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Salute nelle Città: un appello per migliorarla

Si torna a parlare di salute nelle città e questa volta direttamente con i primi cittadini, in occasione della 34ma Assemblea nazionale ANCI, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani che si è svolta a Vicenza, con la presentazione della “Lettera aperta ai Sindaci italiani per promuovere la salute nelle città come bene comune”.

A loro infatti è rivolto l’invito ad attivarsi nel creare reti di collaborazione pubblico-privato, mettere in atto politiche urbane che abbiano come priorità la salute dei cittadini, impegnarsi nel prevenire le malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, che costituiscono la “nuova epidemia urbana”, come sempre l’Oms definisce questo fenomeno.

La lettera – condivisa e firmata da Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute, Roberto Pella, Vice presidente vicario ANCI, in rappresentanza del Gruppo di lavoro dell’associazione su “Urban health”, Enzo Bianco, Presidente Consiglio nazionale ANCI, Antonio Decaro, Presidente ANCI, Simona Arletti, Presidente Rete italiana città sane dell’Oms, Angelo Lino Del Favero, Direttore Generale dell’Istituto Superiore di Sanità, Antonio Gaudioso, Segretario Generale Cittadinanzattiva, Giovanni Malagò, Presidente Coni e Walter Ricciardi, Presidente Istituto superiore di sanità – è stata illustrata nel corso della sessione “Promuovere la salute nelle città come bene comune” organizzato nell’ambito dell’Assemblea nazionale ANCI in collaborazione con Novo Nordisk, Cities Changing Diabetes, Health City Institute, Federsanità ANCI e Sport city 3.0.

Nell’occasione è stata anche presentata la rivista Urbes, il primo magazine europeo sostenuto da Health City Institute, che raccoglie idee, progetti e lavori socio-scientifici su come affrontare i problemi connessi al rapporto tra urbanizzazione e salute.

Cento anni fa solo il 20% della popolazione mondiale viveva in città. Per la metà del secolo arriveremo al 70% di residenti nelle aree urbane”, commenta Roberto Pella.

L’aumento è straordinario, al ritmo di 60 milioni di persone che ogni anno si spostano da ambienti rurali verso le città, soprattutto nei Paesi a medio reddito. Non solo, le proiezioni mostrano che nei prossimi 30 anni la crescita globale avverrà virtualmente soltanto nelle aree urbane. Ma se oggi circa il 10% della popolazione urbana vive in megalopoli, con oltre 10 milioni di abitanti, ormai presenti in ogni angolo del pianeta, saranno soprattutto le città più piccole a sostenere la quota maggiore di incremento”, continua Pella.

Nell’Unione europea, fatta eccezione per la Francia, le aree urbane tendono a registrare incrementi demografici più elevati a causa del saldo migratorio. In Italia, quasi 4 cittadini su 10 risiedono nelle 14 città metropolitane.

Lo spostamento verso le aree urbane è caratterizzato da cambiamenti sostanziali dello stile di vita rispetto al passato: cambiano le abitudini, i lavori sono sempre più sedentari, l’attività fisica diminuisce”, sostiene Andrea Lenzi.

Fattori sociali, questi, che rappresentano un potente volano per le cosiddette malattie della società del benessere: obesità e diabete”.

Ciò è sostanziato dai fatti, che vedono crescere in maniera esponenziale nel mondo il numero di persone obese o con diabete, vicino alla soglia del mezzo miliardo, con – già oggi – 250 milioni di persone con diabete, due terzi del totale, vivere nelle città, secondo Idf-International diabetes federation.

Per analizzare il contesto economico-sanitario, sociologico, clinico-epidemiologico e politico-sanitario e per studiare i determinanti della salute nelle città, nel 2015 è nato in Italia l’Health City Institute, un organismo che si avvale di esperti indicati, tra gli altri, da Ministero della salute, Istituto superiore di sanità, Università Tor Vergata di Roma, Istat e Censis

Health City Institute ha messo a punto, nel 2016, il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”, che si propone di offrire alle istituzioni e alle amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio di questi determinanti nei propri contesti urbani e fare leva su di essi per mettere a punto strategie per migliorare gli stili di vita e la salute del cittadino. Il documento venne presentato ad Anci, che volle condividerne lo spirito e le finalità, agendo consapevolmente.

Lo sviluppo urbano, cui il mondo ha assistito e assiste, ha infatti modificato profondamente lo stile di vita della popolazione e trasforma il contesto ambientale e sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute della popolazione. La configurazione attuale delle città e, più in generale l’urbanizzazione, presentano per la salute pubblica e individuale tanti rischi, ma anche molte opportunità. Se infatti le città sono pianificate, ben organizzate e amministrate coscientemente, si può dare vita ad una sinergia tra Istituzioni, cittadini e professionisti in grado di migliorare le condizioni di vita e la salute della popolazione.

In conclusione, nella lettera ai primi cittadini viene rivolto questo appello:

Abbiamo bisogno di avere come obiettivo prioritario che la salute nelle città sia un bene comune. In caso contrario, la salute di milioni di abitanti delle nostre città è in gioco. Aiutateci a sostenere, promuovere e sottoscrivere il Manifesto della salute nelle Città, quale strumento per migliorare la qualità di vita di tutti i cittadini e in particolare delle generazioni future”.




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Sovrappeso e salute delle ginocchia

 

Accumulare chili di troppo può essere una scelta davvero rischiosa, che nuoce “gravemente” sia all’immagine, sia alla salute. A correre i rischi più importanti, come è risaputo, la maggior parte degli organi, dal cuore, a tutto il sistema cardiovascolare, passando per il fegato e arrivando ai reni, ma non solo. Anche le ginocchia potrebbero subire contraccolpi, tutt’altro che positivi: il sovrappeso, secondo i risultati di un recente studio, mette in serio pericolo la salute di queste preziose articolazioni.

Il rischio è che le ginocchia “crollino” o quasi, sotto il peso dei chili di troppo accumulati per assecondare peccati di gola o eccessi di pigrizia, ma, soprattutto che compaiano sintomi dolorosi difficilmente sopportabili.

Infatti, secondo una recente sperimentazione australiana, condotta dagli esperti della Monash University di Melbourne e pubblicata sulla rivista scientifica di settore Arthritis Care and Research, le persone che ingrassano, aumentando peso e massa corporea, hanno maggiori probabilità di sviluppare dolore a carico delle ginocchia rispetto a chi perde peso o lo mantiene relativamente stabile nel tempo.

Per giungere a questa conclusione e per tracciare questo filo, diretto quanto pericoloso, tra sovrappeso, aumento di peso e dolore, disturbi alle ginocchia, gli studiosi australiani hanno coinvolto nella sperimentazione 250 persone, di età compresa tra i 25 e i 60 anni, senza precedenti disturbi articolari e relativo intervento chirurgico a carico del ginocchio. Il 70% dei partecipanti era donna e una buona fetta di loro era in condizione di sovrappeso o obesità.

Trascorsi due anni dall’inizio della ricerca, sono rimasti 196 partecipanti: la metà di loro ha mantenuto il proprio peso corporeo, il 14% è ingrassato, con un aumento di peso medio pari a 7 kg, e il 30% ha perso peso. Secondo quanto riportato dagli esperti, ogni chilogrammo di peso corporeo accumulato ha fatto salire il dolore al ginocchio di 1.9 punti; la rigidità ossea dell’articolazione è peggiorata di 1.4 punti; la funzionalità di 6.1 punti.

Nessuna certezza, ma sospetti molto fondati sono emersi dallo studio. Il dolore articolare a carico delle ginocchia è una vero e proprio “incubo” con cui convivere quotidianamente per migliaia di persone in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più ricchi, Stati Uniti in testa. Gli esperti non certificano il rapporto di causalità tra l’incremento di peso e il dolore al ginocchio, ma lo ritengono altamente probabile. Avvalora la tesi degli scienziati australiani anche l’aumento, più consistente, del dolore, nelle persone obese, che hanno registrato un +59 punti in media, rispetto ai 6.4 punti dei partecipanti non obesi.

Intolleranza al glutine, carenze di ferro, allergie e infezioni: i test “fai da te” assicurano sempre di più il primo controllo del proprio stato di salute

Cercare informazioni sulla propria salute in internet è ormai un’abitudine consolidata che coinvolge il 59% della popolazione italiana, ma le risposte necessitano spesso di ulteriori conferme (solo il 16% si dichiara infatti soddisfatto di ciò che trova in rete)*.

Per questo motivo HARTMANN, uno dei principali provider al mondo di prodotti medicali, ha annunciato il lancio di Veroval®, una linea di 11 self-test diagnostici per una prima verifica sul proprio stato di salute.

Intolleranza al glutine, allergie a peli del gatto, pollini e polvere, livello di colesterolo, patologie gastro-intestinali e fertilità maschile, possono ora essere verificati nella privacy della propria casa. Con i self-test Veroval®, in pochi minuti, si ottengono riposte con un’affidabilità fino al 99%.

Stili di vita frenetici portano a trascurare la propria salute e a sottovalutare dei sintomi che potrebbero invece essere monitorati, consentendo la prevenzione di malattie più serie. I self-test Veroval® offrono agli utilizzatori un orientamento iniziale a importanti problemi di salute, giocando così un ruolo fondamentale nella scoperta precoce di potenziali rischi. I self-test non sostituiscono la diagnosi di un medico, ma certamente possono aiutare ad attivare un trattamento tempestivo” – ha dichiarato il Dr. Giovanni Renna Amministratore Delegato HARTMANN Italia.

In particolare, Veroval® introduce il nuovo “Antibiotico Sì o No”, per individuare se è in atto o meno nel nostro organismo un’infezione batterica, soprattutto in caso di tosse, febbre e raffreddore. Una buona diagnosi è necessaria anche per evitare un uso scorretto degli antibiotici, che risultano essere inefficaci in caso di infezione virale. Nel corso degli anni, il loro uso eccessivo o improprio è stato collegato alla comparsa e alla diffusione di microrganismi resistenti a questo tipo di farmaci, che rendono inefficaci le cure mediche e rappresentano un grave rischio per la salute pubblica. È dunque importante poter diagnosticare se l’infezione sia di origine batterica o virale.

Quando vi è frequente mal di testa, stanchezza e pallore, come per esempio durante i cambi di stagione, c’è il self-test Veroval® per la “Carenza di ferro”: tutto ciò che serve è una goccia di sangue prelevata dal dito e dieci minuti di tempo, al fine di accertare se i valori rientrano nella norma.

L’ampia gamma Veroval® vede “Intolleranza al glutine” al primo posto come self-test più venduto. È dimostrato che la celiachia, l’intolleranza al glutine, è un problema molto più diffuso di quanto si pensi. Nel soggetto celiaco, il corpo risponde con reazioni autoimmuni che possono causare diversi sintomi come dolori addominali, dissenteria, perdita di peso, carenze nutrizionali dovute a malassorbimento e malattie della pelle. Grazie all’autodiagnosi con self-test Veroval® si potrà quindi escludere la presenza dell’intolleranza.

La gamma si completa con:

  • INFEZIONI ALLE VIE URINARIE: Test rapido per rilevare globuli bianchi, nitriti e proteine nelle urine
  • COLESTEROLO: Test rapido per determinare il livello di colesterolo nel sangue
  • PREVENZIONE PER LO STOMACO: Test rapido per rilevare possibile infezione da Helicobacter pylori
  • PREVENZIONE PER L’INTESTINO: Test rapido per la rilevazione del sangue occulto nelle feci
  • ALLERGIE: Test rapido per rilevare la presenza di allergie ai peli del gatto, pollini e acari della polvere
  • FERTILITÀ MASCHILE: Test rapido per determinare la concentrazione di spermatozoi nel liquido seminale
  • PREVENZIONE DELLE INFEZIONI VAGINALI: Test rapido per determinare il pH vaginale
  • DROGHE: Multi-test rapido per determinare 6 diverse droghe

I self-test Veroval® sono disponibili in farmacia e sul sito internet www.shop.veroval.it

I self-test Veroval® sono adatti per coloro che desiderano avere risposte rapide riguardo a importanti problemi di salute.  Possono essere inoltre un valido aiuto per il medico di medicina generale, perché, trattandosi di strumenti non invasivi e a basso costo, permettono di valutare l’inizio o meno di un iter diagnostico decisamente più impegnativo e costoso” – ha commentato Marco Bacchini, presidente di Federfarma Verona.

* TNS Political & Social (2015, November). Flash Eurobarometer 404: European Citizens’ Digital health Literacy. European Commission.


TIROIDE E BENESSERE: PASSARE DALLO STARE BENE AL SENTIRSI BENE

Si è appena concluso a Lisbona il Congresso Europeo di Endocrinologia dove gli endocrinologi si sono confrontati e hanno condiviso il nuovo approccio relativo al trattamento delle piccole neoplasie della tiroide argomento di grande interesse vista la frequenza con cui si manifestano questi fenomeni. Da più parti si sono presentate relazioni che avvalorano un atteggiamento cauto e di monitoraggio dei noduli di piccole dimensioni che, se non danno disturbi e sono classificati come benigni dopo uno studio ecografico o un esame citologico con ago aspirato non richiedono un intervento chirurgico. Infatti, spiega Paolo Vitti, Presidente Eletto SIE, Società Italiana di Endocrinologia, “la gran parte dei noduli alla tiroide non cresce di dimensioni nel corso del tempo (circa l’85%) e rimane benigna. Negli ultimi anni si è verificato un aumento dell’incidenza dei noduli tiroidei: questo aumento si è registrato soprattutto per le forme tumorali meno aggressive (istotipo papillare) e per tumori con dimensioni inferiori a 1 centimetro che sono stati rilevati grazie alla migliore sensibilità e il facile accesso ai moderni mezzi diagnostici che ha sicuramente influito nel “portare alla luce” quei piccoli tumori che probabilmente non sarebbero mai cresciuti fino a divenire clinicamente evidenti.

Ieri si è celebrata la Giornata Mondiale della Tiroide e, quanto discusso a Lisbona sulle patologie tiroidee rappresenta un quadro positivo per la salute generale di questa ghiandola che, in questi ultimi anni è oggetto di campagne di sensibilizzazione che hanno portato le persone a una maggiore consapevolezza dell’importanza della tiroide per il proprio benessere”. Infatti, le persone che hanno problemi alla tiroide, per spiegare la propria condizione, dichiarano di aver “perso il loro benessere”.

Questa è proprio la peculiarità dell’ipotiroidismo, la malattia più frequente della tiroide che colpisce oltre 5 milioni di italiani, spiega Paolo Vitti, responsabile scientifico della Giornata della Tiroide, i cui sintomi possono essere così sfumati, ma comunque dannosi, che difficilmente si riesce a ricondurli ad una patologia. E sono davvero tanti: stanchezza, alterazioni del tono dell’umore, difficoltà di concentrazione, palpitazioni, nervosismo, insonnia, scarsa capacità di tollerare il freddo, gonfiore, pelle e capelli secchi e tanti altri disturbi. Proprio per questo il tema scelto per la Giornata Mondiale della Tiroide 2017 è stato “TIROIDE E BENESSERE”. Che si tratti di malattie che devono essere propriamente inquadrate e che i trattamenti debbano essere personalizzati ormai non basta più. La sfida è ridare quel benessere che tante persone dichiarano di avere perso”.

La tiroide svolge una serie di funzioni vitali per il nostro organismo come la regolazione del metabolismo, il controllo del ritmo cardiaco, lo sviluppo del sistema nervoso, l’accrescimento corporeo, la forza muscolare e molto altro. Proprio per il ruolo di “centralina”, quando questa ghiandola non funziona correttamente, tutto il corpo ne risente. Può colpire ad ogni età e per questo motivo occorre non trascurare alcuni campanelli di allarme rivolgendosi al proprio medico in caso di dubbio.

“Essenziale il ruolo dell’assunzione di iodio in quantità adeguate per prevenire le malattie della tiroide, spiega Massimo Tonacchera, Professore Associato di Endocrinologia e Coordinatore Nazionale Comitato della Prevenzione della Carenza Iodica; questo elemento è il costituente essenziale degli ormoni tiroidei. La carenza di iodio anche lieve, che affligge ancora alcune aree del nostro paese, può provocare conseguenze anche gravi soprattutto se la carenza nutrizionale si verifica durante la gravidanza o la prima infanzia”.

“L’attenzione maggiore va posta durante la gravidanza dove una grave iodocarenza, continua Roberto Gastaldi, SIEDP, Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica, può determinare la morte del feto in utero, cretinismo neurologico e ipotiroidismo congenito. Proprio quest’ultima patologia rappresentava la prima causa di ritardo mentale nel nostro Paese prima dell’introduzione dello screening neonatale grazie al quale è possibile eseguire diagnosi e trattamento precoci. Dopo l’età neonatale è comunque importante assicurare una adeguata quantità di iodio sia per garantire un regolare processo di crescita e di sviluppo del bambino che per prevenire patologie della tiroide come ad esempio i noduli”.

“Quest’anno il programma nazionale di iodoprofilassi registra qualche successo: i dati dimostrano che la percentuale di sale iodato venduto nella grande distribuzione nel 2016 ha superato il 60% ed è molto positivo dato che prima dell’approvazione della legge era solo al 30%, spiega Antonella Olivieri, Responsabile Scientifico Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodoprofilassi in Italia (OSNAMI), Istituto Superiore di Sanità. Anche i dati di ioduria in età scolare, ovvero la concentrazione di iodio nelle urine, raccolti in collaborazione con gli Osservatori Regionali per la Prevenzione del Gozzo sono coerenti con questo miglioramento. Le indagini condotte su 2500 bambini tra il 2015 e il 2016 in Liguria, Toscana, Marche, Lazio e Sicilia, hanno mostrato valori di ioduria indicativi di un adeguato apporto di questo elemento in tutte e 5 le Regioni. Ma il risultato più importante è l’aver accertato che in Liguria, Toscana, Lazio e Sicilia, per la prima volta si può dire che il gozzo in età scolare non è più una patologia endemica ed è quindi stato praticamente sconfitto”.

“Tra le molteplici funzioni degli ormoni tiroidei a livello cerebrale rientra il controllo del tono dell’umore, continua Rinaldo Guglielmi, Past-President AME, Associazione Medici Endocrinologi. Quando la tiroide non funziona correttamente in molti pazienti è presente un’alterazione del comportamento e del tono dell’umore; tanto maggiore è la disfunzione della ghiandola e tanto più visibile sarà la sua influenza, fino ad arrivare in alcune forme severe, a quadri clinici tipici della depressione. Se vi sono cambiamenti frequenti dell’umore e non ci sono cause psichiche evidenti, può essere d’aiuto controllare la funzione tiroidea mediante il semplice dosaggio del TSH. Quando i disturbi dell’umore sono dovuti a disfunzioni tiroidee nella quasi totalità dei casi è possibile ristabilire un tono dell’umore normale e coerente con il carattere della persona, con il riequilibrio della tiroide con l’impiego dei farmaci più appropriati”.

La Giornata Mondiale della Tiroide è stata promossa da Associazione Italiana della Tiroide (AIT), Società Italiana di Endocrinologia (SIE), Associazione Medici Endocrinologi (AME), Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), Associazione Italiana Medici Nucleari (AIMN), Club delle Unità di Endocrino-Chirurgia (Club delle UEC), Società Italiana di Endocrinochirurgia (SIEC), Società Italiana di Geriatria e Gerontologia (SIGG) insieme al Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE) ed è stata patrocinata da European Thyroid Association (ETA), e dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS).


Urbanizzazione e Salute: due facce della stessa medaglia

Provate a immaginare. Nel 10.000 a.C. la Terra ospita circa 1 milione di individui che diventano, ai tempi dell’Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., più o meno 150 milioni. Tra guerre, catastrofi naturali e pestilenze, si deve arrivare alle soglie del secondo millennio per raddoppiare la popolazione mondiale. Dicono gli studiosi che, intorno all’anno Mille, siamo circa 310 milioni sul pianeta. Durante la rivoluzione industriale, a partire dal XVIII secolo, i progressi della medicina e l’aumento della qualità della vita nei paesi sviluppati portano alla cosiddetta rivoluzione demografica; il tasso di mortalità scende vertiginosamente e cresce il tasso di natalità, portando al raddoppio della popolazione mondiale in solo due secoli: dagli 800 milioni del 1750 al miliardo e 650 milioni del 1900. Poi, in solo 75 anni, la popolazione mondiale triplica, raggiungendo i 4 miliardi di individui nel 1975 e anche l’apice del tasso di crescita che da allora rallenta. Ma non così tanto, visto che gli attuali 7,3 miliardi di cittadini del mondo saranno 8,5 miliardi entro il 2030, 9,7 miliardi nel 2050 e 11,2 miliardi nel 2100, come stima la revisione 2015 del rapporto World Population Prospects delle Nazioni Unite.

Fenomeno parallelo alla tumultuosa crescita demografica degli ultimi decenni è il sempre più spinto inurbamento, ossia la fuga dalle campagne verso le città, e la conseguente urbanizzazione dei territori, che ha portato i ricercatori delle Università di Yale, dell’Arizona State, della Texas A&M e di Stanford, a calcolare che entro il 2030 le aree urbane si espanderanno di circa 1,5 milioni di chilometri quadrati, pari all’incirca alla superficie della Mongolia, o se si preferisce di Francia, Germania e Spagna messe assieme, per accogliere 1,47 miliardi di persone neo-inurbate.

Sempre di più, grandi masse di persone si concentrano nelle città, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente. Dobbiamo prendere atto che si tratta di un fenomeno sociale inarrestabile e di una tendenza irreversibile, che va gestito e anche studiato sotto numerosi punti di vista quali l’assetto urbanistico, i trasporti, il contesto occupazionale, ma soprattutto la salute pubblica, perché alla questione inurbamento è indissolubilmente legato, purtroppo, l’aumento delle malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, proprio per via del cambiamento degli stili di vita alimentari e di movimento”, – ha spiegato Andrea Lenzi, Presidente del Comitato di Biosicurezza, Biotecnologie e Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri e Presidente dell’Health City Institute.

Non solo. Se oggi vivono nel mondo 415 milioni di persone con diabete – due terzi delle quali risiedono nelle città – e l’International Diabetes Federation (IDF) stima un aumento del 50%, sino a 642 milioni tra 25 anni, e se negli ultimi 40 anni l’obesità è cresciuta del 600 per cento, dai 105 milioni di obesi nel 1975 ai 640 milioni di oggi, non va dimenticato il progressivo invecchiamento della popolazione. Le stime indicano, infatti, come la percentuale di persone sopra i 65 anni potrebbe raddoppiare da qui al 2050, dall’8 al 16 per cento della popolazione mondiale.

Sono semplici dati che sottolineano come uno dei fattori che gli amministratori di una città, oggi, devono affrontare sia il tema dei determinati della salute”, dice ancora Lenzi.

All’argomento, di estrema attualità, è dedicato il nuovo numero della rivista Health Policy in Non Communicable Diseases, edita da Italian Barometer Diabetes Observatory Foundation, presentato a Roma l’11 aprile scorso, dal titolo “Healthy Cities – I determinanti della salute in città”.

Ospita analisi di studiosi e ricercatori come Arpana Verma, Direttore della Division of Population Health, Health Services Research and Primary Care della University of Manchester, Ketty Vaccaro, Responsabile area salute e welfare del CENSIS, Roberta Crialesi, Direttore Sevizio Sanità e Assistenza presso la Direzione Centrale delle statistiche sulle Istituzione Sociali dell’ISTAT, Alessandro Solipaca, Direttore scientifico Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane.

Nel settembre 2015, 193 stati membri delle Nazioni Unite, riuniti a New York per discutere gli obiettivi dello sviluppo sostenibile – Sustainable Development Goals (SDG) – hanno identificato, come SDG 11, un obiettivo dedicato a rendere la città inclusiva, sicura, sostenibile e capace di affrontare il cambiamento. Strumenti chiave per raggiungere questo obiettivo come lo sviluppo abitativo, la qualità dell’aria, la buona alimentazione e il trasporto sono individuati chiaramente e diventano importanti determinanti della salute delle persone nelle città. Tutto ciò si inserisce nel più generale tema del miglioramento della salute come priorità globale.

La prevalenza e alta densità della popolazione nelle metropoli, la complessità dei fattori di rischio che influenzano la salute, l’impatto delle disuguaglianze sulla salute, l’impatto sociale ed economico sono temi da affrontare e discutere, per agire concretamente sui determinanti della salute. Le città oggi non sono solo motori economici per i Paesi, ma sono centri di innovazione e sono chiamate anche a gestire e rispondere alle drammatiche transizioni demografiche ed epidemiologiche in atto”, ha rimarcato Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto superiore di sanità e Editor in chief di Health Policy in Non Communicable Diseases.

A questa sollecitazione risponde anche il programma Cities Changing Diabetes, l’iniziativa realizzata in partnership tra University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk.

Coinvolge istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, con l’obiettivo di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Al programma hanno già aderito Città del Messico, Copenaghen, Houston, Shanghai, Tianjin, Vancouver, Johannesburg e Roma è la metropoli scelta per il 2017. In queste città i ricercatori svolgono ricerche per individuare le aree di vulnerabilità, i bisogni insoddisfatti delle persone con diabete e identificare le politiche di prevenzione più adatte e come migliorare la rete di assistenza. Il tutto nella piena collaborazione tra le diverse parti coinvolte.

Non è possibile agire sui determinanti della salute e del benessere senza la compartecipazione dei diversi interlocutori che possono avere un’influenza sulla nascita e lo sviluppo delle città. Solo con un approccio multisettoriale ciascuna delle parti interessate, pur con diversi obiettivi, unendosi può fungere da catalizzatore per il miglioramento, poiché la condivisione delle idee può moltiplicare gli effetti positivi sulla salute e creare la conoscenza collettiva. La salute non è solo assenza di malattia. Il benessere e la qualità di vita devono essere considerati diritti umani basilari”, – ha sostenuto Arpana Verma nel suo editoriale sulla rivista.


Contro la meningite la campagna di sensibilizzazione di ONDA

Il vaccino anti-meningococco, quello contro la meningite, è per le mamme tra i più importanti per i propri figli. Lo certifica una recente indagine del SiMPeF, Sindacato Medici Pediatri di Famiglia condotta su un campione di 400 mamme lombarde con figli in età pediatrica, che lo pone secondo solo al vaccino combinato contro difterite, pertosse e tetano, ritenuto utile dal 95% delle madri rispetto al 93% ottenuto dal vaccino contro la meningite. In un quadro più generale le mamme sono propense alla vaccinazione e la ritengono importante nel 94% dei casi, anche se 3 su 4 non nascondono ansie e preoccupazioni. Il pediatra è la fonte di informazione più affidabile in materia secondo il 94% delle intervistate, anche se i social network e in particolare Facebook sono considerati dal 38% delle mamme una risorsa affidabile in casi di dubbi e perplessità sull’argomento.

Ed è proprio sui social network che Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, ha deciso di puntare per fornire un’informazione chiara e corretta sul tema dei vaccini. In occasione della Giornata mondiale contro la meningite che si è celebrata il 24 aprile scorso, l’Osservatorio ha lanciato un progetto di informazione e sensibilizzazione rivolto alle mamme sull’importanza della prevenzione vaccinale realizzato grazie al contributo incondizionato di Pfizer, che vedrà protagonisti anche gli ospedali con i Bollini Rosa.

In linea con gli obiettivi del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019, che ha implementato l’offerta gratuita di tutte le vaccinazioni raccomandate in età pediatrica e non solo, Onda ha deciso di realizzare una pubblicazione informativa che verrà distribuita negli Ospedali con i Bollini Rosa e che sarà scaricabile gratuitamente sul sito www.ondaosservatorio.it e una campagna digital che partirà dalla pagina Facebook di Onda (@ondaosservatorio) e si rivolgerà alle mamme attraverso post ad hoc e video-pillole. Obiettivo del progetto è dare un contributo nella promozione di una cultura della prevenzione vaccinale, approfondendo in particolare le infezioni da meningococco e pneumococco, che sono i principali agenti patogeni della meningite batterica” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

Nell’ultimo anno si è discusso molto di meningite e vaccini in un clima di paura, incertezza, pregiudizio e soprattutto disinformazione. I centri vaccinali sono stati presi d’assalto dalle richieste di vaccinazione anti-meningococcica quale conseguenza di un’epidemia più “mediatica” che reale, visto che i dati documentano un quadro epidemiologico in Italia sovrapponibile all’anno precedente – il meningococco, che è l’agente patogeno più pericoloso, continua ad essere responsabile di circa 200 casi di malattia invasiva all’anno. Tutto ciò si è verificato in uno scenario connotato da un progressivo calo dell’adesione alle vaccinazioni in età pediatrica a livello nazionale.

Il Ministero della Salute ha lanciato l’allarme: dal mese di gennaio 2017 è stato registrato un aumento del numero di casi di morbillo, che sono più che triplicati. E il rischio riguarda tutte le malattie prevenibili, proprio quale conseguenza della presenza di sacche di popolazione suscettibile perché non vaccinata o perché non ha completato i cicli vaccinali.

La disinformazione, complice il web, dilaga e confonde, e lo stesso successo dei vaccini, che ha portato alla scomparsa di alcune malattie drammatiche, un tempo molto diffuse, ha contribuito a far calare la percezione della pericolosità di queste infezioni. Stiamo parlando di malattie che possono essere responsabili di gravi, gravissime conseguenze fino alla morte e che invece possono essere prevenute. E allora perché rinunciare a uno strumento efficace e sicuro come la vaccinazione? Le evidenze scientifiche sono tutte a favore dei vaccini e gli stessi dati epidemiologici ne comprovano l’efficacia e il reale impatto sulla salute pubblica. Un’informazione chiara, corretta e basata su solide evidenze scientifiche, consente di scegliere consapevolmente e responsabilmente per la salute propria e dei propri figli. Un diritto e un dovere irrinunciabile per compiere un atto di responsabilità non soltanto individuale ma anche sociale” – ha continuato Merzagora.

I progressi della Medicina hanno reso possibili cure che consentono la guarigione di malattie molto gravi quali tumori e malattie infiammatorie reumatologiche e/o gastrointestinali. Ai nostri giorni è possibile diagnosticare e curare anche malattie genetiche e metaboliche rare, cosa impensabile fino a pochi anni fa. Purtroppo curare la meningite è ancora oggi una sfida persa: 1 persona su 10 muore e 3 su 10 hanno esiti permanenti, più o meno gravi, per tutta la vita. Nulla è oggi più frustrante per un medico che assistere un soggetto colpito da meningite: non è possibile fare previsioni su quello che accadrà. In realtà disponiamo di un’arma sicura ed efficace: la vaccinazione. I nuovi livelli essenziali di assistenza, i LEA, offrono le vaccinazioni contro tutte le principali forme di meningite: se le Regioni rispetteranno quanto previsto nei LEA, tra pochi anni potremmo raggiungere in Italia il traguardo importante di una protezione ampia della popolazione italiana. Meningiti da Haemophilus Influentiae, Streptococcus Pneumoniae, Neisseria Meningitidis A, B, C, W, Y saranno solo un triste ricordo” – ha affermato Alberto Villani, Presidente SIP, Società Italiana di Pediatria.

 


Più doni e meglio stai, il donatore 4.0

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Oltre otto euro restituiti in media alla comunità per ogni euro investito nelle attività del volontariato del sangue: è solo uno degli spunti contenuti dallo studio del Cergas –  Bocconi che certifica il positivo ritorno per la collettività dell’appartenenza alla più antica e grande associazione di volontariato del sangue europea, l’Associazione dei Volontari Italiani del Sangue di cui ricorre quest’anno il 90° anniversario della Fondazione.

L’indagine è contenuta nel libro curato dal presidente di AVIS NAZIONALE Vincenzo Saturni, dal professor Giorgio Fiorentini e dalla dott.ssa Elisa Ricciuti dell’Università Bocconi che prosegue le ricerche avviate dall’Associazione con la pubblicazione del “Libro Bianco sul sistema trasfusionale” (2014).

Nel suo complesso lo studio ha mirato ad approfondire e quantificare i benefici sanitari, sociali e relazionali prodotti dai donatori volontari AVIS.

Il volume ha proposto la definizione di un modello di valutazione che misura, quantifica e comunica gli impatti sociali ed economici indotti dalle attività che AVIS (Associazione dei Volontari Italiani del Sangue) stessa promuove, e offre un contributo al dibattito sollevatosi a vari livelli attorno al tema della Valutazione di Impatto Sociale (VIS).

Per quanto il volontariato non sia nella sua essenza quantificabile con questa ricerca abbiamo voluto svelare le ricadute positive sanitarie e sociali del volontariato del sangue, frutto anche di una organizzazione attenta, capillare e basata sulla programmazione. Ci auguriamo che questo testo possa fungere da strumento di approfondimento e di lavoro per tutti i soggetti interessati, a partire dai decisori politici ai vari livelli, Governo e Ministeri competenti, Regioni, Enti Locali, per il mondo del volontariato e dell’associazionismo, per gli operatori sanitari del settore trasfusionale e non solo” – ha dichiarato il presidente di AVIS NAZIONALE, Vincenzo Saturni.

Tramite l’applicazione del consolidato metodo di valutazione del Social Return on Investment (SROI – Ritorno sociale sugli investimenti), lo studio ha misurato la capacità di AVIS di generare valore socio-sanitario per i propri soci e per la collettività, attraverso la promozione di attività volte ad accrescere le conoscenze, la consapevolezza, la coesione sociale e la salute fisica dei donatori e dei volontari che conducono la loro esperienza di donazione e/o volontariato in seno all’Associazione.

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L’indagine in sintesi

I dati sono stati studiati e ricavati attraverso i questionari compilati da 1.023 donatori distribuiti su 4 sedi campione.

In ambito sanitario e di prevenzione, circa il 13% dei donatori ha potuto usufruire di una diagnosi precoce di qualche patologia attraverso i test di qualificazione sierologica e le visite medico specialistiche che precedono la donazione di sangue. Tutto ciò, oltre a informare in anticipo il donatore sulle mutate condizioni di salute, ha comportato anche significativi risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale.

In tema di alimentazione corretta, il 56,8% dei donatori ha affermato di aver cambiato le proprie abitudini nutrizionali proprio in virtù dell’appartenenza a un’associazione di volontariato.  Il 37,8% ha ritenuto anche importante modificare il consumo giornaliero o settimanale di alcolici.

Il 42,3% del campione ha inoltre affermato di aver modificato i propri comportamenti come fumatore, o eliminando del tutto l’abitudine oppure riducendo il consumo giornaliero di sigarette.

E l’attività fisica? Anche in questo ambito l’impatto è stato significativo, con il 26,2% degli intervistati che hanno aumentato le ore settimanali dedicate alla corsa o ad altri sport. Anche il sottogruppo delle persone con più di 40 anni ha modificato questi comportamenti nella misura del18,4%.

La Vis di Avis si è soffermata anche sui benefici in campo relazionale e sociale. Circa il 30% dei donatori volontari ha stretto rapporti interpersonali con altri associati, con una media di 5,1 persone conosciute.

Ed è molto alto (circa il 70%) il campione di donatori e volontari Avis che afferma di aver accresciuto il proprio senso di soddisfazione e autorealizzazione dalla partecipazione alle attività dell’associazione.

Nel tentativo di quantificare il valore che viene attribuito dai donatori all’esperienza della donazione, lo studio ha determinato un ammontare di 17,85 € per donazione, valore ottenuto dalla somma dei costi di spostamento per arrivare al centro trasfusionale o all’unità di raccolta dell’associazione, dal costo opportunità del tempo (in termini di rinuncia ad altre attività personali o lavorative) e da un’ipotetica disponibilità a pagare per l’attività di volontariato.

Un ultimo aspetto che la ricerca ha voluto indagare è l’eventualità che l’esperienza di donazione del sangue possa aver rappresentato l’occasione per sviluppare una maggiore sensibilità nei confronti di altre organizzazioni di volontariato. Dal campione è emerso che il 32% ha rafforzato la propria disponibilità a collaborare per altre Onlus e il 23% a incrementare le erogazioni liberali.

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