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La sclerosi multipla

Sclerosi Multipla 

Che cos’è la sclerosi multipla (SM)?

La sclerosi multipla è una malattia cronica che interrompe il normale funzionamento del sistema nervoso centrale (inclusi cervello, nervi ottici e midollo spinale), mediante infiammazione e perdita di tessuto1. Nel corso del tempo, i pazienti affetti da SM possono sperimentare una perdita progressiva della funzionalità fisica (come la capacità di camminare) e/o cognitiva (ad esempio la memoria), che incide sulla loro vita quotidiana e professionale2.

Questa perdita di funzione nella SM è causata da due principali tipi di danno che risultano nella perdita di neuroni e di tessuto cerebrale: le lesioni infiammatorie distinte (danno focale) e i più diffusi processi infiammatori neurodegenerativi (danno diffuso)3-5.

Quanto è diffusa la SM?

Fino a 2,3 milioni di persone in tutto il mondo sono affette da SM6. La malattia viene diagnosticata più spesso nelle persone giovani, tra i 20 e i 40 anni7, ed è due volte più comune nelle donne rispetto agli uomini6. L’incidenza della sclerosi multipla varia anche dal punto di vista geografico ed è maggiormente diffusa nelle zone più lontane dall’equatore6.

Quali sono i tipi di SM?

Alle persone affette da SM possono essere diagnosticate forme recidivanti della malattia (SMR) – che comprendono la SM recidivante remittente (SMRR) e la forma secondariamente progressiva (SMSP)8 – oppure la SM primariamente progressiva (SMPP).

sclerosi-multipla-tipi

Qual è l’impatto della SM?

L’evoluzione della SM determina una crescente perdita della funzionalità fisica e cognitiva. Questo può compromettere in modo significativo la qualità di vita del singolo individuo e della sua famiglia16, anche se un trattamento appropriato e un’adeguata gestione della malattia possono contribuire a ridurne l’impatto.

  • Riduzione della qualità di vita: le persone con SM sperimentano, in media, una qualità di vita inferiore rispetto a quelle affette da altre malattie croniche, come il diabete e l’epilessia17,18.
  • Problemi con il lavoro: solo il 50% circa delle persone affette da SM lavorerà ancora 10 anni dopo la diagnosi19 e due terzi affermano che la SM ha inciso sulla loro vita professionale20.
  • Riduzione dell’autonomia: circa un terzo delle persone affette da SM avrà bisogno di supporti e aiuti per la propria autonomia entro venti anni dallo sviluppo della malattia21.

Come si cura la SM recidivante?

  • Terapie modificanti la malattia (DMT, disease-modifying therapy): questi tipi di terapia cercano di alterare il corso naturale della SMR modificando la risposta immunitaria. Esistono DMT in grado di ridurre la frequenza delle recidive e l’entità delle lesioni alla RMN, di ritardare l’accumulo di disabilità fisica e di ridurre al minimo il restringimento del cervello (perdita di volume cerebrale)10. Se fino a 10 anni fa le uniche DMT disponibili erano iniettabili, oggi ci sono altre opzioni, come le infusioni e le formulazioni orali (compresse o capsule)10. Attualmente non sono disponibili DMT per il trattamento della SMPP14.
  • Trattamenti sintomatici: sono disponibili terapie che trattano i singoli sintomi, come la spasticità22 o i problemi di deambulazione23. Per il trattamento acuto delle recidive possono essere utilizzati i corticosteroidi24.

Le persone con SM devono consultare il proprio medico neurologo circa il trattamento migliore e le opzioni terapeutiche più adatte.

BIBLIOGRAFIA

1 http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmedhealth/PMH0001747/. Ultimo accesso agosto 2016.

2 http://www.nationalmssociety.org/Symptoms-Diagnosis/MS-Symptoms    . Ultimo accesso agosto 2016.

3 Filippi M et al. Association between pathological and MRI findings in multiple sclerosis. Lancet Neurol. 2012; 11(4):349-60.

4 Kutzelnigg A et al. Cortical demyelination and diffuse white matter injury in multiple sclerosis. Brain. 2005; 128(Pt 11):2705-12.

5 Sormani MP, Arnold DL & De Stefano N. Treatment effect on brain atrophy correlates with treatment effect on disability in multiple sclerosis. Ann Neurol. 2014;75(1):43-9.

6 http://www.msif.org/wp-content/uploads/2014/09/Atlas-of-MS.pdf . Ultimo accesso agosto 2016.

7 http://emsp.org/multiple-sclerosis/ms-fact-sheet. Ultimo accesso agosto 2016.

8 http://www.ema.europa.eu/docs/ . Ultimo accesso aprile 2016.

9 http://www.mssociety.org.uk/what-is-ms/types-of-ms/relapsing-remitting-rrms. Ultimo accesso agosto 2016.

10 http://www.nationalmssociety.org/Treating-MS/Medications . Ultimo accesso agosto 2016.

11 http://www.mssociety.org.uk/what-is-ms/types-of-ms/secondary-progressive-spms . Ultimo accesso agosto 2016.

12 Tremlett H, et al. The natural history of secondary-progressive multiple sclerosis  Mult Scler. 2008:14:314-324

13 Lublin FD, Reingold SC, Cohen JA et al. Defining the clinical course of multiple sclerosis. Neurology. 2014; 83(3): 278–286.

14 http://www.mssociety.org.uk/what-is-ms/types-of-ms/primary-progressive-ppms. Ultimo accesso agosto 2016.

15 http://www.nationalmssociety.org/What-is-MS/Types-of-MS/Primary-progressive-MS . Ultimo accesso agosto 2016.

16 Aronson KJ. Quality of life among persons with multiple sclerosis and their caregivers. Neurology 1997;48(1):74-80.

17 Isaksson A et al. Quality of life and impairment in patients with multiple sclerosis. J Neurol Neurosurg Psychiatry. 2005;76:64–69.

18 Hermann BP et al. A comparison of health-related quality of life in patients with epilepsy, diabetes and multiple sclerosis. Epilepsy Res. 1996 Oct;25(2):113-8.

19 Naci H. et al. Economic burden of multiple sclerosis: a systematic review of the literature. Pharmacoeconomics. 2010;28(5):363-79

20 MS in Focus, Issue 16: Employment and MS. http://www.msif.org/wp-content/uploads/2014/09/MS-in-focus-16-Employment-English.pdf . Ultimo accesso agosto 2016.

21 http://www.msfocus.org/multiple-sclerosis-faqs.aspx . Ultimo accesso agosto 2016.

22 http://www.nationalmssociety.org/about-multiple-sclerosis/. Ultimo accesso agosto 2016.

23 http://www.nationalmssociety.org/Symptoms-Diagnosis/ . Ultimo accesso agosto 2016.

24 http://www.nationalmssociety.org/about-multiple-sclerosis . Ultimo accesso agosto 2016.

www.aism.it

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Demenze e malattia di Alzheimer

Alzhemer

Per “demenze” si intende un gruppo di malattie del sistema nervoso centrale che causano un progressivo declino nelle capacità di una persona di ricordare, pensare, imparare e svolgere le attività del vivere quotidiano.

Le principali abilità compromesse sono:

• Memoria

• Orientamento

• Pensiero

• Giudizio

• Emozioni

La malattia di Alzheimer è la forma più frequente di demenza; infatti, circa il 60% delle persone affette da demenza soffrono di malattia di Alzheimer, un processo degenerativo che consiste nella progressiva perdita neuronale.

Nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer si osserva una perdita di cellule nervose nelle aree cerebrali vitali per la memoria e per altre funzioni cognitive che si accompagna a un basso livello di sostanze chimiche come l’acetilcolina, un neurotrasmettitore coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose.

Le cause della malattia non sono chiarite ma è accertato un anomalo deposito della proteina amiloide nel cervello dei malati di Alzheimer. Tale sostanza risulta innescare una serie di meccanismi che conducono a morte cellulare. L’alterazione di un’altra proteina intra-cellulare, la proteina tau, contribuisce al danno strutturale e metabolico dei neuroni.

È una malattia dal decorso lento, in media i pazienti possono vivere fino a 8-10 anni dopo la diagnosi della malattia ma la rapidità con cui i sintomi progrediscono varia da persona a persona.

Epidemiologia

Le persone affette da demenza in tutto il mondo sono oltre 30 milioni; oltre 6 milioni in Europa.

In Italia, secondo stime calcolate sui dati ISTAT di gennaio 2014 (applicando i dati di prevalenza europei della meta-analisi di Prince et al. 2013), le persone over 60 affette da demenza sono 1.127.754, poco più donne (607.443) che uomini (520.311).

I pazienti con malattia di Alzheimer stimati sono 676.652, dei quali solo 338.326 hanno ricevuto una diagnosi: il gap diagnostico è molto alto, circa il 50%.

Queste cifre sono destinate ad aumentare nel tempo e si stima che possano raddoppiare entro il 2020: la proiezione per il 2017 è di 884.550 pazienti con malattia di Alzheimer, con un gap diagnostico del 36,4%.

In aumento anche l’età media dei pazienti: secondo i dati raccolti da AIMA – Associazione Italiana Malattia di Alzheimer e Censis è passata da 74 anni nel 1999 a 79 nel 2015.

Sintomatologia

L’Alzheimer è definita la malattia delle quattro A:

– amnesia, perdita significativa di memoria;

– afasia, incapacità di formulare e comprendere i messaggi verbali;

– agnosia, incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi;

– aprassia, incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari, per esempio vestirsi.

La sintomatologia è abbastanza lieve all’inizio ma col progredire della malattia i sintomi diventano sempre più evidenti e cominciano ad interferire con le attività quotidiane e con le relazioni sociali.

Può essere considerata a tutti gli effetti una malattia terminale, che causa uno scadimento generale delle condizioni di salute; la causa più comune di morte è la polmonite, perché il progredire della malattia porta ad un deficit del sistema immunitario e alla perdita di peso, con aumento conseguente del rischio di infezioni delle vie aeree superiori ed inferiori.

I fattori di rischio

Fattori come razza, professione, posizione geografica, livello socioeconomico non sono componenti determinanti lo sviluppo della malattia, per la quale non non esiste una causa univoca. Esistono piuttosto un insieme di fattori di rischio che, congiuntamente, possono predisporre alla malattia:

· l’età: è il principale fattore di rischio per la demenza di Alzheimer. La prevalenza di demenza di Alzheimer è bassa (1%) nella fascia di età inferiore a 65 anni e aumenta all’aumentare dell’età (11% a 65-80 anni, 35% a 80-90 anni, oltre il 40% dopo i 90 anni). La grande maggioranza delle persone con più di 80 anni è intellettualmente integra. Sebbene, quindi, le probabilità di contrarre la malattia di Alzheimer crescano con gli anni, la vecchiaia di per se stessa non è causa di tale malattia.

· i fattori genetici: in un numero estremamente limitato di famiglie, la malattia di Alzheimer si presenta col carattere di malattia genetica dominante. I membri di tali famiglie possono ereditare da uno dei genitori la parte di DNA (struttura genetica) che causa tale malattia.

· i traumi cranici: è ragionevole ritenere che una persona che abbia ricevuto un violento colpo alla testa possa essere a rischio di ammalarsi di malattia di Alzheimer. Il rischio è maggiore se al momento del trauma la persona ha più di cinquant’anni, ha un genotipo specifico (apoƐ4) e ha perso conoscenza subito dopo il trauma.

· comorbidità o fattori di rischio cardio e cerebrovascolari, quali:

– diabete;

– ipertensione;

– ipercolesterolemia;

– fumo.

Diagnosi

A differenza di altre malattie non esiste un esame specifico per diagnosticare la malattia di Alzheimer. L’unico modo per avere una diagnosi certa di demenza di Alzheimer è l’identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo post-mortem.

Durante il decorso della malattia, la diagnosi è il frutto di un percorso integrato composto da un’accurata raccolta anamnestica, una valutazione neuropsicologica approfondita ed un insieme di esami di laboratorio e strumentali (puntura lombare, Risonanza Magnetica cerebrale, TC cerebrale, SPECT cerebrale, PET cerebrale).

Alzheimer: una miscela di nutrienti per contrastarlo in fase iniziale

47 milioni di persone in tutto il mondo soffrono di Alzheimer; si stima che tale numero sia destinato a raddoppiare ogni vent’anni, raggiungendo gli oltre 130 milioni nel 2050. In Italia sono 600mila le persone e le famiglie che affrontano quotidianamente la malattia, per la quale non esiste ancora una cura. Ma da un nuovo studio europeo giunge la speranza di poterne arginare il progredire.

Sono infatti stati pubblicati online, sul prestigioso The Lancet Neurology i risultati dello studio clinico europeo LipiDiDiet [per scaricare lo studio completo clicca qui], che dimostra come, nelle persone con Alzheimer in fase iniziale (stadio prodromico), l’assunzione una volta al giorno di una miscela di nutrienti, pur non migliorando una batteria di test neuropsicologici (NTB, un insieme di diversi test di apprendimento, memorizzazione e categorizzazione), permetta una significativa stabilizzazione delle performance cognitive e funzionali della vita quotidiana e una riduzione dell’atrofia cerebrale. La miscela di nutrienti, contenuta nell’alimento a fini medici speciali Souvenaid, è a base di “Fortasyn Connect”, composto di acidi grassi essenziali, vitamine e altri nutrienti, clinicamente testato.

Sebbene questo intervento nutrizionale non possa rappresentare una cura per l’Alzheimer, esso mostra in maniera evidente che prima si interviene, maggiore è il vantaggio per il paziente. È importante notare come la riduzione dell’atrofia cerebrale mostri che il beneficio non è solo sintomatico. Questo risultato non si era mai ottenuto prima” – ha affermato Tobias Hartmann, coordinatore del progetto LipiDiDiet.

Lo studio LipiDiDiet è parte di un ampio progetto di ricerca finanziato dall’Unione Europea e ha coinvolto 311 pazienti con Alzheimer in stadio iniziale (definito anche come MCI, Mild Cognitive Impairment, o lieve ritardo cognitivo) in 11 centri di quattro nazioni (Finlandia, Germania, Olanda e Svezia). I pazienti sono stati randomizzati per ricevere per 2 anni la bevanda funzionale in studio o una bevanda di controllo isocalorica.


Mancardi alla guida della SIN

Il Professor Gianluigi Mancardi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova, è il nuovo Presidente della Società Italiana di Neurologia. Guiderà la SIN fino al 2019, prendendo il posto del Professor Leandro Provinciali, Direttore della Clinica Neurologica e del Dipartimento di Scienze Neurologiche degli Ospedali Riuniti di Ancona, alla guida e direzione della SIN nell’ultimo biennio.

La proclamazione è avvenuta a Napoli al termine dei lavori del 48° Congresso Nazionale SIN, l’appuntamento annuale più importante per il confronto scientifico e l’aggiornamento professionale degli specialisti italiani. Una quattro giorni che, sotto la guida del Presidente del Congresso partenopeo, il Professor Gioacchino Tedeschi – Direttore I Clinica Neurologica e Neurofisiopatologia A.O.U Università della Campania “Luigi Vanvitelli” ha riunito presso il Centro Congressi Mostra d’Oltremare circa 2.000 neurologi provenienti da tutta Italia e oltre 300 delegati.

Voglio ringraziare i miei predecessori per il grande ed importante lavoro svolto fino ad oggi. E’ anche grazie al loro contributo se oggi la Società Italiana di Neurologia ha raggiunto importanti obiettivi e tagliato traguardi di grande valore e prestigio: non ultimo quello dell’assegnazione alla SIN del Congresso Mondiale di Neurologia 2021, che si terrà negli spazi della Nuvola di Fuksas del Roma Convention Center” – ha dichiarato il Professor Mancardi.

La neurologia italiana gode di ottima salute sia dal punto di vista dell’assistenza sia dal punto di vista della ricerca, che ha raggiunto risultati di primo piano non solo a livello europeo ma anche mondiale. Ci aspettano ora nuove e stimolanti sfide, che affronterò insieme a un nuovo Consiglio Direttivo composto da 15 neurologi provenienti dall’Università, dagli Ospedali e dal territorio , con una forte componente femminile. Vogliamo rendere operativa la Fondazione SIN che ha due obiettivi principali: da un lato la didattica quindi la formazione dei neurologi italiani, dall’altro la valutazione della ricerca scientifica prodotta dalla neurologia italiana. Compito della SIN sarà infatti quello di finanziare la formazione dei suoi componenti, dei giovani e meno giovani chiamati ad aggiornarsi costantemente” – ha spiegato il Prof. Mancardi.

Ci occuperemo poi delle diverse SIN regionali organizzando riunioni periodiche per comprendere le differenze tra le diverse Regioni italiane: in alcune realtà, infatti, le neurologie, soprattutto a livello di assistenza ed emergenza, funzionano bene, in altre meno. Per organizzare il territorio, in modo omogeneo, vorremmo applicare il sistema Hub and Spoke: un grande Centro che accolga tutte le grandi competenze (con neurologi dedicati a ictus, sclerosi multipla, Parkinson, demenze, etc.), con adeguate strumentazioni diagnostiche e interventistiche mentre i Centri più piccoli dovranno eventualmente specializzarsi in un determinato settore e collaborare con quelli più grandi. Anche i medici territoriali dovranno avere una stretta relazione e confronto con l’ospedale e con il Centro hub del loro territorio ” – ha aggiunto – il Prof. Mancardi.

Lavoreremo anche sulle urgenze neurologiche: non c’è dubbio che una buona parte delle patologie di cui ci occupiamo noi neurologi sono cerebro vascolari, bisognerà quindi lavorare sulla formazione di neurologi preparati nelle emergenze neurologiche, dall’ictus al trauma cranico” – ha infine sottolineato Mancardi.

La Società Italiana di Neurologia conta oltre 3.000 specialisti neurologi e ha lo scopo istituzionale di promuovere in Italia gli studi neurologici, finalizzati allo sviluppo della ricerca scientifica, alla formazione, all’aggiornamento degli specialisti e al miglioramento della qualità professionale nell’assistenza alle persone con malattie del sistema nervoso.

Malattia di Parkinson. L’unione fa la forza

La malattia di Parkinson colpisce oggi più di 200.000 persone in Italia, con circa 8.000 – 12.000 nuovi casi all’anno, che necessitano di un percorso assistenziale multisciplinare.

Il Policlinico Universitario “A. Gemelli” di Roma offre al paziente un percorso mirato, a 360°, che integra percorsi psicologici, neurologici, geriatrici, riabilitativi e chirurgici, ponendosi come centro di eccellenza nella gestione del paziente parkinsoniano.

I sintomi di questa malattia, riguardano principalmente le capacità di movimento. Le persone con Parkinson hanno infatti movimenti rigidi e lenti, difficoltà a mantenere l’equilibrio, un andamento impacciato e con tremori a riposo. Con il progredire della malattia, si possono aggiungere sintomi di tipo comportamentale e cognitivo, quale la demenza. A oggi le principali terapie per contrastare i sintomi della malattia sono di tipo farmacologico e chirurgico. Il primo approccio terapeutico è quello farmacologico, che consente di controllare i sintomi a breve e medio termine, con limiti di efficacia ed effetti collaterali nel lungo termine” – spiega Paolo Maria Rossini, direttore Istituto di Neurologia all’Università Cattolica e Direttore dell’Area Neuroscienze del Policlinico Gemelli di Roma.

La chirurgia è indicata in tutti i casi in cui i farmaci non risultino più efficaci.

In media, nell’Ambulatorio per i Disturbi del Movimento di questo Policlinico, afferiscono oltre 150 pazienti al mese di cui almeno il 30% può avere un’indicazione chirurgica” – illustra Anna Rita Bentivoglio, responsabile UOS Disturbi del Movimento.

I trattamenti neurochirurgici a disposizione per la cura di questa grave e invalidante malattia neurologica sono stati al centro del convegno La malattia di Parkinson al Policlinico Gemelli che ha avuto luogo venerdì 22 settembre, presso l’Aula Brasca con inizio alle ore 14.00.

Il trattamento chirurgico più efficace, consiste nel posizionamento di elettrodi per la stimolazione del cervello e in particolare del nucleo sub-talamico. Questa area si trova nella profondità del cervello e viene, generalmente, raggiunta mediante una particolare tecnica detta “stereotassia” che attraverso un casco e un computer permettono di raggiungere con precisione millimetrica la zona da stimolare, consentendo un miglioramento dei sintomi e una riduzione dei farmaci a volte fino all’80%” – dice Tommaso Tufo, neurochirurgo funzionale del team del professor Alessandro Olivi.

Oggi è però presente una nuova tecnica chirurgica più innovativa che favorisce il paziente e che viene utilizzata per gli interventi.

Questa tecnica che non fa uso del casco, detta frameless, consente di raggiungere la zona desiderata grazie alla neuro-navigazione. Questo nuovo sistema all’avanguardia garantisce un maggiore comfort per il paziente. Il casco per la stereotassia è infatti pesante e blocca la testa del paziente, sveglio, per tutta la durata dell’intervento” – precisa Beatrice Cioni, responsabile del team di Neurochirurgia Funzionale.

Un’ulteriore miglioramento, è la possibilità di utilizzare delle innovative tecniche di sedazione farmacologica. Gli interventi di stimolazione profonda del cervello vengono eseguiti, di norma, con il paziente sveglio in modo da poter valutare gli effetti della stimolazione nella zona cerebrale corretta. Esistono oggi dei farmaci che consentono di tenere il paziente addormentato durante l’intervento, ma con un rapido recupero dello stato di veglia che permettono di effettuare i controlli necessari senza lunghe attese” – aggiunge Alessandro Olivi, direttore dell’Istituto di Neurochirurgia alla Cattolica e Direttore UOC di Neurochirurgia del Gemelli.

Una volta effettuato l’impianto per la stimolazione cerebrale profonda, è necessaria un’attenta e personalizzata regolazione dei parametri dello stimolatore che deve essere fatta da neurologi che hanno ricevuto una formazione specifica” – afferma Carla Piano, neurologa Istituto di Neurologia.

L’intervento chirurgico è solo una parte del percorso assistenziale multidisciplinare per le persone con malattia di Parkinson, che mette a disposizione anche l’intervento di uno psicologo, un geriatra, oltre che un percorso di riabilitazione motoria, ponendosi come un centro di eccellenza in grado di offrire un percorso mirato e a 360° nella gestione della patologia e nella presa in carico del paziente, che potrà essere seguito nella stessa struttura da professionisti in grado di lavorare in sinergia.

Contatti

  • Ambulatorio Disturbi del Movimento: VII piano ala D
    Prenotazioni: 06 30155633 dal lun al ven ore 12-14
    flavia.torlizzi@policlinicogemelli.it
  • Ambulatorio Neurochirurgia Funzionale – Epilessia   IV piano ala D
    Prenotazioni: CUP 06 88805560
  • Ambulatori intramoenia: 06 88818881


Alzheimer: scoperta la struttura della proteina tau, alla base del processo degenerativo

Passo avanti epocale nella malattia di Alzheimer. Un gruppo di ricercatori anglo-americani ha scoperto la struttura molecolare della proteina Tau, responsabile della demenza che caratterizza questa malattia. Erano più di 25 anni che non si otteneva un progresso scientifico così importante.

I team dell’Università dell’Indiana e del MRC Laboratory of Molecular Biology inglese, grazie all’uso di  una tecnica di imaging, chiamata microscopia crioelettronica (crio-EM),  hanno potuto osservare la struttura ad alta risoluzione dei filamenti di proteina Tau, i cui grovigli, insieme alle placche di beta-amiloide, sono responsabili del processo degenerativo che è alla base dell’Alzheimer.

Secondo uno dei ricercatori coinvolti nello studio, Sjors Scheres, questa scoperta apre la strada allo sviluppo di potenziali farmaci mirati per questa grave patologia neurodegenerativa.

Lo studio potrà portarci ad una nuova era terapeutica per l’Alzheimer, anche se la ricerca potrebbe impiegare da 10 a 15 anni per sviluppare nuovi farmaci”, precisa James Pickett, della Alzheimer Society.

Il lavoro in ogni caso aiuterà gli studiosi a comprendere meglio la patogenesi della demenza di Alzheimer.

Cryo-EM structures of tau filaments from Alzheimer’s disease – Anthony W. P. Fitzpatrick, Benjamin Falcon, Shaoda He, Alexey G. Murzin, Garib Murshudov, Holly J. Garringer, R. Anthony Crowther, Bernardino Ghetti, Michel Goedert & Sjors H. W. Scheres – Nature, 547, 185–190 (13 July 2017) doi:10.1038/nature23002

CRISI EPILETTICA: COME COMPORTARSI?

Cosa fare:

  • Prevenire la caduta a terra
  • Se possibile, porre un oggetto morbido, come un cuscino, sotto la testa della persona
  • Per facilitare la respirazione, allentare gli abiti come, ad esempio, il collo della camicia o il nodo della cravatta
  • Allontanare la persona da luoghi potenzialmente pericolosi (es. scale), afferrandola per il busto/torace
  • Se tra le mani, rimuovere delicatamente oggetti potenzialmente pericolosi come coltelli, forbici.
  • Nell’eventualità, toglierle gli occhiali
  • Allontanare i curiosi per evitare di stressare ulteriormente il diretto interessato
  • Controllare l’orario per misurare la durata dell’attacco
  • Solo dopo la cessazione delle scosse tonico-cloniche (‘‘convulsioni‘‘), mettere la persona nella ‘‘posizione laterale di sicurezza‘‘ che facilita la pervietà delle vie respiratorie

Cosa evitare:

  • NON tentare di aprire la bocca
  • NON cercare di inserire alcun oggetto in bocca
  • NON cercare di tenere ferme braccia e gambe, di aprire le mani durante le convulsioni o di “rianimare” la persona colpita
  • NON cercare di bloccare la crisi gridando, scuotendo la persona o avvicinando al naso sostanze odorose
  • NON tentare di far deglutire farmaci durante la crisi (si rischia il soffocamento)
  • NON posizionare la persona nella posizione laterale di sicurezza durante le convulsioni
  • NON tirare la persona per le braccia
  • NON cercare di mettere seduta la persona durante la crisi
  • NON cercare di svegliare ad ogni costo la persona se si trova nella fase di sonno dopo l’attacco
  • NON somministrare liquidi immediatamente dopo la crisi (si rischia il soffocamento)

Fonte | www.brainzone.it


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