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Disfunzione Erettile: in arrivo la rivoluzione del “francobollo dell’amore”

Lo chiamano francobollo dellamore. Perché a differenza delle tradizionali compresse, è maneggevole come un cerotto e pronto all’uso come una caramella: basta un gesto veloce, non serve acqua e la sua assunzione è svincolata dai pasti.

Si tratta di Rabestrom, farmaco di prossimo lancio sul mercato come nuova terapia contro la disfunzione erettile. A differenza delle tradizionali compresse, i suoi effetti sono rapidi: agisce in circa mezz’ora.

La Disfunzione Erettile è una patologia che secondo una ricerca dell’Associazione Andrologi Italiani interessa il 18% degli uomini sopra i 50 anni e l’8% di quelli più giovani: e questo solo in Italia.

Secondo il Global Study of Sexual Attitudes and Behaviours la proporzione di uomini che ne soffre va dal 12,9% dell’Europa meridionale al 28,1% del Sud-est asiatico. Percentuali che potrebbero essere sottostimate: l’ISTAT annovera infatti la Disfunzione Erettile fra le cosiddette “Patologie Iceberg”. Vale a dire che dei 3.145.000 pazienti con disfunzione erettile, solo 400 mila affrontano il problema e i suoi possibili trattamenti.

L’estensione della patologia ha una chiara riprova: nell’ultimo anno il consumo di Sildenafil – la formulazione generica del Viagra – è aumentato di ben il 13,4%. Eppure i trattamenti via compressa (Viagra, Cialis, Levitra, Spedra) non riescono a garantire una gestione ottimale del farmaco nelle sue particolari condizioni di utilizzo. I tempi di efficacia sono piuttosto lunghi -un’ora di media- e impongono di programmare il rapporto sessuale: tutte componenti che incidono negativamente sul livello d’ansia della persona, sulla risposta dei partner, e quindi sul buon esito del rapporto.

In Rabestrom, a fare la differenza è la forma del farmaco: una piccola pellicola rettangolare con dosaggi di Sildenafil da 25, 50, 75 e 100 mg. Una modulazione che permette un’assunzione personalizzata e appropriata a ogni tipo di disfunzione erettile, riducendo l’incidenza degli effetti collaterali. E permettendo di vivere qualsiasi “situazione romantica” in pieno relax e con la necessaria spontaneità.

La nuova forma del “francobollo dell’amore” è stata pensata per risolvere le possibili cause di inefficacia delle tradizionali terapie, in larga parte dovute a complicazioni di tipo psicologico e relazionale. A dispetto delle apparenze, la disfunzione erettile non è un problema solo maschile, ma incide sulla qualità delle relazioni e sul benessere della coppia. I dati scientifici sul benessere sessuale delle controparti femminili fotografano non a caso una progressione negativa: l’insoddisfazione sessuale delle donne inizia intorno ai 30 anni nell’8 % dei casi. Ma la percentuale triplica dai 31 fino a 50 anni, per arrivare a quota 36% dopo i 51 anni.

In questo scenario, Rabestrom promette una rivoluzione tra le lenzuola: non solo un valido aiuto per la performance maschile, ma anche un alleato discreto e rispettoso dei sottili equilibri delle relazioni amorose.
Unica raccomandazione, diffidare sempre dagli acquisti on line: come per tutti i farmaci contro la disfunzione erettile, anche per il “francobollo dell’amore” è necessaria la prescrizione medica.


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Giovanissimi, millennial e sessualità: sì a proteggersi, ma idee poco chiare sui rischi e scarsa consapevolezza sul Papillomavirus (HPV)

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Sì alla contraccezione, ma con qualche confusione.

Il 43,5% dei giovani italiani tra i 12 e i 24 anni ha già avuto rapporti sessuali completi. La quota sale al 79,2% tra i 22-24enni. L’età media al primo rapporto sessuale è di 16,4 anni, 17,1 anni è l’età media al primo rapporto completo. Il 92,9% di chi ha avuto rapporti sessuali completi dichiara di stare sempre attento per evitare gravidanze, ma una quota minore (il 74,5%) si protegge sempre per evitare infezioni e malattie a trasmissione sessuale. La distinzione tra contraccezione e prevenzione non è sempre chiara tra i giovani. Il 70,7% usa il profilattico come strumento di prevenzione, ma il 17,6% dichiara di ricorrere alla pillola anticoncezionale, collocandola erroneamente tra gli strumenti di prevenzione piuttosto che tra i mezzi di contraccezione.

È quanto emerge da una ricerca realizzata dal Censis sulla sessualità dei millennial e dei giovanissimi con il supporto non condizionante di Sanofi Pasteur-MSD e distribuita da MSD Italia.

Importante il ruolo dei media nell’informazione, poi viene la scuola.

Quasi la totalità dei giovani italiani di 12-24 anni (il 93,8%) ha sentito parlare di infezioni e malattie sessualmente trasmesse. Solo il 6,2% non ne ha mai sentito parlare, quota che sale al 18,7% tra i giovanissimi di 12-14 anni. È l’Aids la patologia che viene maggiormente citata (89,6%). Solo il 23,1% indica la sifilide, il 18,2% la candida, il 15,6% il Papillomavirus e percentuali tra il 15% e il 13% la gonorrea, le epatiti e l’herpes genitale. Il 31,1% conosce o ha sentito parlare di almeno 3 infezioni e malattie, il 31,4% di conoscerne da 4 a 6, il 37,5% più di 6. Tra le fonti di informazione sulle infezioni sessualmente trasmesse è preponderante il ruolo dei media (tv, riviste, internet), utilizzate dal 62,3%. Poi viene riconosciuto come significativo il contributo della scuola (53,8%), ma con differenze rilevanti tra le diverse aree geografiche del Paese: si passa da oltre il 60% al Nord al 46,1% al Centro e al 47,9% al Sud. Solo il 9,8% cita i professionisti della salute come i medici di famiglia, i medici specialisti e i farmacisti.

L’informazione sul Papillomavirus è ancora inadeguata.

Il 63,6% dei giovani italiani di 12-24 anni ha sentito parlare del Papillomavirus umano (Hpv). Tra le ragazze la quota sale all’83,5%, mentre tra i maschi si riduce drasticamente al 44,9%. Rispetto alle modalità di trasmissione dell’HPV, la gran parte cita i rapporti sessuali completi (81,8%), ma una quota inferiore sa che l’HPV si può trasmettere anche attraverso rapporti sessuali non completi (58%). Per il 64,6% il preservativo è uno strumento sufficiente a prevenire la trasmissione del virus, ma solo il 17,9% è consapevole del fatto che non è possibile eliminare i rischi di contagio se si è sessualmente attivi. L’80,0% degli informati dell’esistenza dell’HPV sa che si tratta di un virus responsabile di diversi tumori, soprattutto di quello al collo dell’utero; il 62,4% sa che si stratta di un virus che causa diverse patologie dell’apparato genitale, sia benigne che maligne ma che molto spesso rimane completamente asintomatico; il 37,1% sa invece che l’HPV è responsabile di tumori che riguardano anche l’uomo, come quelli anogenitali. Infine, il 33,0% pensa che questo virus colpisca solo le donne e il 26,4% sa che si tratta di un virus responsabile dei condilomi genitali.

Sì alla vaccinazione contro l’HPV, anche per i maschi.

Il 70,8% dei giovani di 12-24 anni che hanno sentito parlare di HPV sa che esiste un vaccino contro il Papillomavirus, in particolare le ragazze (il 79,8% a fronte del 55% dei maschi). Sono i più giovani a esserne più frequentemente a conoscenza (l’84,4% tra i 12-14enni e l’85,1% tra i 15-17enni), probabilmente grazie alle campagne di vaccinazione del SSN. La maggior parte dei giovani ritiene che la vaccinazione protegga da malattie molto pericolose (72,3%). Il 73% pensa che vaccinare anche i maschi sia una strategia utile per ridurre il rischio di contagio (la pensa così il 75% dei ragazzi e il 70,9% delle ragazze). Solo una piccola quota indica di non fidarsi del vaccino per gli effetti collaterali che può determinare (15,8%), perché credono erroneamente che la protezione duri poco (12,1%), perché non elimina la necessità di fare il pap test (12,1%).

Le infezioni sessualmente trasmesse costituiscono un insieme di malattie molto diffuse che interessano milioni di individui, ogni anno, in tutto il mondo. Esse hanno un forte impatto sia a livello individuale che di sanità pubblica e, tra l’altro, favoriscono l’acquisizione e la trasmissione dell’HIV” – ha detto Ranieri Guerra, Direttore generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute.

Il nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019 e il Decreto ministeriale sui nuovi Lea prevedono la vaccinazione HPV nelle ragazze undicenni e l’introduzione della vaccinazione anti-HPV nei maschi undicenni, segnando un notevole progresso rispetto allo scenario precedente. L’insufficiente conoscenza di queste infezioni e di come prevenirle è tra i principali problemi”, – ha detto Andrea Lenzi, Professore ordinario di Endocrinologia dell’Università La Sapienza di Roma.

La maggior parte delle informazioni che i giovani hanno derivano infatti dagli amici, seguiti dai media e dai social network, lasciando spazio a molta spazzatura sul web. Parlando di Papillomavirus e di maschi, per esempio, spesso i ragazzi non sospettano minimamente di poter essere portatori di una infezione che può anche causare un tumore. Il nostro Telefono Verde Aids (800 861 061) e Infezioni sessualmente trasmesse riceve oltre 1.000 chiamate al mese, di queste solo il 10% proviene da parte di giovani (15-24 anni), che risultano avere poche informazioni corrette sulla prevenzione di queste patologie e pensano che siano un problema legato a determinate fasce di popolazione e non causate da comportamenti a rischio» – ha dichiarato Walter Ricciardi, Presidente dell’ISS.

Ciò richiama l’importanza di attivare canali di informazione pensati specificamente per i giovani, per proteggere la loro salute, la loro fertilità, il loro futuro. Gli adolescenti e i giovani millennial che abbiamo interpellato si muovono in un mondo inondato di immagini e contenuti sessuali sempre più facilmente accessibili, in media a 17 anni iniziano ad avere rapporti sessuali e hanno colmato le tradizionali differenze tra ragazzi e ragazze. Eppure circa il 50% dichiara di avere dubbi in materia di sessualità. Se in larga misura dichiarano di proteggersi anche dalle infezioni sessualmente trasmesse, non sempre sono consapevoli dei rischi che corrono. Le ragazze hanno una maggior conoscenza del Papillomavirus e della possibilità di prevenzione basata sulla vaccinazione, ma tutti sono ampiamente favorevoli alla sua estensione ai maschi” – ha detto Ketty Vaccaro, Responsabile dell’area Welfare e Salute del Censis.

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Questi sono i principali risultati della ricerca «Conoscenza e prevenzione del Papillomavirus e delle patologie sessualmente trasmesse tra i giovani in Italia», realizzata dal Censis, che è stata presentata a Roma (08.02.2017) da Ketty Vaccaro, Responsabile dell’area Welfare e salute del Censis, e discussa da Emilia Grazia De Biasi, Ranieri Guerra, Walter Ricciardi, Andrea Lenzi, Nicoletta Luppi e Annalisa Manduca.

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Ufficio Stampa | www.censis.it

Stress: gli uomini lo combattono con il sesso le donne con il cibo

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Uomini e donne combattono lo stress in modo differente: sesso e porno per i primi, cibo per le seconde. A rivelare come reagiamo ai momenti difficili è uno studio condotto da Louise Liddon, della Northumbria University, condotto su 347 persone (115 uomini e 250 donne) e presentato alla conferenza annuale della British Psychological Society’s Division of Clinical Psychology a Liverpool.

Dallo studio è emerso anche che tra coloro che nel campione preso in esame avevano ricevuto una qualche forma di terapia psicologica, circa la metà, gli uomini hanno espresso una preferenza maggiore per una terapia di gruppo in cui ricevere consigli per le loro preoccupazioni, mentre le donne preferivano la psicoterapia psicodinamica, in cui la discussione si concentra sui sentimenti ed eventi passati.

Anche da un altro studio presentato alla conferenza, condotto da John Barry dello University College London, e Katie Holloway, dell’Università di Portsmouth e che ha coinvolto invece 20 specialisti, emergono delle differenze di genere. Per prima cosa gli uomini hanno bisogno della terapia maggiormente per questioni di lavoro, mentre le donne per quelle di cuore. Non solo: gli uomini vogliono una soluzione rapida dalla terapia psicologica, mentre le donne invece auspicano di parlare dei loro sentimenti.


Popular Science Italia

Sesso dopo l’infarto: si può!

Sesso dopo Infarto

Chi ha detto che dopo un infarto il paziente debba dire addio per sempre alla propria attività sessuale? Tornare ad avere una intimità regolare dopo un infarto senza correre rischi è possibile, anche se con tempi e modalità diverse a seconda della patologia.

Sono in molti, tra coloro che in passato hanno sofferto di malattie ischemiche, a considerare il sesso un pericolo per la salute del loro cuore. Il timore è che lo sforzo esercitato durante l’attività sessuale sia eccessivamente stressante e che possa addirittura provocare un attacco di cuore se non, nel peggiore delle ipotesi, la morte.

Secondo diversi studi clinici invece, questa preoccupazione sarebbe infondata poiché tra attività sessuale e infarto esisterebbe solo un rapporto di casualità. A dimostrazione di questa tesi è il sistema di Holter, che permette di registrare in maniera costante l’elettrocardiogramma del paziente nelle diverse attività quotidiane. Quello che è emerso è che il ritmo cardiaco massimo raggiunto in media durante l’atto sessuale è di circa 120 battiti al minuto, frequenza che il cuore raggiunge spesso nel corso di attività comuni, come per esempio il salire due piani di scale.

Inoltre, in aiuto di chi ha sofferto di infarto o è affetto da una riduzione dei livelli di trigliceridi, può contare sull’importante aiuto dato da Olevia®. Si tratta di un farmaco equivalente a base di acidi grassi Omega-3 in capsule molli che garantisce una concentrazione dell’85% di sostanza attiva e che di recente ha ottenuto da parte della ONG Friends of the Sea, la certificazione di sostenibilità agli Omega-3 impiegati.

Ma se il sesso può essere considerato un alleato del nostro cuore, grazie alle endorfine e altre molecole del piacere che migliorano la circolazione sanguigna e riducendo così i rischi cardiovascolari, esiste tuttavia una categoria di persone che deve essere messa in guardia: i fedifraghi.

Il sesso al di fuori dal matrimonio infatti aumenta lo stress e moltiplica il rischio di attacchi cardiaci e ricadute.

E ad affermarlo non sono mogli o fidanzate gelose, bensì i medici della European Society of Cardiology (ESC), congiuntamente ai colleghi dell’American Heart Association (AHA) che avvertono: “lo stress da sesso extraconiugale potrebbe mettere a rischio la salute delle persone con malattie cardiache”.


IUPLUS

Sesso e calcoli renali

Sesso e calcoli renali

Fare l’amore almeno tre volte alla settimana aiuta a combattere i calcoli renali. A confermarlo è stato uno studio condotto da alcuni ricercatori turchi del Dipartimento di Urologia del Training and Research Hospitaldi Ankara e pubblicato sulla rivista specialistica “Urology”.

La ricerca, durata 4 settimane, ha coinvolto 90 pazienti maschi che soffrivano di colica renale o con diagnosi di calcolo ureterale. Divisi in maniera casuale in 3 gruppi, sono state assegnate loro diverse “terapie” da seguire: al primo è stata data come unica indicazione quella di avere almeno 3 rapporti sessuali a settimana, al secondo è stato somministrato un farmaco alfa-litico e al terzo una terapia sintomatica.

A distanza di due settimane è stato rilevato che nel primo gruppo la percentuale di espulsioni spontanee dei calcoli era quasi doppia rispetto al secondo gruppo (84% contro 47%), mentre il terzo mostrava la percentuale più bassa (34%). Risultati ancora più evidenti sono emersi dopo quattro settimane con percentuali di riuscita di espulsione del calcolo che si aggiravano attorno al 93,5% nel caso dei pazienti del gruppo 1, 81% del gruppo 2 e 78% del terzo gruppo.

I numeri dimostrerebbero dunque come l’attività sessuale faciliti l’espulsione spontanea dei calcoli uretrali con un’efficacia addirittura superiore a quella svolta dai farmaci.

Anche gli esperti della Società Italiana di Andrologia sono concordi sui benefici effetti dell’attività sessuale contro i calcoli. Secondo i nostri connazionali però la loro espulsione sarebbe legata al movimento meccanico del rapporto sessuale e all’azione delle endorfine (ormoni del piacere), mentre i colleghi turchi parlano di liberazione di ossido nitrico, tipica dell’erezione maschile.

In conclusione, se il sesso si rivela un valido aiuto per sconfiggere i calcoli renali, restano gli studi che evidenziano come si tratti di una tra le patologie più dolorose a livello urologico.

In attesa quindi di riuscire ad espellere il fastidioso “sassolino”, Akis®, terapia sottocutanea intramuscolo e disponibile nei bassi dosaggi da 25mg e 50mg (accanto ai tradizionali 75mg), assicura un’azione rapida, più pratica e di più semplice esecuzione contro il dolore.


IUPLUS

La Medicina di Genere

Medicina di Genere

1. Cosa è la Medicina di Genere

La Medicina di Genere è una branca recente delle scienze biomediche che ha l’obiettivo di riconoscere e analizzare le differenze derivanti dal genere di appartenenza sotto molteplici aspetti: a livello anatomico e fisiologico, dal punto di vista biologico, funzionale, psicologico, sociale e culturale e nell’ambito della risposta alle cure farmacologiche.

È stato ormai dimostrato da molteplici studi che le differenze di genere, in primis quelle nella fisiologia umana, in caso d’insorgenza di malattia si riflettono significativamente sulla genesi, la prognosi e la compliance degli individui.

La finalità di questa innovativa disciplina è arrivare a garantire a ciascuno, uomo o donna che sia, il miglior trattamento possibile sulla base delle evidenze scientifiche.

Un po’ di storia

Sino a non molto tempo fa la medicina occidentale considerava gli individui dei due sessi come esseri sostanzialmente uguali, fatte salve alcune evidenti differenze anatomiche. Nel corso dei secoli, dunque, i medici hanno preso come modello di riferimento il corpo maschile – di età media (35 anni), peso nella norma (70 chili circa) e di origine caucasica – e su di esso hanno costruito l’identikit delle malattie. Le ragioni di quest’attitudine sono tante e diverse. Una di queste è che l’organismo femminile è, dal punto di vista fisiologico, più complesso di quello maschile: basti pensare alla variabilità dell’assetto ormonale, con il ciclo mestruale, la gravidanza, la menopausa, che rende il corpo della donna ‘diverso’ ogni mese, e dunque un modello di studio più problematico.

Cosa significa il concetto di ‘genere’

Per ‘differenze di genere’ s’intendono non soltanto i caratteri sessuali degli individui, ma anche e soprattutto un insieme di specificità che scaturiscono sia dalla differente fisiologia e psicologia degli uomini e delle donne sia dai diversi contesti socio-culturali di riferimento.

In altre parole, si è maschi o femmine non solo in base al sesso, ma anche ad altri aspetti della fisiologia dell’organismo e agli specifici ruoli che ricopriamo nella società.

Il background della disciplina: la sindrome di Yentl

L’idea che uomini e donne presentino delle differenze importanti – come, ad esempio, quelle osservabili nell’apparato cardiocircolatorio, per non considerare la variabilità dell’assetto ormonale – e che queste differenze svolgano un ruolo cruciale in medicina, risale alla metà degli anni Ottanta.

Qualche anno dopo la cardiologa Bernardine Healy, allora a capo dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica statunitense, pubblicava un articolo intitolato The Yentl Syndrome[1], dal nome dell’eroina di un racconto di Isaac B. Singer, costretta a travestirsi da uomo per accedere allo studio del Talmud.

L’articolo commentava i risultati di due studi effettuati su un gruppo di donne affette da coronaropatia, puntando il dito sull’atteggiamento discriminatorio dei medici cardiologi nei confronti delle pazienti che, a differenza dei malati uomini, subivano un numero maggiore di errori diagnostici, ricevevano meno cure ed erano sottoposte a interventi chirurgici non risolutivi. Come Yentl, scriveva Healy, anche le donne sono state costrette a trasformarsi in ‘piccoli uomini’ per rientrare nei canoni della ‘medicina classica’.

Nel 1992, la cardiologa Marianne J. Legato dava avvio alla Partnership for Women’s Health alla Columbia University di New York. La prima sperimentazione riservata alle donne fu avviata più di dieci anni dopo, nel 2002, con l’istituzione nella medesima Università del primo corso di Medicina di Genere, dopo che la disciplina era stata finalmente inserita dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nell’Equity Act stilato nel 2000.

In tempi recenti i temi della Medicina di Genere hanno richiamato l’attenzione anche delle Istituzioni europee: nel maggio scorso a Bruxelles, presso la sede del Parlamento Europeo, si è svolto un incontro incentrato sulle strategie per promuovere misure volte a ridurre l’incidenza di patologie cardiovascolari in Europa; nel corso dell’incontro, tra l’altro, è stata messa in evidenza la scarsa presenza di donne (solo il 33%) nei trial clinici che testano farmaci per le patologie cardiovascolari[2]. Da questo incontro è scaturita la proposta di una legge, analoga a quella americana, che renda obbligatoria in Europa un’equa rappresentanza femminile (50%) nei trial per patologie cardiovascolari e ictus, prime causa di mortalità femminile.

I vantaggi della Medicina di Genere

Un approccio di genere alla medicina consente di:

· ridurre il livello di errore nella pratica medica;

· promuovere l’appropriatezza terapeutica;

· migliorare e personalizzare le terapie;

· generare risparmi per il Servizio Sanitario Nazionale.

2. Le principali differenze di genere nell’ambito delle patologie

Patologie cardiovascolari

Le malattie cardiovascolari (dall’infarto all’aterosclerosi) hanno sempre spaventato più gli uomini che le donne. Ma si tratta di un errore, giacché il 38% delle donne colpite da infarto muore nel giro di un anno, contro il 25% degli uomini[3]. Anche in caso di ictus i 12 mesi successivi sono più a rischio per le donne: i decessi ne colpiscono il 25%, contro il 22% degli uomini[4].

Infarto

Le donne sembrano meno capaci degli uomini di riconoscere in tempo il principale campanello d’allarme dell’infarto, cioè l’angina pectoris, dal momento che i sintomi si presentano in modo diverso rispetto agli uomini. Nei Manuali di Medicina viene tipicamente descritto come un dolore toracico a livello dello sterno, oppressivo e costrittivo, di breve durata, che può irradiarsi al braccio sinistro. Nelle donne, secondo lo studio Wise (Women Ischemic Syndrome Evaluation)[5] dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica statunitense, i sintomi che appaiono per primi sono un dolore irradiato alle spalle, al dorso, al collo, la mancanza di fiato, nausea persistente, sudori freddi, vomito, spossatezza, ansia e debolezza. Gli operatori non consapevoli di queste differenze non riconoscono questi sintomi o li riconducono a un’influenza o a problemi gastrici. Di conseguenza il ricovero avviene troppo tardi, o magari non viene effettuato in terapia intensiva coronarica, rendendo meno efficaci le terapie. Molte volte, infatti, la donna con infarto è indirizzata al pronto soccorso in area verde e non in area rossa o può essere inviata in gastroenterologia piuttosto che in psichiatria, proprio perché non manifesta dolore. E più la donna è giovane, più i sintomi sono assenti o atipici. C’è una differenza anche nelle arterie colpite: nell’uomo sono coinvolte le grandi arterie, nella donna quelle piccole (il microcircolo) e quindi la coronarografia potrebbe non rilevare anomalie, con la necessità perciò di rivolgersi ad altri mezzi diagnostici. Inoltre, ci sono differenze anche nei fattori di rischio per l’infarto: il diabete è un fattore di rischio quattro volte più grave nella donna, e anche l’ipertensione incide di più. Insomma, le differenze sono tante e si sono scoperte solo negli ultimi anni: infatti tutti i lavori di epidemiologia sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari non hanno considerato donne oppure ne hanno analizzato una percentuale talmente bassa (10-15%) che i risultati statistici non sono significativi. Differenze dal punto di vista terapeutico: la cardioaspirina non è un farmaco efficace nella prevenzione primaria dell’infarto nella donna, mentre lo è nella prevenzione dell’ictus.

Aterosclerosi

Nel sesso femminile l’aterosclerosi ha uno sviluppo diverso. Negli uomini le placche aterosclerotiche cominciano a formarsi a partire già dai 30 anni, nelle donne invece questo in genere accade dopo la menopausa. Durante l’età fertile, infatti, l’organismo femminile è protetto dagli estrogeni, che agiscono sulla dilatazione dei vasi, rendendoli più ampi ed elastici e consentendo così il passaggio del sangue anche in presenza di placche e facilitandone la riparazione in caso di lesioni. Con la menopausa, però, questa protezione ormonale svanisce e l’organismo si trova improvvisamente esposto a tutti i fattori di rischio.

Diabete

La sindrome metabolica ha una prevalenza del 60% nelle donne sopra i 65 anni di età e le donne diabetiche sono in lieve sorpasso rispetto agli uomini (5,2% vs 4,4%). In generale la donna con diabete ha una peggiore qualità e una minore aspettativa di vita[6].

Dal punto di vista delle complicanze cardiovascolari, la malattia diabetica può essere considerata più pericolosa: il rischio di morte cardiovascolare è più che doppio per le donne rispetto agli uomini. Una cinquantenne diabetica vive in media 8,2 anni in meno rispetto a una coetanea non diabetica, contro i 7,5 anni degli uomini. Fino ai 64 anni non si osservano differenze significative tra uomini e donne per la comorbosità delle patologie cardiovascolari e diabete, mentre, a partire dai 65 anni, la prevalenza è più alta tra le donne e raggiunge tra le ultrasettantacinquenni il 10,1%; lo svantaggio femminile s’incrementa ulteriormente tra gli ultrasettantacinquenni (+27%)[7]. Alcune forme di diabete, poi, colpiscono le donne in fasi ‘delicate’ della loro vita come la gravidanza o la menopausa: il 50% delle donne con diabete gestazionale sviluppa, dopo 5-10 anni, diabete di tipo 2[8].

Patologie polmonari

Tumore del polmone

Agli inizi del secolo scorso il tumore al polmone era una malattia rara nelle donne. Ha cominciato a diffondersi nel sesso femminile a partire dagli Anni ‘60, anche a causa del diffondersi dell’abitudine al fumo. Il cancro del polmone nella donna è aumentato del 600% da metà del Novecento ad oggi (le donne hanno storicamente iniziato più tardi a fumare e oggi le fumatrici stanno aumentando più dei maschi) e i carcinogeni del tabacco sono più nocivi per le femmine, che hanno inoltre meno capacità di riparare il DNA. Se comparati a quelli degli uomini i polmoni delle donne, anche di non fumatrici, appaiono più vulnerabili rispetto alle patologie tumorali[9]. Anche nel caso del tumore al polmone, così come avviene per quello al seno, gli ormoni (in particolare gli estrogeni) giocano un ruolo importante. Nelle donne ancora fertili la malattia è più aggressiva e, al contrario di quanto avviene nel caso del tumore alla mammella, il numero di gravidanze gioca un fattore negativo: le donne che hanno avuto più figli sembrano sviluppare, infatti, maggiori probabilità di sviluppare la malattia[10]. Si sono osservate anche alcune associazioni col papilloma virus e un rapporto negativo con gli estrogeni (che riducono il cancro del colon ma aumentano quello del polmone). Dall’analisi del database Surveillance, Epidemiology and End Results, che custodisce le storie cliniche di oltre 31.000 pazienti americane con tumore al polmone, risulta che le donne affette da neoplasie polmonari in terapia presentano infine maggiori effetti collaterali[11].

Asma

La prevalenza di questa malattia ha un doppio andamento: prima della pubertà, gli uomini sono colpiti due volte più delle donne. Dopo lo sviluppo sessuale, questa differenza scompare, anzi tra le donne adulte l’asma è più frequente che negli uomini[12]. Il ‘sorpasso’ è dovuto agli ormoni: gli estrogeni, infatti, regolano il rilascio di diverse molecole proinfiammatorie (citochine) coinvolte nello scatenarsi della reazione asmatica. Anche la menopausa è un periodo a rischio: quando le ovaie cominciano a cessare le loro funzioni, si verifica un aumento spontaneo della produzione di citochine, con un conseguente peggioramento o addirittura una prima comparsa della malattia[13].

Bronco-Pneumopatia Cronica Ostruttiva (BPCO)

Oggi, la BPCO colpisce più gli uomini che le donne, ma queste ultime muoiono di più a causa di questa patologia[14]. Nei prossimi dieci anni, peraltro, avverrà il sorpasso del sesso femminile anche nel numero di casi. La colpa è del fumo e della sua sempre maggiore diffusione nella popolazione femminile. Le fumatrici hanno una maggiore probabilità di sviluppare la forma grave della malattia: a parità di sigarette, nelle donne la BPCO si manifesta prima, con sintomi peggiori e conseguenze più nefaste. Inoltre, a parità di esposizione al fumo, le donne con BPCO hanno un rischio più elevato di danno polmonare, un maggiore grado di dispnea (cioè di mancanza di fiato) e uno stato di salute peggiore rispetto agli uomini. Nonostante queste evidenze, nelle donne la malattia è sottovalutata: quando si presentano dal medico, le pazienti hanno meno probabilità di ottenere una diagnosi tempestiva (e quindi una cura appropriata), anche perché la spirometria, l’esame che serve a valutare la funzionalità respiratoria, viene prescritta più facilmente a un uomo che a una donna.

Patologie neurodegenerative

Malattia di Parkinson

La Malattia di Parkinson è da 1,4 a 2 volte più frequente negli uomini che nelle donne. Uno studio condotto nel 2003 dal Kaiser Permanente di Oakland, in California, mostra un tasso globale per i maschi del 91% superiore a quello femminile: 19 casi ogni 100.000 uomini, contro 9,9 casi ogni 100.000 donne. Pur essendo meno colpite, le donne lamentano in generale una maggiore disabilità e una qualità di vita peggiore. Una volta comparsa, la malattia ha un decorso simile nei due sessi e non ci sono grandi differenze per quanto riguarda la sua durata (10,1 anni in media per gli uomini, 10,3 anni per le donne)[15]. La maggiore diffusione nel sesso maschile è probabilmente dovuta a fattori genetici (è stato evidenziato un legame tra la malattia e una mutazione di alcuni geni presenti sul cromosoma X, di cui gli uomini hanno una copia sola), ormonali (a proteggere le donne sarebbero anche gli estrogeni) e ambientali (gli uomini sono maggiormente esposti all’azione di sostanze tossiche)[16].

Malattia di Alzheimer

Secondo la Boston University School of Medicine[17], 1 donna su 6 è a rischio di sviluppare la Malattia di Alzheimer nel corso della sua esistenza, rispetto a 1 uomo su 10. Le donne con Alzheimer presentano anche sintomi diversi: sembrano avere deficit più gravi nel campo del linguaggio, e accentuano il loro isolamento sociale, diventano emotivamente instabili, e dunque più vulnerabili alla depressione. Gli uomini hanno più problemi di tipo comportamentale, cioè mostrano atteggiamenti inappropriati (fisicamente, verbalmente, sessualmente) rispetto al contesto sociale. Altre differenze legate al genere sono state individuate nelle anomalie cerebrali che accompagnano l’Alzheimer, come la ‘patologia tau’, un accumulo anomalo di una proteina (la tau, appunto) nei neuroni dei malati. Quest’anomalia è presente nel 90% dei pazienti maschi e solo nell’8-10% delle pazienti femmine di pari età[18]. 

Patologie dell’apparato digerente

Ulcera peptica

I due sessi sembrano essere colpiti da forme diverse: l’ulcera gastrica è più frequente nelle donne, mentre gli uomini soffrono di più di ulcera duodenale. Prima del XX secolo, la patologia veniva diagnosticata soprattutto in individui di sesso maschile. Oggi invece si è passati a una sostanziale parità: a calare sono stati soprattutto i casi nei giovani maschi, mentre sono aumentati quelli fra le donne anziane. Una delle cause va cercata nell’aumento dell’abitudine al fumo da parte della popolazione femminile e al contemporaneo calo nella diffusione delle sigarette tra i ragazzi. In più, l’uso sempre crescente di farmaci antinfiammatori non steroidei (i FANS), di cui le donne sono grandi consumatrici, può aver contribuito a questo fenomeno. Infine, il cambiamento degli schemi sociali, con un numero sempre maggiore di donne lavoratrici può aver determinato in loro un aumento di stress, fattore anch’esso importante nello sviluppo della patologia.

Nelle donne però l’ulcera peptica ha un decorso migliore. Di più, le donne giovani hanno una probabilità di guarire superiore a quella degli uomini di pari età[19]. A rendere le donne più avvantaggiate sono, ancora una volta, gli ormoni: lo dimostra il fatto che l’incidenza dell’ulcera duodenale, per esempio, aumenta notevolmente dopo la menopausa, quando l’azione protettiva cessa, mentre diminuisce in gravidanza, quando gli ormoni sono massimamente espressi[20].

Tumore del fegato

Nelle donne il tumore del fegato progredisce in genere più lentamente: lo studio ITA.LI.CA.[21] mostra che fra le donne è maggiore la presenza di infezione da HCV, ma la malattia è meno aggressiva; le donne sono mediamente più anziane al momento dell’esordio della malattia, ma sopravvivono più a lungo; inoltre la massa tumorale ha dimensioni più ridotte e si mantiene sotto controllo, grazie soprattutto a una minore esposizione ai fattori di rischio, primo tra tutti l’alcol. Inoltre, l’organismo femminile sembra in grado di liberarsi dei virus delle epatiti B e C in maniera più efficace. Dopo la vaccinazione (nel caso dell’HBV), inoltre, l’organismo femminile produce un numero maggiore di anticorpi rispetto a quello maschile. Questa maggiore risposta autoimmune è dovuta alla posizione dei geni che la determinano, molti dei quali si trovano sul cromosoma X, che nel sesso femminile sono due. Questa ipotesi è confermata dall’evidenza dell’origine autoimmune delle due malattie del fegato che colpiscono le donne più degli uomini, cioè l’epatite autoimmune e la cirrosi biliare primitiva[22].

Calcoli della colecisti

Nel sesso femminile questa patologia si sviluppa tre volte più spesso che in quello maschile, anche se il divario sembra diminuire con l’età. Il rischio di sviluppare questo disturbo è collegato al numero di gravidanze: le donne che hanno due o più figli hanno un’incidenza della patologia tre volte superiore a quelle che non hanno mai partorito. La predisposizione femminile è legata all’azione degli ormoni: il progesterone riduce la motilità della colecisti, mentre gli estrogeni aumentano nella bile la quantità di colesterolo che compone i ‘sassolini’. Le donne che ricorrono alla terapia ormonale sostitutiva dopo la menopausa possono infatti andare incontro a maggiori probabilità di manifestare il disturbo. Pur essendo più colpite da questa patologia, in media le donne lo sono in una forma meno grave, a differenza degli uomini che spesso devono sottoporsi a intervento chirurgico per la rimozione della cistifellea (colecistectomia) e presentano una maggiore incidenza della pancreatite[23].

Tumore del colon

Il cancro del colon nella donna ha una localizzazione spesso differente da quella dell’uomo, colpendo maggiormente il tratto ascendente, mentre nei maschi è interessato di più il retto e il tratto discendente. E molte volte nelle donne non presenta sintomi fino a che non si chiude un tratto del colon, quindi quando si è già in una situazione d’emergenza. L’altra grande problematica di questo tumore, più frequente nella donna, è che non dà sangue occulto nelle feci.

Patologie psichiatriche

Depressione

La depressione colpisce le donne due volte più degli uomini. Prima della pubertà il rapporto tra maschi e femmine è praticamente identico e comincia a salire tra queste ultime nei primi anni dell’età riproduttiva. Persino nella popolazione più anziana il numero di persone depresse continua ad essere più elevato tra le donne. Questo fenomeno è dovuto a diversi fattori concomitanti: la predisposizione genetica, la vulnerabilità/predisposizione a eventi stressanti nella vita, la modulazione del sistema neuroendocrino in risposta alla fluttuazione degli ormoni sessuali e non ultimo il ruolo sociale, che riversa sulle spalle delle donne una serie di fatiche e responsabilità che sono ormai considerate veri e propri fattori di rischio[24].

I due sessi sono diversi anche nei sintomi che accompagnano la depressione: le donne mostrano più frequentemente sintomi fisici (stanchezza, disturbi dell’appetito, insonnia e altri disturbi del sonno), più spesso degli uomini sviluppano problemi di alcolismo a pochi anni dal primo episodio depressivo, mentre negli uomini non sembra esserci rapporto tra dipendenza da alcolici e depressione.

Ansia

I disturbi d’ansia (fobie o disturbi ossessivo-compulsivi, sindrome post-traumatica da stress) colpiscono le donne due volte più degli uomini. Gli attacchi di panico, invece, colpiscono in egual misura donne e uomini (con una leggera prevalenza tra le prime), ma si manifestano con sintomi diversi rispetto al genere, ingenerando false diagnosi. Nella donna l’attacco è caratterizzato soprattutto da palpitazioni, vertigini e sintomi respiratori (respiro corto, senso di soffocamento, paura di asfissiare), mentre nell’uomo sono più frequenti i sintomi a carico dell’apparato gastrointestinale, come un forte dolore allo stomaco, ma anche nausea o eccessiva sudorazione[25].

Sindromi dolorose

Alcune patologie dolorose (per esempio l’emicrania, la cefalea muscolotensiva, l’artrite reumatoide, la fibromialgia) sono molto più frequenti nella donna che nell’uomo, al contrario di altre sindromi come la cefalea a grappolo) che sono più diffuse nel sesso maschile[26]. Le donne sono in genere capaci di descrivere meglio la sensazione dolorosa, riconoscendo le differenze tra i molteplici tipi di dolore, presentano in generale una soglia più bassa e una minore tolleranza al dolore e denunciano livelli di dolore più severi, più frequenti e di maggiore durata in molti tipi di dolore cronico.

In presenza di uno stimolo doloroso, il cervello di un uomo si attiva infatti in modo diverso da quello di una donna: quest’ultimo mostra un’attività principale nelle regioni limbiche, dove sono elaborate le emozioni, mentre in quello maschile si attivano di più le regioni cognitive. Sebbene le donne provino più dolore degli uomini e lo incontrino più spesso nella loro vita (o forse proprio per questo motivo, essendo abituate a mestruazioni dolorose, travaglio e parto)[27], hanno imparato meglio a farvi fronte con strategie preventive, cercando più degli uomini, nel caso di dolore cronico, il supporto sociale, mettendo maggiormente in atto comportamenti palliativi per gestire la sintomatologia.

Le ragioni di queste differenze vanno cercate in un complesso di fattori. Dal punto di vista anatomico, utero e vagina sono una via di accesso per gli agenti patogeni in grado di provocare infezioni che possono rendere più sensibile l’intero organismo agli stimoli dolorosi. Anche la genetica ha un ruolo, poiché le donne con una mutazione del gene sul cromosoma 16 sono più sensibili a farmaci come la pentazocina, che agisce sui recettori k degli oppioidi[28]. Ma, ancora una volta, sono soprattutto gli ormoni a determinare la differenza: la maggiore sensibilità delle donne al dolore è dovuta alla presenza degli estrogeni, che influiscono sul sistema nervoso rendendolo più reattivo agli stimoli, e dunque anche a quelli dolorosi. Analogamente, la minore sensibilità degli uomini sarebbe merito del testosterone, che ha un effetto analgesico. Sebbene poi le donne consumino più antidolorifici, i medici prescrivono oppioidi più frequentemente, e con dosaggi maggiori, ai pazienti maschi e sembrano essere più restii a somministrare analgesici alle donne[29].

3. Farmacologia di genere

Le donne sono le principali consumatrici di farmaci: ne prendono mediamente circa il 40% in più rispetto agli uomini, soprattutto nella fascia di età compresa tra i 15 e i 54 anni[30]. Eppure, una buona parte delle molecole (come ad esempio alcuni psicofarmaci) non è stata sperimentata sulla popolazione femminile. Le ragioni di questa esclusione sono molteplici, ma la principale può ricondursi all’intento di evitare il rischio di esporre una donna in età fertile a possibili effetti sconosciuti. Non va inoltre sottaciuto il timore che durante il trial una donna possa rimanere incinta e che il feto possa riportare delle malformazioni. Il risultato di questa, per certi versi, ragionevole riluttanza è che alcune terapie nel sesso femminile possono risultare meno efficaci o, nel peggiore dei casi, più pericolose: va infatti considerato che le donne hanno una maggiore frequenza (quasi il doppio) di reazioni avverse, quegli ‘effetti collaterali’, spesso non piacevoli e a volte anche gravi, che avvengono nell’organismo ogni qualvolta si assume un medicinale.

Cosa dicono le leggi

Nel 1993 la Food and Drug Administration ha pubblicato le Linee Guida per lo studio e la valutazione delle differenze di genere nella valutazione clinica dei farmaci, nelle quali si esortava non soltanto all’inclusione delle donne nelle sperimentazioni, ma anche all’analisi dei dati in un’ottica di genere. In Italia, nel novembre 2008, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha pubblicato il documento La sperimentazione farmacologica sulle donne, approvato dal Consiglio Nazionale per la Bioetica. Una sorta di Linee Guida orientative, nelle quali si riconosce finalmente che “nell’ambito della sperimentazione clinica dei farmaci le donne risultano essere ‘soggetti deboli’, o comunque non oggetto di adeguata considerazione in ordine alla loro specificità sia in senso quantitativo (numero di donne arruolate rispetto al numero di uomini) sia in senso qualitativo (analisi dei dati rispetto alla differenza sessuale)”. Ora il ricercatore che voglia intraprendere in Italia uno studio scientifico che contempli anche le osservazioni sulle differenze di genere può rivolgersi al Comitato Etico del suo Centro e chiedere sostegno ai suoi studi.

Pillole azzurre, pillole rosa

Tra uomini e donne esistono diverse differenze che influenzano il metabolismo dei farmaci, come, ad esempio, il fatto che il corpo femminile abbia una percentuale di tessuto adiposo superiore del 25% circa rispetto al corpo maschile. Questo fa sì che nelle donne i farmaci lipofili (cioè solubili nei grassi) tendano ad accumularsi in questo tessuto. Poiché invece nell’organismo delle donne è presente una quantità inferiore di acqua, i farmaci idrofili (cioè solubili in acqua) si distribuiscono meglio nell’organismo maschile. Le donne, poi, pesano in media il 30% meno degli uomini. Poiché il dosaggio dei farmaci non sempre viene calcolato in relazione al peso, può succedere che le donne assumano una maggiore quantità di principio attivo rispetto agli uomini. Anche gli enzimi coinvolti nel metabolismo dei farmaci possono presentare una maggiore o minore attività secondo il genere: questo determina a sua volta una maggiore o minore efficacia della molecola e un differente livello di sicurezza. Infine, gli ormoni (sia quelli naturali che quelli assunti come contraccettivi o come terapia post-menopausa) possono influenzare il metabolismo di altri farmaci e viceversa: alcuni farmaci antiepilettici, ad esempio, possono ridurre l’efficacia dei contraccettivi orali.

Donne, farmaci, malattie

Anche nei meccanismi d’azione dei farmaci la ricerca ha individuato delle differenze tra uomini e donne, a seconda delle diverse patologie. Nella depressione, per esempio, le donne sembrano rispondere meglio agli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), mentre gli uomini trarrebbero maggiori benefici dagli antidepressivi triciclici (TCA)[31].

Nelle donne, la stessa dose di betabloccanti come il propranololo e il metoprololo sembra raggiungere una concentrazione nel plasma più elevata e quindi produrre un maggior effetto anti-ipertensivo. Anche i calcio-antagonisti sembrano più efficaci nelle donne nel ridurre la pressione arteriosa, ma senza produrre effetti sulla diminuzione del rischio cardiovascolare complessivo[32].

L’assunzione periodica di acido acetilsalicilico è un’arma importante nella riduzione del rischio cardiovascolare. Ma sulla base dei risultati di alcuni studi, i vantaggi dell’assunzione di questo farmaco per la prevenzione primaria, in persone che non hanno mai avuto eventi cardiovascolari, non sono simili per gli uomini e nelle donne. Basse dosi di aspirina nelle donne, infatti, riducono del 24% il rischio di ictus ischemico e del 17% il rischio di ictus in generale, ma sono inefficaci nel prevenire l’infarto o una morte per cause cardiovascolari come invece avviene nell’uomo[33]. Una possibile, ma parziale, spiegazione di questa diversità di risultati potrebbe essere legata alla differente farmacodinamica del salicilato nei due sessi.

Vaccini

La differenza di genere influenza anche la risposta alle vaccinazioni, secondo una metanalisi condotta sugli studi scientifici esistenti relativi a una serie di vaccini da quello antinfluenzale a quelli per malattie come varicella, morbillo, febbre gialla[34].

Sulle donne i vaccini funzionano meglio, dal momento che sembrano garantire una migliore risposta immunitaria dopo la somministrazione, tanto da suggerire la possibilità di usare dosi minori di vaccino nel sesso femminile. D’altro canto, le donne sembrano subire maggiori reazioni di dolore e infiammazione alla somministrazione.

 BIBLIOGRAFIA

[1] B. Healvy, The Yentl Syndrome. New England Journal of Medicine, 325: 274-276, 1991.

[2] http://www.escardio.org/about/what/advocacy/EuroHeart/Pages/Presentation.aspx.

[3] Cfr. S. Allender et al., European Cardiovascular Disease Statistics 2008. European Heart Network, 2008; B.W. Karlson, J. Herlitz, M. Hartford, Prognosis in Myocardial Infarction in Relation to Gender. American Heart Journal, 128: 477-483, 1994; A.K. Jacobs, R.H. Eckel, Evaluating and Managing Cardiovascular Disease in Women: Understanding a Woman’s Heart. Circulation, 111: 383-384, 2005.

[4] M. Mattioli, L’ictus colpisce prevalentemente il sesso femminile: evidenze e interventi di prevenzione, in http://www.aogarbagnate.lombardia.it/SalviniWEB/territorio/atti-convegni/13marzo2010-medicina%20di%20genere/ictus%20e%20sesso%20femminile%20-%20M.Mattioli.pdf; Why-Jama Wise, Diagnosis and Path Phisiology of Ischemic Heart Disease Workshop. Hers-Jama, 280: 605-613, 1998.

[5] http://www.nhlbi.nih.gov/meetings/workshops/wise/index.htm .

[6] http://www.progettodiabete.org/indice_net1000.html?news/2010/n2010_012.html.

[7] Cfr. R. Huxley, et al. Excess Risk of Fatal Coronary Heart Disease Associated With Diabetes in Man and Women: Meta-analysis of 37 Prospective Cohort Studies. British Medical Journal, 332: 73-78, 2006; Q. Quiao e DECODE Study Group, Comparison of Different Definitions of the Metabolic Syndrome in Relation to Cardiovascular Mortality in European Men and Women. Diabetologia, 49: 2837-2846, 2006.

[8] C. Galli, Il diabete gestazionale o intolleranza ai carboidrati. http://www.fertilita.org/index.asp?ItemID=131.

[9] S. Ben-Zaken Cohen, P.D. Pare, S.F.P. Man, D.D. Sin, Growing Burden of Chronic Obstructive Pulmonary Disease and Lung Cancer in Women: Examining Sex Differences in Cigarette Smoke Metabolism. American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine, 176: 113-120, 2007.

[10] S. Novello, T. Vavalà, Lung Cancer in Women. Future Oncology, 4(5): 705-716, ottobre 2008.

[11] Cfr. National Cancer Institute (US), Division of Cancer Cause and Prevention, Demographic Analysis Section. Surveillance, Epidemiology, and End Results: Incidence and Mortality Data, 1973-1977.

[12] Fawzia Abo Ali, Feminine asthma, in http://www.authorstream.com/Presentation/aSGuest18194-185787-feminine-asthma-female-education-ppt-powerpoint/, Ain Shams University.

[13] F. Gomez Real et al., Lung Function, Respiratory Symptoms, and the Menopausal Transition, Journal of Allergy and Clinical Immunology, 121: 72-80, 2008; R.J. Troisi et al., Menopause, Post-menopausal Estrogen Preparations and the Risk of Adult-onset Asthma. American Journal of Respiratory Critical Care Medicine, 152: 1183-1188, 1995.

[14] K.R. Chapman, Chronic Obstructive Pulmonary Disease: Are Women More Susceptible Than Men? Clinics in Chest Medicine, 25 (2): 331-341, giugno 2004.

[15] Cfr. S.K. Van Den Eeden, C.M. Tanner, A.L. Bernstein, R.D. Fross, A. Leimpeter, D.A. Bloch, L. Nelson, Incidence of Parkinson’s Disease: Variation by Age, Gender, and Race/Ethnicity. American Journal of Epidemiology 157: 1015-1022, 2003.

[16] Cfr. D.G. Standaert, I. Cantuti-Castelvetri, “Sex Differences in Parkinson’s Disease”, in J.B. Becker, K.J. Berkley, N. Geary, E. Hampson, J.P. Herman, E. Young (a cura di), Sex Differences in the Brain: From Genes to Behaviour. New York, Oxford University Press, 2008; L.M. Shulman, Gender Differences in Parkinson’s Disease. Gender Medicine, vol. 4, n. 1: 8-18, 2007.

[17] Pubblicato in 2008 Alzheimer’s Disease Facts and Figures, in

http://www.kleinlab.org/documents/AlzAssnReport_2008FactsAndFigures.pdf .

[18] L. Ravizza (a cura di), Invecchiamento cerebrale e demenze. Milano: Masson, 2004, p. 44.

[19] L’ulcera peptica, in http://www.sunhope.it/Ulcera%20peptica.pdf.

[20] Cfr. Il Policlinico, vol. 75: 602, 1968.

[21] F.Trevisani, G. Magini, V. Santi, A.M. Morselli-Labate , M.C. Cantarini , M.A. Di Nolfo, P. Del Poggio, L. Benvegnù, G. Rapaccini, F. Farinati, M. Zoli, F. Borzio, E.G. Giannini, E. Caturelli e M. Bernardi for the Italian Liver Cancer (ITA.LI.CA) Group, Impact of Etiology of Cirrhosis on the Survival of Patients Diagnosed With Hepatocellular Carcinoma During Surveillance. The American Journal of Gastroenterology 102:1022-1031, 2007.

[22] P. Invernizzi, I segreti del cromosoma X, Humanitas, 2: 14-15, 2009.

[23] Cfr. F. Grodstein, G.A. Coldtiz, D.J. Hunter et al., A Prospective Study in Symptomatic Gallstone in Women: Relation with Oral Contraceptives and Other Risks Factors. Obstetrycs & Gynecology, 84: 207-214, 1994. W. Hess, et al. (a cura di), Malattie delle vie biliari e del pancreas. Fisiopatologia, clinica, terapia. Padova: Piccin Nuova Libraria, 1987, pp.113-115.

[24] Cfr. D.F. Levinson, The Genetics of Depression: a Review. Biological Psychiatry, 60 (2): 84-92, luglio 2006; AA.VV., Summit on Women and Depression: Proceedings and Reccomendations. The American Psychological Association, Wye River Conference Center 2002, in http://www.apa.org/pi/women/programs/depression/summit-2002.pdf .

[25] Cfr. M. Altemus, “Sex Differences in Anxiety and Stress Response”, paper presentato alla Conferenza What a Difference an X Makes: The State of Women’s Health Research, 3 ottobre 2008, Washington, DC.; H.B. Howell, D. Castle, K.A. Yonkers “Anxiety Disorders in Women”, in J. Kulkami, K. Abel (a cura di) Mood and Anxiety Disorders in Women, pp. 59-74. Cambridge, Cambridge University Press, 2006; V.K. Burt, K. Stein, Epidemiology of Depression Throughout the Female Life Cycle. Journal of Clinical Psychiatry, 63: S9-S15, 2002.

[26] Cfr. L. Stover et al., The Global Burden of Headache: a Documentation of Headache Prevalence and Disability Worldwide. Cephalalgia, 27: 190-210, 2007; S. Mercadante, Il dolore. Valutazione, diagnosi, trattamento. Milano: Masson, 2006, pp. 288-289.

[27] Cfr. V.T. Martin, M. Bebbehani, Ovarian Hormones and Migraine Headacher: Understanding Mechanism and Pathogenesis. Headache, 46: 3-23, 2006; V.T. Martin, R.B. Lipton, Epidemiology and Biology of Menstrual Migraine, Headache, 48: S124-S130, 2008.

[28] F. Franconi, I. Campesi, Farmacologia di genere, in http://www.simg.it/Documenti/Rivista/2008/03_2008/10.pdf .

[29] Cfr. A.M. Aloisi, Gonadal Hormones and Sex Differences in Pain Reactivity, The Clinical Journal of Pain, 19: 168-174, 2003; E. Margaria, E. Gollo (a cura di) AISD. Associazione Italiana per lo Studio del Dolore: XXIII Congresso Nazionale, Torino 2001. Milano: Springer Verlag, 2001; K.J. Berkeley, Sex Differences in Pain. Behavioural & Brain Science, 20: 371-380, 1997.

[30] F. Franconi, S. Montilla e S. Vella, Farmacologia di genere. Torino: SEEd Srl, 2010, p. 11.

[31] D.M. Sloan, S.G. Kornstein, Gender Differences in Depression and Response to Antidepressant Treatment. Psychiatric Clinical North America, 26:581-94, 2003.

[32] D. Dubois, J. Petitcolas, B. Temperville, A. Keppler, P. Catherine. Treatment of Hypertension in Pregnancy with Beta-adrenoceptor Antagonists. British Journal of Clinical Pharmacology; 13 (suppl. 2):375S-378S, 1982.

[33] National Institutes of Health, Women’s Health Study, 1991 in www.nhlbi.nih.gov .

[34] http://www.tantasalute.it/articolo/vaccini-piu-efficaci-sulle-donne/15885/, metanalisi della letteratura scientifica sul tema, Scuola di Sanità Pubblica dell’Università Johns Hopkins, USA: dati pubblicati su Lancet Infectious Disease 10 (5): 338-349, 2010.


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