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Superbugs, antibiotico resistenze, Italia e resto d’Europa

Di anno in anno, l’Italia si mantiene ai primi posti in Europa nella prevalenza di infezioni antibiotico-resistenti, con una diffusione superiore alle medie per alcuni dei principali superbatteri. Se in Europa ogni anno si stimano circa 670.000 infezioni da germi multiresistenti, quasi un terzo dei casi (200.000) si registrano in Italia. Stesse percentuali per quanto riguarda i decessi che sono circa 33.000 in Europa e 10.000 nel nostro Paese.

I dati più recenti dell’European Center for Disease Prevention and Control (ECDC) confermano la nostra ‘leadership’ nella diffusione di Klebsiella pneumoniae resistente ai carbapenemi (CRE), vero esempio di super batterio killer. Anche su altri profili di resistenza i numeri italiani sono allarmanti rispetto alla media europea, come per esempio con Pseudomonas aeruginosa Multiresistente, Enterobacteriaceae produttrici di beta lattamasi a spettro esteso, Stafilococco aureus Meticillino-resistente. Ed è di poche settimane fa il caso degli ospedali toscani dove si è registrato un outbreak da New Delhi Metallo beta-lactamase (NDM), che ha i connotati di una vera e propria epidemia da infezione microbica resistente agli antibiotici, con ben 36 decessi e oltre 100 pazienti colpiti.

Da Santa Margherita Ligure, in vista dell’European Antibiotic Awareness Day svoltosi il 18 novembre scorso, i maggiori infettivologi italiani, riuniti per l’International Meeting on Antimicrobial Chemotherapy in Clinical Practice promosso dalla SITA – Società Italiana di Terapia Antinfettiva, hanno lanciato un appello in tutte le direzioni: ai medici, affinché rivedano i loro comportamenti prescrittivi; ai cittadini, affinché usino responsabilmente gli antibiotici; alle istituzioni, sollecitate a promuovere campagne di sensibilizzazione.

Le ragioni di quanto sta accadendo sono diverse. All’interno delle strutture d’assistenza vi sono persone malate, spesso anziane e fragili, facilmente aggredibili dalle infezioni. La seconda ragione è che negli ospedali italiani viene trattata con antibiotici una percentuale di pazienti superiore a quella di altri Paesi europei. Il terzo problema è relativo alla non totale attivazione delle misure necessarie per evitare queste infezioni, come ad esempio l’uso appropriato dei guanti che servono a proteggere il paziente. Tutto questo rende urgente e necessarie iniziative di sensibilizzazione rivolte soprattutto ai cittadini: bisogna partire dalle scuole per insegnare a usare correttamente questi farmaci e spiegare il valore delle buone regole dell’igiene” – ha dichiarato Matteo Bassetti, Professore ordinario di Malattie infettive e Direttore della Clinica Malattie Infettive, Ospedale San Martino di Genova, Presidente della SITA.

In Europa le percentuali di utilizzo di antibiotici ad ampio spettro variano tra il 16% e il 62%; negli ospedali europei, fino al 50% degli antibiotici vengono usati senza necessità o in modo inappropriato. Nell’UE il consumo di antibiotici specifici per il trattamento delle infezioni multiresistenti è raddoppiato nel periodo compreso tra il 2010 e il 2014.

L’Italia è tra i primi Paesi per consumo di antibiotici (27,8 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti). Nel biennio 2016-2017, si è posizionato tra i primi paesi europei per l’utilizzo di antibiotici (44,5%), subito dopo Spagna (46,3%) e Grecia (55,6%), contro una percentuale decisamente più bassa in paesi come Inghilterra (37,4%) e Francia (19,7%).

Ovviamente nell’insieme si tratta di dati allarmanti, sui quali bisogna assolutamente intervenire ma dimostrano che in Italia c’è una forte attenzione alla sorveglianza e che il nostro Paese non nasconde i propri dati e non nega le terapie ai pazienti che non hanno possibilità reali di guarigione, a massimo rischio di essere preda di microorganismi resistenti. Il vero argomento di riflessione è il fatto che ci siano stati tanti casi concentrati in pochi ospedali, dato che impone una riflessione sull’Infection control. Probabilmente tanto quanto siamo attenti su tutti i discorsi correlati alla terapia, altrettanta attenzione dovremmo porre sulla questione della prevenzione” – ha spiegato Pierluigi Viale, Direttore UO Malattie Infettive, Policlinico Universitario S.Orsola Malpighi di Bologna e Vicepresidente SITA.

Tre gli aspetti sui quali la SITA richiama l’attenzione. Il primo riguarda il rispetto di tutte le procedure di prevenzione nell’ambito dell’Infection control: lavaggio delle mani, comportamenti corretti del personale ospedaliero. La prevenzione passa poi attraverso una corretta gestione della politica degli antibiotici: tempi di trattamento più brevi, meno terapie ridondanti, meno prescrizioni difensive, ottimizzazione delle posologie, in pratica tutti i cardini dell’antimicrobial stewardship, l’insieme di attività che connotano la visione di sistema della terapia antibiotica. Questa procedura potrebbe comportare di evitare almeno trenta prescrizioni di antibiotici su 100 fatte ogni giorno in un ospedale o in comunità.

Negli ultimi anni si sono rese disponibili nuove tecnologie di diagnosi e nuove molecole, non numerose ma efficienti. È nostro compito usarle correttamente, non sprecarle e identificarne bene gli ambiti di utilizzo” – ha aggiunto Viale.

I nuovi antibiotici sono rivolti in particolare al trattamento delle infezioni da Gram-negativi e sono in grado di ripristinare l’azione antibiotica attraverso meccanismi come l’inibizione delle beta lattamasi, enzimi prodotti dai batteri, responsabili della resistenza agli antibiotici. Ma il loro utilizzo incontra ostacoli sia regolatori, in termini di limitazioni alle indicazioni, che culturali da parte di molti medici che preferiscono prescrivere i “vecchi” antibiotici.

Il terzo tema su cui punta la SITA è l’educazione sanitaria. La Società scientifica è in prima linea per promuovere l’informazione sulle antibiotico-resistenze al pubblico ma anche ai medici. Dopo la campagna di sensibilizzazione Antibiotici – La nostra difesa numero 1 con lo spot del Supervampiro per ricordare le gravissime conseguenze per la salute umana associate alla perdita di efficacia degli antibiotici, quest’anno è partito un programma di appropriatezza dell’utilizzo degli antibiotici gestito con la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale.

Attraverso una serie di incontri sul territorio nazionale è in corso un progetto condiviso dalle due società e volto ad insegnare ai Medici di Medicina Generale ad utilizzare meglio gli antibiotici, spiegando loro quali sono i problemi relativi alle resistenze, quali sono i batteri interessati, e quindi cosa fare per evitarli e cosa fare nel momento in cui si presentano.

Il progetto ci porterà, probabilmente, anche alla produzione di linee guida e quindi alla produzione di percorsi per la terapia delle principali infezioni e gestione comunitaria (ad esempio infezioni urinarie e respiratorie). L’obiettivo è condividere insieme dei percorsi che possano essere utili non solo alla Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale ma da proporre anche al Ministero della Salute e all’Istituto Superiore di Sanità– ha osservato Matteo Bassetti.


CAMPAGNA SOCIAL DI SENSIBILIZZAZIONE PER LA PREVENZIONE DEL TUMORE COLORETTALE

In occasione della 121^ edizione del Congresso SIC (Società Italiana di Chirurgia) a Bologna, Medtronic, azienda leader nel settore dei dispositivi medici, ha dato il via alla campagna social di sensibilizzazione per la prevenzione del tumore colorettale.

Per sei mesi i canali Facebook e Twitter di Medtronic veicoleranno messaggi e informazioni sulla patologia e sull’importanza della diagnosi precoce.

L’iniziativa è rivolta alla popolazione e finalizzata alla prevenzione, alla conoscenza della patologia (i sintomi, lo screening), dei fattori di rischio, delle opzioni terapeutiche e dell’importanza della diagnosi precoce. Ma non solo, anche una landing page, dove trovare tutte le informazioni necessarie sulla neoplasia, con la testimonianza di pazienti e i suggerimenti dei clinici sul tumore colorettale, sull’importanza della prevenzione e delle opzioni terapeutiche, come la chirurgia mininvasiva.

Oggi il tumore al colon-retto è il secondo più frequente dopo quello alla mammella e rappresenta la seconda causa di morte oncologica in Italia. Un Paese che nel 2019 ha registrato 49mila casi di questa neoplasia.

La prevenzione e la diagnosi precoce assumono in questo contesto un ruolo fondamentale per la cura. Il 60% dei decessi potrebbe infatti essere evitato se tutte le persone di età superiore ai 50 anni si sottoponessero regolarmente a screening di controllo.

La prevenzione primaria riduce oggi il rischio di ammalarsi. Oggi, infatti, tende a diminuire la mortalità grazie ai programmi di prevenzione e al miglioramento delle terapie. Campagne di sensibilizzazione come questa sono molto importanti per informare la popolazione e far capire la necessità di effettuare lo screening. Oggi inoltre, grazie alle molteplici opzioni terapeutiche (chemioterapia, radioterapia, chirurgia) e ai percorsi multidisciplinari, i pazienti hanno una maggiore e migliore possibilità di cura. Con la chirurgia mininvasiva colorettale, ad esempio, il paziente può oggi diminuire da 8 a 4 giorni la degenza, senza incremento delle complicane post-operatorie, con un duplice beneficio anche per il Sistema Sanitario, grazie alla diminuzione significativa dei costi direttispiega Stefano Olmi, Responsabile delle Unità Operative di Chirurgia Generale e Oncologica, del Centro di Chirurgia Laparoscopica avanzata e del Centro di Chirurgia dell’obesità del Policlinico San Marco di Zingonia (BG).

L’iniziativa sarà attiva sui social per sei mesi. Protagonisti dei post saranno i pazienti con le loro storie e i clinici con i consigli e le informazioni più importanti sui sintomi, gli stili di vita da seguire, gli screening, la prevenzione e le opzioni terapeutiche.

Il lancio di questa campagna rappresenta un ulteriore passo a conferma del posizionamento di Medtronic come azienda volta a supportare i migliori patient pathway legati allo sviluppo di percorsi di eccellenza multidisciplinare e finalizzati a migliorare la qualità della vita delle persone, con l’intento di favorire lo sviluppo della chirurgia mininvasiva con elevato standard tecnologico, che è ancora oggi sotto utilizzata in Italia con il 27% di adozione rispetto al 30% del contesto europeo.

Una sezione della landing page sarà infatti dedicata alla chirurgia mininvasiva per le patologie colorettali con tutte le informazioni necessarie ai pazienti che si sottoporranno o desiderano approfondire questa opzione terapeutica.

FONTE | Twister communications group 

Salute, una priorità per 4 under 35 su 5

“Nonostante quello che si possa credere, il 75% degli under 35 intervistati reputa la salute come una priorità della propria vita seguita, con un notevole distacco, dalla stabilità lavorativa (36%) e dal rapporto con il partner (35%)”, spiega Francesca Merzagora, Presidente Onda.

La ricerca che abbiamo condotto per valutare la prevenzione della salute nella fascia più giovane della popolazione adulta, tra i 18 e i 35 anni di età, ci restituisce un quadro piuttosto positivo: 2 intervistati su 5 fanno prevenzione e la percezione generale è di essere in buona salute. In media, gli uomini si reputano in uno stato di salute migliore rispetto alle donne (54% degli uomini contro il 48% delle donne) e, forse per questo, hanno una maggiore tendenza a rivolgersi al medico solo quando i sintomi hanno un effetto negativo sulla vita di tutti i giorni, attitudine adottata dal 39% degli uomini rispetto al 31% delle donne”.

Questi dati emergono dall’indagine “Giovani e prevenzione” di Fondazione Onda, condotta da Elma Research, in collaborazione con Aon, su un campione di 892 persone tra i 18 e i 35 anni per valutare la propensione di questa fascia di popolazione alla cura della propria salute. La prevenzione nei giovani è stata al centro del terzo Congresso nazionale Onda, Milano 1-2 ottobre scorso, un’occasione per approfondire tanti temi di salute, declinati specificamente su questa fascia di età.

L’importanza della salute nella vita degli under 35 si riflette sulla loro conoscenza del tema: in generale, la percezione è di essere bene informati. Analizzando le fonti principali utilizzate, il 54% si informa attraverso i siti internet, seguiti dai canali medici, tra cui i medici di medicina generale e gli specialisti, e da familiari e conoscenti, rispettivamente nel 53 e 39% dei casi. Se si guarda alle due generazioni presenti nel campione, Millennials – tra i 26 e i 35 anni – e I-generation – tra i 18 e i 25 anni, si possono notare differenze sull’utilizzo delle fonti. Se i Millennials utilizzano in misura maggiore i canali medici (59% vs 47%), al contrario gli I-generation consultano, in misura maggiore, i social network (42% vs 32%).

Tra le malattie più temute, i tumori la fanno da padrone (73%), seguiti con un significativo distacco dalle malattie neurodegenerative (36%) e i disturbi psichici (35%).

Questi dati mettono in evidenzia come i giovani temano soprattutto malattie tipiche di un’età più avanzata, quali tumori e malattie neurodegenerative. Questo è indice del fatto che ciò che preoccupa viene letto in una prospettiva futura, mentre ad esempio, le malattie sessualmente trasmissibili, che sono un reale pericolo in questa fascia d’età, compaiano solo al sesto posto” – commenta Merzagora.

La minore preoccupazione per le malattie sessualmente trasmissibili coinvolge sia le donne sia gli uomini, ma in misura diversa. Infatti, gli uomini le temono maggiormente (27%) rispetto alle donne (20%). Questo si riflette, ad esempio, nel maggior ricorso a visite infettivologiche di controllo da parte loro (19% rispetto al 10% delle donne).

Le malattie a trasmissione sessuale sono un tema più sentito dagli uomini perché la cultura della protezione, grazie all’uso del condom, è più nelle mani maschili, mentre le donne hanno la percezione che a loro non possa succedere di prendere infezioni perché fanno visite ginecologiche, ed eventualmente Pap Test, e si preoccupano semmai di fare una contraccezione sicura di tipo ormonale e non di barriera, oppure naturale e poco sicura con le app. Anche la differente percezione di benessere della donna rispetto all’uomo può trovare una facile motivazione. È certo che la donna, a causa dell’impatto che le fasi del ciclo mestruale esercitano sul senso di benessere psico-fisico, si percepisce meno in salute rispetto all’uomo. Dolori mestruali, mal di testa, tensione al seno, senso di gonfiore, alterazioni dell’umore rendono le donne più attive nel cercare l’aiuto del medico e, nel contempo, meno portate, per esempio, a svolgere attività fisica che peraltro, se seguita regolarmente e con carichi di lavoro adeguati, è un toccasana per il benessere di ciascuno, uomo o donna che sia” – dice Rossella Nappi, Professore Ordinario di Ostetricia e Ginecologia dell’Università degli Studi di Pavia, IRCCS Policlinico San Matteo.

Oltre ad avere un ruolo importante sulla salute, l’attività fisica influisce anche sulla percezione stessa del benessere. Questa risulta, infatti, maggiore in chi svolge attività fisica regolare durante la settimana, 2 persone su 5: il 55% degli under 35 che svolge attività fisica più di due volte a settimana si dichiara soddisfatta del proprio stato di salute rispetto al 47% di chi la svolge meno regolarmente, 1 volta o meno a settimana, fino ad arrivare al 43% di chi non svolge alcuna attività fisica.

Per monitorare la propria salute 6 persone su 10 utilizzano App. Sono soprattutto le donne ad usarle (68% contro il 40% degli uomini), ricorrendone in maggiore misura per il monitoraggio del ciclo mestruale, 1 donna su 2. Rimanendo sempre in ambito tecnologico, i dispositivi elettronici indossabili, o wearable device, invece sono utilizzati solo dal 15%.

I giovani sono abituati a usare lo smartphone per molte delle attività che li riguardano. Naturale, quindi, che usino le App per monitorare la propria salute. Sono tuttavia necessari studi clinici che dimostrino l’efficacia di questi strumenti, soprattutto in un’ottica di prevenzione. Solo in presenza di questi risultati App e dispositivi indossabili, come smartphone e braccialetti intelligenti (per i quali i giovani sembrano nutrire un limitato interesse), potrebbero smettere di essere considerati dei gadget ed essere usati più diffusamente (ed efficacemente) dai giovani” – commenta Eugenio Santoro, Responsabile Laboratorio di Informatica Medica – Dipartimento di Salute Pubblica – Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri – IRCCS .

Infine, considerando le dipendenze più frequenti, il fumo risulta il più diffuso (54%), seguito dalla dipendenza da social network (19%), che supera quella da alcool (10%). Questi comportamenti possono facilmente radicarsi durante l’adolescenza.

Da una ricerca che abbiamo condotto su studenti delle scuole superiori milanesi (14 – 18 anni) con l’obiettivo di comprenderne le abitudini, soprattutto le dipendenze da sostanze e comportamentali, in relazione alla loro salute mentale, emerge che la totalità del campione ha uno smartphone e il 56% lo usa anche di notte, il 37% ha usato almeno una volta sostanze illecite e la percentuale di chi si è ubriacato almeno una volta negli ultimi 6 mesi tocca il 40%. Tutti i ragazzi del campione con problemi di salute mentale avevano un ritmo sonno veglia alterato, evidenziando come il sonno sia il nodo cruciale fra comportamenti disfunzionali e dimensioni psicopatologiche dei ragazzi” – sottolinea Claudio Mencacci, Presidente della Società Italiana di Neuropsicofarmacologia, Direttore Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale, ASST Fatebenefratelli-Sacco, Milano.

 


Nel calcio aumenta l’incidenza della rottura dei legamenti crociati per l’elevato numero di praticanti

Il numero delle lesioni ai legamenti del ginocchio tra i calciatori è in aumento proprio per l’elevato numero di quanti praticano questo sport. Gli infortuni si registrano infatti a livello amatoriale, tra i semi professionisti e tra i professionisti del “pallone”. Proprio a causa della natura di questo sport, che comporta salti, torsioni e cambi di direzione improvvisi, oltre ad un forte impatto fisico, le lesioni legamento crociato anteriore sono un incidente comune sui campi di calcio di tutto il mondo”dice Francesco Falez, Presidente SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia).

Un aspetto da non trascurare è quello della superficie dei terreni di gioco. Se non in buone condizioni, i campi in sintetico possono rappresentare un maggior rischio per i legamenti dei giocatori, aumentando teoricamente il rischio di lesioni rispetto all’erba naturale. 

Secondo alcune statistiche, le distorsioni e le rotture del legamento crociato anteriore colpiscono ogni anno circa 150.000 persone, la maggior parte delle quali sono atleti. Si tratta di un tasso di incidenza tra gli infortuni sportivi particolarmente elevato. Fortunatamente la maggior parte di questi infortuni può essere efficacemente trattata grazie a tecniche chirurgiche ormai collaudatissime, a un percorso riabilitativo corretto e tentare di ridurne il rischio con un adeguato programma di prevenzione.

Oggi grazie ai moderni trattamenti chirurgici, con tecniche spesso personalizzate a seconda dell’età, del tipo di sport praticato e del livello dell’atleta colpito da tale lesione, ed uniti ad un valido programma riabilitativo che segue all’intervento chirurgico, tutti possono tornare tranquillamente a praticare attività sportiva dopo un periodo di 6 mesi di recupero” – spiega Francesco Falez, Presidente SIOT (Società Italiana di Ortopedia e Traumatologia).

 

Per evitare inutili rischi e per arrivare preparati all’evento sportivo, per la SIOT è dunque fondamentale fare anche prevenzione. Gli ortopedici si soffermano così sulle misure da prendere e sulle varie modalità di esercizio:

Attuare un allenamento mirato per la forza muscolare

Eseguire un programma di allenamento mirato al potenziamento muscolare degli arti inferiori, migliorare la cosiddetta propriocezione degli arti (con esercizi mirati e consigliati da preparatori atletici o fisioterapisti) che riduce il rischio di infortuni soprattutto con il gesto atletico tipico del calcio (cambi di direzione, contrasti, salti, etc.). Non ultimo un buon programma di allungamento muscolare (stretching) è necessario per completare un corretto programma di preparazione atletica mirata anche alla prevenzione.

Il ruolo dello specialista in medicina dello sport

Fondamentale individuare potenziali carenze muscolari e tendinee (valutazione con il medico dello sport) e personalizzare, in questo caso, il programma di prevenzione.

 

SIPPS: a Napoli un incontro inter-societario su prevenzione, sport, corticosteroidi inalatori, alimentazione e tanto altro

Prevenzione, Corticosteroidi inalatori, Sport, Alimentazione, con un focus sul Progetto ‘Nutripiatto’ e Odontoiatria. È intorno a queste macroaree che si è svolto nei giorni scorsi a Napoli l’incontro intersocietario, organizzato della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale.

Dal 6 al 7 settembre scorso la SIPPS, con otto documenti intersocietari in collaborazione con 21 società scientifiche e 365 autori di diversa estrazione, ha acceso i riflettori su alcuni dei temi che rappresentano, storicamente, le sue aeree di interesse.

Durante questa “due giorni”, pediatri di varia estrazione (di famiglia, ospedalieri e universitari) insieme ad esperti di altre aeree, provenienti da tutta Italia, hanno presentato le Consensus, i Documenti e i Progetti intersocietari che saranno affrontati e discussi a Como, dal 24 al 27 ottobre 2019, nel corso del XXXI Congresso Nazionale SIPPS.

Ad aprire i lavori la sessione dedicata alla ‘Prevenzione primaria dei disturbi del neurosviluppo e dello spettro autistico’. Durante la presentazione, le rappresentanti dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) presenti, hanno mostrato grande interesse verso l’argomento invitando la SIPPS e le altre società coinvolte ad un lavoro di stretta e proficua collaborazione con l’ISS.

Spazio poi alla prima delle nuove Consensus intersocietarie: quella relativa all’uso dei corticosteroidi inalatori in età evolutiva. Consensus nata dalla collaborazione di 8 società scientifiche: SIPPS, SIP, FIMP (Federazione Italiana Medici Pediatri), SIAIP (Società Italiana di Allergologia e Immunologia Pediatrica), SIMA (Società Italiana di Medicina dell’Adolescenza), SIMEUP (Società Italiana di Medicina di Emergenza ed Urgenza Pediatrica), SIMRI (Società Italiana per le Malattie Respiratorie Infantili) e SICuPP (Società Italiana delle Cure Primarie Pediatriche). Gli esperti si sono soffermati su numerose tematiche: dalla metodologia relativa alla stesura del documento alla rinosinusite fino all’ipertrofia adenoidea, al wheezing e all’utilizzo dei cortisteroidi inalatori nell’asma.

La seconda Consensus intersocietaria discussa nel capoluogo partenopeo ha riguardato ‘Il bambino e l’adolescente che praticano sport’. Il documento, fra i vari argomenti, contiene anche dei focus specifici sugli integratori, i pro-biotici, le allergie, le patologie endocrine e il diabete nel bambino che praticato sport. Insieme alla SIPPS, alla stesura del testo hanno preso parte SISMES, FIMP, SITOP, SIPEC, SIMA, SIAIP, SINut, oltre agli Psicologi dello sport. Il documento nasce con l’intento di sensibilizzare i pediatri e, tramite loro, le famiglie sull’importanza dell’attività sportiva, consapevoli dei vantaggi e dei rischi che può comportare, al fine di prevenire e curare eventuali patologie fisiche o psicologiche ad essa correlate.

Il Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, il Professor Silvio Brusaferro, ha mostrato grande interesse per questa Consensus. Per il Presidente Brusaferro queste indicazioni si inseriscono armoniosamente nel tessuto comunicativo dell’Istituto, che intende promuovere e sostenere stili di vita sani, fin dall’infanzia, per tutelare la salute presente e futura dell’intera cittadinanza. Per tali motivi, sia nel panel di esperti della Consensus sia in questa “due giorni” ha inviato una sua diretta collaboratrice.

L’alimentazione complementare è la terza Consensus intersocietaria presentata a Napoli; a questa hanno lavorato la SIPPS, la FIMP, la Società Italiana di Nutrizione Pediatrica (SINUPE) e la Società Italiana Developmental Origins of Health and Disease (SIDOHaD). Un vero e proprio strumento non solo volto alla corretta alimentazione del lattante, secondo le più recenti evidenze scientifiche, ma anche alla prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili e alla riduzione delle ineguaglianze sociali. Per la sua stesura, il documento ha arruolato oltre 70 autori di grande prestigio nazionale e internazionale. Anche per questa Consensus, l’Istituto Superiore di Sanità ha mostrato estremo interesse, che si è tradotto nella presenza di una collaboratrice diretta del Presidente Professor Brusaferro, a presiedere la sessione congressuale sulla Consensus al prossimo Congresso Nazionale della SIPPS a Como (24 al 27 ottobre 2019).

Altro documento presentato durante l’incontro di Napoli è stata la Guida pratica di odontoiatria pediatrica. Una Guida redatta con l’intento di fornire gli strumenti utili a riconoscere e prevenire i principali quadri di patologia orale e che sottolinea l’importanza della promozione della corretta salute orale. Questa Guida ha coinvolto, oltre alla SIPPS anche la FIMP e tutte le principali Società scientifiche dell’odontoiatria italiana: la SIOI (Società Italiana di Odontoiatria Infantile), la SIOCMF (Società Italiana di Odontostomatologia e Chirurgia Maxillo-Facciale), la SISOPD (Società Italiana di Stomatologia e Protesi Dentaria), la SIOF (Società Italiana di Odontoiatria Forense) e la SIDO (Società Italiana di Ortodonzia).

Altro progetto presentato durante l’incontro è il ‘Progetto Nutripiatto’, strumento di educazione nutrizionale sviluppato in collaborazione con il Campus Biomedico di Roma e rivolto ai bambini dai 4 ai 12 anni, studiato con il fine di promuovere i principi di un’alimentazione sana e bilanciata.

L’incontro si è concluso con l’aggiornamento di due progetti. Il primo ha riguardato la position paper sulle diete vegetariane in età pediatrica ed in gravidanza mentre il secondo ha riguardato il ‘Progetto Tandem’, iniziativa di coinvolgimento consapevole del genitore, in alleanza con il pediatra di famiglia, nella valutazione dello sviluppo neurocognitivo del bambino.

Sono estremamente soddisfatto di quanto fatto a Napoli un incontro che ha visto, in un clima sereno e di massima collaborazione, la presenza di oltre 50 partecipanti di varia estrazione professionale, dai quali abbiamo raccolto consensi nella gestione integrata dei bisogni di salute dei nostri piccoli pazienti. E, cosa molto importante, abbiamo gettato le basi per analizzare quello di cui discuteremo ancora più in dettaglio nel nostro Congresso Nazionale di Como” – ha dichiarato Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS

 

Cancro al colon e consumo di yogurt

Un recente studio indica che gli uomini che mangiano almeno due yogurt a settimana potrebbero ridurre il loro rischio di cancro colorettale.

I ricercatori – guidati da Yin Cao della Washington University School of Medicine di St. Louis – hanno esaminato i dati relativi a 32.606 professionisti sanitari di sesso maschile e 55.743 di sesso femminile che si sono sottoposti a una colonscopia tra il 1986 e il 2012. I partecipanti allo studio hanno fornito informazioni dettagliate su salute, stile di vita, alimentazione e abitudini di esercizio fisico ogni quattro anni.

In questo lasso di tempo si sono verificati 5.811 casi di adenomi colorettali negli uomini e 8.116 nelle donne.

Rispetto agli uomini che non avevano mangiato yogurt, quelli che ne avevano consumati almeno due a settimana presentavano il 19% in meno delle probabilità di sviluppare i adenomi e il 26% in meno delle probabilità di sviluppare adenomi con il più elevato potenziale di malignità.

I nostri dati forniscono nuove evidenze sul ruolo dello yogurt nella fase iniziale dello sviluppo del cancro colorettale. I risultati, se confermati da futuri studi, indicano che lo yogurt potrebbe rappresentare un fattore complementare dello screening per il tumore colorettale e ridurre il rischio di adenoma tra i soggetti non controllati” – osserva Yin Cao.

In precedenti studi, il consumo di yogurt è stato legato a un rischio inferiore di cancro del colon e cancro rettale e alcuni scienziati ritengono che ciò potrebbe accadere perché lo yogurt promuove la crescita di batteri sani nell’intestino.

In questo studio il consumo di yogurt non sembra aver influito sul rischio di sviluppare polipi precancerosi nelle donne.

Si ritiene che molta parte del beneficio dei latticini provenga dal calcio che forniscono, che sappiamo essere in grado di prevenire il cancro del colon. Tuttavia i risultati di questo studio indicano che lo yogurt potrebbe ridurre il rischio percorrendo una strada diversa dal calcio” – osserva Graham Colditz, direttore associato per la prevenzione e il controllo presso l’ Alvin J. Siteman Cancer Center di Saint Louis, non coinvolto nello studio.

 

Yogurt consumption and risk of conventional and serrated precursors of colorectal cancer – Xiaobin Zheng, Kana Wu, Mingyang Song, Shuji Ogino, Charles S Fuchs, Andrew T Chan, Edward L Giovannucci, Yin Cao, Xuehong Zhang – http://dx.doi.org/10.1136/gutjnl-2019-318374

Uniti per combattere la diffusione del diabete nel mondo

Proposte e priorità del piano di azione delineato dal progetto Cities Changing Diabetes per affrontare il diabete nella città metropolitana di Roma; discussione preliminare sull’avviamento del progetto nell’area di Milano; stipula dell’accordo di collaborazione strategica tra le metropoli di Houston, Milano, Roma e Shangai, per un approccio condiviso alla sfida posta dal diabete urbano; firma del protocollo d’intesa tra l’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città” italiano e il britannico All-Party Parliamentary Group for Diabetes, per lo sviluppo di una collaborazione istituzionale congiunta, presentazione della figura dello Health City Manager: sono alcuni degli aspetti salienti del summit internazionale “Creating the World of Tomorrow – At the Heart of the City” che si è svolto a Roma, l’8 luglio scorso, e che ha convogliato nella capitale esperti, politici, amministratori ed esponenti della società civile per due giorni di dibattito sul tema del diabete.

Secondo i dati resi noti annualmente dal rapporto dell’International Diabetes Federation, il diabete riguarda nel mondo 425 milioni di adulti, più di un milione di bambini; causa ogni anno oltre 4 milioni di decessi, costa all’economia globale, di sola spesa sanitaria, 727 miliardi di dollari, cioè il 12 per cento del totale. Sono oltre 352 milioni le persone a rischio di ammalarsi, il che porta al coinvolgimento complessivo con la malattia di 1 abitante del pianeta su 10, ma ciò che preoccupa maggiormente è il rapido trend di crescita, per cui nel 2045 si prevedono 629 milioni di malati, con una crescita del 48 per cento rispetto ad oggi.

Di particolare rilevanza, il tema della diffusione epidemica della malattia nelle città e nelle aree urbane, in cui risiedono oggi quasi i due terzi delle persone colpite dal diabete; per questa ragione, nel 2014 ha visto la luce, promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, il progetto internazionale Cities Changing Diabetes che si propone di studiare il fenomeno, suggerendo possibili risposte e correttivi. Ad oggi ha coinvolto una ventina di metropoli nei cinque continenti, Roma sin dal 2017 e Milano, new entry 2019, per l’Italia.

Proprio al progetto Cities Changing Diabetes e al diabete urbano è stata dedicata la prima giornata di lavori dell’incontro romano che ha visto lo svolgersi del 4th Health City Forum e 3rd Roma Cities Changing Diabetes Summit. Organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Health City Institute, I-Com Istituto per la competitività, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane e Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città”, il summit è stato anche occasione per avere il punto di vista della FAO e dell’OMS, grazie alla partecipazione di Anna Lartey, Direttore della Divisione Nutrizione e Sistemi alimentari della FAO, e di Francesca Racioppi, Direttore del Centro europeo salute e ambiente dell’OMS.

Il progetto Cities Changing Diabetes sviluppato nella Città Metropolitana di Roma ha visto la collaborazione di ben 140 esperti di diversa estrazione – clinici, economisti, sociologi, amministratori pubblici – che hanno analizzato il contesto socio-demografico e clinico epidemiologico dell’area cittadina che, con quasi 300mila persone con diabete, rappresenta la città con il maggior numero assoluto di diabetici nel nostro Paese. Oggi presentiamo un impegnativo piano di azione triennale, che possa indicare le azioni da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico del diabete tipo 2 a Roma” – ha spiegato il coordinatore Andrea Lenzi, Presidente dell’Health City Institute e del Comitato nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Le indicazioni degli esperti per Roma sono state esplicitamente rivolte a ridefinire il contesto urbano sulla base della distribuzione dei fattori di rischio più importanti all’interno dell’area metropolitana di Roma, ridurre le disuguaglianze, rafforzare la rete di servizi socio-sanitari.

Sei le aree di intervento individuate:

a) creazione di strutture socio–sanitarie più adeguate allo sviluppo urbanistico, che vede importanti mutamenti del contesto socio–demografico e un significativo impatto dell’afflusso interurbano di persone non residenti, per ragioni di lavoro, studio e turismo;

b) rafforzamento delle reti di assistenza e della medicina di prossimità sul territorio, con una rete sanitaria che guardi alle esigenze della comunità piuttosto che a quelle del territorio, per venire incontro all’invecchiamento della popolazione e all’incremento delle famiglie monocomponente con la loro intrinseca fragilità di fronte a una condizione come il diabete;

c) sostegno della mobilità sostenibile e miglioramento della fruibilità delle reti di trasporto condiviso e pubblico, per facilitare le connessioni tra i luoghi e i servizi alla persona e alla famiglia che garantiscono un accesso equo ai servizi socio–sanitari per i cittadini;

d) aumento dell’informazione disponibile ai soggetti più vulnerabili, condizione necessaria alla base della scelta di condurre stili di vita sani e quindi al miglioramento della propria condizione di salute, attraverso progetti di formazione ed educa­zione che coinvolgano scuole, terzo settore, medici di famiglia, farmacie e istituzioni sul territorio;

e) creazione di una rete uniforme di assistenza specialistica, attivando allo stesso tempo progetti di screening per la preven­zione e la diagnosi precoce, mediante la piena attuazione del Piano Regionale sulla Malattia Diabetica, pubbli­cato dalla Regione Lazio nel dicembre 2015;

f) sviluppo di sistemi innovativi, come le centrali operative delle cronicità (C.O.C.) delle Asl che possono rappresentare un modello virtuoso di gestione integrata dei pazienti, a tutela della presa in carico della complessità per l’assistenza territoriale e delle transizioni da un luogo di cura all’altro o da un livello clinico-assistenziale ad un altro, e lo sviluppo di si­stemi di telemedicina e telesoccorso utili per l’assistenza domiciliare.

Importanti anche le collaborazioni e l’interscambio di esperienze.

La rapida urbanizzazione globale sta modificando sia il luogo in cui la gente vive sia il modo in cui vive. La pianificazione urbana, le politiche e l’approccio culturale hanno un impatto diretto sulla salute delle persone. Questi dati di fatto costituiscono le fondamenta sulle quali si basa un accordo che sarà siglato tra le commissioni di esperti che sovraintendono ai progetti Cities Changing Diabetes di Roma, Milano, Shangai e Houston, con l’obiettivo di definire modalità di lavoro comuni e di interscambio tra alcune delle realtà che stanno affrontando con maggiore impegno la sfida del diabete urbano” – ha detto Michele Carruba, coordinatore del progetto nella Città metropolitana di Milano.

Collaborazione, identificazione e studio dei determinanti alla base del fenomeno, promozione educativa e culturale, riconfigurazione urbanistica per favorire un ambiente promotore di salute, condivisione delle esperienze e dei casi di successo e coinvolgimento di nuove città nel programma saranno i pilastri dell’accordo.

Non solo, nella giornata del 9 luglio, è stato siglato un protocollo d’intesa tra rappresentanti dei parlamenti italiano e inglese, che avrà l’obiettivo di studiare azioni politiche comuni.

La lotta e in particolare la prevenzione del diabete necessitano dello sviluppo di azioni coordinate tra mondo accademico, scientifico, e politico. Questo accordo di collaborazione interparlamentare con i colleghi di Westminster rappresenta un importante passo in tal senso. Il nostro obiettivo comune sarà di sviluppare politiche volte alla prevenzione primaria della malattia, alla prevenzione delle complicanze, all’identificazione di indicatori che permettano di misurare il fenomeno e valutare il successo degli interventi, che saranno sia in ambito educativo e culturale, sia organizzativo. L’aspetto fondamentale dell’intesa, tuttavia, rappresenta il tentativo di dare vita a un modello di alleanza politica sul diabete in Europa, che possa indirizzare le future politiche di contrasto alla malattia, le priorità di finanziamento della ricerca e, in ultima analisi, aiutino a invertire la rotta di crescita del diabete urbano” – ha detto Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città” e Vice Presidente Vicario ANCI.

Infine, la nuova figura dello Health City Manager, un professionista in grado di migliorare il contesto urbano riguardo la salute, coinvolgendo i cittadini nelle scelte politiche e impegnando le amministrazioni nella promozione della salute dei cittadini, il tutto anche attraverso modalità di partenariato pubblico–privato. Un ruolo, già individuato nella Roma Urban Health Declaration siglata durante il G7 sulla salute del novembre 2017 e dal documento di indirizzo approvato dal Comitato delle Regioni dell’Unione Europea e auspicato dal Commissario Europeo per la salute Andriukaitis, ritenuto in grado di guidare il processo di miglioramento della salute in ambito urbano, in sinergia con le amministrazioni locali e sanitarie.

L’aumento dell’aspettativa e della buona qualità di vita correlata a una riduzione dei decessi prevenibili a causa di malattie non trasmissibili, porterà come conseguenza alla creazione di strutture di coordinamento tra diversi settori della governance urbana che interagiscono con la salute. Un coordinamento che dovrà avvenire attraverso il coinvolgimento di diversi livelli di governo – locale, regionale e nazionale – ed essere supportato da azioni globali e quale fattore primario da una osservazione dinamica dei determinanti della salute nelle città. In questo vi è la necessità di nuove figure professionali di coordinamento tra le amministrazioni comunali e le amministrazioni sanitarie per implementare sinergie tra le varie politiche sulla salute. L’Health City Manager può essere la nuova figura di coordinamento interfunzionale tra le varie componenti che a livello territoriale si occupano della promozione della salute nelle città” – ha concluso Walter Ricciardi, Presidente della World Federation of Public Health Associations.

 



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