Posts Tagged 'sindrome metabolica'

Brevettato l’elisir di lunga vita?

 

Un concentrato di antiossidanti a base di nocciole, cacao scuro, miele e tè verde per tutte le età: fa correre più veloci i giovani (atleti e non solo), mantiene più sani e in forma gli anziani e ha anche un buon sapore.

E’ Powellnux”, l’innovativo alimento multifunzionale naturale ricco in polifenoli che aiuta a prevenire l’insorgenza delle malattie cardiovascolari, alla base dell’invecchiamento.

Lo ha appena brevettato il professor Valerio Sanguigni, cardiologo dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, dopo anni di studi che lo hanno portato a chiedersi: “Chi lo ha detto che i cibi salutari debbano per forza essere cattivi al gusto?”. E ha inventato “Powellnux” che, anche sotto forma di gelato, può fornire le sostanze giuste per avere più energia e mantenersi giovani a lungo in modo naturale e mangiando prodotti gustosi.

Sappiamo che frutti rossi, melograni e bacche contengono antiossidanti, ma spesso, nel tragitto che li porta alla nostra tavola perdono le loro proprietà benefiche. Gli alimenti che conservano meglio queste sostanze sono frutta secca, fave di cacao e tè verde, in particolare a temperature basse e controllate. Per questo mi è venuta l’idea di preparare con queste sostanze, ricche di polifenoli (antiossidanti naturali), una miscela speciale” – spiega Valerio Sanguigni.

Il prof. Sanguigni, coadiuvato da una équipe composta anche da altri specialisti di Endocrinologia e Statistica, ha sperimentato la sua scoperta attraverso uno studio in acuto su 14 soggetti sani fra i 20 e i 38 anni per valutare i valori dello stress ossidativo e del potere antiossidante. I volontari dopo essere stati sottoposti agli esami del sangue hanno mangiato un gelato da 100 grammi, preparato con il mix di antiossidanti, poi si sono messi a pedalare su una cyclette: i risultati dello studio, recentemente pubblicato sulla rivista scientifica “Nutrition”, hanno evidenziato una riduzione dello stress ossidativo e un aumento dell’attività antiossidante con un evidente miglioramento della performance fisica.

L’aumento dell’ossido nitrico da parte dei polifenoli ha un effetto positivo sulla capacità dei vasi sanguigni di dilatarsi. Anche il microcircolo, un indicatore dell’ossigenazione dei tessuti, migliora con l’assunzione di queste sostanze e pedalando sulla cyclette i volontari hanno raggiunto la stessa potenza con meno battiti e una pressione arteriosa inferiore. Nella sperimentazione è stato usato lo stesso metodo applicato per gli studi sui farmaci. Il protocollo è stato approvato dal comitato etico dell’Università e dall’Organizzazione Internazionale per gli Studi Clinici (Clinical Trial.Gov.)” – sottolinea il prof. Valerio Sanguigni.

Secondo i dati di un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Journal of Hypertension e presentato a Milano al 27° Congresso Europeo sull’Ipertensione, è emerso che anche in soggetti affetti da sindrome metabolica (frequente patologia che può evolvere nel diabete), l’assunzione in acuto del gelato a base di “Powellnux”, può ridurre i valori della pressione arteriosa.

L’ipertensione arteriosa è una malattia che può causare gravi danni al sistema cardiocircolatorio e a livello cerebrale (causando infarto e ictus).  Il perdurare dell’ipertensione comporta un danno profondo a carico dei vasi sanguigni ed è identificato principalmente nell’aterosclerosi.

Si tratta di un problema che, secondo le stime dell’Istituto Superiore di Sanità, colpisce mediamente in Italia il 33% degli uomini e il 31% delle donne. Le linee guida internazionali affermano che in presenza di valori pressori arteriosi ai limiti alti della norma, al di sopra di 140/90 mm/Hg è necessario all’inizio intervenire in maniera non farmacologica con modifiche dello stile di vita e dell’alimentazione.

Le sostanze alimentari naturali che compongono “Powellnux”, ricche di antiossidanti naturali, riducono il danno dei radicali liberi d’ossigeno su tutte le cellule, rallentando l’invecchiamento, aumentando il flusso sanguigno del microcircolo a tutti gli organi con un effetto positivo anche su valori pressori arteriosi alterati. In questo modo il nostro fisico può conservare un’ottima forma e migliorare, a tutte le età, le sue prestazioni.

Ufficio Stampa | Prof. Valerio Sanguigni

 

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Birra. Controlla la glicemia e fa bene alla memoria

Bionda, scura, doppio malto o aromatica che sia, per gli amanti della bevanda fermentata arrivano altre buone notizie: la birra, oltre a contenere preziosi sali minerali, aiuterebbe a controllare la glicemia e contrasterebbe i problemi di memoria tipici di chi vive con la sindrome metabolica (disturbo complesso caratterizzato da glicemia alta e obesità, colesterolo alto ecc… ).

Tutto merito dell’antiossidante xantumolo, simile al più noto resveratrolo del vino, grazie al quale si potrebbe arrivare a sviluppare un rimedio efficace contro la resistenza all’insulina, ormone che regola lo zucchero nel sangue (glicemia), problema centrale di malattie come il diabete e la sindrome metabolica. La molecola xantumolo e, meglio ancora, due derivati più sicuri per l’organismo, si sono dimostrati capaci di ridurre la resistenza all’insulina, quindi di migliorare il controllo glicemico.

La buona notizia arriva dalla rivista Scientific Reports, ed è frutto di una ricerca condotta da Fred Stevens del College of Pharmacy presso la Oregon State University (OSU) a Corvallis.

Gli esperti hanno anche scoperto che la sostanza ha effetti positivi contro i deficit di memoria e apprendimento che spesso si accompagnano alla sindrome metabolica. Lo xantumolo non è nuovo alla scienza e lo stesso gruppo di Stevens ne aveva dimostrato gli effetti positivi contro diete sbagliate e problemi di controllo glicemico. Il problema è che lo xantumolo non si può assumere a lungo perché potrebbe avere effetti collaterali, in quanto si trasforma nell’organismo in una molecola simile agli ormoni estrogeni.

Così Stevens ha pensato di modificare chimicamente lo xantumolo in una forma sicura incapace di trasformarsi in estrogeni. Ed ha dimostrato che due derivati sicuri dello xantumolo sono efficaci anche più dello xantumolo stesso contro la sindrome metabolica.

In particolare i due composti derivati dallo xantumolo, indicati come TXN e DXN, riducono la resistenza all’insulina in modelli animali della malattia. E ancora, DXN e TXN risolvono i problemi cognitivi connessi alla sindrome metabolica, riducendo deficit di memoria e apprendimento legati a essa. DXN e TXN potrebbero dunque divenire la base di nuovi farmaci contro la resistenza all’insulina, con un impatto potenziale anche sul diabete.

 

Non-estrogenic Xanthohumol Derivatives Mitigate Insulin Resistance and Cognitive Impairment in High-Fat Diet-induced Obese Mice – Cristobal L. Miranda, Lance A. Johnson, Oriane de Montgolfier, Valerie D. Elias, Lea S. Ullrich, Joshua J. Hay, Ines L. Paraiso, Jaewoo Choi, Ralph L. Reed, Johana S. Revel, Chrissa Kioussi, Gerd Bobe, Urszula T. Iwaniec, Russell T. Turner, Benita S. Katzenellenbogen, John A. Katzenellenbogen, Paul R. Blakemore, Adrian F. Gombart, Claudia S. Maier, Jacob Raber & Jan F. Stevens – Scientific Reports volume 8, Article number: 613 (2018) – doi:10.1038/s41598-017-18992-6

Dieta proteica per cuori sani

Le diete ad alto contenuto proteico (HP) hanno dimostrato benefici nel ridurre markers cardiometabolici come l’insulina o i trigliceridi, ma i meccanismi responsabili sono ancora oggetto di molti studi.

Un gruppo di ricercatori spagnoli ha valutato l’effetto di tre diete ipocaloriche con diversi contenuti proteici (20%, 27% e 35%; ~ 80% proveniente da fonti animali) sulla concentrazione di adipochina nel plasma e sulla sua associazione con i cambiamenti nei marcatori cardiometabolici.

I medici hanno arruolato nel trial settantasei donne (BMI 32,8 ± 2,93) che sono state randomizzate a una delle tre diete a ridotto contenuto calorico, con diverso apporto proteico pari a 20%, 27% o 35%; carboidrati, 50%, 43% o 35%; e grasso, 30%, per 3 mesi. Sono stati valutati i livelli plasmatici di adipochina (leptina, resistina, adiponectina e proteina legante il retinolo 4- RBP4).

La proteina legante il retinolo 4 (RBP4), precedentemente chiamata proteina legante il retinolo (RBP), è considerata un carrier specifico del retinolo nel sangue. È anche una adipochina implicata nella fisiopatologia della resistenza all’insulina.

L’RBP4 sembra essere correlato con i marcatori cardiometabolici nelle malattie croniche infiammatorie, tra cui obesità, diabete di tipo 2, la sindrome metabolica e le malattie cardiovascolari (CVD). È stato recentemente suggerito che l’infiammazione prodotta da RBP4 induca insulino-resistenza e CVD.

Per approfondire, è a disposizione una revisione sulla associazione di RBP4 con i marcatori di infiammazione, lo stress ossidativo e le malattie cardiovascolari, nonché sul ruolo della dieta e degli antiossidanti nella riduzione delle concentrazioni di RBP4.

Tornando allo studio, dopo 3 mesi di dieta, la concentrazione di leptina è diminuita in tutti i gruppi senza differenze tra loro, mentre i livelli di resistina sono rimasti invariati, così come la concentrazione di adiponectina.

RPB4 è diminuita significativamente di -17,5% (-31,7, -3,22) nelle donne a dieta con il 35% i proteine (P per la tendenza = 0,024 tra le diete). Nello stesso gruppo, i trigliceridi sono migliorati indipendentemente dalla perdita di peso.

La variazione di RBP4 ha influenzato significativamente la variazione della concentrazione di trigliceridi del 24,9% e del 25,9%  nelle diete con il 27% e il 35% di proteine se confrontate con la proteica del 20%.

Una dieta proteica al 35% ha indotto una diminuzione di RBP4 indipendentemente dalla perdita di peso, cambiamento direttamente associato al miglioramento della concentrazione di trigliceridi.

Questi risultati suggeriscono che le diete HP migliorano il profilo cardiometabolico, almeno in parte, attraverso i cambiamenti nella secrezione di adipochina.

Mateo-Gallego R, Lamiquiz-Moneo I, Perez-Calahorra S, Marco-Benedí V, Bea AM, Baila-Rueda L, Laclaustra M, Peñalvo JL, Civeira F, Cenarro A. – Nutr Metab Cardiovasc Dis. 2017 Nov 4. pii: S0939-4753(17)30264-8.

Fonte | Obesita.it

La menopausa maschile esiste ed i suoi effetti possono essere tenuti sotto controllo

L’ipogonadismo ad insorgenza tardiva, o deficit androgenico, è caratterizzato da una diminuzione dei livelli di testosterone tra gli uomini a partire dai 40 anni. Questo processo, simile alla menopausa, non comporta una completa cessazione della fertilità come nella menopausa stessa, sebbene tra i vari sintomi possa provocare disfunzione erettile e perdita della libido.

Si tratta di un processo progressivo che porta gli uomini che raggiungono i 70 anni ad avere approssimativamente un 30% in meno di testosterone, l’ormone che ha il compito di mantenere il tono muscolare, la massa ossea e la funzione sessuale”, spiega il Dr. Carlos Balmori, urologo del Centro IVI di Madrid.

(A questo link il Dr. Balmori racconta cos’è l’andropausa).

Altri sintomi facilmente rilevabili sono la debolezza muscolare, la stanchezza, l’aumento di peso e la caduta dei capelli, anche se possono essere accompagnati da perdita di massa muscolare e da disturbi come l’osteoporosi e la osteopenia.

Il risultato che emerge consiste in una perdita complessiva della qualità di vita”, prosegue il Dr. Balmori.

Inoltre, molti uomini presentano la cosiddetta ”sindrome metabolica”, una malattia correlata all’ipogonadismo, caratterizzata da determinati sintomi quali obesità, iperglicemia, elevati livelli di acido urico, ipertensione ed ipercolesterolemia.

Come affrontare questa nuova fase della salute?

Anche se l’ipogonadismo colpisce tutti gli uomini di una certa età – anche quelli che hanno subito l’asportazione di uno o di entrambi i testicoli – esistono alcune sane abitudini che possono essere sviluppate per mitigare i suoi effetti.

In alcuni casi attraverso una dieta equilibrata, facendo esercizio in modo controllato e mantenendo una vita sessuale attiva, i livelli di testosterone possono tornare alla normalità” – aggiunge la Dottoressa Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

In questo senso, i controlli preventivi sono molto importanti per controllare i livelli ormonali, del glucosio, del colesterolo e dell’acido urico. Attraverso un esame dettagliato dei pazienti aumentiamo l’efficacia di qualsiasi trattamento medico” – sottolinea la Dottoressa Galliano.

Per quei pazienti che non possano ricostituire questo ormone in maniera naturale, esistono trattamenti a base di testosterone, sia iniettabili che in gel. Questa terapia ormonale sostitutiva non è nociva, sempre che venga realizzata sotto la supervisione medica e che non vengano superati i livelli stabiliti” – conclude il Dr. Balmori.


Liraglutide 3 mg conferma la sua efficacia nel ridurre il peso corporeo e nel migliorare il controllo della glicemia

sio-2016

Non importa se si tratti di sovrappeso o di obesità a vari livelli di gravità: liraglutide si dimostra efficace nella riduzione del peso corporeo e nel migliorare il controllo della glicemia. Lo dimostrano i dati, frutto di tre anni di studio, presentati in occasione dell’VIII Congresso nazionale della Società Italiana dell’Obesità (SIO), svoltosi a Roma, dal 29 settembre al 1 ottobre scorso.

I risultati di un’analisi post hoc dello studio di fase 3a SCALE™ (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence) mostrano come le persone trattate per 160 settimane con liraglutide 3 mg (Saxenda®) abbiano avuto una consistente perdita di peso e un miglioramento del controllo glicemico, indipendentemente dal grado di sovrappeso o obesità all’inizio del trattamento, rispetto al placebo.

Lo studio ha coinvolto adulti con prediabete e obesità oppure sovrappeso con comorbidità, che sono stati randomizzati a ricevere liraglutide (n=1.505) oppure placebo (n=749) per 160 settimane, entrambi in aggiunta a dieta ipocalorica e ad aumento dell’attività fisica.1

Si tratta, al momento, dello studio di più lunga durata sulla gestione del peso con liraglutide 3 mg e i risultati rafforzano ancor più l’efficacia e la sicurezza del farmaco su uno spettro fondamentale di parametri per la gestione del paziente obeso; molto positivi, in particolare, i dati sul mantenimento dell’effetto in tutte le fasce di indice di massa corporea, sia per la riduzione del peso sia per il miglioramento di tutti i parametri glico-metabolici,” ha commentato Paolo Sbraccia, Presidente della Società italiana dell’obesità (SIO).

Nello studio sono state analizzate la glicemia, il calo di peso e il profilo di sicurezza generale. A seconda dell’indice di massa corporea (IMC, indicatore che considera peso e altezza, per identificare il grado di obesità) le persone arruolate nello studio sono state classificate come: sovrappeso (IMC 27-29 kg/m2), obesità di classe 1 (IMC 30–34,9 kg/m2), obesità di classe 2 (IMC 35–39,9 kg/m2) e obesità di classe 3 e superiore (IMC ≥40 kg/m2). Le persone trattate con liraglutide hanno mostrato un consistente calo ponderale in tutte le categorie di IMC: 5,7%, IMC 27–29,9 kg/m2; 6,5%, IMC 30–34,9 kg/m2; 6,2%, IMC 35–39,9 kg/m2; 5,9%, IMC ≥40 kg/m2 rispetto a 1,8%, 1,7%, 1,8% e 2,1% nelle stesse categorie trattate con placebo. La percentuale di persone che sono tornate a valori normali di glicemia dopo 160 settimane di trattamento con liraglutide, ha avuto un andamento simile: 67%, 67%, 70% e 63% rispettivamente in ciascuna delle categorie di IMC e significativamente più elevato rispetto a 36%, 34%, 40% e 33% con placebo (p<0.05).1

Inoltre, in tutte le categorie di IMC, con liraglutide sono stati osservati significativi miglioramenti di: emoglobina glicata (HbA1c), glicemia a digiuno, insulina a digiuno, funzione betacellulare e insulino-resistenza.1

I risultati a 3 anni dello studio SCALE™ in pazienti con sovrappeso o obesità e prediabete trattati con modificazione dello stile di vita e liraglutide sono importanti per almeno due aspetti. In primo luogo, dimostrano in maniera inequivocabile che il maggior calo ponderale ottenuto con la terapia farmacologica, in questo particolare gruppo di pazienti, consente un maggiore beneficio metabolico, in termini di ritorno alla glicemia normale e di prevenzione della progressione al diabete. Secondo, il fatto che i risultati siano sostanzialmente simili nelle diverse classi di IMC conferma che la scelta dell’intensità della terapia nel paziente con obesità deve essere guidata più dal quadro clinico che dall’entità dell’eccesso ponderale. Credo che ambedue questi messaggi possano essere rilevanti per la pratica clinica quotidiana dei clinici che si occupano del trattamento dell’obesità”, ha detto Luca Busetto, professore associato di Medicina interna, Dipartimento di medicina, Università di Padova.

L’incidenza di effetti collaterali totali e gravi, di disturbi gastrointestinali e di ipoglicemie è stata simile in tutte le categorie di IMC.1 Liraglutide è stata generalmente ben tollerata, in linea con gli studi precedenti.

separa

Liraglutide 3 mg (Saxenda®), farmaco iniettivo da utilizzare una volta al giorno per il trattamento dell’obesità, è un analogo del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) simile per il 97% al GLP-1 endogeno2, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo3. Come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito favorendo il senso di sazietà e diminuendo la fame e il desiderio di cibo, quindi riducendone l’assunzione. Come per gli altri agonisti dei recettori del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in maniera glucosio-dipendente2.

Liraglutide 3 mg è stato valutato nello SCALE™ (Satiety and Clinical Adiposity-Liraglutide Evidence in Nondiabetic and Diabetic people), un programma di studio clinico di fase 3.

In Europea, liraglutide 3mg è indicato in associazione a dieta ipocalorica e aumento dell’attività fisica per la gestione del peso in pazienti adulti con un indice di massa corporea superiore o uguale a 30 kg/m2 (obesi), o superiore o uguale a 27 kg/m2 e inferiore a <30 kg/m2 (sovrappeso) in presenza di almeno un’altra comorbidità legata al peso quali disglicemia (prediabete o diabete tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea notturna2.

Nel Riassunto delle Caratteristiche del Prodotto si consiglia la sospensione del trattamento, qualora non si raggiunga, dopo 16 settimane di trattamento, una riduzione del peso del 5%2.

BIBLIOGRAFIA

1. Madsbad S, Lieberman G, Skjøth TV, et al. Comparable efficacy and safety of liraglutide 3.0 mg for weight management across baseline BMI subgroups: Results from the SCALE Obesity and Prediabetes trial. EASD. 2016

2. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) summary of product characteristics. Last accessed: August 2016.

3. Knudsen LB, Nielsen PF, Huusfeldt PO, et al. Potent derivatives of glucagon-like peptide-1 with pharmacokinetic properties suitable for once daily administration. Journal of Medicinal Chemistry. 2000; 43:1664-1669.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Obesità: se ne discute in Parlamento!

sio-2016

Sarà discussa oggi nell’aula del Senato la mozione bipartisan presentata a prima firma della senatrice Laura Bianconi, Presidente del gruppo parlamentare Area popolare, e siglata da numerosi colleghi, sul tema della prevenzione, cura e assistenza dell’obesità.

Lo ha annunciato, nel corso dell’inaugurazione dell’VIII Congresso nazionale della Società Italiana dell’obesità (SIO), che si è tenuto a Roma dal 29 settembre al 1 ottobre scorso, il presidente della società, Paolo Sbraccia.

La mozione, che segue un’analoga iniziativa promossa da diversi Europarlamentari a Bruxelles, intende impegnare il Governo italiano ad “adoperarsi in via normativa, affinché, nell’ordinamento, sia inclusa una definizione di obesità come malattia cronica, una definizione del ruolo degli specialisti che si occupano di tale patologia e una definizione delle prestazioni di cura e delle modalità per il rimborso delle stesse, ad implementare la rete assistenziale sul modello della legge n. 115 del 1987, a suo tempo adottata per il contrasto al diabete; a prevedere una più stringente implementazione del patto nazionale della prevenzione 2014-2018, relativamente alle politiche di contrasto all’obesità.

L’obesità è una malattia, anche se molti ancora fanno fatica a crederlo. In Europa, nonostante i ripetuti richiami e allarmi lanciati dall’Organizzazione mondiale della sanità, pochissimi paesi ne hanno preso atto, non ancora l’Italia. Eppure di obesità si può morire, soprattutto per le tante condizioni associate, specialmente di tipo cardiovascolare come il diabete tipo 2, in genere preceduto dalle varie componenti della sindrome metabolica (ipertensione arteriosa e dislipidemia aterogena) e l’aumentato rischio di infarto miocardico e ictus: in chi pesa il 20 per cento in più del proprio peso ideale, aumenta del 25% il rischio di morire di infarto e del 10% di morire di ictus rispetto alla popolazione di peso normale; se il sovrappeso eccede il 40%, il rischio di morte cresce del 50%. Non solo. Esiste una forte correlazione fra eccesso di peso e rischio di tumori: per ogni 5 punti in più di indice di massa corporea (BMI), il rischio di tumore esofageo negli uomini aumenta del 52% e quello di tumore al colon del 24%, mentre nelle donne il rischio di tumore endometriale e di quello alla colecisti aumenta del 59% e quello di tumore al seno, nella fase post menopausa, del 12%”, ha detto Sbraccia.

Inoltre, l’obesità è causa di forte disagio sociale e psicologico; sovrappeso ed obesità interessano principalmente le categorie sociali svantaggiate con più basso grado di istruzione e minor reddito, oltre a maggiori difficoltà di accesso alle cure. In Italia tra gli adulti laureati la percentuale degli obesi è pari al 4,6%, tra i diplomati al 5,8%, mentre e del 15,8% tra coloro che hanno conseguito solo la licenza elementare.

Su queste basi è inevitabile porre la giusta attenzione a questo enorme problema di salute e sociale. Il mio impegno è far sì che questa mozione sia discussa e approvata, quale primo fondamentale passo di un percorso che dovrà vedere mondo politico, scientifico e società civile lavorare fianco a fianco per affrontare la vera pandemia del XXI secolo: il sovrappeso e l’obesità” – ha commentato la Sen. Laura Bianconi, Presidente del gruppo Area popolare (NCD-UDC) a Palazzo Madama.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Sindrome metabolica nei bambini

bambino_obeso

Come si evidenzia in una revisione americana, la sindrome metabolica comprende un cluster di fattori di rischio cardiovascolare (ipertensione, alterato metabolismo del glucosio, dislipidemia e obesità addominale) che si verificano anche nei bambini obesi.

Tuttavia, la Sindrome Metabolica può verificarsi anche in soggetti magri, suggerendo che l’obesità è un marker per la sindrome, non una causa.

La sindrome metabolica è difficile da definire, a causa della sua classificazione non uniforme e la dipendenza da cut off rigidi nella valutazione dei disturbi con distribuzioni non gaussiane. La distribuzione corporea dei lipidi tra specifici depositi di grasso è associata a resistenza all’insulina, che può portare ad un sovraccarico mitocondriale e disfunzione dell’utilizzo dell’energia subcellulare e sollecitare vari elementi della sindrome metabolica.

Molteplici fattori ambientali, in particolare una tipica dieta occidentale, comportano il sovraccarico mitocondriale, mentre altri cambiamenti nella società occidentale, come lo stress e la privazione del sonno, contribuiscono ad aumentare la resistenza all’insulina e la propensione per l’assunzione di cibo.

Tutti questi fenomeni culminano in un fenotipo biochimico negativo, incluso lo sviluppo delle alterazioni del metabolismo del glucosio e l’aterogenesi precoce durante l’infanzia e la prima età adulta.

Obesità_______________________________________________________

 


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