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Roma, Convegno IVI: uno sguardo sulla medicina della riproduzione del XXI secolo

Ovodonazione, preservazione della fertilità e ringiovanimento ovarico. Questi i temi principali del Convegno “La Medicina della Riproduzione del XXI secolo” organizzato dal Centro IVI di Roma svoltosi l’1 giugno scorso.

IVI ha realizzato in Spagna la Banca Centrale di Ovociti più grande d’Europa, facendo registrare 7.000 cicli di donazione solo nel 2016. Le donatrici di IVI vengono selezionate in maniera molto scrupolosa: in un primo momento sono sottoposte a un colloquio con lo psicologo e poi ad accertamenti clinici per stabilirne l’idoneità. Solo circa il 25/30% delle candidate viene ammesso alla fase successiva, che prevede controlli sul cariotipo e un Test di Compatibilità Genetica (TCG) per verificare la presenza di alterazioni cromosomiche che potrebbero causare malattie genetiche nei neonati.

7.000 sono state le donne italiane che, dal 2012 al 2016, si sono sottoposte a cicli di trattamento con ovodonazione presso i Centri IVI in Spagna. Nel nostro Paese le donatrici sono poche e i centri italiani sono costretti a importare gli ovociti dall’estero.

Fin dalla sua nascita nel 1990 i medici IVI sono costantemente impegnati nella ricerca scientifica oltre che nella pratica clinica che viene esercitata con competenze di altissimo livello, facendo registrare ai nostri centri un tasso di successo dei trattamenti pari al 90%. Le nuove prospettive della PMA sono incoraggianti e riguardano sia la preservazione della fertilità, così importante per le pazienti oncologiche che, grazie alla vitrificazione degli ovociti, possono immaginare una gravidanza dopo la malattia, sia il ringiovanimento ovarico per le donne che presentano una riduzione della riserva ovarica a causa di insufficienza ovarica o menopausa precoce” – ha dichiarato Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Grazie al ringiovanimento ovarico effettuato con frammentazione di tessuto ovarico o infusione di cellule staminali nell’arteria ovarica, l’ovaio inverte parzialmente il processo di invecchiamento e attiva follicoli dormienti che altrimenti rimarrebbero nell’ovaio senza svilupparsi.

In occasione del Convegno, il Centro IVI di Roma ha diffuso i propri dati relativi all’anno 2017.

Dai numeri è emerso che l’età media in cui le donne si sono sottoposte ad un trattamento di fecondazione assistita gestito da IVI Roma ed effettuato presso le cliniche spagnole del centro è stata di 40,6 anni, media che è andata crescendo nel corso degli anni (nel 2015 era di 40,4 anni). Questo risultato è in linea con quanto reso noto dall’ISTAT, che per il 2017 ha rilevato in Italia un innalzamento dell’età media a cui si arriva per il primo parto (31,8 anni), dimostrando come la decisione di avere figli venga posticipata sempre di più.

L’inseminazione artificiale è il trattamento che viene effettuato dalle donne più giovani (34,1 anni di media), mentre la fecondazione in vitro con gameti propri viene riservata a donne di età superiore (38 anni di media). Per quanto riguarda la fecondazione eterologa, è il trattamento che viene effettuato generalmente superati i 40 anni, quando è sconsigliabile l’utilizzo dei propri ovociti (42,8 anni di media).

Rispetto al 2016, il totale dei trattamenti ha visto un aumento del 47%. La fecondazione eterologa risulta il trattamento più effettuato, con il 57% del totale. La fecondazione in vitro con gameti della coppia è il secondo trattamento più effettuato, con un valore pari al 34%.

Come confermato dall’ISTAT in Italia, e in molti Paesi dell’area occidentale, le donne decidono ormai di avere figli nella seconda parte della propria età riproduttiva. Questo ovviamente può essere spiegato sia da motivi sociali e di scelta personali, sia da ragioni economiche. Una condizione che può portare naturalmente ad una riduzione del tempo biologico a disposizione per procreare. Da qui la necessità di ricorrere a trattamenti di fecondazione assistita, che possono dare a molte coppie la possibilità di ottenere una gravidanza anche in età più avanzata” – ha aggiunto Daniela Galliano.

Secondo i dati più aggiornati del Registro Nazionale della Procreazione Medicalmente Assistita (Istituto Superiore di Sanità, 2017), le coppie che nel 2015 hanno fatto ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita sono state più di 74mila, contro le 69mila del 2010.

Questo dimostra quanto la fecondazione assistita venga in questi ultimi anni sempre più considerata una valida opzione, per le coppie che desiderano avere un figlio. Anche i dati di IVI Roma confermano questo trend: nel 2015, anno di apertura del centro a Roma, gestivamo nelle nostre cliniche spagnole 193 trattamenti di pazienti provenienti dal centro IVI della capitale. Nel 2017 il numero è salito a 1.187. Un notevole incremento riguarda anche la Diagnosi Genetica Preimpianto, ossia la diagnosi delle malattie genetiche e cromosomiche degli embrioni prima dell’impianto, che serve per accertare che la prole nasca priva di malattie ereditarie. Per questa tecnica, per cui IVI è pioniere, nel 2017 abbiamo registrato un incremento pari al 155% rispetto al 2015” – ha concluso Daniela Galliano.

Dati: IVI-RMA Global, ISTAT, Istituto Superiore di Sanità.


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IL PROGETTO ACQuOS, UN AUDIT INDIPENDENTE SULL’ITER DEI GAMETI DALLE BANCHE ESTERE

 

Al via il progetto ACQuOS (Audit Control Quality Oocyte and Spermatozoa), un’attività di valutazione indipendente dei gameti importati in Italia dalle banche estere nell’ambito della fecondazione eterologa. A realizzarla, in Italia, è il board di ginecologi, biologi, genetisti e giuristi della Società Italiana della Riproduzione Umana (SIRU), la società scientifica che riunisce tutte professionalità nell’ambito della medicina e biologia della riproduzione umana.

I figli della fecondazione eterologa made in Italia sono per almeno metà stranieri. Secondo i dati più recenti dell’Istituto Superiore della Sanità, sono questi i numeri dell’import/export nell’eterologa: è importato1 il 95% degli ovociti, il 75% di liquido seminale e una quota significativa di cicli è effettuata con embrioni formati all’estero. A quasi quattro anni dallo “sdoganamento” della fecondazione eterologa quindi, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale2, il bilancio non è ancora promettente: sebbene l’eterologa sia molto richiesta, mancano donatori sul territorio nazionale e si fa ancora ricorso a banche estere.

La sicurezza delle coppie che devono ricorrere alla donazione di gameti è una delle priorità della nostra Società Scientifica. Per questo motivo, in seguito al rilevamento di alcune criticità evidenziate da diversi organi competenti e in collaborazione con gli organi ispettivi di sicurezza, la SIRU ha dato il via a questa operazione i cui primi risultati saranno presentati in occasione del prossimo Congresso nazionale SIRU, che si svolgerà il prossimo autunno a Catania.” – ha dichiarato Antonino Guglielmino, ginecologo e presidente della SIRU.

I requisiti di sicurezza e qualità stabiliti dalle normative europee saranno oggetto principale dell’audit promosso dal progetto ACQuOS, che inizialmente partirà dal 1 aprile 2018 su due banche greche e tre spagnole per poi allargarsi ad altri centri esteri. Nello specifico, obiettivo dell’audit sarà la verifica di diversi criteri, tra i quali: le procedure di selezione delle donatrici e dei donatori, le procedure per il recupero dei gameti maschili e femminili, la tracciabilità, i requisiti ambientali e della strumentazione, i criteri di stoccaggio (qualità e sicurezza), e le modalità di trasporto dei gameti e/o embrioni.

In Italia, ricorda la SIRU, la donazione di gameti è consentita alle persone di sesso maschile di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 40 anni, e alle persone di sesso femminile di età non inferiore ai 20 anni e non superiore ai 35 anni. Sono candidabili uomini e donne che, in modo spontaneo e altruistico decidono di donare i propri spermatozoi e ovociti.

L’insufficienza di donatori nel nostro Paese è connessa a diversi fattori, in parte legati alla volontarietà dell’atto ma anche collegati alla mancanza di una ‘cultura’ della donazione. Per incoraggiare la donazione, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica con campagne informative sulla donazione promuovendo l’offerta dei gameti, per consentire ai genitori con problemi di sterilità di avere un figlio.

Tabella importazioni ed esportazioni 2015 e 20163

IMPORTAZIONI COMUNICATE

2015: criocontenitori ovociti (ogni criocontenitore contiene 6/7 ovociti): 3304 dai seguenti Paesi Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: le importazioni risultano raddoppiate, (secondo i dati preliminari del Ministero della salute) sono state registrate importazioni di 6.379 criocontenitori di ovociti.

2015: criocontenitori liquido seminale: 1982 dai seguenti Paesi Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: 3.167 criocontenitori di liquido seminale.

2015: criocontenitori embrioni (ogni criocontenitore contiene 1-2 embrioni): 744 dai seguenti Paesi Austria, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: 2.877 criocontenitori di embrioni.

ESPORTAZIONI COMUNICATE

2015: criocontenitori ovociti (ogni criocontenitore contiene 6/7 ovociti): 19 verso i seguenti Paesi Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: riguardo le esportazioni, invece, sono stati comunicati: 20 criocontenitori di ovociti.

2015: criocontenitori liquido seminale: 2638 verso i seguenti Paesi: Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera;

2016: 3.627 criocontenitori di liquido seminale.

2015: criocontenitori embrioni (ogni criocontenitore contiene 1-2 embrioni): 22 dai seguenti Paesi Austria, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: 190 criocontenitori di embrioni.

1 Danimarca, Grecia, Spagna, Svizzera, Rep. Ceca, Austria (ovociti e liquido seminale); embrioni (Austria, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera). (fonte ISS)

2 Nell’aprile 2014 con la sentenza 162 la Corte Costituzionale, dichiarando illegittimo l’art.4 comma 3 della Legge 40 del 2004, è stato rimosso il divieto di applicazione di tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita di tipo “eterologo”.

3 http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2617_allegato.pdf

FONTE | Downtownpress

Effetti vitrificazione ovocitaria su qualità degli embrioni

A ottobre, mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno, dall’Istituto Valenciano di Infertilità (IVI) arriva una buona notizie per le donne con gravi problemi di salute e costrette a rimandare la maternità.

IVI ha infatti partecipato ad uno studio che si sofferma sugli effetti della vitrificazione ovocitaria e sulla qualità degli embrioni.  

Lo studio, condotto da IVI e da INCLIVAUniversità di Valencia, mette in luce come la qualità degli embrioni ottenuti a partire dagli ovociti vitrificati non risulti alterata, visto che la classificazione morfocinetica degli stessi è simile a quella osservata negli embrioni derivanti da ovociti freschi. 

La vitrificazione degli ovociti rappresenta sempre di più una grande speranza per quelle donne che sono costrette a rimandare la maternità a causa di un problema di salute o per questioni personali. La possibilità di preservare la propria fertilità costituisce motivo per guardare al proprio futuro con maggiore speranza di diventare genitore: le donne costrette ad affrontare gravi patologie, come quelle del tumore al seno, hanno dunque una prospettiva di vita futura diversa” – spiega il Professor Antonio Pellicer, Presidente IVI e condirettore di Fertility and Sterility.

 

Secondo il rapporto Aiom-Airtum 2017 sui numeri del cancro in Italia, non considerando i carcinomi cutanei, il carcinoma mammario è la neoplasia più diagnosticata nelle donne e i tumori della mammella rappresentano il tumore più frequentemente diagnosticato tra le donne sia nella fascia d’eta 0-49 anni (41%), sia nella classe d’età 50-69 anni (35%), sia in quella più anziana +70 anni (22%)”.

Realizzato mediante time lapse sulla qualità degli embrioni ottenuti da ovociti vitrificati appena pubblicato da Fertility and Sterility, lo studio ha rivelato informazioni di grande interesse, sconosciute finora, circa i parametri della divisione embrionaria.

I risultati rappresentano una conferma circa l’efficacia della consolidata tecnica di vitrificazione ormai ampiamente diffusa in tutti gli ambiti clinici della procreazione medicalmente assistita. 

Sono stati presi in esame cicli di ovodonazione realizzati con l’uso della vitrificazione (631 cicli; 3794 embrioni) o con l’impiego di ovociti freschi (1359 cicli; 9935 embrioni) in oltre 2 anni. 

Lo sviluppo embrionario è stato analizzato in un incubatore time-lapse, che ha permesso di monitorare costantemente l’evoluzione dell’embrione, grazie a immagini fornite in real time, dalla prima divisione cellulare fino al raggiungimento dello stadio di blastocisti e di valutare i tempi in cui lo sviluppo è avvenuto. 

Noi di IVI siamo stati tra i primi a credere nella vitrificazione e a capirne le grandi potenzialità: lo studio appena pubblicato dimostra come l’affinamento della tecnica abbia fatto registrare passi da gigante nella preservazione della fertilità”– conclude la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.

 

 


Tasso di natalità più alto nei cicli di fecondazione in vitro con ovociti provenienti da donatrici con una maggiore risposta ovarica

Nella fecondazione in vitro con ovociti freschi donati, il più alto tasso di natalità si registra nei cicli in cui la risposta ovarica delle donatrici è maggiore di 10 ovociti recuperati per ciclo.

Sono i risultati dello studio condotto da Hariton et al. e pubblicato recentemente su Fertility and Sterility.

Lo studio è stato condotto con l’obiettivo di valutare la relazione tra le caratteristiche delle donatrici di ovociti e delle riceventi, la risposta ovarica delle donatrici, il tasso di natalità a seguito della fecondazione in vitro con ovodonazione di ovociti freschi.

Sono stati osservati 237 cicli consecutivi di fecondazione in vitro eterologa con  ovociti freschi delle donatrici, realizzati dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2013 presso il Massachusetts General Hospital Fertility Center.

L’età media delle donatrici e delle riceventi era rispettivamente di 27 e 41,4 anni. Le caratteristiche riproduttive/demografiche, i test di riserva ovarica e il picco di siero E2 durante la stimolazione ovarica era simile tra i cicli che hanno portato a bambini nati vivi e quelli che non hanno ottenuto risultati. I tassi per l’impianto complessivo, la gravidanza clinica, la natalità per ciclo iniziato sono stati, rispettivamente, di 40,5%, 60,8% e 54,9%. La più alta probabilità di natalità è stata osservata nei cicli in cui il numero di ovociti recuperati è stato superiore ai 10.

Il rapporto tra risposta ovarica ed esito del ciclo di procreazione medicalmente assistita è oggetto di dibattito da circa due decenni. Nel corso degli anni noi di IVI abbiamo osservato come, per un buon esito della ovodonazione, sia necessario raccogliere almeno 10 ovociti; nella pratica clinica dei nostri centri, generalmente, cerchiamo di raggiungere un numero compreso tra i 9 e i 15 ovociti” – afferma il Prof. Antonio Pellicer, Presidente IVI e condirettore di Fertility and Sterility.

 


Preservazione della fertilità: vitrificazione degli ovociti o crio-preservazione della corteccia ovarica?

IVI è stato uno dei pionieri a livello mondiale nella vitrificazione degli ovociti per la preservazione della fertilità, tecnica portata avanti con successo dal 2007. Inoltre, nel 2012, ha stabilito un flusso comune di pazienti con l’Ospedale La Fe di Valencia, grazie al quale entrambe le istituzioni preservano, da allora, la fertilità delle proprie pazienti, anche mediante la crio-preservazione della corteccia ovarica.

Uno studio recente, condotto da IVI e dall’Ospedale La Fe di Valencia, su un campione di 1.759 pazienti (1.024 vitrificazioni di ovociti e 735 crio-preservazioni della corteccia ovarica) rivela che non esistono differenze significative in tema di nuovi nati: questo significa che entrambe le tecniche hanno praticamente la stessa efficacia. Di tutte le pazienti che hanno preservato la propria fertilità, sono state prese in considerazione quelle che hanno utilizzato il proprio materiale vitrificato per tentare di rimanere incinte.

In questo studio, i cui risultati sono stati presentati a Ginevra in occasione della 33ª edizione del Congresso ESHRE (2-5 luglio 2017), sono stati messi a confronto i risultati delle pazienti che avevano devitrificato i propri ovociti con quelli delle donne che si erano sottoposte ad un trapianto di corteccia ovarica. La conclusione di questo confronto è che tra i due trattamenti non esistono differenze significative nella percentuale dei neonati.

Secondo il Dottor César Díaz, ginecologo di IVI Valencia e uno dei principali responsabili di questo studio, “è molto importante indicare bene le tecniche a ciascuna paziente, dato che non tutte possono beneficiare delle stesse”.

Ancora lontano dal trovare una soluzione magica, l’obiettivo di IVI e dell’Ospedale La Fe di Valencia è quello di offrire tutti gli strumenti e le tecniche possibili alle proprie pazienti, per poter individualizzare e adattare ogni trattamento in funzione delle loro necessità.

In questo senso, il Dottor Díaz ammette che “se c’è tempo sufficiente prima di iniziare la chemioterapia, la paziente ha una riserva ovarica accettabile, e ha già iniziato la pubertà, probabilmente la cosa migliore sarà effettuare una vitrificazione degli ovociti, dato che, alle stesse condizioni per ciò che si riferisce alla percentuale di neonati, questa tecnica è meno aggressiva”.

La crio-preservazione della corteccia ovarica, d’altro canto è da consigliare alle pazienti in età pre-puberale, per quelle che ancora non hanno avuto il ciclo mestruale e per le quali risulta complicata la stimolazione e, di conseguenza, il recupero degli ovociti. Anche nelle pazienti con tumori molto aggressivi, come il linfoma di Burkitt, nel cui caso non c’è tempo sufficiente per stimolare le ovaie prima di iniziare la chemioterapia” – conclude la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

La ricerca, uno dei pilastri di IVI, consente una volta di più, attraverso studi come questo, di mettere a disposizione di tutte le sue pazienti le migliori tecniche, oltre ad un ventaglio più ampio di soluzioni per realizzare il loro sogno di essere madri.

Vitrificazione di ovociti

La vitrificazione di ovociti consiste nella stimolazione delle ovaie con ormoni simili a quelli che produce la paziente, per poi poter estrarre gli ovuli dalle ovaie mediante un ago molto fino, con un procedimento che richiede solo una minima sedazione. In seguito, gli ovuli vengono conservati mediante un raffreddamento ultra-rapido, che evita la formazione di cristalli di ghiaccio, proteggendo così gli ovuli per tutto il tempo che sia necessario (anche decenni). Si tratta dello stesso metodo che viene utilizzato per preservare ovuli nelle pazienti che vogliono posticipare la maternità per motivi di lavoro o personali. Una volta guarita dal cancro, la paziente potrà utilizzare questi ovuli per fecondarli con il liquido seminale del partner o di un donatore per generare un embrione che verrà impiantato nell’utero della paziente.

Crio-preservazione della corteccia ovarica

Consiste nell’estrarre un frammento della superficie delle ovaie mediante una chirurgia minimamente invasiva (laparoscopia). Il procedimento dura più o meno 20 minuti, e la paziente può tornare a casa o iniziare la chemioterapia già alcune ore dopo. Successivamente il tessuto viene congelato e messo da parte per gli anni che siano necessari. Se la paziente presenta un problema alle ovaie, si potrà tornare ad impiantare lo stesso tessuto con una nuova operazione, recuperando nuovamente la sua funzionalità, sia dal punto di vista della fertilità sia dal punto di vista della produzione di ormoni (farebbe regredire la menopausa conseguente a numerosi dei trattamenti oncologici). Allo stesso tempo consente la gestazione spontanea, senza dover ricorrere a tecniche di fecondazione in vitro.


Tecniche di conservazione della fertilità

consulto medico

L’equipe medica multidisciplinare del Centro di Oncofertilità (andrologo, ginecologo, oncologo, endocrinologo, ematologo, psicologo) deve possedere le competenze che gli permettano di stimare il rischio di infertilità per ciascun trattamento e valutare quando tale rischio risulti sufficientemente elevato da dover ricorrere alla conservazione dei gameti prima dell’inizio delle terapie.

Il maggiore problema biologico della crioconservazione cellulare è rappresentato dal possibile danno sui meccanismi di controllo delle attività molecolari. Infatti, tutti i processi vitali si svolgono grazie a modificazioni biochimiche che avvengono grazie a movimenti molecolari in ambiente acquoso. Se l’acqua intra ed extra cellulare viene trasformata in ghiaccio per bloccare gli spostamenti molecolari, e se il sistema biologico può essere successivamente riportato a temperatura ambiente senza che si verifichino danni cellulari, è possibile creare uno stato di “animazione sospesa”, che consente la conservazione delle cellule per periodi di tempo variabili. Perché ciò avvenga è necessario seguire specifiche procedure. Infatti, le cellule vitali esposte a basse temperature subiscono danni irreversibili che ne provocano la morte. Per ovviare a tali danni si ricorre in criobiologia a metodologie (uso di sostanze crioprotettive e idonei tempi e procedure di congelamento e scongelamento) che proteggano il materiale biologico dallo shock termico.

La conservazione della fertilità maschile

La crioconservazione del seme o del tessuto testicolare rappresenta una tecnica che permette di conservare i gameti maschili per un tempo indefinito a -196°C e rappresenta uno strumento per i pazienti che si sottopongono a trattamenti medici o chirurgici potenzialmente in grado di indurre sterilità e per i pazienti affetti da azoospermia secretoria o escretoria che possono accedere alle tecniche di fecondazione assistita.

Per quanto riguarda l’uomo è possibile crioconservare le seguenti matrici biologiche:

  • liquido seminale;
  • spermatozoi prelevati mediante aspirazione testicolare o epididimaria;
  • frammenti di parenchima testicolare.

Il paziente che crioconserva il proprio seme deve essere sottoposto ad uno screening infettivologico al fine di evitare la potenziale dispersione di microorganismi nel contenitore di crioconservazione ed il potenziale inquinamento degli altri campioni seminali in esso contenuti. La crioconservazione del liquido seminale, come per tutte le cellule e tessuti di origine umana ad uso clinico, può effettuarsi solamente in presenza di indicazioni mediche.

I pazienti oncologici in età fertile trovano nella crioconservazione del seme, non solo la speranza di una fertilità futura, ma anche un sostegno psicologico per affrontare le varie fasi dei protocolli terapeutici. I progressi nella terapia anti-neoplastica e le sempre più sofisticate tecniche di fecondazione assistita hanno aperto nuove possibilità riproduttive per il maschio infertile e, quindi, la crioconservazione del seme si impone anche nei casi di liquidi seminali gravemente alterati che non avrebbero avuto nessuna possibilità di fecondare in epoca pre-ICSI (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi).

La conservazione della fertilità femminile

Le principali tecniche di preservazione della fertilità attualmente esistenti in Italia per le giovani pazienti che devono sottoporsi a trattamenti antitumorali sono rappresentate da:

· Criopreservazione degli ovociti

La tecnica è indicata in pazienti che hanno la possibilità di rinviare il trattamento chemioterapico di 2 settimane e che hanno una riserva ovarica adeguata per il recupero di un numero sufficiente di ovociti. La durata può arrivare a 15 giorni, durante tale periodo la paziente deve sottoporsi a ecografie trans-vaginali e dosaggi seriati di 17-beta estradiolo per stabilire il momento opportuno per indurre l’ovulazione e programmare il prelievo eco-guidato degli ovociti.

Nei protocolli standard l’induzione della crescita follicolare multipla inizia nei primi giorni della fase follicolare ed è quindi necessario attendere la comparsa del ciclo mestruale, cosa che in alcuni casi può ulteriormente ritardare l’inizio della chemioterapia. Per le pazienti oncologiche, sono stati quindi proposti dei protocolli che prevedono l’inizio della stimolazione in qualsiasi giorno del ciclo mestruale in cui si trovi la paziente al momento della decisione di intraprendere una preservazione della fertilità con congelamento ovocitario. Per donne con tumori ormonoresponsivi come per le pazienti affette da carcinoma della mammella e dell’endometrio sono stati sviluppati approcci alternativi di stimolazione ormonale che utilizzano tamoxifene/letrozolo, così da ridurre il rischio potenziale di esposizione ad elevate concentrazioni di estrogeni.

· Criopreservazione di tessuto ovarico

Si tratta di una tecnica ancora sperimentale che ha il vantaggio di non richiedere una stimolazione ormonale e offre prospettive per preservare sia la funzione riproduttiva sia quella ormonale. Può essere effettuata in qualsiasi momento del ciclo mestruale e permette quindi di evitare il ritardo nell’inizio del trattamento chemioterapico.
La corticale dell’ovaio contenente gli ovociti viene conservata in azoto liquido per poi poter essere reimpiantata nella donna dopo la fine dei trattamenti oncologici permettendole una ripresa sia della funzione ormonale che riproduttiva.

Il tessuto ovarico destinato alla crioconservazione viene prelevato nel corso di un intervento di laparoscopia, trasportato in mezzi di coltura in laboratorio e quindi tagliato in strisce di pochi millimetri di dimensioni, criopreservate e conservate in contenitori di azoto liquido a -196°C fino allo scongelamento e successivo reimpianto nella paziente alla completa remissione della malattia neoplastica.

· Soppressione gonadica con analogo LH-RH

La somministrazione di analoghi LH-RH durante la chemioterapia, riducendo la secrezione di FSH (ormone follicolo-stimolante), sopprime la funzione ovarica e potrebbe quindi ridurre l’effetto tossico della chemioterapia. Questa tecnica può essere eseguita contestualmente alla chemioterapia evitando rinvii sull’inizio della terapia oncologica sebbene comporti un temporaneo rialzo dei livelli ematici di estrogeni nella fase successiva alla prima somministrazione.

· Trasposizione ovarica

Questa tecnica consiste nello spostare chirurgicamente le ovaie lontano dal campo di irradiazione, durante il trattamento chirurgico della neoplasia. Le ovaie vengono in genere fissate nelle fosse paracoliche con sutura non riassorbibile e clip metalliche per consentire la loro identificazione da parte del radioterapista. Il tasso di successo della ovariopessi, valutato come preservazione della funzione mestruale, arriva al 70%. Il fallimento di questa tecnica dipende dall’età della paziente, dalla possibile dispersione di radiazioni al tessuto gonadico e dalla possibile alterazione della perfusione ovarica. Il riposizionamento delle ovaie al termine del trattamento non è sempre necessario.

· Terapia chirurgica conservativa

Nei tumori ginecologici è proponibile in casi in cui è possibile eseguire un’accurata e completa stadiazione soprattutto in pazienti in età riproduttiva desiderose di concepimento, molto motivate e disponibili a uno stretto follow-up in centri oncologici con esperienza e protocolli di follow-up adeguati.

Fonte | Ministero della Salute – Direzione generale della prevenzione sanitaria

Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità – Contributo per il piano nazionale per la fertilità


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