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Ematospermia

L’ematospermia (ES) o emospermia, identifica la presenza di sangue nel liquido seminale. Non è infrequente nella pratica clinica del medico d’incontrare pazienti che riferiscono ES, anche se l’esatta prevalenza e incidenza non sono noti (1). Di solito gli uomini con ES sono giovani di età <40 anni che riferiscono ES sia come un episodio singolo oppure ripetuto nel corso del tempo (2). In genere è un motivo che genera ansia nel paziente e lo spinge a consultare il medico nel timore di una relazione dell’ES con una neoplasia o una malattia venerea (MTS). La maggior parte dei casi di ES sono ad eziologia benigna, ma è possibile la presenza di una patologia sottostante neoplastica e questo richiede una valutazione clinica accurata e sistematica da parte del medico (3).

L’ES è comunemente associata a infezioni delle vie urinarie e le cause infettive o infiammatorie ne sostengono circa il 40% dei casi. Negli anni il numero delle ES etichettate come idiopatiche è diminuito per un miglioramento delle metodiche di indagine e oggi le vescicole seminali sono identificate come il principale sito di sanguinamento.

In un approccio clinico iniziale al paziente è importante fare la distinzione tra ES e pseudo-ES che, nel sospetto, si pone in diagnosi differenziale tra un’ematuria o è presenza di sangue proveniente dal partner. Nei casi dubbi è utile la raccolta dello sperma in un preservativo. Nel caso di co-presenza di ematuria ed emospermia l’approccio diagnostico prioritario è rivolto all’ematuria (comprensivo di citologia urina, tomografia computerizzata, urografia e cistoscopia).

Tra le varie cause di ES vanno considerate anche le recenti procedure urologiche, un prolungato rapporto sessuale, la masturbazione o, in alternativa, un periodo di astinenza prolungata. Va verificato l’uso di anticoagulanti o la presenza di un disturbo della coagulazione.

Nei casi di ES è importante ricordare quattro red flags: (4)

  1. età del paziente (> 40 anni)
  2. ES ricorrente o persistente
  3. fattori di rischio di cancro alla prostata (es. storia familiare)
  4. sintomi costituzionali (es. calo ponderale, anoressia, dolori  ossei)

Gli accertamenti previsti nei casi di ES comprendono: l’esame microscopico delle urine, la spermio-cultura, la citologia delle urine, l’emocromo e i test di coagulazione. Se si sospetta una MTS, è opportuno un test per la clamidia e la gonorrea. Inoltre è raccomandabile il dosaggio dell’antigene prostatico specifico (PSA) dovrebbe essere dosato negli uomini di età > 40 anni o in presenza di reperti anomali all’esplorazione rettale (EDAR) o in presenza di fattori di rischio per cancro alla prostata.

Infatti i tumori maligni dell’apparato genito-urinario, anche se sono raramente associati con ES, dovrebbero essere presi in considerazione negli uomini di età ≥40 anni. In uno studio condotto su 26.126 uomini che hanno subito d routine lo screening per cancro alla prostata, solo lo 0,5% ha avuto ES, ma il 13,7% dei casi con diagnosi di cancro della prostata aveva ES. Inoltre, la presenza di ES è un indice predittivo significativo di cancro alla prostata (odds ratio = 1.73) dopo aggiustamento per età, PSA e EDR attraverso un modello di regressione logistica.

L’invio allo Specialista Urologo è indicato nei seguenti casi di ES:

  • Uomini di età ≥40 anni
  • Emospermia persistente o ricorrente
  • EDAR sospetta
  • PSA anormale
  • Sospetto di tumore della prostata, della vescica, del testicolo o uretrale (per anamnesi, clinica o esami)
  • Ematuria concomitante
  • Emospermia nonostante il trattamento causale

Quindi i fattori determinanti un approfondimento diagnostico sono l’età del paziente, la durata dell’ES e segni e sintomi associati. Tuttavia al momento non ci sono linee guida di consenso o di società sulla distinzione tra ES transitoria o episodica e persistente. La sintesi conclusiva utile per la pratica clinica può riprendere le raccomandazioni dell’American College of Radiology per la gestione appropriata dell’ES (5):

  • L’ES è una condizione ansiogena, ma altrimenti generalmente benigna e autolimitante che è raramente associata ad una patologia di base significativa; nella maggior parte dei casi è considerata idiopatica.
  • La vigile attesa, la rassicurazione e la valutazione clinica di routine in genere sono sufficienti negli uomini <40 anni di età con ES transitoria senza altri sintomi o segni di malattia. Nel sospetto di una causa identificabile, le infezioni del tratto urogenitale rappresentano l’eziologia più comune di ES negli uomini <40 anni di età.
  • Tecniche di immagine non invasive, prevalentemente l’ecografia trans-rettale (TRUS) e la Risonanza Magnetica (RM), possono essere utilizzate in uomini di età ≥40 anni con ES persistente o refrattaria o con altri sintomi associati o segni di malattia. Negli uomini di età ≥40 anni con ES è consigliato lo screening per il tumore della prostata.

 

  1. Kumar P et al. Haematospermia – A systematic review. Ann R Coll Surg Engl 2006;88:339–42.
  2. Wilson C et al A single episode of haematospermia can be safely managed in the community. Int J Clin Pract 2010;64:1436–39
  3. Han M et al Association of hemospermia with prostate cancer. J Urol 2004;172:2189–92.
  4. Akhter W et al. Should every patient with hematospermia be investigated? A critical review. Cent European J Urol 2013;66:79–82
  5. Hosseinzadeh K et al Expert Panel on Urologic Imaging. ACR Appropriateness Criteria® hematospermia. Reston (VA): American College of Radiology (ACR); 2016. 6 p. [29 references]

 

Autore | Paolo Spriano, Medico di Medicina Generale, Milano

“Non facciamocene un baffo!”, al via campagna contro il tumore alla prostata

non facciamocene un baffo

Insegnare agli uomini a prendersi cura della propria salute, sottoponendosi a controlli periodici per una diagnosi precoce del tumore della prostata. È questo lo scopo della campagna “Non facciamocene un baffo!” promossa dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori – LILT, sezione provinciale di Milano.

L’iniziativa rientra tra quelle di MOVEMBER (da “Moustache”, parola inglese per baffi, e “November”), campagna di sensibilizzazione che, dal 2003, invita gli uomini di tutto il Mondo ad un gesto simbolico contro il tumore della prostata: radersi il volto ad eccezione dei baffi nei 30 giorni del mese di novembre.

Il tumore della prostata è la neoplasia più frequente tra i soggetti di sesso maschile e rappresenta oltre il 20% di tutti i tumori diagnosticati a partire dai 50 anni di età. In Italia, colpisce circa 42.000 persone l’anno, con una sopravvivenza che si attesta intorno al 91% a 5 anni dalla diagnosi. L’anticipazione diagnostica resta il principale fattore che porta ad un trattamento tempestivo della neoplasia. Purtroppo, però, la percentuale di italiani che si sottopone a visite urologiche periodiche è ancora molto basso.

Per questo motivo, LILT Milano promuove la campagna “Non facciamocene un baffo!” che, per tutto il mese di novembre, avrà lo scopo di sensibilizzare i cittadini ad un’educazione sanitaria consapevole, una maggiore conoscenza e una diagnosi precoce del tumore alla prostata.

I dati sulle visite urologiche, svolte presso i nostri centri, oscillano dalle 917 persone del 2013 alle 1.155 del 2014 fino alle 665 di quest’anno (ottobre). Numeri ancora troppo esigui che, noi di LILT Milano, intendiamo raddoppiare. Per raggiungere questo obiettivo, siamo impegnati quotidianamente con attività di sensibilizzazione e formazione sul tumore alla prostata, organizzando conferenze di educazione sanitaria rivolte ai dipendenti delle aziende, agli enti territoriali e ai Comuni. Inoltre, promuoviamo eventi e aderiamo a campagne come MOVEMBER, a cui partecipiamo per il secondo anno consecutivo”, ha affermato Marco Alloisio, presidente di LILT Milano.

Come consigliano le linee guida internazionali della European Association of Urology (EAU) e del National Comprehensive Cancer Network (NCCN), tramite un test del PSA, esame di laboratorio eseguito su un prelievo di sangue, eventualmente associato alla visita urologica, dai 40 anni in poi, è possibile diagnosticare e, di conseguenza trattare precocemente, il tumore della prostata.

I principali fattori di rischio per la comparsa di questa neoplasia sono la familiarità di primo grado e l’invecchiamento. Sono co-fattori, invece, una dieta ricca di grassi e uno stile di vita sedentario. Presso i nostri Spazi Prevenzione, i cittadini, oltre a sottoporsi gratuitamente ad una visita urologica, potranno ricevere informazioni utili sullo stile di vita da adottare per prevenire efficacemente la comparsa di questa neoplasia”, ha spiegato ancora Alloisio.

FONTE | http://www.oggisalute.it/

Quando iniziare lo screening con il PSA?

 PSA

La misurazione dell’antigene prostatico specifico (PSA) nonostante le iniziali controversie, si è dimostrato utile per la diagnosi precoce del tumore della prostata. Tuttavia alcuni aspetti necessitano di maggiori chiarimenti: in particolare l’età a cui iniziare lo screening e la frequenza con cui effettuare il test del PSA.

Un recente studio pubblicato su British Medical Journal conferma quanto da più anni si va dicendo: focalizzare lo screening per il tumore della prostata sugli uomini a rischio elevato potrebbe aumentare il rapporto tra i benefici e i rischi legati al test.

Per esempio, quando è meglio cominciare lo screening e con che frequenza sottoporvisi? Una collaborazione tra ricercatori svedesi e statunitensi ha cercato le prove su cui basare un possibile schema di screening, disegnando uno studio caso-controllo su una coorte di più di 21.000 individui tra 27 e 52 anni, arruolati nel Malmo Preventive Project (MPP) tra il 1974 e il 1984.

«In precedenza, sulla stessa coorte abbiamo dimostrato che il livello di PSA misurato intorno ai 60 anni ha un alto valore predittivo per la mortalità da cancro prostatico entro gli 85 anni. Ora, per capire quando sia meglio cominciare lo screening, ci siamo concentrati su altre tre fasce d’età: meno di 40 anni, 45-49 e 51-55 anni» spiega Hans Lilja, coordinatore del progetto, che continua: «Sia per l’insorgenza sia per la mortalità, le concentrazioni di PSA sono tanto più predittive quanto più l’età cresce».

Dall’analisi si evince che il 44% delle morti per tumore prostatico avveniva in coloro che tra i 45 e i 49 anni avevano un PSA nel più alto percentile della distribuzione.

Ma quando iniziare lo screening? Si è visto che, a meno di un rischio elevato dovuto per esempio a mutazioni nei geni Brca1 e 2 o Hoxb13, il test non è giustificabile a 40 anni perché a quest’età, anche con un PSA nel percentile più alto, il rischio di tumore era molto basso (0,6% dopo 15 anni). Invece, lo stesso rischio aumentava di 3 (1,7%) e 10 (5,2%) volte rispettivamente per gli uomini di 45-49 anni e 51-55 anni. Quindi iniziare lo screening dopo i 50 anni significherebbe non identificare il cancro della prostata in una proporzione significativa di uomini, ai quali verrebbe trovato solo successivamente un tumore in fase più avanzata e quindi più difficile da curare.

«Il miglior modo per determinare il rischio di tumore è effettuare un singolo test prima dei 50 anni. Poi, i programmi di screening dovrebbero focalizzarsi sui soggetti a rischio più elevato, con 3 test del PSA tra i 45 e i 60 anni sufficienti almeno per la metà della popolazione maschile. Questo schema dovrebbe riuscire a ridurre il rischio di sovradiagnosi consentendo allo stesso tempo la diagnosi precoce tra coloro che hanno un rischio alto all’indagine iniziale» conclude il ricercatore.

italiasalute

Tumore Prostatico: rivisti i criteri sul PSA

La velocità con cui il Psa, l’antigene monitorato per scovare il cancro alla prostata, cresce nel sangue non è un fattore di rischio affidabile. Lo afferma uno studio pubblicato dal bollettino del National Cancer Institute americano, secondo cui questo tipo di test porta a molte biopsie inutili nei pazienti. I ricercatori del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York hanno raggiunto questa conclusione analizzando i dati di 5.500 uomini sopra i 55 anni di cui sono stati misurati i livelli di crescita della Psa e a cui è stata fatta una biopsia dopo 7 anni. I criteri tradizionali considerano a rischio una crescita superiore agli 0,35 nanogrammi per millilitro l’anno, ma secondo lo studio questo parametro non è sufficiente, e una volta tenuto conto di fattori come la linea di base del livello di Psa, la razza e l’età del paziente non ci sono indicazioni sulla correlazione con il cancro. “Se si usa questo fattore di rischio da solo almeno una biopsia su sette è inutile – hanno spiegato gli autori – questo studio conferma che è necessario fare più ricerca per trovare indicatori piu’ efficaci”.


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