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Psoriasi lieve-moderata, la parola ai dermatologi: per 8 su 10 più complessa da gestire di ogni altra patologia della pelle

Ansia, depressione e altri aspetti psicologici legati alla patologia, come il vissuto di stigmatizzazione; caratteristiche cliniche come cronicità e presenza di recidive; la scarsa aderenza alle terapie topiche.

Secondo i dermatologi sono questi gli aspetti che rendono i pazienti con psoriasi lieve-moderata più “complessi” rispetto ad altri pazienti con patologie della pelle. O almeno ne rendevano particolarmente complessa la gestione fino a poco tempo fa, quando ancora non erano a disposizione dei dermatologi terapie topiche innovative, con efficacia, rapidità d’azione e semplicità d’uso maggiori rispetto al passato.

È quanto emerge da un’indagine, condotta da Doxapharma con il sostegno di LEO Pharma, che ha dato la parola ai medici per rilevare, appunto, in che modo il cambio di passo delle terapie topiche per la psoriasi degli anni recenti abbia impattato sulla gestione della patologia da parte del dermatologo, ma anche sul rapporto e sulla comunicazione con il paziente: aspetto di grande peso considerando, come detto, la natura cronica e recidivante di questa patologia.

8 dermatologi su 10 hanno dichiarato che il paziente con psoriasi lieve-moderata è più difficile da gestire rispetto ad altri pazienti con patologie della pelle; “ansioso”, “preoccupato”, “rassegnato”, “difficile” sono gli aggettivi che nelle parole dei medici meglio descrivono questo paziente, che convive con un carico psicologico rilevante a dispetto della minore estensione e infiltrazione delle lesioni in questa forma di psoriasi rispetto ad altre più gravi.

Questa tipologia di psoriasi impatta enormemente sul vissuto emotivo e sulla qualità di vita dei pazienti poiché intimamente legata all’esperienza soggettiva di malattia della persona. Il paziente affetto da psoriasi lieve-moderata ha un profilo psicologico che può essere caratterizzato da ansia relazionale e tratti depressivi, soprattutto se la patologia colpisce aree visibili o sensibili del corpo (come ad esempio le parti intime), unitamente a preoccupazione e pessimismo, legati soprattutto all’assenza di certezze relative al decorso della malattia. Specialmente questi ultimi aspetti, correlati alla percezione di limitato controllo sull’andamento della patologia, sono alla base di un vissuto di frustrazione che può impattare negativamente sulla gestione della malattia” – ha spiegato Antonella Demma, Psicologa-Psicoterapeuta, Docente di Scuola di Psicoterapia AETOS, Venezia.

Una buona comunicazione tra medico e paziente è sicuramente alla base di una corretta gestione della patologia: su questo è d’accordo (voti tra 7 e 10) il 97% dei dermatologi, con un valore medio di 9,1. Quello che è stato individuato come uno dei problemi principali del rapporto medico-paziente con psoriasi è che si tratta di un rapporto “farmaco-mediato”, ovvero influenzato dal tipo di terapia. Paradossalmente, secondo i dermatologi, a volte sono più difficili da gestire i pazienti con forme lievi-moderate, trattate con terapie topiche che presuppongono un ruolo più “attivo” e consapevole del paziente, rispetto a quelli con forme moderate-gravi trattate con farmaci biologici che agevolano una maggior aderenza terapeutica. L’aderenza alle terapie topiche è dunque il principale ostacolo sulla strada che porta al successo terapeutico.

Indubbiamente la scarsa aderenza alle terapie, soprattutto a quelle topiche, rappresenta un grande limite per la possibilità di raggiungere i migliori outcome terapeutici e quindi un migliore controllo della patologia per tale motivo è fondamentale ascoltare il paziente sin dall’inizio, conoscere le sue abitudini lavorative e ricreative, cercando di dare attenzione non solo alle lesioni cutanee, ma anche al suo vissuto emotivo e ai suoi bisogni insoddisfatti. Grande importanza deve essere fornita inoltre all’educazione dello stesso, in maniera tale che prenda coscienza della sua patologia e delle sue caratteristiche, potendo mettere in atto tutta quella serie di comportamenti e stili di vita che possano aiutare a contenere e a gestire la patologia nel lungo termine” – ha dichiarato Gabriella Fabbrocini, Direttore di Dermatologia e Venereologia, Università degli Studi di Napoli Federico II.

Il cambio di passo nelle terapie topiche avvenuto recentemente, in particolare con l’introduzione di un nuovo prodotto in schiuma spray a base di calcipotriolo-betametasone, ha contribuito a cambiare radicalmente lo scenario, secondo i medici interpellati da Doxapharma. Il 97% si dichiara infatti soddisfatto per i trattamenti oggi a disposizione e il livello di gradimento è aumentato vertiginosamente negli ultimi due anni, passando da 6,4 (con il 51% di voti da 1 a 6, statisticamente considerati negativi) a 8,5 (con 1% di voti da 1 a 6 e il 44% di voti da 9 a 10). Non è un caso che calcipotriolo-betametasone in schiuma spray rappresenti la terapia di riferimento per 7 dermatologi su 10: i motivi principali alla base di questo incremento nella soddisfazione risulta essere appunto la nuova formulazione in schiuma, unitamente ad una maggiore efficacia in generale.

L’innovazione terapeutica ha sensibilmente migliorato la qualità di vita dei pazienti negli ultimi due anni, secondo i dermatologi – con un voto medio salito da 5,5 a 7,5 – e contribuisce per il 93% degli intervistati a migliorare il rapporto tra medico e paziente.

La nuova formulazione di calcipotriolo e betametasone dipropionato a dose fissa somministrata in schiuma spray è arrivata in Italia un anno fa, grazie all’impegno nella ricerca di LEO Pharma 

Negli ultimi anni ci siamo focalizzati sulla ricerca di soluzioni topiche innovative, sia dal punto di vista farmacologico che di modalità di applicazione, che potessero rispondere ai bisogni insoddisfatti dei pazienti con psoriasi migliorandone la vita. La formulazione di calcipotriolo e betametasone in schiuma spray, a un anno dal suo arrivo, riesce a dare una risposta concreta a queste esigenze e l’apprezzamento da parte dei dermatologi che emerge dall’indagine di Doxapharma ne è una prova importante, un riscontro tangibile nella quotidianità della gestione della patologia” – ha affermato Paolo Pozzolini, Country Lead di LEO Pharma Italia.

L’indagine è stata condotta da Doxapharma su un campione di 77 dermatologi, tra ospedalieri, ambulatoriali e privati, su tutto il territorio italiano, con una metodologia mista quali-quantitativa. Un campione rappresentativo equamente suddiviso tra uomini (48%) e donne (52%), con un’età media di 48 anni, e una media di 18 anni di anzianità professionale.


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La psoriasi

Psoriasi3

La psoriasi è una malattia della pelle, ad andamento cronico e recidivante, che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e rotondeggianti, ben delimitate da margini netti. Con il progredire della patologia, le chiazze possono confluire e sono ricoperte di squame di colore bianco-argenteo. La psoriasi può interessare tutta la superficie corporea, ma le aree classicamente colpite sono: gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e regione sacrale.

L’evoluzione di questa malattia, per la quale non esiste ancora oggi una terapia risolutiva, è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni.

È importante rilevare che anche una minima estensione della malattia sulla superficie corporea può essere associata a comorbilità. Numerosi studi hanno dimostrato che non solo vi è un’associazione tra psoriasi e artrite psoriasica, depressione e abuso di sostanze, ma anche che i pazienti affetti da psoriasi presentano una maggior incidenza della sindrome metabolica, e quindi obesità, diabete, patologie cardiovascolari1.

Tipi di psoriasi

La severità della psoriasi è misurata in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al grado di disabilità sociale e psicologica2.

Le varie forme cliniche sono:

psoriasi a placche: è la forma più comune. Le lesioni compaiono a livello del cuoio capelluto, del tronco e sugli arti. Anche le unghie possono essere coinvolte;

psoriasi guttata: colpisce prevalentemente i bambini e si manifesta con piccole chiazze su tutto il corpo; spesso è correlata a faringite streptococcica;

psoriasi pustolosa: si presenta sotto forma di piccole pustole che ricoprono aree delimitate (palmi delle mani o piante dei piedi), oppure tutto il corpo;

psoriasi inversa: è comune nelle persone anziane e colpisce le pieghe (regione ascellare, inguinale e pieghe sottomammarie). Le lesioni possono essere umide;

psoriasi eritrodermica (detta anche psoriasi esfoliativa): interessa tutta la superficie cutanea che si presenta uniformemente arrossata con desquamazione intensa3.

La psoriasi lieve-moderata

La maggior parte delle persone affette da psoriasi (circa l’80%) soffre di psoriasi a placche, nella forma lieve o moderata. La psoriasi si definisce:

lieve, quando interessa meno del 10% della superficie ed è controllata con successo dalla terapia locale;

moderata, quando interessa dal 10 al 20% della superficie corporea o meno del 10% ma con localizzazioni importanti (viso e mani) che pesano sulla qualità di vita del paziente, ed è ben controllata con la terapia locale.

Molto spesso la psoriasi lieve-moderata non viene riconosciuta e adeguatamente trattata. Inoltre, sono soprattutto i pazienti affetti da queste forme a manifestare il maggior grado d’insoddisfazione riguardo alla gestione terapeutica e clinica della malattia, dal momento che le terapie sistemiche, anche in considerazione del profilo di sicurezza per svariati aspetti non ottimale, sono riservate a forme di psoriasi moderata-grave.

La psoriasi può inoltre presentarsi di livello moderato-grave, quando interessa più del 10% della superficie corporea ma non risponde alla terapia locale, o che interessa meno del 10% della superficie corporea ma è presente in aree “problematiche” (cuoio capelluto, mani e piedi); è grave quando coinvolge più del 20% della superficie corporea o meno del 20% ma è instabile, rapidamente progressiva e interessa parti importanti come le superfici palmo-plantari e il cuoio capelluto.

Epidemiologia

La psoriasi colpisce in egual misura gli uomini e le donne, anche se studi sull’incidenza della patologia suggeriscono che tende a manifestarsi più precocemente nella popolazione femminile4.

Nel mondo ne sono affette circa 125 milioni di persone5, pari al 3-4% in occidente, e al 3,1% nella popolazione italiana6.

L’incidenza è intorno ai 6 casi per 10.000 abitanti ogni anno, e appare più alta nei Paesi sviluppati, mentre si riduce tra Neri e Asiatici e in alcuni gruppi etnici, come gli Aborigeni australiani, ed è del tutto eccezionale nei Nativi americani. Tuttavia, le minoranze sono soggette ad ammalarsi nella forma grave e a soffrire di un maggiore distress sociale ed emozionale5.

La patologia può insorgere a qualsiasi età, ma nelle forme dell’adulto è più comunemente diagnosticata ai 20 e ai 50 anni d’età.

Fattori scatenanti

La psoriasi è una malattia a carattere genetico: circa il 30% dei soggetti con psoriasi ha una storia familiare nei parenti di primo grado. La probabilità di ammalarsi con entrambi i genitori affetti da psoriasi è di circa il 40%7.

Molti possono essere i fattori ambientali scatenanti. Tra questi:

i traumi fisici, come il grattamento, le ustioni, le cicatrici chirurgiche o i traumi accidentali;

lo stress emotivo;

l’aumento dell’indice di massa corporea, correlato all’incremento del rischio di manifestare la malattia;

le infezioni delle alte vie respiratorie, causate prevalentemente dallo streptococco betaemolitico, soprattutto nei pazienti pediatrici;

alcuni farmaci, ad esempio sali di litio, beta-bloccanti, antimalarici, FANS;

l’etilismo e il fumo, che spesso accompagnano le forme gravi di psoriasi e sono maggiormente correlati all’insorgenza di psoriasi pustolosa3.

Ripercussioni sulla qualità di vita

La psoriasi incide su gran parte degli aspetti del vivere quotidiano del paziente, dalla scelta dei vestiti alle attività sportive, come ad esempio il nuoto, dove l’esposizione di aree cutanee affette comporta emarginazione ed esclusione. L’impatto negativo della patologia si ripercuote anche sulle attività lavorative e scolastiche e sulle relazioni affettive. La compromissione dell’aspetto estetico può dar luogo a disturbi a livello psichico, affettivo e professionale. Il peso psicologico e sociale che essa impone spesso oltrepassa la gravità del disturbo in sé: più del 60% dei pazienti associa alla malattia una diagnosi di depressione e, di questi, il 10% ha idee di suicidio8.

Le manifestazioni cutanee della malattia, oltre al dolore e al prurito, provocano disagio, frustrazione e vergogna, da cui deriva la perdita di autostima e un senso di stigmatizzazione. I pazienti provano insicurezza e cercano di nascondere agli altri il proprio problema, spesso isolandosi per paura del rifiuto sociale. Questo forte disagio è ulteriormente esacerbato dal pregiudizio, purtroppo ancora diffuso nella maggior parte degli italiani, che la patologia sia contagiosa e questo fa sì che molte persone con psoriasi frequentino esclusivamente persone affette dalla stessa malattia.

La psoriasi può dunque essere considerata a tutti gli effetti una patologia invalidante, per via dell’impatto fortemente negativo sui pazienti che ne soffrono, che può arrivare a condizionare anche i progetti lavorativi e di carriera.

Note

1 Gisondi P. Tessari G., Conti A., et al. Prevalence of metabolic syndrome in patients with psoriasis: a hospital-based case control study. British Journal of Dermatology 20007, 157:68-73

2 Chimenti S., Psoriasis. Firenze: SEE Editrice, 2005

3 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

4 Naldi L., Gamini D. The clinical spectrum of psoriasis. Clinics in Dermatology 2007, 25: 510-518

5 National Psoriasis Foundation. Statistics. http://www.psoriasis.org/learn_statistics (03/12)

6 Naldi L., Drug targets inflamm Allergy, 2004, 3:121-5

7 Cfr. http://psocare.agenziafarmaco.it/progetto.htm

8 Esposito M., Saraceno R., Giunta A., Maccarone M., Chimenti S. An Italian study on psoriasis and depression. Dermatology 2006, 212 (2): 123-127

“Psoriasi: non solo una questione di pelle”

Il reumatologo come supporto al dermatologo nella diagnosi di psoriasi; l’artrite psoriasica e l’importanza della diagnosi precoce; la qualità di vita dei pazienti con psoriasi e le diverse comorbidità, tra cui quelle articolari.

Di questo ed altro si è discusso a Milano, il 17 ottobre scorsonella sala Buzzati del Corriere della Sera, nel corso dell’evento dal titolo ‘Psoriasi non solo una questione di pelle’.

Organizzato dal Corriere Salute con il contributo non condizionante di Novartis, ha visto la partecipazione di Antonio Costanzo, responsabile Dermatologia di Humanitas e docente di HUMANITAS University, Milano, e di Carlo Francesco Selmi, responsabile Reumatologia e Immunologia Clinica di Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano.

Obiettivo del convegno, fare luce sull’associazione fra psoriasi ed artrite psoriasica ed analizzare la medicina delle malattie infiammatorie croniche della pelle in maniera multidisciplinare.

La psoriasi è una malattia infiammatoria cronica della pelle e degli annessi (unghie e follicolo pilifero). Circa il 30% dei pazienti psoriasici può sviluppare nel tempo un’artrite. Nell’artrite psoriasica l’infiammazione interessa le piccole articolazioni delle mani e dei piedi o le grandi articolazioni (gomiti, ginocchia e caviglie) ma anche altre sedi come la colonna causando un mal di schiena che peggiora con il riposo.

La psoriasi compromette la qualità di vita quanti ne sono affetti e nella gestione della patologia non vanno sottovalutati l’entità del dolore e le limitazioni ai movimenti.

A tutto questo si deve aggiungere che l’interessamento cutaneo determina spesso problemi di natura psicologica. È importante sapere che dalla psoriasi non si guarisce ma che gli enormi sviluppi della ricerca in questo specifico settore oggi ci consentono di tenere sotto controllo la quasi totalità delle manifestazioni cliniche della malattia. I pazienti devono affidarsi alle competenze dei Medici Specialisti, diffidando di chi propone cure facili e risolutive. Se tenuta sotto controllo, possiamo fare molto perché la patologia non crei particolari problemi alla vita di relazione di quanti ne sono affetti­- ha sottolineato Antonio Costanzo, responsabile Dermatologia di Humanitas e docente di HUMANITAS University, Milano .

Gestire la malattia psoriasica è ormai sempre più un tema multidisciplinare, poiché un solo specialista non è sufficiente per la gestione della patologia. Quando si tratta di malattie complesse come la psoriasi è necessario fare scelte condivise con il paziente, soprattutto quando affetto da artrite psoriasica. In questi casi è necessario affrontare la cura del malato in maniera combinata tra dermatologo e reumatologo, poiché visitare da due punti di vista diversi consente di prendere decisioni cliniche e terapeutiche che permettono un eccellente controllo di tutti i sintomi. La medicina delle malattie infiammatorie croniche è, dunque, sempre meno “un solo uomo al comando”.

Quando parliamo di artrite psoriasica, la diagnosi precoce riveste un ruolo fondamentale. Sappiamo che già dopo pochi mesi dall’inizio dei sintomi questa malattia ha già causato alcuni danni irreversibili. Ecco perché sono cruciali una diagnosi e un trattamento precoce. Nel 75% dei casi l’artrite psoriasica segue la psoriasi e dunque il suo biomarcatore è proprio la psoriasi mentre gli esami di laboratorio sono quasi sempre normali. La diagnosi di artrite psoriasica tarda, in media, 7 anni, mentre nel caso della psoriasi arriva dopo circa 4 anni. Nonostante siamo molto lontani da una gestione adeguata dei pazienti, l’artrite psoriasica oggi è una malattia verso la quale esistono armi che fino a pochi anni fa potevamo solo sognare. Abbiamo infatti a disposizione strumenti terapeutici che consentono ai pazienti di condurre una vita normaleha affermato Carlo Francesco Selmi, responsabile Reumatologia e Immunologia Clinica di Humanitas e docente dell’Università degli Studi di Milano.

 


Rosacea: 1 persona su 5 tenuta sotto scacco

La rosacea, malattia infiammatoria cronica della pelle, ha un forte impatto sulla qualità di vita di chi ne è affetto. Ad oggi, questa malattia non ha una cura definitiva e per questo chi ne soffre prova spesso perdita di fiducia in sé stesso, frustrazione e rassegnazione.

Una recente indagine internazionale, promossa da Galderma e condotta su oltre 700 pazienti con rosacea e 500 medici, ha valutato il reale impatto di questa malattia, le cui manifestazioni, secondo quanto dichiarato dagli interessati, rimangono costantemente visibili nel 60% dei casi ma sono i periodici peggioramenti l’aspetto più temuto, nel 90% dei casi. Indipendentemente dal modo in cui si manifesta, la malattia influenza fortemente la vita di 1 persona su 3 e, in oltre la metà dei casi, ha ripercussioni sulla produttività lavorativa. 1 persona su 5 modifica in modo sostanziale le proprie abitudini quotidiane e quasi il 90% rinuncia a quelle attività che possono peggiorare i sintomi o causarne la ricomparsa. Tra queste, la prima è l’esposizione solare, nel 50% dei casi, seguita dall’assunzione di alcol e cibi speziati, rispettivamente nel 33% e 26% dei casi.

I risultati di questa indagine confermano l’impatto psicologico che la rosacea ha sui pazienti, che molto spesso non è strettamente legato alla gravità dei sintomi. Questo aspetto ha portato i dermatologi a un cambiamento nel razionale per il trattamento della rosacea. Le nuove indicazioni terapeutiche raccomandano di dare sempre più importanza alle problematiche del singolo paziente e a quegli aspetti della malattia che vengono percepiti come più invalidanti. I trattamenti, per essere considerati ‘di successo’, dovrebbero determinare una totale remissione delle manifestazioni cliniche e della sintomatologia e di conseguenza, devono essere rivolti ad ottenere il più alto grado di risoluzione clinica possibile, al fine di ridurre o minimizzare l’impatto della malattia e delle così tanto temute recidive” – ha spiegato Giuseppe Micali, Direttore della Sezione di Dermatologia e Venereologia, Dipartimento di Specialità Medico-Chirurgiche, Università di Catania.

Le persone in totale remissione (clear), che quindi non hanno più lesioni infiammatorie o eritema, rispetto a quelle quasi in remissione (almost clear) dichiarano una minore impatto psicologico e sociale riferendo una maggiore libertà nei comportamenti. Di queste, circa il 50% non ritiene che la malattia influenzi la loro qualità di vita. Questo risultato è supportato da una recente revisione analitica dei dati in letteratura1 relativa ai soggetti che raggiungono il clear con terapie topiche. La percezione soggettiva di miglioramento da parte dei pazienti è influenzata negativamente dal conseguimento di una quasi remissione rispetto a quanto riferito da quelli che hanno ottenuto la completa remissione clinica (42% almost clear vs 77% clear). Visto l’impatto che hanno le ricadute sulla vita dei pazienti, un ulteriore aspetto importante emerso da questo studio è che la completa remissione rispetto alla quasi remissione risulta associata ad un periodo più lungo “libero da patologia in cui non sono necessari trattamenti” (8 mesi vs 4 mesi).

Se si confronta il modo in cui medici e pazienti valutano l’impatto delle diverse manifestazioni cliniche, emerge come i medici diano un maggiore peso a quelle tipicamente associate alla malattia, quali ad esempio il rossore persistente, il gonfiore, la presenza di papule e pustole, desquamazione, mentre sottovalutino i sintomi quali dolore, prurito e bruciore. Questo si riflette nell’insoddisfazione dei pazienti con rosacea: l’82% sente infatti che la malattia non è sotto controllo nonostante i trattamenti e il 29% non si sente ascoltato dal proprio medico.

È interessante rilevare che spesso chi soffre di rosacea non si rivolge al dermatologo, ma preferisce lo scambio di consigli con altre persone online. Questo ha portato uno dei più seguiti profili Facebook (Rosacea Italia) a raccomandare sempre di rivolgersi a un medico per avere una diagnosi certa.

La rosacea è una comune malattia infiammatoria della pelle che presenta caratteristiche cliniche variabili, e che riguarda per lo più le aree centrali del viso, come guance e naso. La malattia riguarda sia maschi sia femmine adulti, spesso dopo i 30 anni. Tra i sintomi più comuni ci sono arrossamento, eritema persistente e lesioni infiammatorie, oltre a dolore, bruciore e aumentata sensibilità della pelle. Spesso possono essere colpiti anche gli occhi, apparendo rossi, secchi e irritati.

Le cause della rosacea sono ancora dibattute, ma sono noti diversi fattori scatenanti, tra i quali cibi speziati, alcol, stress, esposizione solare, bagni caldi. Nelle persone con rosacea si è inoltre osservata un’elevata quantità del microrganismo Demodex, generalmente innocuo negli altri soggetti.

La rosacea può peggiorare se non trattata. Le persone che sospettano di soffrirne dovrebbero consultare il proprio dermatologo per una diagnosi certa e discutere il miglior trattamento. La diagnosi e la classificazione della rosacea si basano sulla valutazione clinica del paziente (esame fisico, storia clinica ed esclusione di altre patologie che possano entrare in diagnosi differenziale).

Non esiste a tutt’oggi una cura definitiva per la rosacea. È tuttavia disponibile una serie di terapie (molte delle quali sviluppate negli ultimi anni) che, utilizzate nel contesto clinico adeguato, consentono di migliorare i sintomi, le manifestazioni cliniche e la percezione del malato verso la sua malattia. Nell’ampia gamma di terapie disponibili vi sono approcci di natura diversa, sostanze farmacologiche e terapie fisiche. I trattamenti topici comprendono brimonidina per l’eritema e ivermectina, metronidazolo o acido azelaico per la forma papulo-pustolosa. Tra le terapie sistemiche, l’unico farmaco approvato ad oggi è la doxiciclina al dosaggio antinfiammatorio di 40 mg indicato per il trattamento delle lesioni infiammatorie papulo-pustolose. Le terapie fisiche sono utilizzate soprattutto per il trattamento delle teleangectasie. Oltre alle terapie farmacologiche, la routine cosmetologica e la cura quotidiana della cute rivestono un ruolo accessorio ma importante per il mantenimento dei risultati ottenuti.

1 Webster, G., Schaller, M., Tan, J., Jackson, J. M., Kerrouche, N., & Schäfer, G. (2017). Defining treatment success in rosacea as ‘clear’may provide multiple patient benefits: Results of a pooled analysis. Journal of Dermatological Treatment, 28(5), 469-474.

 


Brodalumab, maggiori probabilità di pelle libera da lesioni rispetto al ustekinumab, nella psoriasi

I risultati presentati al 27° Congresso della European Academy of Dermatology and Venereology (EADV) a Parigi dimostrano che il trattamento con brodalumab di LEO Pharma, nelle persone che soffrono di psoriasi a placche da moderata a grave, è associato a una più rapida riduzione del punteggio PASI (Psoriasis Area Severity Index) assoluto e a una maggiore probabilità di ottenere una cute completamente libera da lesioni in tutte le aree del corpo, rispetto al trattamento con ustekinumab.1,2

La possibilità di ottenere una cute completamente libera da lesioni (complete skin clearance) può fare la differenza nella vita delle persone con la psoriasi, secondo il Report PsoClear recentemente pubblicato.3

I risultati della prima delle due analisi dei dati raggruppati dagli studi AMAGINE-2 e AMAGINE-3 hanno mostrato che una percentuale maggiore di pazienti trattati con brodalumab ha raggiunto un punteggio assoluto PASI 0, ovvero una cute completamente libera nel tempo da lesioni e senza alcun segno della malattia, rispetto ai pazienti trattati con ustekinumab (rispettivamente 75% contro 52%, dopo 52 settimane).1 I punteggi PASI assoluti valutano la gravità di arrossamento, ispessimento e desquamazione della cute nelle differenti aree del corpo, laddove un punteggio minore di 3 è indicativo di successo del trattamento.4

I risultati della seconda analisi indicano che il tempo occorrente al 50% dei pazienti per raggiungere la cute completamente libera da lesioni in tutte le regioni del corpo – testa e collo, tronco, arti superiori e arti inferiori – è più breve con brodalumab che con ustekinumab. Nel corso delle 52 settimane di analisi, già alla seconda settimana sono state rilevate percentuali più elevate di cute completamente libera da lesioni nei pazienti trattati con brodalumab.2

Il professor Marc Radtke, dell’Institute for Health Care Research in Dermatology and Nursing, Amburgo, Germania, ha commentato:

Anche se una percentuale relativamente piccola della superficie corporea è affetta dalla psoriasi, può comunque rappresentare un notevole disagio. Gli ultimi dati su brodalumab sono di grande interesse per medici e pazienti, perché mostrano il risultato che il trattamento può ottenere sia complessivamente sul corpo sia in specifiche aree. Tutto questo ci dice che con i trattamenti più recenti si raggiungono gradi elevati di cute libera da lesioni”.

Il raggiungimento di una cute completamente libera da lesioni è una importante pietra miliare per le persone che soffrono di psoriasi e ha una diretta correlazione con la loro qualità di vita, incluso il loro livello di felicità.3.5,6

Il recente Report PsoClear, condotto su 7.644 pazienti europei, ha mostrato, infatti, come coloro che convivono con la malattia potrebbero essere, in media, il 49% più felici ottenendo una pelle sana, intendendo per pelle sana una cute completamente libera da lesioni e sintomi come prurito e desquamazione.3 Circa uno su quattro (24%) crede che ottenere una cute libera da lesioni permetterebbe loro di vivere la miglior vita possibile, dando il punteggio più alto su una scala di 10 punti al loro grado di felicità potenziale.3 Comunque, non tutti gli intervistati si sentivano così ottimisti. Circa due terzi (63%) delle persone che vivono con la psoriasi pensa che il raggiungimento di una cute libera da lesioni sia impossibile o molto difficile da ottenere.3

Con trattamenti come brodalumab, che possono offrire ai pazienti la possibilità di una cute libera da lesioni, siamo ora in grado di capire e di valorizzare maggiormente l’impatto che questo miglioramento può avere nella loro vita. Per noi di LEO Pharma, aiutare le persone ad avere una pelle più sana è alla base di tutto il nostro lavoro e vogliamo che tutte le persone con la psoriasi abbiano la possibilità di sperimentare la differenza rivoluzionaria data dalla guarigione completa” – dichiara Gitte Aabo, Presidente & CEO di LEO Pharma.

Al congresso annuale EADV 2018 sono stati presentati in tutto 13 abstract su brodalumab e sulla cute completamente libera da lesioni nella psoriasi.

Brodalumab | E’ indicato nell’Unione Europea per il trattamento della psoriasi a placche da moderata a grave negli adulti che sono candidati alla terapia sistemica.7 E’ il primo e unico trattamento biologico per la psoriasi che inibisce selettivamente la subunità A del recettore per l’interleuchina-17 (IL-17).8,9

Questi recettori sono quelli attraverso i quali le citochine IL-17 – una famiglia di proteine coinvolte nelle risposte immunitarie – trasmettono i segnali, provocando l’infiammazione associata alla psoriasi. Altri trattamenti biologici anti IL-17 colpiscono solamente la citochina IL-17A. 8,10,11,12 Questo meccanismo di azione è differente rispetto a tutti gli altri trattamenti biologici contro la psoriasi attualmente disponibili.8,9

L’efficacia e la sicurezza di brodalumab sono state esaminate in tre trial clinici: AMAGINE-1, AMAGINE-2 e AMAGINE-310 In totale, i trial hanno coinvolto 4.373 pazienti con psoriasi da moderata a grave,10 ad oggi la più vasta popolazione di studio in un programma di sviluppo di un nuovo trattamento biologico per la psoriasi.11, 12, 13, 14, 15, 16, 17

I risultati indicano che brodalumab ha permesso di ottenere una risposta rapida18,19 e duratura,20 così come livelli elevati di cute libera da lesioni10,21 e migliorato la qualità di vita correlata alla salute.21

I dati dei trial clinici hanno dimostrato come brodalumab sia ben tollerato, con un profilo di sicurezza accettabile.22,23 Gli effetti indesiderati più comuni sono stati artralgia (dolori articolari), mal di testa, astenia, diarrea e dolore orofaringeo (bocca e gola).10

LEO Pharma ha un accordo di partnership con AstraZeneca, che ha concesso a all’azienda la licenza esclusiva per sviluppare e commercializzare brodalumab in Europa. Al di fuori dell’Europa, la Valeant Pharmaceuticals detiene i diritti commerciali globali per brodalumab, eccetto che in Giappone e in alcuni altri paesi Asiatici, dove i diritti sono detenuti dalla Kyowa Hakko Kirin Co.Ltd.

La Commissione Europea ha concesso nel luglio 2017 l’autorizzazione alla commercializzazione di brodalumab.10,21

La psoriasi | E’ una malattia infiammatoria, comune, cronica, immunomediata che coinvolge soprattutto la cute.24 I sintomi più frequenti segnalati comprendono ispessimento e desquamazione della cute, prurito ed eritema (arrossamento superficiale della cute, in genere a macchie).24

Si stima che in tutto il mondo 125 milioni di persone convivano con la psoriasi,25 dei quali circa 14 milioni in Europa.26

La psoriasi può essere una condizione dolorosa, invalidante e stigmatizzante, con forti conseguenze sociali e psicologiche nella vita delle persone.24 I pazienti con psoriasi, specialmente quelli con i sintomi più gravi, hanno un rischio maggiore di sviluppare altre patologie correlate,27 comprese malattie cardiovascolari 28,29,30 e metaboliche (una combinazione di diabete, pressione sanguigna elevata e obesità).31 Nelle persone con psoriasi sono più comuni anche complicazioni a livello mentale, come la depressione e l’ansia.32

Secondo la World Health Organization, il peso della convivenza con la psoriasi è sottostimato, ed è urgente combattere la stigmatizzazione e migliorare i trattamenti.24

Report PsoClear | La ricerca si è posta l’obiettivo di esaminare le prospettive delle persone che vivono con la psoriasi relativamente a cosa significhi ottenere una cute sana, definita come “cute che è completamente libera da lesioni e sintomi quali prurito e desquamazione”.

I risultati del Report PsoClear sono stati raccolti attraverso PsoHappy, una piattaforma online di sostegno finalizzata ad analizzare e promuovere il benessere delle persone che convivono con la psoriasi. In collaborazione con l’Happiness Research Institute, PsoHappy ha analizzato le risposte di circa 120.000 persone in 184 Paesi per stilare il primo World Psoriasis Happiness Report, pubblicato nell’Ottobre 2017.33

Il sondaggio ha unito modelli di indagine convalidati che, analizzando aspetti della salute mentale, con metodologie originali e domande a risposta aperta, hanno colto le esperienze e le emozioni degli intervistati. Il sondaggio si è svolto tra aprile e maggio 2018, raccogliendo le risposte di 7.644 intervistati tra i 15 e gli 80 anni d’età in 12 Paesi Europei: Austria, Belgio, Repubblica Ceca, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Italia, Norvegia, Portogallo, Spagna e Regno Unito.3

 

  1. Zachariae C, et al. European Academy of Dermatology and Venereology annual congress 2018. e-poster number: P0453.
  2. Segaert S, et al. European Academy of Dermatology and Venereology annual congress 2018. e-poster number: P0457.
  3. PsoClear Report 2018.
  4. Zheng J, Br J Dermatol 2017;176(3):576.
  5. Strober B, et al. J Am Acad Dermatol 2016;75:77–81.
  6. Rapp SR, et al. J Am Acad Dermatol 1999;41:401–7.
  7. European Commission, Community register of medicinal products for human use, Kyntheum® (brodalumab).
  8. Campa M, et al. Dermatol Ther 2016;6:1–12.
  9. Coimbra S, et al. Core Evidence 2014;9:89–97.
  10. Kyntheum®. Summary of Product Characteristics 2017.
  11. Cosentyx®. Summary of Product Characteristics. August 2017.
  12. Taltz®. Summary of Product Characteristics. January 2018.
  13. European Medicines Agency. EPAR summary for the public: Cosentyx. 2015.
  14. Stelara®. Summary of Product Characteristics. December 2017.
  15. Enbrel®. Summary of Product Characteristics. October 2017.
  16. Humira®. Summary of Product Characteristics. October 2017.
  17. Remicade®. Summary of Product Characteristics. August 2017.
  18. Russell CB, et al. J Immunol 2014;192:3828–36.
  19. Blauvelt A, et al. J Am Acad Dermatol 2017;77(2):372–74.
  20. Supplement to: Lebwohl M, et al. N Engl J Med 2015;373:1318–28.
  21. European Medicines Agency, European public assessment report, Kyntheum® (brodalumab).
  22. Attia A, et al. Clin Drug Investig 2017;37(5):439–451.
  23. Papp KA, et al. Br J Dermatol 2016;175:273–86.
  24. World Health Organization (WHO). Global Report on Psoriasis.
  25. The International Federation of Psoriasis Associations.
  26. Ortonne J, et al. Eur J Dermatol 2004;14:41–45.
  27. Reich K. Eur Acad Dermatol Venereol 2012;26(2):3–11.
  28. Gelfand JM, et al. JAMA 2006;296:1735–41.
  29. Ahlehoff O, et al. Eur Heart J 2012;33:2054–64.
  30. Lowes MA, et al. Ann Rev Immunol 2014;32:227–35.
  31. Langan SM, et al. J Invest Dermatol 2012;132(3 Pt 1):556–562.
  32. Dalgard F, et al. JID 2015;135(4):984 –991.
  33. PsoHappy Website.


La cheratosi attinica

cheratosi attinica
La cheratosi attinica è una lesione neoplastica epiteliale cutanea che si sviluppa spontaneamente come conseguenza di un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti (UV): la sua insorgenza è quindi correlata, più che all’avanzare dell’età, all’effetto cumulativo dell’esposizione ai raggi solari o ad altre fonti UV come i lettini abbronzanti. Le lesioni possono evolvere in carcinoma squamocellulare invasivo. Per questo motivo esse vanno diagnosticate e trattate precocemente.

Etimologia

Il termine cheratosi attinica, coniato nel 1958 da Pinkus, significa “condizione” (-osis) di eccessiva produzione di “tessuto corneo” (-kerat) provocata dalla “luce solare ultravioletta” (-aktis).

Storia

La cheratosi attinica, descritta la prima volta nel 1896 da Dubreuilh, è stata ampiamente studiata in seguito dal punto di vista clinico, istologico e dermatoscopico. Nel 1926 Freudenthal parla di “cheratoma senile”. Pinkus nel 1958 conia il termine cheratosi attinica che oggi è il più utilizzato sebbene spesso la si chiami con diversi sinonimi, quali cheratosi solare, macchie solari, cheratosi da luce solare o cheratosi senile.

Caratteristiche

La cheratosi attinica si manifesta con lesioni che possono assumere forme diverse: macchie piatte, placche ruvide e squamose, placche squamose spesse. Il colore varia dal roseo-rosso al giallastro-bruno. Le dimensioni vanno da 2 a 6 mm, ma in certi casi possono raggiungere i 4 cm di diametro. In generale le lesioni non sono accompagnate da altri sintomi, ma talvolta possono causare prurito, bruciore, sensibilità alla palpazione o dare la sensazione di avere una scheggia nella pelle; raramente possono sanguinare (traumi) o dare dolore. Non è possibile stabilire quale cheratosi attinica potrà evolvere a carcinoma squamocellulare invasivo: di conseguenza esse vanno tutte diagnosticate e trattate tempestivamente1.

Epidemiologia

Le stime di prevalenza e incidenza della cheratosi attinica possono variare molto sia per le caratteristiche della popolazione presa in esame dai diversi studi epidemiologici, sia per le differenze nei criteri diagnostici e clinici utilizzati per definire questa patologia.

Quello che è certo è che la cheratosi attinica colpisce milioni di persone e la sua incidenza è in aumento a causa della maggiore esposizione ai raggi solari UV e dell’invecchiamento della popolazione.

Studi epidemiologici condotti in Australia riportano una prevalenza del 67,7% negli uomini e del 48,9% nelle donne sopra i 40 anni di età2. Altri studi condotti su popolazioni dell’emisfero Nord rilevano valori tra l’11% e il 25%3. Quanto al nostro Paese, lo “Studio italiano sulla prevalenza della cheratosi attinica” (Prevalence of Actinic Keratoses Italian Study) riporta un valore pari all’1,4% tra le persone oltre i 45 anni e del 3% nelle persone di oltre 74 anni4. Chi è affetto da cheratosi attinica ha una probabilità sette volte maggiore di sviluppare un tumore della pelle nei 12 mesi successivi rispetto al resto della popolazione. I pazienti over 65 hanno un rischio 6 volte aumentato di sviluppare un tumore della pelle rispetto a chi non ha la cheratosi attinica. È fondamentale trattare le cheratosi attiniche come lesioni che possono evolvere in tumori cutanei invasivi non melanoma: in tal senso la cheratosi attinica può essere considerata un indicatore prezioso dell’aumento di rischio generale del carcinoma cutaneo.

Fattori di rischio

I principali fattori di rischio chiamati in causa nello sviluppo della cheratosi attinica sono l’esposizione al sole intensa e reiterata e la suscettibilità (predisposizione) ai danni solari. Uno studio multicentrico tedesco ha individuato alcune variabili correlate al rischio cheratosi attinica:

· esposizione (frequente e duratura nell’arco della vita);

· storia personale (pregresse scottature solari, tumori maligni cutanei);

· storia familiare (tumori cutanei maligni);

· professione (muratori, contadini, pescatori…);

· stile di vita (velisti, golfisti, vacanze ai tropici e in barca…);

· fattori genetici e fenotipici, protezione, scottature (pregresse prima dei 20 anni);

· sesso (più colpito quello maschile) e tipo di pelle (soggetti con pelle chiara predisposta a scottature)5.

Profilo di rischio

La cheratosi attinica si riscontra in particolare negli individui adulti di genere maschile con pelle chiara, lentiggini, capelli rossi-castano chiari, esposti nel corso della loro vita ai raggi solari in maniera continuativa o ripetuta per ragioni di lavoro o attività ludiche. La patologia, sebbene in misura minore, può colpire anche soggetti di pelle scura. Le aree corporee interessate sono quelle più esposte: cuoio capelluto, viso, collo, mani, avambracci, piedi.

Istopatologia

Le radiazioni solari UVB inducono alterazioni specifiche del DNA cellulare. Determinante è la mutazione del gene soppressore tumorale p53 che in condizioni normali svolge un compito molto importante: promuovere l’apoptosi, cioè la morte delle cellule gravemente danneggiate. La mutazione del gene p53 causata dalle radiazioni UVB dà luogo ad una proliferazione e ad una crescita inarrestabile dei cheratinociti danneggiati. Conseguenza diretta è la perdita della normale struttura degli strati cellulari che compongono l’epidermide, i cui strati profondi vengono “colonizzati” da cellule ipertrofiche, iperproliferative e spesso discheratosiche con anomalie del normale processo di cheratinizzazione6.

Diagnosi

La diagnosi di cheratosi attinica è clinica e passa per la storia personale del paziente, l’ispezione visiva della lesione, la palpazione della lesione e la valutazione istologica.

· Diagnosi strumentale: sebbene la diagnosi clinica effettuata dal dermatologo risulti affidabile almeno attorno all’81%, si può ricorrere nei casi dubbi alla dermatoscopia (dermoscopia o epiluminescenza), tecnica non invasiva che utilizza un piccolo strumento chiamato dermatoscopio ottico che ha una sensibilità diagnostica pari al 98,7% e permette diagnosi molto precoci; oppure alla biopsia che consente una diagnosi definitiva.

· Diagnosi differenziale: è fondamentale distinguere le lesioni della cheratosi attinica dai tumori cutanei invasivi non melanoma quali il carcinoma basocellulare (BCC) e il carcinoma squamocellulare (SCC). Il primo, riferito dai pazienti come una “ferita che non guarisce” si presenta come una lesione appena rilevata, lucente, rosso-marrone-bluastra, origina dallo strato inferiore dell’epidermide, a volte cresce in modo silente per anni senza dare problemi. Questo tumore non metastatizza, ma può coinvolgere le strutture circostanti e sottostanti, quindi è d’obbligo il trattamento. Nel caso del carcinoma squamocellulare, SCC, la lesione è più rilevata e crostosa. Si tratta di un tumore che nel 2-5% dei casi può dare metastasi. Si stima che ogni anno una percentuale compresa tra lo 0,025% e il 20% delle lesioni da cheratosi attinica progredisca in SCC7, il 60-80% di tutti gli SCC deriva invece da lesioni da cheratosi attinica8.

Progressione a neoplasia invasiva

È opinione comune che la cheratosi attinica corrisponda alla fase iniziale di un processo multi-step di progressione tumorale che può portare allo sviluppo del carcinoma a cellule squamose invasivo. La cheratosi attinica e il SCC invasivo sono legate da un continuum di alterazioni istologiche accomunate dalla conversione genetica indotta dalle radiazioni UVB.

Nonostante la presenza di prove e di analogie tra la cheratosi attinica e il SCC invasivo, non è possibile determinare clinicamente o istopatologicamente quali lesioni da cheratosi attinica subiranno questa progressione. Tuttavia, dal punto di vista clinico alcune manifestazioni quali eritemi frequenti, ispessimento, ulcerazione, irregolarità del bordo, indurimento, infiammazione della base o variazione delle dimensioni possono indicare tale progressione.

Una volta divenuta SCC invasivo, la lesione può sanguinare, ulcerarsi, infettarsi, distruggere le strutture anatomiche o estendersi agli organi interni (metastasi). Nei soggetti immunocompromessi il rischio di progressione da cheratosi attinica alla forma invasiva di SCC è 100 volte maggiore.

Il Campo di Cancerizzazione

Le cheratosi attiniche possono svilupparsi come lesione singola o, più frequentemente, come lesioni multiple su cute foto-danneggiata, con diffuse alterazioni neoplastiche dei cheratinociti nell’ambito di un contesto noto come ‘campo di cancerizzazione’. Questo concetto fu sviluppato per la prima volta da Slaughter nel 1953 per spiegare lo sviluppo di neoplasie primitive multiple in un’area di cellule geneticamente alterate ed un elevato tasso di recidive locali dopo terapia. Il campo di cancerizzazione è stato descritto in diversi organi quali la regione testa/collo, i polmoni, la vulva, l’esofago, la cervice uterina, le mammelle, il colon, la vescica e la cute. Il termine è utilizzato per indicare vaste aree di lesioni precancerose dove cellule geneticamente alterate, ma istologicamente senza atipie, precedono lo sviluppo di una neoplasia e si affiancano a cellule maligne già presenti. All’interno di un campo di cancerizzazione non è possibile prevedere quale CA progredirà nella forma invasiva né in quali tempi. Il trattamento dei tumori epiteliali, quindi, non deve essere limitato alle singole lesioni ma deve essere esteso a tutto il campo nel quale si sono sviluppate, affinché tutta l’area sia adeguatamente trattata, per prevenire l’invasione della membrana basale, le metastasi e la mortalità9.

I trattamenti

In Italia si stima che almeno 400.000 persone, l’1,4% della popolazione sopra i 45 anni, presentino lesioni da cheratosi attinica. Di questi, solo il 44% ha avuto una diagnosi e per almeno un quarto dei pazienti diagnosticati i medici non ritengono necessario un trattamento, che risulta essere invece di estrema importanza vista la potenziale progressione delle lesioni in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo.

Obiettivo primario dei trattamenti della cheratosi attinica è ridurre il numero di lesioni e prevenire così il rischio di progressione in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo, oltre che ottenere sollievo dai sintomi quali prurito e sensibilità.

I trattamenti utilizzati per la cheratosi attinica possono essere:

mirati alla lesione, indirizzati cioè verso una o poche lesioni visibili clinicamente;

mirati al “campo di cancerizzazione”, i cosiddetti Field Directed Treatments, usati per trattare allo stesso tempo le lesioni clinicamente evidenti e la cute fotodanneggiata circostante.

Le terapie sono di tre tipi:

trattamenti fisici (crioterapia, laser terapia, diatermocoagulazione, escissione chirurgica, curettage);

terapia fotodinamica o PDT (rivolta sia al “campo” che alle singole lesioni) effettuata tramite un agente fotosensibilizzante, il 5-metilaminolevulinato (MAL) oppure l’acido aminolevulinico cloridrato (ALA) e successiva esposizione a luce rossa;

trattamenti topici (ingenolo mebutato gel applicato una volta al giorno per 2/3 giorni consecutivi, peeling chimico diclofenac sodico 3% gel applicato due volte al giorno per almeno 60-90 giorni, imiquimod 5% crema applicato 3 volte a settimana per 4-8 settimane).

I trattamenti fisici e la terapia fotodinamica richiedono l’accesso ambulatoriale e in alcuni casi l’anestesia locale.

Gli attuali trattamenti mirati alla lesione, come la crioterapia ed il curettage, possono essere accompagnati da dolore, permanenza di cicatrici e da ipopigmentazione, il che non li rende adatti per tutti i pazienti.

Il limite principale di questi trattamenti è che non trattano il “campo di cancerizzazione”, area di potenziale rischio di addizionali cheratosi attiniche che possono emergere in tempi successivi. I trattamenti mirati al campo includono trattamenti procedurali (come dermo-abrasione e peeling chimico), non ben studiati e poco utilizzati per la cheratosi attinica e i trattamenti topici farmacologici.

Gli attuali trattamenti topici farmacologici si sono dimostrati efficaci nel curare la lesione e la pelle circostante. Ma alcuni presentano lo svantaggio di richiedere un’applicazione costante da parte del paziente per un periodo di tempo prolungato, da 4 a 12 settimane. La durata della terapia e la frequente presenza di risposte cutanee locali (Local Skin Responses – LSRs) soprattutto quando sopraggiungono mentre lo schema di trattamento non è completato, mettono a rischio l’aderenza al trattamento da parte dei pazienti.

Accade spesso che molti pazienti ai quali vengono prescritti trattamenti topici non riescano a iniziare il trattamento (non aderenza primaria), saltino delle dosi o abbandonino la terapia (non aderenza secondaria). Alcuni studi clinici dimostrano che solo un quarto dei pazienti segue con regolarità i trattamenti topici indicati dal medico. È stato infine dimostrato che il mancato completamento di un ciclo di trattamento può comportare una riduzione dell’efficacia terapeutica10.

BIBLIOGRAFIA

1 Stockfleth E. et al, J Drugs Dermatol. 2012 Dec;11(12):1462-7

2 Marks et al, Lancet. 1988 Apr 9;1(8589):795-7

3 Frost et al, Br J Dermatol. 1994 Oct;131(4):455-64

4 Naldi et al, Arch Dermatol. 2006 Jun;142(6):722-6

5 Hensen et al, Eur J Dermatol. 2009 Jul-Aug;19(4):345-54

6 Alam M. et al; N Engl J Med. 2001 Mar 29;344(13):975-83

7 Ratushny V. et al; J Clin Invest. 2012 Feb;122(2):464-72

8 Feldman S.R. et al; Cutis. 2011 Apr;87(4):201-7

9 Braakhuis B.J. et al, Cancer Res. 2003 Apr 15;63(8):1727-30

10 Berman B. et al; Cutis. 2012 May;89(5):241-50

Macchie delle pelle post-vacanze? Si possono “cancellare”

Macchie cutanee.BIODERMA

Spenta, opaca e con qualche antiestetica macchia scura sul viso, la pelle porta i segni di giornate passate sotto al sole, o semplicemente di una maggiore esposizione alla luce del sole durante le vacanze.

Le macchie cutanee colpiscono moltissime donne e uomini, di qualunque età, fototipo e razza. Si calcola che il problema riguardi il 90% della popolazione dai 50 anni in su. Pur essendo di per sé innocue, le macchie, ci comunicano che la pelle ha subito un danno. Il problema delle macchie scure, definito anche iperpigmentazione, infatti, consiste in un’alterazione del colore naturale della pelle causato da un’eccessiva produzione di melanina dovuta, oltre che all’esposizione ai raggi del sole, anche ad altri fattori come età, sbalzi ormonali, gravidanza, assunzione di medicinali fotosensibilizzanti, presenza di cicatrici, e altre cause ancora. Responsabili della produzione della melanina, sono alcune cellule della pelle, i melanociti, che sono stimolati dai raggi UV a produrre una maggiore quantità di questi pigmenti; la melanina infatti ha proprio la funzione di proteggere la pelle dalle aggressioni. Una volta prodotta, la melanina viene “trasportata” nei vari strati di cui è composta la pelle, fino ad arrivare allo strato superficiale, donando così un bel colorito bruno. Se però la melanina è prodotta in quantità eccessiva la distribuzione non avviene in maniera uniforme sulla superficie della pelle e la melanina si accumula in alcuni punti, formando le antiestetiche macchie.

Il problema però si può risolvere. Le macchie scure si possono contrastare con prodotti dermocosmetici specifici che permettono alla pelle di riacquistare un colorito uniforme e una maggiore luminosità.

Il prodotto schiarente ideale dovrebbe agire sui principali meccanismi all’origine della “colorazione” della pelle: ridurre e correggere le macchie, ma anche prevenirle; inoltre deve essere ben tollerato, anche dalle pelli più delicate. Il complesso brevettato WO®, messo a punto dai laboratori Bioderma, risponde a queste esigenze.

WO® è una combinazione unica di ingredienti attivi che agisce sui meccanismi all’origine della melanogenesi, che agisce su tutte le fasi della pigmentazione cutanea garantendo una ottima tollerabilità: limita la stimolazione dei melanociti, prevenendo la formazione di nuove macchie grazie all’andrografolide, estratto dalle foglie di una pianta asiatica, e alla melanostatina; glabridina, estratto di liquirizia, e l’azelatato di lisina inibiscono la sintesi della melanina; la vitamina PP agisce sulla distribuzione della melanina sugli strati superficiali della pelle, mentre la vitamina C rilasciata in maniera graduale e l’acido glicolico, dall’azione esfoliante, permette di correggere le pigmentazioni pre-esistenti.

Il programma schiarente White Objective di Bioderma comprende White Objective Crème Active, crema giorno ad azione preventiva e correttiva; White Objective Pen, per le macchie localizzate; White Objective Sérum, trattamento intensivo depigmentante notte; e White Objective H2O, soluzione micellare per la detersione della pelle che ottimizza l’efficacia del trattamento schiarente.

Per maggiori informazioni su macchie cutanee e programma White Objective cliccare qui

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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