Posts Tagged 'neurologia'

EAN: novità nella terapia della Sclerosi Multipla

Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, ha annunciato i dati relativi al profilo di efficacia e sicurezza a lungo termine del farmaco sperimentale evobrutinib, inibitore orale, altamente selettivo della tirosin chinasi di Bruton (BTK) in pazienti adulti con Sclerosi Multipla Recidivante (SMR).

I recenti risultati dello studio di estensione open-label di Fase II (OLE, open-label extension) sono stati presentati durante il Congresso virtuale dell’European Academy of Neurology (EAN) 2020.

Questi dati dimostrano come evobrutinib abbia un impatto elevato e sostenuto sul tasso di ricaduta annualizzato nell’arco di 108 settimane. La maggiore efficacia è stata chiaramente associata all’occupazione di BTK, e questo rafforza ulteriormente la validità della nostra scelta di dosaggio nel programma di fase III. E’ inoltre particolarmente incoraggiante l’ampiezza dei dati di sicurezza di evobrutinib, compreso il fatto che non si segnala nessun aumento di infezioni gravi in più di 1.200 pazienti fino a due anni” – ha dichiarato Luciano Rossetti, Head of Global Research & Development per l’area di business  Biopharma di Merck.

I risultati relativi al tasso di recidiva annualizzato (ARR, Annual relapse rate) nella fase in doppio cieco dello studio sono stati mantenuti nel corso dell’estensione open-label, con i pazienti che hanno ricevuto evobrutinib 75mg BID (due volte al giorno) nella fase in doppio cieco mostrando un ARR di 0,11 (95% CI 0,04–0,25) alla settimana 48 e di 0,12 (0,06–0,22) alla settimana 108.

I dati emersi dallo studio di Fase II continuano a dimostrare che il dosaggio BID può ottenere un’efficacia maggiore rispetto al dosaggio QD (una volta al giorno), sui risultati clinici, come dimostrato dalla riduzione di ARR. I dati di modelling mostrano che un’occupazione superiore al 95% di BTK come minimo è necessaria in quasi tutti i pazienti per ottenere la massima efficacia e questo può essere raggiunto, in maniera ottimale, con il dosaggio BID.

I dati precedentemente pubblicati sul New England Journal of Medicine riportavano i risultati dello studio di fase II in cui si dimostrava che, a 24 settimane, evobrutinib riduceva significativamente il numero complessivo di lesioni T1 captanti gadolinio rispetto al placebo, soddisfacendo il suo endpoint primario. Alla settimana 48, tutti i pazienti sono potuti entrare nello studio OLE che ha valutato l’efficacia e la sicurezza a lungo termine di evobrutinib.

I dati di efficacia e sicurezza relativi ad evobrutinib a 108 settimane emersi durante lo studio in doppio cieco e il periodo di OLE sono molto solidi. Questo, in aggiunta all’alta selettività della molecola, suggerisce che evobrutinib possa costituire un approccio promettente al trattamento della SM” – ha osservato Xavier Montalban, Presidente e Direttore del Neurology-Neuroimmunology Department & Neurorehabilitation Unit, Multiple Sclerosis Centre of Catalonia (Cemcat), Vall d’Hebron University Hospital, Barcellona, Spagna.

Su 267 pazienti randomizzati, 213 hanno completato il trattamento di 108 settimane (48 settimane nello studio principale e 60 settimane nello studio OLE).

Evobrutinib è stato generalmente ben tollerato, con il profilo di sicurezza mantenuto durante lo studio OLE, senza aumento di infezioni e, in generale, senza nuove segnalazioni di sicurezza. Coerentemente con l’alta selettività di evobrutinib, i pazienti che hanno partecipato allo studio non hanno manifestato effetti collaterali sistemici, come disturbi gastrointestinali. Nello studio di fase II, gli eventi avversi di qualsiasi grado più comunemente osservati in associazione con evobrutinib hanno incluso nasofaringite e aumento dei livelli di aminotransferasi alanina (ALT), aminotransferasi aspartata (AST) e lipasi.

Le aminotrasferasi epatiche elevate transitorie sono state limitate alle prime 24 settimane dall’inizio del trattamento con evobrutinib e non sono state osservate nello studio OLE nei pazienti che hanno continuato il trattamento con evobrutinib.

Evobrutinib sta entrando negli studi di fase III dopo i risultati dello studio clinico di fase II, che ha soddisfatto il suo endpoint primario nel corso di 24 settimane di trattamento. I due nuovi studi, EVOLUTION RMS 1 e 2 sono studi multicentrici, randomizzati, in doppio cieco, double-dummy a gruppi paralleli, , con controllo attivo che valuteranno l’efficacia e la sicurezza di evobrutinib verso teriflunomide, in pazienti con Sclerosi Multipla Recidivante. L’endpoint primario degli studi è l’ARR nei pazienti dopo 96 settimane di trattamento. Gli endpoints secondari includono la comparsa di nuove o ingrandite lesioni T2 valutate mediante risonanza magnetica per immagini e la disabilità progressiva misurata con l’EDSS  (Expanded Disability Status Scale).

Evobrutinib (M2951) è in fase di sviluppo per studiare il suo potenziale come trattamento per la sclerosi multipla (SM). È un inibitore orale altamente selettivo della tirosin chinasi di Bruton (BTK) che è importante nello sviluppo e nel funzionamento di varie cellule immunitarie tra cui linfociti B e macrofagi. Evobrutinib è progettato per inibire le risposte primarie delle cellule B come proliferazione e rilascio di anticorpi e citochine, senza influenzare direttamente le cellule T. Si ritiene che l’inibizione della BTK sopprima le cellule produttrici di autoanticorpi, azione che la ricerca preclinica suggerisce potrebbe essere terapeuticamente utile in alcune malattie autoimmuni. Il programma globale di sviluppo clinico di Fase III che valuta evobrutinib nella SM comprende due studi registrativi, EVOLUTION RMS 1 e 2. Evobrutinib è attualmente oggetto di indagine clinica e non è approvato in nessuna parte del mondo.

La sclerosi multipla (SM) è una malattia autoimmune, cronica e infiammatoria del sistema nervoso centrale; essa costituisce il più comune disturbo neurologico disabilitante d’origine non traumatica nei giovani adulti. Si stima che circa 2,3 milioni di persone nel mondo siano affette da SM. Nonostante la sclerosi multipla sia caratterizzata da un’ampia varietà di sintomi, quelli osservati con maggiore frequenza includono disturbi focali, intorpidimento e formicolii agli arti, diminuzione della forza muscolare e disturbi della coordinazione. Le forme recidivanti di SM sono le più comuni.

Legame tra stress e demenza

I disturbi legati allo stress sono associati a un aumentato rischio di malattie neurodegenerative.

Il disturbo legato allo stress è associato a un aumentato rischio di demenza, probabilmente attraverso un percorso cerebrovascolare” – ha detto Huan Song del West China Hospital, Sichuan University, a Chengdu, autore principale dello studio.

Alcuni studi epidemiologici avevano già suggerito un’associazione tra l’esposizione allo stress e il rischio di demenza. Ma i risultati per la Malattia di Parkinson sono stati incoerenti e gli eventi stressanti – in due lavori – non sono stati associati alla sclerosi laterale amiotrofica (Sla)

Huan Song e colleghi hanno usato i dati della popolazione svedese e dei registri sanitari nazionali per esaminare l’associazione tra una serie di disturbi legati allo stress e il conseguente rischio di demenza, disturbi parkinsoniani e Sla e per valutare se queste associazioni differissero tra le malattie neurodegenerative primarie e malattie neurodegenerative con una componente vascolare primaria.

L’incidenza di malattie neurodegenerative per 1.000 persone-anno è stata di 1,50 tra gli individui con disturbi legati allo stress rispetto allo 0,82 per le persone senza disturbi legati allo stress. Ciò si è tradotto in un significativo aumento del 57% del rischio di malattie neurodegenerative tra quelli con disturbi legati allo stress.

L’associazione osservata è stata più pronunciata per le malattie neurodegenerative vascolari con un aumento del rischio dell’80% rispetto a un aumento del 31% per le malattie neurodegenerative primarie.

Per condizioni specifiche, i disturbi legati allo stress sono stati associati a un aumento significativo dei rischi di Malattia di Alzheimer (aumento del rischio del 36%) e di qualsiasi demenza (aumento dell’80% di rischio), ma le associazioni con la Malattia di Parkinson e la Sla non hanno espresso significato statistico.

L’associazione tra disturbi legati allo stress e malattie neurodegenerative è stata più evidente tra gli individui con età più giovane al basale e le associazioni sembrano essere simili per il disturbo post-traumatico da stress e altri tipi di disturbi legati allo stress.

Association of Stress-Related Disorders With Subsequent Neurodegenerative Diseases – Huan Song, MD, PhD; Johanna Sieurin, MSc; Karin Wirdefeldt, MD, PhD; Nancy L. Pedersen, PhD; Catarina Almqvist, MD, PhD; Henrik Larsson, PhD; Unnur A. Valdimarsdóttir, PhD; Fang Fang, MD, PhD – JAMA Neurol. 2020; doi: 10.1001/jamaneurol.2020.0117
Autore | Marco Landucci

Cenobamate: l’EMA ha accettato da Arvelle la domanda per l’AIC

Arvelle Therapeutics, un’azienda biofarmaceutica emergente focalizzata sull’offerta di trattamenti innovativi per i pazienti affetti da disturbi del sistema nervoso centrale, annuncia che l’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA) ha accettato la domanda di Autorizzazione all’Immissione in Commercio (AIC) per il cenobamate, per il trattamento aggiuntivo delle crisi ad esordio focale negli adulti affetti da epilessia. La convalida della AIC conferma che la domanda è stata completata e segna l’inizio del processo di valutazione.

La AIC è supportata dai dati provenienti da due studi randomizzati, in doppio cieco, controllati con placebo, e da un ampio studio internazionale, multicentrico, in aperto che ha valutato la sicurezza del cenobamate come terapia aggiuntiva in pazienti adulti con crisi ad esordio focale.

Arvelle Therapeutics ha ottenuto in licenza i diritti esclusivi per sviluppare e commercializzare il cenobamate in Europa da SK Biopharmaceuticals Co., Ltd. e i dati a supporto della MAA sono stati ottenuti dal programma di sperimentazione clinica globale di SK Life Science, Inc. (una sussidiaria di SK Biopharmaceuticals). Nel novembre 2019, SK Life Science ha ricevuto l’approvazione da parte della FDA (Food and Drug Administration) per le compresse di cenobamate come trattamento per le crisi ad esordio focale.

L’accettazione della AIC rappresenta un traguardo importante per Arvelle. La nostra richiesta, insieme alla recente approvazione del cenobamate da parte della FDA negli Stati Uniti, ci fa ritenere che il cenobamate possa essere un’opzione di trattamento efficace per i molti pazienti con epilessia ad esordio focale che ancora sono affetti da crisi epilettiche incontrollate. Continueremo a lavorare in stretta collaborazione con l’EMA per portare avanti questa domanda e rendere il cenobamate disponibile per tutti i pazienti europei il prima possibile” – ha dichiarato Mark Altmeyer, Presidente e CEO di Arvelle Therapeutics.

 

Il cenobamate è stato scoperto da SK Biopharmaceuticals e SK Life Science ed è un nuovo farmaco antiepilettico (AED) approvato dalla FDA per il trattamento delle crisi epilettiche parziali negli adulti. Il cenobamate è approvato e sarà disponibile in commercio negli Stati Uniti con il marchio XCOPRI®.

All’inizio del 2019, SK Biopharmaceuticals ha siglato un accordo di licenza esclusiva con Arvelle Therapeutics per sviluppare e commercializzare il cenobamate in Europa.

Il cenobamate funziona grazie a un meccanismo d’azione unico, doppio e complementare: aumento delle correnti inibitorie attraverso la modulazione positiva dei recettori GABA in un sito di legame non benzodiazepinico, e riduzione delle correnti eccitatorie sia inibendo la corrente di sodio persistente che aumentando lo stato di inattivazione dei canali del sodio regolati dalla tensione.

I dati a lungo termine del cenobamate sono stati ulteriormente esaminati nelle estensioni in aperto degli studi controllati con placebo in doppio cieco nonché nello studio di sicurezza in aperto negli adulti con crisi ad esordio focale. Inoltre, il cenobamate è attualmente valutato in uno studio randomizzato, in doppio cieco, controllato con placebo, che ne esamina la sicurezza e l’efficacia come terapia aggiuntiva in pazienti con crisi tonico-cloniche generalizzate primarie (NCT03678753).

Stimolantori dell’attenzione: come funzionano?

Piuttosto che migliorare la concentrazione, il metilfenidato ed altri stimolanti simili di fatto funzionano incrementando la motivazione individuale al completare compiti difficili incrementando i livelli di dopamina.

Questi farmaci dunque non incrementano soltanto la capacità di svolgere dei compiti, ma anche la motivazione a farlo, come affermato da Andrew Westbrook della Brown University di Providence, autore dello studio che ha portato a queste conclusioni.

Nel considerare farmaci che potenziano il rilascio di dopamina, comunque, è necessario tenere a mente che essi sono di beneficio soltanto ai soggetti che presentano una bassa funzionalità dopaminica.

E’ noto da tempo che gli psicostimolanti come il metilfenidato possono migliorare la capacità di svolgere attività cognitive, ma non era sinora chiaro se il miglioramento della performance fosse dovuto ad un incremento della capacità o della motivazione.

La dopamina striatale aiuta a motivare le persone ad intraprendere attività fisicamente onerose mediante i rapporti costo/beneficio. Molti soggetti fanno uso di metilfenidato e di altri stimolanti per migliorare la propria attenzione ed in particolar modo, gli studenti universitari che spesso ne fanno uso come supporto per lo studio.

Nella maggior parte delle persone, focalizzarsi sui benefici di un compito difficile costituisce una motivazione a svolgerlo, e ciò è accaduto anche nel presente studio. L’azione della dopamina consiste proprio nell’enfatizzare i benefici di un’attività a dispetto dei suoi costi.

Essa comunque incrementa anche la rilevanza, spingendo i soggetti dello studio a guadagnare più soldi anche se ciò implicava svolgere un compito più difficile.

Secondo alcuni esperti la rilevanza, o “salienza”, è un elemento necessario nella vita di ogni giorno per determinare gli elementi più importanti, ed è la dopamina a marcarli.

E’ per questo motivo che i genitori dei bambini con problemi di attenzione dovrebbero tentare di offrire ricompense ai propri figli per rendere il completamento di determinate attività maggiormente rilevante.

Dopamine promotes cognitive effort by biasing the benefits versus costs of cognitive work – A. Westbrook, R. van den Bosch, J. I. Määttä, L. Hofmans, D. Papadopetraki, R. Cools, M. J. Frank – Science  20 Mar 2020: Vol. 367, Issue 6484, pp. 1362-1366 – DOI: 10.1126/science.aaz5891

Emicrania: la scoperta dei neurologi italiani riceve il premio più prestigioso al mondo nell’ambito delle cefalee

Uno studio italiano rivela i meccanismi che sottendono il fenomeno dell’allodinia cutanea nei pazienti emicranici e si aggiudica il “Wolff Award”, il più importante Premio Internazionale alla ricerca nell’ambito delle cefalee, che viene conferito per la prima volta al gruppo italiano della Società Italiana di Neurologia, da parte della Società Americana delle Cefalee.

La ricerca è stata condotta dal Centro Cefalee della I Clinica Neurologica dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli” e dal Centro Alti Studi di Risonanza Magnetica diretti dal professore Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

Grazie alla scoperta del gruppo di neurologi campani è stato dimostrato che il sintomo dell’allodinia può essere previsto anche con tre anni di anticipo. Infatti, prima ancora che si sviluppi, i pazienti emicranici mostrano nel loro cervello delle anomalie in alcuni circuiti cerebrali che emergono attraverso la risonanza magnetica funzionale, così definita perché permette di studiare non solo la “forma” del cervello ma anche il suo “funzionamento”.

L’allodinia è quella sensazione dolorosa che porta il paziente con attacco di emicrania ad avvertire dolore anche per stimoli innocui, come pettinarsi, indossare gli occhiali, gli orecchini o la cravatta, toccarsi il volto o tenere i capelli legati. Dal punto di vista clinico, si tratta di un sintomo legato ad un peggiore andamento dell’emicrania, nel senso che la patologia tenderà alla cronicizzazione – spiega Gioacchino Tedeschi, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

L’emicrania è una patologia che presenta, purtroppo, non solo il sintomo del dolore del capo ma comprende anche un corteo di sintomi di accompagnamento come nausea, vomito, fastidio per la luce, per i rumori, per gli odori e l’allodinia che, quando presente, ha una funzione prognostica, segnalando un peggiore andamento dell’emicrania che tenderà alla cronicizzazione.

Nello specifico ciò avviene perché la corteccia del cervello emicranico interpreta “in maniera scorretta” gli stimoli non dolorosi applicati alla cute durante un attacco emicranico. Quanto detto si associa ad anomalie strutturali e funzionali di aree cerebrali deputate non solo alla percezione e modulazione dello stimolo doloroso ma anche alla interpretazione dello stimolo doloroso stesso” – chiarisce Antonio Russo, Responsabile del Centro Cefalee della I Clinica Neurologica dell’Università degli Studi di Napoli “Luigi Vanvitelli”.

I dati dello studio sono stati presentati nel corso della cerimonia di apertura del Congresso Internazionale della “International Headache Society che si sarebbe dovuto svolgere a San Diego, ma che, causa pandemia da Covid-19, si è tenuto in modalità virtuale ed a cui hanno partecipato i principali esperti mondiali in tema di cefalee.

Per il momento, questo tipo di analisi avanzate sono possibili solo in pochissimi centri nei quali coesistono competenze sia nel campo dell’emicrania che dell’imaging avanzato; quindi non è quindi ancora possibile identificare su larga scala i pazienti destinati ad un peggiore andamento della loro emicrania con diversi anni di anticipo, ma l’identificazione di una alterazione dei circuiti cerebrali che sottende alla cronicizzazione del dolore, ha una enorme importanza per la comprensione dei meccanismi intrinseci del dolore. E questo potrebbe riguardare anche altri tipi di dolore oltre a quello dell’emicrania.

Il Wolff Award è un riconoscimento ambitissimo da tutti i ricercatori nel campo delle cefalee che si aggiunge al Premio Europeo Greppi conferito nel 2019 e testimonia ancora una volta la bontà del filone di ricerca dell’Università Campana e del lavoro dei ricercatori Antonio Russo, Alessandro Tessitore, Marcello Silvestro e Gioacchino Tedeschi.

L’emicrania è il mal di testa disabilitante più frequente nella popolazione generale. In Europa ne soffrono circa 136 milioni, di cui 6 milioni solo in Italia. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha considerato l’emicrania come la patologia più invalidante nella popolazione al di sotto dei 50 anni in quanto responsabile del maggior numero di anni persi a causa della malattia.


Superata la fase di emergenza Covid-19, A.L.I.Ce. Italia fa il punto sulla situazione ictus in Italia

Nel corso della pandemia causata dal Covid-19, A.L.I.Ce. Italia Odv (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) ha più volte lanciato l’allarme a causa della notevole diminuzione del numero dei pazienti con ictus cerebrale arrivati nei Pronto Soccorso dei nostri ospedali, sottolineando, anche attraverso il video #lictusnonrestaacasa realizzato con il supporto dei maggiori esperti a livello nazionale, quanto sia importante non sottovalutare i sintomi che possono costituire “campanelli d’allarme” di questa patologia.

L’ictus cerebrale è una patologia tempo-correlata: i risultati positivi che possono essere ottenuti grazie alle terapie disponibili (trombolisi e trombectomia meccanica) dipendono, infatti, dalla tempestività con cui si interviene. È dunque fondamentale riconoscere il prima possibile i sintomi e chiamare immediatamente il 112 (118) in modo da poter arrivare rapidamente negli Ospedali attrezzati per la cura della patologia. In questo modo è, di fatto, possibile ridurre il rischio di mortalità, ma soprattutto gli esiti di disabilità, spesso invalidanti, causati da questa malattia.

La pandemia ha inevitabilmente e radicalmente mutato lo scenario dell’assistenza sanitaria nel nostro Paese: nonostante questo, le Unità Neurovascolari o Centri Ictus (Stroke Unit) sono riuscite a rispondere al meglio alla situazione di emergenza, garantendo percorsi diagnostici e terapeutici efficienti ed efficaci; hanno inoltre gestito i pazienti in totale sicurezza, istituendo corsie specifiche per il Covid-19 e mantenendo un distanziamento sicuro durante tutto il percorso clinico assistenziale.

Adesso che la situazione più critica sembra essere finalmente alle spalle, è assolutamente necessario che anche i posti letto che sono stati temporaneamente messi a disposizione per la terapia intensiva – dimostrando un autentico senso di appartenenza alla comunità ospedaliera – tornino “in possesso” delle Unità Neurovascolari.

Quello dell’adeguato numero di queste Unità di cura essenziali per i trattamenti della fase acuta, ma non solo, anche della riabilitazione precoce di chi ha subito l’ictus, così come del numero di posti letto per quegli abitanti che devono essere ricoverati “nel posto giusto e al momento giusto” è un tema particolarmente sentito dall’associazione che rappresenta i pazienti colpiti.

A.L.I.Ce. Italia Odv intende ancora una volta e con forza evidenziare la drammatica carenza che purtroppo si registra tuttora sul territorio nazionale, nonostante, già in base al Decreto del Ministero della Salute n. 70 del 2 aprile 2015 (Dm 70/2015) sia stata ufficialmente codificata la necessità di organizzare l’assistenza all’ictus cerebrale su due livelli. Il primo livello è quello dei centri dove è possibile effettuare la trombolisi, situati in ospedali con bacino d’utenza compreso fra 150.000 e 300.000 abitanti; il secondo livello è quello dei centri che si trovano negli ospedali con un bacino d’utenza compreso fra 600.000 e 1.300.000 abitanti, dove, oltre alla trombolisi, si possono effettuare anche i trattamenti endovascolari.

L’ampia differenza dei bacini d’utenza tiene conto delle realtà locali (orografiche, amministrative ecc.), ma facendo media sarebbero necessari un centro di primo livello ogni 200.000 abitanti e un centro di secondo livello ogni milione di abitanti. Quindi, prendendo in considerazione la popolazione del nostro Paese, in base al Decreto 70/2015 sarebbero necessari complessivamente circa 300 centri, di cui 240 con funzioni di I livello e 60 con funzioni di II livello.

Attualmente, invece, in Italia ci sono circa 200 Centri, l’80% dei quali è concentrato al Nord, lasciando così scoperte ampie aree che non sono quindi in grado di offrire una risposta sanitaria efficiente e adeguata alla gravità della patologia: i dati Istat ci confermano infatti che il tasso di mortalità per malattie cerebrovascolari in Sicilia è più del doppio rispetto a quello che si registra in Trentino Alto Adige.

Le Unità Neurovascolari hanno dimostrato di garantire una gestione ottimale del paziente con ictus tale da ridurre sia mortalità che invalidità residua se messe a confronto con strutture non specializzate e dedicate: riteniamo quindi fondamentale che vengano rapidamente ripristinate, ma soprattutto equamente e omogeneamente implementate, con l’obiettivo di avvicinarsi finalmente il più possibile ai rapporti numerici previsti dal Decreto Ministeriale 70/2015. Risulta infine evidente che ci sia un discreto margine di miglioramento anche per i Centri attuali, che auspicabilmente devono rendere sempre più efficaci le proprie procedure e prestazioni, mediante l’implementazione di un’organizzazione in rete, di efficienti percorsi extra e intra-ospedalieri e adeguato supporto dei servizi sul territorio. E’ necessario consentire a tutti i Cittadini di accedere alle medesime cure e trattamenti con la stessa professionalità ed efficienza nel minor tempo possibile e in ogni luogo del nostro Paese, evitando che cronicità e disabilità incidano sulla qualità di vita di interi nuclei familiari.

L’ictus cerebrale, nel nostro Paese, rappresenta la terza causa di morte, dopo le malattie cardiovascolari e le neoplasie. Quasi 150.000 italiani ne vengono colpiti ogni anno e la metà dei superstiti rimane con problemi di disabilità anche grave. In Italia, le persone che hanno avuto un ictus e sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione, ma il fenomeno è in crescita sia perché si registra un invecchiamento progressivo della popolazione sia per il miglioramento delle terapie attualmente disponibili.

A.L.I.Ce. Italia Odv è una Federazione di associazioni di volontariato diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, senza scopo di lucro, democratiche, apolitiche le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie. L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato ed avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, avrà adesso il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, l’Osservatorio Ictus ha presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese. Nel dicembre 2019, infine, l’Osservatorio Ictus ha presentato il “Manifesto sociale contro l’ictus”, una call to action in 10 mosse per richiamare l’attenzione delle Istituzioni sul lavoro fondamentale ancora da fare, con la necessità di far collaborare Istituzioni, cittadini e società scientifiche.


GIORNATA MONDIALE DELLA SCLEROSI MULTIPLA

In occasione della Giornata Mondiale della Sclerosi Multipla, che si celebra oggi 30 maggio, sono stati diffusi i dati aggiornati dello studio MuSC 19 che ha indagato sulla relazione tra Covid-19 e sclerosi multipla, promosso dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) e dall’Associazione Italiana Sclerosi Multipla (AISM) con la sua Fondazione FISM.

Lo studio svolto su alcune centinaia di casi ha confermato come i pazienti con SM, anche in corso di terapia immunoattiva, non hanno avuto un maggior rischio di infezione da SARS-COV-2 rispetto alla popolazione generale.

L’Italia è stato il primo Paese al mondo a segnalare i casi di infezione da SARS-COV-2 in persone con sclerosi multipla pubblicando, appena qualche settimana fa su Lancet Neurology, la prima analisi descrittiva MuSC-19 relativa a 232 pazienti. In queste settimane lo studio MuSC-19 non è mai stato interrotto e consente di aggiornare informazioni utili per i nostri assistiti. È importante segnalare, in base ai dati finora raccolti, che non sembra emergere una maggiore suscettibilità al virus o a forme più gravi di COVID-19 per i pazienti con SM. L’analisi dei dati in fase di elaborazione fornirà indicazioni più accurate sull’effetto e sulla gestione delle terapie” – ha affermato Gioacchino Tedeschi, Presidente della SIN.

Tra i dati emersi dallo studio, risulta che oltre il 10% dei pazienti oggetto dello MuSC19 ha dovuto fare ricorso a cure ospedaliere e nel 4% circa dei casi a reparti ad alta intensità di cura. Sono stati osservati alcuni decessi in percentuale inferiore al 2% di tutti i casi raccolti, in pazienti con età variabile da 52 a 76 anni; di questi, più della metà non assumevano farmaci specifici per il trattamento della SM; per la maggior parte erano affetti da forme progressive di SM e tutti tranne 1 avevano sensibile disabilità con EDSS superiore a 5.5. La gran parte dei pazienti deceduti era affetta da altre comorbidità quali ipertensione, diabete, coronaropatie, malattie cerebrovascolari, dislipidemia e altre patologie.

E’ verosimile ritenere che l’azione di supporto rivolta ai pazienti per far rispettare loro le misure generali di protezione dall’infezione, quali il distanziamento sociale, l’attenzione verso l’igiene, la ridotta esposizione al rischio di essere contagiati (uso mascherine in ospedale, o in ambienti con altre persone, telemedicina, invio a domicilio dei piani terapeutici e persino di certe categorie di farmaci, esenzione dal lavoro) unitamente all’azione immunoregolatoria ed antiinfiammatoria dei farmaci immunoattivi, abbia potuto contenere il possibile maggior rischio d’infezione in persone fragili come quelle con SM” – ha commentato Francesco Patti, Responsabile del Gruppo di Studio Sclerosi Multipla della SIN.

La SIN e l’AISM con la sua Fondazione (FISM) in grande sintonia continuano a monitorare l’infezione COVID-19, aggiornando i dati e suggerendo nuove modalità di comportamento ai pazienti, ai loro caregivers e a lavorare per riadattare l’organizzazione assistenziale negli Ospedali e nel territorio di tutto il paese.

La sclerosi multipla (SM) è una malattia cronica del sistema nervoso centrale che insorge generalmente tra i 20 e i 40 anni con una maggiore frequenza nelle donne. Solo in Italia la SM colpisce circa 126.000 persone e oltre 3400 i nuovi casi l’anno. 1 diagnosi ogni 3 ore. Si tratta di una patologia dal forte impatto emotivo e sociale che comporta una disabilità rilevante, che, spesso, compare dopo alcuni anni di storia clinica di malattia e un lungo decorso che si prolunga per tutta la vita. I sintomi più comuni sono perdita di equilibrio, cattiva coordinazione, tremori, disturbi del linguaggio, vista sfocata, riduzione di forza, perdita della capacità deambulatoria, perdita del controllo sfinterico, deficit delle funzioni cognitive, disfagia, dolore, e fatica, sono variamente presenti anche nello stesso soggetto.

 



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