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Lo stress può far venire i capelli bianchi. Lo dice uno studio.

È vero che lo stress, la tensione, l’ansia, possono provocare l’imbiancamento dei capelli, ed un gruppo di ricercatori di Harvard potrebbe aver scoperto come: provocando la riduzione, al livello dei follicoli piliferi, del numero di cellule staminali responsabili della rigenerazione dei melanociti, le cellule che producono melanina e pigmentano pelle e capelli.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, mostra come lo stress possa avere un effetto diretto sulle cellule del corpo.

Alla base dei capelli, a livello del follicolo pilifero ci sono delle cellule staminali del follicolo e delle cellule staminali dei melanociti, di solito quiescenti, che, nelle fasi di crescita del capello, si moltiplicano e si differenziano nelle cellule mature per rigenerare il capello colorato. Per scoprire l’effetto dello stress su questo sistema, i ricercatori hanno condotto una serie di esperimenti su dei topi dal pelo nero.

La prima cosa da fare era assicurarsi che ci fosse un legame tra stress e colore del pelo, gli animali sono stati quindi sottoposti a vari tipi di stress, che hanno provocato la classica risposta allo stress che consiste nella liberazione di cortisone e noradrenalina, e anche incanutimento precoce dei peli. L’imbiancamento dei peli era dovuto, hanno scoperto gli autori, ad una riduzione molto significativa o addirittura alla scomparsa, delle cellule staminali dei melanociti. Senza queste cellule non c’era nulla che potesse conferire una colorazione al pelo.

Cosa provoca questa riduzione? I possibili colpevoli presi in considerazione dai ricercatori sono stati proprio cortisolo e noradrenalina, secreti in gran quantità in risposta allo stress. Dagli esperimenti è risultato che la liberazione eccessiva della noradrenalina, e non del cortisolo, da parte dei neuroni del sistema nervoso simpatico, fosse la causa della diminuzione del numero delle staminali. Il sistema nervoso centrale provoca la famosa risposta lotta o fuggi in risposta ad un pericolo, reazione considerata positiva per la sopravvivenza.

In questo caso, però, lo stress acuto provoca l’esaurimento permanente delle cellule staminali” – ha spiegato Bing Zhang, autore principale dello studio.

I ricercatori hanno osservato al microscopio che le terminazioni nervose del sistema simpatico raggiungono quasi i bulbi piliferi. In questa sede rilasciano noradrenalina, la quale, hanno scoperto, stimola una proliferazione a dir poco eccessiva dei melanociti staminali, i quali si differenziano in cellule mature e migrano, proprio come avviene nei momenti di crescita del capello. In questo caso però, la percentuale di cellule che migra è così importante che il numero di staminali si riduce notevolmente o del tutto. E il processo è irreversibile.

Dopo pochi giorni, tutte le cellule staminali che rigenerano i pigmenti sono perse. Una volta sparite, non è più possibile rigenerare il pigmento. Il danno è permanente” – ha commentato Ya-Chieh Hsu, Professore associato di Stem Cell and Regenerative Biology ad Harvard e autore senjor dello studio.

Non ci sono ancora prove sufficienti del fatto che questi meccanismi siano gli stessi che agiscono negli uomini, d’altra parte i processi coinvolti nei topi (la produzione di pigmenti da parte delle cellule staminali e l’azione dei nervi del sistema simpatico), sono molto simili a quelli osservati negli uomini. I ricercatori hanno anche mostrato che la noradrenalina provoca la proliferazione eccessiva delle cellule staminali dei melanociti umani coltivate in laboratorio, proprio come è stato osservato negli animali.

Comprendendo esattamente come lo stress influenza le cellule staminali che rigenerano il pigmento, abbiamo posto le basi per capire come lo stress influisce su altri tessuti e organi del corpo. E questo è il primo passo critico verso la messa a punto di un eventuale trattamento che possa arrestare o invertire, l’impatto negativo dello stress. Abbiamo ancora molto da imparare in questo settore” – ha sottolineato Ya-Chieh Hsu.


RICERCA ITALIANA AL “TOP”

Anche quest’anno Fondazione Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, premia le migliori scienziate italiane “Top Italian Women Scientists”, il Club costituitosi nel maggio 2016 e presieduto da Adriana Albini e Sonia Levi.

Il gruppo si rinnova riunendo 119 eccellenze femminili, con 25 nuovi ingressi rispetto all’anno scorso. Ad essere selezionate le ricercatrici italiane impegnate nel campo della biomedica, delle scienze cliniche e delle neuroscienze, recensite nella classifica dei Top Italian Scientists (TIS) di Via-Academy, censimento degli scienziati italiani di maggior impatto in tutto il mondo, misurato con il valore di H-index, l’indicatore che racchiude sia la produttività sia l’impatto scientifico del ricercatore, nonché la sua continuità nel tempo e che si basa sul numero di citazioni per ogni pubblicazione. Per il Club sono state selezionate le ricercatrici con H-index pari o superiore a 50.

La premiazione è avvenuta a Milano a Palazzo Pirelli nel corso di un incontro organizzato da Fondazione Onda, in collaborazione con Regione Lombardia, per fare il punto sull’importanza della prevenzione oncologica, sul rapporto tra donne, tecnologie e ricerca e sulla divulgazione dei progressi della scienza.

L’intento è quello di promuovere la ricerca ‘rosa’ tramite eventi scientifici, concorsi e bandi di ricerca e avvicinare le giovani a questa realtà. Fare rete nel mondo della ricerca scientifica è uno dei nostri obiettivi, contribuendo al confronto tra professioniste che si contraddistinguono per un’alta produttività scientifica e soprattutto per un’alta capacità di fare opinione, nella prospettiva di nuove riflessioni ed azioni che possano avere effetti positivi per la salute della donna e di genere. Ecco perché risulta importante sensibilizzare l’opinione pubblica facendo emergere il ruolo e il valore della ricerca scientifica in campo medico” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente Fondazione Onda.

Il Club è costituito da donne di ‘impatto’ nella biomedicina, non solo nel senso che il loro lavoro impatta sulla società e sui progressi della conoscenza, ma anche perché, attraverso la loro produzione scientifica letta e citata, si sono conquistate una posizione alta in questa specie di ‘hit parade’ nella scienza, chiamato ‘H-Index’. È la crescita di una rete di donne ricercatrici in campo biomedico, nata grazie a Onda nel 2016, che può diventare di riferimento ai giovani ricercatori e in progetti di comunicazione” – ha dichiarato Adriana Albini, membro del Comitato Scientifico Onda e Direttore scientifico di Fondazione MultiMedica Onlus Milano.

Nel mese di luglio si svolgerà a Reggio Emilia il secondo convegno del Club dedicato alla ricerca biomedica. L’incontro prevede la presenza di diversi momenti di scambio e confronto tra le scienziate e con la cittadinanza, nonché una sessione specificamente dedicata alle giovani ricercatrici. A conclusione dell’evento un workshop sul rapporto tra donne e ricerca biomedica.


 

Giornata Nazionale della SLA: buone notizie dalla ricerca scientifica

In occasione della Giornata Nazionale della SLA che si celebra oggi 15 settembre, la Società Italiana di Neurologia (SIN) diffonde le buone notizie che arrivano dalla ricerca scientifica su questa terribile malattia, che solo in Italia colpisce 5.000 persone e che causa un’aspettativa di vita media dopo la diagnosi pari a 3-5 anni.

Quest’anno, inoltre, cade un importante ricorrenza: sono passati 150 anni dalla prima volta in cui la SLA viene descritta da parte di Jean-Martin Charcot, neurologo dell’ospedale Salpetriere di Parigi.

Attualmente sono in corso due sperimentazioni farmacologiche rivolte al trattamento dei pazienti portatori delle due più comuni mutazioni genetiche, SOD1 e C9orf72. In entrambi i casi, si tratta di specifici Oligonucleotidi Antisenso (ASO), cioè brevi molecole a singolo filamento di DNA complementari a una specifica sequenza. L’ASO, legandosi a una specifica molecola di mRNA ne blocca la traduzione, impedendo la sintesi della proteina mutata. Sono in fase di sperimentazione preclinica, ma prossime a giungere all’uomo anche terapie geniche basate su vettori virali, che permetteranno di intervenire a livello genico con la sostituzione del gene alterato. Le mutazioni di C9orf72 e SOD1 sono presenti in circa il 10% dei casi di SLA in Italia. Queste nuove tecniche permetteranno certamente di affrontare anche le mutazioni di altri geni che in questi anni sono stati identificati nella SLA” – dichiara Adriano Chiò, Responsabile del Centro SLA del Dipartimento di Neuroscienze, Università degli Studi di Torino e Azienda Ospedaliero Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino.

Un altro interessante sviluppo della ricerca è stato la scoperta che le lesioni della SLA si propagano nel sistema nervoso attraverso una sequenza definita, secondo un modello di diffusione cortico-efferente che si avvale dei collegamenti esistenti fra neuroni in differenti aree cerebrali. L’identificazione di questa modalità di diffusione offrirà, in prospettiva, una possibilità di intervenire bloccando la progressiva estensione del danno con specifici interventi terapeutici.

Nel campo delle terapie, inoltre, un gruppo di ricercatori europei appartenenti al consorzio ENCALS ha costituito la Treatment Initiative to Cure ALS (TRICALS), un’iniziativa aperta ai centri di ricerca in Europa, Canada e Australia, che si è posta l’obiettivo di accelerare lo sviluppo di nuovi trattamenti, disegnando cure efficaci per specifici sottogruppi di pazienti, secondo il modello delle terapie personalizzate, e migliorando la struttura degli studi clinici anche attraverso la creazione di una piattaforma che permetterà di eseguire in parallelo più trial farmacologici utilizzando un unico gruppo placebo. TRICALS è sostenuto dalle associazioni dei pazienti SLA europee, oltre che da diverse fondazioni private.

La Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), conosciuta anche come malattia di Lou Gehrig, è una malattia neurodegenerativa progressiva dell’età adulta, determinata dalla perdita dei motoneuroni spinali, bulbari e corticali, che conduce alla paralisi dei muscoli volontari fino a coinvolgere anche quelli respiratori.

 

Giornata Internazionale dell’Epilessia: opportunità terapeutiche oggi disponibili

L’epilessia è una delle più comuni patologie neurologiche, con circa 500.00 persone affette in Italia, e, sebbene possa insorgere a qualunque età, il maggior numero di casi si registra in epoca neonatale-infantile e nell’anziano.

In occasione della Giornata Nazionale dell’Epilessia, che si celebrata l’11 febbraio scorso, la Società Italiana di Neurologia sottolinea i passi avanti della ricerca: attualmente le opportunità terapeutiche disponibili permettono di controllare completamente le crisi epilettiche nel 70% dei soggetti.

La ricerca scientifica è molto attiva nel campo dell’epilessia e nuovi farmaci vengono periodicamente immessi in commercio, aumentando l’armamentario terapeutico in possesso del neurologo a beneficio sia dell’aderenza terapeutica, sia della qualità di vita delle persone con epilessia. In alcuni soggetti resistenti al trattamento farmacologico – precisa il Prof. Aguglia – è possibile ricorrere alla chirurgia, intervenendo direttamente nella zona del cervello da cui hanno origine le crisi. Inoltre, negli ultimi anni, grazie alle nuove tecniche di Risonanza Magnetica e di ricerca genetica, è migliorata la possibilità di riconoscere le cause dell’epilessia e di eseguire, ove possibile, una terapia personalizzata per il singolo paziente” – ha affermato Umberto Aguglia, Coordinatore del Gruppo di studio Epilessia della SIN, Ordinario di Neurologia presso l’Università Magna Graecia di Catanzaro e Direttore del Centro Regionale Epilessie del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria.

Molte epilessie che esordiscono in epoca infantile sono ereditarie e, a volte, possono scomparire con gli anni. Il cervello, infatti, è una struttura dinamica che si sviluppa, cresce e si modifica nel corso del tempo. Nei soggetti anziani, invece, sono le lesioni cerebro-vascolari (ischemiche o emorragiche) e l’ipertensione arteriosa a costituire i fattori di rischio più rilevanti.

Campagne informative come quella di oggi sono fondamentali nella lotta all’Epilessia una patologia ancora circondata da pregiudizi e disinformazione. Sono molti, infatti, i luoghi comuni ancora da sfatare”. – ha concluso Umberto Aguglia.


Denti che tornano sani con le cellule staminali

 

Per i dentisti, una carie è un paradosso: per salvare il dente è necessario danneggiarlo ulteriormente. Oggi, il modo principale per trattare una carie è scavare la parte erosa e l’area circostante e poi otturare la cavità con un materiale surrogato durevole, come un cemento a matrice metallica, plastica o vetrosa.

Ma che cosa succederebbe se invece di trapanare i denti e rattopparli con sigillanti sintetici, i dentisti potessero convincere la nostra dentatura a ricrescere in modo autonomo?

Paul Sharpe, bioingegnere del King’s College di Londra, e i suoi colleghi hanno scoperto un nuovo modo per fare esattamente questo nei topi.

L’anno scorso hanno pubblicato su “Scientific Reportsuno studio che descriveva le loro tecniche innovative. E da allora hanno fatto ancora più progressi, rendendo questa procedura sperimentale più vicina agli studi clinici sugli esseri umani.

Per introdurre formalmente questo trattamento nell’odontoiatria moderna, tuttavia, i ricercatori dovranno condurre studi clinici su pazienti umani. Per questo lavoro mancano ancora diversi anni, dice Sharpe.

Ma alcuni dei farmaci che potrebbero essere utilizzati sono già approvati per altri usi negli esseri umani, ed egli spera che ciò possa accelerare il processo dell’eventuale approvazione.

Molte cure dentistiche sono ancora nei tempi bui. È ora di andare avanti” – afferma Sharpe.

Promotion of natural tooth repair by small molecule GSK3 antagonists – Vitor C. M. Neves, Rebecca Babb, Dhivya Chandrasekaran, & Paul T. Sharpe – Scientific Reports volume7, Article number: 39654 (2017) – doi:10.1038/srep39654

L’onda dell’innovazione in Oncologia

Anche senza l’assegnazione dell’Agenzia Europea del Farmaco (EMA), il cielo dell’innovazione farmaceutica è azzurro sopra Milano (e sul resto d’Italia). Attualmente sono oltre 300 i prodotti biotech in fase di sviluppo da parte di aziende farmaceutiche italiane. Tre terapie avanzate su 6 autorizzate in Europa sono di matrice italiana. Nel 2016 le aziende italiane hanno investito in Ricerca e Sviluppo 1.470 milioni di euro, con un incremento del 3,9% rispetto al 2015. Tra il 2000 e il 2015 in Italia sono stati condotti circa 10.700 studi clinici.

Una delle aree di maggior innovazione è l’oncologia: ogni giorno in Italia oltre 1.000 persone si ammalano di cancro e centinaia di ricercatori lavorano per mettere a punto terapie in grado di migliorare ulteriormente la sopravvivenza, passata dal 39% degli anni 1990-94 al 54% degli anni 2005-2009 per gli uomini e dal 55% al 63% per le donne. L’Italia è – in base al numero delle citazioni e all’H-Index (il criterio utilizzato a livello internazionale per valutare impatto scientifico di un autore e prolificità delle sue pubblicazioni) – tra i primi 5 Paesi al mondo per qualità delle pubblicazioni scientifiche e al quarto posto nella ricerca oncologica.

Le condizioni perché l’innovazione, anche in oncologia, sia garantita ci sono tutte: alta tecnologia, formazione e ricerca preclinica. Il vero punto debole, per l’Italia, sono i tempi dilatati nei quali l’innovazione arriva ai pazienti: un vero anacronismo, di fronte dell’accelerazione della ricerca, legata all’avvento delle terapie target e della medicina personalizzata. Intanto, però, il ciclo di vita dei farmaci si “allunga”: oggi la fase che segue l’immissione in commercio è considerata sempre più importante per capire se un farmaco può avere ulteriori indicazioni o come migliorarne la somministrazione e gli effetti collaterali.

Duplice, in questo nuovo scenario, il compito dei media: spiegare l’importanza di seguire il farmaco in tutte le fasi del suo lungo ciclo di vita, che va ben oltre i riflettori che accompagnano la fase del lancio. E mettere in evidenza il valore del “fattore tempo” per non perdere i vantaggi legati all’accelerazione dell’innovazione.

Come farlo è il tema del Corso di formazione Professionale “Il ruolo dei media nella divulgazione dell’innovazione in oncologia”, promosso dal Master di I livello “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Ipsen, Pfizer e Roche.

Se in passato per sviluppare un farmaco occorrevano quasi 15 anni, adesso una nuova molecola può arrivare nella pratica clinica in un tempo molto più breve, meno di 3-5 anni la rivoluzione della genomica è stata cruciale: la scoperta delle basi genetiche del cancro e la possibilità di identificare dei bersagli su cui costruire un farmaco ha reso possibile la personalizzazione delle terapie e ha moltiplicato le possibilità. Il numero dei farmaci sta crescendo esponenzialmente con l’aumentare delle nicchie di pazienti che potranno beneficiare di ogni singolo specifico farmaco innovativo” – afferma Giuseppe Curigliano, Direttore della Divisione Sviluppo Nuovi Farmaci per Terapie Innovative dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

L’accelerazione del ciclo di sviluppo e le aspettative che genera l’innovazione cambiano anche il rapporto dei pazienti con la ricerca. Oggi la ricerca intesa come innovazione è divenuta da parte dei pazienti una richiesta di assistenza.

L’efficacia dei nuovi farmaci fa sì che i pazienti considerino fondamentale partecipare già a studi clinici di Fase I, visti come un’opportunità per avere accesso ai farmaci nuovi prima che vengano immessi in commercio l’innovazione, insomma, sta diventando parte del care e come tale deve essere riconosciuta anche dalle istituzioni. D’altra parte, un farmaco innovativo che ha bersagli molecolari o è in grado di attivare l’immunità contro il tumore può realmente prolungare la vita del paziente. Tuttavia, quando i pazienti dipendono per la loro sopravvivenza da un farmaco spesso dipendono anche da quello che il farmaco rappresenta: accessi frequenti in ospedale, visite, esami, somministrazioni, e sono vincolati ad un rapporto continuativo con l’ospedale. Tutto questo ha risvolti positivi dal punto di vista medico ma ha un enorme impatto sulla qualità di vita dei malati e sull’organizzazione sanitaria” – dice Filippo de Braud, Direttore di Oncologia Medica, Fondazione IRCCS Istituto Nazionale Tumori di Milano.

Mentre i pazienti chiedono di anticipare sempre di più l’accesso alle cure, a fronte della vorticosa accelerazione dello sviluppo di nuovi farmaci, in Italia fa da contrasto il collo di bottiglia, e il conseguente rallentamento, dei tempi di approvazione. Nel nostro Paese il tempo richiesto per l’accesso al mercato dopo l’autorizzazione EMA è vicino ai 12 mesi, con un divario rilevante rispetto ad altri importanti Paesi. A creare il gap è l’elevato numero di vincoli burocratici e duplicazioni di adempimenti regionali e locali compiuti affinché il nuovo farmaco diventi effettivamente prescrivibile e utilizzabile. I tempi necessari per le autorizzazioni regionali variano tra Regioni da 31 a 293 giorni in media. Inoltre per i farmaci innovativi si pone il problema della sostenibilità, che può comportare interventi per limitare l’accesso a determinate molecole. Come risultato, l’uso in terapia dei nuovi farmaci, misurato in termini di consumi pro-capite, resta più basso che nei maggiori Paesi dell’Unione Europea (19% in meno di farmaci lanciati tra il 2012 e il 2016).

Ma l’approvazione è solo l’inizio: una volta immesso sul mercato, il farmaco “giovane adulto” entra nella sua vita matura e nella fase chiamata “gestione del ciclo di vita”.

Il farmaco innovativo uscito dalla fase di sperimentazione controllata entra nel mondo reale, dove i pazienti sono assai più complessi in questa fase la cosa più importante è tener d’occhio il cambiamento di contesto perché potrebbero emergere rischi che non si sono manifestati chiaramente durante la sperimentazione. Questa fase di impiego controllato, di post-marketing del farmaco, può durare alcuni anni durante i quali il farmaco immesso in commercio continua ad essere osservato speciale anche grazie al meccanismo della farmacovigilanza che richiede segnalazioni spontanee, base per ulteriore studio del farmaco se diventano numerosi”– dichiara Carlo Alberto Tondini, Direttore dell’Unità di Oncologia dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

La vita matura di un farmaco è altrettanto interessante di quella “giovane”. Accanto alla gestione del ciclo di vita si affiancano gli studi di Fase 4 che permettono ai ricercatori di affinare la loro conoscenza sul farmaco, di confrontarlo con altri prodotti già presenti sul mercato, di valutare i suoi effetti a lungo termine, e di determinare il rapporto costo-beneficio del farmaco rispetto ad altri in commercio. Molto importante è la farmacovigilanza per valutare in maniera continuativa tutte le informazioni relative alla sicurezza dei farmaci fino al passaggio, una volta scaduto il brevetto, allo standard di farmaco equivalente o a quello di biosimilare, che richiede evidenze di comparabilità sugli effetti clinici nell’uomo, soprattutto per quanto riguarda gli anticorpi monoclonali, di cui non si conoscono perfettamente i complessi meccanismi di azione.

Una fase particolarmente importante, quella della vita del farmaco “maturo”, anche perché può avvalersi su larga scala di un aspetto determinante: l’esperienza diretta dei pazienti.

Esiste, ormai da qualche tempo, una “scienza laica” i cui titolari sono i pazienti e gli ex pazienti. Una scienza che non si può studiare su alcun libro di testo, perché deriva dall’esperienza diretta di chi vive o ha vissuto sulla propria pelle la malattia il coinvolgimento dei pazienti, ex pazienti e loro rappresentanti, può contribuire significativamente a spostare la discussione su un piano più concreto e centrato sui reali bisogni delle persone, con particolare attenzione a effetti collaterali dei farmaci e qualità della vita”afferma Davide Petruzzelli, Presidente Associazione Lampada di Aladino Onlus – Assistenza malati oncologici.

L’invito rivolto ai media è quindi quello di seguire il farmaco lungo tutto il suo ciclo di vita: non solo la fase di lancio, con tutte le aspettative e i clamori che genera, ma anche quella “matura” in cui una molecola può avere ancora molto da dire ai ricercatori e molto da dare ai pazienti.

DNA del papilloma virus nel sangue di donne senza tumore

Non solo nelle mucose e sulla pelle: il DNA del papilloma virus (HPV) si trova anche nel sangue di donne con infezione cervicale.

È il risultato dello studio “Human papillomavirus DNA detection in plasma and cervical samples of women with a recent history of low grade or precancerous cervical dysplasia”, appena pubblicato sulla rivista scientifica PLOS One, condotto dai ricercatori di Microbiologia Clinica del dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Milano-Bicocca, insieme ai colleghi di ginecologia dell’Ospedale San Gerardo (ASST Monza) e della Sezione di Igiene del Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Sassari.

Se è noto che il papilloma virus infetta pelle e mucose, solo pochi studi precedenti hanno mostrato la presenza del DNA virale nel sangue in donne con cancro al collo dell’utero.

Lo studio condotto dai ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca compie un passo avanti: i risultati della ricerca, infatti, hanno evidenziato la presenza di HPV DNA in campioni di sangue di donne senza tumore ma con una recente diagnosi di Pap-test positivo.

 

Esistono circa 200 diversi sottotipi di papilloma virus in grado di infettare l’uomo. Le infezioni da HPV sono tra le più frequenti nella popolazione sessualmente attiva. Il nostro sistema immunitario, tuttavia, può eliminare in modo spontaneo queste infezioni senza conseguenze sulla salute. Alcuni sottotipi di HPV, definiti ad “alto rischio”, possono però causare l’insorgere di tumori come quello della cervice uterina, della cavità orofaringea, anale, dei genitali esterni ma anche di tumori distanti dalle sedi muco-cutanee.

Lo studio ha coinvolto 120 donne riferite agli ambulatori di Ginecologia dell’Ospedale San Gerardo (ASST Monza), con una recente diagnosi di Pap-test positivo nello screening per la prevenzione del carcinoma del collo dell’utero.  La ricerca del DNA virale associato a 7 tipi di HPV ad “alto rischio” è risultata positiva nel sangue di 41 di queste donne, pari al 34,2 per cento, sebbene nessuna di queste donne fosse affetta da tumore della cervice.

 

Questo studio ha permesso di riscontrare il genoma virale a livello ematico, attraverso metodiche molecolari, in un numero rilevante di donne con una probabile infezione recente da HPV al livello genitale, ma senza evidenza di tumore” – ha spiegato Clementina Cocuzza, docente di Microbiologia Clinica dell’Università di Milano-Bicocca.


Si tratta di risultati utili per la comunità scientifica che portano ad ulteriori conoscenze nella storia naturale dell’infezione da parte di questi virus potenzialmente oncogeni. I risultati della ricerca potrebbero nel futuro aprire nuovi orizzonti sia nell’ambito dello screening cervicale, sia per interventi di immunoprofilassi” – ha affermato Andrea Piana docente di Medicina Clinica e Sperimentale dell’Università di Sassari.

 



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