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Diabete: allarme pandemia

Sono 463 milioni gli adulti nel mondo che convivono con il diabete e si stima che nel 2045 questa pandemia interesserà 700 milioni di persone, con una crescita di oltre il 50 per cento; rispetto a due anni fa, si parla di quasi 40 milioni di persone malate in più e di previsioni per il futuro in continuo peggioramento.

Questi sono alcuni dei dati della nona edizione dell’IDF (International Diabetes Federation) Atlas resi pubblici in occasione della giornata mondiale del diabete (14 novembre scorso) e discussi durante la presentazione a Palazzo Lombardia della tappa milanese della campagna “Al cuore del diabete”, nata per sensibilizzare sull’importanza del controllo glicemico, del peso corporeo e di tutti gli altri fattori di rischio che concorrono allo sviluppo di complicanze, in particolare di quelle cardiovascolari.

Sempre secondo l’IDF Atlas, si stima che nel mondo ci siano anche 232 milioni di persone con diabete non diagnosticato e 374 milioni di persone con insufficiente tolleranza al glucosio (IGT, Impaired Glucose Tolerance), ovvero lo stato di pre-diabete che espone comunque a maggiore probabilità di sviluppare malattie cardiovascolari, la principale causa di disabilità e morte nelle persone con diabete tipo 2. In Italia, secondo i dati Istat del 2017, a fronte di una prevalenza media di malattie cardiologiche tra gli over 45 del 7,5 per cento, quella tra persone con diabete è pari a circa il 17,1 per cento, ben oltre il doppio di quella rilevata per i non diabetici, ovvero 6,4 per cento.

Le complicanze cardiovascolari sono molto comuni fra le persone con diabete tipo 2. I dati epidemiologici derivanti dallo studio RIACE indicano che quasi una persona con diabete su 4 presenta un pregresso evento cardiovascolare maggiore, prevalenza che aumenta con la durata del diabete, arrivando a 1 persone su 3 tra coloro che hanno il diabete da oltre 20 anni” – ha affermato Elisabetta Lovati, Presidente SID Lombardia.

Nonostante la forte correlazione tra diabete e rischio cardiovascolare, da una recente indagine promossa sempre dall’IDF, che ha coinvolto oltre 12.000 persone con diabete di tipo 2 in 130 Paesi, è emerso una conoscenza dei fattori di rischio parziale. Un paziente su quattro non era consapevole del ruolo svolto dall’ipertensione e dal sovrappeso, uno su tre ignorava che iperglicemia, ipercolesterolemia, fumo e inattività fisica aumentano il rischio cardiovascolare e circa uno su due non conosceva l’importanza di elevati livelli di stress, del diabete di lunga durata e di un’età oltre i 65 anni come fattori di rischio. Questi dati suggeriscono che le persone con diabete non sono sufficientemente informate, tendono a sottostimare la gravità del problema ed è quindi fondamentale inserire l’educazione sui fattori di rischio cardiovascolari come parte integrante dell’assistenza alle persone con diabete” – ha spiegato Antonio Nicolucci, Direttore CORESEARCH.

Proprio sensibilizzare sull’importanza del controllo glicemico, del peso corporeo e di tutti gli altri fattori di rischio che concorrono allo sviluppo di complicanze, in particolare di quelle cardiovascolari è stato lo scopo della campagna nazionale “Al cuore del diabete. Milano è la quarantottesima tappa delle cinquanta previste nelle piazze italiane dell’unità mobile che permette alle persone con diabete di ricevere una valutazione diagnostica del rischio cardiovascolare. Una volta completato il percorso degli esami previsti – misurazione dei valori di emoglobina glicata e del profilo lipidico, ecocardiogramma ed ecocolordoppler carotideo – le persone con diabete possono confrontarsi con un diabetologo e un cardiologo” – ha detto Regina Dagani, Presidente AMD Lombardia.

La campagna “Al Cuore del Diabete” è stata realizzata con il patrocinio di SID – Società Italiana di Diabetologia e AMD – Associazione Medici Diabetologi, in connessione con il progetto internazionale Cities Changing Diabetes e il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Obesità: ancora troppo “fai da te” per perdere peso

In Italia, il 62 per cento delle persone con obesità è consapevole del fatto che l’obesità sia una malattia ma, nonostante ciò, l’84 per cento cerca di perdere peso autonomamente e impiega mediamente sei anni per rivolgersi a un medico. Questi sono alcuni dei dati emersi dalla survey condotta in Italia tra circa 1.500 persone obese e 300 medici all’interno dello studio internazionale ACTION-IO, presentato a Roma in occasione del Congresso Nazionale della Società Italiana di Medicina Interna (SIMI).

L’obiettivo dello studio internazionale ACTION-IO (Awareness, Care, and Treatment In Obesity MaNagement – an International Observation), che ha coinvolto 11 paesi in cinque continenti, è stato quello di identificare le percezioni, le attitudini, i comportamenti e gli ostacoli per la cura dell’obesità sia per le persone con obesità sia per i medici.

Ad esempio, quasi tutti i medici intervistati (91 per cento) riconoscono l’obesità come una vera e propria malattia, ma solo il 37 per cento ritiene che la genetica possa rappresentare un ostacolo per la perdita di peso.

L’obesità è una patologia eterogenea e multifattoriale, al cui sviluppo concorrono sia fattori genetici e biologici sia ambientali; l’obesità va considerata una vera e propria malattia cronica recidivante che causa molteplici complicanze disabilitanti e potenzialmente letali; tra queste il diabete tipo 2, l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia, la cardiopatia ischemica, molti tumori specie dell’apparato gastroenterico, la sindrome delle apnee notturne, l’osteoartrite solo per citare le principali” – afferma Paolo Sbraccia, Vice Presidente IBDO Foundation e Professore Ordinario di Medicina Interna dell’Università Tor Vergata di Roma.

Un altro dato che emerge dallo studio suggerisce che circa la metà delle persone con obesità che ha partecipato all’indagine vorrebbero perdere peso, la maggior parte delle quali (41 per cento) perché preoccupate per la loro salute, e, nonostante stiano facendo seri sforzi, stanno ottenendo scarsi risultati da sole. È anche emerso che il 55 per cento delle persone con obesità vorrebbe fosse il medico a iniziare una conversazione riguardo il peso, desiderio forse ostacolato dall’idea diffusa tra gli operatori sanitari che le persone con obesità non siano motivate a dimagrire.

In linea con lo studio internazionale ACTION-IO, i dati italiani rivelano che sia necessario implementare le conoscenze sull’obesità, migliorando l’educazione relativa alle basi biologiche e al controllo clinico della malattia e sfidando la percezione errata che l’obesità sia sotto il controllo dell’individuo. Inoltre, per garantire un valido percorso terapeutico, è fondamentale che il medico promuova delle conversazioni utili sulla perdita di peso, senza pregiudizi riguardo una possibile mancanza di interesse da parte della persona con obesità” – conclude Paolo Sbraccia.

Lo studio ACTION-IO è il più ampio studio realizzato per studiare gli ostacoli alla gestione dell’obesità sia dal punto di vista delle persone con obesità sia dal punto di vista dei medici. Lo studio ha coinvolto oltre 14.500 persone con obesità e quasi 2.800 operatori sanitari provenienti da 11 paesi, tra cui: Australia, Cile, Israele, Italia, Giappone, Messico, Arabia Saudita, Corea del Sud, Spagna, Emirati Arabi Uniti e Regno Unito. ACTION-IO completa le informazioni acquisite dagli studi ACTION condotti negli Stati Uniti e Canada, fornendo una fotografia generale riguardo gli ostacoli nella cura dell’obesità nella popolazione globale, nonché evidenze su misura per ogni paese coinvolto per indicare azioni concrete da intraprendere nella lotta all’obesità. ACTION-IO e gli studi ACTION condotti negli Stati Uniti e in Canada sono stati sponsorizzati e finanziati da Novo Nordisk.

L’obesità è una malattia cronica che richiede una gestione a lungo termine1. L’obesità è una malattia complessa e multifattoriale, influenzata da fattori genetici, fisiologici, ambientali e psicologici ed è associata a numerose gravi conseguenze per la salute2,3.L’aumento della prevalenza dell’obesità a livello globale rappresenta un problema di salute pubblica che comporta gravi implicazioni in termini di costi per i sistemi sanitari4,5. Nonostante l’elevata prevalenza, molte persone con obesità non ricevono sostegno ai loro sforzi per perdere peso e la malattia rimane sostanzialmente mal diagnosticata e sottostimata6.

1. American Medical Association House of Delegates. Recognition of obesity as a disease. Resolution 420 (A 13). Received May 15, 2013. Accessed April 2019.

2. Wright SM, Aronne LJ. Causes of obesity. Abdom Imaging. 2012;37(5):730-732.

3. Guh DP, Zhang W, Bansback N, et al. The incidence of co-morbidities related to obesity and overweight: a systematic review and meta-analysis. BMC Public Health. 2009;9(88):1-20.

4. World Health Organization. Fact sheet no. 311: obesity and overweight. Updated June 2016. Accessed April 2019.

5. Cawley J, Meyerhoefer C. The medical care costs of obesity: an instrumental variables approach. J Health Economics. 2012;31(1):219-230.

6. Crawford AG, Cote C, Couto J, et al. Prevalence of Obesity, Type II Diabetes Mellitus, Hyperlipidemia, and Hypertension in the United States: Findings from the GE Centricity Electronic Medical Record Database. Popul Health Manag. 2010;13:151–161.


 

L’obesità si previene in pausa pranzo: boom della dieta mediterranea nei ristoranti aziendali

Osservare un regime alimentare legato alla dieta mediterranea aiuta a tenere alla larga sovrappeso e obesità. Gli italiani ne sono sempre più consapevoli, tanto che il 55% sostiene di conoscerla in maniera dettagliata e di seguirne i principi.

Ma la vera novità arriva dalle rinnovate abitudini legate alla pausa pranzo: secondo una ricerca dell’Istituto Ixè in collaborazione con il Gruppo Elior, leader in Italia nella ristorazione collettiva, che ha intervistato, per la prima volta, i responsabili* di 10 milioni di pasti all’anno, l’85% dei clienti dei ristoranti aziendali ritiene che sposare la dieta mediterranea in pausa pranzo abbia effetti benefici sulla salute; in particolare il 35% ritiene che la stessa dieta possa combattere una malattia come l’obesità.

Salute e benessere dell’organismo sono due temi che sempre più italiani hanno a cuore e pretendono soprattutto dalla ristorazione collettiva: il 53% infatti ritiene che la dieta mediterranea abbia effetti positivi sul sistema cardiocircolatorio e cardiovascolare, il 46% sulla longevità, il 37% sulla capacità di controllo del peso e il 31% sulla riduzione dell’incidenza di tumori.

Per questo la ristorazione collettiva pone l’attenzione su uno degli elementi cardine della stessa dieta, ovvero la varietà dei menù, apprezzata dai clienti e grazie alla quale è possibile rilevare un consistente aumento dei consumi di prodotti più sani e leggeri: cresce infatti la richiesta di cereali, legumi e pesce, il 79% degli chef Elior rileva la crescita dei primi due e il 62% per il terzo, mentre cala, a detta del 35% degli chef la carne e per l’82% il burro.

Tra gli elementi garanti della salubrità di una pietanza rientrano pienamente le materie prime 100% italiane, di cui si fida il 69% degli italiani, spesso coniugate alla territorialità e alla stagionalità (L’85% degli chef intervistati offre infatti pietanze con ingredienti di stagione e avvalorati dall’80% dei clienti). Dall’analisi degli Chef Ambassador Elior si scopre anche che i consumatori del Bel Paese sono sempre più consapevoli dell’importanza per esempio dell’olio extravergine d’oliva: l’82%, infatti, presta grande attenzione al tipo di olio da utilizzare per condire gli alimenti.

A tutti piace mangiare cose buone, ma sempre più italiani hanno capito che la salute passa per il piatto. Al ristorante, occasionalmente, si può derogare da questa regola, ma nella ristorazione collettiva, così come a casa, la salubrità della cucina è importante e allo stesso tempo assume una notevole importanza anche la leggerezza del piatto. L’importanza della qualità delle materie prime è ormai riconosciuta, ma è fondamentale un altro ingrediente del pasto: il clima che si respira nel locale, l’ambiente, l’accoglienza e la qualità del servizio” – afferma Margherita Sartorio Co Founder e CEO Istituto Ixè.

Per promuovere la dieta mediterranea, la ristorazione organizzata – lo sostiene il 68% dei cuochi Elior – deve impegnarsi in prima linea per diffondere l’educazione alimentare all’interno di ogni tipo di struttura, di lavoro, scolastica o sanitaria, abbinata a una continua diversificazione dei menù optando maggiormente per prodotti di origine vegetale.

Oggi non è più possibile pensare di modificare le abitudini alimentari solo attraverso un trattamento individuale, ma è necessario attivare azioni di comunità per migliorare l’alimentazione. Per questo la dieta mediterranea si propone come uno strumento efficace per la prevenzione e la gestione di numerose malattie. Una scelta necessaria che porterà benefici sia legati al benessere del singolo, prevenendo alcune patologie croniche come diabete, ipertensione e malattie cardiovascolari, sia alla collettività, con una maggiore sostenibilità della spesa sanitaria” – sottolinea Maria Luisa Amerio, Medico Chirurgo, specialista in Scienza dell’Alimentazione e collaboratrice dell’Università di Scienza Gastronomiche di Pollenzo.

Per Elior promuovere i piatti della dieta mediterranea all’interno della ristorazione collettiva rappresenta una scelta responsabile e una partecipazione attiva alla diffusione della cultura del buon cibo e della sana alimentazione.

La dieta mediterranea è un caposaldo dell’alimentazione italiana, è richiesta e amata dai nostri consumatori e si conferma alla base della nostra politica nutrizionale. I nostri menù sono realizzati sugli standard della dieta mediterranea, rispettando la tradizione ma in modo innovativo; in più sono legati al territorio, mantenendo inalterata la qualità delle materie prime e garantendo salubrità e leggerezza. Tutto questo è ciò che promuove la nuova ristorazione collettiva, una responsabilità che sentiamo profondamente nostra” – spiega Rosario Ambrosino Amministratore Delegato di Elior.

*Composizione del campione | Genere: Uomo 88%, Donna 12% – Fascia d’età 25-34 anni 15%, 30-44 anni 27%, 45-54 anni 46%, 55-64 anni 12% – Tipologia di attività: struttura scolastica 18%, struttura socio-sanitaria 15%, struttura aziendale 67%

 

Il Gruppo Elior Italia

Leader in Italia nella Ristorazione Collettiva, serve nel nostro Paese oltre 106 milioni di clienti l’anno in più di 2.400 ristoranti e punti vendita attraverso 12.000 collaboratori.

Elior opera in molteplici settori quali le aziende, le scuole, il socio-sanitario, le forze armate, i musei, e la ristorazione a bordo delle Frecce di Trenitalia. Offre un servizio mirato per ogni cliente, prendendosi cura di ciascuno grazie a soluzioni di ristorazione equilibrate, con servizi personalizzati e innovativi che rendono i momenti di pausa un’opportunità per ristabilire il contatto con sé stessi e con gli altri.

La mission di Elior è rendere ogni pausa un momento da assaporare attraverso ingredienti freschi, di qualità, locali, per piatti bilanciati e sempre contemporanei.

La qualità è per Elior un impegno quotidiano reso concreto e tangibile non solo dalla scelta degli ingredienti del territorio e dall’attenzione offerta dal personale, ma anche dalle certificazioni che sono costantemente rinnovate e dall’adesione a protocolli di sostenibilità, come il Global Compact, il programma delle Nazioni Unite sulla Responsabilità Sociale d’Impresa. Sulla base di queste premesse è stata elaborata la strategia di Responsabilità Sociale d’Impresa di Elior, Positive Foodprint Plan, attraverso la quale si vuole creare un circolo virtuoso nel mondo

della ristorazione, dal campo coltivato alla tavola, lavorando in sinergia con fornitori, clienti, utenti finali e dipendenti. 

 

 


Agire subito per combattere diabete ed obesità

L’allarme è  stato lanciato anche dagli esperti in occasione del congresso europeo di diabetologia tenutosi a Barcellona (16-20.09.2019): il rischio della comparsa anticipata del diabete di tipo 2 nei giovani, condizione una volta tipica dei nonni, merita attenzione e interventi puntuali e rapidi, anche nel nostro Paese. Da anni, infatti, vediamo avanzare il diabete urbano nelle nostre città e nelle periferie delle metropoli” – così Andrea Lenzi, Presidente di Health City Institute e della Fondazione per la Ricerca in endocrinologia, onlus della Società italiana di endocrinologia.

I dati scientifici ed epidemiologici più aggiornati, che vedono in tutto il mondo crescere malattie come il diabete e l’obesità nelle fasce d’età giovanili, fotografano un effetto dei cambiamenti del nostro mondo, che non sono solo climatici, ma anche di comportamento sociale e di stile di vita. Dati americani dicono come negli under 30 il diabete progredisca di oltre il 2 per cento annuo e si prevede il quadruplicamento dei malati entro il 2050. Un recente studio di The Lancet riporta come nel mondo su circa 2 miliardi di adolescenti, 1 su 5 sia in sovrappeso od obeso, con una crescita dal 1990 al 2016 del 120 per cento dei casi. Purtroppo, questi trend negativi, pur se con minore enfasi, riguardano anche l’Italia. Ad esempio, il primo report Italian Obesity Barometer Report dell’IBDO pubblicato quest’anno stima ci siano circa 1 milione e 700mila i bambini e adolescenti in eccesso di peso, cioè il 24,2 per cento della popolazione di 6-17 anni. Come presidente di Health City Institute e medico e ricercatore in endocrinologia non posso non sottolineare come ciò comporti rischi per la salute della popolazione, ma anche costi insostenibili per sistemi sanitari come il nostro, già oggi sotto pressione. Si rende necessario agire tempestivamente, con misure che sostengano la ricerca scientifica da un lato e l’educazione e il cambiamento culturale dall’altro, a vantaggio della salute e dell’ambiente. In questi giorni si è aperto nel nostro Paese un forte dibattito su questi temi di grande attualità e sul modo per reperire fondi per far fronte a questi bisogni. Il Governo, per voce del Ministro dell’istruzione, università e ricerca, Lorenzo Fioramonti, nelle sue dichiarazioni programmatiche, e del Presidente del consiglio, Giuseppe Conte, sembrerebbe orientato, in linea con molti altri Paesi europei come la Francia o la Svezia, ad agire con imposizioni fiscali su alcune fonti di questi fenomeni: gli alimenti come le merendine e le bevande zuccherate non salutari. Di certo è  una strada giusta e un buon inizio per coniugare una forte indicazione verso stili di vita corretti e ottenere risorse per ricerca, salute e ambiente, argomenti che si coniugano per salvaguardare i nostri giovani, il nostro domani.” – conclude Lenzi.

 


Obesità come malattia invalidante?

E’ stata presentata, in occasione dell’Obesity Day, la campagna di sensibilizzazione “IO VORREI CHE”, ideata per stimolare e coinvolgere le istituzioni politiche e sanitarie, nazionali e regionali, a considerare l’obesità come una malattia complessa e implementare iniziative concrete per contrastarne l’incremento.

La campagna è stata realizzata da, IO-Italian Obesity network, Changing ObesityTM e Obesity Policy Engagement Network (OPEN) Italy, che è entrata ufficialmente in azione.

L’obesità rappresenta uno dei principali problemi di salute pubblica sia perché è un importante fattore di rischio per diverse malattie croniche, quali diabete tipo 2, malattie cardiovascolari e tumori, sia per la sua prevalenza in costante aumento, non solo nei Paesi occidentali ma anche in quelli a basso-medio reddito.

In Italia, secondo la prima edizione dell’Italian Obesity Barometer Report, realizzata in collaborazione con Istat, una persona su 10 è obesa, ovvero oltre 5 milioni di adulti, con un impatto considerevole sui diversi ambiti dell’assistenza sanitaria. Le persone obese hanno un rischio di ospedalizzazione tre volte maggiore rispetto alla popolazione generale, influendo quindi notevolmente anche sulla spesa sanitaria: si stima che nel 2012 l’eccesso ponderale sia stato responsabile del 4 per cento della spesa sanitaria nazionale, per un totale di circa 4,5 miliardi di euro, a cui vanno aggiunti 9 miliardi di costi indiretti, secondo una stima di OPEN ITALY.

The Obesity Policy Engagement Network – OPEN è un’organizzazione promossa dalla Federazione mondiale World Obesity, da Easo, dalle associazioni americane Obesity Society e Obesity Action Coalition (OAC), con il contributo di Novo Nordisk e già presente, oltre che in Italia, in 10 Paesi – Arabia Saudita, Australia, Canada, Emirati Arabi, Brasile, Germania, Gran Bretagna, Israele, Spagna, Stati Uniti. Infatti, attraverso un network globale, si vogliono creare le opportunità di pianificare azioni concrete, discutere i progressi nel proprio Paese, ottenere informazioni e ispirazione da altre Nazioni ed esperti, nonché realizzare strumenti tangibili per sviluppare ulteriormente un piano d’azione nazionale sull’obesità.

Con il suo insediamento OPEN ITALY vuole realizzare una strategia che porti al riconoscimento dell’obesità quale malattia e problema sociale e, di conseguenza, all’implementazione di un piano d’azione e alla realizzazione di una roadmap con il coinvolgimento del livello istituzionale” – spiega il coordinatore di Open Italia, Andrea Lenzi, Presidente della Fondazione Italiana per la ricerca in endocrinologia e del Comitato di Biosicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

OPEN ITALY vuole essere un think tank che faciliti le relazioni tra le principali parti interessate, identifichi le sfide nazionali, costruisca strumenti di riflessione e stimolo per facilitare i partner nel definire il percorso per un’efficace cura dell’obesità.

Grazie alla campagna “IO VORREI CHE”, insieme ai partner, realizzerà un libro con tutti gli … io vorrei che … raccolti tra coloro che si battono quotidianamente per contrastare l’obesità e vogliono garantire cure appropriate e una buona qualità di vita alle persone con obesità.

Io vorrei che le Istituzioni considerassero l’obesità come una malattia fortemente invalidante che necessita di strumenti legislativi e normativi specifici” è, per esempio, il desiderio di Andrea Lenzi.

Il libro verrà poi consegnato ai membri del Governo, del Parlamento e delle principali Istituzioni, invitandoli a mettere anche loro un … io vorrei che … con il fine di lavorare insieme per combattere questa complessa malattia cronica per la quale è necessario mettere in atto strategie integrate e multidisciplinari. È infatti fondamentale evitare che il trend di crescita dell’obesità e i costi ad essa associati continuino a progredire, rappresentando un peso per la società che rischia di andare fuori controllo.

 


Un fotolibro per raccontare l’ictus cerebrale

Un progetto ambizioso, che ha bisogno – per essere realizzato – dell’aiuto di tutti noi. A.L.I.Ce. Italia O.D.V. (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale) e SIMM (Società Italiana di Leadership e Management in Medicina) hanno iniziato un’importante collaborazione per promuovere la conoscenza dell’ictus cerebrale, focalizzando l’attenzione in maniera specifica sulla prevenzione di pregiudizi e di atteggiamenti sociali di isolamento nei confronti delle persone colpite da questa patologia.

Il progetto prevede la creazione di un fotolibro per rappresentare l’umanità delle persone colpite dalla patologia, con tutte le possibili conseguenze dell’esperienza subita. Il volume sarà composto da un centinaio di ritratti di persone colpite da ictus realizzati sia in ospedale (per raccontare meglio il momento in cui si verifica l’evento) sia durante momenti sociali e riunioni di incontro, confronto o svago sia nelle loro abitazioni oppure presso strutture socio-sanitarie per mostrare le conseguenze di eventi più lontani nel tempo. La raccolta degli scatti sarà curata da Gianni Ansaldi, noto fotografo ritrattista che con la sua fotografia punta a far emergere i tratti interiori dei protagonisti nella loro complessità e variabilità.

Il fotolibro sarà arricchito con selezioni di brevi racconti che illustreranno il cambiamento avvenuto nelle vite non solo di chi è stato colpito dalla malattia, ma anche dei loro familiari e caregiver, sempre coinvolti in prima persona nell’accompagnamento e nella gestione, spesso complessa di situazioni che capitano all’improvviso, per le quali c’è necessità di una radicale riorganizzazione anche emotiva di tutto il nucleo. 

Grazie alle fotografie e alle storie contenute nel libro verrà raccontato il “prima” e il “dopo” l’ictus, sottolineando da una parte quali siano i sintomi che lo rendono riconoscibile, le condizioni che ne favoriscono l’insorgenza e l’importanza della prevenzione, ma anche come oggi la malattia sia curabile con successo se trattata precocemente e nei centri dedicati (Unità Neurovascolari o Stroke Unit).

Oltre all’edizione del fotolibro, si prevede di realizzare una mostra itinerante dei ritratti e racconti, per diffondere e rinforzare sempre di più il messaggio.

Le conseguenze dell’ictus determinano significativi cambiamenti nella vita dei malati e dei loro familiari. Queste persone devono imparare a gestire una nuova vita quotidiana estremamente più complessa, spesso aiutati da altre persone, anche a causa delle attività necessarie a ristabilire le capacità fisiche. I malati devono recuperare la fiducia in loro stessi, nelle proprie capacità; dall’altro lato, le famiglie devono adeguare i propri stili di vita, probabilmente per sempre, e imparare a convivere con le disabilità causate dalla malattia. Tutti insieme devono combattere per cercare di limitare le conseguenze psichiche, emotive e sociali negative dell’ictus cerebrale” – ha dichiarato Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus.

La pubblicazione del libro sarà anche un’ulteriore occasione per sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening in modo equo e omogeneo su tutto il territorio nazionale. L’ictus rappresenta un vero e proprio problema sociale, con costi elevati di gestione della malattia e con impatti psicologici, sociali ed economici incalcolabili per le famiglie. Sono orgoglioso di questa collaborazione con l’associazione portavoce dei pazienti colpiti da ictus cerebrale, perché siamo certi che questa alleanza sia un elemento fondamentale garantire un Sistema Sanitario Nazionale di valore – ha continuato Mattia Altini, Presidente SIMM.

Per trasformare il progetto in realtà abbiamo bisogno di te, dona ora e prenota la tua copia del fotolibro!

Per maggiori informazioni sul progetto e per le donazioni visita il sito www.ideaginger.it e cerca il progetto La vita spesso cambia di colpo: un fotolibro per raccontare l’ictus o visita direttamente la pagina: www.ideaginger.it/progetti/la-vita-spesso-cambia-di-colpo-un-fotolibro-per-raccontare-l-ictus.html

 

Terza causa di morte, prima di invalidità e seconda di demenza, l’ictus cerebrale è una malattia grave e disabilitante che colpisce ogni anno nel mondo circa 15 milioni di persone e nel nostro Paese circa 150.000; quelle che sono sopravvissute, con esiti più o meno invalidanti, sono oggi circa 1 milione. Fondamentale per la prevenzione è la adeguata consapevolezza da parte dei cittadini dei fattori di rischio che da soli o, ancora di più, in combinazione tra di loro aumentano la possibilità di incorrere in un ictus: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le nuove terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) possono evitare del tutto o migliorare spesso in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt’oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 e quindi arriva negli ospedali idonei, dal il ritardo intra-ospedaliero e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate.

A.L.I.Ce. Italia O.D.V., fondata nel 1997, è una Federazione di associazioni di volontariato diffuse su tutto il territorio nazionale, oltre 80 tra sedi e sezioni regionali e locali, le quali, pur autonome e indipendenti nelle proprie attività, collaborano al raggiungimento di comuni obiettivi statutari a livello nazionale, tra cui: diffondere l’informazione sulla curabilità della malattia, sul tempestivo riconoscimento dei primi sintomi e sulle condizioni che ne favoriscono l’insorgenza anche attraverso i media; sollecitare gli addetti alla programmazione sanitaria affinché provvedano ad istituire centri specializzati per la prevenzione, la diagnosi, la cura e la riabilitazione delle persone colpite da ictus e ad attuare progetti concreti di screening; tutelare il diritto dei pazienti ad avere su tutto il territorio nazionale livelli di assistenza, uniformi ed omogenei.

Loro peculiarità è quella di essere le uniche ad essere formate da persone colpite da ictus, dai loro familiari e caregiver, da neurologi e medici esperti nella diagnosi e trattamento dell’ictus, medici di famiglia, fisiatri, infermieri, terapisti della riabilitazione, personale socio-sanitario e volontari. Sono associazioni senza scopo di lucro, democratiche, apolitiche.

A.L.I.Ce. Italia è membro della WSO, World Stroke Organization e di SAFE, Stroke Alliance for Europe, organizzazioni che riuniscono le Associazioni di persone colpite da ictus a livello mondiale ed europeo, diffondendo linee guida per la prevenzione, la miglior cura e la riabilitazione dell’ictus, oltre che delle Società Scientifiche ISO, Italian Stroke Organization ed ESO, European Stroke Organization.

Nel 2016 A.L.I.Ce. Italia ha promosso la costituzione dell’Osservatorio Ictus Italia insieme all’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, ISO, ESO, ISS – Dipartimento Malattie Cardiovascolari, Dismetaboliche e dell’Invecchiamento dell’Istituto Superiore di Sanità e SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie.

L’Osservatorio opera per favorire una maggiore consapevolezza sulle problematiche legate all’ictus a livello istituzionale, sanitario-assistenziale, scientifico-accademico e sociale, in particolare sulle modalità di prevenzione e di cura di tale devastante malattia e si pone, come obiettivo condiviso, quello di far adottare in tutto il Paese criteri scientificamente basati e uniformi in materia.

Nel novembre 2017, grazie all’azione di A.L.I.Ce. Italia e dell’Intergruppo Parlamentare sui Problemi Sociali dell’Ictus, la XII Commissione Affari Sociali della Camera, ha approvato la Risoluzione sulla diagnosi e la prevenzione dell’Ictus cerebrale: Governo e Parlamento sono chiamati a promuovere e sostenere il più appropriato e avanzato sistema di cura per l’ictus su tutto il territorio nazionale.

A.L.I.Ce. Italia, promotrice e in prima linea fin dall’inizio nel contribuire alla definizione di questo documento di straordinaria rilevanza, ha il compito di stimolare e monitorare l’impegno dei servizi sanitari regionali nell’applicazione e nella rapida implementazione organizzativa delle misure specifiche, declinate in 19 punti, la cui attuazione è stata già promossa a livello del Governo nazionale.

Nel dicembre 2018, l’Osservatorio Ictus ha presentato alla Camera i risultati del “Rapporto sull’Ictus in Italia. Una fotografia su prevenzione, percorsi di cura e prospettive”, che offre per la prima volta una descrizione completa della patologia nel nostro Paese.

La Società Italiana di Leadership e Management in Medicina (SIMM) è un network di professionisti della salute impegnati nella lotta per la sostenibilità e difesa del Sistema Sanitario Nazionale Italiano con la convinzione che la sfida della sostenibilità del sistema, nei prossimi anni, passerà anche attraverso le alleanze con i pazienti perché il valore delle azioni della Sanità deve essere misurato prima di tutto dai pazienti, destinatari degli sforzi terapeutici e assistenziali. Nasce nel 2006 dalla stretta collaborazione con la British Association of Medical Managers e con l’American College of Physician Executives, per promuovere, sviluppare e consolidare anche in Italia il ruolo e la funzione manageriale nella professione medica. La Società è aperta a tutti i professionisti, leader e manager della sanità che sono intenzionati, nello svolgimento del loro ruolo dirigenziale, a crescere culturalmente e professionalmente. L’organizzazione e la programmazione dell’azione di SIMM mira a mettere al centro della gestione sanitaria la migliore pratica clinica; elaborare i processi migliori per i pazienti e per il servizio; sviluppare sistemi informativi in grado di sostenere adeguatamente le decisioni e le valutazioni; applicare il “buonsenso” clinico nelle scelte gestionali e giocare un ruolo importante nella riflessione e nelle strategie programmatiche.


Vino rosso e microbioma intestinale

Aumenta la varietà dei batteri del microbioma che si trova nell’intestino e aiuta a ridurre i livelli di obesità e colesterolo cattivo: è il vino rosso.

A rivelarlo è uno studio del King’s College di Londra, pubblicato sulla rivista Gastroenterology, che però punta alla moderazione: secondo i ricercatori, infatti, i benefici si possono ricavare anche da un solo bicchiere ogni 15 giorni.

Gli effetti del vino rosso sull’intestino sono stati analizzati su tre diversi gruppi di circa tremila persone nel Regno Unito, in Olanda e negli Usa, e dalla ricerca è emerso che il microbioma intestinale dei bevitori di vino rosso era più diversificato di quello di chi non lo beveva, mentre ciò non è stato osservato con il consumo di vino bianco, birra o liquori.

Gli autori ritengono che il motivo principale dei benefici sia dovuto ai numerosi polifenoli nel vino rosso, cioè sostanze chimiche di difesa che hanno molte proprietà benefiche (inclusa quella antiossidante) e agiscono principalmente come ‘carburante’ per i microbi presenti nel nostro sistema intestinale.

Questa ricerca fornisce approfondimenti sul fatto che gli alti livelli di polifenoli nella buccia dell’uva potrebbero essere responsabili di molti dei dibattuti benefici per la salute se si beve con moderazione” – spiega l’autore principale Tim Spector.

Lo studio ha anche scoperto che il consumo di vino rosso era associato a livelli più bassi di obesità e colesterolo “cattivo”.

Bere vino rosso una volta ogni tanto ad esempio ogni due settimane, sembra essere sufficiente per osservare un effetto” – il consiglio di Caroline Le Roy, prima autrice dello studio.

Red Wine Consumption Associated With Increased Gut Microbiota α-diversity in 3 Independent Cohorts – Caroline I. Le Roy, Philippa M. Wells, Jiyeon Si, Jeroen Raes, Jordana T. Bell, Tim D. Spector. Articles in Press DOI: https://doi.org/10.1053/j.gastro.2019.08.024


 


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