Posts Tagged 'prevenzione'

Cancro al colon e consumo di yogurt

Un recente studio indica che gli uomini che mangiano almeno due yogurt a settimana potrebbero ridurre il loro rischio di cancro colorettale.

I ricercatori – guidati da Yin Cao della Washington University School of Medicine di St. Louis – hanno esaminato i dati relativi a 32.606 professionisti sanitari di sesso maschile e 55.743 di sesso femminile che si sono sottoposti a una colonscopia tra il 1986 e il 2012. I partecipanti allo studio hanno fornito informazioni dettagliate su salute, stile di vita, alimentazione e abitudini di esercizio fisico ogni quattro anni.

In questo lasso di tempo si sono verificati 5.811 casi di adenomi colorettali negli uomini e 8.116 nelle donne.

Rispetto agli uomini che non avevano mangiato yogurt, quelli che ne avevano consumati almeno due a settimana presentavano il 19% in meno delle probabilità di sviluppare i adenomi e il 26% in meno delle probabilità di sviluppare adenomi con il più elevato potenziale di malignità.

I nostri dati forniscono nuove evidenze sul ruolo dello yogurt nella fase iniziale dello sviluppo del cancro colorettale. I risultati, se confermati da futuri studi, indicano che lo yogurt potrebbe rappresentare un fattore complementare dello screening per il tumore colorettale e ridurre il rischio di adenoma tra i soggetti non controllati” – osserva Yin Cao.

In precedenti studi, il consumo di yogurt è stato legato a un rischio inferiore di cancro del colon e cancro rettale e alcuni scienziati ritengono che ciò potrebbe accadere perché lo yogurt promuove la crescita di batteri sani nell’intestino.

In questo studio il consumo di yogurt non sembra aver influito sul rischio di sviluppare polipi precancerosi nelle donne.

Si ritiene che molta parte del beneficio dei latticini provenga dal calcio che forniscono, che sappiamo essere in grado di prevenire il cancro del colon. Tuttavia i risultati di questo studio indicano che lo yogurt potrebbe ridurre il rischio percorrendo una strada diversa dal calcio” – osserva Graham Colditz, direttore associato per la prevenzione e il controllo presso l’ Alvin J. Siteman Cancer Center di Saint Louis, non coinvolto nello studio.

 

Yogurt consumption and risk of conventional and serrated precursors of colorectal cancer – Xiaobin Zheng, Kana Wu, Mingyang Song, Shuji Ogino, Charles S Fuchs, Andrew T Chan, Edward L Giovannucci, Yin Cao, Xuehong Zhang – http://dx.doi.org/10.1136/gutjnl-2019-318374

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Uniti per combattere la diffusione del diabete nel mondo

Proposte e priorità del piano di azione delineato dal progetto Cities Changing Diabetes per affrontare il diabete nella città metropolitana di Roma; discussione preliminare sull’avviamento del progetto nell’area di Milano; stipula dell’accordo di collaborazione strategica tra le metropoli di Houston, Milano, Roma e Shangai, per un approccio condiviso alla sfida posta dal diabete urbano; firma del protocollo d’intesa tra l’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città” italiano e il britannico All-Party Parliamentary Group for Diabetes, per lo sviluppo di una collaborazione istituzionale congiunta, presentazione della figura dello Health City Manager: sono alcuni degli aspetti salienti del summit internazionale “Creating the World of Tomorrow – At the Heart of the City” che si è svolto a Roma, l’8 luglio scorso, e che ha convogliato nella capitale esperti, politici, amministratori ed esponenti della società civile per due giorni di dibattito sul tema del diabete.

Secondo i dati resi noti annualmente dal rapporto dell’International Diabetes Federation, il diabete riguarda nel mondo 425 milioni di adulti, più di un milione di bambini; causa ogni anno oltre 4 milioni di decessi, costa all’economia globale, di sola spesa sanitaria, 727 miliardi di dollari, cioè il 12 per cento del totale. Sono oltre 352 milioni le persone a rischio di ammalarsi, il che porta al coinvolgimento complessivo con la malattia di 1 abitante del pianeta su 10, ma ciò che preoccupa maggiormente è il rapido trend di crescita, per cui nel 2045 si prevedono 629 milioni di malati, con una crescita del 48 per cento rispetto ad oggi.

Di particolare rilevanza, il tema della diffusione epidemica della malattia nelle città e nelle aree urbane, in cui risiedono oggi quasi i due terzi delle persone colpite dal diabete; per questa ragione, nel 2014 ha visto la luce, promosso dall’University College London (UCL) e dal danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, il progetto internazionale Cities Changing Diabetes che si propone di studiare il fenomeno, suggerendo possibili risposte e correttivi. Ad oggi ha coinvolto una ventina di metropoli nei cinque continenti, Roma sin dal 2017 e Milano, new entry 2019, per l’Italia.

Proprio al progetto Cities Changing Diabetes e al diabete urbano è stata dedicata la prima giornata di lavori dell’incontro romano che ha visto lo svolgersi del 4th Health City Forum e 3rd Roma Cities Changing Diabetes Summit. Organizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (Ibdo) Foundation, Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri, Health City Institute, I-Com Istituto per la competitività, Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni italiane e Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città”, il summit è stato anche occasione per avere il punto di vista della FAO e dell’OMS, grazie alla partecipazione di Anna Lartey, Direttore della Divisione Nutrizione e Sistemi alimentari della FAO, e di Francesca Racioppi, Direttore del Centro europeo salute e ambiente dell’OMS.

Il progetto Cities Changing Diabetes sviluppato nella Città Metropolitana di Roma ha visto la collaborazione di ben 140 esperti di diversa estrazione – clinici, economisti, sociologi, amministratori pubblici – che hanno analizzato il contesto socio-demografico e clinico epidemiologico dell’area cittadina che, con quasi 300mila persone con diabete, rappresenta la città con il maggior numero assoluto di diabetici nel nostro Paese. Oggi presentiamo un impegnativo piano di azione triennale, che possa indicare le azioni da mettere in atto per arrestare lo sviluppo pandemico del diabete tipo 2 a Roma” – ha spiegato il coordinatore Andrea Lenzi, Presidente dell’Health City Institute e del Comitato nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Le indicazioni degli esperti per Roma sono state esplicitamente rivolte a ridefinire il contesto urbano sulla base della distribuzione dei fattori di rischio più importanti all’interno dell’area metropolitana di Roma, ridurre le disuguaglianze, rafforzare la rete di servizi socio-sanitari.

Sei le aree di intervento individuate:

a) creazione di strutture socio–sanitarie più adeguate allo sviluppo urbanistico, che vede importanti mutamenti del contesto socio–demografico e un significativo impatto dell’afflusso interurbano di persone non residenti, per ragioni di lavoro, studio e turismo;

b) rafforzamento delle reti di assistenza e della medicina di prossimità sul territorio, con una rete sanitaria che guardi alle esigenze della comunità piuttosto che a quelle del territorio, per venire incontro all’invecchiamento della popolazione e all’incremento delle famiglie monocomponente con la loro intrinseca fragilità di fronte a una condizione come il diabete;

c) sostegno della mobilità sostenibile e miglioramento della fruibilità delle reti di trasporto condiviso e pubblico, per facilitare le connessioni tra i luoghi e i servizi alla persona e alla famiglia che garantiscono un accesso equo ai servizi socio–sanitari per i cittadini;

d) aumento dell’informazione disponibile ai soggetti più vulnerabili, condizione necessaria alla base della scelta di condurre stili di vita sani e quindi al miglioramento della propria condizione di salute, attraverso progetti di formazione ed educa­zione che coinvolgano scuole, terzo settore, medici di famiglia, farmacie e istituzioni sul territorio;

e) creazione di una rete uniforme di assistenza specialistica, attivando allo stesso tempo progetti di screening per la preven­zione e la diagnosi precoce, mediante la piena attuazione del Piano Regionale sulla Malattia Diabetica, pubbli­cato dalla Regione Lazio nel dicembre 2015;

f) sviluppo di sistemi innovativi, come le centrali operative delle cronicità (C.O.C.) delle Asl che possono rappresentare un modello virtuoso di gestione integrata dei pazienti, a tutela della presa in carico della complessità per l’assistenza territoriale e delle transizioni da un luogo di cura all’altro o da un livello clinico-assistenziale ad un altro, e lo sviluppo di si­stemi di telemedicina e telesoccorso utili per l’assistenza domiciliare.

Importanti anche le collaborazioni e l’interscambio di esperienze.

La rapida urbanizzazione globale sta modificando sia il luogo in cui la gente vive sia il modo in cui vive. La pianificazione urbana, le politiche e l’approccio culturale hanno un impatto diretto sulla salute delle persone. Questi dati di fatto costituiscono le fondamenta sulle quali si basa un accordo che sarà siglato tra le commissioni di esperti che sovraintendono ai progetti Cities Changing Diabetes di Roma, Milano, Shangai e Houston, con l’obiettivo di definire modalità di lavoro comuni e di interscambio tra alcune delle realtà che stanno affrontando con maggiore impegno la sfida del diabete urbano” – ha detto Michele Carruba, coordinatore del progetto nella Città metropolitana di Milano.

Collaborazione, identificazione e studio dei determinanti alla base del fenomeno, promozione educativa e culturale, riconfigurazione urbanistica per favorire un ambiente promotore di salute, condivisione delle esperienze e dei casi di successo e coinvolgimento di nuove città nel programma saranno i pilastri dell’accordo.

Non solo, nella giornata del 9 luglio, è stato siglato un protocollo d’intesa tra rappresentanti dei parlamenti italiano e inglese, che avrà l’obiettivo di studiare azioni politiche comuni.

La lotta e in particolare la prevenzione del diabete necessitano dello sviluppo di azioni coordinate tra mondo accademico, scientifico, e politico. Questo accordo di collaborazione interparlamentare con i colleghi di Westminster rappresenta un importante passo in tal senso. Il nostro obiettivo comune sarà di sviluppare politiche volte alla prevenzione primaria della malattia, alla prevenzione delle complicanze, all’identificazione di indicatori che permettano di misurare il fenomeno e valutare il successo degli interventi, che saranno sia in ambito educativo e culturale, sia organizzativo. L’aspetto fondamentale dell’intesa, tuttavia, rappresenta il tentativo di dare vita a un modello di alleanza politica sul diabete in Europa, che possa indirizzare le future politiche di contrasto alla malattia, le priorità di finanziamento della ricerca e, in ultima analisi, aiutino a invertire la rotta di crescita del diabete urbano” – ha detto Roberto Pella, co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle città” e Vice Presidente Vicario ANCI.

Infine, la nuova figura dello Health City Manager, un professionista in grado di migliorare il contesto urbano riguardo la salute, coinvolgendo i cittadini nelle scelte politiche e impegnando le amministrazioni nella promozione della salute dei cittadini, il tutto anche attraverso modalità di partenariato pubblico–privato. Un ruolo, già individuato nella Roma Urban Health Declaration siglata durante il G7 sulla salute del novembre 2017 e dal documento di indirizzo approvato dal Comitato delle Regioni dell’Unione Europea e auspicato dal Commissario Europeo per la salute Andriukaitis, ritenuto in grado di guidare il processo di miglioramento della salute in ambito urbano, in sinergia con le amministrazioni locali e sanitarie.

L’aumento dell’aspettativa e della buona qualità di vita correlata a una riduzione dei decessi prevenibili a causa di malattie non trasmissibili, porterà come conseguenza alla creazione di strutture di coordinamento tra diversi settori della governance urbana che interagiscono con la salute. Un coordinamento che dovrà avvenire attraverso il coinvolgimento di diversi livelli di governo – locale, regionale e nazionale – ed essere supportato da azioni globali e quale fattore primario da una osservazione dinamica dei determinanti della salute nelle città. In questo vi è la necessità di nuove figure professionali di coordinamento tra le amministrazioni comunali e le amministrazioni sanitarie per implementare sinergie tra le varie politiche sulla salute. L’Health City Manager può essere la nuova figura di coordinamento interfunzionale tra le varie componenti che a livello territoriale si occupano della promozione della salute nelle città” – ha concluso Walter Ricciardi, Presidente della World Federation of Public Health Associations.

 


Immigrazione: facciamo chiarezza

Le migrazioni sono un elemento che ha caratterizzato la storia umana: la ricerca di migliori condizioni è connaturata nell’uomo e l’immigrazione, considerata un fenomeno “naturale” e spesso gradito per risolvere problemi legati allo sviluppo industriale, agricolo e di denatalità, è oggi divenuto oggetto di paure, disinformazione e di false credenze.

In occasione del convegno ‘Migranti e salute: tra prevenzione, cura e fake news’, tenutosi recentemente a Palermo si è cercato di fare luce sui dati reali talvolta ben diversi dalla rappresentazione narrativa usuale costituita da una serie di luoghi comuni per cui anche gli aspetti sanitari relativi ai migranti sono considerati aspetti ‘politico-socio-sanitari’. Come medici il nostro operato non può muoversi da questioni politiche e suggeriamo di valutare il fenomeno migratorio partendo dai dati genuini che sono scaturiti a partire dal contributo di tanti operatori sanitari che quotidianamente si impegnano su tutto il territorio italiano. L’obiettivo è quindi esclusivamente etico e deontologico: fare buona informazione e far conoscere, anche nell’interesse di tutti, quali sono i bisogni e le opportunità di salute -tra prevenzione e cura- migliorando l’accesso alla fruizione del SSN, rimuovendo le barriere anche linguistiche che ancora esistono e che peraltro mettono in difficoltà anche gli italiani fragili. Ricordiamoci che la salute di una intera comunità non può prescindere dalla buona salute di ciascuno dei suoi membri” – ha spiegato Piernicola Garofalo, responsabile scientifico del convegno, Unità Operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera “Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello”, di Palermo.

Il convegno, promosso da AME, Associazione Medici Endocrinologi, e realizzato grazie al contributo incondizionato di IBSA Farmaceutici Italia, ha visto la partecipazione di gran parte delle istituzioni che studiano il fenomeno migratorio potendo quindi contare su dati, informazioni e un’esperienza approfondita sul tema.

Dal contributo di tutti è nato un decalogo che cerca di dare qualche risposta e contrastare le fake news sui migranti.

Gli immigrati residenti in Italia sono notevolmente aumentati nel corso degli ultimi cinque anni. No l’incremento è solo dello 0,3%.

Gli immigrati vengono principalmente dall’Africa. No, solo il 20%.

Gli immigrati sono nella maggior parte musulmani. No, sono prevalentemente cristiani (52%), solo il 32% musulmani.

Gli immigrati portano nuove malattie. No nessun dato statistico depone in tal senso. Di solito gli immigrati sono “sani”. L’immigrato è un progetto di vita e, per tale motivo, le persone che decidono di emigrare sono persone sane, sulle quali sono caricate aspettative di riscatto per sè stesso e per la famiglia che resta nel paese d’origine.

Gli immigrati portano TBC, HIV, Epatiti. No, i tassi di incidenza sono stabili o in riduzione sia nella popolazione italiana che fra gli immigrati.

Gli immigrati si ammalano di più. No, almeno non per cause pregresse ma solo durante il soggiorno in Italia, per mancato accesso alle cure.

Gli immigrati sottraggono risorse economiche al nostro paese. No, il saldo globale secondo i dati ISTAT è positivo per l’Italia. Il tema è piuttosto complesso, tuttavia, il fatto che mediamente essi siano concentrati nella fascia di popolazione in età lavorativa, unito al progressivo invecchiamento della popolazione italiana, fa sì che l’immigrazione provochi un aumento della forza lavoro, fondamentale risorsa produttiva per qualsiasi paese. Per la stessa ragione, l’apporto degli immigrati alle finanze pubbliche italiane, in termini di imposte e contributi sociali versati, eccede quello dei benefici da essi ricevuti, soprattutto perché molte delle spese relative alla salute in Italia sono strettamente legate all’età. Ne consegue che l’immigrazione offre un contributo netto positivo anche al nostro sistema di welfare, come recentemente ribadito nella relazione annuale del Presidente dell’Inps ed in numerosi studi e rapporti sul tema.

Gli immigrati maschi si recano in PS per malattie infettive o sessualmente trasmesse. No la prima causa sono i traumatismi sul luogo di lavoro. Gli immigrati spesso trovano lavoro in situazioni non regolari, di lavoro nero dove le più basilari norme di prevenzione degli infortuni non sono attuate.

Gli immigrati irregolari sono quelli che arrivano con i barconi. No il maggior numero è costituito da immigrati che perdono il diritto di soggiorno (75%). Spesso l’immigrato irregolare è una persona che ha perso il lavoro e di conseguenza perdono il diritto di vivere in Italia. La crisi economica non crea solo disoccupati, ma anche immigrati irregolari, Alla radice di tutto c’è l’impianto della legge sull’immigrazione, che lega indissolubilmente il permesso di soggiorno al contratto di lavoro. Ora che il tasso di disoccupazione tra gli stranieri ha raggiunto il 17%, questa regola si è trasformata in una mattanza. Basti pensare che tra il 2014 e il 2015 ben 300 mila permessi di soggiorno non sono stati rinnovati: si stima che 100 mila immigrati se ne siano andati, ma altri 200 mila sono rimasti qui, senza un documento, obbligati a vivere e a lavorare in nero.

La maggior parte degli immigrati residenti in Europa vive in Italia. No soltanto il 10%.

 


 

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Migranti e salute: prevenzione, cura e fake news

Secondo i dati del Forum Sociale delle Migrazioni 2018, svoltosi in Mexico, una persona su sette sul pianeta è migrante, avendo sperimentato una qualche forma di mobilità umana. Nel passato le migrazioni erano favorite, in Italia dal sud verso le industrie del Nord, e similmente in altre parti del mondo che soffrono denatalità e scarsa popolazione. Oggi la tendenza a ostacolare la mobilità umana è diventata più radicata. Come medici non possiamo che agire a favore di chi ha bisogno di un intervento medico.

E questa è la logica che ha portato al convegno “Migranti e salute: tra prevenzione, cura e fake news”, che ha voluto fare il punto sullo stato di salute e sui bisogni dei migranti in Italia (Palermo, 21 marzo 2019 – Ordine dei Medici di Palermo).

Promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME) il convegno potrà contare sulla presenza delle principali organizzazioni che si occupano di questi temi portando il proprio contributo alla comprensione del fenomeno migratorio e nello specifico degli aspetti relativi alla salute; il luogo scelto non è casuale, in Sicilia a Palermo dove i medici che accolgono, i medici di pronto soccorso, pediatri, ginecologi e psicologi hanno il compito di rispondere alle necessità di cura” – ha spiegato Edoardo Guastamacchia, presidente AME.

Il convegno è realizzato grazie al contributo incondizionato di Ibsa Farmaceutici Italia.

Il numero dei migranti residenti a vario titolo sul territorio nazionale è pari a circa il 10% della popolazione generale; i livelli e le modalità di assistenza alla salute nelle sue varie declinazioni (prevenzione, diagnosi e terapia) sono estremamente difformi e poco tracciate. Vogliamo evidenziare alcuni aspetti cruciali dell’intero processo assistenziale. In particolare, procedere con una mappatura delle specificità dei bisogni di salute per questa parte di popolazione e, a seguire, le riposte ai bisogni testimoniate da varie iniziative assistenziali. Da ultimo, ma non meno importante, la gestione dell’informazione relativa alla potenziale trasmissibilità delle condizioni morbose degli immigrati” – ha affermato Piernicola Garofalo, Unità operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliera “Ospedali Riuniti Villa Sofia Cervello”, di Palermo e responsabile scientifico del convegno.

Per curare i migranti certamente la rimozione di ostacoli di tipo economico rappresenta una strada maestra ma vi sono altre barriere all’ingresso che debbono essere affrontate” – ha spiegato Carlo Devillanova, Professore di Economia Politica, Università Bocconi di Milano che in uno studio ha messo a confronto gli accessi a medici di base, specialisti, ospedali e posti di pronto soccorso di immigrati e italiani sulla base dei dati contenuti nell’indagine “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari”.

Abbiamo identificato gli immigrati in base sia alla cittadinanza, sia al paese di nascita, portando così alla luce anche i percorsi sanitari degli immigrati di seconda generazione. A parità di condizioni, gli immigrati hanno circa il 45% di probabilità in meno di accedere a prestazioni specialistiche e il 45% in più di usufruire di cure prestate nei punti di pronto soccorso. Anche gli immigrati di seconda generazione ricorrono meno degli italiani agli specialisti, ma hanno il 60% di probabilità in più di farsi curare in ospedale. Non ricorrendo al medico di base, in entrambi i casi le patologie si aggravano fino a richiedere l’ospedalizzazione o l’intervento di pronto soccorso. Il motivo di questo approccio pare sia dovuto alle barriere che gli immigrati trovano: non si tratta di barriere di tipo economico, ma legate alla mancanza di informazione, alla complessità dell’apparato burocratico, a problemi linguistici” – ha continuato Carlo Devillanova.

Quasi il 37% delle donne immigrate, per esempio, non ha fatto una diagnosi prenatale poiché non informata sulla sua esistenza, contro il 12% delle italiane.

 


Malattie neurologiche e intervento terapeutico tempestivo

La prevenzione delle malattie neurologiche è molto importante ma purtroppo non è in grado di controllare in tutti i casi lo sviluppo delle malattie, che dipendono da numerosi fattori di predisposizione personale alle malattie così come da fattori esterni ed ambientali. Quando ci si ammala, è valido per le malattie del sistema nervoso quello che è valido per tutte le altre malattie, e cioè che una cura, per essere efficace, deve essere effettuata precocemente perché l’organo bersaglio, nel nostro caso il sistema nervoso centrale e il sistema neuromuscolare, deve essere danneggiato il meno possibile, in quanto, se i danni sono irreversibili, questi non possono essere più riparati. Queste considerazioni, peraltro semplici, si applicano bene per tutte le malattie neurologiche più importanti, dove ora abbiamo a disposizione terapie molto efficaci.

Nella sclerosi multipla, ad esempio, oggi possono essere utilizzate più di 15 diverse terapie che permetto di personalizzare la cura in base al tipo e alla gravità dell’esordio clinico e alle alterazioni che si evidenziano agli esami strumentali, in particolare alla Risonanza Magnetica. Gli avanzamenti più recenti riguardano le terapie con anticorpi monoclonali anti-linfociti B che si sono dimostrate molto efficaci e con un buon profilo di sicurezza, utili anche nelle forme progressive rilevate con attività clinica o strumentale; infine, il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche si è dimostrata una procedura efficace nei casi particolarmente aggressivi che non rispondono alle terapie approvate.

Nelle malattie cerebrovascolari, oltre a confermare l’importanza della Stroke Unit quale sede della cura dell’ictus e la rilevanza dell’organizzazione della rete regionale per la terapia dell’ictus, gli studi più recenti hanno confermato l’utilità della terapia endovascolare anche 16 e persino 24 ore dopo l’ictus, in una popolazione selezionata di pazienti che hanno buoni circoli collaterali e tessuto nervoso in sofferenza ma non ancora irrimediabilmente perso.

Nel decadimento mentale, gli aspetti più interessanti si riferiscono alla possibilità di diagnosi molto precoce in soggetti che sono a rischio di sviluppare una malattia di Alzheimer, poiché alcuni studi che utilizzano anticorpi monoclonali in grado di ridurre l’anomalo deposito di amiloide sembrano indicare che una terapia eziologica della malattia sia possibile e oramai vicina, ma efficace solo nelle fasi molto iniziali di malattia. È quindi necessario organizzare sul territorio nazionale una rete di centri clinici che abbiano le possibilità tecniche di effettuare una diagnosi precoce e anche di offrire, poi, una terapia continua per una numerosità di pazienti che risulterà essere certamente alta.

Enormi sono stati anche gli avanzamenti delle terapie nelle cefalee e in particolare nell’emicrania cronica, dove abbiamo ora a disposizione anticorpi monoclonali selettivi. In alcuni disturbi del sonno, come la narcolessia, possiamo ora utilizzare terapie di particolare interesse che agiscono in maniera selettiva sui recettori cellulari coinvolti nella malattia. Buone notizie anche nella cura delle malattie neuromuscolari, sia nelle neuropatie periferiche infiammatorie, dove le immunoglobuline endovena e in alcuni casi le terapie immunosoppressive anti B sono risultate molto efficaci, sia nelle malattie neuromuscolari monogeniche come le amiotrofie spinali e alcune forme di distrofia muscolare, dove le prime terapie genetiche selettive hanno iniziato a fornire dati clinici molto interessanti e promettenti.

Prof. Gianluigi Mancardi, Presidente della SIN, Clinica Neurologica Università di Genova

Come proteggere il cervello dai disturbi cerebrovascolari?

Ci sono misure di protezione del cervello dai disturbi cerebrovascolari da mettere in atto prima che questi si verifichino (prevenzione primaria), durante il loro decorso (terapie della fase acuta) e dopo un evento (prevenzione secondaria).

Le misure di prevenzione primaria e secondaria sono sostanzialmente sovrapponibili. Mentre nulla possiamo fare per i fattori di rischio non modificabili (età, sesso e, anche se rare, condizioni genetiche predisponenti), molto si può fare per fattori di rischio modificabili (ipertensione, fumo, diabete, ipercolesterolemia, obesità, cardiopatie emboligene come la fibrillazione atriale). Teoricamente, l’eliminazione dei fattori di rischio modificabili consentirebbe una significativa riduzione del rischio di ictus nella popolazione del 50% dei casi eliminando l’ipertensione, del 19% eliminando l’obesità e del 12% eliminando il fumo. Si tratta, ovviamente, di un’astrazione statistica ma, considerando l’interazione fra i vari fattori di rischio, è chiaro che il loro simultaneo controllo adeguato è di rilevanza assoluta. E questo è tanto più vero per i pazienti già colpiti da un ictus, che hanno un rischio di incorrere in una recidiva due volte superiore al rischio di avere un primo ictus.

Va qui ricordato che i fattori di rischio menzionati entrano in gioco anche nel determinismo della demenza vascolare ed un loro ruolo è riconosciuto anche nella demenza degenerativa di Alzheimer.

Quando un ictus ischemico si è verificato, possiamo proteggere il cervello limitando il danno attraverso terapie di riperfusione farmacologiche e/o meccaniche. La trombolisi intravenosa e la trombectomia meccanica, in combinazione o separatamente fra loro a seconda dei casi clinici, consentono oggi di ottenere un recupero delle funzioni neurologiche, allo stato precedente l’ictus, fino al 50-60% dei casi trattati. Va però ricordato che al momento solo il 10%-15% di tutti i pazienti con ictus è candidabile alla trombolisi intravenosa e meno del 5% alla trombectomia meccanica.

Ma il cervello colpito da ictus si protegge anche sottoponendo il paziente alle terapie farmacologiche atte a stabilizzarlo dal punto di vista pressorio e del ritmo cardiaco, ad evitare la malnutrizione e la conseguente depressione immunitaria, a trattare eventuali complicanze infettive. È quello che si fa nelle Unità Neurovascolari (o Stroke Unit) che rappresentano di fatto la principale misura di protezione del cervello in caso di ictus, in quanto teoricamente applicabile a tutti i pazienti qualora fossero disponibili in numero adeguato alla richiesta.

Prof. Danilo Toni, Associato in Neurologia, Direttore Unità di Trattamento Neurovascolare e Neurologia d’Urgenza Policlinico Umberto I di Roma

Alimentazione e prevenzione delle malattie neurologiche

Il funzionamento ottimale del Sistema Nervoso richiede una dieta sana ed equilibrata in grado di fornire un costante apporto di macronutrienti e micronutrienti, per cui la possibile prevenzione di molte malattie neurologiche si basa innanzitutto su una corretta alimentazione. È noto infatti che obesità e abitudini alimentari non adeguate hanno implicazioni negative sulla salute generale, sullo sviluppo cognitivo e sulla neurodegenerazione. Se si considera che, globalmente, il 38% degli adulti e il 18% tra bambini e adolescenti sono sovrappeso o obesi, si può ragionevolmente pensare che un corretto approccio nella prevenzione delle patologie neurologiche debba essere rivolto all’abbattimento di questi fattori di rischio.

Le strategie di prevenzione su base alimentare sono molteplici. La prevenzione di malattie carenziali basata su un equilibrato apporto vitaminico, soprattutto del complesso B, è quanto mai attuale, considerando che tali malattie, una volta presenti solo in Paesi poveri e a basso sviluppo, sono oggi in crescita anche nella nostra parte di mondo sviluppato e ricco, basti solo pensare alle neuropatie e alle mielopatie secondarie a deficit di vitamina B12 procurato da diete molto in voga e strettamente prive di alimenti di derivazione animale (in Italia abbiamo circa 500.000 vegani e si ritiene che almeno il 50% di loro abbia un deficit di vitamina B12). A tal proposito, occorre sottolineare che l’integrazione nella dieta di vitamine non derivate da alimenti di origine animale non avrebbe efficacia nel prevenire le complicanze neurologiche, evidenziando quindi l’importante ruolo svolto da una dieta completa ed equilibrata nel prevenire tali condizioni.

Per altre malattie neurologiche ci sono evidenze oramai consolidate, derivanti soprattutto da studi neuroepidemiologici, che riportano il ruolo protettivo svolto da micronutrienti (folati, vitamine del complesso B, vitamina D, vitamina E), macronutrienti (acidi grassi poliinsaturi) e antiossidanti (polifenoli) nello sviluppo di patologie di tipo neurodegenerativo, cerebrovascolare e infiammatorio. Tuttavia, una volta che tali malattie si manifestano, la supplementazione di questi nutrienti con la dieta non è in grado di sortire alcun effetto sul decorso clinico, per cui si ritiene che tali fattori debbano agire in modo sinergico e continuativo nel tempo, piuttosto che i singoli nutrienti somministrati isolatamente, nella prevenzione di tali patologie.

La dieta mediterranea riassume tali proprietà, essendo composta da alimenti ricchi di acidi grassi poliinsaturi (omega 3 e omega 6, presenti nel pesce azzurro, nell’olio d’oliva e nei legumi) e di antiossidanti (polifenoli come il resveratrolo, presente nel vino rosso, o le antocianine, presenti in frutta e verdura). Grazie alla sua composizione è indubbio il ruolo della dieta mediterranea, a basso contenuto di sodio e di grassi saturi di derivazione animale, nella prevenzione dell’ictus. È stato recentemente riportato che, su oltre 100.000 donne americane, chi aveva un’alta aderenza alla dieta mediterranea riduceva del 18% il rischio di ictus ischemico.

Tuttavia, se è facilmente comprensibile come la dieta mediterranea possa ridurre il rischio di sviluppare malattie vascolari, grazie alla riduzione dei livelli di colesterolo e della pressione arteriosa, meno comprensibile è il ruolo svolto dalla dieta mediterranea nella prevenzione di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e il Parkinson. Eppure, tale ruolo è assolutamente evidente: un recente studio scozzese ha riportato che soggetti anziani con bassa aderenza a una dieta mediterranea avevano una maggiore velocità di comparsa di atrofia cerebrale; uno studio americano ha evidenziato una riduzione del rischio di sviluppare Alzheimer pari al 40% in chi seguiva strettamente un’alimentazione di tipo mediterraneo e un altro studio ha riportato simili risultati anche per il Parkinson. Si ritiene che gli effetti della dieta mediterranea sulla neurodegenerazione siano dovuti non solo a un’azione antiossidante con rimozione di radicali liberi, ma anche a riduzione della neuroinfiammazione.

Un’esagerata risposta neuroinfiammatoria potrebbe dipendere da sovralimentazione in età infantile, causa di precoce obesità, che “sensibilizzerebbe” il cervello a rispondere in modo abnorme a stimoli immunogenici di lieve entità, causando disfunzione di circuiti neurali cognitivi e motori. Pertanto, una sana educazione alimentare sin dall’età infantile e l’adesione continuativa a una dieta di tipo mediterraneo rimangono, ad oggi, i migliori presidi per prevenire le malattie neurodegenerative.

Prof. Mario Zappia, Segretario SIN, Professore Ordinario di Neurologia presso l’Università di Catania e Direttore della Clinica Neurologica dell’A.O.U “Policlinico Vittorio Emanuele” di Catania


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