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Rapporto “Stato della salute nella UE”: preoccupante il tasso di obesità infantile in Italia

Se il Rapporto dell’Unione europea sullo stato di salute nei paesi membri, reso pubblico il 23 novembre scorso, promuove il servizio sanitario italiano, per l’indubbio contributo al miglioramento della salute dei cittadini e all’allungamento della speranza di vita, contemporaneamente mette in luce alcune criticità.

Tra queste, emerge “l’aumento dei problemi di sovrappeso e obesità infantile, con una diffusione ormai superiore alla media UE”. Un fenomeno definito testualmente nel Rapporto “particolarmente allarmante”, tra i fattori di rischio per la salute pubblica, perché “l’obesità nell’infanzia e nell’adolescenza rappresentano un forte indicatore delle condizioni di sovrappeso e obesità in età adulta”.

Si tratta di un campanello d’allarme che deve far riflettere i nostri decisori, sul fondamentale ruolo che il pediatra di libera scelta ricopre nell’economia del nostro sistema sanitario” – commenta Rinaldo Missaglia, Segretario nazionale del Sindacato medici pediatri di famiglia (SiMPeF).

Infatti, il fenomeno del sovrappeso e dell’obesità infantile assume una dimensione preoccupante – secondo il Rapporto UE – proprio allo snodo adolescenziale dei quindici anni: 26 per cento di maschi sovrappeso o obesi, al quarto posto in Europa.

Un periodo critico, nel quale il ragazzo rischia di trovarsi in una sorta di ‘limbo assistenziale’, nel quale sta uscendo dalle cure di base fornite dal pediatra di famiglia, per entrare nel mondo sanitario degli adulti, in cui gli dovrebbero essere fornite quelle medesime attenzioni che il sistema garantisce grazie all’assistenza del pediatra di libera scelta. Per questo noi sosteniamo che, almeno nei casi critici come questo, laddove c’è un rilevante fattore di rischio cardiovascolare, la copertura pediatrica sia estesa ai diciotto anni” – afferma Missaglia.

Una cartina tornasole, che conferma questo aspetto, può essere rappresentata da un’altra osservazione che scaturisce dal Rapporto: le regioni meridionali presentano tassi di sovrappeso e obesità infantile particolarmente elevati, soprattutto in Calabria, Campania e Molise superano il 40 per cento.

Guarda caso, sono proprio le aree del meridione in cui si riscontra un elevato tasso di abbandono precoce del pediatra di libera scelta da parte delle famiglie, spesso a partire dai 6 anni”- aggiunge Missaglia.

Il pediatra di famiglia dispone, al di là delle competenze professionali, di strumenti unici come i ‘bilanci di salute’, che consentono di intercettare queste situazioni, permettendo di affrontarle con i genitori, per il bene del ragazzo. Si tratta, né più né meno di quanto previsto all’interno del nostro accordo collettivo nazionale, che tuttavia è ormai ingessato al 2005, ultima revisione condivisa tra professionisti e SSN. Eppure da allora la situazione sanitaria si è evoluta. La stessa UE sottolinea con rilievo la grande attenzione dedicata all’assistenza di base nel nostro Paese, sottintendendo come sia una delle ragioni del successo del nostro sistema sanitario. Questo impegno andrebbe non solo mantenuto, ma rafforzato, potenziando le cure di base anche con il supporto di altre figure professionali, come i collaboratori di studio, nella gestione dell’assistenza, soprattutto per i pazienti con malattie croniche, cui anche il pediatra dovrà sempre di più far fronte”- prosegue Missaglia.

Ultimi, ma non meno importanti altri due aspetti critici, ravvisati dal Rapporto, nel comportamento dei quindicenni italiani: la scarsa attività fisica, legata al livello di sovrappeso e obesità, e soprattutto il vizio del fumo, che vede la percentuale di tabagisti al 22 per cento tra le femmine e al 20 tra i maschi di questa età, rispettivamente al secondo e al terzo posto in Europa.

Il ruolo di educatore sanitario riconosciuto al pediatra di famiglia potrebbe avere un significativo impatto anche su questi comportamenti a rischio, come su tutti gli stili di vita sbagliati. Per queste ragioni, crediamo non si possa più attendere. La revisione dell’accordo collettivo nazionale della pediatria di famiglia è rimandato da troppo tempo, rischiamo che quello attualmente in vigore diventi maggiorenne. Alla luce di queste situazioni, non possiamo permettercelo”- conclude Missaglia.

 


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Sovrappeso e salute delle ginocchia

 

Accumulare chili di troppo può essere una scelta davvero rischiosa, che nuoce “gravemente” sia all’immagine, sia alla salute. A correre i rischi più importanti, come è risaputo, la maggior parte degli organi, dal cuore, a tutto il sistema cardiovascolare, passando per il fegato e arrivando ai reni, ma non solo. Anche le ginocchia potrebbero subire contraccolpi, tutt’altro che positivi: il sovrappeso, secondo i risultati di un recente studio, mette in serio pericolo la salute di queste preziose articolazioni.

Il rischio è che le ginocchia “crollino” o quasi, sotto il peso dei chili di troppo accumulati per assecondare peccati di gola o eccessi di pigrizia, ma, soprattutto che compaiano sintomi dolorosi difficilmente sopportabili.

Infatti, secondo una recente sperimentazione australiana, condotta dagli esperti della Monash University di Melbourne e pubblicata sulla rivista scientifica di settore Arthritis Care and Research, le persone che ingrassano, aumentando peso e massa corporea, hanno maggiori probabilità di sviluppare dolore a carico delle ginocchia rispetto a chi perde peso o lo mantiene relativamente stabile nel tempo.

Per giungere a questa conclusione e per tracciare questo filo, diretto quanto pericoloso, tra sovrappeso, aumento di peso e dolore, disturbi alle ginocchia, gli studiosi australiani hanno coinvolto nella sperimentazione 250 persone, di età compresa tra i 25 e i 60 anni, senza precedenti disturbi articolari e relativo intervento chirurgico a carico del ginocchio. Il 70% dei partecipanti era donna e una buona fetta di loro era in condizione di sovrappeso o obesità.

Trascorsi due anni dall’inizio della ricerca, sono rimasti 196 partecipanti: la metà di loro ha mantenuto il proprio peso corporeo, il 14% è ingrassato, con un aumento di peso medio pari a 7 kg, e il 30% ha perso peso. Secondo quanto riportato dagli esperti, ogni chilogrammo di peso corporeo accumulato ha fatto salire il dolore al ginocchio di 1.9 punti; la rigidità ossea dell’articolazione è peggiorata di 1.4 punti; la funzionalità di 6.1 punti.

Nessuna certezza, ma sospetti molto fondati sono emersi dallo studio. Il dolore articolare a carico delle ginocchia è una vero e proprio “incubo” con cui convivere quotidianamente per migliaia di persone in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più ricchi, Stati Uniti in testa. Gli esperti non certificano il rapporto di causalità tra l’incremento di peso e il dolore al ginocchio, ma lo ritengono altamente probabile. Avvalora la tesi degli scienziati australiani anche l’aumento, più consistente, del dolore, nelle persone obese, che hanno registrato un +59 punti in media, rispetto ai 6.4 punti dei partecipanti non obesi.

PROGETTO FIGURELLA “LA DONNA AL CENTRO”

Sovrappeso e obesità colpiscono oltre 21 milioni di italiani, 1 su 3 secondo i dati del 10th Italian Diabetes & Obesity Barometer Report. Nei Paesi sviluppati l’obesità viene considerata come uno dei 10 principali fattori di rischio per la salute e questo è noto da anni. Mangiamo male e mangiamo troppo, ma l’epidemia di obesità che investe i Paesi occidentali non è semplicemente causata da una dieta sbagliata.

L’inattività fisica è oramai riconosciuta come il quarto più importante fattore di rischio di mortalità a livello mondiale e causa il 6 percento di tutti i decessi. La comunità scientifica è concorde sul fatto che alla base della prevenzione e cura dell’obesità siano fondamentali prima il giusto movimento e una sana alimentazione ed è oggi impegnata a promuovere lo stile di vita corretto come parte attiva della prevenzione per la salute.

Partendo da questi presupposti Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna, da sempre impegnata nella promozione di una cultura della prevenzione a partire dalle strategie primarie, ha deciso di sostenere il progetto Figurella “La Donna al Centro” volto alla creazione di un network di centri impegnati attivamente nella promozione del benessere della donna. Figurella da oltre 40 anni promuove il raggiungimento del peso forma come conseguenza di uno stile di vita corretto fatto di movimento e di sana alimentazione, attraverso un metodo naturale che abbina esercizio fisico moderato e un’educazione alimentare rivolta a tutta la famiglia.

Oggigiorno non è l’informazione che manca, ma la capacità di cambiare le proprie cattive abitudini, trovare strategie quotidiane e sostenibili per fare movimento e una sana alimentazione e conciliare tutto questo con la propria routine, soprattutto quando si parla di donne, moglie e madri. Ecco perché oltre ad evitare il ricorso al fai-da-te in diete e sport, è bene farsi affiancare da professionisti qualificati che non solo individuino un percorso personalizzato e tagliato sulle singole esigenze, ma che diano soprattutto il giusto supporto affinché si arrivi all’obiettivo e si cambi (davvero) stile di vita.

I 150 centri partecipanti al progetto “La Donna al Centro” si impegnano ad informare e ad aiutare tutte le donne, dall’adolescenza all’età adulta, ad intraprendere e a mantenere un percorso verso un nuovo stile di vita che le renda più consapevoli, più sane, più in forma e più felici.

A novembre, inoltre, i centri promuovono “Il Mese della Prevenzione della linea”, in cui offrono un’ “Analisi della Figura”, gratuita e senza impegno, per valutare lo stato dell’accumulo di grasso corporeo e ricevere consigli ad hoc per ritrovare la linea e la salute.
A tutte le donne verrà distribuito nei centri il quaderno “Il tuo stile di vita è (davvero) sano?” realizzato da Onda per divulgare la cultura del movimento e della sana alimentazione e fornire consigli utili da mettere in pratica nella vita di tutti i giorni, anche in famiglia.

Le donne sono indiscusse protagoniste delle scelte alimentari di tutta la famiglia e influiscono in modo decisivo sulle abitudini dei propri cari, risultando dunque preziose alleate nella diffusione dei principi alla base dei corretti stili di vita. Nell’ambito della prevenzione primaria è fondamentale associare il movimento a una dieta bilanciata, varia e che preveda l’introduzione di tutti i gruppi alimentari nelle giuste proporzioni. Uno stile di vita attivo e dinamico è la base. Ma non basta: il nostro organismo ha bisogno di essere mantenuto regolarmente ‘in esercizio’. Svolgere regolarmente esercizio fisico significa far lavorare in modo armonico tutte le parti del corpo, coordinando muscolatura, articolazioni, respirazione e attività cardiaca. Se amiamo lo sport, un regolare esercizio fisico è l’unico modo per garantire al nostro corpo l’allenamento indispensabile per affrontare in modo corretto e sicuro qualunque disciplina. L’adozione di uno stile di vita attivo e dinamico incide in modo significativo sulla qualità della vita e sullo stato di salute, migliorando l’efficienza fisica e riducendo il rischio di sviluppare malattie correlate alla sedentarietà tra cui obesità e tumori” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente Onda.


Un titolo di studio protegge da diabete ed obesità

Secondo il recente rapporto Diabetes Atlas dell’International Diabetes Federation (IDF), il diabete causa 73 morti al giorno in Italia, quasi 750 in Europa. Il dato è tanto più allarmante se si considera che gli italiani che soffrono di diabete sono circa l’8% della popolazione adulta. Inoltre, tenendo conto della correlazione tra diabete e obesità – malattia spesso sottovalutata che nel nostro Paese colpisce 4 – 5 abitanti su 10 – e del loro trend di aumento negli ultimi anni, possiamo definire diabete e obesità come una pandemia, con serie conseguenze per gli individui e la società in termini di riduzione sia dell’aspettativa sia della qualità della vita, e notevoli ricadute economiche. Si tratta quindi un’emergenza sanitaria che necessita di una attenzione specifica da parte dei decisori politici, affinché considerino in tutta la sua gravità questo fenomeno”, – ha spiegato Renato Lauro, Presidente Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation.

Nella piena convinzione che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a ridurre il peso clinico, sociale ed economico che queste malattie rappresentano e potranno rappresentare, IBDO Foundation pubblica annualmente un report in grado di offrire una fotografia non parziale della situazione del diabete e dell’obesità a livello mondiale, nazionale e regionale.

La decima edizione dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer Report dal titolo “Facts and figures about type 2 diabetes and obesity in Italy” è stata presentata, il 4 aprile scorso, a Roma alla Camera dei Deputati nel corso di un incontro promosso dall’On. Daniela Sbrollini, Vice Presidente della XII Commissione Affari Sociali e Sanità della Camera dei Deputati, che ha sottolineato quanto sia stato fatto finora nella lotta contro diabete e obesità nel nostro Paese ma anche come molto resti ancora da fare, assicurando il proprio impegno personale e quello delle Istituzioni in questa importante sfida.

Il Barometer report, coordinato dal prof. Domenico Cucinotta e che da quest’anno vede per la prima volta la sinergia con l’Istituto Nazionale di Statistica – Istat, vuole attivare il confronto e le riflessioni Istituzionali sui grandi temi che riguardano il diabete e l’obesità nel nostro Paese, come testimoniato anche dal Presidente dell’Istat prof. Giorgio Alleva nell’introduzione al volume.

La collaborazione con Istat si rivela quanto mai fondamentale proprio per la forte connotazione sociale che caratterizza il diabete e l’obesità e per l’importanza degli stili di vita per la loro prevenzione, elementi questi che “spingono Istat, da diversi anni, a raccogliere dati da molte fonti su queste patologie e descrivere le caratteristiche e i comportamenti delle persone che ne sono affette”, ha spiegato Vittoria Buratta, Direttore Centrale per le statistiche sociali e il censimento della popolazione di Istat.

Nello specifico, parlando di caratterizzazioni sociali del diabete, emerge che questa malattia è più frequente tra le persone con basso titolo di studio.

Nella popolazione adulta, eliminando l’effetto dell’età, un laureato ha un rischio di ammalarsi di diabete quasi tre volte più basso di chi ha solo la licenza elementare, per le donne lo svantaggio tra le meno istruite è ancora più elevato”, dice Roberta Crialesi, Dirigente Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia, Istat.

Dalle rilevazioni Istat 2015 emerge come la disuguaglianza sociale sia particolarmente accentuata a partire dai 45 anni. Tra i 45 e i 64 anni la prevalenza del diabete è del 2,9% tra i laureati, del 4% tra i diplomati, mentre raggiunge il 9,8% tra coloro che hanno al massimo conseguito la licenza elementare.

Forte il legame con gli stili di vita: la prevalenza di diabete è pari al 15,1% tra le persone obese – solo il 3,6% tra i normopeso – e all’8,6% tra chi non pratica attività fisica, rispetto al 1,7% tra coloro che praticano abitualmente una attività sportiva.

Anche per quanto riguarda l’obesità e il sovrappeso sono marcate le differenze rispetto al titolo di studio conseguito: tra le persone con almeno la laurea le persone sovrappeso e obese sono il 32,8%, quota che sale al 42,8% tra i diplomati e al 52,7% tra chi ha la licenza media, per raggiunge il 60,4% tra quanti hanno conseguito al massimo la licenza elementare. Tale andamento si osserva in tutte le fasce di età, sia per gli uomini che per le donne.

Il diabete è decisamente una patologia ‘sociale’ dal momento che, per la sua elevata prevalenza, coinvolge di fatto la popolazione intera. Nel nostro Paese infatti considerando i più di 3,5 milioni di persone con diabete noto, i circa 1,5 milioni che non sanno di averlo e i 4,5 milioni con prediabete, ne risulta che quasi 10 milioni di italiani devono fare i conti o sono comunque destinati a fare i conti con questa patologia e a questi vanno aggiunti i loro familiari. Tra 10 anni, in ogni famiglia italiana vi sarà una persona con diabete o un soggetto prediabetico” – ha detto Domenico Cucinotta, Coordinatore Italian Barometer Diabetes Report e Direttore del dipartimento di medicina clinica e sperimentale dell’Università di Messina.

Ma i dati non finiscono qui. Il Barometer report offre una analisi approfondita dell’impatto di diabete e obesità nel mondo, in Europa e in Italia:

  • Nel mondo sono 415 milioni le persone affette da diabete, 1 su 11, e sono 5 milioni i morti all’anno per cause legate al diabete, uno ogni 56 secondi. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità il 58% dei casi di diabete mellito è attribuibile all’obesità. Le persone adulte in sovrappeso nel mondo sono 1,9 miliardi, il 39% della popolazione. Per valutare la dimensione del problema basti pensare a questo: chi pesa il 20% in più del proprio peso ideale aumenta del 25%, rispetto alla popolazione normopeso, il rischio di morire di infarto e del 10% di morire di ictus, mentre, se il peso supera del 40% quello consigliato, il rischio di morte per qualsiasi causa aumenta di oltre il 50%, per ischemia cerebrale del 75% e per infarto miocardico del 70%. Alla luce di queste condizioni, anche la mortalità per diabete aumenta del 400%.
  • In Europa 59,8 milioni di persone adulte sono affette da diabete, malattia concausa di oltre 677 mila morti l’anno. Oltre il 50% degli uomini e delle donne in Europa è in sovrappeso, e circa il 23% delle donne e il 20% degli uomini sono obesi. Preoccupante il problema dall’obesità infantile – 1 bambino di 11 anni su 3 è sovrappeso o obeso – soprattutto se si considera che oltre il 60% di quelli sovrappeso prima della pubertà saranno sovrappeso nella prima età adulta, con tutte le conseguenze che ne derivano. Tra i Paesi europei con la situazione più preoccupante l’Irlanda dove le stime prevedono nel 2030 la quasi totalità degli adulti in sovrappeso (91% degli uomini e 83% delle donne).
  • In Italia il diabete colpisce 3,27 milioni di persone, una su 18, a cui va aggiunto circa 1 milione di persone che non sanno di avere la malattia. Il diabete e le malattie correlate hanno causato quasi 75 mila morti nel 2015. Sovrappeso e obesità colpiscono 1 italiano su 10, oltre 21 milioni di connazionali, e l’Italia risulta ai primi posti in Europa per obesità infantile – la prevalenza dei bambini obesi è del 9,8% con percentuali più alte nelle regioni del centro e del sud.

 


Sindrome dell’ovaio policistico: attenzione a diabete e sovrappeso

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Ciclo irregolare, acne, sovrappeso e peluria eccessiva sul viso spesso vengono scambiati come normali cambiamenti puberali, specie se si tratta di ragazze in età adolescenziale.

Potrebbero essere invece le quattro spie della sindrome dell’ovaio policistico (Pcos), un disordine endocrino che colpisce fino al 10% delle donne in età riproduttiva. La sindrome causa difficoltà nel concepimento, con cicli mestruali irregolari e livelli eccessivi di ormoni maschili, che interferiscono l’ovulazione: questo aspetto diventa un grosso problema nell’età adulta, quando emerge il desiderio di un figlio. Inoltre, nel 30% dei casi, se trascurata, porta ad alterazioni metaboliche come obesità, sovrappeso, diabete e insulino-resistenza: un quadro clinico con importanti ricadute sulla salute e sul benessere psicologico della donna.

Una malattia molto complessa che coinvolge l’ipotalamo, l’ipofisi, le ovaie, il surrene e il tessuto adiposo periferico e che non va confusa con l’ovaio multicistico, condizione che può essere presente nel 25-30% delle donne regolarmente mestruate e con ovulazione.

L’assenza cronica di ovulazione, una delle condizioni che caratterizzano la sindrome dell’ovaio policistico, porta infatti l’ovaio a produrre più androgeni e di conseguenza alla crescita dei peli, caduta dei capelli e all’incremento delle masse muscolari inducendo in un gran numero di casi sovrappeso, obesità, diabete e sindrome metabolica. In questi casi è fondamentale una buona anamnesi che vada a scovare nella storia clinica della paziente tutta una serie di fattori premonitori che  possono condurre alla diagnosi di Pcos. In presenza di una diagnosi di Pcos, sono ancora troppo pochi i ginecologi che richiedono esami come il test di carico al glucosio e il profilo lipidico, seppure i due test vengano fortemente raccomandati dall’American Congress of Obstetricians and Gynecologists e sarebbero fondamentali per prevenire il decorso della malattia verso una forma più complessa con alterazioni oltre che endocrine anche metaboliche” – ha commentato Vincenzo Toscano, presidente eletto AME, Associazione Medici Endocrinologi, e Direttore della Cattedra e UOC di Endocrinologia Facoltà di Medicina, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma.

Seppure la patologia sia molto diffusa e caratterizzi fino al 10% delle donne in età fertile le opzioni terapeutiche sono solo sintomatiche e le stesse di 10 anni fa. Oltre ad una dieta equilibrata e ad una attività fisica costante, la terapia deve essere personalizzata e valutata in base ai bisogni della paziente. Una particolare attenzione deve essere prestata nella pazienti in cerca di una gravidanza. In questo caso un cambio radicale dello stile di vita, specie se presenti obesità o sovrappeso, è consigliabile ricorrendo a farmaci che migliorino una condizione di insulino-resistenza e pro-ovulatori come il clomifene, terapia di elezione per le pazienti che desiderano una gravidanza. Studi recenti hanno mostrato come la supplementazione con gli inositoli potrebbe avere un suo spazio nel trattamento di questa sindrome” – ha precisato Roberto Castello, past president AME e direttore del Reparto di Medicina Generale a Borgo Trento, Verona.

Non va dimenticato l’importante risvolto psicologico della malattia, come evidenziato anche dalle pazienti (www.pcos-italy.org). La comparsa della peluria pubica prima delle coetanee, l’irsutismo o l’alopecia,  insieme al sovrappeso e le difficoltà a perdere peso nonostante un’alimentazione povera di zuccheri e carboidrati e la pratica di attività fisica possono determinare disagio psicologico e difficoltà nei rapporti interpersonali. Per questo motivo è fondamentale un approccio multidisciplinare alla malattia che preveda anche l’aiuto di uno psicologo ma, a volte, come ammesso dalle stesse pazienti la cosa più difficile è ammettere di avere un problema e che si ha bisogno di aiuto. La sensibilità del medico, è fondamentale, soprattutto con le adolescenti, per instaurare un buon rapporto e per far accettare le restrizioni dietetiche e l’incremento dell’attività fisica come presidi essenziali per evitare l’evoluzione della malattia” – ha concluso Roberto Castello, past president AME e direttore del Reparto di Medicina Generale a Borgo Trento, Verona.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Liraglutide 3 mg, farmaco per la cura dell’obesità e del sovrappeso, migliora anche pressione arteriosa e colesterolo, fattori di rischio cardiometabolico

SID 2016

Presentati al 26° Congresso nazionale della Società italiana di diabetologia (SID 2016) di Rimini, tenutosi dal 4 al 7 maggio scorso, nell’ambito del simposio “Obesità: sfide e nuove opportunità terapeutiche”, i nuovi dati dello studio di fase 3 SCALETM (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence) Obesity and Prediabetes.

I dati a tre anni dimostrano un miglioramento significativo nei fattori di rischio cardiometabolico, come pressione arteriosa e colesterolo, nel gruppo in trattamento con liraglutide 3 mg in combinazione con dieta ipocalorica e attività fisica (n=1505), rispetto al gruppo placebo trattati solo con dieta e attività fisica (n=749)1.

In base allo studio, che ha coinvolto 2.254 adulti diabetici obesi o sovrappeso con altre comorbidità, i pazienti trattati con liraglutide 3 mg hanno riportato una maggior riduzione della pressione sistolica (ETD -2.8 mmHg [-3.8; -1.8], p<0.0001) e dei livelli di trigliceridi (ETD -6% [-9; -3], p=0.0003) e di colesterolo totale (ETD -2% [-3; 0], p=0.03) rispetto al gruppo placebo.

Inoltre, si è registrata una perdita di peso superiore (6,1%) rispetto a quelli trattati con placebo (1,9%) (differenza di trattamento stimata [ETD] -4.3% [95% CI -4.9; -3.7], p<0.0001)1 e una maggior riduzione della circonferenza vita (ETD -3.5 cm [-4.2; -2.8]).

Questi dati a tre anni confermano il costante effetto sulla perdita di peso e l’impatto positivo sui principali fattori di rischio cardiometabolico; certamente legati al dimagrimento, ma anche agli effetti diretti della molecola, ad esempio quelli sulla pressione arteriosa. Questo è al momento lo studio più lungo sulla gestione del peso con liraglutide 3 mg, i risultati rafforzano ancor più l’efficacia e la sicurezza del farmaco su uno spettro fondamentale di parametri per la gestione del paziente obeso”, ha affermato Paolo Sbraccia, Presidente della Società Italiana dell’Obesità.

Scale Obesity and Prediabetes ha raggiunto il suo endpoint primario, dimostrando che un trattamento con liraglutide 3 mg della durata superiore a tre anni, in combinazione con una dieta ipocalorica e aumento dell’attività fisica permette di ritardare l’insorgenza di diabete di tipo 2 rispetto al placebo.

Liraglutide 3 mg è stato in genere ben tollerato, e gli effetti collaterali osservati sono stati in linea con gli studi precedenti2. Nel corso dei tre anni di trattamento gli eventi avversi sono stati più numerosi nel gruppo trattato con liraglutide 3 mg rispetto a quello placebo (15.1% vs 12.9%). I tassi di eventi avversi a carico della colecisti e di pancreatiti acute confermate sono stati bassi, ma più frequenti nel gruppo in terapia con liraglutide 3 mg (2.9 eventi per 100 anni-paziente di osservazione [PYO] e 0.29/100 PYO, rispettivamente) rispetto al placebo (1.2/100 PYO e 0.13/100 PYO, rispettivamente). La frequenza di eventi avversi cardiovascolari maggiori confermati è stata bassa e paragonabile tra i due gruppi di studio (0.19 vs 0.20 eventi/100 PYO).1 Durante il trattamento con liraglutide 3 mg si è registrato un aumento della frequenza cardiaca (ETD +2 beats/min [+1.2; +2.7], p<0.0001).

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L’Obesità è una malattia3 che richiede una gestione a lungo termine. È associata a molte conseguenze gravi per la salute e a una riduzione nell’aspettativa di vita4,5. Le comorbidità legate all’obesità includono diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari, apnea notturna (OSA) e alcuni tipi di tumore4,6,7. È una malattia complessa e multifattoriale che è influenzata da fattori genetici, fisiologici, ambientali e psicologici8.

L’aumento della prevalenza dell’obesità a livello mondiale è un problema di salute pubblica con gravi ripercussioni economiche per i sistemi sanitari. In Europa, l’obesità riguarda circa il 10-30% degli adulti9. In Italia il 10% delle persone è obeso e il 40% in sovrappeso. L’OMS prevede che in Italia entro 15 anni l’obesità raggiungerà il 15% tra le donne e il 20% tra gli uomini e il 50% delle donne e il 70% degli uomini saranno sovrappeso.

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Liraglutide 3 mg (Saxenda®), farmaco iniettivo da utilizzare una volta al giorno per il trattamento dell’obesità, è un analogo del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) simile per il 97% al GLP-1 endogeno, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo10. Come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito favorendo il senso di sazietà e diminuendo la fame e il desiderio di cibo, quindi riducendone l’assunzione. Come per gli altri agonisti dei recettori del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in maniera glucosio-dipendente2. Questi effetti possono portare ad una riduzione della glicemia a digiuno e postprandiale.

Liraglutide 3 mg è stato valutato nello SCALE™ (Satiety and Clinical Adiposity-Liraglutide Evidence in Nondiabetic and Diabetic people), un programma di studio clinico di fase 3.

Nell’Unione Europea, liraglutide 3mg è indicato in associazione a dieta ipocalorica e aumento dell’attività fisica per la gestione del peso in pazienti adulti con un indice di massa corporea superiore o uguale a 30 kg/m2 (obesi), o superiore o uguale a 27 kg/m2 e inferiore a <30 kg/m2 (sovrappeso) in presenza di almeno un’altra comorbidità legata al peso quali disglicemia (prediabete o diabete mellito di tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea notturna2.

Nel foglietto illustrativo del farmaco si consiglia la sospensione del trattamento, qualora non si raggiunga, dopo un certo periodo, una specifica soglia di riduzione del peso.

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Il programma di sviluppo clinico SCALE™ studia l’efficacia di liraglutide 3mg per la gestione del peso. SCALE™ (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence in Non-diabetic and Diabetic people) consiste in quattro studi multinazionali verso placebo: SCALE™ Obesità e Prediabete, SCALE™ Diabete, SCALE™ Apnea Notturna e SCALE™ Mantenimento. Il programma coinvolge oltre 5.000 persone sovrappeso (BMI ≥27 kg/m2) con comorbidità quali ipertensione, dislipidemia, apnea notturna o diabete di tipo 2, oppure con obesità (BMI ≥30 kg/m2), con o senza comorbidità. Tutti gli studi prevedono una dieta ipocalorica e aumento dell’attività fisica.


BIBLIOGRAFIA

1. Fujioka K GF, Krempf M, le Roux C, Vettor R, Shapiro Manning L, Lilleøre S, Astrup A. Liraglutide 3.0 mg Reduces Body Weight and Improves Cardiometabolic Risk Factors in Adults with Obesity or Overweight and Prediabetes: the SCALE Obesity and Prediabetes Randomized, Double-blind, Placebo-controlled 3-year Trial. ENDO 2016

2. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) Summary of Product Characteristics. Available at: http://www.ema.europa.eu/docs/en_GB/document_library/EPAR_-_Product_Information/human/003780/WC500185786.pdf. Last accessed: February 2016.

3. American Medical Association A. Declaration to classify obesity as a disease. Annual Meeting Report. 19 June 2013.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

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Nuove linee guida per la gestione del diabete

 1° AME Diabetes Update

Le prime settimane del 2016 hanno già visto la pubblicazione delle linee guida 2016 per la gestione clinica e assistenziale del diabete, messe a punto dall’AACE, l’associazione che riunisce gli Endocrinologi Clinici Americani, linee guida che erano già state aggiornate nel corso del 2015. Il nuovo aggiornamento, a pochi mesi dalla precedente edizione, è un segno di quanto rilevanti siano le novità che si stanno registrando nel trattamento e nella gestione clinica di questa patologia che in Italia colpisce oltre 3 milioni di persone.

Le linee guida americane sono state presentate e discusse, facendo riferimento agli aspetti più innovativi per la realtà italiana, in occasione del “1st AME Diabetes Update” che si svolto a Napoli il 5 e 6 febbraio scorso promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi (AME).

La novità dell’edizione 2016 delle Linee Guida AACE, ha spiegato Enrico Papini, responsabile scientifico AME e Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale, è l’indicazione circa l’impiego precoce, nelle prime fasi della malattia, delle terapie innovative. Queste ultime, infatti, consentono di raggiungere un soddisfacente controllo dei valori glicemici minimizzando il rischio di provocare pericolosi episodi di ipoglicemia. Il miglioramento e la maggiore stabilità del controllo metabolico, così assicurati, sono rilevanti per la prevenzione delle complicanze che, nel tempo, possono derivare dal diabete mal controllato, sotto forma di impegno cardiovascolare, renale, oculare e della circolazione degli arti inferiori. Si stima che il diabete sia associato ad un aumento molto sensibile del rischio di mortalità da varie cause, ed è quindi di fondamentale importanza un trattamento precoce della malattia e la prevenzione delle sue complicanze”.

Le nuove terapie, recentemente introdotte, ha chiarito Giorgio Borretta, S.C. Endocrinologia e Malattie del Ricambio, Azienda Ospedaliera S. Croce e Carle, Cuneo, controllano i livelli glicemici e sono in grado di prevenire, come già detto, le crisi ipoglicemiche garantendo ai pazienti lo svolgimento delle più comuni attività, come guidare un’auto, con la certezza di poterlo fare in sicurezza. Ma, l’aspetto più innovativo è rappresentato dalla capacità di questi farmaci di far perdere peso interrompendo il circolo vizioso rappresentato da alcune molecole per il controllo glicemico che tendevano a far ingrassare. Per il diabete di tipo 2, infatti, uno dei fattori sfavorevoli a un adeguato compenso metabolico è proprio rappresentato dal sovrappeso: disporre di farmaci capaci di agire sulla perdita di peso corporeo è fondamentale”.

Recentemente si sono resi disponibili in Italia due di questi farmaci di nuova generazione: la liraglutide, un analogo dell’ormone GLP-1 che rende più armonica la secrezione degli ormoni pancreatici, che si è dimostrata efficace nel trattamento del sovrappeso e dell’obesità, interagendo con specifici recettori cerebrali che regolano l’appetito. Il dapagliflozin è invece la prima terapia che agisce sui reni permettendo l’eliminazione dello zucchero in eccesso, con riduzione importante della glicemia, perdita di peso e abbassamento della pressione arteriosa. L’arrivo in Italia di queste molecole rappresenta un significativo passo avanti compiuto dalla ricerca scientifica che arricchisce il panorama delle terapie innovative contro il diabete di tipo 2, una malattia considerata dall’OMS un’epidemia in tutto il mondo”, ha continuato Edoardo Guastamacchia, docente presso l’Istituto di Endocrinologia dell’Università di Bari.

L’impiego precoce di queste molecole rappresenta certamente un vantaggio per i pazienti, ma apre nuovi dibattiti circa la sostenibilità per il SSN a fronte di un costo maggiore di questi farmaci”, ha commentato Silvio Settembrini, Medico Dirigente di Malattie Metaboliche e Diabetologia, ASL Napoli 1 Centro, Napoli e uno dei principali organizzatori del Diabetes Update.

Queste considerazioni – ha continuato Silvio Settembrini – hanno indotto finora alcuni criteri limitativi nella prescrivibilità di queste molecole e nella loro associazione con altri principi terapeutici. È tuttavia auspicabile che nel corso dei prossimi mesi si possa giungere a concedere da parte degli organi regolatori una più ampia rimborsabilità di questi farmaci che presentano anche il vantaggio di una durata molto più protratta della loro efficacia nel tempo.

Le linee guida AACE non introducono novità assolute per quanto riguarda gli stili di vita della persona con diabete, ma sottolineano l’importanza di un dialogo con il paziente capace di influire sui comportamenti non corretti e, in particolare, sulla sedentarietà e il sovrappeso, sempre più diffusi nel mondo occidentale. La loro modifica, attraverso anche una sorta di “terapia comportamentale” prevede l’adozione di un regime dietetico specifico, maggiori conoscenze sull’indice glicemico dei diversi cibi e delle congrue associazioni tra gruppi alimentari diversi, e l’attività fisica regolare. È necessaria una sana alimentazione con preferenza per i grassi insaturi vegetali, la limitazione degli zuccheri a rapido assorbimento e, per chi si sottopone a terapia con insulina, il conteggio dei carboidrati. Non meno importanti, una attività fisica moderata, per almeno 150 minuti a settimana e il riposo notturno di almeno 7 ore” – ha concluso Silvio Settembrini.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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