Posts Tagged 'Sistema Immunitario'

Herpes labiale, prevenzione, cause e cure

E’ presente in 8 persone su 10 e per molti si trasforma, con il tempo, in una vera e propria “maledizione”.

Parliamo dell’herpes labiale, quella piccola e subdola pustola che compare sulle nostre labbra, spesso a disturbare la nostra vita quotidiana. A quanti sarà capitato di averlo come “ospite indesiderato”, proprio alla vigilia di un appuntamento importante, quando volevamo essere assolutamente perfetti ed impeccabili nel nostro aspetto?

Può essere utile, a questo punto, conoscere il nostro nemico, tanto popolare e diffuso da avere vari nomi per identificarlo, da “herpes labialis” a “febbre delle labbra”, passando per “febbre sorda” o “febbre nascosta”.

Come si viene contagiati e le cause più frequenti della sua comparsa

Si viene contagiati dall’herpes principalmente per contatto e per via orale, anche se esistono persone, geneticamente predisposte all’attacco del virus, che hanno ricevuto il virus dalla madre, al momento della nascita o durante la gravidanza, e persone che invece resistono bene e potremmo definire “immuni”, poiché anche a contatto, difficilmente vengono aggredite dal virus.

Anche se le cause che portano alla sua comparsa e, soprattutto, alla comparsa delle recidive, non sono ancora del tutto chiare, sicuramente si viene contagiati per contatto diretto e si è più sensibili nei casi di indebolimento delle proprie difese immunitarie, quando si sottopone il proprio organismo all’esposizione aggressiva degli agenti esterni e quando si vive particolari condizioni di stress.

Ecco la lista dei responsabili principali:

  • condizioni particolari di stress nervoso ed affaticamento dell’organismo;
  • infezioni febbrili;
  • esposizione prolungata ai raggi solari, al vento, alla salsedine;momenti di variazioni ormonali, ad esempio, durante il periodo di ciclo mestruale;
  • freddo improvviso, cambio di stagione, in cui l’organismo è più debole ed il metabolismo risulta più rallentato.

Come si manifesta e quali sono le cure più efficaci?

Il primo campanello d’allarme è la sensazione di bruciore e di prurito insistente che avvertiamo sulle labbra e che ci porta a toccarle e sfregarle insistentemente. Qualche ora dopo compaiono le classiche bollicine a grappolo, contenenti pus ed acqua, assai dolorose e fastidiose, soprattutto perché impediscono i normali movimenti delle nostre labbra e rendono dolorose le normali azioni quotidiane, come mangiare, bere e parlare.

Dopo qualche giorno, le bolle si sostituiscono con lesioni e crosticine, che cicatrizzano in circa 8-10 giorni. Purtroppo non esistono cure definitive, per impedire la sua ricomparsa, ma possiamo tenerlo sotto controllo il più possibile, limitando le situazioni che possono favorirne la presenza e rendendo più rapidi i tempi di guarigione.

Innanzitutto bisogna limitare le situazioni di stress e mantenere sempre alti i livelli di difesa del nostro organismo, aumentando l’apporto di vitamine, sali minerali e principi nutritivi funzionali al nostro sistema immunitario. Quando ci esponiamo al sole, proteggiamo sempre le nostre labbra, evitando i casi in cui si disidratano eccessivamente. Nel caso in cui l’infezione si manifesta, limitiamo i contatti fisici, baci, uso comune di piatti, stoviglie ed asciugamani, per proteggere dal contagio chi ci è vicino.

Inoltre manteniamo al meglio le nostre condizioni di igiene e cura personale, utilizzando detergenti viso specifici, prodotti cicatrizzanti e creme disinfettanti. Le più comuni, sono quelle a base di aciclovir, che però, per fare effetto immediato e ridurre l’infezione, devono essere applicate ai primi segnali di bruciore, così da evitare la comparsa delle fastidiose pustole.

Inoltre, è fondamentale evitare di grattarsi e toccarsi, per scongiurare l’estensione dell’infezione anche nelle altre aree del viso (occhi, naso, orecchie, mucose).

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Shock anafilattico

Lo shock anafilattico è una reazione allergica pericolosa causata dall’esposizione a sostanze a cui si è allergici. Avviene in pochi secondi o minuti dopo che si viene a contatto con queste ultime, è grave e potenzialmente letale. Purtroppo, infatti, se non si agisce tempestivamente dopo una serie di sintomi che avvengono in successione rapida, il paziente perde conoscenza sino alla morte. Sono varie le sostanze chimiche che possono indurre lo shock anafilattico o anafilassi: dal veleno degli insetti, farmaci, alimenti, al lattice.

Sintomi e cause | Lo shock anafilattico difficilmente si può prevedere, in quanto, nella maggior parte dei casi, le persone allergiche vengono a contatto con le sostanze che lo causano senza rendersene conto. Molte volte non si è a conoscenza della propria allergia nei confronti di determinate sostanze chimiche e quando ci si viene a contatto è molto più difficile essere preparati e reagire. I sintomi, che rappresentano un campanello di allarme di un possibile evento anafilattico possono essere prurito alle mani, ai piedi, alla testa, eruzioni cutanee, nausea, vomito, diarrea, sudori freddi, difficoltà a respirare, battito cardiaco veloce e debole. Infatti, in caso di anafilassi, la pressione scende velocemente e le vie aeree si contraggono, la lingua e la gola si gonfiano, causando difficoltà respiratorie. Cosa accade quando una persona allergica verso una determinata sostanza chimica ne viene a contatto? Quando il sistema immunitario della persona allergica viene a contatto con una sostanza chimica per lui dannosa (allergene) si innescano una serie di eventi a catena che provocano la reazione. Se in passato si è avuta una reazione allergica anche non grave, dovuta ad una specifica sostanza, è possibile, in un futuro, avere uno shock anafilattico nel caso in cui si venga nuovamente a contatto con essa. Possono essere varie le cause dello shock anafilattico, ma le più frequenti sono i farmaci, come la penicillina; alcuni cibi, come le arachidi, i crostacei, il latte, le uova; e le punture di insetti, come le api, le vespe, le formiche rosse e i calabroni. Ma la reazione allergica può avvenire anche quando si fa dell’esercizio fisico, ad esempio in alcune persone può essere causata o da un’attività molto intensa come l’aerobica, in altre anche da una semplice camminata.

Rimedi e adrenalina | Per poter identificare la/le sostanze a cui si è allergici e cercare, per quanto possibile, di stare attenti, il medico può prescrivere degli esami specifici. Inoltre è molto importante conoscere la storia familiare, infatti, precedenti anafilassi sia della stessa persona che dei propri familiari aumentano il rischio di un possibile e ulteriore shock anafilattico.

Cosa fare in caso di reazione allergica? Se ci troviamo di fronte ad una persona in shock anafilattico, occorre seguire una serie di regole per poterla aiutare: la prima cosa da fare è non farsi prendere dal panico, chiamare subito l’ambulanza e recarsi il prima possibile al pronto soccorso; nel caso di attesa o di impossibilità a spostarsi velocemente cercare di non far degenerare la situazione: se si ha con se un autoiniettore di adrenalina (epinefrina) utilizzarlo immediatamente, mantenere le gambe, del paziente, sollevate o il torace, in modo tale da ridurre il più possibile la difficoltà respiratoria, controllare il battito e la respirazione, appunto, e in caso eseguire le procedure di primo soccorso. I farmaci utilizzati nei casi di shock anafilattico sono: l’adrenalina, per ridurre la reazione allergica che si è instaurata; l’ossigeno, per aiutare e compensare i problemi respiratori; farmaci beta-bloccanti, come l’albuterolo, che aiutano sempre ad alleviare i sintomi respiratori; e cortisone ed antistaminici in flebo, anche questi per migliorare la respirazione e ridurre l’infiammazione a livello delle vie respiratorie. L’adrenalina, da un punto di vista farmacologico, ha una potente azione alfa e beta-adrenergica e antagonizza l’angioedema (gonfiore della cute, delle mucose e dei tessuti sottomucosi), la broncocostrizione, la vasodilatazione e tutti gli altri mediatori dell’anafilassi. In base alla gravità l’adrenalina può essere iniettata attraverso diverse vie, o sottocutanea, intramuscolare (quelle maggiormente utilizzate) in endovena (appropriata in caso di edema laringeo, broncospasmo, e quindi shock conclamato), per aerosol, o endotracheale (quando non è possibile un valido accesso venoso).

Prevenire è meglio che curare

Preveniere è meglio che curare

Con il primo pizzicorio in gola o il primo starnuto spesso si annuncia l’arrivo dell’influenza: a quel punto, spesso, non resta che sperare che passi in fretta. Secondo Philip M. Tierno, docente di microbiologia e patologia presso lo statunitense NYU Langone Medical Center, occorre intervenire prima. Adottare alcuni semplici comportamenti potrebbe infatti rafforzare il sistema immunitario e prevenire l’insorgenza di raffreddamento e influenza.

1. Lavarsi le mani | Più dell’80% delle infezioni si trasmette tramite starnuti, colpi di tosse o contatto con superfici infettate. Lo specialista raccomanda di lavarsi bene le mani strofinandole prima di mangiare, bere o toccarsi il viso; disinfettare le superfici comuni in casa e in ufficio, come il bagno, i telefoni, i computer e le maniglie del frigorifero.

2. L’importanza di dormire | Mentre siamo nel mondo dei sogni, il corpo continua a lavorare riparando le cellule e formandone di nuove. Dormire tra le sette e le nove ore a notte consente dunque al corpo di ripararsi, allontanando le infezioni. Secondo uno studio dello scorso anno, risparmiare sulle ore di sonno è dannoso per il sistema immunitario, proprio come lo stress.

3. Attività fisica | L’esercizio fisico è importante. Far sì che il sangue pompi regolarmente può incrementare l’attività dei globuli bianchi capace di attaccare i virus.

4. Lo zinco | Assicurare la giusta quantità di nutrienti e minerali al proprio organismo gli consente di avere la forma ottimale per combattere la sua battaglia. Ciò significa diminuire gli zuccheri, i cibi grassi e incrementare il proprio introito di verdure, frutta e proteine magre. Lo zinco, in particolare, interferisce con il tentativo dei virus di raggiungere le cellule e può bloccare alcune attività metaboliche. Contengono zinco le ostriche e i germogli di grano.

5. L’aglio | Le proprietà antimicrobiche di aglio e cipolla possono combattere alcuni batteri e virus, così come i composti di altre erbe e spezie, come il timo. Questo è probabilmente dovuto all’allicina, che sembra bloccare le infezioni.

6. Farsi una risata | Un’attitudine positiva verso la vita è un toccasana per la longevità, ridere ed essere ottimisti aiuta a limitare gli attacchi di raffreddore e influenza. Anche se non è ancora chiaro il processo, sembra che alcune cellule del sistema immunitario si producano in seguito a una bella risata.

7. Non esagerare con l’alcol | L’alcol interferisce con le funzioni di molte cellule e molecole del sistema immunitario, per questo è importante non esagerare e magari rinunciare a qualche aperitivo con amici e colleghi.

8. L’aria in casa | Per fortuna, molti di noi abitano calde case durante l’inverno, ma l’aria che respiriamo all’interno delle nostre abitazioni è molto più secca di quanto vorrebbe il nostro corpo. Senza la sufficiente umidità le cellule del sistema immunitario non possono lavorare in maniera ottimale, per questo è importante idratarsi. Anche un umidificatore può aiutare.

9. Concedersi un massaggio | Un massaggio è un’ottima soluzione per allontanare lo stress e stare in forma. Non si conoscono ancora bene i processi del suo funzionamento, ma il massaggio aumenta la circolazione che promuove il generale stato di benessere del corpo.

10. Vita sessuale | Secondo uno studio del 1999 fare sesso un paio di volte a settimana può aumentare l’immunoglobina A, un anticorpo che combatte il raffreddore.

sanihelp.it

“Il Viaggio nelle Cure: l’Orticaria, una Malattia Poco Riconosciuta”

Il viaggio nelle cure, l’orticaria, una malattia poco riconosciuta

Fondazione Istud lancia il Progetto di ricerca “Il viaggio nelle cure: l’orticaria, una malattia poco riconosciuta”, con il supporto di Novartis.

Il progetto sarà condotto nei pazienti affetti da orticaria cronica, malattia della cute debilitante ancora poco conosciuta, caratterizzata dalla presenza di eruzioni cutanee o pomfi rossi, gonfi, pruriginosi e a volte dolenti, tra le più frequenti e comuni forme di patologie dermatologiche.

Il progetto intende tracciare i percorsi di cura di quanti sono chiamati a confrontarsi con questa malattia attraverso lo strumento della medicina narrativa.

Fondazione Istud, quindi, raccoglierà 384 racconti individuali di pazienti e medici in oltre 40 centri su tutto il territorio nazionale, puntando a mappare una popolazione rappresentativa della situazione italiana rispetto all’orticaria cronica.

Per inviare le proprie storie e le proprie emozioni, pazienti e professionisti dovranno collegarsi al sito www.medicinanarrativa.eu e alla sezione www.medicinanarrativa.eu/orticaria, dove potranno compilare i questionari a loro dedicati.

Data la natura specifica dell’orticaria cronica, troppo spesso archiviata come “minore” e sottovalutata nelle sue effettive conseguenze, la ricerca “Il viaggio nelle cure: l’orticaria, una malattia poco riconosciuta” si propone di riconoscere maggior rilievo e attenzione sia ai pazienti che ai professionisti che se ne occupano. Tutto questo nell’ottica di accendere le luci su questa importante condizione patologica che ancora oggi sembra caratterizzarsi dalla perdurante mancanza di efficaci strumenti terapeutici di cura, così come riportato da dermatologi e immunologi, che rilasciano questa affermazione: “Meglio una tigre nello studio che un paziente con l’orticaria cronica”, e che esprime la sensazione di impotenza della classe medica su questa condizione.

La ricerca “Il viaggio nelle cure: l’orticaria, una malattia poco riconosciuta” ha infatti l’obiettivo di documentare in quale modo i malati si muovano da centro a centro, quali percorsi debbano affrontare e quale sia il tempo impiegato per riuscire ad ottenere una diagnosi certa: se, infatti, sulle patologie “a maggiore grado di urgenza” i protocolli possono essere già stabiliti, su quelle patologie cosiddette minori il carico è invece sulle spalle dei pazienti che si trovano spesso a richiedere pareri a farmacisti, erboristi, centri estetici e medici di famiglia prima di raggiungere un centro esperto e, quindi, ottenere l’assistenza più appropriata.

Data la natura specifica dell’orticaria cronica troppo spesso archiviata come “minore” e sottovalutata nelle sue effettive conseguenze – ha dichiarato la Dott.ssa Maria Giulia Marini, Direttore Area Sanità e Salute di Fondazione Istud Milano – con la ricerca “Il viaggio nelle cure: l’orticaria, una malattia poco riconosciuta” ci proponiamo di riconoscere maggior rilievo e attenzione sia ai pazienti che ai professionisti che se ne occupano. Siamo, infatti, estremamente convinti che solo un approccio terapeutico realmente centrato sul paziente e sulla sua storia clinica ed umana, possa davvero contribuire a garantire un’elevata qualità delle cure, assicurando allo stesso tempo un’efficace risposta clinico-organizzativa”.

Oltre a ripercussioni cliniche – prosegue – l’orticaria ha anche forti ripercussioni sociali, nella relazione con gli altri, dovunque, sia con i propri cari che nel luogo di lavoro: se cronica, l’orticaria può generare discriminazione sociale da parte degli altri e un comportamento di isolamento e chiusura in sé stessi da parte della persona affetta dalla malattia”.

L’orticaria si configura come una tra le più frequenti e comuni forme di malattie dermatologiche: si stima che il 20% della popolazione manifesterà almeno un episodio di orticaria nel corso della propria vita1. Se un episodio di orticaria acuta è abbastanza frequente e fortunatamente scompare nel giro di qualche giorno, l’orticaria cronica è caratterizzata dalla persistenza dei sintomi per almeno sei settimane2. Ha un andamento intermittente, caratterizzato da periodi di attività e di quiescenza che si alternano in modo imprevedibile. Sebbene la presenza di autoanticorpi sia rilevabile in circa la metà dei casi, suggerendo un’eziologia autoimmunitaria, nell’altra metà dei casi non è possibile risalire ad una causa scatenante. L’orticaria cronica ha una prevalenza dello 0,5-1% nella popolazione totale1 e in Italia affligge tra le 250.000 e le 500.000 persone.

Il progetto vede il coinvolgimento di numerose strutture di cura e di ricerca. Tra queste, l’IRCCS AOU San Martino ISTdi Genova, dove opera la Prof.ssa Aurora Parodi, Direttore della struttura complessa di Clinica Dermatologica.

La conoscenza dell’orticaria spontanea cronica – spiega la Prof.ssa Parodiè purtroppo ancora scarsa e questo può portare ad un ritardo nella diagnosi. E’ quindi fondamentale prestare attenzione ai sintomi ed entrare in contatto con lo specialista più appropriato”.

Al Progetto aderisce anche l’associazione di pazienti FederASMA e ALLERGIE Onlus.

L’orticaria cronica spontanea – afferma il Presidente di FederASMA e ALLERGIE Onlus, Dott.ssa Monica De Simoneha un forte impatto sulla qualità di vita dei pazienti che spesso soffrono di depressione, ansia ed isolamento sociale, tutti fattori che rendono la patologia dolorosa e difficile da accettare. Dar voce alla “narrazione” che il vissuto di questi pazienti si trovano a dover affrontare permetterà di far emergere una malattia sottostimata che ha grandi ripercussioni sulla vita quotidiana dei pazienti “.

BIBLIOGRAFIA

  1. Maurer M et al. Unmet clinical needs in chronic spontaneous urticaria. A GA2LEN task force report. Allergy 66 (2011) 317–330
  2. Zuberbier T et al. The EAACI/GA2LEN/EDF/WAO Guideline for the definition, classification, diagnosis, and management of urticaria: the 2013 revision and update. Allergy. 2014 Jul;69(7):868-87

GAS Communication

Immunoterapia nel melanoma avanzato e nel tumore del polmone

sistema PD-1 nei tumori

Si aprono nuove prospettive nel trattamento di forme tumorali particolarmente aggressive e con limitate opzioni terapeutiche, come il melanoma in fase avanzata e il tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC), grazie a una molecola innovativa, in grado di ripristinare la naturale capacità del sistema immunitario di riconoscere e colpire le cellule tumorali, tagliando loro le vie di fuga.

A Chicago, nel corso di ASCO 2014 (30 maggio – 03 giugno), il congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), sono stati presentati nuovi dati su Pembrolizumab (MK-3475), immunoterapia sperimentale di MSD Oncology, costituita da anticorpi anti-PD-1 altamente selettivi.

Grazie all’importanza dei primi dati clinici, Pembrolizumab, punta di diamante dell’impegno di MSD in Oncologia, è stata designata dalla FDA come “Breakthrough Therapy” nel trattamento del melanoma avanzato. Una decisione che potrà garantire un processo di revisione più veloce e che ha indotto MSD ad accelerare lo sviluppo della molecola, attualmente studiata attraverso oltre 20 trial clinici che coinvolgono oltre 4.000 pazienti affetti da una vasta gamma di neoplasie.

Nel trattamento del melanoma avanzato Pembrolizumab si è dimostrato in grado di assicurare un significativo incremento della sopravvivenza generale (OS), con un’attività anti-tumorale duratura. Secondo i dati di KEYNOTE-001, uno studio di Fase 1b tuttora in corso, la sopravvivenza a un anno è stata raggiunta dal 69% di 411 pazienti con melanoma in fase avanzata trattati con Pembrolizumab in monoterapia. In particolare, la sopravvivenza a un anno è stata raggiunta dal 74% dei pazienti non trattati in precedenza con ipilimumab, attuale standard di cura, e nel 65% dei pazienti con malattia in progressione o già trattati con ipilimumab. La sopravvivenza a 18 mesi è stata raggiunta dal 62%.

Il dato più importante che emerge da questo studio è che con questa molecola la sopravvivenza a un anno, fino a qualche anno fa sotto il 25%, è adesso più che triplicata: il 70% dei pazienti è vivo a distanza di un anno in corso di trattamento. Altro dato estremamente interessante riguarda la risposta più durevole a Pembrolizumab rispetto alla chemioterapia; un’evidenza che ci si aspettava perché il farmaco non agisce sul tumore ma “educa” il sistema immunitario del paziente a tenere sotto controllo la malattia”, afferma Michele Maio, Direttore dell’Immunoterapia Oncologica del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena – Istituto Toscano Tumori.

Nel mondo l’incidenza di melanoma, tumore maligno della pelle, raddoppia ogni dieci anni. Si stima che nel 2012, nel mondo, siano state fatte 232.000 nuove diagnosi con un’elevata incidenza nella popolazione giovane. Oltre il 50% dei casi di melanoma viene diagnosticato entro i 59 anni.

Pembrolizumab ha come bersaglio il sistema PD-1, costituito dal recettore PD-1, espresso sulle cellule linfocitarie T, e i suoi ligandi PD-L1 e PD-L2. La proteina PD-1 è considerata un “checkpoint” immunitario, un vero e proprio posto di blocco che si attiva in diverse fasi della risposta immunitaria regolando l’attività dei linfociti. Assumendo il controllo del sistema PD-1, le cellule tumorali riescono a eludere la sorveglianza del sistema immunitario. Pembrolizumab blocca in maniera selettiva il legame che unisce il recettore PD-1 del linfocita T ai ligandi espressi dal tumore. In questo modo, viene ripristinata la naturale capacità del sistema immunitario di rilevare e distruggere le cellule neoplastiche.

Grazie a questo innovativo meccanismo d’azione, Pembrolizumab si candida a diventare una nuova arma anche nel trattamento del carcinoma polmonare non a piccole cellule (NSCLC). Secondo i dati presentati a Chicago, la molecola, utilizzata come terapia iniziale in pazienti con NSCLC PD-L1 positivo, ha dimostrato un’importante attività antitumorale con riduzione della massa neoplastica nell’80% dei pazienti trattati: il 47% ha avuto un dimezzamento della massa tumorale, gli altri una riduzione inferiore al 50%.

Il dato dimostra, seppure su una popolazione limitata, una rilevante attività antitumorale di Pembrolizumab che potrebbe rivelarsi migliore rispetto a quella delle terapie attualmente disponibili che danno risposte inferiori al 40%. Attualmente sono in corso ulteriori studi clinici che confronteranno l’efficacia di Pembrolizumab con quella della chemioterapia standard a base di platino. Se i risultati di questi studi dovessero confermare le prime evidenze, l’anticorpo anti-PD-1 potrebbe ottenere, in futuro, l’indicazione come farmaco di prima scelta nel tumore NSCLC, per il quale attualmente esistono poche opzioni terapeutiche”, afferma Andrea Ardizzoni, Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Oncologia medica dell’Azienda ospedaliera-universitaria di Parma.

Il carcinoma polmonare è da decenni il tumore più diffuso nel mondo, con una stima di 1,8 milioni di nuovi casi nel 2012 (WHO, 2013). Il carcinoma del polmone non a piccole cellule o NSCLC rappresenta l’85-90% di tutti i casi di cancro polmonare.

Per consolidare la prospettiva di un’alternativa alla chemioterapia nel trattamento del NSCLC, MSD prevede inoltre di avviare nel prossimo settembre uno studio di Fase 3 (Keynote-024) per valutare Pembrolizumab in monoterapia come trattamento iniziale rispetto a una terapia di combinazione a base di platino nei pazienti con carcinoma polmonare avanzato non a piccole cellule PD-L1 positivo.

PRO Format Comunicazione

Le Infezioni Respiratorie Ricorrenti nei bambini si devono prevenire

antibioticoterapia2013

E’ questo il monito lanciato dai pediatri nel corso del dibattito su Le novità in tema di Prevenzione delle Infezioni Respiratorie Ricorrenti (IRR) durante il 32° Congresso Nazionale di Antibioticoterapia in Età Pediatrica (Milano 13-15 novembre 2013).

Dalla fine del primo anno di vita fino all’inizio dell’età scolare il bambino sano va incontro ad almeno 5-6 episodi di infezione respiratoria per anno, con punte che possono arrivare anche ad 8-9 in alcuni soggetti – ha evidenziato la Prof.ssa Susanna Esposito, Direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura, Fondazione IRCCS Cà Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano e Presidente della Società Italiana di Infettivologia Pediatrica (SITIP) – Le ragioni principali di ciò sono essenzialmente tre: l’immaturità del sistema immunitario, la mancanza di qualsiasi precedente esperienza immunologica e la riduzione dell’efficienza delle difese dovuta ai precedenti episodi infettivi virali”.

Nei primi anni di vita il bambino ha un sistema immunitario non perfettamente in grado di far fronte all’azione lesiva dei diversi agenti infettivi; alla sua completa maturazione si arriverà progressivamente nell’arco dei primi 3-4 anni di vita, così che durante tutto questo periodo il bambino è a maggior rischio di contrarre infezioni.

D’altra parte, anche quando il sistema immunitario è divenuto perfettamente funzionante, questo non presenterà alcuna memoria immunologica fino a che non avrà avuto il contatto iniziale con specifici agenti patogeni. Da qui il fenomeno per cui ogni prima infezione non può venire affrontata con la stessa capacità di controllo che ha chi ha già prodotto una memoria immunologica e può contrastare con una immediata risposta protettiva un successivo incontro con l’agente infettivo. Le prime infezioni diventano, quindi, assai spesso malattia, contribuendo al problema delle infezioni ricorrenti.

In genere, si tratta di infezioni delle vie aeree superiori, apparentemente banali – avverte Susanna Espositoma per la loro frequenza elevata, creano problemi medici, sociali ed economici non trascurabili. La prevenzione riveste, quindi, un ruolo fondamentale per la riduzione delle infezioni respiratorie ricorrenti”.

Tra gli strumenti più efficaci per prevenire la diffusione di IRR vi è l’utilizzo degli immunostimolanti che devono essere assunti nel periodo di massimo rischio di insorgenza delle infezioni, quindi immediatamente prima e durante il periodo invernale.

Vi sono ulteriori strumenti di prevenzione che contribuiscono a ridurre le IRR:

  • limitare, per quanto possibile, i fattori di rischio, quali per esempio la frequenza all’asilo nido o alla scuola materna; la presenza di un alto numero di familiari conviventi, specialmente fratelli o sorelle di tenera età e il fumo passivo;
  • fare uso dei vaccini, quali il vaccino antinfluenzale che, come dimostrato da diversi studi condotti in Italia negli ultimi anni, se utilizzato prima dell’inizio della stagione invernale riduce l’incidenza delle IRR e dell’otite media acuta (OMA) e il vaccino pneumococcico coniugato efficace in alcune forme respiratorie come l’OMA e le polmoniti.

Lo conferma lo stesso Prof. Nicola Principi, Professore di Pediatria, Fondazione IRCCS Cà Granda, Ospedale Maggiore Policlinico, Università degli Studi di Milano, nonché co-presidente del Congresso:

Novità di quest’anno è stata proprio l’estensione della Commissione Europea all’indicazione di Prevenar13 (riformulazione di Prevenar, primo vaccino pneumococcico coniugato) a bambini e adolescenti dai 6 ai 17 anni per l’immunizzazione attiva”.

L’efficacia del vaccino – ha precisato Principi – è stata dimostrata in uno studio condotto in Liguria dove si è riscontrata una riduzione significativa delle ospedalizzazioni per polmoniti del 15,2%; del 70,5% nelle forme causate dallo pneumococco e del 36.4% nelle otiti. [Durando P et al, Vaccine 2009; 27: 3459-3462]

Negli ultimi anni, inoltre, tra gli strumenti di prevenzione delle IRR si sono diffuse molto le terapie alternative, sebbene siano pochissimi gli studi che realmente dimostrano una loro reale efficacia. Echinacea e propoli sono i preparati più usati ma solo per il secondo vi sono dati raccolti in modo ineccepibile su un possibile effetto preventivo nei soggetti con OMA ricorrente. Lo stesso vale per lo zinco, sebbene più spesso utilizzato nei Paesi in via di Sviluppo per la prevenzione della diarrea cronica che, secondo quanto riportato da vari studi, sembra avere un effetto solo in quei soggetti carenti di questo minerale.

Più valide, invece, risultano le osservazioni fatte sulla vitamina D – conclude Susanna Espositooggi considerata, rispetto a prima, non più solo un fattore di regolazione del metabolismo calcio-fosforico, ma un ormone che esercita molteplici attività di regolazione del sistema immunitario e la cui carenza può essere associata ad una più facile insorgenza di infezioni”.

Molteplici studi hanno dimostrato, infatti, una stretta correlazione tra carenza di vitamina D e rischio infettivo. Recentemente è stato anche dimostrato che bambini con OMA ricorrente sono frequentemente carenti di vitamina D e che il ripristino di valori sierici normali riduce l’incidenza di nuovi episodi di OMA. E’ questo un capitolo delle prevenzione delle IRR completamente nuovo, che offre interessanti spunti ma che deve ancora trovare conferma prima che la profilassi con vitamina D possa entrare a pieno titolo tra le forme di prevenzione delle IRR accettate dalla comunità scientifica.

GAS Communication

Nuova terapia per la leucemia, regressione in 8 giorni!

Nuova terapia per la leucemia, regressione in 8 giorni

Un gruppo di scienziati del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di New York ha messo a punto una terapia in grado di far regredire in appena otto giorni la leucemia linfoblastica acuta in un paziente di 58 anni. Questo tipo di leucemia, caratterizzata da una proliferazione maligna delle cellule linfoidi che vengono bloccate in uno stadio precoce della differenziazione, è più comune nei bambini per i quali si registra un tasso di guarigione di 8 su 10, che non negli adulti per i quali è trattabile soltanto nel 40% dei casi.

La terapia era già stata tentata con successo su una bambina, ma è la prima volta che la si sperimenta sugli adulti. Il metodo consiste nell’estrarre le cellule T, uno dei principali componenti del sistema immunitario, dal sangue dei pazienti, introducendo del nuovo materiale genetico che le rende in grado di colpire i tumori. I ricercatori hanno sperimentato la loro idea su cinque pazienti in cui la chemioterapia tradizionale non aveva funzionato: in un caso ogni traccia della malattia è sparita in otto giorni, altri due sono in remissione, cioè in miglioramento, da 8 e 24 mesi, un altro era in remissione ma è morto per un coagulo nel sangue e su uno invece non ha funzionato.

E’ come creare un farmaco vivente – ha spiegato Mark Sadelain, uno degli autori dello studio al New York Times – è una storia molto eccitante ed è appena all’inizio”.

Lo studio è pubblicato sulla rivista Science Translational Medicine.

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