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In Italia, oltre il 30% delle chiamate in Pronto Soccorso interessa il Neurologo

Si è svolto a Genova, dal 15 al 17 giugno scorso, presso il Padiglione IST Nord dell’IRCSS San Martino, il II Congresso Nazionale dell’Associazione Neurologia d’Emergenza Urgenza (ANEU), che aderisce alla SIN (Società Italiana di Neurologia) per sottolineare l’importanza delle figure neurologiche e con l’occasione per aggiornare gli algoritmi decisionali nell’emergenza-urgenza neurologica, già pubblicati in un volume particolarmente ricco di informazioni sulle procedure che è opportuno mettere in atto nel Pronto Soccorso o in altre condizioni urgenti in presenza di sintomi neurologici come ad esempio le cefalee, le vertigini, i disturbi muscolari di tipo acuto, l’epilessia o i traumi cranici.

La neurologia è da considerare tra le specialità mediche più richieste in Pronto Soccorso e dati epidemiologici italiani (Studio NEU1, del 2001-2002 e NEU2, del 2012-2013) hanno evidenziato come, nel nostro Paese, oltre il 30% delle chiamate in PS interessino il Neurologo. L’intervento di questo specialista è molto importante anche per una corretta impostazione del percorso terapeutico nelle patologie di specifica competenza, con riduzione del numero di indagini e dei ricoveri inappropriati e conseguente risparmio dei costi sanitari. Molte patologie neurologiche esordiscono in maniera acuta e si presentano con caratteristiche di emergenza/urgenza, rappresentando circa il 10% delle cause di presentazione nei Dipartimenti di Emergenza Accettazione (DEA)” – affermano Aneu e Sin.

Si tratta spesso di patologie severe, gravate da elevata mortalità e da notevoli costi, non solo relativi alla assistenza in acuto ma anche agli esiti, talora invalidanti. Molte hanno frequenza rilevante, come l’ictus cerebrale ischemico/emorragico, il trauma cranico, le crisi epilettiche: in questi casi l’approccio clinico nelle prime ore è determinante per la vita dei pazienti e per la prognosi. La presa in carico delle emergenze/urgenze neurologiche da parte dello specialista competente, sin dalla loro presentazione al DEA, comporta un innegabile beneficio per il paziente in termini di tempestività ed accuratezza diagnostica, ridotta mortalità e migliore prognosi e consente una riduzione dei costi in termini di filtro ai ricoveri inappropriati e di riduzione delle giornate di degenza” – ha dichiarato il Dottor Giuseppe Micieli, Presidente ANEU e Direttore del Dipartimento di Neurologia d’Urgenza IRCCS Istituto Neurologico C. Mondino, Pavia.

Nel corso di quest’anno, l’Associazione Neurologia d’Emergenza Urgenza prevede anche di realizzare un’App che permetta un accesso semplificato e un migliore approccio diagnostico al neurologo in PS/DEA. Tutte le emergenze/urgenze neurologiche devono essere valutate e gestite in un contesto assistenziale a gestione neurologica: dati epidemiologici del recente Studio NEU evidenziano come nelle Unità Operative Complesse di Neurologia italiane aperte alla emergenza/urgenza, i neurologi sono già prevalentemente impegnati nella diagnosi e nel trattamento delle affezioni neurologiche acute sia in attività di consulenza che in attività di ricovero.

Durante il Congresso, ampio spazio è stato dedicato alla qualità offerta dal neurologo in caso di trauma cranico lieve-moderato che rappresenta il 4,8% degli accessi per trauma al Pronto Soccorso.

Da sempre la Società Italiana di Neurologia sottolinea l’importanza di controlli qualificati, clinici e strumentali, per valutare le conseguenze a breve e medio termine dei traumi cranici lievi e moderati che rappresentano circa il 95% di tutta la traumatologia cranio-encefalica. I neurologi spingono per l’utilizzo di scale adeguate per la registrazione dei sintomi che esordiscono dopo il trauma, in particolare riguardo alla ricorrenza di dolore e alle conseguenze psichiche. Questa valutazione neurologica deve entrare necessariamente nella routine operativa dei maggiori Ospedali” – ha affermato il Professor Leandro Provinciali, Presidente SIN.

Nel corso dell’incontro si è parlato anche dei modelli organizzativi e delle collaborazioni (multiprofessionali) necessarie per la realizzazione di una rete di strutture dedicate alla neurologia d’urgenza; della formazione del neurologo d’urgenza con specifico riferimento ad interventi di primo soccorso al paziente critico ed all’utilizzo in acuto di strumenti di neurofisiologia (EEG, Ecodoppler dei tronchi sopraortici, Doppler Transcranico, Elettromiografia) e della definizione di un protocollo (ProntoNEU) da applicarsi lo stesso giorno in tutte le realtà neurologiche italiane per la verifica dei carichi di lavoro, della qualità degli interventi e degli esiti degli stessi effettuati dallo specialista sui casi neurologici.


La plasticità del cervello inizia dalla nascita e prosegue per molti anni

plasticita-cerebrale

Uno studio pubblicato a gennaio su Science mette in relazione diretta nell’essere umano lo sviluppo della capacità di riconoscere i volti con lo sviluppo anatomico di una regione specializzata della corteccia cerebrale, individuabile nella faccia inferiore del lobo temporale1.

L’analisi, realizzata mediante avanzatissime tecniche di risonanza magnetica, ha permesso di verificare come una abilità sempre maggiore nel riconoscimento dei volti, a partire dall’infanzia fin quasi ai 30 anni, si associa ad un aumento delle dimensioni di questa regione del cervello.

Questo studio è la prova che la plasticità del cervello continua per molti anni dopo la nascita e, addirittura dopo l’adolescenza. Finora, invece, l’orientamento della comunità scientifica concordava sul fatto che la plasticità cerebrale fosse particolarmente marcata solo nei primi anni di vita dell’uomo” – ha affermato il Prof. Stefano Cappa, specialista della Società Italiana di Neurologia.

Il fatto che l’aumento delle dimensioni del cervello sia specifico della parte che interessa il riconoscimento dei volti, e  non riguarda una regione vicina, specializzata per il riconoscimento dei luoghi, conferma il ruolo centrale che la capacità di riconoscere gli altri ha per la nostra specie che, infatti, risulta eccellere in questa abilità.

BIBLIOGRAFIA

1Gomez et al, “Microstructural proliferation in human cortex is coupled with the development of face processing”, Science 5 january 2017


GAS Communication

Crisi Psicogene non Epilettiche

Finalmente un accordo tra le diverse figure di specialisti coinvolte nella presa in carico dei pazienti con Crisi Psicogene non Epilettiche, patologia che colpisce prevalentemente giovani tra i 18 e i 45 anni, con una predominanza del sesso femminile.

E’ il risultato della Conferenza Nazionale di Consenso su Diagnosi e Terapia delle Crisi Psicogene non Epilettiche che si è svolta all’Università di Catanzaro, il 20 maggio scorso, organizzata dal Prof. Umberto Aguglia – Ordinario di Neurologia e Direttore del Centro Regionale Epilessie del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria – ed introdotta dal Prof. Aldo Quattrone, Magnifico Rettore dell’ Ateneo Catanzarese e Past President della Società Italiana di Neurologia (SIN) promotrice dell’iniziativa.

Le crisi psicogene sono “attacchi” improvvisi che si presentano in modo simile alle crisi epilettiche ma che non sono determinati da anormali scariche elettriche cerebrali, bensì da rilevanti disagi psicologici. Queste crisi si verificano in circa 30 persone/100.000 abitanti e testimoniano l’esistenza di un disagio psicologico, associato frequentemente ad altre turbe psichiche (depressione, ansia, disturbi di personalità, ecc). Molti pazienti con crisi psicogene sono spesso erroneamente diagnosticati come epilettici e ricevono pertanto un trattamento non adeguato con farmaci antiepilettici che si dimostra inefficace e potenzialmente con effetti collaterali” – afferma il Prof. Aguglia.

In letteratura mancano dati scientifici consolidati sulla metodologia diagnostica e sulla presa in carico di questi pazienti e ciò porta ad una forte disomogeneità di comportamenti sul piano clinico, organizzativo e gestionale tra i vari esperti coinvolti quali neurologi, neuropsichiatri infantili, psichiatri, psicologi, neuropsicologi.

Grazie all’evento di Catanzaro è stato raggiunto il consenso sulle procedure diagnostiche che si ritiene siano non solo efficaci, ma anche rispettose della sensibilità dei pazienti, e sulla presa in carico che si auspica sia sempre multidisciplinare. Tutti gli esperti, tuttavia, hanno convenuto sulla necessità di colmare, con ricerche ad hoc, le numerose lacune che la letteratura scientifica non è riuscita finora a colmare e che riguardano soprattutto le procedure terapeutiche, sia psicologiche che farmacologiche. Gli atti di questa conferenza sono in via di elaborazione e saranno pubblicati entro la fine dell’anno.

La Conferenza Nazionale di Consenso ha portato per la prima volta a una visione comune dell’approccio alla patologia grazie alla partecipazione delle più importanti Società Scientifiche del settore quali Lega Italiana Contro l’Epilessia (LICE), Società Italiana di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza (SINPIA), Società Italiana di Neurologia Pediatrica (SINP), Società Italiana di Neuropsicologia (SINP), Società Italiana per i Disturbi del Neuro-sviluppo (SIDiN), Società Italiana di Psichiatria (SIP), oltre a medici legali, bioeticisti numerosi esperti indipendenti, ed ai rappresentati delle Associazioni di pazienti: Associazione Italiana Contro l’Epilessia (AICE) e Federazione Italiana Epilessie (FIE).

 

L’importanza della medicina di genere nella cura delle patologie neurologiche femminili

Studi epidemiologici dimostrano che alcune malattie del Sistema Nervoso come la demenza di Alzheimer, la sclerosi multipla, l’emorragia subaracnoidea, la cefalea e la miastenia colpiscono più frequentemente le donne rispetto agli uomini.

Negli ultimi anni i neurologi sono particolarmente impegnati nello sviluppo di approcci innovativi alla medicina di genere e in occasione della Giornata Nazionale della Salute della Donna (22 aprile 2017) la Società Italiana di Neurologia (SIN) e l’Associazione autonoma della SIN per le demenze (SINdem) si sono schierate in prima fila accanto al Ministero della Salute per sensibilizzare e promuovere i progressi della ricerca scientifica per la cura delle malattie neurologiche che interessano elettivamente il genere femminile.

Nella medicina di genere l’approccio diagnostico e terapeutico alle malattie del Sistema Nervoso tiene conto dei molteplici aspetti clinici, biologici, sociali ed etici che hanno espressioni diverse nel sesso femminile rispetto a quello maschile. Lo scopo principale di tale impegno è quello di realizzare una medicina di precisione che sia calibrata e personalizzata sulle caratteristiche specifiche di ogni individuo, a partire dal genere” – ha affermato il Prof. Leandro Provinciali, Presidente della Società Italiana di Neurologia.

Le tematiche di maggior rilievo nelle malattie neurologiche che colpiscono le donne sono rappresentate dal contenimento del rischio di malattie acute e dalla corretta assistenza alle malattie croniche, dalla valutazione dell’influenza ormonale e della terapia contraccettiva, dalla pianificazione della gravidanza e del parto, dall’uso di farmaci potenzialmente dannosi in gravidanza e durante l’allattamento, dalla gestione della menopausa e dallo sviluppo di efficaci strategie di prevenzione primaria e secondaria.

La Malattia di Alzheimer rappresenta la più comune causa di demenza nella popolazione anziana dei paesi occidentali e interessa maggiormente le donne: la prevalenza nel sesso femminile è il triplo rispetto a quella maschile, una differenza solo in parte spiegata dalla maggiore longevità femminile. Alcuni studi ipotizzano che la menopausa costituisca un fattore di rischio per lo sviluppo dell’Alzheimer a causa della mancata produzione di estrogeni ma, sebbene studi su animali suggeriscano un effetto protettivo degli estrogeni, non è stata dimostrata una relazione causale tra menopausa e demenza” – ha dichiarato il Prof. Stefano Cappa, Presidente SINdem.

Nella Giornata Nazionale della Salute della Donna di sabato 22 aprile, la Società Italiana di Neurologia (SIN) e l’Associazione Autonoma aderente alla SIN per le demenze (SINdem) hanno allestito un gazebo informativo presso il Ministero della Salute di Via Giorgio Ribotta, 5 per sensibilizzare e informare le donne sui progressi della medicina di genere nella cura delle patologie neurologiche.


I disturbi del sonno possibili marker predittivi di malattie neurodegenerative

Dalla Settimana Mondiale del Cervello (13-19 marzo 2017), gli esperti della Società Italiana di Neurologia (SIN) mettono in guardia su alcuni disturbi del sonno che possono rappresentare marker predittivi del possibile sviluppo di una patologia neurodegenerativa come evidenziano recenti studi longitudinali.

Un sonno disturbato è spesso presente nelle patologie neurologiche come, per esempio, nel 70-90% dei pazienti con malattia di Parkinson, nel 80-90% dei pazienti con malattia di Alzheimer, nel 50-60% dei pazienti con sclerosi multipla. Il disturbo tuttavia può essere legato non solo alla patologia neurologica o al suo aggravamento ma anche alle terapie farmacologiche.

E’ pero interessante notare quanto emerso da studi scientifici in merito alla comparsa di disturbi del sonno in quei pazienti che hanno poi sviluppato negli anni una malattie neurologica: un recentissimo studio condotto su 2.457 soggetti, di età media di 72 anni, seguiti per oltre 10 anni, ha evidenziato che una durata del sonno notturno superiore a nove ore è associata ad un rischio maggiore di sviluppare una qualsiasi forma di demenza. Il sonno quindi come possibile marker predittivo“ – ha spiegato il Prof Luigi Ferini Strambi, Ordinario di neurologia dell’università Vita-Salute San Raffaele e Direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Il disturbo comportamentale del sonno che ha attirato maggiore attenzione da parte dei ricercatori negli ultimi anni è quello in fase REM, ovvero la fase del sonno dove si perde tono muscolare volontario e in cui si sogna maggiormente. Nei pazienti con questo disturbo definito RBD (REM Sleep Behavior Disorder) si nota l’assenza di atonia muscolare per cui, vivendo il sogno che solitamente è negativo, hanno comportamenti bruschi come urlare e tirare calci. L’RBD colpisce più uomini che donne e insorge nella gran parte dei casi intorno ai 60/70 anni di età. In un’alta percentuale può essere associato ad alcune patologie neurodegenerative, come malattia di Parkinson, Atrofia Multisistemica e Demenza a corpi di Lewy. Studi longitudinali hanno dimostrato che l’RBD può precedere l’insorgenza di tali disordini neurologici di 5-10 anni” – ha proseguito il Prof Luigi Ferini Strambi.

In occasione della Giornata Mondiale del Sonno (17 marzo), quindi la SIN, torna a ribadire l’importanza della qualità del sonno per una migliore cura del cervello: dormire bene, facendo attenzione anche ad eventuali disturbi del sonno e segnalandoli all’esperto neurologo, rappresenta un obiettivo importante proprio in un’ottica preventiva di malattie neurodegenerative.

I disturbi del sonno colpiscono circa 13 milioni di italiani. I principali sono l’insonnia, che, in forma più o meno grave, colpisce circa il 41% della popolazione, la sindrome delle apnee in sonno, di cui soffrono circa 2 milioni di italiani, la sindrome delle gambe senza riposo, che colpisce 3 milioni di italiani, ed i disturbi del ritmo circadiano. I disturbi del sonno si associano spesso ad altre malattie, soprattutto a carico del Sistema Nervoso.

 

Curare il cervello migliora la vita

Curare il cervello migliora la vita è il tema della Settimana Mondiale del Cervello 2017 che la Società Italiana di Neurologia (SIN) celebra da ieri fino al 19 marzo con una serie di iniziative in programma su tutto il territorio nazionale: da incontri divulgativi a convegni scientifici, da attività per gli studenti delle scuole elementari e medie a open day presso le cliniche neurologiche.

Attraverso il tema di questa edizione Curare il cervello migliora la vita intendiamo mettere al centro della Settimana la neurologia e le malattie di cui si occupa, nelle varie espressioni cliniche, e l’esigenza di risposte più adeguate ai crescenti bisogni di cura. Riteniamo, infatti, che la neurologia abbia ancora un ruolo sottostimato nel nostro Paese, con un conseguente svantaggio per i pazienti che nel 60% dei casi non si rivolgono al neurologo per le patologie competenti, ritardando così la corretta diagnosi. In molte patologie del Sistema Nervoso Centrale e Periferico, la diagnosi precoce permette una strategia terapeutica in grado di tenere sotto controllo i sintomi e modificare, quindi, la progressione della malattia. In altri casi, come l’Ictus, l’intervento tempestivo e qualificato dei centri dedicati al manifestarsi dei primi sintomi consente di ridurre e, talora, annullare i gravi danni che la patologia potrebbe provocare, con un conseguente beneficio per la qualità di vita dei malati” – afferma il Prof. Leandro Provinciali, Presidente SIN.

Le novità della Settimana Mondiale del Cervello 2017:

  • IL CERVELLO GIOVANE E VULNERABILE, Prof. Gianluigi Mancardi, Direttore della Clinica Neurologica dell’Università di Genova.

Sono molte le malattie neurologiche che possono avere il loro esordio in età giovanile: alcune malattie muscolari, malattie infettive e infiammatorie, i traumi, alcuni tumori, l’epilessia, le cefalee, malattie degenerative o immunomediate del sistema nervoso periferico, malattie metaboliche e malattie autoimmuni come la sclerosi multipla. Per molte di queste malattie esistono cure specifiche e attive e pertanto è necessaria una diagnosi precisa, dettagliata e precoce

L’impatto di tutti i traumi sul cervello giovane. Gli esiti del trauma dipendono certamente dalla gravità dello stesso e dalla entità ed estensione delle lesioni nervose, ma si è visto che traumi anche relativamente lievi sono in grado di causare un danno diffuso a livello del sistema nervoso centrale, che può manifestarsi successivamente con disturbi cognitivi di una certa rilevanza. 

Il giovane ha certamente maggiori capacità di recupero rispetto a un adulto o un anziano: studi scientifici che hanno valutato l’outcome dopo traumi cranici (Andruszkow et al., Health and Quality of life Outcomes, 2014) hanno dimostrato che, se il trauma avviene in età prescolare, migliore è il recupero rispetto a soggetti in età scolare o adulti.

L’impatto delle droghe sul cervello dei giovani. Nella età giovanile e adolescenziale le sostanze di cui si fa più abuso e che causano un effetto dannoso sul sistema nervoso sono principalmente l’alcool e la marijuana. Meno utilizzate, ma particolarmente lesive sono altre sostanze, come gli allucinogeni, l’ectasy o la cocaina.

Numerosi studi hanno valutato l’effetto a distanza di alcool e marijuana, utilizzando tecniche neuropsicologiche ed anche esami come la Risonanza Magnetica (RM) che hanno valutato il danno funzionale e strutturale del sistema nervoso.

E’ stato dimostrato (Lindsay et al Curr Psychiatry Rep, 2016) che il cronico abuso di tali sostanze determina un calo della memoria verbale, delle funzioni visuo-spaziali, della memoria di lavoro, dell’attenzione e della concentrazione, con un conseguente abbassamento globale delle funzioni cognitive.

  • FINALMENTE IN CALO I CASI DI ICTUS, Prof. Elio Agostoni, Direttore Dipartimento di Neuroscienze, Direttore S.C. Neurologia e Stroke Unit – ASST Grande Ospedale Metropolitano Niguarda di Milano.

Dati recenti sulla popolazione italiana indicano che negli ultimi vent’anni l’incidenza di primi episodi di ictus è diminuita del 29%, sia per ictus ischemici sia per ictus emorragici. Tale riduzione è stata osservata nonostante un indice di invecchiamento della popolazione con età superiore ai 75 anni pari al 33%. La riduzione dell’incidenza interessa in particolare gli ictus disabilitanti e fatali. Oggi sono 930.000 coloro che riportano effetti invalidanti a causa di questa patologia e 120.000 i nuovi casi ogni anno

È plausibile attribuire questa riduzione all’aumento e al miglioramento delle strategie preventive, a un miglior controllo dei fattori di rischio vascolare e al ruolo della chirurgia vascolare, anche per il considerevole numero di interventi chirurgici eseguiti per stenosi della carotide (dal 17,2% è passata al 17,8%).

La prevenzione dell’ictus

Prevenire è meglio che curare. Le strategie di prevenzione dell’ictus sono più efficaci se vengono attuate quando l’ictus non si è ancora manifestato ossia in soggetti “che stanno bene”. È consigliabile effettuare periodiche visite presso il proprio medico di base che provvederà a verificare il vostro profilo di rischio vascolare.

Non fumare. Smettere di fumare riduce il rischio di ictus.

Praticare attività fisica e sportiva. Praticare quotidianamente attività fisica moderata, ad esempio camminare con passo spedito per 30 minuti al giorno per la maggior parte dei giorni della settimana.

Controllare il peso corporeo. Evitare l’aumento ponderale con misure dietetiche ed attività fisica. Nei soggetti in sovrappeso la riduzione del peso corporeo ha effetti positivi sulla pressione arteriosa, sul diabete e sui grassi nel sangue.

Limitare il consumo di alcolici. Evitare un’eccessiva assunzione di alcol. L’assunzione di modiche quantità di alcol può esercitare un effetto addirittura protettivo per le malattie vascolari e l’ICTUS.

Correggere l’alimentazione. Ridurre il consumo di grassi e condimenti di origine animale, aumentare il consumo di pesce quale fonte di grassi polinsaturi, aumentare il consumo di frutta, verdura, cereali integrali e legumi quale fonte di vitamine e antiossidanti.

Limitare il sale nella dieta. Viene consigliato di limitare la assunzione di sale nella dieta a meno di 6 grammi. Tale obiettivo si raggiunge evitando cibi ad alto contenuto di sale e non aggiungendo sale a tavola. La raccomandazione è ancora più importante per i soggetti con ipertensione arteriosa.

Controllare la pressione arteriosa. Nei soggetti con ipertensione arteriosa, qualora le modificazioni alimentari e dello stile di vita non siano sufficienti, è indicato il ricorso ai farmaci antipertensivi. I valori consigliati sono inferiori a 140/90 mmHge di 130/80 mmHg nei diabetici.

Controllare la glicemia. Eseguire periodici controlli della glicemia per diagnosticare precocemente la presenza di diabete. Nei diabetici la riduzione del peso corporeo, le modificazioni dello stile di vita ed il controllo degli altri fattori di rischio devono essere particolarmente accurati.

Attenzione alla fibrillazione atriale. Per prevenire l’ictus nei soggetti con fibrillazione atriale è indicata l’assunzione di farmaci anticoagulanti nei pazienti di età superiore ai 65 anni e in quelli che hanno già avuto un ictus ischemico cerebrale.

  • MIGLIORARE LA QUALITÀ DELLA VITA DEI PAZIENTI CON DISTURBI DEL MOVIMENTO, Prof. Leonardo Lopiano, Professore Ordinario di Neurologia, Università di Torino e Direttore SC Neurologia 2U, A.O.U. Città della Salute e della Scienza di Torino.

Nuove frontiere terapeutiche. Recentemente è entrata nella pratica clinica un’importante terapia interventistica per i pazienti parkinsoniani in fase avanzata, ovvero l’infusione intestinale continua di levodopa. Tramite una gastro-digiunostomia percutanea viene posizionato un catetere all’interno dell’intestino attraverso il quale un device esterno infonde un gel contenente levodopa. Questa ulteriore innovazione ha permesso di migliorare la qualità di vita dei pazienti, ottimizzando la somministrazione del farmaco e migliorando il controllo dei sintomi motori e delle fluttuazioni motorie.

Allo stesso tempo sono già in uso oppure sono imminenti nuovi farmaci: inibitori enzimatici in grado aumentare la concentrazione di dopamina nel sistema nervoso centrale, nuove formulazioni di levodopa (via inalatoria, sottocutanea) e farmaci per il trattamento dell’ipercinesia. Grande speranza viene riposta nei farmaci neuroprotettivi soprattutto se somministrati nelle fasi precoci di malattia.

L’importanza della riabilitazione. Nel trattamento dei disturbi del movimento, un settore che ha assunto un ruolo rilevante negli ultimi anni e che conta 200.000 persone solo per morbo di Parkinson, è quello della neuroriabilitazione. Numerosi studi hanno messo in evidenza un miglioramento dei sintomi motori e della qualità di vita in seguito a trattamenti riabilitativi specifici. La riabilitazione è in grado di ottimizzare le capacità motorie residue dell’individuo, con un approccio volto ad affrontare non il singolo sintomo, ma la disabilità nel suo insieme. Si tratta di trattamenti complementari alla terapia farmacologica e chirurgica e spesso agiscono positivamente su sintomi che non sono migliorati dai farmaci. La riabilitazione è in grado di ottimizzare l’indipendenza funzionale del paziente migliorando la sua qualità della vita.

  • LA BATTAGLIA CONTRO LE MALATTIE NEURODEGENERATIVE CONTA SU ARMI NUOVE, Prof. Carlo Ferrarese, Direttore Scientifico del Centro di Neuroscienze di Milano dell’Università di Milano-Bicocca e Direttore della Clinica Neurologica dell’Ospedale San Gerardo di Monza.

A causa dell’invecchiamento della popolazione, stiamo assistendo a una epidemia silenziosa che coinvolge il nostro Paese: circa 1.000.000 sono i pazienti con demenza, di cui la maggior parte colpiti da malattia di Alzheimer.

La diagnosi precoce è indispensabile per poter indirizzare il paziente con Malattia di Alzheimer verso strategie terapeutiche, attualmente in fase avanzata di sperimentazione, che potrebbero modificare il decorso della malattia mediante la rimozione della proteina beta-amiloide.

Tali strategie sono basate su molecole che determinano una riduzione della produzione di beta-amiloide, con farmaci che bloccano gli enzimi che la producono (beta-secretasi) o, in alternativa, anticorpi capaci addirittura di determinare la progressiva scomparsa di beta-amiloide già presente nel tessuto cerebrale. Questi anticorpi, prodotti in laboratorio e somministrati sottocute o endovena, sono in grado in parte di penetrare nel cervello e rimuovere la proteina, in parte di facilitare il passaggio della proteina dal cervello al sangue e la sua successiva eliminazione.

Recenti tentavi terapeutici con questi farmaci nelle fasi anche iniziali di demenza si sono rivelati fallimentari, per cui ora queste terapie sono in fase avanzata di sperimentazione nelle forme prodromiche quali il Mild Cognitive Impairment o addirittura in soggetti normali che risultano positivi ai test per l’accumulo di beta amiloide (PET o esame del liquor cerebro-spinale). La speranza è che queste nuove strategie possano modificare il decorso della malattia, prevenendone l’esordio.

  • NON TUTTI I SONNI SONO BUONI, Prof. Luigi Ferini Strambi, Professore Ordinario di Neurologia, Università Vita – Salute San Raffaele e Direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’Ospedale San Raffaele di Milano.

Studi longitudinali hanno evidenziato che alcuni disturbi del sonno sono da considerare marker predittivi del possibile sviluppo di una patologia neurodegenerativa.

Ci sono dati relativi alla eccessiva sonnolenza diurna che può manifestarsi alcuni anni prima della comparsa di una malattia di Parkinson. Un recentissimo studio condotto su 2457 soggetti, di età media di 72 anni, seguiti per oltre 10 anni, ha evidenziato che una durata del sonno notturno superiore a nove ore è associata a un rischio maggiore di sviluppare una qualsiasi forma di demenza.

Un sonno disturbato è spesso presente nelle patologie neurologiche: ad esempio nel 70-90% dei pazienti con malattia di Parkinson, nell’80-90% dei pazienti con malattia di Alzheimer, nel 50-60% dei pazienti con sclerosi multipla. Il problema del sonno può essere legato alla patologia neurologica di per sé, al suo aggravamento o, a volte, anche alle terapie farmacologiche.

Un esempio è la sindrome delle apnee notturne, che si osserva in oltre il 50% dei pazienti con ictus cerebrale.

L’identificazione e il trattamento dello specifico disturbo del sonno comporta non solo un miglioramento della qualità della vita, ma, nel caso ad esempio dei pazienti con ictus, anche un migliore esito a breve e a lungo termine. Alcuni autori hanno anche evidenziato che, in pazienti con Alzheimer, il trattamento di una concomitante sindrome delle apnee ostruttive con l’apparecchio a pressione positiva d’aria (CPAP), può rallentare la progressione del deficit cognitivo.

Ma può un sonno di buona quantità e qualità ridurre il rischio di malattie neurologiche? Studi condotti in modelli animali hanno evidenziato che la privazione di sonno accelera l’aggregazione di β-amiloide (una proteina normalmente prodotta ma anche eliminata nel cervello sano) in placche extracellulari, che sono caratteristiche della malattia di Alzheimer.

Dormire bene, curando anche eventuali disturbi del sonno, rappresenta un obiettivo importante nell’ambito di possibili strategie preventive per le malattie neurodegenerative.

Il dettaglio delle iniziative italiane della Settimana Mondiale del Cervello è consultabile on line, all’indirizzo www.neuro.it.

La Settimana Mondiale del Cervello (Brain Awareness Week, BAW) è promossa a livello internazionale dalla European Dana Alliance for the Brain in Europa e dalla Dana Alliance for the Brain Initiatives e dalla Society for Neuroscience negli Stati Uniti. Ad essa aderiscono ogni anno Società Neuroscientifiche di tutto il mondo – tra cui, dal 2010, anche la Società Italiana di Neurologia – oltre a numerosissimi enti, associazioni di malati, agenzie governative, gruppi di servizio e organizzazioni professionali di oltre 82 Paesi.

La Società Italiana di Neurologia conta tra i suoi soci oltre 3000 specialisti neurologi e ha lo scopo istituzionale di promuovere, in Italia, il progresso della conoscenza delle malattie neurologiche, al fine di promuovere lo sviluppo della ricerca scientifica, di migliorare la formazione, di sostener l’aggiornamento degli specialisti e di elevare la qualità professionale nell’assistenza alle persone colpite da condizioni morbose che coinvolgono il sistema nervoso.


1a Giornata per le Malattie Neuromuscolari

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Oggi sabato 4 marzo si terrà contemporaneamente in 14 città italiane (Ancona, Bari, Brescia, Bologna, Genova, Messina, Milano, Napoli, Parma, Pisa, Roma, Torino, Udine, Verona), sedi di Centri esperti di Malattie Neuromuscolari, la prima Giornata per le Malattie Neuromuscolari (GMN 2017) promossa e sostenuta dalla Società Italiana di Neurologia.

La proposta di questa manifestazione nasce da un’idea del Prof. Angelo Schenone dell’Università di Genova, Presidente dell’Associazione Italiana per lo Studio del Sistema Nervoso Periferico (ASNP) e del Prof. Antonio Toscano dell’Università di Messina, Past-President dell’Associazione Italiana Miologia (AIM), supportata dall’Alleanza Neuromuscolare (di cui fa parte anche la Fondazione Telethon), presieduta dal prof. Guido Cavaletti dell’Università di Milano-Bicocca, in collaborazione con oltre 30 Associazioni Nazionali di pazienti.

La Giornata è la risposta alla richiesta di maggiore informazione provenienti da diversi settori. Noi riteniamo che questa sarà la prima edizione di una serie di incontri che si terranno annualmente a scopo divulgativo su tutto il territorio Nazionale. La Giornata, che si svolgerà simultaneamente in tutti i Centri esperti coinvolti, è dedicata ai pazienti e alle loro famiglie, alle Associazioni ed a Neurologi, Fisiatri, Medici di Medicina Generale (MMG), Fisioterapisti, Psicologi e Infermieri per un aggiornamento sulla gestione globale dei pazienti con Malattie Neuromuscolari– ha dichiarato il Prof. Schenone.

Le Malattie Neuromuscolari sono al 90% malattie rare e si presentano spesso con un andamento progressivo, degenerativo e cronico.

Questa iniziativa vuole offrire la possibilità di discutere e chiarire alcuni dei problemi che tuttora persistono nella gestione dei pazienti con Malattie Neuromuscolari. Infatti, talora, il paziente con “sospetta malattia neuromuscolare” ha difficoltà su come orientarsi nell’ambito dell’offerta sanitaria per la soluzione del proprio problema. Così iniziano “i viaggi della speranza”: un paziente si sposta anche di centinaia di chilometri e, spesso, con lui i suoi familiari senza sapere che, magari nella stessa città o nella stessa regione, esiste un Centro accreditato che può andare incontro alle sue aspettative” – ha proseguito il Prof. Toscano.

Un’altra esigenza nasce dalla corretta divulgazione ad una ampia fascia di pazienti e famiglie degli avanzamenti diagnostici e terapeutici che avvengono nell’ambito delle malattie Neuromuscolari. Talora i fatti riportati mediaticamente possono essere confusi o, artificialmente manipolati, confondendo i pazienti e non consentendo loro di inquadrare l’immediato obiettivo diagnostico o terapeutico” – ha continuato il Prof. Schenone.

Non meno importante, una volta ricevuta la diagnosi e/o la terapia, è la “presa in carico” del paziente ovvero continuare ad assisterlo valutando la risposta terapeutica e la progressione della stessa malattia con periodici controlli. Questo aspetto comprende la possibilità di garantire alla famiglie una transizione della presa in carico dei pazienti, non traumatica, dall’età pediatrica a quella adulta. A tale scopo all’evento parteciperanno anche Neurologi pediatri a testimonianza della stretta collaborazione fra esperti di patologie dell’età evolutiva e esperti di patologie dell’adulto” – sostiene inoltre il Prof. Toscano.

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La Giornata per le Malattie Neuromuscolari sarà un’ottima occasione di confronto tra specialisti, pazienti e Associazioni a cui è dedicata la Tavola Rotonda conclusiva. Aiuterà a porre le basi per una più proficua collaborazione tra medici e Associazioni dei pazienti, testimoniata anche dal Patrocinio concesso alla Giornata dalla Federazione Nazionale Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri (FNOMCeO), dalla Società Italiana di Neurologia (SIN) e dal Coordinamento Associazioni Malattie Neuromuscolari (CAMN).

La Giornata è stata resa possibile dal supporto di Kedrion Biopharma, Pfizer, Sanofi Genzyme, Sigma-Tau , CSL Behring, PTC Therapeutics.


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