispetto all’ambiente esterno. In tal senso il ruolo giocato dalla riabilitazione è fondamentale e parte integrante della terapia medica, per la funzione basilare che essa può svolgere al fine di migliorare la qualità di vita della persona. Collaborando con un team multidisciplinare insieme al medico, lo psicologo, l’infermiere e il terapista occupazionale si può attuare un reale processo attivo di cambiamento attraverso il quale la persona, che ha delle disabilità, viene motivata ad acquisire ed utilizzare le conoscenze e i comportamenti necessari per ottimizzare le funzioni fisiche, psicologiche e sociali. Nel programma riabilitativo vanno considerate le priorità che ogni persona si pone, concordando insieme gli obiettivi realisticamente raggiungibili al fine di migliorare la qualità della vita. L’instaurarsi di un’alleanza terapeutica tra fisioterapista e persona permette di intervenire più efficacemente con opportune scelte fisioterapiche sulla limitazione funzionale”.

L’artrite reumatoide è la più conosciuta delle malattie reumatiche e interessa almeno 300.000 pazienti in Italia, continua Magda Scarpellini. Ha un sostanziale impatto sulla qualità di vita delle persone, sull’utilizzo di risorse sanitarie, sull’economia nazionale ed è una frequente causa di dolore cronico e di assenza dal lavoro. La diagnosi precoce è fondamentale, infatti, il danno alle articolazioni caratteristico di questa malattia si produce con maggiore velocità nei primi anni. La diagnosi precoce e il trattamento dell’artrite reumatoide sono condizioni essenziali per indurne la remissione, evitare disabilità permanenti e ridurre la mortalità per cause cardiovascolari. La riabilitazione è parte integrante della terapia medica e interviene nelle differenti fasi e nei diversi stadi della malattia”.

Come pazienti sappiamo che l’attività fisica, conclude Antonella Celano, Presidente APMAR, effettuata sotto l’attento controllo di personale specializzato, è di grande aiuto. Il recupero delle capacità residue, la possibilità di riacquistare la mobilità su articolazioni che se non adeguatamente trattate vanno incontro a deterioramento, ci ha spinto ad organizzare questo corso di formazione. La riabilitazione in reumatologia è ancora poco praticata e questo corso vuole sopperire a queste carenze”.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

 

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Patologie Reumatiche

Malattie Reumatiche

ARTRITE REUMATOIDE (Codice di esenzione 006)

L’artrite reumatoide (AR) è una malattia autoimmune caratterizzata da infiammazione intra e periarticolare ad andamento cronico. Viene considerata una patologia poliarticolare, in quanto colpisce tre o più articolazioni, e simmetrica poiché interessa i segmenti articolari di entrambi i lati del corpo. Le sedi più colpite sono: mani, polsi, gomiti, ginocchia, caviglie e piedi.

L’artrite reumatoide (AR) ha eziologia ancora sconosciuta sebbene fattori genetici e ambientali possano contribuire al suo sviluppo.

I principali segni e sintomi, legati alla natura infiammatoria, sono caratterizzati da tumefazione e gonfiore articolare, difficoltà nei movimenti e dolore; possono comparire febbre, astenia e anemia.

I nuovi criteri di classificazione dell’AR frutto della collaborazione tra American College of Rheumatology (ACR) ed European League Against Rheumatism (EULAR), ridefiniscono il paradigma dell’artrite reumatoide focalizzando l’attenzione sugli stadi precoci della patologia. Questa nuova classificazione richiama la necessità di una diagnosi precoce e di una tempestiva ed efficace terapia soppressiva per prevenire o minimizzare l’insorgenza di una evoluzione clinica disabilitante.

L’artrite reumatoide colpisce nel mondo secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità circa 165 milioni di persone, l’1% della popolazione mondiale. L’insorgenza è in età adulta ma non raramente colpisce la fascia pediatrica e i giovani adulti. È da due a quattro volte più frequente nel sesso femminile.

Se non trattata adeguatamente l’artrite reumatoide può evolvere in gravi deformità articolari e verso pesanti forme di disabilità che possono arrivare ad impedire al soggetto di svolgere le normali attività quotidiane e lavorative.

Una diagnosi e un trattamento precoci dell’artrite reumatoide sono di importanza fondamentale. Quadro sintomatologico, anamnesi clinica, visita clinica, radiografie ed esami di laboratorio (compreso il test del fattore reumatoide e gli Ab anti peptidi citrullinati) sono gli strumenti che il reumatologo ha a disposizione per formulare la diagnosi.

Obiettivo dei trattamenti farmacologici è ridurre il dolore articolare, ridurre l’infiammazione che ne è causa, rallentare la progressione dei danni strutturali prevenendo le deformità articolari e quindi migliorare la qualità di vita dei pazienti.

Corticosteroidi e farmaci antinfiammatori non steroidei, o FANS, consentono di attenuare segni e sintomi associati all’infiammazione: dolore, gonfiore, rigidità articolare.

I Disease-Modifying Anti-Rheumatic Drugs, DMARDs, sono farmaci antireumatici che, come il metotressato, modificano l’evoluzione della malattia e sono prescritti per tenere sotto controllo i sintomi e i danni strutturali a carico delle articolazioni e dei tessuti.

I farmaci biologici sono la classe più innovativa di farmaci utilizzati nel trattamento dell’artrite reumatoide. Tali farmaci interferiscono con molecole (come le citochine Tumor Necrosis Factor,
IL-1, IL-6, etc) e le cellule che regolano il processo infiammatorio alla base della artrite reumatoide.

I trattamenti riabilitativi a basso impatto sono consigliati per preservare la forza muscolare e la mobilità articolare.

 

LUPUS ERITEMATOSO SISTEMICO (Codice di esenzione 028)

Il Lupus Eritematoso Sistemico, o LES, è una malattia cronica, autoimmune e sistemica dal momento che colpisce diversi organi e tessuti del corpo.

Il sistema immunitario produce autoanticorpi che attaccano le varie componenti dell’organismo stesso causando infezioni e danni tessutali. Il LES colpisce la pelle, le articolazioni, il cuore, i polmoni, i reni, il fegato, il sistema nervoso e l’endotelio vascolare.

Il 30% dei pazienti presenta segni cutanei (eritema a farfalla, rash discoide), frequente la compromissione articolare con dolore; possono essere presenti debolezza, febbre, pleuriti, tendiniti, fotosensibilità, variazioni inspiegabili del peso, disturbi renali, anemia, mal di testa, aborti spontanei. Le cause della malattia non sono note. Il LES colpisce prevalentemente le donne tra i 15 e 35 anni. In Italia almeno 60.000 persone ne soffrono con 1.500-2.000 nuove diagnosi l’anno.

La forma più comune di LES interessa la pelle ma altrettanto frequenti sono la forma articolare e renale. La malattia alterna fasi di remissione a fasi di riacutizzazione.

La diagnosi si basa sull’esame clinico e su una ampia batteria di esami del sangue.

Le terapie utilizzate sono rappresentate da cortisonici, immunosoppressori. Recentemente anche un Ab monoclonale che inibisce lo stimolatore dei linfociti B è stato autorizzato nella terapia del LES.

 

MALATTIA DI SJOGREN (Codice di esenzione 030)

La malattia di Sjogren è una patologia infiammatoria, cronica su base autoimmune, caratterizzata da distruzione delle ghiandole esocrine mediata dai linfociti T ma anche da una eccessiva attivazione dei linfociti B con produzione di autoanticorpi, quali il fattore reumatoide (FR), anti SS-A/Ro e anti SS-B/La.

Questa malattia ha una frequenza dell’1% e colpisce soprattutto il sesso femminile dopo i 40 anni.

La malattia di Sjogren sembra essere associata ad una predisposizione genetica in parte legata ai geni HLA, anche infezioni virali possono essere fattori predisponenti di tale malattia.

I sintomi oltre alla secchezza delle mucose, sono rappresentati da poliartrite non erosiva, fenomeno di Raynaud, porpora o ulcere cutanee, per vasculite e interessamento polmonare.

La malattia di Sjogren aumenta di 40 volte il rischio di neoplasia linfatica. L’andamento è intermittente. La sindrome di Sjogren si può anche associare ad una altra malattia autoimmune come la artrite reumatoide e il LES.

La diagnosi si basa oltre che sulla visita clinica, sul test di Shirmer, sulla scialografia, sulla biopsia delle ghiandole salivari minori ed esami del sangue (in particolare Ab antinucleo e anti-SSA, anti-SSB). La terapia è prevalentemente sintomatica. Nei casi di compromissione articolare con dolore si utilizzano antinfiammatori non steroidei, o FANS, e cortisonici; impiegati anche gli immunosoppressori.

 

MALATTIA DI PAGET (Codice di esenzione 037)

La malattia di Paget, definita osteite deformante, è una malattia metabolica dell’osso.

La causa è sconosciuta, fattori infettivi sono studiati come possibili fattori causali. In tale malattia vi è una attivazione degli osteoclasti che aumenta il riassorbimento osseo e stimola la formazione di nuovo tessuto osseo con conseguenti deformità scheletriche dovute alla crescita anomala che rende le ossa più voluminose, morbide e fragili. La rapidità con cui la malattia di Paget aumenta il riassorbimento e la produzione di nuovo osso fa sì che i nuovi strati risultino disorganizzati e deformati. Possono essere colpiti ossa singole o interi distretti con complicanze importanti come l’ingrossamento del cranio, radicolopatia, artrosi, disturbi uditivi, compressione del midollo spinale o di strutture della fossa cranica posteriore, sarcomi.

La malattia di Paget colpisce di solito dopo i 40 anni, in particolare i maschi.

I sintomi possono essere subdoli ma spesso sono assenti, talvolta è presente dolore osseo e rigidità articolare importante.

La diagnosi oltre che su segni e sintomi, si basa su esami del sangue (fosfatasi alcalina), esami delle urine ed indagini radiografiche.

I bifosfonati rappresentano la terapia di prima scelta.

 

ARTROPATIA PSORIASICA (Codice di esenzione 045)

La psoriasi è una malattia della pelle con andamento cronico-recidivante che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e tondeggianti a margini netti e ben delimitate.

Nel mondo le persone affette da psoriasi sono circa 125 milioni, in Italia quasi 2,5 milioni, nei paesi industrializzati almeno il 3-4% della popolazione presenta lesioni psoriasiche.

Numerosi studi confermano una stretta correlazione tra psoriasi e artrite psoriasica che colpisce il 36% dei pazienti con psoriasi cutanea.

L’artropatia psoriasica non è certo una patologia più lieve dell’artrite reumatoide, infatti almeno il 40% dei pazienti è colpito da una forma erosiva e deformante con gradi di severità radiologica simili a quelli dell’artrite reumatoide. Il 47% dei pazienti con artropatia psoriasica precoce (malattia della durata <2 anni) evidenzia danno radiologico a 2 anni nonostante il miglioramento clinico determinato dall’utilizzo di terapie di fondo tradizionali (metotressato, sulfasalazina, ciclosporina). Queste terapie controllano i sintomi ma non sono in grado di bloccare il danno articolare. Di recente sono stati introdotti gli agenti biotecnologici anche in tale condizione. I più utilizzati sono gli Ab monoclonali che bloccano il TNF-alfa. Tali farmaci migliorano lo stato funzionale e la qualità di vita dei pazienti oltre che a inibire la progressione del danno articolare.

Come per l’artrite reumatoide, anche nell’artropatia psoriasica un trattamento precoce e aggressivo permette di prevenire il danno articolare.

 

SCLEROSI SISTEMICA (Codice di esenzione 047)

La sclerosi sistemica progressiva (SSP), o sclerodermia (dal greco: pelle dura) è una malattia cronica, autoimmune, ad andamento progressivo caratterizzata dall’indurimento della pelle che può colpire molti altri organi e strutture del corpo.

In Italia sono circa 20.000 le persone affette da questa malattia e ogni anno le nuove diagnosi sono circa 300.

Le donne sono più colpite rispetto agli uomini con un rapporto di 3:1, sebbene questa differenza aumenti in età fertile quando il rapporto si avvicina o supera 8:1; le fasce d’età di maggiore insorgenza sono tra i 30 e i 50 anni.

La sclerosi sistemica progressiva si differenzia in due forme: localizzata e sistemica; tra le connettiviti è la patologia più frequente.

Non si conoscono le cause precise che danno il via allo sviluppo della malattia. Tale malattia coinvolge molti organi/apparati: la cute che diventa indurita, tesa e aderente ai piani sottostanti; le ulcere cutanee; l’apparato scheletrico con artrite e tenosinovite; l’apparato cardiaco con fibrosi del tessuto di conduzione del cuore, alterazioni del ritmo cardiaco, scompenso destro, alterazioni del rilasciamento diastolico precoce; l’apparato respiratorio con fibrosi polmonare interstiziale e ipertensione polmonare; l’apparato gastroenterico con ipomobilità esofagea e dell’intestino tenue, reflusso gastro-esofageo e sindrome di malassorbimento; e, infine, l’apparato urinario con crisi renale sclerodermica.

La diagnosi si basa anche sulla ricerca di autoanticorpi specifici quali gli anticorpi antinucleo ANA, tra i quali l’anti-topoisomerasi 1 (anti-Scl70).

La terapia è rivolta alle singole manifestazioni d’organo, come la terapia immunodepressiva nella interstiziopatia polmonare. Sono in studio farmaci ad azione antifibrotica.

 

SPONDILITE ANCHILOSANTE (Codice di esenzione 054)

La spondilite anchilosante è una patologia reumatica infiammatoria che colpisce lo scheletro assiale (colonna vertebrale e articolazioni sacro-iliache), le articolazioni ed entesi periferiche, gli occhi, e più raramente i polmoni e le valvole cardiache. Nella spondilite anchilosante la colonna vertebrale si fonde (colonna a canna di bambù) causando grave rigidità e perdita della mobilità con deformità. Questa patologia che rientra tra le cosiddette spondiloartropatie, può associarsi talvolta a psoriasi o a malattia infiammatoria cronica intestinale (MICI).

Non si conoscono le cause della spondilite anchilosante sebbene il 70-90% dei pazienti abbia in comune un marcatore genetico, l’antigene di istocompatibilità HLA-B27.

I sintomi, caratterizzati da dolore e rigidità della colonna vertebrale (in particolare lombalgia) che si attenuano con il movimento e peggiorano con il riposo (dolore notturno). Possono essere interessate anche le articolazioni periferiche con artriti che interessano prevalentemente gli arti inferiori e le entesi in particolare le calcaneari con tendinite Achillea e fascite plantare. Frequentemente tali pazienti presentano anche una infiammazione della camera anteriore dell’occhio (uveite anteriore).

La spondilite anchilosante colpisce dallo 0,1 allo 0,4% della popolazione mondiale. In Europa la prevalenza oscilla dallo 0,2 all’1% . È più diffusa tra i maschi che sono colpiti tre volte tanto rispetto alle femmine. L’insorgenza è in media attorno ai 25 anni di età.

Convivere con la spondilite anchilosante pone seri problemi di qualità di vita, in base alla gravità dei sintomi i pazienti sono costretti ad abbandonare in parte o del tutto l’attività lavorativa.

La diagnosi arriva tardi, in genere dopo alcuni anni. L’esame radiografico standard può essere nelle fase iniziale negativo, utile per una diagnosi precoce è la risonanza magnetica delle articolazioni sacro-iliache e della colonna vertebrale. e la determinazione dell’antigene-HLA-B27.

I pazienti con spondilite anchilosante vengono trattati spesso con farmaci antinfiammatori non steroidei, FANS e con gli anticorpi monoclonali o farmaci biologici che inibiscono l’azione del Fattore di Necrosi Tumorale (Tumor Necrosis Factor alfa, TNF-alfa), una proteina prodotta dal sistema immunitario che ha un ruolo centrale nel processo infiammatorio che accompagna la patologia. La riabilitazione fisica è una parte importante del trattamento terapeutico in quanto rinforza la muscolatura della schiena e dell’addome migliorando la postura e permettendo di migliorare la respirazione.

 

ARTRITE IDIOPATICA GIOVANILE (compresa nel Codice di esenzione 006 – specifica 714.3)

L’artrite idiopatica giovanile non è una malattia, ma un termine che riunisce tutte le forme di artrite cronica ad insorgenza in età pediatrica.

La forma di gran lunga più comune (circa il 50% dei casi) è una malattia che si osserva solo nel bambino e che presenta peculiari complicanze come l’interessamento infiammatorio dell’uvea (vascolarizzazione dell’occhio) anteriore. Questa complicanza, che può causare gravi danni fino alla perdita della vista, è inizialmente asintomatica. Siccome la terapia per essere efficace deve essere precoce è essenziale, per diagnosticare per tempo l’uveite, che i pazienti si sottopongano ogni tre mesi ad una visita oculistica con lampada a fessura.

Un altro aspetto peculiare a tutte le artriti croniche del bambino è che interessano un apparato muscolo-scheletrico in accrescimento. Le contratture muscolari antalgiche secondarie all’artrite esercitano trazioni anomale sui capi ossei che possono portare a deformità scheletriche; per interrompere questo circolo vizioso trova larga indicazione l’impiego di iniezioni intra-articolari di steroidi (triamcinolone esacetonide).

Una forma particolare di artrite idiopatica giovanile è la forma sistemica, caratterizzata da importanti sintomi sistemici come una febbre elevata. Rappresenta l’equivalente pediatrico della malattia di Still dell’adulto con la differenza che in età pediatrica è molto più frequente. Al contrario, la forma di artrite reumatoide FR dell’adulto, assai frequente nell’adulto, rappresenta poco più del 3% delle artriti del bambino.


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