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Emergenza Coronavirus: da Fondazione ONDA un’alleanza virtuale per promuovere una corretta informazione

Far circolare informazioni utili, corrette, chiare, comprensibili e provenienti da fonti accreditate, soprattutto in un momento come questo in cui dominano fake news, paure, senso di incertezza e siamo sottoposti a un continuo pressing mediatico”, con queste parole Francesca Merzagora, Presidente di Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, illustra lo scopo di un’alleanza virtuale alla quale hanno aderito molti protagonisti del panorama sanitario italiano che si occupano di medicina di genere. 

L’obiettivo è fare rete contro l’isolamento supportandosi reciprocamente nella diffusione di buone pratiche dando visibilità alle singole iniziative. Attraverso il portale ondasservatorio.it e i siti bollinirosa.it e bollinirosargento.it, nonché mettendo a disposizione i suoi canali social, Onda sta contribuendo alla diffusione di consigli utili da parte di clinici che hanno in cura pazienti con pregresse malattie, di raccomandazioni di società scientifiche su come affrontare il Covid-19, dell’impegno di Parlamentari delle Commissioni Igiene Sanità di Senato e Affari Sociali della Camera che stanno lavorando per migliorare i decreti emanati e delle iniziative di realtà non profit impegnate in questa emergenza.

Recenti studi dimostrano una differenza di genere importante per quanto riguarda la risposta al Coronavirus, sia in termini fisici sia di salute mentale. Secondo i dati rilasciati dall’Istituto superiore di sanità fra le donne infatti si verifica una mortalità fortemente ridotta, con un rapporto di eventi infausti uomo-donna di 3 a 1. Anche l’ansia viene gestita diversamente dai due sessi. Un recente studio svolto da un gruppo di ricercatori dell’Harvard Medical School di Boston su oltre 3.400 italiani ha valutato, fra gli altri, gli effetti dell’epidemia di Covid-19 sulla salute mentale della popolazione. Tutti i partecipanti hanno dichiarato di provare ansia per la situazione, con livelli superiori nelle donne (76,7 vs 71,6%) e al peggiorare dello stato di salute, passando dal 70,5% di chi ha una salute eccellente al 76,9% di chi ha una cattiva condizione di salute.

Il Covid-19 aggiunge emergenza al quadro già fortemente compromesso della salute mentale. Ansia, depressione, disturbi legati allo stress e al sonno, dopo un inevitabile momento di ‘congelamento’ si manifesteranno amplificati nei prossimi mesi e lasceranno tracce anche negli anni a venire, soprattutto i disturbi post traumatici da stress e l’abuso di alcol. Fondamentale in questo momento è mantenere la continuità delle cure e la relazione a distanza con i propri curanti per evitare che questa condizione di isolamento e rinuncia ai contatti umani e terapeutici siano una spinta a ritornare verso il fondo” – sostiene Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Salute mentale e Neuroscienze dell’ASST Fatebenefratelli Sacco di Milano e Presidente del Comitato tecnico scientifico di Onda.

Riteniamo che la divulgazione capillare di informazioni corrette e attendibili sia importante per affrontare questa emergenza sanitaria e fondamentale soprattutto per coloro che, a causa della presenza di più malattie, sono più colpiti da dubbi, ansia e timori”, prosegue Francesca Merzagora, Presidente di Fondazione Onda.

Grazie alla piattaforma virtuale verranno condivise informazioni provenienti da fonti autorevoli per dare suggerimenti alla popolazione anche relativamente a stili di vita salubri e un’alimentazione appropriata. Saranno disponibili inoltre materiali video e testimonianze dei clinici che sono parte attiva dei Comitati Onda con consigli per i pazienti rispetto alla gestione delle diverse patologie e relative terapie.

Siamo sicuri che riusciremo ad affrontare questo momento e lo vorremmo fare insieme, in modo diretto ed efficace mettendo a disposizione tutte le competenze dei nostri esperti e diffondendo i messaggi delle Istituzioni, dei nostri partner e degli ‘amici di Onda’. Siamo certi infatti che l’unione faccia la forza, nella speranza che questa ‘forza’ sia indirizzata proprio a far circolare informazioni utili e soprattutto corrette” – conclude Francesca Merzagora, Presidente di Fondazione Onda.

 

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RICERCA ITALIANA AL “TOP”

Anche quest’anno Fondazione Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, premia le migliori scienziate italiane “Top Italian Women Scientists”, il Club costituitosi nel maggio 2016 e presieduto da Adriana Albini e Sonia Levi.

Il gruppo si rinnova riunendo 119 eccellenze femminili, con 25 nuovi ingressi rispetto all’anno scorso. Ad essere selezionate le ricercatrici italiane impegnate nel campo della biomedica, delle scienze cliniche e delle neuroscienze, recensite nella classifica dei Top Italian Scientists (TIS) di Via-Academy, censimento degli scienziati italiani di maggior impatto in tutto il mondo, misurato con il valore di H-index, l’indicatore che racchiude sia la produttività sia l’impatto scientifico del ricercatore, nonché la sua continuità nel tempo e che si basa sul numero di citazioni per ogni pubblicazione. Per il Club sono state selezionate le ricercatrici con H-index pari o superiore a 50.

La premiazione è avvenuta a Milano a Palazzo Pirelli nel corso di un incontro organizzato da Fondazione Onda, in collaborazione con Regione Lombardia, per fare il punto sull’importanza della prevenzione oncologica, sul rapporto tra donne, tecnologie e ricerca e sulla divulgazione dei progressi della scienza.

L’intento è quello di promuovere la ricerca ‘rosa’ tramite eventi scientifici, concorsi e bandi di ricerca e avvicinare le giovani a questa realtà. Fare rete nel mondo della ricerca scientifica è uno dei nostri obiettivi, contribuendo al confronto tra professioniste che si contraddistinguono per un’alta produttività scientifica e soprattutto per un’alta capacità di fare opinione, nella prospettiva di nuove riflessioni ed azioni che possano avere effetti positivi per la salute della donna e di genere. Ecco perché risulta importante sensibilizzare l’opinione pubblica facendo emergere il ruolo e il valore della ricerca scientifica in campo medico” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda.

Il Club è costituito da donne di ‘impatto’ nella biomedicina, non solo nel senso che il loro lavoro impatta sulla società e sui progressi della conoscenza, ma anche perché, attraverso la loro produzione scientifica letta e citata, si sono conquistate una posizione alta in questa specie di ‘hit parade’ nella scienza, chiamato ‘H-Index’. È la crescita di una rete di donne ricercatrici in campo biomedico, nata grazie a Onda nel 2016, che può diventare di riferimento ai giovani ricercatori e in progetti di comunicazione” – ha dichiarato Adriana Albini, membro del Comitato Scientifico Onda e Direttore scientifico di Fondazione MultiMedica Onlus Milano.

Nel mese di luglio si svolgerà a Reggio Emilia il secondo convegno del Club dedicato alla ricerca biomedica. L’incontro prevede la presenza di diversi momenti di scambio e confronto tra le scienziate e con la cittadinanza, nonché una sessione specificamente dedicata alle giovani ricercatrici. A conclusione dell’evento un workshop sul rapporto tra donne e ricerca biomedica.


 

Depressione: al via il progetto di sensibilizzazione di Fondazione Onda per combattere la malattia nelle Regioni italiane

La salute mentale e, in particolare, la depressione rappresentano una delle tematiche su cui Fondazione Onda è fortemente impegnata da oltre 10 anni, considerato anche il maggior coinvolgimento delle donne sia come pazienti sia come caregiver. La depressione, malattia riconosciuta dall’Organizzazione Mondiale della Sanità come prima causa di disabilità a livello mondiale, in Italia riguarda 3 milioni di persone di cui 2 sono donne” – dice Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

In questo contesto, prende il via il percorso di sensibilizzazione di Fondazione Onda «Uscire dall’ombra della depressione» nelle Regioni italiane, con il Patrocinio di SIP – Società Italiana di Psichiatria, SINPF – Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, Cittadinanzattiva e Progetto Itaca, e grazie al contributo incondizionato di Janssen Italia.

Il progetto farà tappa in otto Regioni italiane per sensibilizzare sul tema della depressione attraverso una serie di incontri che vedranno il coinvolgimento degli attori Istituzionali e sanitari locali per superare lo stigma associato alla depressione e per facilitare l’accesso alla diagnosi e alle cure più appropriate.

Questa serie di incontri rientra nel percorso intrapreso nel 2019 per accendere i riflettori sulla depressione. Ad aprile è stato presentato alla Camera dei deputati un Manifesto ‘Uscire dall’ombra della depressione’ che propone una call to action in dieci punti per la prevenzione mirata e un accesso tempestivo e facilitato ai percorsi di diagnosi e cura. Questa iniziativa ha coagulato l’interesse di un gruppo di Parlamentari che si sono impegnate a sensibilizzare il Governo attraverso il deposito di una Mozione che auspichiamo possa essere approvata e dia il via a un Piano nazionale di lotta alla depressione. A questo punto l’impegno si sposta a livello territoriale con otto tavole rotonde regionali in Campania, Lazio, Piemonte, Veneto, Lombardia, Sicilia, Emilia-Romagna e Puglia che consentiranno a Onda di incidere in maniera più capillare sul territorio, sensibilizzando in particolare le Istituzioni, nei confronti della depressione maggiore, la forma più severa. L’obiettivo che ci proponiamo è declinare i dieci punti del Manifesto a livello regionale, facilitare la costituzione di gruppi inter consigliari, superare lo stigma nei confronti di questa patologia e migliorare l’accesso alle cure, a beneficio della qualità di vita dei pazienti che soffrono di depressione” – continua Merzagora.

Secondo le stime dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), la depressione riduce l’aspettativa di vita di oltre 20 anni e oltre il 60% dei suicidi che si verificano annualmente a livello globale possono essere ricondotti a questa malattia. La depressione non ha solo un enorme impatto sulla qualità di vita di chi ne soffre, ma anche sul dispendio di risorse socio-economiche. Secondo i dati divulgati in occasione della presentazione alla Camera dei deputati del Manifesto, il costo diretto a carico del Servizio Sanitario Nazionale – ad esempio in termini di ricoveri ospedalieri, farmaci antidepressivi, specialistica ambulatoriale – ammonta in media a circa 5.000 euro all’anno per paziente. I costi sociali, in termini di ore lavorative perse, ammontano a circa 4 miliardi di euro l’anno, pur senza considerare la mancata produttività associata ai caregiver, spesso 2 o 3 familiari per ogni paziente. Complessivamente, secondo i dati Cerismas 2019, i costi indiretti rappresentano il 70% dei costi totali. Diagnosi tempestiva e diffusione dei trattamenti sono fondamentali per ridurre questo impatto economico, considerato che le complicanze della malattia e la loro gestione comportano un dispendio nettamente superiore ai soli costi della cura.

La depressione è un problema di salute pubblica in continua crescita in tutte le fasce di età. Questa malattia ha notevoli effetti sia sulla qualità che sulla quantità di vita, con un aumento della mortalità non solo per il maggiore rischio di suicidi, ma anche per l’adozione di stili di vita negativi e lo sviluppo di altre malattie, come quelle cardiologiche, metaboliche e oncologiche. Tra le forme più comuni, ma anche più gravi, c’è la depressione maggiore che colpisce circa un milione di persone nel nostro Paese e si manifesta in genere tra la seconda e la terza decade di vita con un picco nella decade successiva, dunque nel periodo più florido e produttivo della vita con gravi ripercussioni sul piano affettivo-familiare, socio-relazionale e professionale. Purtroppo, si stima che meno della metà delle persone con depressione maggiore ricevano un’adeguata diagnosi e trattamento e che circa 130.000 persone con depressione maggiore risultino ‘resistenti ai trattamenti’, necessitando così di un intervento clinico e sociale particolarmente urgente. L’intervento tempestivo per tenere sotto controllo la depressione è infatti di fondamentale importanza per ridurre il rischio di ricadute, cronicizzazione e ospedalizzazione” – spiega Claudio Mencacci, Presidente Comitato Scientifico Fondazione Onda.

La prima tappa del percorso si è tenuta a Napoli il 24 gennaio scorso.

A MILANO IL PRIMO OSPEDALE “ROSA” IN ITALIA

Regione Lombardia, l’ASST Fatebenefratelli Sacco e Fondazione Onda, Osservatorio nazionale per la salute della donna e di genere, presentano il nuovo orientamento verso la medicina di genere dell’Ospedale Macedonio Melloni di Milano.

Il Melloni, che fin dalla sua nascita (1912) ha dimostrato di avere una vocazione materno infantile, da oggi offrirà percorsi specifici dedicati alla presa in carico degli ambiti fisiologici e di sviluppo, delle patologie e delle necessità clinico assistenziali delle donne nelle varie fasce di età, integrandoli con quelli già esistenti, riservando particolare attenzione anche alla salute delle lavoratrici.

L’OMS definisce la Medicina di Genere lo studio dell’influenza delle differenze biologiche, socio-economiche e culturali sullo stato di salute e di malattia di ogni persona. Il progetto “Ospedale della Donna”, accolto da subito con grande entusiasmo, vuole essere la nostra risposta ai bisogni di salute intesi come benessere psico-fisico delle donne di ogni età. Il 13 giugno 2019 il Ministro della Salute ha emanato un piano per l’applicazione e la diffusione della medicina di genere. Le azioni previste per un approccio di genere sono percorsi clinici (prevenzione, diagnosi, cura), ricerca e innovazione, formazione e comunicazione. Il nostro obiettivo, come prima esperienza italiana, è quello di mettere in atto un modello organizzativo di struttura ospedaliera dedicata alla presa in carico della donna nelle sue varie fasi di età tenendo conto delle quattro aree di intervento previste dal piano ministeriale” – spiega Giuseppe De Filippis, Direttore Sanitario dell’ASST Fatebenefratelli Sacco.

L’obiettivo dell’ASST Fatebenefratelli Sacco è quello di istituire all’interno del presidio ospedaliero un modello organizzativo, prima esperienza in territorio nazionale, dedicato interamente alla donna, attraverso l’introduzione di percorsi specifici per le varie fasi della vita: sviluppo (11-18 anni); età fertile e riproduzione (19-50 anni); menopausa (45/50 – 65 anni); senescenza (> 65 anni).

L’ospedale della Donna è un sogno che diventa realtà. La medicina di genere trova nel Presidio Ospedaliero Macedonio Melloni, il primo ospedale italiano “Rosa”, concreta applicazione, un passo avanti rispetto ai Bollini Rosa, il riconoscimento di Onda agli ospedali attenti alla prevenzione, diagnosi e cura delle malattie femminili: ci auguriamo che altri ospedali che hanno ottenuto questo riconoscimento possano seguire l’esempio di questa realtà all’avanguardia ispirata al Brigham and Women Hospital di Boston” – afferma Francesca Merzagora, Presidente di Fondazione Onda.

La depressione colpisce le donne più degli uomini e si manifesta in particolare nei momenti di maggior vulnerabilità psico-fisica: adolescenza, perinatale, climaterio e senescenza. Il Centro Psiche Donna, con personale dedicato interamente femminile da 15 anni prende in carico non solo la diade mamma-bambino, con il coinvolgimento dei papà, ma la donna in tutte le fasi della vita in cui si manifestano con più frequenza i disturbi affettivi. Per far fronte alla depressione perinatale, che colpisce il 12% delle donne, verrà presto attivata un’unità di degenza ospedaliera (Mother Baby Unit) dove la donna in gravidanza o con il suo bambino potrà essere ricoverata e curata da un’equipe multidisciplinare (composta da psichiatra, psicologo, ostetrica, puericultrice ecc), ricevendo le migliori cure psichiatriche in un ambiente protetto, tutelando in tal modo la relazione mamma bambino” – spiega Claudio Mencacci, Direttore Dipartimento Neuroscienze e salute mentale ASST FBF-Sacco.

Molte malattie comuni a uomini e donne presentano spesso differente incidenza, sintomatologia, gravità e risposta alle terapie. Secondo il Libro bianco sulla salute della donna di Onda le donne soffrono di più di malattie croniche rispetto agli uomini (42,6% contro 37%), hanno un’aspettativa di vita più lunga (84,9 anni, contro gli 80,6 degli uomini), ma meno anni “in buona salute” (57,8 anni rispetto ai 60 per gli uomini) e consumo più farmaci con una prevalenza d’uso del 67,5% contro il 58,9% negli uomini. Anche l’accesso alle cure presenta rilevanti diseguaglianze legate al sesso. Da qui la necessità di porre particolare attenzione al genere inserendo questa “nuova” dimensione della medicina in tutte le aree mediche.

In campo internazionale vi sono esperienze consolidate di politiche sanitarie volte alla valorizzazione della Medicina di Genere, anche se sono ancora poche le realizzazioni pratiche di modelli organizzativi. A livello europeo l’Italia è il Paese che è cresciuto maggiormente in tema di medicina di genere, ed è l’unico paese della Comunità Europea che ha una legge, promulgata il 15/02/2018, per predisporre un piano per la sua diffusione.

Il Presidio Ospedaliero Macedonio Melloni nasce nel 1912, a seguito della laicizzazione dell’assistenza all’infanzia bisognosa o abbandonata e alle mamme, quale nuovo “Brefotrofio Provinciale” di Viale Piceno, a cui viene dato il nome di “Istituto Provinciale di Protezione ed Assistenza all’Infanzia” (IPPAI). Successivamente viene unito l’“Asilo Materno” di via Macedonio Melloni, che accoglie madri “in attesa” in condizioni particolarmente critiche. Il nuovo complesso prende il nome di “Istituto Ospedaliero Provinciale per la Maternità” (I.O.P.M.) e raggiunge un considerevole sviluppo fra il 1950 e il 1960. Nel 1971, con la legge di riforma ospedaliera, l’I.O.P.M. viene trasformato in Ospedale ad indirizzo ostetrico-ginecologico e in questa occasione viene istituita la Patologia Perinatale e Terapia Intensiva, prima in Italia. Con la riforma sanitaria del 2016 viene riconosciuto in Ente Ospedaliero con la denominazione Presidio Ospedaliero Macedonio Melloni. 


Corretta informazione sui contraccettivi ormonali per una contraccezione consapevole

L’enfasi data dai media alla nota AIFA, diffusa il 15 novembre scorso, che mette in guarda contro i rischi di depressione e comportamenti suicidari legati all’assunzione di contraccettivi ormonali, è eccesiva e rischiosa. Estrapolata dal contesto di riferimento, può ingenerare timori, reticenze e disorientamento nelle donne che dovrebbero invece considerare la contraccezione un’alleata della loro salute generale e sessuale-riproduttiva.

Come Fondazione Onda siamo convinti del valore e del ruolo della contraccezione e siamo attenti alla salute e al benessere femminili. Riteniamo fondamentale la corretta informazione, modulata rispetto al target di riferimento, essenziale perché le donne, con il supporto del ginecologo, possano gestire al meglio la loro salute riproduttiva” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere.

Fondazione Onda infatti svolge da anni attività educative e di informazione per costruire una cultura della contraccezione che in Italia ancora fatica a consolidarsi per via di barriere socioculturali e dei tabù. Manca ancora oggi un programma organico e strutturato di educazione all’affettività e alla sessualità: una lacuna che “spiega” perché il nostro Paese sia in fondo alla classifica europea per l’uso dei contraccettivi ormonali (16%) e perché ancora moltissime delle under 25 italiane (42%) non utilizzino alcun metodo contraccettivo durante la prima esperienza sessuale.

Le terapie ormonali vengono spesso colpevolizzate senza considerare che molte sono le cause che possono concorrere ad un determinato problema in ambito medico. Il comunicato di AIFA sulla connessione tra suicidio e uso di molecole ormonali a scopo contraccettivo, seppur molto importante per noi medici  perché ci invita a riflettere sul legame fortissimo tra ormoni della riproduzione e buon funzionamento del cervello femminile e sull’importanza di prescrivere la contraccezione ormonale in modo attento, dopo un’anamnesi accurata, sembra però esagerato e può essere dannoso per tutte le donne che da quasi 60 anni hanno scelto e continuano a scegliere di diventare madri responsabilmente e che a volte assumono preparazioni ormonali contraccettive allo scopo di curare patologie importanti come l’endometriosi, la sindrome dell’ovaio policistico ecc. Il 50% delle gravidanze indesiderate esitano in aborto volontario con notevoli ripercussioni sulla psiche femminile e molte patologie per le quali la contraccezione viene prescritta proprio in età adolescenziale, quando il rischio di depressione è severo e il suicido è più elevato, si associano a loro volta ad elevato rischio di ansia, depressione ed altri disturbi psichiatrici. Potrebbe semplicemente trattarsi di una selezione di donne che sentono maggiormente la necessità di proteggersi da gravidanze non pianificate per ragioni psicologiche e socio-economiche o che semplicemente avvertono disagi emotivi in relazione al cattivo funzionamento dei propri ormoni e dei fattori dell’infiammazione che si associano a molte condizioni ginecologiche, a determinare questa differenza che è stata osservata tra donne utilizzatrici di pillole, cerotti, anelli, impianti e spirali medicate e donne che non ne fanno uso. I dati sono infatti analizzati in modo trasversale, cioè senza la possibilità di dimostrare un reale rapporto causa-effetto, e senza considerare che l’adolescenza è un periodo di grandi trasformazioni sul sé corporeo e psichico, dunque a maggior rischio di patologie psichiatriche” – sostiene Rossella Nappi, Professore Ordinario dell’Università degli Studi di Pavia, membro del direttivo Onda e membro permanente del direttivo della Società Internazionale di Endocrinologia Ginecologica (ISGE) da anni in prima linea per promuovere lo studio e la ricerca dell’importanza degli ormoni sessuali per la salute ed il benessere del cervello della donna e non soltanto per i loro effetti sulla riproduzione e sulla fertilità.

Nella nota AIFA non viene dato sufficiente rilievo alle differenze nel campione delle donne selezionate: non è chiaro se siano escluse quelle che avevano già sofferto di ansia o di depressione e ancor più non è chiara la differenza significativa tra la pillola estroprogestinica, quella progestinica, l’anello, i cerotti transdermici, etc.. e il loro impatto sull’umore, sull’ansia, sull’impulsività anticonservativa (l’impatto è inferiore in caso di utilizzo della pillola estro estroprogestinica rispetto alle altre modalità contraccettive). Certo la popolazione adolescenziale (15-19 anni) è più a rischio delle donne tra i 20-34 anni e nei suoi confronti va attuata una precisa comunicazione e attenzione nella prescrizione. Grande assente, al di fuori della farmacologia, il riferimento alla responsabilizzazione della popolazione maschile rispetto alla partecipazione dell’uomo alla contraccezione come progetto di coppia ancora un doppio peso per le donne da portare fin dall’adolescenza” – aggiunge Claudio Mencacci, Presidente Società italiana di NeuroPsicoFarmacologia e del Comitato scientifico Onda, nonché Direttore Dipartimento Neuroscienze e Salute mentale ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano.

 


 

Libro Bianco: dalla medicina di genere alla medicina di precisione

La diversità tra uomo e donna si può riflettere in diverse condizioni di salute. Le donne, ad esempio, soffrono di depressione da 2 a 3 volte più degli uomini, non solo per fattori biologici, quali il ciclo ormonale e l’effetto degli estrogeni, ma anche sociali, come il multitasking femminile e il conseguente stress e la violenza di genere. Al contrario, le malattie cardiovascolari, considerate quasi esclusivamente appannaggio del sesso maschile, che in effetti ne è più colpito rispetto alle donne (4,9 vs 3,5%), rappresentano la prima causa di morte delle donne (48 vs 38% per gli uomini). Alla base, c’è innanzitutto un impatto maggiore di alcuni fattori di rischio, quali fumo e diabete che ne causa una prognosi peggiore. Seppur le donne fumino in media meno degli uomini (14,9 vs 24,8%), a loro basta fumare un terzo delle sigarette dell’uomo per avere lo stesso rischio cardiovascolare; inoltre, la donna con diabete ha un rischio cardiovascolare superiore del 44% rispetto all’uomo con pari compenso glicemico. Anche la maggior prevalenza femminile di malattie autoimmuni ed endocrine (da 2 a 50 volte più frequenti nelle donne), depressione e stress associato al nuovo ruolo sociale della donna concorrono al maggior impatto delle malattie cardiovascolari.

Questi alcuni dei dati che emergono dal Libro bianco “Dalla Medicina di genere alla Medicina di precisione”, realizzato da Fondazione Onda grazie al supporto di Farmindustria, presentato a Roma il 27 novembre scorso.

La Medicina di genere si basa sulle diverse caratteristiche biologiche, ma anche fattori ambientali, socio-relazionali, economici e culturali, che influenzano lo stato di salute, la diagnosi, la cura oltre che l’attitudine alla prevenzione di uomini e donne. La Medicina di genere non va intesa come una branca della Medicina, ma come un approccio da applicare a tutte le discipline mediche, tra le quali anche la Medicina del lavoro” – afferma Francesca Merzagora, presidente Fondazione Onda.

Il divario uomo e donna nel mondo del lavoro si sta progressivamente riducendo, ma anche in questo ambito le differenze sono presenti. Dal Libro bianco emerge che ci sono differenze, ad esempio, per quanto il rischio di infortuni o malattie professionali: meno di un terzo delle denunce di malattia interessa le donne (27,9%) e di queste circa il 90% riguarda malattie dell’apparato osteoarticolare. La stessa tendenza si può osservare per quanto riguarda gli infortuni che riguardano per lo più gli uomini (32,9 vs 67,1%). In controtendenza le denunce per infortuni in itinere, che riguardano soprattutto le donne (22,7 vs 10,4% del totale degli infortuni) e che potrebbero essere dovuti a tragitti casa – lavoro più complessi per unificare più percorsi, dovendo gestire casa, bambini, anziani o al ridotto numero di ore di sonno, con ricadute in termini di incidenti stradali. Altri temi all’attenzione della medicina del lavoro sono: l’adeguatezza dei dispositivi di protezione personale e delle postazioni di lavoro in termini di ergonomia, la diversa sensibilità alle sostanze chimiche nonché le differenti reazioni allo stress lavoro – correlato.

Questo volume sulla Medicina di genere delinea un quadro sulla sua evoluzione e applicazione, non solo in Italia, in diversi ambiti: clinico, farmacologico, accademico, sanitario e sociale e pubblicarlo nell’anno di emanazione del Piano per l’applicazione e diffusione della Medicina di genere, è motivo di soddisfazione. Grandi passi avanti sono stati compiuti in questo senso, tanto che oggi si tende alla medicina di precisione con l’obiettivo di una sempre maggior personalizzazione delle cure e centralità del paziente che deve essere studiato e curato non solo considerando le sue caratteristiche biologiche, ma anche le variabili ambientali, socio-relazionali, economiche e culturali. Equità di accesso alle cure e sostenibilità del sistema sanitario richiedono che donna e uomo siano entrambi considerati nella loro specificità” – continua Francesca Merzagora, Presidente Onda.

Cure sempre più mirate e personalizzate, per la donna e per l’uomo. È questa la frontiera della ricerca farmaceutica. Basti pensare che oggi il 42% dei medicinali in sviluppo è indirizzato alla medicina di precisione, percentuale che sale al 73% considerando solo quelli antineoplastici. Ecco perché è importante partire dallo studio delle differenze di genere per arrivare a risposte cucite su misura sulla specifica persona. E l’impegno delle aziende è rivolto anche al Diversity Management, che non va inteso solo come diversità di genere ma anche come diversità di esigenze, di situazioni familiari, di patologie, di cure e terapie. Con un occhio di riguardo all’universo femminile, che è una vera e propria risorsa nella nostra industria. Le donne rappresentano infatti il 42% degli addetti e circa il 40% dei dirigenti e quadri. E nella ricerca addirittura il 52%” – aggiunge Massimo Scaccabarozzi, presidente di Farmindustria.

Nel nostro Paese l’approccio della Medicina di genere è ormai consolidato. È presente, infatti, la rete italiana per la Medicina di genere, nata dall’alleanza del Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di genere con il Centro di Riferimento sulla Medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità e il Gruppo Italiano Salute e Genere (GISeG), che promuove grazie al coinvolgimento di Società Scientifiche, Istituzioni, Medicina Generale e Collegi Professionali programmi attività informative e formative sulla Medicina di genere rendendo l’Italia uno dei Paesi con una maggiore sensibilità al tema. Un ulteriore elemento che pone il nostro Paese all’avanguardia in Europa, è l’adozione del Piano per l’applicazione e la diffusione della Medicina di genere, nato dall’impegno congiunto del Ministero della Salute e del Centro di riferimento per la Medicina di genere dell’Istituto Superiore di Sanità, con l’obiettivo di promuoverne la diffusione basandosi su 4 principi (approccio interdisciplinare, ricerca, formazione e aggiornamento professionale, informazione).

Dalla pubblicazione del Piano nel maggio 2019 nasce una nuova era per l’effettiva attuazione di strategie atte a contrastate le differenze di genere nella salute. I quattro obiettivi definiti, una volta declinati, andranno ad aiutare tutto il personale sanitario che attualmente si trova ad affrontare una popolazione travolta dalle malattie croniche. Le donne affette da multicronicità nel 2017 erano il 29,2% contro il 21,7% degli uomini e questo per la medicina generale significa avere con le donne 11 contatti all’anno contro i 9 contatti con gli uomini. Donne non solo italiane che hanno bisogno di aiuto per l’orientamento nel nostro sistema sanitario, visto l‘aumento della presenza femminile proveniente dai paesi stranieri in Italia. E donne non più giovani visto che una su tre si deve occupare da sola di un anziano o un malato grave. La visione olistica della medicina generale la rende il primo contesto in cui la medicina di genere può essere applicata nei suoi risvolti più pratici e nelle sue più specifiche sfaccettature, cosa che si potrà mettere in pratica soprattutto grazie ad un’importante azione di formazione a tutti i livelli” – spiega Raffaella Michieli, Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie di Venezia.

Un altro ambito clinico di applicazione della Medicina di genere considerato dal Libro bianco è quello dell’oncologia. Infatti, i tumori che colpiscono uomo e donna sono diversi in termini di tipologia e aggressività, per ragioni anatomiche, ormonali, genetiche e di stile di vita. In alcuni tipi di tumore il sistema immunitario femminile si dimostra più reattivo predisponendole a migliori outcome terapeutici, come ad esempio nel caso del melanoma, dove la mortalità è pari a 4,09% nell’uomo e 1,7% nella donna.

Lo studio delle differenze di genere nello sviluppo e cura dei tumori, attraverso il riconoscimento dell’attività degli ormoni sessuali come fattori di crescita per i tumori al seno e alla prostata, ha rappresentato uno dei primi esempi di medicina di precisione. In questo ambito, sono stati infatti identificati diversi geni, e relative mutazioni, che predispongono o causano l’insorgenza di un tumore, come nel caso dei geni BRCA 1 e 2 per cancro al seno e alle ovaie.

La Medicina di precisione è nata e si sta sviluppando insieme al numero di informazioni genetiche e molecolari via via disponibili. L’identificazione di molecole che, quando deregolate, possono predisporre e/o causare l’insorgenza di una patologia, rappresenta infatti uno step indispensabile per sviluppare farmaci in grado di colpire in modo specifico ed efficiente le proteine bersaglio, con maggiore efficacia, minori effetti avversi e, di conseguenza, una riduzione dei costi. Da non trascurare per un approccio terapeutico veramente ‘su misura’, sono le possibili differenze di sesso e genere presenti in molte malattie. Sebbene siano già stati ottenuti risultati importanti, in particolare in oncologia, la strada da percorrere per individuare la terapia giusta per ciascun paziente sarà ancora lunga e richiederà un grande impegno da parte di tutti noi” – dice Alessandra Carè, responsabile Centro di riferimento per la medicina di genere, Istituto Superiore di Sanità.

 


Onda amplia il proprio programma formativo con l’integrazione sociale e lavorativa dei pazienti affetti da schizofrenia

In Italia, si stima che la schizofrenia colpisca tra 250 a 500 mila persone. Questa malattia si manifesta con una serie di sintomi, quali deliri, allucinazioni, linguaggio e comportamento disorganizzato, che compromettono il rapporto dell’individuo con la realtà e la sua capacità di stabilire relazioni interpersonali.

L’attività di Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, è da tempo orientata alla promozione della salute mentale e di una conoscenza attiva dei disturbi psichici per combattere lo stigma e favorire un reinserimento delle persone colpite da queste malattie. Per questo abbiamo aderito al progetto Triathlon, nella sua fase formativa, convinti che sia un utile strumento per il reinserimento sociale” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente Onda, in occasione della presentazione dei primi risultati del progetto svoltasi, il 28 ottobre scorso, presso la ASL di Latina.

Onda ha preso parte al progetto Triathlon, nato con l’obiettivo di far fronte alle difficoltà assistenziali delle persone colpite da psicosi per favorirne il recupero e il reinserimento sociale e lavorativo, introducendo nel 2016 un percorso formativo che offre la possibilità a queste persone di conseguire la Patente Europea del Computer (ECDL), allo scopo di promuovere l’avvicinamento al mondo del lavoro, la socializzazione e l’impegno nel raggiungimento di un obiettivo. Dopo questa prima fase che ha visto il coinvolgimento di 37 Dipartimenti di salute mentale di tutta Italia, l’iniziativa prosegue nel corso del 2019 dando l’opportunità ad altri 50 pazienti di partecipare all’iniziativa.

Grazie al progetto Triathlon, in questi anni, abbiamo dato la possibilità a molti ragazzi che soffrono di psicosi di affrontare un percorso formativo che, al di là delle competenze tecniche acquisite, è stato importante come esperienza umana per l’impegno richiesto, per la possibilità di socializzare e di affrontare queste prove insieme ad altri. Dall’inizio del progetto sono stati coinvolti oltre 80 ragazzi in tutta Italia che hanno completato tutte o alcune fasi della formazione; 14 di loro, lo scorso anno hanno raggiunto il traguardo e hanno conseguito la Patente Europea del Computer. Quest’anno, facendo tesoro dell’esperienza, abbiamo deciso di offrire questa opportunità ad altri 50 ragazzi: è stato semplificato il percorso rendendolo più interattivo e integrando teoria e pratica. Ci auguriamo di poterli vedere tutti al traguardo” – ha continuato Merzagora.

Il nuovo percorso formativo prevede ancora più interattività e supporto. I partecipanti infatti saranno inseriti all’interno di una classe virtuale nella quale potranno consultare il materiale didattico, esercitarsi, mettersi alla prova con simulazioni d’esame ed essere supportati in caso di difficoltà. Questo permetterà loro di acquisire le nozioni necessarie per sostenere l’esame ECDL, una prima base per un futuro lavorativo.

La schizofrenia in quanto disturbo psichico grave e dall’andamento complesso rappresenta una condizione cronica che si riflette sul piano personale, lavorativo, sociale e familiare. Sul piano sociale persistono ancora oggi la discriminazione e lo stigma nei confronti dei soggetti affetti da schizofrenia, spesso dovuti a una scarsa conoscenza della malattia, che si ripercuotono inevitabilmente sul percorso terapeutico. Infatti, lo stigma percepito dal paziente influisce sfavorevolmente sulla sua autostima, suscitando sentimenti negativi e ostacolando l’obiettivo della recovery. Iniziative e opportunità come quelle offerte dal progetto Triathlon consentono al paziente di tentare di andare oltre l’’etichetta’ di malattia per appropriarsi di un’identità personale, valorizzando le proprie risorse” – ha commentato Claudio Mencacci, Presidente Comitato Tecnico Scientifico di Onda e Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano.

Il programma ECDL di Onda costituisce una delle iniziative di Triathlon – Indipendenza, Benessere, Integrazione nella Psicosi – realizzato grazie alla collaborazione tra la Fondazione Onda, la Società Italiana di Psichiatria (SIP), la Società Italiana di Psichiatria Biologica (SIPB), la Società Italiana di Psichiatria Sociale (SIPS), la Società Italiana di PsicoPatologia (SOPSI), la Società Italiana di NeuroPsicoFarmacologia (SINPF), e promosso da Janssen.

È un progetto vasto e innovativo che si articola secondo tre dimensioni: organizzativa, clinica e sociale. Le dimensioni organizzativa e clinica offrono eventi formativi dedicati alla gestione dei Dipartimenti di salute mentale e all’importanza di un approccio integrato tra farmaci e percorsi terapeutici nel trattamento dei pazienti con psicosi. Il trattamento farmacologico, infatti, portando alla remissione dei sintomi ha un ruolo fondamentale nel consentire alla persona con schizofrenia di prendere parte al percorso riabilitativo, il cui scopo è quello di migliorare le sue capacità cognitive e relazionali. Infine, la dimensione sociale offre ai pazienti la possibilità di prendere parte ad un percorso sportivo fondato sulla disciplina del triathlon, con l’obiettivo di migliorare l’autostima e favorire benessere e integrazione sociale.

Alcuni dei protagonisti del programma ECDL di Onda – i pazienti, i clinici e gli assistenti sociali che hanno supportato i partecipanti al corso, insieme a Fondazione Itaca, che si occupa da anni di iniziative di questo tipo – hanno testimoniato nel corso dell’evento tenutosi oggi all’ASL di Latina alla presenza del Sindaco Damiano Coletta, quanto progetti di questo tipo siano importanti non solo per acquisire conoscenze e abilità specifiche, ma soprattutto per l’impegno e la motivazione che richiedono nel perseguire un obiettivo utile a costruire un percorso di integrazione sociale e lavorativa.

Il Dipartimento di Salute mentale (DSM) di Latina ha aderito al progetto Triathlon in collaborazione con le principali società scientifiche in ambito psichiatrico e Onda, oltre alle associazioni degli utenti, progetto volto a superare le criticità che vivono le persone affette da psicosi: stigma ed esclusione sociale. Sempre in coerenza con il concetto di dimensione sociale, il DSM di Latina ha individuato due utenti per il corso di formazione per il corso on-line afferente al progetto Triathlon, che ha permesso loro di acquisire nozioni necessarie per affrontare l’esame ECDL. Il risultato ottenuto può essere ritenuto eccellente in quanto entrambi i partecipanti hanno superato l’esame e sono stati i primi tra tutti i DSM in Italia” – ha commentato Lino Carfagna, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale ASL di Latina.

 

 


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