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Ictus cerebrale: si allunga fino a 9 ore la finestra temporale per la somministrazione della trombolisi

Avere più tempo per somministrare il trattamento che può salvare dall’ictus cerebrale: il Congresso dell’European Stroke Organisation evidenzia un notevole passo avanti in questa direzione.

Aumentare le possibilità di recupero e limitare le conseguenze disabilitanti causate dall’ictus cerebrale intervenendo con la trombolisi, cioè con la somministrazione di un farmaco capace di disostruire l’arteria cerebrale occlusa, entro le prime 4,5 ore dalla comparsa dei sintomi o con la trombectomia meccanica (utilizzando cioè device meccanici per via endovascolare) entro le prime 6.

Queste le finestre temporali entro le quali oggi si può intervenire per limitare i danni dell’ictus cerebrale, patologia che, nel nostro Paese, colpisce circa 150.000 persone ogni anno. Quella cerebrovascolare è, infatti, una patologia tempo-dipendente: indipendentemente dalla gravità del quadro clinico, è fondamentale che, in presenza dei sintomi dell’ictus, la persona venga trasportata dall’ambulanza del 112 al Pronto Soccorso dell’Ospedale dotato di Unità Neurovascolare (Stroke Unit) più vicino.

Dal Congresso ESOC arriva invece la notizia che il trattamento trombolitico può essere somministrato, con buoni risultati, entro una finestra temporale più lunga – che può arrivare fino alle 9 ore dopo la comparsa dei sintomi – in pazienti selezionati con l’utilizzo delle più recenti tecniche di neuroimaging.

L’efficacia della terapia dipende dal tempo. È stato dimostrato che la mortalità, il rischio di emorragie intracraniche e le disabilità permanenti diminuiscono in maniera significativa ogni 15 minuti giocati in anticipo sull’ictus” – ha confermato Danilo Toni, Presidente dell’Italian Stroke Organization e Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare e Neurologia d’Urgenza Policlinico Umberto I di Roma.

Nel corso del Congresso è stata ribadita l’importanza dei 7 campi inseriti nel Piano di Azione per l’Ictus in Europa 2018-2030: prevenzione primaria, organizzazione dei servizi dell’ictus, gestione dell’ictus acuto, prevenzione secondaria con follow up organizzato, riabilitazione, valutazione degli esiti e della qualità dei servizi, la vita dopo l’ictus.

Il Piano di Azione, al quale hanno aderito tutti i Paesi Europei, ha sicuramente degli obiettivi ambiziosi, come la riduzione del numero assoluto degli ictus in Europa del 10%, il trattamento di almeno il 90% dei pazienti colpiti in una Unità Neurovascolare (Stroke Unit) come primo livello di cura e la creazione di piani nazionali specifici che comprendano tutto il percorso, dalla prevenzione primaria fino alla vita post ictus. Dobbiamo considerare che, in base ai dati raccolti nello studio Burden of Stroke – Impatto dell’Ictus in Europa (pubblicato nel 2017), si stima che entro il 2035 si verificherà complessivamente un aumento pari al 34% del numero totale degli eventi cerebrovascolari acuti nell’Unione Europea e che, conseguentemente, salirà anche il numero delle persone che dovrà convivere con gli esiti di una patologia che diventa cronica” – ha dichiarato Francesca Romana Pezzella, neurologo presso la Stroke Unit dell’Ospedale San Camillo di Roma e delegata A.L.I.Ce. Italia per S.A.F.E., E.S.O. e W.S.O e selezionata dal Direttivo ESO come co-chair (cioè co-Presidente) per la implementazione dell’ACTION PLAN IN EUROPE nel triennio 2018-2021.

Questi obiettivi sono pienamente condivisi, nel nostro Paese, dall’Osservatorio Ictus Italia, costituito nel 2016 dall’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus e da A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale), in collaborazione con ISO (Italian Stroke Organization), ESO, Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie.

Riteniamo necessario favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di questa devastante malattia. Obiettivo condiviso dell’Osservatorio è quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia, mettendo in atto politiche dedicate sia a livello nazionale che regionale, da una parte coinvolgendo gli operatori sanitari affinché vengano adottati modelli organizzativi efficaci, e dall’altra, sensibilizzando l’opinione pubblica sull’importanza di adottare uno stile di vita sano per prevenire e contrastare le malattie cerebrovascolari e quelle cardiovascolari” – ha concluso Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus.

Un aspetto particolarmente sentito anche dall’Osservatorio Ictus Italia è quello del ruolo delle donne. Dati recenti pubblicati nel 2019 dall’Organizzazione Mondiale della Sanità hanno evidenziato, infatti, come solo un terzo dei ricercatori in tutto il mondo e il 12% dei membri delle accademie scientifiche nazionali appartengano al sesso femminile. Non solo: questa diseguaglianza tra i sessi peggiora nel corso della carriera: il 70% delle donne in accademia è Assegnista di Ricerca o Ricercatrice e solo il 10% è Professore Ordinario.

Nel 2014, l’European Stroke Organisation ha eletto la prima Presidente donna della sua storia, la Prof.ssa Valeria Caso, neurologa presso la Stroke Unit dell’Ospedale Misericordia di Perugia che, come primo obiettivo, si è prefissata quello di aumentare il numero delle donne iscritte e di farle partecipare attivamente nell’ambito della società scientifica: in soli tre anni, dal 2014 al 2017, la percentuale di donne aderenti all’ESO è passata dal 31% al 40%.

Questa inversione di tendenza, con l’aumento della presenza delle donne nell’ambito della Neurologia si è potuto notarla già nel corso della quinta edizione della Conferenza Annuale dell’European Stroke Organisation, che si è appena conclusa a Milano con la partecipazione di oltre 5.600 specialisti: ben il 40% dei relatori era composto da donne” – ha dichiarato Valeria Caso, Past President ESO.

Nel caso specifico dell’ictus cerebrale, le disuguaglianze si registrano, anche per quanto riguarda l’accesso alle cure (tra i fattori determinati di questa disparità si segnalano, oltre al genere, il basso status socio-economico e l’età anziana) e la dimensione organizzativa nel post ictus. Si calcola che 1 donna su 5 avrà un ictus nell’arco della sua vita (per gli uomini il rapporto è di 1 su 6) e, considerando che le donne vivono più a lungo degli uomini, aumenta la probabilità di esserne colpite.

L’ictus uccide il doppio del tumore mammario, ma notizie non troppo rassicuranti arrivano anche dal punto di vista dei fattori di rischio: fumo e diabete sono pericolosi più per le donne che per gli uomini. Una sola sigaretta in una donna provoca un danno uguale a quello prodotto, in un uomo, da 5 sigarette mentre il diabete moltiplica il rischio di malattie cardiovascolari da 3 a 5 volte nella donna.

Alla luce di questi dati risulta sempre più fondamentale diffondere messaggi precisi e maggiori informazioni sulla prevenzione, sui fattori di rischio modificabili e sulle cure appropriate più specifiche per il genere femminile ma, contemporaneamente, vanno portate avanti tutte le azioni necessarie per sensibilizzare e tenere alta l’attenzione della popolazione, affinché sappia che questa malattia è temibile ma, oggi, si può prevenire e curare con risultati apprezzabili.


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La Società Italiana di Neurologia e l’Associazione Italiana Sclerosi Multipla insieme per il bene dei pazienti

In occasione della Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla che si è celebrata il 30 maggio scorso, la Società Italiana di Neurologia (SIN) annuncia gli importanti progetti che sta costruendo in collaborazione con l’Associazione Italiana di Sclerosi Multipla (AISM)

Unite per il bene dei pazienti, SIN e AISM, insieme alle diverse figure professionali e a tutti gli altri attori coinvolti, stanno definendo le Linee Guida Nazionali per l’assistenza ai pazienti con SM, aggiornando e adattando alla realtà italiana le linee guida già elaborate dal Nice (UK), in particolare per quanto riguarda la terapia.

La SIN come società scientifica è impegnata in prima linea con le associazioni che rappresentano i pazienti poiché gli obiettivi di sostenere e indirizzare la ricerca, favorire la formazione e migliorare l’assistenza sono obiettivi comuni che vengono perseguiti al meglio attraverso la condivisione delle esperienze e delle competenze reciproche. E cosi la sinergia tra i neurologi della SIN e i rappresentanti dei pazienti dell’AISM è un esempio concreto di collaborazione fattiva e costruttiva nel perseguire gli obiettivi di sviluppo non solo della ricerca e quindi della terapia ma anche della assistenza” – ha dichiarato Gianluigi Mancardi, Presidente SIN.

SIN e AISM si stanno dedicando anche ai Centri Italiani per la Sclerosi Multipla, in particolare per ciò che riguarda la valutazione del carico di lavoro e le prospettive di miglioramento della loro attività. In Italia esiste una situazione particolarmente favorevole, dove operano più di 200 Centri SM, nati oramai quasi 25 anni fa, e distribuiti in maniera uniforme e capillare sul territorio nazionale, dove operano specialisti neurologi con particolare competenza sulla malattia.

Si tratta di una realtà italiana di grande rilevanza, unica nel suo genere nel panorama internazionale, che va sostenuta sia facilitando lo sviluppo di reti collaborative regionali di tipo orizzontale, dove i diversi centri collaborano fra di loro con uno o più punti di riferimento di particolare specializzazione, sia attivando specifiche competenze anche nei centri più piccoli.

Recentemente le due associazioni, SIN e AISM, si sono impegnate nell’elaborazione del Percorso Diagnostico Terapeutico Assistenziale (PDTA) a valenza nazionale, che tenga conto di tutti i passaggi assistenziali del paziente con SM, dalla diagnosi, alla presa in carico, alla terapia. Un PDTA che consideri non solo le fasi iniziali della malattia ma anche le fasi più tardive, quando la disabilità può arrivare a livelli tali che il paziente deve essere seguito sul territorio e non più dai Centri SM” – ha commentato Francesco Patti, Coordinatore del Gruppo di Studio SIN sulla Sclerosi Multipla.

La sclerosi multipla (SM) è una malattia cronica del sistema nervoso centrale che insorge generalmente tra i 20 e i 40 anni con una maggiore frequenza nelle donne. Solo in Italia la SM colpisce circa 122.000 pazienti e oltre 3400 i nuovi casi l’anno. Si tratta di una patologia dal forte impatto emotivo e sociale che comporta una disabilità rilevante, che, spesso, compare dopo alcuni anni di storia clinica di malattia e un lungo decorso che si prolunga per tutta la vita. I sintomi più comuni sono perdita di equilibrio, cattiva coordinazione, tremori, disturbi del linguaggio, vista sfocata, riduzione di forza, perdita della capacità deambulatoria, perdita del controllo sfinterico, deficit delle funzioni cognitive, disfagia, dolore, e fatica, sono variamente presenti anche nello stesso soggetto.

 

Terapia con cellule staminali nella sclerosi laterale amiotrofica e nelle malattie del motoneurone

Posizione della Società Italiana di Neurologia e del Gruppo di Studio sulle malattie del motoneurone relativamente alla terapia con cellule staminali nella sclerosi laterale amiotrofica e nelle malattie del motoneurone.

La ricerca sulle terapie cellulari per le malattie del motoneurone, di cui la sclerosi laterale amiotrofica (SLA) è la forma più frequente, è attiva da tempo, e gli studi conclusi hanno portato purtroppo a risultati negativi o non definitivi.

In particolare, la ricerca sulle cellule staminali mesenchimali, ematopoietiche e neurali nella SLA e nelle malattie del motoneurone è stata ed è molto attiva, nel mondo ed in particolare in Italia, ma fino ad oggi non è stato ottenuto alcun risultato clinico significativo. Purtroppo negli ultimi 15-20 anni sono stati numerosi i ‘tentativi’ terapeutici offerti ai pazienti con SLA, spesso a pagamento, che hanno provocato innumerevoli ‘viaggi della speranza’, in diversi Paesi del mondo, con vicende pseudoscientifiche e con risultati nulli, ma spesso con gravi conseguenze mediatiche ed illusorie nei confronti dei pazienti, delle loro famiglie e delle istituzioni, senza dimenticare gli enormi costi sostenuti.

Oggi, infatti, non vi sono risultati di efficacia clinica riportati in nessuna sperimentazione di fase 2 o 3 e quindi non sussistono indicazioni di efficacia di approcci terapeutici con cellule staminali nella SLA e nelle altre malattie del motoneurone.

Attualmente, nel mondo, sono attivi circa 20 trial, 17 dei quali sono registrati sul portale del National Institute of Health del Governo USA (www.clinicaltrials.gov ): 4 osservazionali e 13 di tipo interventistico, di fase 1, 2 o 3, con diversi approcci scientifici e diversi tipi di cellule studiate.

Per esempio alcuni di questi studi utilizzano le cellule mesenchimali (MSC), come lo studio di fase 3 su circa 200 pazienti in USA e Canada, che prevede la somministrazione di MSC differenziate dall’azienda Brainstorm in cellule (chiamate NeurOwn), in grado di produrre fattori neurotrofici. Lo studio prevede la somministrazione per via intratecale, cioè nel canale spinale, per tre volte ogni due mesi, e prevede la presenza di un gruppo di controllo con placebo.

Al momento non vi è alcuna pubblicazione scientifica dei risultati della fase 2 e pertanto non è possibile dare alcun giudizio sull’efficacia di questa procedura. I risultati definitivi della fase 3 sono previsti per luglio 2020.

Vi sono poi altri studi in corso, due dei quali di fase 1 e 2 svolti presso la Mayo Clinic di Rochester, USA, in cui i ricercatori stanno valutando la sicurezza e la tollerabilità di MSC derivate dal tessuto adiposo iniettate per via intratecale (nel liquor). Il primo studio è terminato nel 2018 ma non ci sono ancora risultati disponibili. Lo studio di fase 2 è in corso e il termine sarà a dicembre 2020.

In Spagna è invece in corso un progetto di fase 1/2 mirato a valutare la sicurezza in pazienti con SLA della somministrazione endovenosa di MSC derivate dal tessuto adiposo. Il termine dello studio è previsto per il 2021.

In Italia la ricerca sulle cellule staminali è sempre stata all’avanguardia e diversi progetti sono stati condotti o sono tuttora in corso: in particolare è stato recentemente concluso in 11 centri italiani, coordinati dal Dipartimento di Neuroscienze, Oftalmologia e Genetica dell’Università degli Studi di Genova, il protocollo Cy-HSCTALS002 che ha previsto la somministrazione endovenosa di Ciclofosfamide, associata alla somministrazione di Granulocyte Colony-Stimulating factor (G-CSF) e chemioterapia di condizionamento e successiva re-infusione di cellule staminali ematopoietiche autologhe.

È invece tuttora in corso lo studio STEMALS II, una sperimentazione di fase 2 che ha coinvolto 7 centri italiani, basato sul trattamento con Filgrastim (un potente ‘mobilizzatore’ di cellule staminali ematopoietiche) per via endovenosa nella sclerosi laterale amiotrofica. Lo studio è stato coordinato dal CRESLA di Torino e i risultati sono previsti per il gennaio 2020.

Per quanto riguarda le cellule staminali neurali (NSC) sono stati condotti alcuni studi sia in USA che in Italia, dove il Prof. Angelo Vescovi e la dott.ssa Letizia Mazzini hanno coordinato uno studio clinico di fase I (che ha coinvolto 4 centri clinici) utilizzando NSC derivate da tessuto cerebrale fetale con impianto intramidollare. La sperimentazione è stata effettuata su 18 pazienti con SLA ed i risultati hanno mostrato un discreto profilo di sicurezza nei casi trattati (dati pubblicati). È ora in corso il disegno di uno studio multicentrico di fase 2 che coinvolgerà 60-80 pazienti e un numero più ampio di centri clinici.


 

E’ online il nuovo bando “Bollini Rosa” per gli Ospedali vicini alle donne

È online il Bando Bollini Rosa relativo al biennio 2020-2021. Fino al 31 maggio 2019 tutti gli ospedali interessati possono compilare il questionario di auto-candidatura sul sito dedicato all’iniziativa www.bollinirosa.it.

I Bollini Rosa sono un riconoscimento conferito dal 2007 da Onda agli ospedali italiani che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle principali patologie femminili, riservando particolare attenzione alle specifiche esigenze delle donne. Gli obiettivi principali sono incentivare gli ospedali a offrire servizi clinico-assistenziali personalizzati e che considerino le specifiche esigenze femminili e sensibilizzare la popolazione sulle patologie femminili più diffuse, avvicinando alla diagnosi precoce e alle cure. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio di 24 Società Scientifiche e ha consentito la creazione di una rete consolidata di 306 ospedali sul territorio nazionale.

I Bollini Rosa nascono con l’obiettivo di sensibilizzare gli ospedali alla creazione di percorsi diagnostico-terapeutici che tengano in considerazione la specificità di genere. Oggi rappresentano il più importante riconoscimento all’applicazione della medicina genere-specifica alla pratica clinica” – ha affermato Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

Le aree specialistiche incluse nel bando sono cardiologia, dermatologia, diabetologia, dietologia e nutrizione clinica, endocrinologia e malattie del metabolismo, ginecologia e ostetricia, geriatria, medicina della riproduzione, neonatologia e patologia neonatale, neurologia, oncologia ginecologica, oncologia medica, pediatria, psichiatria, reumatologia, senologia, urologia e sostegno alle donne vittime di violenza.

L’assegnazione dei Bollini Rosa avviene tramite l’elaborazione matematica dei punteggi attribuiti a ciascuna domanda del questionario e la successiva valutazione dell’Advisory Board, presieduto da Walter Ricciardi, Direttore Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di Sanità pubblica, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma. La cerimonia di premiazione delle strutture è prevista l’11 dicembre 2019 a Roma in sede istituzionale.

Il numero delle strutture che sono entrate nel network negli anni è in continuo aumento, segno dell’attenzione crescente verso le esigenze proprie dell’utenza femminile. I risultati di questi anni ci hanno convinto a continuare sulla strada della promozione della salute di genere negli ospedali: il nuovo bando che assegnerà i Bollini Rosa per il biennio 2020-2021 è stato appena divulgato e contiamo di ricevere ampia adesione per poter realizzare sempre più iniziative con gli ospedali premiati a favore della popolazione femminile” – ha proseguito Merzagora.

Per discutere del ruolo e del valore del network Bollini Rosa e del contributo allo sviluppo della medicina di genere in ambito ospedaliero, si è tenuto il 16 maggio scorso a Milano, il convegno I Bollini Rosa: ruolo e valore del panorama sanitario, promosso da Onda in collaborazione con Regione Lombardia, con la presenza delle Istituzioni, degli specialisti e dei pazienti.

Tutte le strutture ospedaliere identificate come ospedali ‘vicini alle donne’ dalla Fondazione Onda e premiati con i Bollini Rosa offrono percorsi diagnostico-terapeutici e servizi dedicati alle principali patologie di interesse femminile, assicurando appropriatezza terapeutica e percorsi di cura in tempi minimi. Il fattore ‘tempo’ assume una rilevanza di assoluta priorità, soprattutto per i portatori di patologie gravi, che vivono il disagio di malattie totalizzanti con elevato impatto sulla propria qualità di vita e con ricadute anche per i familiari che li sostengono. Pertanto, il garantire assistenza e cura in tempi ridotti, non solo alle donne ‘malate’ ma anche nei momenti più gioiosi della vita come quelli del parto, è indice di efficienza organizzativa, umanizzazione delle cure e rispetto per la persona-paziente” – ha spiegato Walter Ricciardi, Direttore Dipartimento Scienze della salute della donna, del bambino e di Sanità pubblica, Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma.

I Bollini Rosa, nati per sensibilizzare le strutture sanitarie nei confronti della medicina di genere, sono di fatto diventati una certificazione di qualità delle cure e la cultura organizzativa che hanno determinato è diventata patrimonio di tutti gli operatori delle strutture ospedaliere” – ha concluso Flori Degrassi, Direttore Generale, ASL Roma 2.

 


 

XI Giornata Nazionale Del Mal Di Testa

L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che ben il 50% degli adulti soffra di cefalea, comunemente detto mal di testa, con un episodio verificatosi almeno una volta nell’ultimo anno; tra i 18 e i 65 anni di età la percentuale cresce fino al 75% e, tra questi, più del 30% ha sofferto di emicrania, una delle tre forme principali di cefalee primarie. Il mal di testa, però, non risparmia neanche i più giovani: si stima che oltre il 40% dei ragazzi sia colpito da cefalea e che 10 bambini su 100 soffrano di emicrania.

Non solo il mal di testa è doloroso, ma è anche disabilitante. In particolare, l’emicrania è stata identificata dall’OMS come la malattia che causa maggiore disabilità nella fascia di età tra 20 e 50 anni, ossia nel momento più produttivo della nostra vita.

È proprio in questo contesto che si è svolta l’11 maggio la XI Giornata Nazionale del Mal di Testa, che ha visto per la prima volta riunite le tre società scientifiche di riferimento ANIRCEF (Associazione Neurologica Italiana per la Ricerca sulle Cefalee), SIN (Società Italiana di Neurologia) e SISC (Società Italiana per lo Studio delle Cefalee) per informare e sensibilizzare la popolazione sulla patologia e sulle possibilità di cura ad oggi disponibili.

Le cefalee vengono suddivise in due grandi categorie: le cefalee primarie sono disturbi a se stanti non legati ad altre patologie e sono le più frequenti, mentre le cefalee secondarie dipendono da altre patologie in atto nel nostro organismo, come, ad esempio, cefalea da trauma cranico e/o cervicale, da disturbi vascolari cerebrali (come l’ictus), da patologie del cranio non vascolari (come tumori cerebrali, ipertensione o ipotensione liquorale).

A loro volta, le cefalee primarie comprendono l’emicrania, la cefalea di tipo tensivo, la cefalea a grappolo e si distinguono per la tipologia del dolore, l’intensità, la collocazione nella testa, la durata, la frequenza e gli altri sintomi concomitanti.

In Italia lemicrania colpisce circa 6 milioni di persone, ossia il 12% della popolazione. L’opinione pubblica e, in parte anche i medici non hanno mai pienamente acquisito il concetto di malattia emicranica, mentre lo scenario scientifico attuale dimostra che l’emicrania è una malattia neurologica in cui confluiscono aspetti genetici, biologici e ambientali caratterizzata da giorni di dolore cefalico alternati a giorni con sintomi residui che non possono essere modificati positivamente dalla terapia. Di recente, infatti, sono state messe a punto terapie specifiche e selettive per la prevenzione a dimostrazione ancora una volta che l’emicrania è una vera malattia” – ha affermato Elio Clemente Agostoni, Presidente ANIRCEF.

 

L’emicrania si caratterizza per un dolore e moderato-severo pulsante che, spesso, si localizza nella metà della testa e del volto. Il paziente non riesce a svolgere nessuna delle attività quotidiane perché ogni azione aggrava il dolore e, a volte (emicrania con aura), gli attacchi vengono preceduti da disturbi neurologici come, ad esempio, sintomi visivi. La crisi si manifesta solitamente insieme ad altri disturbi come vomito e intolleranza alla luce e ai rumori e può durare da alcune ore a 2-3 giorni. Due terzi dei pazienti emicranici sono donne.

La cefalea di tipo tensivo, invece, presenta una intensità lieve-moderata, di tipo gravativo o costrittivo (classico cerchio alla testa) della durata di alcuni minuti o ore o anche alcuni giorni, non aggravata dalle attività fisiche usuali e non associata, in genere, a nausea o vomito. È la forma più frequente di cefalea con una prevalenza di circa l’80%. Fattori di predisposizione genetica possono avere una certa influenza nello sviluppo della cefalea tensiva così come fattori ambientali tra cui lo stress, l’affaticamento, cattive posture o riduzione delle ore di sonno.

Infine, la cefalea a grappolo provoca attacchi dolorosi più brevi (1-3 ore) molto intensi e lancinanti che si susseguono 1 o più volte al giorno per un periodo di tempo di circa 2 mesi (grappolo), alternati a periodi senza dolore. L’area interessata è quella oculare e, al contrario delle altre due forme, la cefalea a grappolo colpisce prevalentemente gli uomini. In genere gli episodi si ripetono ciclicamente con una cadenza stagionale o di 1/2 periodi all’anno.

Poiché le possibili cause della cefalea sono numerose e diverse, diverse saranno anche le strategie terapeutiche da attuare in ogni singolo caso. Una diagnosi corretta a cura di uno specialista assume, quindi, una rilevanza cruciale poiché risulta di fondamentale importanza curare la patologia tempestivamente e in maniera personalizzata, anche per evitare la cronicizzazione del disturbo e l’abuso di farmaci. Iniziative come la Giornata del Mal di Testa servono proprio a informare il paziente e a renderlo consapevole delle azioni da intraprendere per contrastare la malattia e non rimanerne schiacciato” – ha commentato Gianluigi Mancardi, Presidente della SIN.

 

L’iniziativa nazionale prevede dal 13 al 17 maggio l’organizzazione di Open Day presso i principali centri specializzati di tutto il territorio nazionale, in cui i cittadini potranno incontrare gli esperti per ricevere informazioni su cosa fare alla comparsa del mal di testa, su quali sono i principali strumenti diagnostici oggi e le reali possibilità di cura che negli ultimi anni sono state messe a punto.

Il contributo dei ricercatori di base e clinici, tra cui particolarmente importante quello italiano è stato frutto di un difficile percorso lungo 30 anni, ma alla fine ha portato alla identificazione di piccole molecole (farmaci classici) che bloccano il recettore per il CGRP e di anticorpi monoclonali che bloccano il CGRP o il suo recettore. Questi farmaci hanno dimostrato efficacia e sicurezza non solo nel trattamento acuto dell’attacco ma anche nella profilassi dell’emicrania. Gli anticorpi monoclonali sono risultati efficaci anche nelle forme più gravi come l’emicrania cronica. Se quindi i ricercatori e clinici possono essere soddisfatti di avere scoperto il meccanismo da cui si genera il dolore emicranico, ancora più soddisfatti sono i pazienti che finalmente hanno a disposizione una cura specifica, efficace e sicura” – ha commentato Pierangelo Geppetti, Presidente SISC.

 

Il calendario delle iniziative della Giornata Nazionale del Mal di Testa sarà consultabile sui siti delle società scientifiche (www.anircef.itwww.neuro.itwww.sisc.it)

 

Come proteggere il cervello dai disturbi cerebrovascolari?

Ci sono misure di protezione del cervello dai disturbi cerebrovascolari da mettere in atto prima che questi si verifichino (prevenzione primaria), durante il loro decorso (terapie della fase acuta) e dopo un evento (prevenzione secondaria).

Le misure di prevenzione primaria e secondaria sono sostanzialmente sovrapponibili. Mentre nulla possiamo fare per i fattori di rischio non modificabili (età, sesso e, anche se rare, condizioni genetiche predisponenti), molto si può fare per fattori di rischio modificabili (ipertensione, fumo, diabete, ipercolesterolemia, obesità, cardiopatie emboligene come la fibrillazione atriale). Teoricamente, l’eliminazione dei fattori di rischio modificabili consentirebbe una significativa riduzione del rischio di ictus nella popolazione del 50% dei casi eliminando l’ipertensione, del 19% eliminando l’obesità e del 12% eliminando il fumo. Si tratta, ovviamente, di un’astrazione statistica ma, considerando l’interazione fra i vari fattori di rischio, è chiaro che il loro simultaneo controllo adeguato è di rilevanza assoluta. E questo è tanto più vero per i pazienti già colpiti da un ictus, che hanno un rischio di incorrere in una recidiva due volte superiore al rischio di avere un primo ictus.

Va qui ricordato che i fattori di rischio menzionati entrano in gioco anche nel determinismo della demenza vascolare ed un loro ruolo è riconosciuto anche nella demenza degenerativa di Alzheimer.

Quando un ictus ischemico si è verificato, possiamo proteggere il cervello limitando il danno attraverso terapie di riperfusione farmacologiche e/o meccaniche. La trombolisi intravenosa e la trombectomia meccanica, in combinazione o separatamente fra loro a seconda dei casi clinici, consentono oggi di ottenere un recupero delle funzioni neurologiche, allo stato precedente l’ictus, fino al 50-60% dei casi trattati. Va però ricordato che al momento solo il 10%-15% di tutti i pazienti con ictus è candidabile alla trombolisi intravenosa e meno del 5% alla trombectomia meccanica.

Ma il cervello colpito da ictus si protegge anche sottoponendo il paziente alle terapie farmacologiche atte a stabilizzarlo dal punto di vista pressorio e del ritmo cardiaco, ad evitare la malnutrizione e la conseguente depressione immunitaria, a trattare eventuali complicanze infettive. È quello che si fa nelle Unità Neurovascolari (o Stroke Unit) che rappresentano di fatto la principale misura di protezione del cervello in caso di ictus, in quanto teoricamente applicabile a tutti i pazienti qualora fossero disponibili in numero adeguato alla richiesta.

Prof. Danilo Toni, Associato in Neurologia, Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare e Neurologia d’Urgenza Policlinico Umberto I di Roma

La riserva cognitiva e l’attività fisica possono proteggere il cervello dal decadimento mentale?

La Malattia di Alzheimer rappresenta la più comune forma di demenza, una delle sfide sanitarie più grandi del nostro secolo. Nel mondo colpisce circa 40 milioni di persone e solo in Italia vi sono circa un milione di casi, per la maggior parte oltre i 60 anni. Oltre gli 80 anni ne è affetto un anziano su 4. Questi numeri sono destinati a crescere drammaticamente per il progressivo aumento della durata della vita, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo: si stima un raddoppio dei casi ogni 20 anni.

Nei pazienti con Alzheimer le cellule cerebrali subiscono un processo degenerativo che determina la perdita delle loro connessioni e quindi il manifestarsi inizialmente di sintomi quali deficit di memoria, soprattutto per fatti recenti, e successivamente disturbi del linguaggio, perdita di orientamento spaziale e temporale, progressiva perdita di autonomia nelle funzioni della vita quotidiana che definiamo come “demenza”. A tali deficit spesso si associano problemi psicologici e comportamentali, come depressione, incontinenza emotiva, deliri, agitazione, vagabondaggio, che rendono necessario un costante accudimento del paziente, con un grosso peso per i familiari. Le terapie ad oggi approvate possono in parte mitigare tali sintomi, ma non hanno alcun impatto sulla progressiva evoluzione della demenza, una volta che questa si è manifestata.

Proprio per questo la speranza di una cura è legata alla prevenzione, nei soggetti a rischio ma non ancora dementi. Diventa quindi molto importante individuare i primi segni di lievi deficit cognitivi, soprattutto di memoria, che configurano un quadro denominato “Mild Cognitive Impairment” (MCI), o “disturbo neurocognitivo minore”, cercando di capire se tale condizione è destinata ad evolvere verso una demenza.

Oggi questo è possibile, sono da poco disponibili, infatti, nuove tecniche che permettono di determinare in tali soggetti le alterazioni di una proteina ritenuta la prima causa di malattia. Da vari anni è noto infatti che alla base della malattia vi è l’accumulo progressivo nel cervello della proteina beta-amiloide, che distrugge le cellule nervose ed il loro collegamenti. Oggi sappiamo che la beta amiloide inizia ad accumularsi anche decenni prima delle manifestazioni cliniche della malattia, ed è possibile evidenziarla nel cervello dei pazienti grazie ad una tecnica, la PET (Positron Emission Tomography), con la somministrazione endovenosa di un tracciante che lega tale proteina. Analogamente è possibile analizzare i livelli di beta amiloide nel liquido cerebrospinale, mediante una puntura lombare. Queste tecniche permettono di stabilire il rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer in soggetti con minimi deficit cognitivi, che sono quindi i migliori candidati per attuare strategie preventive per ritardare l’esordio di malattia.

La ricerca scientifica ha fatto enormi passi avanti nell’identificazione di meccanismi che accelerano l’accumulo e potenziano l’effetto tossico della proteina amiloide: tra questi il danno vascolare riveste un ruolo prioritario. In effetti è noto da tempo che i fattori di rischio per le patologie vascolari quali ipertensione, diabete, obesità, fumo, scarsa attività fisica, contribuiscono anche ad un rischio maggiore di sviluppare la Malattia di Alzheimer. Oggi si è dimostrato che il danno vascolare non solo determina lesioni ischemiche o emorragiche, che contribuiscono al declino cognitivo, ma facilita in modo specifico l’accumulo di amiloide nel cervello, sia perché l’ipossia ne aumenta la produzione, sia perché col danno dei vasi viene a ridursi il passaggio di beta amiloide dal cervello al sangue, che è il meccanismo naturale di smaltimento della proteina.

In effetti dati recenti indicano una tendenza alla riduzione dell’incidenza della malattia nei paesi industrializzati, proprio per il maggiore controllo dei fattori di rischio vascolare.

Oltre al controllo dei fattori di rischio vascolare, altre strategie possono aiutare a ridurre e ritardare il danno prodotto dall’accumulo di beta amiloide.

È noto da tempo che l’elevata scolarizzazione e l’impegno in attività culturalmente impegnative ritardano l’esordio del declino cognitivo. Questo avviene poiché le attività cognitive implicano la continua creazione di nuove connessioni cerebrali, che determinano una cosiddetta “riserva cognitiva”, in grado di contrastare gli effetti del danno di alcuni circuiti cerebrali. Questo ha portato ad indicare l’impegno in attività stimolanti per la mente (imparare nuove lingue, a suonare uno strumento musicale, leggere libri, o anche più semplicemente essere impegnati in un lavoro o in passatempo stimolante, come pure partecipare ad attività ricreative sociali), come una possibile strategia per ritardare la comparsa di demenza in soggetti con iniziale declino cognitivo.

Uno studio longitudinale sulla popolazione anziana finlandese “studio Finger”, pubblicato inizialmente nel 2015, ma che prosegue tuttora con pubblicazioni più recenti, dal 2009 al 2011 ha reclutato più di 2500 persone oltre i 60 anni, normali o con iniziali disturbi cognitivi, delle quali circa 1200 sono state selezionate e la metà assegnate casualmente a un intervento combinato mirato al controllo dei fattori di rischio vascolare, dieta, esercizio fisico e training cognitivo. Tale studio ha dimostrato con forza che stili di vita adeguati agiscono da fattore protettivo per la demenza. In particolare, tra le varie diete, quella dimostrata più appropriata da vari studi scientifici è la nostra dieta mediterranea, ricca di antiossidanti e di fattori protettivi per il danno indotto da beta-amiloide.

Una recente revisione di circa 100 studi effettuati su più di 10.000 anziani normali o con deficit cognitivi, ha confermato che l’attività fisica aerobica moderata (almeno 3 ore alla settimana, per almeno 25 settimane) è in grado di migliorare le prestazioni cognitive, sia in soggetti normali che dementi, soprattutto per quanto riguarda le funzioni esecutive, con miglioramento dei processi attentivi. Studi recenti hanno dimostrato vari meccanismi coi quali l’attività fisica è in grado di contrastare il declino cognitivo. Durante l’attività il muscolo produce varie sostanze che vengono liberate nel sangue e agiscono sul cervello: le più studiate sono il fattore neurotrofico BDNF e la miochina irisina. Recenti esperimenti in modelli animali di malattia di Alzheimer hanno dimostrato che il BDNF prodotto con l’esercizio fisico è in grado di ridurre la produzione della proteina beta amiloide nel cervello e di proteggere i neuroni dai suoi danni. Altri studi recenti hanno evidenziato che esercizio fisico e BDNF sono anche in grado di stimolare la produzione di nuove cellule nervose che vanno a soppiantare quelle danneggiate in un modello animale di Alzheimer. La miochina irisina, prodotta dal muscolo con l’esercizio, induce a sua volta la produzione di BDNF cerebrale, riduce l’aggregazione della proteina beta amiloide ed i danni a carico dei neuroni.

Dopo il fallimento delle terapie attuate nella fase di demenza conclamata, anche le sperimentazioni cliniche attuali sono rivolte alla prevenzione della malattia.

Tali strategie sono basate su molecole che determinano una riduzione della produzione di beta-amiloide, con farmaci che boccano gli enzimi che la producono (beta-secretasi) o, in alternativa, anticorpi capaci addirittura di determinare la progressiva scomparsa di beta-amiloide già presente nel tessuto cerebrale. Questi anticorpi, prodotti in laboratorio e somministrati sottocute o endovena, sono in grado di penetrare nel cervello e rimuovere la proteina, facilitando il passaggio della proteina dal cervello al sangue, con successiva eliminazione.

Queste terapie sono attualmente in fase avanzata di sperimentazione in tutto il mondo, su migliaia di pazienti nelle fasi iniziali di malattia o addirittura in soggetti sani che hanno la positività dei marcatori biologici (PET o liquorali) per l’accumulo di amiloide. La speranza è di modificare il decorso della malattia, prevenendone l’esordio, dato che intervenire con tali molecole nella fase di demenza conclamata si è dimostrato inefficace.

Il segreto per combattere questa devastante malattia rimane quindi la prevenzione, già da oggi attuando stili di vita adeguati (“allenare la mente e il fisico per proteggere il cervello”), la speranza per domani anche con nuove terapie.

Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica presso l’Ospedale San Gerardo di Monza


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