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AIFA: nel mirino Omega 3 e Febuxostat

L’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha recentemente prodotto alcuni documenti che riguardano l’utilizzo di due farmaci di interesse cardiovascolare.

Si tratta delle determine 999, 1002, 1003 e 1004/2009 del 14 giugno 2019, pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale numero 144 del 21 giugno 2019 , riguardanti la nota 94 e l’utilizzo degli omega-3 nel post-infarto e della nota informativa del 27 giugno 2019  riguardante l’utilizzo del febuxostat nei pazienti con malattia cardiovascolare.

Omega-3

Le determine sui preparati a base di Omega-3  aboliscono la nota 94, che ne regolava la rimborsabilità nei pazienti con infarto miocardico recente, e stabiliscono che “l’indicazione terapeutica autorizzata nella prevenzione secondaria nel paziente con pregresso infarto miocardico non è rimborsata dal Servizio sanitario nazionale”.

Questo provvedimento fa seguito ad una comunicazione dell’Agenzia Europea dei Medicinali (EMA)  la quale ha affermato che “i medicinali a base di acidi grassi Omega-3 contenenti un’associazione di un estere etilico di acido eicosapentaenoico (EPA) e acido docosaesaenoico (DHA) alla dose di 1 g al giorno non sono efficaci nel prevenire la ricorrenza di problemi cardiaci e circolatori in pazienti che hanno avuto un infarto” e che, pertanto, “questi medicinali non devono più essere usati in questa indicazione”.

L’utilizzo degli Omega-3 nel post-infarto si basa sui risultati dello studio GISSI-prevenzione, pubblicato nel 1999 su Lancet e, nella loro estensione a 42 mesi, nel 2002 su Circulation, che evidenziarono una significativa riduzione della mortalità e, soprattutto, della morte improvvisa, già evidente dopo i primi 4 mesi di trattamento.

La letteratura successiva sugli Omega-3 ha dato risultati contrastanti ed una recente revisione Cochrane, comprendente 79 trial clinici controllati per un totale di oltre 100.000 partecipanti, non ha evidenziato effetti significativi della supplementazione di omega-3 nei confronti dei principali outcome cardiovascolari.

Bisogna tuttavia osservare che gli studi compresi nelle ultime meta-analisi e revisioni sistematiche sono piuttosto eterogenei quanto a popolazione studiata e modalità della supplementazione degli omega-3 mentre l’utilizzo previsto dalla abolita nota 94 si riferiva ad una condizione clinica ben definita (sindrome coronarica acuta), in un arco temporale limitato (fino a 90 giorni dopo l’evento e per non più di 18 mesi) e a una supplementazione basata su di un preciso dosaggio (1 g al giorno) di un preparato con un contenuto di EPA+DHA esteri etilici non inferiore all’85%.

Febuxostat

La nota informativa sul febuxostat  fa riferimento ai risultati dello studio CARES (Cardiovascular Safety of Febuxostat or Allopurinol in Patients with Gout) [7] disegnato per valutare la sicurezza di febuxostat e allopurinolo somministrati a pazienti con gotta e malattia cardiovascolare. Lo studio ha evidenziato una mortalità globale e cardiovascolare più elevata del 22% nei pazienti con febuxostat rispetto ai pazienti trattati con allopurinolo. In riferimento a tali risultati, ’AIFA pertanto conclude che “il trattamento con febuxostat nei pazienti con malattia cardiovascolare preesistente (ad esempio infarto miocardico, ictus o angina instabile) deve essere evitato, tranne quando non esistono altre opzioni terapeutiche adeguate”.

aifa, omega3, febuxostat

Anche in questo caso alcune perplessità discendono dalla constatazione che lo studio CARES ha manifestato una percentuale di abbandoni in entrambi i bracci di trattamento e di drop-out molto elevata, che ne compromette la validità interna, e che gli indici di mortalità a svantaggio del febuxostat rappresentano due dei multipli end-point secondari dello studio.

Ricordiamo inoltre che, nonostante vi siano evidenza a favore del ruolo dell’iperuricemia come fattore di rischio cardiovascolare indipendente, non vi sono tutt’ora prove definitive a favore della somministrazione di agenti ipo-uricemizzanti in soggetti con iper-uricemia asintomatica al solo scopo di ridurre il rischio cardiovascolare.


Emicrania e cibo: spesso un legame fatale!

Emicrania

Il legame cibo-salute è stato oggetto di studio da parte di medici e ricercatori di tutti i tempi, ma mai come negli ultimi decenni si sono moltiplicati gli studi scientifici tesi a valutare gli effetti benefici dei diversi alimenti e la capacità di influire positivamente sul decorso di alcune patologie. Tra i disturbi più comuni e invalidanti dell’era tecnologica troviamo proprio l’emicrania, sia sporadica che cronica.

Un terzo circa degli emicranici – commenta Cristina Tassorelli, Professore associato presso il dipartimento di Scienze del sistema nervoso e del comportamento dell’Istituto Neurologico Mondino di Paviariferisce che alcuni cibi siano in grado di innescare i loro attacchi di mal di testa. In genere, l’alimento incriminato varia da persona a persona e si ritiene che molti dei cibi ‘trigger’ agiscano modificando la reattività dei vasi intracranici. Gli alcolici, ad esempio, potrebbero indurre gli attacchi emicranici perché causano vasodilatazione; mentre il caffè, che ha un’azione vasocostrittrice, può causare cefalea nei giorni in cui viene assunto in quantità ridotte, come ad esempio nei week-end, per un effetto di ‘rimbalzo’ sui vasi“.

Il caffè va dunque evitato se soffri di mal di testa? Non obbligatoriamente: quattro tazzine al giorno (corrispondenti a circa 400 milligrammi di caffeina) sarebbero il limite per non rischiare attacchi di mal di testa, probabili se si assumono quantità superiori in soggetti sensibili o patologici.

Inoltre, un nuovo studio dell’Università di Cincinnati pubblicato sulla rivista Headache, The Journal of Head and Face Pain, dimostrerebbe che non solo l’eccesso ma persino l’astinenza da questa sostanza potrebbe essere dannosa. L’analisi di oltre 180 ricerche presenti in letteratura sul legame dieta-cefalea consente di evidenziare che gli effetti indotti sul cervello da una modesta quantità di caffeina (appunto non più di 4 tazzine) possono contribuire a migliorare alcuni stati associati al mal di testa, tra cui la depressione. Ma oltre al caffè, vediamo quali sono i principali alimenti in grado di favorire o stemperare le cefalgie.

Fra gli alimenti da evitare, gli esperti annoverano il cioccolato e alcuni formaggi; citano poi specifiche sostanze contenute in quantità differenti in numerosi alimenti, ad esempio il glutammato di sodio, indicato sulle etichette alimentari con la sigla E621, presente soprattutto in prodotti industriali lavorati, nei surgelati, nei cibi in scatola, negli snack e in alcune salse e condimenti, specie quelle utilizzate nei ristoranti cinesi.

Meglio ridurre anche i nitriti, presenti negli insaccati, come pancetta, salumi, wurstel, che nel 5% degli emicranici determinano l’insorgere di un attacco nei giorni successivi al loro consumo. Qualche dubbio resta aperto sull’influenza esercitata da glutine (la proteina del grano non tollerata dai celiaci) e aspartame, contenuto soprattutto nei cibi dolci, comprese caramelle e gomma americana. Banditi poi gli alcolici, in particolare quelli ad alto contenuto di istamina.

Tra i cibi cosiddetti protettivi o non nocivi, invece, troviamo quelli contenenti folati e vitamina D e, in genere, le diete a basso contenuto di grassi e carboidrati ma ricche di acidi grassi polinsaturi Omega 3 che si trovano soprattutto in pesci come salmone, merluzzo e capasanta.

Infine, parlando di condimenti, meglio preferire l’olio di semi di lino agli oli vegetali polinsaturi (mais, girasole e soia).

Importante da sapere è anche il fatto che una dieta corretta, oltre a ridurre gli attacchi di mal di testa, favorirebbe il controllo del peso e un ridotto rischio cardiovascolare.
Riza.it

Artrosi, riconoscerla, prevenirla e curarla

Artrosi

L’artrosi colpisce circa il 50% delle persone che hanno superato i 60 anni raggiungendo la massima incidenza tra i 75 e i 79 anni, soprattutto tra gli uomini.

Si tratta di una malattia cronica degenerativa che coinvolge le articolazioni e consiste in una progressiva perdita della cartilagine che viene progressivamente sostituita da un nuovo tessuto. Ne conseguono un forte dolore e una graduale limitazione dei movimenti.

L’artrosi si può verificare in diverse parti del corpo localizzate:

Cervicale. Si manifesta con una rigidità e dolore del collo che può espandersi fino alle spalle e alle braccia.

Lombare.  Può presentarsi in forma acuta con blocchi improvvisi della schiena o delle spalle in risposta a sforzi eccessivi o in forma cronica dopo uno o più episodi acuti. In quest’ultimo caso il dolore si presenterà con una minore intensità ma più continuo.

– Ginocchio (o gonartrosi). Il dolore viene per lo più accusato all’altezza della rotula o nella parte interna e posteriore del ginocchio quando viene esercitato un peso sull’articolazione.

– Anca (o coxartrosi). Viene percepito dolore a livello inguinale che si interrompe con il riposo per poi ripresentarsi con l’attività fisica. In questo caso anche durante gesti quotidiani come accavallare o piegare le gambe si può verificare il dolore.

L’uso di diclofenac (antinfiammatorio non steroideo) disponibile nella formulazione sottocutanea in siringa preriempita (Akis®) rappresenta uno dei prodotti più efficaci per combattere questa patologia. I dosaggi disponibili (25mg e 50mg) permettono di scegliere la formulazione più adatta a seconda dell’intensità del dolore andando a limitare i possibili effetti collaterali.

La prevenzione resta una condizione essenziale contro l’artrosi: un corretto esercizio fisico che rafforzi la muscolatura e una dieta equilibrata e ricca di antiossidanti sono ottimi metodi per scongiurare l’insorgenza di questa patologia. Sì alla frutta secca, all’olio di semi e soprattutto al pesce che è ricco di Omega-3.


IUPLUS

Infarto Miocardico Acuto: farmaci Omega-3 capaci di intervenire positivamente su rimodellamento cardiaco

ima-e-omega-3

Uno studio, recentemente pubblicato su Circulation, ha analizzato gli effetti dell’assunzione di alte dosi di farmaci Omega-3 in pazienti che avevano subito un infarto miocardico acuto (IMA) dimostrando che alte dosi di Omega-3, possono intervenire positivamente nel rimodellamento del muscolo cardiaco.

Da tempo sono noti, e se ne conoscono le evidenze scientifiche, dei benefici degli Omega-3 per la loro significativa attività di riduzione del rischio cardiovascolare e nella riduzione dell’ipertrigliceridemia, ma questo studio va ben oltre la prevenzione cardiovascolare dimostrando di poter “riparare” i danni al cuore da infarto. I risultati sono stati ottenuti attraverso l’impiego di farmaci Omega-3 e non di integratori.

I risultati di questo studio sono particolarmente importanti, infatti, dopo un infarto miocardico acuto si verificano delle alterazioni del muscolo cardiaco che dipendono dal grado di sofferenza ischemica legata alla diminuzione dell’afflusso di sangue al cuore. Queste alterazioni vanno dalla necrosi del tessuto con successiva cicatrice fibrosa (infarto vero e proprio) a riduzioni della contrattilità regionale con conseguenti variazioni di forma e dimensioni del ventricolo sinistro. Questi cambiamenti morfologici possono essere reversibili, con appropriati interventi, nella fase iniziale dopo occlusione coronarica. Se non si interviene, o se si interviene tardivamente, si instaura una progressiva dilatazione del ventricolo colpito dall’infarto con peggioramento della performance contrattile. Questo processo, viene definito di “rimodellamento” e, in base alla gravità, può condizionare la successiva prognosi della malattia” – ha commentato Massimo Massetti, Direttore dell’UOC di Cardiochirurgia del Policlinico Gemelli di Roma e titolare della Cattedra di Cardiochirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Lo studio OMEGA-REMODEL1 è uno studio multicentrico, in doppio cieco, verso placebo, che ha coinvolto 358 soggetti che avevano avuto un infarto miocardico acuto. I pazienti sono stati suddivisi in modo casuale in due gruppi: a 180 pazienti sono stati somministrati per 6 mesi acidi grassi Omega-3 ad alto dosaggio, mentre ai restanti 178 pazienti è stato somministrato placebo.

I ricercatori, hanno utilizzato la risonanza magnetica nucleare per valutare la struttura cardiaca e le caratteristiche del tessuto prima e dopo terapia. L’endpoint primario dello studio (ovvero il primo parametro rilevato) era rappresentato dal cambiamento dell’indice di volume sistolico del ventricolo sinistro; mentre il secondo obiettivo era la valutazione della fibrosi miocardica non della zona infartuale, della frazione di eiezione ventricolare sinistra e della dimensione dell’area infartuale. I pazienti che hanno ricevuto giornalmente 4g di acidi grassi Omega-3 sono andati incontro, durante i primi 6 mesi dopo infarto miocardico, ad un significativo miglioramento sia nel volume telesistolico del ventricolo sinistro (-5.8%) sia della fibrosi miocardica non-infartuale (-5.6%) rispetto al gruppo placebo. La risposta era dose correlata, quindi i pazienti che hanno raggiunto il più alto aumento di Omega-3 nei globuli rossi hanno ridotto, in modo significativo, l’indice di volume sistolico ventricolare sinistro. Peraltro non sono stati riscontrati eventi avversi associati alla terapia con acidi grassi Omega-3 ad alto dosaggio” – ha proseguito Massetti.

In Italia, presso il Policlinico A. Gemelli e coordinato dallo stesso Massetti, inizierà nei primi mesi del nuovo anno uno studio che valuterà il ruolo anti-aritmico di prevenzione della fibrillazione atriale post-operatoria dei farmaci Omega-3 nei pazienti che hanno beneficiato di un intervento di chirurgia valvolare cardiaca e dove si suppone una riduzione delle complicanze post-operatorie con miglioramento della prognosi immediata e a distanza. Lo studio OLEVIA prospettico di fase 2, monocentrico, randomizzato in doppio cieco e controllato verso placebo a gruppi paralleli arruolerà 152 pazienti e avrà durata di 30 mesi.

Da qualche anno, anche nel nostro Paese, l’utilizzo di alti dosaggi di Omega-3 è sostenibile anche in virtù del costo contenuto di questo farmaco oggi in versione equivalente” – ha concluso Massimo Massetti.

BIBLIOGRAFIA

1 Heydari B, Abdullah S, Pottala JV, Shah R, Abbasi S, Mandry D, Francis SA, Lumish H, Ghoshhajra BB, Hoffmann U, Appelbaum E, Feng JH, Blankstein R, Steigner M, McConnell JP, Harris W, Antman EM, Jerosch-Herold M, Kwong RY. Effect of Omega-3 Acid Ethyl Esters on Left Ventricular Remodeling After Acute Myocardial Infarction: The OMEGA-REMODEL Randomized Clinical Trial. Circulation. 2016 Aug 2;134(5):378-91. doi: 10.1161/CIRCULATIONAHA.115.019949.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Malattie ischemiche cardiache: ogni anno 71mila morti

prevenzione-cardiovascolare-qual-e-la-strategia-piu-efficace

La salute del cuore passa dal cambiamento di alcune abitudini quali fumo, alcol, obesità, sedentarietà e dall’adozione di una sana alimentazione al fine di tenere sotto controllo il peso corporeo e il metabolismo dei grassi.

  • Insieme all’adozione di uno stile di vita virtuoso vi sono alcune molecole naturali amiche del cuore che potrebbero essere maggiormente accettate dai pazienti, ma sono efficaci?

È l’esempio degli Omega-3 di cui si dice che aumentino la concentrazione, migliorano la salute e l’elasticità della pelle, hanno un effetto antinfiammatorio contro l’acne, riducono la pressione arteriosa e le aritmie ventricolari, abbassano il colesterolo, migliorano l’insulino-resistenza e aiutano a prevenire l’Alzheimer.

  • Ma quali sono le realtà, supportate da evidenze scientifiche, dell’effetto cardio-protettivo degli acidi grassi Omega-3 e quali altri rimedi per controllare i livelli di colesterolemia?

Il punto in un incontro scientifico svoltosi a Roma, il 13 ottobre scorso, presso il Senato della Repubblica, dal titolo “Prevenzione Cardiovascolare, qual è la strategia più efficace?” con la partecipazione di specialisti e rappresentanti delle istituzioni tra cui la Commissione Igiene e Sanità, la Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, la Commissione Industria, Commercio e Turismo del Senato della Repubblica e con il contributo incondizionato di IBSA Farmaceutici.

Gli Omega 3 sono acidi grassi essenziali, sostanze indispensabili che devono essere assunte con la dieta in quanto non prodotte dall’organismo. Diversi studi hanno dimostrato che una dieta sana che preveda l’assunzione di alimenti ricchi di Omega 3 e ricca di agenti antiossidanti e di fibre aiuti a prevenire gli eventi cardiovascolari1. Uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine condotto su un campione di oltre 76 mila donne e oltre 42 mila uomini rileva come il consumo di noci sia strettamente correlato ad una riduzione del rischio cardiovascolare e di sviluppare il diabete mellito di tipo 22. Un altro studio condotto invece in Spagna su un totale di 7.447 persone ha dimostrato la stretta correlazione tra una dieta mediterranea supplementata con alimenti ricchi di Omega-3 tra cui noci e olio d’oliva e una riduzione del tasso di eventi cardiovascolari tra cui infarto del miocardio e ictus” – ha spiegato Leonardo Calò, Direttore Cardiologia Policlinico Casilino di Roma.

L’American Heart Association ha ribadito che la dieta dovrebbe includere almeno due porzioni di pesce a settimana all’interno di un regime alimentare finalizzato alla riduzione di eventi cardiaci. La relazione tra una dieta ricca di pesce e un effetto cardioprotettivo è stata inoltre confermata da diversi studi epidemiologici condotti in vari Paesi. In particolare un recente studio condotto su 20.000 uomini adulti senza preesistenti malattie cardiovascolari, ha dimostrato che la dieta a basso rischio con alimenti ricchi di Omega 3 comporta, da sola, una riduzione del 16% del rischio di infarto3. Un altro studio, il GISSI-HF4, ha inoltre dimostrato che la somministrazione a lungo termine di Omega-3 è efficace nel ridurre sia la mortalità per tutte le cause, sia la frequenza di ricovero per cause cardiovascolari in pazienti affetti da scompenso cardiaco.

Se non esiste una stretta correlazione tra Omega-3 e controllo del colesterolo, gli acidi grassi Omega-3 risultano molto efficaci nel ridurre i livelli di trigliceridemia. La ricerca scientifica si è occupata anche di contrastare non solo l’assorbimento intestinale e la sintesi epatica del colesterolo, ma anche l’ossidazione del colesterolo-LDL, responsabile delle alterazioni all’interno dei vasi sanguigni che portano alla formazione della placca arterosclerotica. L’idrossitirosolo, una sostanza contenuta all’interno dell’olio extravergine di oliva sembra rappresentare un valido aiuto nel controllo del colesterolo e ciò conferma ancora una volta l’importanza della Dieta Mediterranea. Quando il rischio è medio-basso (e i livelli di colesterolemia sono solo un po’ più alti del livello desiderabile) può essere sufficiente il trattamento con integratori alimentari secondo quanto ribadito dalle Società Europee di Aterosclerosi e Cardiologia che indicano i fitosteroli e il riso rosso fermentato come gli elementi di riferimento. Studi clinici5 hanno dimostrato infatti che il riso rosso fermentato può ridurre i livelli di colesterolo LDL dal 15% al 30%, a seconda delle dosi, proprio perché la monacolina K è una statina naturale. Oggi sono disponibili in farmacia integratori che attraverso l’azione mirata di fitosteroli, riso rosso e polifenoli dell’olivo possono, come documentato in letteratura, ridurre efficacemente i livelli di colesterolo nel sangue. Se invece il rischio è medio-alto, i farmaci di elezione sono le statine o, se non si riesce a raggiungere i valori desiderabili, gli inibitori della PCSK-9, che sono in grado di ridurre il colesterolo fino e oltre il 60%” – ha affermato Roberto Volpe, Ricercatore del CNR di Roma, Presidente della SISA Lazio (Società Italiana per lo Studio della Arteriosclerosi).

Attualmente sono in commercio diverse preparazioni di integratori alimentari contenenti Omega-3, tuttavia non vi sono studi che dimostrino l’efficacia degli integratori nel ridurre il rischio cardiovascolare. Gli integratori contengono una quantità inferiore di Omega-3 e si propongono generalmente solo come alternativa ad una dieta bilanciata, seppure i benefici nella prevenzione cardiovascolare derivanti da una dieta sana e da uno stile di vita corretto non possono essere sostituiti dalla sola assunzione di integratori. Ma sono solo i farmaci, il cui contenuto di Omega-3 è superiore all’85%, (gli integratori hanno una concentrazione inferiore) ad aver dimostrato proprietà terapeutiche che hanno portato gli enti regolatori a raccomandarlo con alcune indicazioni”, – ha spiegato Pierluigi Navarra, Professore Ordinario Farmacologia Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Un farmaco Omega-3 equivalente è stato approvato da AIFA e dispensato in fascia A, a carico del SSN per la prevenzione secondaria nel post infarto e per l’ipertrigliceridemia (note 13 e 94 dell’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco). Lo stesso farmaco è oggi disponibile anche in fascia C, con una confezione da 30 cps più conveniente, per chi ha bisogno di fare prevenzione con tutte le garanzie che solo il farmaco può dare ad un costo più contenuto di alcuni integratori alimentari.

Nonostante nel nostro Paese le malattie ischemiche del cuore siano responsabili di oltre 71 mila morti ogni anno e rappresentino una delle principali cause di morte, in Italia solo il 4,2 % della Spesa Sanitaria totale è destinato alle attività di prevenzione. I risultati di questa politica trovano riscontro in alcuni dati assai preoccupanti: più di un terzo della popolazione adulta è in sovrappeso, solo il 23% della popolazione si dedica allo sport in modo continuativo, peggiorano anche le abitudini alimentari: si rileva un decremento del consumo di 5 porzioni al giorno di ortaggi, frutta e verdura dal 5,3% del 2005 al 4,9% del 2014. L’attività di prevenzione è fondamentale per ridurre il rischio di malattie cardiovascolari, sulle quali influiscono una molteplicità di fattori dei quali alcuni evitabili” – ha spiegato Alessandro Solipaca, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane – Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

La prevenzione e l’aderenza alla terapia sono un nodo critico per le patologie cardiovascolari, così come per tutte le patologie croniche.

Più di ogni altro organo il cuore ha una doppia vita: organica e metaforica, alimentata dai significati molteplici che assume nell’immaginario collettivo e personale. Questo influenza la percezione del rischio e il modo in cui i pazienti vivono e raccontano i problemi cardiaci e le terapie. Spesso nella percezione dei pazienti i farmaci hanno un impatto negativo sulla qualità della vita: curano il cuore organico ma non facilitano il recupero di un benessere più globale della persona. Sono ricorrenti comportamenti di autoriduzione della posologia o di vera e propria sospensione della cura. La prevenzione e l’aderenza terapeutica, soprattutto nelle patologie croniche, richiedono un processo decisionale condiviso tra il curante e il paziente, che abbia come obiettivo la cura di una persona e non di un organo. La medicina narrativa offre le metodologie e le competenze per questa co-costruzione di un percorso di cura su misura, a partire da tutte le opzioni terapeutiche disponibili: stili di vita e alimentari, farmaci, prodotti naturali per i quali è stata dimostrata l’efficacia. Per potenziare prevenzione e aderenza, occorre una medicina personalizzata che integri linee guida, esperienza clinica e preferenze del paziente” – ha precisato Cristina Cenci, antropologa del Center for Digital Health Humanities.

BIBLIOGRAFIA

1 Annamaria Martino, Emilia Goanta, Roberta Magnano, Sabrina Bencivenga, Laura Pezzi, Angelo Acitelli, Adelaide Piccarozzi, Maria Penco, Leonardo Calo “Diets and heart disease. Myths and reality”Symbiosis Received: May 01, 2016; Accepted: May 26, 2016; Published: June 12, 2016

2 Ying Bao, M.D., Sc.D., Jiali Han, Ph.D., Frank B. Hu, M.D., Ph.D., Edward L. Giovannucci, M.D., Sc.D., Meir J. Stampfer, M.D., Dr.P.H., Walter C. Willett, M.D., Dr.P.H., and Charles S. Fuchs, M.D., M.P.H. Association of Nut Consumption with Total and Cause-Specific Mortality. New England Journal of Medicine N Engl J Med 2013; 369:2001-11.

3 Akesson A, Larrson SC, Discacciati A, Wolk A. Low-risk diet and lifestyle habits in the primary prevention of myocardial infarction in man: a population-based prospective cohort study. J Am Coll Cardiol 2014;64(13):1299-306.

4 Gissi-HF Investigators, Tavazzi L, Maggioni AP, Marchioli R, et al. Effect of n-3 polyunsaturated fatty acids in patients with chronic heart failure (the GISSI-HF trial): a randomised, double-blind, placebo-controlled trial. Lancet 2008;372(9645):1223-30.

5 Li Y, Jiang L, Jia Z, Xin W, Yang S, Yang Q, Wang L. PLoS One. 2014 Jun 4;9(6):e98611.
Lu Z, Kou W, Du B, Wu Y, Zhao S, Brusco OA, Morgan JM, Capuzzi DM; Chinese Coronary Secondary Prevention Study Group, Li S. Am J Cardiol. 2008 Jun 15;101(12):1689-93.

 


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Cuore.exe

CUORE

Prevedere se siamo a rischio infarto o ictus è diventato possibile, anche a distanza di 10 anni. Grazie ad un test chiamato cuore.exe che si basa su otto valori, siamo in grado di stabilire se un paziente un giorno sarà colpito da una patologia vascolare.

Come funziona cuore.exe?

Il programma, realizzato da Progetto Cuore (iniziativa coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità), si divide potenzialmente in due fasi: nella prima viene assegnato a ciascun paziente una classe di rischio, che consiste in una scala di valori che va da 1 a 6 e calcolata sulla base di analisi del sangue, colesterolemia totale, Hdl-Ldl colesterolemia, glicemia e pressione arteriosa. A questi, vanno poi ad aggiungersi sesso, età, diabete, fumo ed eventuali trattamenti antipertensivi.

Se da questa prima analisi, ci si trova in una classe di rischio media o alta si passa alla seconda fase che consiste nella cosiddetta “stratificazione del rischio”, ovvero una ulteriore indagine. Il risultato che ne deriva sarà molto preciso in quanto riuscirà a determinare anche la zona (cuore, encefalo o arti), i distretti o gli apparati nei quali la malattia cardiovascolare potrà maggiormente colpire.

Perché ricorrere a questo strumento?

Il test rappresenta un prezioso metodo di prevenzione contro le malattie cardiovascolari ed è in grado di individuare con precisione anche i soggetti apparentemente in buona salute. Inoltre gli esami sono molto semplici e in parte coperti dal Servizio Sanitario Nazionale.

Qualche ulteriore consiglio per prevenire malattie cardiovascolari

1) Smettere di fumare. Il fumo (sia quello attivo che quello passivo) rappresenta, dopo l’età, la causa principale dell’insorgenza del rischio cardiovascolare.

2) Seguire un’alimentazione sana, ricca di fibre, che prevede un regolare consumo di pesce, una dieta povera di grassi di origine animale e di sodio. Inoltre, chi ha sofferto di infarto o è affetto da una riduzione dei livelli di trigliceridi (alla base di numerose malattie del metabolismo in cui vi è un rischio elevato di infarto e ictus), può ricorrere ad Olevia®, farmaco equivalente a base di acidi grassi Omega-3 in capsule molli che garantisce una concentrazione dell’85% di sostanza attiva.

3) Svolgere una regolare attività fisica, una pratica che favorisce la circolazione sanguigna.

4) Controllare il peso corporeo, dato dall’incrocio tra una dieta equilibrata e un corretto esercizio fisico.


IUPLUS

Sesso dopo l’infarto: si può!

Sesso dopo Infarto

Chi ha detto che dopo un infarto il paziente debba dire addio per sempre alla propria attività sessuale? Tornare ad avere una intimità regolare dopo un infarto senza correre rischi è possibile, anche se con tempi e modalità diverse a seconda della patologia.

Sono in molti, tra coloro che in passato hanno sofferto di malattie ischemiche, a considerare il sesso un pericolo per la salute del loro cuore. Il timore è che lo sforzo esercitato durante l’attività sessuale sia eccessivamente stressante e che possa addirittura provocare un attacco di cuore se non, nel peggiore delle ipotesi, la morte.

Secondo diversi studi clinici invece, questa preoccupazione sarebbe infondata poiché tra attività sessuale e infarto esisterebbe solo un rapporto di casualità. A dimostrazione di questa tesi è il sistema di Holter, che permette di registrare in maniera costante l’elettrocardiogramma del paziente nelle diverse attività quotidiane. Quello che è emerso è che il ritmo cardiaco massimo raggiunto in media durante l’atto sessuale è di circa 120 battiti al minuto, frequenza che il cuore raggiunge spesso nel corso di attività comuni, come per esempio il salire due piani di scale.

Inoltre, in aiuto di chi ha sofferto di infarto o è affetto da una riduzione dei livelli di trigliceridi, può contare sull’importante aiuto dato da Olevia®. Si tratta di un farmaco equivalente a base di acidi grassi Omega-3 in capsule molli che garantisce una concentrazione dell’85% di sostanza attiva e che di recente ha ottenuto da parte della ONG Friends of the Sea, la certificazione di sostenibilità agli Omega-3 impiegati.

Ma se il sesso può essere considerato un alleato del nostro cuore, grazie alle endorfine e altre molecole del piacere che migliorano la circolazione sanguigna e riducendo così i rischi cardiovascolari, esiste tuttavia una categoria di persone che deve essere messa in guardia: i fedifraghi.

Il sesso al di fuori dal matrimonio infatti aumenta lo stress e moltiplica il rischio di attacchi cardiaci e ricadute.

E ad affermarlo non sono mogli o fidanzate gelose, bensì i medici della European Society of Cardiology (ESC), congiuntamente ai colleghi dell’American Heart Association (AHA) che avvertono: “lo stress da sesso extraconiugale potrebbe mettere a rischio la salute delle persone con malattie cardiache”.


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