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Sicurezza cardiovascolare di Lorcaserina nei pazienti in sovrappeso o obesi

Lorcaserina (Belviq), un agonista selettivo del recettore 2C della serotonina che modula l’appetito, ha dimostrato efficacia nel controllo del peso nei pazienti sovrappeso o obesi. La sicurezza cardiovascolare e l’efficacia della Lorcaserina non sono state ben definite.

Sono stati assegnati a caso 12.000 pazienti in sovrappeso o obesi con malattia cardiovascolare aterosclerotica o più fattori di rischio cardiovascolare a ricevere Lorcaserina (10 mg due volte al giorno) oppure placebo.

L’esito primario di sicurezza rappresentato dai principali eventi cardiovascolari (un composito di morte cardiovascolare, infarto miocardico o ictus) è stato valutato in una analisi ad interim per escludere un limite di non-inferiorità di 1.4.

Se la non-inferiorità veniva soddisfatta, l’esito primario di efficacia cardiovascolare (un composito di eventi cardiovascolari maggiori, insufficienza cardiaca, ospedalizzazione per angina instabile o rivascolarizzazione coronarica, cioè eventi cardiovascolari maggiori prolungati) veniva valutato per la superiorità alla fine dello studio.

A 1 anno, era stato rilevato un calo ponderale di almeno il 5% in 1.986 pazienti su 5.135 (38.7%) nel gruppo Lorcaserina e in 883 su 5.083 (17.4%) nel gruppo placebo (odds ratio, OR=3.01, P minore di 0.001).

I pazienti nel gruppo Lorcaserina avevano valori leggermente migliori in merito ai fattori di rischio cardiaco (tra cui la pressione arteriosa, la frequenza cardiaca, il controllo glicemico e i lipidi) rispetto a quelli del gruppo placebo.

Durante un follow-up mediano di 3.3 anni, il tasso di esito primario di sicurezza è stato del 2.0% all’anno nel gruppo Lorcaserina e del 2.1% all’anno nel gruppo placebo (hazard ratio, HR=0.99, P minore di 0,001 per non-inferiorità); il tasso di eventi cardiovascolari maggiori prolungati è stato del 4.1% all’anno e del 4.2% all’anno, rispettivamente (HR=0.97, P=0.55).

Gli eventi avversi di particolare interesse sono stati rari e le percentuali sono state generalmente simili nei due gruppi, ad eccezione di un numero più elevato di pazienti con grave ipoglicemia nel gruppo Lorcaserina (13 vs 4, P=0.04).

In conclusione, in una popolazione ad alto rischio di pazienti in sovrappeso o obesi, la Lorcaserina ha facilitato una perdita di peso sostenuta senza un più alto tasso di eventi cardiovascolari maggiori rispetto al placebo.

Bohula EA et al, N Engl J Med 2018; 379: 1107-1117

Fonte | metabolismo.net

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Roma passa all’azione per sconfiggere diabete e obesità

Si stima che nell’area metropolitana di Roma vivano quasi 290.000 persone con diabete, ovvero tre quarti delle persone con diabete residenti nel Lazio, e quindi con un rischio maggiore di incorrere in ictus, infarto, perdita della funzionalità renale, amputazioni e perdita della vista. Sono i soggetti socialmente svantaggiati a essere i più colpiti, soprattutto quelli che risiedono nelle aree periferiche della metropoli, gli stessi che risultano essere anche i più insoddisfatti dei servizi erogati dal comune. Un dato che richiede un intervento, soprattutto in considerazione del fatto che la maggior parte dei cittadini romani consideri la salute al primo posto tra i requisiti fondamentali per una città vivibile, ancor più di possibilità di lavoro e sicurezza.

Questi sono solo alcuni dei dati che emergono dal “Roma Cities Changing Diabetes Report – Diabete Tipo 2 e Obesità nell’area di Roma Città Metropolitana”, presentato il 21 maggio scorso, a Roma in Campidoglio presso la sala Laudato si’ del Palazzo Comunale e che raccoglie dati quantitativi demografici, clinico-epidemiologici e sulla percezione della salute nella metropoli. Al Report, realizzato nell’ambito del progetto internazionale Cities Changing diabetes e coordinato in Italia e a Roma dall’Health City Institute, hanno collaborato il Ministero della Salute, l’Anci – Associazione Nazionale Comuni Italiani, Roma Città Metropolitana, l’Istituto Superiore di Sanità, l’Istat, la Fondazione Censis, Coresearch, l’Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Medi-Pragma e tutte le Università di Roma, le Società scientifiche del diabete, in particolare Marco Baroni – Presidente Società Italiana di Diabetologia Lazio e Lelio Morviducci – Presidente Associazione Medici Diabetologi Lazio, le Società Scientifiche dell’obesità e le Associazioni pazienti, in particolare Lina Delle Monache – Presidente Federdiabete Lazio e le Associazioni di cittadinanza.

Dai dati raccolti nel Report, emerge chiaramente la necessità di implementare strategie efficaci in grado di raggiungere i soggetti socialmente svantaggiati, aumentando l’accessibilità ad attività di prevenzione e cura del diabete. Un miglioramento degli approcci educativi e informativi rivolti ai soggetti vulnerabili può beneficiare di un maggiore coinvolgimento delle farmacie e da un rafforzamento delle reti sociali. Infine, stili di vita più adeguati possono essere promossi attraverso un aumento nelle aree più svantaggiate delle infrastrutture a basso costo ed alto impatto, che facilitino lo svolgimento di attività fisica. Queste sono le premesse su cui si dovrà fondare l’action plan per sconfiggere quello che ormai è definito diabete urbano, che è la terza fase del programma Cities Changing Diabetes, primo progetto al mondo di Urban Diabetes e che ha come obiettivo lo studio dell’impatto del diabete nei grandi contesti urbani. Uno degli aspetti più importanti emerso dal programma, grazie ai dati raccolti finora, è che il diabete è una malattia molto complessa, influenzata sia dal rischio individuale sia da fattori sociali e culturali. Con il fenomeno dell’urbanizzazione i fattori sociali come le ristrettezze finanziarie, la mancanza di tempo, i limiti di accesso alle risorse, compresi quelli dovuti ad aspetti geografico-territoriali, hanno acquisito una ancora maggiore importanza negli ultimi anni nel determinare il rischio di sviluppare la malattia” – afferma Andrea Lenzi Presidente dell’Health City Institute e Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Mettendo in relazione la prevalenza del diabete nelle diverse zone dell’area metropolitana di Roma con indicatori socio-economici e relativi alle abitudini di vita, come istruzione, risorse disponibili, situazione lavorativa, mobilità, si è osservata una correlazione fra basso stato socio-economico e aumentato rischio di diabete. Infatti, i distretti sanitari con prevalenza maggiore di diabete sono caratterizzati da più bassi livelli di scolarizzazione, più alti livelli di disoccupazione e da un’elevata percentuale di residenti che si muovono in macchina. Inoltre, nonostante l’invecchiamento della popolazione rappresenti un noto fattore di rischio, i distretti caratterizzati da una più alta prevalenza di diabete sono anche contraddistinti da un più basso indice di vecchiaia, suggerendo, quindi, che nei distretti con più elevata prevalenza di soggetti economicamente svantaggiati non solo il diabete è più frequente, ma insorge anche in età più precoce” – dice Antonio Nicolucci, Direttore di Coresearch.

Dall’analisi qualitativa sulla vulnerabilità sociale al diabete condotta su un campione di persone con diabete tipo 2 residenti nell’area metropolitana di Roma, anche il peso del luogo di vita rispetto alle possibilità di gestione della malattia è risultato molto importante; sono emersi ostacoli alla prevenzione, al benessere e al controllo della malattia legati alla dimensione urbana e al contesto di vita, che hanno bisogno di essere necessariamente affrontati con politiche multidimensionali e non solo sanitarie. Le scelte legate all’organizzazione dei luoghi e le trasformazioni urbane che si sono susseguite e caratterizzano la complessità del territorio del comune di Roma, così come dell’intera area metropolitana, possono avere infatti un grande impatto sulle opportunità, sugli stili di vita e sulla qualità della vita delle persone che affrontano questa malattia” – afferma Ketty Vaccaro, coordinatore di Roma Cities Changing Diabetes e responsabile Area Salute e welfare Fondazione Censis.

Potremmo oggi parlare di necessità di urbanizzazioni nuove, oppure più semplicemente di poter avere e adattare le città perché divengano città a misura d’uomo. Un’idea interessante perché guarda non solo ad accompagnare le esigenze legate ai ritmi lavorativi delle persone ma ricerca livelli di qualità di vita adeguati, dove tra le prime cose si evidenzia il miglioramento della mobilità sostenibile che permetta al cittadino di muoversi largamente a piedi all’interno della città” – scrive nella prefazione del Roma Cities Changing Report l’Assessore allo Sport, Politiche Giovanili e ai Grandi Eventi del Comune di Roma Daniele Frongia.

Occorre identificare strategie efficaci per rendere consapevoli governi, regioni, città e cittadini dell’importanza della promozione della salute nei contesti urbani, guardando alla sempre maggiore urbanizzazione con uno sguardo innovativo, affrontando il carico di onerosità che le malattie croniche comportano, immaginando un nuovo modello di welfare urbano che necessariamente inciderà sullo sviluppo e sulla sostenibilità delle città ma che non può che essere affrontato attraverso un maggiore coordinamento istituzionale. Il coinvolgimento dell’Italia e della città di Roma nel progetto Cities Changing Diabetes interessa non solo l’Amministrazione di Roma Capitale e della sua Città Metropolitana, ma stimola tutta l’Associazione dei Comuni italiani nella ricerca di soluzioni per migliorare la qualità di vita dei cittadini e delle persone con diabete” – commenta Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vice Presidente Vicario ANCI.

Il progetto internazionale Cities Changing Diabetes, nato in Danimarca e promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, festeggia quest’anno il suo quinto compleanno. Il progetto, oltre a Roma, la prima città italiana ad aver aderito due anni fa, e Milano, che ha deciso di partecipare quest’anno, ha già coinvolto metropoli come Beirut, Buenos Aires, Città del Messico, Copenaghen, Giacarta, Hangzhou, Houston, Johannesburg, Kōriyama, Leicester, Madrid, Merida, Pechino, Shanghai, Tianjin, Vancouver e Xiamen.

Ad oggi nel progetto sono stati coinvolti 140 esperti, che hanno permesso di far sì che lo studio condotto su Roma, abbia caratteristiche di impostazione metodologica ben definite. Ora siamo chiamati alla fase più impegnativa, ovvero la realizzazione di un Action Plan triennale, che possa indicare le azioni da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico di obesità e diabete tipo 2 a Roma, la metropoli con il maggior numero assoluto di persone con diabete nel nostro Paese” – dichiara Federico Serra, Direttore Cities Changing Diabetes Italia.


Anche l’Italia aderisce alla rete internazionale OPEN, Obesity Policy Engagement Network

Il 18 maggio scorso, si è celebrata la decima edizione della giornata europea dell’obesità, promossa dall’Associazione europea per lo studio dell’obesità, Easo, per sensibilizzare istituzioni, mondo scientifico e società civile ad affrontare quella che l’Organizzazione mondiale della sanità ha definito vera e propria epidemia del secolo, con 650 milioni di obesi e 1,9 miliardi di persone in sovrappeso nel mondo. In Europa, secondo i dati del programma EpiCentro dell’Istituto superiore di sanità sarebbe in sovrappeso oltre il 50 per cento della popolazione adulta e obesa più del 20 per cento. Non migliori i dati che riguardano l’Italia, in cui, secondo la prima edizione dell’Italian Obesity Barometer Report, realizzata in collaborazione con Istat, il 46 per cento degli adulti, ovvero oltre 23 milioni di persone, e il 24,2 per cento tra bambini e adolescenti, vale a dire 1 milione e 700mila giovani, è in eccesso di peso.

In occasione di questa giornata, ha fatto il suo debutto in Italia Open-Obesity Policy Engagement Network, organizzazione promossa dalla Federazione mondiale World Obesity, da Easo, dalle associazioni americane Obesity Society e Obesity Action Coalition (OAC), con il contributo di Novo Nordisk.

Già presente in 10 Paesi – Arabia Saudita, Australia, Canada, Emirati Arabi, Brasile, Germania, Gran Bretagna, Israele, Spagna, Stati Uniti – OPEN si propone di facilitare la messa a punto di progetti e programmi volti ad affrontare questa malattia e il suo carico per la società” – ha spiegato il coordinatore di Open Italia, Andrea Lenzi, Presidente della Fondazione Italiana per la ricerca in endocrinologia e del Comitato di Biosicurezza della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’obiettivo principale di Open nel nostro paese è quello di lavorare per realizzare una strategia che porti al riconoscimento dell’obesità quale malattia e problema sociale, all’implementazione di un piano d’azione e alla realizzazione di una roadmap con il coinvolgimento del livello istituzionale”  – ha chiarito Paolo Sbraccia, Presidente Italian Wellness Alliance.

Un livello istituzionale che sembra attento al tema, visto che contestualmente a OPEN vede la luce l’Intergruppo parlamentare sull’obesità coordinato dall’on. Roberto Pella, che ha dichiarato:

ritengo che il Parlamento debba porre il tema dell’obesità all’ordine del giorno dei propri lavori quanto prima. Il carattere di emergenza di questa malattia impone una presa di consapevolezza da parte dei decisori politici, a tutti i livelli”,

Governo, Parlamento, Enti territoriali devono sostenere la lotta all’obesità attraverso l’attività di programmazione a livello di politica sanitaria di interventi sociali di comunità. L’Intergruppo parlamentare nutre la ferma convinzione di poter fungere da interprete e portavoce di ciò presso le Istituzioni” – ha aggiunto la sen. Daniela Sbrollini.

Le stime dell’obesità preoccupano. Infatti, quello che sino a pochi anni fa sembrava un problema limitato alle nazioni più progredite è diventato oggi una questione globale: gli esperti prevedono che il superamento della soglia di 1 miliardo di obesi nel mondo avverrà presto, ed entro il 2030 saranno 1,12 miliardi.

Sovrappeso e obesità sono causa di quasi quattro milioni di morti l’anno e l’obesità costituisce un rischio elevato per la salute delle persone e per la loro aspettativa di vita” – ha ricordato Michele Carruba, Direttore del Centro di studio e ricerca sull’obesità dell’Università degli studi di Milano.

La crescita dei livelli di obesità ha anche un impatto negativo sulla società e sull’economia, in quanto riduce il numero degli anni di piena produttività di una persona e aumenta i consumi di risorse sanitarie” – gli ha fatto eco Ferruccio Santini, Presidente Sio-Società italiana dell’obesità.

Nonostante sia unanime il consenso del mondo scientifico sul fatto che l’obesità sia una malattia su base multifattoriale che necessita di cure a lungo termine, ancora oggi i sistemi sanitari e i decisori ritengono che costituisca una responsabilità dell’individuo.

La maggior parte delle strategie attualmente impiegate per affrontare il fenomeno si basano sulla prevenzione, sulla dieta e sull’attività fisica. Tutto corretto, salvo il fatto che non considerano la natura dell’obesità nel suo complesso, il bisogno di un approccio integrato alla malattia e, soprattutto, il fatto che la persona obesa non sempre cerca un aiuto o una cura” – ha detto Antonio Caretto, Presidente Fondazione Adi-Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica.

Ciò significa, che la persona obesa andrà incontro a serie complicanze come diabete, malattie cardiovascolari, tumori, con ulteriori conseguenze per la salute e costi aumentati per l’accesso alle cure e all’assistenza” – ha aggiunto Giuseppe Fatati, Coordinatore di IO-Italian Obesity network.

In sintesi, l’obesità non costituisce di certo una nuova sfida per i sistemi sanitari, ma bisogna comprendere e realizzare che non si tratta di una semplice questione di calorie, bensì di una malattia cronica complessa per la quale è necessario mettere in atto strategie integrate e multidisciplinari che mettano al primo posto il sostegno alle persone obese, altrimenti il trend di crescita della malattia e i costi associati continueranno a progredire, con un peso per la società destinato ad andare fuori controllo.


 

Viaggiare con l’obesità. Una piccola inchiesta.

Le persone obese, quando viaggiano, possono incontrare difficoltà con i voli, nell’accesso agli hotel e a partecipare ad attività di svago. Un gruppo di ricercatori irlandese ha realizzato su questi aspetti una piccola inchiesta, intervistando uomini e donne gravemente obesi sulle loro esperienze nei viaggi internazionali.

L’obesità è una condizione comune e sappiamo che gli individui obesi sono soggetti a restrizioni fisiche e vittime di pregiudizi. C’è una carenza di ricerche relative alle esperienze di viaggio di chi ha malattie croniche, di come le loro condizioni influenzano il loro viaggio o di come il viaggio influenza la gestione della loro patologia” – ricorda Gerard Flaherty, della School of Medicine presso la National University of Ireland Galway, autore principale del lavoro.

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Nello studio, Flaherty e colleghi hanno intervistato 12 pazienti che stavano frequentando un programma di modifica dello “stile di vita bariatrico” in Irlanda. La maggior parte aveva circa 50 anni e un indice di massa corporea classificabile nella categoria “obesi” o “severamente obesi”.

I partecipanti hanno parlato della necessità di avere più tempo per percorrere le lunghe distanze tra i banchi del check-in e i gate negli aeroporti e della mancanza di sedie a rotelle dimensionate per le loro esigenze. Hanno anche discusso dell’imbarazzo che provano durante il viaggio aereo e dei pregiudizi degli altri passeggeri. I partecipanti hanno menzionato i corridoi stretti, i sedili degli aerei di dimensioni standard, la necessità di estensioni delle cinture di sicurezza e il fatto di non potersi sedere nelle file delle uscite di emergenza. Alcuni hanno espresso una preferenza per i viaggi in nave, perché più confortevoli e più confacenti alle esigenze dei viaggiatori obesi.

Talvolta i partecipanti hanno avuto problemi con l’accesso alle camere d’albergo e hanno sollevato preoccupazioni riguardo alle procedure di evacuazione per gli ospiti obesi. Hanno anche segnalato la difficoltà a scegliere alcune destinazioni a causa del caldo, e la tendenza a limitare le loro attività ricreative come per esempio le passeggiate storiche. Tutte scelte che hanno limitato la loro capacità di godersi la vacanza con parenti e amici.

Complessivamente, comunque, il gruppo ha riconosciuto i benefici del viaggio, ma ha anche evidenziato come l’obesità sia una barriera ai viaggi internazionali.

I partecipanti hanno notato una maggiore apertura culturale verso i bisogni dei viaggiatori con obesità negli Stati Uniti e in Asia, mentre in Europa settentrionale e occidentale c’è maggior discriminazione. Le visite mediche prima del viaggio potrebbero essere un ottimo momento per medici e viaggiatori per parlare dei loro itinerari e di eventuali preoccupazioni durante la pianificazione.

L’obesità è un argomento che sfortunatamente tende a essere ignorato in alcuni contesti clinici e questo non soddisfa i bisogni del paziente. Una discussione aperta e di supporto sulle potenziali sfide che deve affrontare il viaggiatore obeso sicuramente gioverebbe” – ha concluso Flaherty.

Severe obesity as a barrier to international travel: a qualitative analysis – Gerard T Flaherty, MD, FFTM, FISTM Rosemary Geoghegan, MB, MScIbinabo Gabriel Brown, MB, BCh, BAO candidate Francis M Finucane, MD – Journal of Travel Medicine, taz018, https://doi.org/10.1093/jtm/taz018 – Published: 08 April 2019

Fotografia dell’obesità in Italia: 1°Italian Barometer Obesity Report

In Italia, il 46 per cento degli adulti (18 anni e più), ovvero oltre 23 milioni di persone, e il 24,2 per cento tra bambini e adolescenti (6-17 anni), vale a dire 1 milione e 700mila persone, è in eccesso di peso. In entrambe le fasce di età si osservano delle differenze in base al genere; le donne mostrano un tasso di obesità inferiore (9,4 per cento) rispetto agli uomini (11,8 per cento). Ancora più marcata è la differenza tra i bambini e adolescenti, di cui il 20,8 per cento delle femmine è in eccesso di peso rispetto al 27,3 per cento dei maschi.

L’analisi territoriale conferma come l’eccesso di peso sia un problema molto diffuso soprattutto al Sud e nelle Isole; in particolare tra i più giovani, dove sono ben il 31,9 e 26,1 per cento rispettivamente i bambini e gli adolescenti in eccesso di peso, rispetto al 18,9 per cento dei residenti del Nord-Ovest, il 22,1 per cento del Nord-Est e il 22 per cento del Centro. Tra gli adulti, le diseguaglianze territoriali sono meno marcate: il tasso di adulti obesi varia dall’11,8 per cento al Sud e nelle Isole, al 10,6 e 10,2 per cento nel Nord-Est e Nord-ovest rispettivamente, fino all’8,8 per cento del Centro. Anche per la sedentarietà emerge un forte gap territoriale Nord – Sud. Fatta eccezione per la Sardegna, nella maggior parte delle regioni meridionali e insulari più di un terzo dei giovani non pratica né sport né attività fisica e le percentuali più elevate si rilevano in Sicilia (42 per cento), Campania (41,3 per cento) e Calabria (40,1 per cento).

Questi sono alcuni dei dati del rapporto di Istat realizzato per l’Italian Obesity Barometer Report presentato il 9 aprile scorso, a Roma in occasione del 1st Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting, organizzato dall’Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO), con il patrocinio del Ministero della Salute, ANCI – Associazione Nazionale Comuni Italiani, Intergruppo Parlamentare Qualità di vita nelle Città, Sport, Salute e Benessere, ADI – Associazione Italiana di Dietetica e Nutrizione Clinica, Amici Obesi, Italian Obesity Network (IO- NET), SIE – Società Italiana di Endocrinologia, SIEDP – Società Italiana Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, SIMG – Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie, SICOB – Società Italiana di Chirurgia dell’OBesità e delle malattie metaboliche, SIO – Società Italiana dell’Obesità e il contributo non condizionato di Novo Nordisk.

Possiamo ormai considerare l’obesità un’emergenza sanitaria, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. È diventata ormai necessaria un’attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno. Siamo convinti che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che questa malattia rappresenta e potrà rappresentare. Per questo motivo IBDO Foundation ha pubblicato l’Italian Obesity Barometer Report, realizzato in collaborazione con Istat, che offre una fotografia non parziale della situazione dell’obesità in Italia” – ha spiegato Renato Lauro, Presidente IBDO Foundation.

Oltre alla differenza di diffusione dell’obesità tra Nord e Sud Italia, si riscontra un divario anche tra zone rurali e centri urbani: la percentuale più elevata di persone obese, pari al 12 per cento, si rileva nei piccoli centri sotto i 2 mila abitanti, mentre nei centri dell’area metropolitana tale quota scende all’8,8 per cento. Tuttavia, dal 2001 al 2017, gli incrementi più elevati nelle prevalenze dell’obesità si sono osservati proprio nei centri delle aree metropolitane (da 6,8 per cento a 8,8 per cento) e nelle loro periferie (da 8,2 per cento a 10,9 per cento).

Oltre alle disuguaglianze territoriali, un importante ruolo lo gioca il livello di istruzione. Un elevato titolo di studio rappresenta, infatti, un fattore protettivo per l’obesità, soprattutto per quanto riguarda la prevenzione a vari livelli e ancor più per quella primaria. Nel 2017, l’obesità interessa solo il 6,6 per cento dei laureati, mentre sale al 14,2 per cento tra coloro che hanno conseguito al più la licenza media. Inoltre, analizzando il fenomeno dell’eccesso di peso in relazione ad alcune informazioni che si riferiscono al contesto familiare, si osservano prevalenze più elevate tra i bambini e ragazzi che vivono in famiglie in cui il livello di istruzione dei genitori è più basso, passando dal 18,5 per cento di quelli con genitori che hanno conseguito un alto titolo di studio, al 29,5 per cento di quelli i cui genitori hanno un basso titolo di studio” – ha dichiarato Roberta Crialesi, Dirigente del Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia di ISTAT.

L’obesità si manifesta a causa di uno squilibrio tra introito calorico e spesa energetica con conseguente accumulo dell’eccesso di calorie in forma di trigliceridi nei depositi di tessuto adiposo. Si tratta di una patologia eterogenea e multifattoriale, al cui sviluppo concorrono sia fattori genetici e biologici che ambientali. L’obesità va considerata una vera e propria malattia cronica recidivante che causa molteplici complicanze disabilitanti e mortali; tra queste il diabete tipo 2, l’ipertensione arteriosa, la dislipidemia, la cardiopatia ischemica, l’insufficienza respiratoria con sindrome delle apnee notturne, l’osteoartrite solo per citare le principali. Più di recente è emerso che l’obesità causa un numero elevato di neoplasie, che interessano prevalentemente, ma non solo, l’apparato gastrointestinale. Si calcoli che negli Stati Uniti circa il 40 per cento di tutti i tumori si associa all’eccesso ponderale. Tutto ciò si traduce in una riduzione dell’aspettativa di vita di circa 10 anni e a una riduzione dell’aspettativa di vita in buona salute di circa 20 anni” – ha affermato Paolo Sbraccia, Vice Presidente IBDO Foundation e Professore Ordinario di Medicina Interna dell’Università Tor Vergata di Roma che ha coordinato l’Italian Obesity Barometer Report.

L’obesità è anche una malattia con forti implicazioni sociali proprio perché spesso associata a uno stigma. In un contesto sempre più attento al benessere ma anche a un’immagine corporea mutuata su un modello di bellezza in cui si enfatizza il magro e l’atletico, chi, come la persona obesa, è particolarmente lontano da tale ideale estetico corre il rischio di divenire vittima di pregiudizi e di essere stigmatizzato per lo scarso impegno nel prendersi cura di sé stesso, per l’essere incapace di migliorare la propria salute. In una indagine Censis del 2018, un terzo della popolazione ha affermato di ritenere giusto penalizzare con tasse aggiuntive o limitazioni nell’accesso alle cure le persone che compromettono la propria salute a causa di stili di vita nocivi, come i fumatori, gli alcolisti, i tossicodipendenti e anche gli obesi. Si tratta di una percezione sociale che vede e considera l’obesità non come malattia, ma come una incapacità di prendersi cura della propria salute di fatto legata alla cattiva volontà e pertanto da giudicare severamente, fino al punto di ipotizzare una penalizzazione nell’accesso alle politiche socio-sanitarie” – ha detto Ketty Vaccaro, Direttore Welfare e Sanità Fondazione CENSIS.

Come rilevato dalla World Obesity Federation, la disapprovazione sociale è una delle cause che, attraverso stereotipi, linguaggi e immagini inadatte, finiscono per ritrarre l’obesità in modo impreciso e negativo. Esistono dati a livello globale di discriminazione in molte fasi della vita delle persone obese, a partire da episodi di bullismo sui giovani durante la vita scolastica, che possono andare dalla derisione, all’isolamento relazionale e fino alle forme più gravi in cui il ragazzo obeso diviene vittima di soprusi e prevaricazioni da parte dei coetanei, alla vita lavorativa, dove è stata evidenziato uno svantaggio in fase di selezione, disparità salariali, minori avanzamenti di carriera, azioni disciplinari più severe e più elevato numero di licenziamenti” – ha dichiarato Iris Zani, Presidente di Amici Obesi.

Ritengo che il Parlamento debba porre il tema dell’obesità all’ordine del giorno dei propri lavori quanto prima. Il carattere di emergenza di questa malattia, nelle proporzioni che oggi vediamo illustrate, impone una presa di consapevolezza sulla malattia da parte dei decisori politici, a tutti i livelli, dagli Enti territoriali al Parlamento e al Governo, che stabiliscano trattamenti e cure mediche, sostengano l’attività di programmazione a livello di politica sanitaria e la combattano attraverso interventi sociali di comunità. L’Intergruppo parlamentare nutre la ferma convinzione di poter fungere da interprete e portavoce delle istanze oggi emerse presso le Istituzioni di cui i colleghi membri sono espressione” – ha affermato Roberto Pella, Presidente Intergruppo parlamentare Qualità di vita nelle Città, Sport, Salute e Benessere.

Il 1st Italian Obesity summit – Changing ObesityTM meeting è stato organizzato nell’ambito del programma internazionale Changing Obesity™, la nuova iniziativa internazionale realizzata in partnership con componenti accademiche, sociali e scientifiche e sostenuta da Novo Nordisk per migliorare la vita delle persone con obesità attraverso la promozione della cultura della prevenzione, l’educazione, la difesa e il supporto ai pazienti, il miglioramento dell’accesso alle cure e della gestione clinica della malattia” – ha concluso Drago Vuina, General Manager & Corporate Vice President Novo Nordisk Italia.

 


Milano ufficializza il suo impegno nella lotta al diabete

Dopo Roma, anche Milano entra nel programma Cities Changing Diabetes, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center con il contributo non condizionato di Novo Nordisk, che coinvolge Istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore. Il programma si propone come obiettivo di valutare l’impatto dell’urbanizzazione sulle malattie croniche non trasmissibili, come diabete e obesità, e promuovere iniziative per salvaguardare la salute dei cittadini e prevenire queste malattie.

L’annuncio è stato dato, il 13 febbraio scorso, nel corso della conferenza stampa organizzata da Health City Institute a Palazzo Marino in collaborazione con il Comune di Milano e la Regione Lombardia. Al progetto, oltre alle Amministrazioni comunale e regionale, hanno aderito le Università di Milano, l’ATS di Milano Città Metropolitana, il Museo della Scienza e Tecnologia “Leonardo da Vinci”, le componenti accademiche, sociali e scientifiche della città.

Dopo quello di Roma, il coinvolgimento di Milano nel programma Cities Changing Diabetes consentirà all’Italia di contribuire, avendo le due aree metropolitane quasi 8 milioni di abitanti, con un significativo volume di dati socio-demografici e clinico-epidemiologici al progetto di studio che lo anima. Oltre che per la sua popolosità, effettuare queste analisi su una città come Milano, in continua evoluzione e dove il livello di soddisfazione degli abitanti per quanto riguarda i servizi alla salute è alto, rende la partecipazione di questa metropoli particolarmente interessante soprattutto in termini di paragone rispetto alle altre realtà mondiali” – afferma Michele Carruba, Presidente dell’Executive Committee di Milano Cities Changing Diabetes.

Dopo la capitale, Milano è la seconda città metropolitana più popolata di Italia, con quasi 3,5 milioni di abitanti residenti in 134 comuni, rappresentando quasi un terzo dell’intera popolazione della Lombardia. Secondo i dati dell’Annuario 2018 di Milano Città Metropolitana, l’area metropolitana milanese ha registrato nell’ultimo anno un incremento dello 0,5 per cento dei residenti rispetto a inizio 2017.

Secondo i dati dell’ATS di Milano relativi al 2017, oltre un milione di abitanti ha una malattia cronica non trasmissibile e le più diffuse sono le malattie cardiovascolari, i tumori e il diabete. Il diabete da solo colpisce circa 200.000 persone, dato che sottolinea l’importanza della partecipazione di Milano al progetto Cities Changing Diabetes – dichiara Livio Luzi, Presidente Comitato Scientifico di Milano Cities Changing Diabetes.

I grandi centri urbani diventano sempre più centrali nell’affrontare le grandi questioni che riguardano la salute dei cittadini attraverso strategie di lungo periodo che vedono le reti di città in prima fila per trovare sinergie e soluzioni condivise. Siamo orgogliosi di partecipare a questo progetto e, con la collaborazione della Regione Lombardia, cui spettando le competenze in materia sanitaria, ci impegneremo per fornire risposte ai nuovi bisogni dei cittadini per migliorare la loro qualità della vita” – afferma Pierfrancesco Majorino, Assessore Politiche sociali, Salute e Diritti del Comune di Milano, Vice Presidente Rete Nazionale Città Sane.

L’opera di sensibilizzazione e informazione sulle malattie croniche non trasmissibili è fondamentale proprio a partire dalle grandi città come Milano. La capacità delle istituzioni di collaborare fra loro e indirizzare i cittadini verso i corretti stili di vita, l’attività fisica, la sana alimentazione è determinante e rappresenta una svolta concreta per garantire una efficace azione di prevenzione e, alle persone affette da patologie croniche, l’assistenza socio sanitaria adeguata attraverso un percorso di cura personalizzato e qualificato. Per questo, l’alleanza virtuosa fra ospedale e territorio, che fotografa perfettamente la sintesi dell’evoluzione del sistema di welfare della Lombardia, rappresenta un autentico valore aggiunto” – spiega Giulio Gallera, Assessore al Welfare di Regione Lombardia 

Il numero delle persone che vivono nelle città è in continuo aumento da diversi anni e, secondo le stime, questo numero è destinato a crescere ulteriormente. Questa tendenza si osserva anche in Italia dove ormai più di un italiano su 3 vive oggi nelle 14 città metropolitane. Parallelamente, riscontriamo una crescita di alcune malattie, come diabete e obesità, la cui diffusione è considerata ormai l’epidemia della società del benessere. L’aumento di queste malattie croniche non trasmissibili, e non solo, è infatti fortemente legato ai profondi cambiamenti di stile di vita che comporta la vita nelle città, come lavori sedentari, scarsa attività fisica, alimentazione scorretta, tanto che si parla oggi apertamente di ‘urban diabetes’, diabete urbano” – dichiara Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute e Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio.

Il programma Cities Changing Diabetes vuole creare un movimento unitario in grado di stimolare, a livello internazionale e nazionale, i decisori politici a considerare il tema dell’urban diabetes prioritario, mettendo in luce il fenomeno con dati ed evidenze, provenienti dalle città di tutto il mondo al fine di identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza.

La partecipazione di Milano, ufficializzata con deliberazione della Giunta comunale, porta così a 19 le città che a livello globale fanno parte di Cities Changing Diabetes; infatti, oltre alla metropoli milanese, dall’inizio del progetto ad oggi, hanno aderito Beirut, Buenos Aires, Città del Messico, Copenaghen, Hangzhou, Houston, Jakarta, Johannesburg, Kōriyama, Leicester, Madrid, Mérida, Pechino, Roma, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Xiamen.

 


 

Obesità e volume del cervello

I chili di troppo, e in particolare il grasso accumulato sulla pancia, potrebbero essere associati a restringimento del volume del cervello.

Lo rivela uno studio condotto da Mark Hamer, della Loughborough University nel Leicestershire, (Inghilterra). Pubblicato sulla rivista Neurology, lo studio ha coinvolto 9.652 individui di età media 55 anni, di cui il 19% obesi. 

Oltre all’obesità (calcolata in base all’indice di massa corporea di ognuno) gli esperti hanno tenuto conto anche del rapporto tra circonferenza vita e circonferenza fianchi, che dà una misura di quanto grasso si accumula sulla pancia (una misura da tempo associata a problemi di salute, ad esempio rischio cardiovascolare). Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a risonanza magnetica per misurare i volumi complessivi del cervello e di specifiche aree neurali. È emerso non solo che chi è obeso tende ad avere un cervello più piccolo, ma che questo è vero ancor di più in presenza dell’eccesso di grasso addominale, quindi di un elevato rapporto vita/fianchi. Infatti chi è sia sovrappeso, sia ha molto grasso addominale, ha un volume medio di materia grigia (la parte del cervello che ingloba il corpo dei neuroni) di 786 centimetri cubi, contro un volume di 793 centimetri cubi per chi, pur essendo obeso, non ha tanto grasso a livello addominale.



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