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Inquinamento ed infertilità

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico nel suo ultimo rapporto dal titolo “Prospettive ambientali dell’OCSE all’orizzonte del 2050“ ha stimato che nell’Unione Europea l’inquinamento atmosferico, sia responsabile di circa 600.000 morti premature e dell’aumento della morbilità. Nello stesso documento viene, inoltre, riconosciuto che l’inquinamento atmosferico ha un impatto negativo sulla riproduzione femminile e maschile.

In particolare, molti studi epidemiologici hanno osservato che i fattori ambientali e l’esposizione ad agenti chimici incidono sulla dimensione, sulla motilità e sul numero degli spermatozoi.

Un recente studio italiano pubblicato sulla rivista Environmental Toxicology and Pharmacology, ha utilizzato solo ed esclusivamente il liquido spermatico per misurare l’impatto dell’inquinamento sulla salute maschile, rivelando dati allarmanti ed inequivocabili sulla vitalità e fertilità del seme maschile di chi vive in aree gravemente inquinate come Taranto o la Terra dei Fuochi, a cavallo tra le province di Napoli e Caserta, comparato con quello di chi abita in zone della stessa regione non considerate a rischio. L’evidente differenza tra i due campioni esaminati ha dimostrato che, sia i lavoratori delle acciaierie sia i pazienti che vivono in un’area altamente inquinata, mostrano una percentuale media di frammentazione del DNA dello sperma superiore al 30%, evidenziando un chiaro danno spermatico. I ricercatori hanno suggerito che la valutazione del DNA dello sperma possa essere sia un indicatore della salute individuale e della capacità riproduttiva sia un dato adeguato per connettere l’ambiente circostante ai suoi effetti.

Gli iperfluorati, usati in una varietà di prodotti di consumo, gli ftalati, impiegati nei giocattoli per bambini, i parabeni, usati soprattutto nei profumi e nei saponi, e il bisfenolo A, utilizzato per la produzione di plastiche quotidiana sono solo alcuni esempi dei moltissimi agenti e sostanze inquinanti che ogni giorno impattano sulla nostra vita. Senza dimenticare poi i fumi tossici (diossina) sviluppati dagli incendi di materiale plastico e dai rifiuti di ogni genere abbandonati nell’ambiente e nelle nostre città. Inoltre, studi scientifici hanno evidenziato che l’esposizione a queste sostanze, nel corso della gravidanza possono provocare mutazioni epigenetiche nel feto, con trasmissione trans-generazionale delle stesse, dagli effetti irreversibili. Per contrastare e bilanciare gli effetti negativi dell’inquinamento sulla propria fertilità le persone, oltre a cercare di fare attenzione all’utilizzo di determinati prodotti contenenti agenti inquinanti, devono ricordare che ci sono tantissimi altri fattori che possono permettere il mantenimento di una buona fertilità, come ad esempio seguire un’alimentazione corretta e eliminare alcune cattive abitudini, come il fumo e l’abuso di alcool. Il concetto che deve passare è quello di pensare alla propria fertilità e prendersene cura, e di mettere in atto tutti i comportamenti necessari a contrastare gli effetti dell’inquinamento odierno sulla nostra vita riproduttiva” – ha dichiarato Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Secondo il Registro Nazionale sulla Procreazione Medicalmente Assistita dell’Istituto superiore di Sanità, tra le coppie che si rivolgono ai centri specializzati per avere un figlio, la percentuale di uomini infertili è del 29,3% e l’età non rappresenta l’unico fattore responsabile. Negli uomini italiani in generale viene riportato che il numero dei gameti è diminuito del 50% rispetto al passato. A nuocere sulla qualità degli spermatozoi (aumentando quindi il rischio infertilità) ci sono spesso le condizioni lavorative: quelle che espongono a radiazioni, a sostanze tossiche o a microtraumi. Influiscono negativamente anche gli inquinanti prodotti dal traffico urbano e il fumo di sigaretta.

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IL PROGETTO ACQuOS, UN AUDIT INDIPENDENTE SULL’ITER DEI GAMETI DALLE BANCHE ESTERE

 

Al via il progetto ACQuOS (Audit Control Quality Oocyte and Spermatozoa), un’attività di valutazione indipendente dei gameti importati in Italia dalle banche estere nell’ambito della fecondazione eterologa. A realizzarla, in Italia, è il board di ginecologi, biologi, genetisti e giuristi della Società Italiana della Riproduzione Umana (SIRU), la società scientifica che riunisce tutte professionalità nell’ambito della medicina e biologia della riproduzione umana.

I figli della fecondazione eterologa made in Italia sono per almeno metà stranieri. Secondo i dati più recenti dell’Istituto Superiore della Sanità, sono questi i numeri dell’import/export nell’eterologa: è importato1 il 95% degli ovociti, il 75% di liquido seminale e una quota significativa di cicli è effettuata con embrioni formati all’estero. A quasi quattro anni dallo “sdoganamento” della fecondazione eterologa quindi, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale2, il bilancio non è ancora promettente: sebbene l’eterologa sia molto richiesta, mancano donatori sul territorio nazionale e si fa ancora ricorso a banche estere.

La sicurezza delle coppie che devono ricorrere alla donazione di gameti è una delle priorità della nostra Società Scientifica. Per questo motivo, in seguito al rilevamento di alcune criticità evidenziate da diversi organi competenti e in collaborazione con gli organi ispettivi di sicurezza, la SIRU ha dato il via a questa operazione i cui primi risultati saranno presentati in occasione del prossimo Congresso nazionale SIRU, che si svolgerà il prossimo autunno a Catania.” – ha dichiarato Antonino Guglielmino, ginecologo e presidente della SIRU.

I requisiti di sicurezza e qualità stabiliti dalle normative europee saranno oggetto principale dell’audit promosso dal progetto ACQuOS, che inizialmente partirà dal 1 aprile 2018 su due banche greche e tre spagnole per poi allargarsi ad altri centri esteri. Nello specifico, obiettivo dell’audit sarà la verifica di diversi criteri, tra i quali: le procedure di selezione delle donatrici e dei donatori, le procedure per il recupero dei gameti maschili e femminili, la tracciabilità, i requisiti ambientali e della strumentazione, i criteri di stoccaggio (qualità e sicurezza), e le modalità di trasporto dei gameti e/o embrioni.

In Italia, ricorda la SIRU, la donazione di gameti è consentita alle persone di sesso maschile di età non inferiore ai 18 anni e non superiore ai 40 anni, e alle persone di sesso femminile di età non inferiore ai 20 anni e non superiore ai 35 anni. Sono candidabili uomini e donne che, in modo spontaneo e altruistico decidono di donare i propri spermatozoi e ovociti.

L’insufficienza di donatori nel nostro Paese è connessa a diversi fattori, in parte legati alla volontarietà dell’atto ma anche collegati alla mancanza di una ‘cultura’ della donazione. Per incoraggiare la donazione, è importante sensibilizzare l’opinione pubblica con campagne informative sulla donazione promuovendo l’offerta dei gameti, per consentire ai genitori con problemi di sterilità di avere un figlio.

Tabella importazioni ed esportazioni 2015 e 20163

IMPORTAZIONI COMUNICATE

2015: criocontenitori ovociti (ogni criocontenitore contiene 6/7 ovociti): 3304 dai seguenti Paesi Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: le importazioni risultano raddoppiate, (secondo i dati preliminari del Ministero della salute) sono state registrate importazioni di 6.379 criocontenitori di ovociti.

2015: criocontenitori liquido seminale: 1982 dai seguenti Paesi Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: 3.167 criocontenitori di liquido seminale.

2015: criocontenitori embrioni (ogni criocontenitore contiene 1-2 embrioni): 744 dai seguenti Paesi Austria, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: 2.877 criocontenitori di embrioni.

ESPORTAZIONI COMUNICATE

2015: criocontenitori ovociti (ogni criocontenitore contiene 6/7 ovociti): 19 verso i seguenti Paesi Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: riguardo le esportazioni, invece, sono stati comunicati: 20 criocontenitori di ovociti.

2015: criocontenitori liquido seminale: 2638 verso i seguenti Paesi: Danimarca, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera;

2016: 3.627 criocontenitori di liquido seminale.

2015: criocontenitori embrioni (ogni criocontenitore contiene 1-2 embrioni): 22 dai seguenti Paesi Austria, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera.

2016: 190 criocontenitori di embrioni.

1 Danimarca, Grecia, Spagna, Svizzera, Rep. Ceca, Austria (ovociti e liquido seminale); embrioni (Austria, Grecia, Rep. Ceca, Spagna, Svizzera). (fonte ISS)

2 Nell’aprile 2014 con la sentenza 162 la Corte Costituzionale, dichiarando illegittimo l’art.4 comma 3 della Legge 40 del 2004, è stato rimosso il divieto di applicazione di tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita di tipo “eterologo”.

3 http://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_2617_allegato.pdf

FONTE | Downtownpress

L’orologio biologico colpisce anche la fertilità maschile

L’età è un fattore che influenza la fertilità maschile dopo i 50 anni. Lo ha reso noto recentemente la Società Americana di Medicina della Riproduzione (ASRM) ed è stato confermato da IVI, il più grande gruppo del mondo che si occupa di riproduzione assistita, grazie alla sua vasta esperienza.  

A partire dai 50 anni esiste un maggiore probabilità che il liquido seminale presenti difetti genetici. Gli uomini di età avanzata possono sviluppare malattie che influiscono negativamente sulle loro funzioni sessuali e riproduttive”, spiega il Professor Antonio Pellicer, Presidente del Gruppo IVI e del Centro IVI di Roma.

Lo specialista assicura che, mano a mano che gli uomini invecchiano, i loro testicoli tendono a diventare più piccoli e la morfologia degli spermatozoi (forma) e la motilità (movimento) tendono a diminuire.

Secondo il Professor Pellicer, il 30% delle cause di infertilità è collegato a fattori maschili. Il 90% di queste è collegata a difficoltà di produzione di spermatozoi, o problemi nella loro morfologia o mobilità.

E’ importante che gli uomini siano coscienti del fatto che l’infertilità riguarda anche loro e prendano le misure necessarie per proteggere la propria capacità riproduttiva e qualità dei loro spermatozoi” – aggiunge la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.  

Il seme ha un ciclo di formazione di 70 giorni, e quindi ci sono alcuni fattori da considerare all’inizio della ricerca di un bambino o di un trattamento di riproduzione assistita. I comportamenti raccomandati in questi casi sono:

  • Evitare il consumo di tabacco, alcol, marihuana e altre droghe o farmaci
  • Ridurre lo stress
  • Evitare l’esposizione prolungata a radiazioni elettromagnetiche, alte temperature e pesticidi
  • Evitare il sovrappeso o la cattiva alimentazione
  • Svolgere regolare attività fisica ed incoraggiare la buona alimentazione, ricca di acido folico, zinco e antiossidanti
  • Consumare vitamine E, A, C, e B12, presenti in frutta e verdura.

 


Tecniche di conservazione della fertilità

consulto medico

L’equipe medica multidisciplinare del Centro di Oncofertilità (andrologo, ginecologo, oncologo, endocrinologo, ematologo, psicologo) deve possedere le competenze che gli permettano di stimare il rischio di infertilità per ciascun trattamento e valutare quando tale rischio risulti sufficientemente elevato da dover ricorrere alla conservazione dei gameti prima dell’inizio delle terapie.

Il maggiore problema biologico della crioconservazione cellulare è rappresentato dal possibile danno sui meccanismi di controllo delle attività molecolari. Infatti, tutti i processi vitali si svolgono grazie a modificazioni biochimiche che avvengono grazie a movimenti molecolari in ambiente acquoso. Se l’acqua intra ed extra cellulare viene trasformata in ghiaccio per bloccare gli spostamenti molecolari, e se il sistema biologico può essere successivamente riportato a temperatura ambiente senza che si verifichino danni cellulari, è possibile creare uno stato di “animazione sospesa”, che consente la conservazione delle cellule per periodi di tempo variabili. Perché ciò avvenga è necessario seguire specifiche procedure. Infatti, le cellule vitali esposte a basse temperature subiscono danni irreversibili che ne provocano la morte. Per ovviare a tali danni si ricorre in criobiologia a metodologie (uso di sostanze crioprotettive e idonei tempi e procedure di congelamento e scongelamento) che proteggano il materiale biologico dallo shock termico.

La conservazione della fertilità maschile

La crioconservazione del seme o del tessuto testicolare rappresenta una tecnica che permette di conservare i gameti maschili per un tempo indefinito a -196°C e rappresenta uno strumento per i pazienti che si sottopongono a trattamenti medici o chirurgici potenzialmente in grado di indurre sterilità e per i pazienti affetti da azoospermia secretoria o escretoria che possono accedere alle tecniche di fecondazione assistita.

Per quanto riguarda l’uomo è possibile crioconservare le seguenti matrici biologiche:

  • liquido seminale;
  • spermatozoi prelevati mediante aspirazione testicolare o epididimaria;
  • frammenti di parenchima testicolare.

Il paziente che crioconserva il proprio seme deve essere sottoposto ad uno screening infettivologico al fine di evitare la potenziale dispersione di microorganismi nel contenitore di crioconservazione ed il potenziale inquinamento degli altri campioni seminali in esso contenuti. La crioconservazione del liquido seminale, come per tutte le cellule e tessuti di origine umana ad uso clinico, può effettuarsi solamente in presenza di indicazioni mediche.

I pazienti oncologici in età fertile trovano nella crioconservazione del seme, non solo la speranza di una fertilità futura, ma anche un sostegno psicologico per affrontare le varie fasi dei protocolli terapeutici. I progressi nella terapia anti-neoplastica e le sempre più sofisticate tecniche di fecondazione assistita hanno aperto nuove possibilità riproduttive per il maschio infertile e, quindi, la crioconservazione del seme si impone anche nei casi di liquidi seminali gravemente alterati che non avrebbero avuto nessuna possibilità di fecondare in epoca pre-ICSI (iniezione intracitoplasmatica di spermatozoi).

La conservazione della fertilità femminile

Le principali tecniche di preservazione della fertilità attualmente esistenti in Italia per le giovani pazienti che devono sottoporsi a trattamenti antitumorali sono rappresentate da:

· Criopreservazione degli ovociti

La tecnica è indicata in pazienti che hanno la possibilità di rinviare il trattamento chemioterapico di 2 settimane e che hanno una riserva ovarica adeguata per il recupero di un numero sufficiente di ovociti. La durata può arrivare a 15 giorni, durante tale periodo la paziente deve sottoporsi a ecografie trans-vaginali e dosaggi seriati di 17-beta estradiolo per stabilire il momento opportuno per indurre l’ovulazione e programmare il prelievo eco-guidato degli ovociti.

Nei protocolli standard l’induzione della crescita follicolare multipla inizia nei primi giorni della fase follicolare ed è quindi necessario attendere la comparsa del ciclo mestruale, cosa che in alcuni casi può ulteriormente ritardare l’inizio della chemioterapia. Per le pazienti oncologiche, sono stati quindi proposti dei protocolli che prevedono l’inizio della stimolazione in qualsiasi giorno del ciclo mestruale in cui si trovi la paziente al momento della decisione di intraprendere una preservazione della fertilità con congelamento ovocitario. Per donne con tumori ormonoresponsivi come per le pazienti affette da carcinoma della mammella e dell’endometrio sono stati sviluppati approcci alternativi di stimolazione ormonale che utilizzano tamoxifene/letrozolo, così da ridurre il rischio potenziale di esposizione ad elevate concentrazioni di estrogeni.

· Criopreservazione di tessuto ovarico

Si tratta di una tecnica ancora sperimentale che ha il vantaggio di non richiedere una stimolazione ormonale e offre prospettive per preservare sia la funzione riproduttiva sia quella ormonale. Può essere effettuata in qualsiasi momento del ciclo mestruale e permette quindi di evitare il ritardo nell’inizio del trattamento chemioterapico.
La corticale dell’ovaio contenente gli ovociti viene conservata in azoto liquido per poi poter essere reimpiantata nella donna dopo la fine dei trattamenti oncologici permettendole una ripresa sia della funzione ormonale che riproduttiva.

Il tessuto ovarico destinato alla crioconservazione viene prelevato nel corso di un intervento di laparoscopia, trasportato in mezzi di coltura in laboratorio e quindi tagliato in strisce di pochi millimetri di dimensioni, criopreservate e conservate in contenitori di azoto liquido a -196°C fino allo scongelamento e successivo reimpianto nella paziente alla completa remissione della malattia neoplastica.

· Soppressione gonadica con analogo LH-RH

La somministrazione di analoghi LH-RH durante la chemioterapia, riducendo la secrezione di FSH (ormone follicolo-stimolante), sopprime la funzione ovarica e potrebbe quindi ridurre l’effetto tossico della chemioterapia. Questa tecnica può essere eseguita contestualmente alla chemioterapia evitando rinvii sull’inizio della terapia oncologica sebbene comporti un temporaneo rialzo dei livelli ematici di estrogeni nella fase successiva alla prima somministrazione.

· Trasposizione ovarica

Questa tecnica consiste nello spostare chirurgicamente le ovaie lontano dal campo di irradiazione, durante il trattamento chirurgico della neoplasia. Le ovaie vengono in genere fissate nelle fosse paracoliche con sutura non riassorbibile e clip metalliche per consentire la loro identificazione da parte del radioterapista. Il tasso di successo della ovariopessi, valutato come preservazione della funzione mestruale, arriva al 70%. Il fallimento di questa tecnica dipende dall’età della paziente, dalla possibile dispersione di radiazioni al tessuto gonadico e dalla possibile alterazione della perfusione ovarica. Il riposizionamento delle ovaie al termine del trattamento non è sempre necessario.

· Terapia chirurgica conservativa

Nei tumori ginecologici è proponibile in casi in cui è possibile eseguire un’accurata e completa stadiazione soprattutto in pazienti in età riproduttiva desiderose di concepimento, molto motivate e disponibili a uno stretto follow-up in centri oncologici con esperienza e protocolli di follow-up adeguati.

Fonte | Ministero della Salute – Direzione generale della prevenzione sanitaria

Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità – Contributo per il piano nazionale per la fertilità

La proteina che permette l’incontro fra ovocita e spermatozoo

Juno

Il recettore delle cellule uovo dei mammiferi che permette allo spermatozoo di riconoscerle, agganciarle e fecondarle è stato identificato da un gruppo di biologi del Wellcome Trust Sanger Institute di Cambridge, in Gran Bretagna, che illustrano la ricerca in un articolo a prima firma Enrica Bianchi, pubblicato su “Science”.

Si tratta di un recettore per i folati finora noto con la sigla Folr4, che si trova nella membrana delle cellule uovo di molti mammiferi, esseri umani compresi. A causa della sua funzione, i ricercatori hanno proposto di ribattezzarla Juno, dalla dea Giunone (nel 2005, alcuni ricercatori giapponesi avevano isolato la proteina della membrana dello spermatozoo e l’avevano battezzata Izumo1, dal nome di un santuario dedicato alla divinità shintoista protettrice del matrimonio).

Nel corso degli esperimenti i ricercatori hanno mostrato che bloccando Juno con un anticorpo monoclonale, Izumo1 non riesce a fecondare l’ovocita e che i topi femmina ingegnerizzati geneticamente per non esprimere la proteina sono sterili.

La scoperta potrà aiutare lo sviluppo di nuovi contraccettivi e di nuove terapie per l’infertilità.

Le Scienze

Il telefonino mette a rischio la fertilità?

Da diversi anni si dibatte sui rischi per la salute derivanti dall’esposizione alle onde elettromagnetiche, in particolare a quelle emesse dai telefoni cellulari, sempre più alla portata di adulti e adolescenti soprattutto nei paesi occidentali. Uno dei temi di particolare interesse è legato all’influenza sulla qualità dello sperma e quindi alla compromissione della capacità riproduttiva.

Uno studio recentemente condotto da esperti dell’Università di Catania e pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Andrology analizza diverse ricerche realizzate su animali ed esseri umani per osservare gli effetti sulla capacità riproduttiva che possono essere determinati dall’esposizione alle radiazioni elettromagnetiche dei telefoni cellulari.
“La comunità scientifica continua a riflettere sulle conseguenze negative delle onde elettromagnetiche, soprattutto alla luce della sempre maggiore diffusione dell’utilizzo dei telefoni cellulari nelle popolazioni occidentali e alla contemporanea riduzione della fertilità – spiega Pirozzi Farina – Nella nostra penisola, dagli anni ’70 ad oggi, i maschi hanno visto diminuire il numero di spermatozoi: in un millilitro di sperma si è passati da 71 milioni a 60 milioni. E se trent’anni fa uno spermatozoo su due era mobile, ora lo è appena il 30%. Un problema fertilità dunque esiste, ma è importante fare chiarezza su quelli che possono essere considerati elementi e sostanze realmente pericolose per la salute generale e sessuale, così da non creare inutili allarmismi”.
I danni causati dalle radiazioni dei cellulari, attraverso ipertermia e stress ossidativo, vengono principalmente localizzati nelle cellule di Leydig, nei tubuli seminifere e negli spermatozoi. L’esposizione riduce in particolare la biosintesi del testosterone, compromette la spermatogenesi e danneggia il DNA dello sperma.“La prima raccomandazione da fare è di evitare di tenere il cellulare nella tasca dei pantaloni – aggiunge Pirozzi Farina – Lo stesso accorgimento deve essere preso con altri apparecchi, quando ad esempio si utilizza il computer portatile poggiandolo sulle gambe. Altrettanto importante è contenerne l’utilizzo. Alcuni studi, infatti, evidenziano come il grado di danneggiamento dello sperma sia direttamente collegato al tempo di esposizione alle radiazioni elettromagnetiche. Entrambe queste cattive abitudini possono determinare ipertermia e stress ossidativo”.
Le conseguenze sono riscontrabili sia nella mobilità che nella morfologia degli spermatozoi. L’incremento dello stress ossidativo, inoltre, danneggia la membrana lipidica e il DNA degli spermatozoi. “Si tratta di alterazioni che sembrano essere direttamente connesse all’utilizzo prolungato del telefono cellulare. Ad oggi, però, non esistono studi così approfonditi da decretare l’interferenza negativa sulla funzione riproduttiva. Esistono, invece, evidenze su altri fattori di rischio per la riproduzione, quali ad esempio l’inquinamento ambientale. Piombo, ossido di carbonio e polveri sottili si accumulano nei testicoli con effetti sul liquido seminale. Lo provano studi condotti su chi è molto esposto, come i vigili urbani o i casellanti” – conclude Pirozzi Farina. Diversi studi, inoltre, mostrano come negli uomini che vivono nei grandi centri urbani, in aree inquinate da rifiuti industriali o zone agricole dove si fa uso di pesticidi, gli spermatozoi sono meno mobili del 20% rispetto a quelli di chi abita nelle piccole città.
Per favorire una maggiore informazione in campo andrologico e diffondere una cultura preventiva, la Società Italiana di Andrologia, da sempre impegnata sul fronte della divulgazione e della prevenzione, oltre alla Settimana della Prevenzione Andrologica, iniziativa giunta nel 2011 all’11° edizione, distribuisce gratuitamente in tutte le farmacie italiane a partire da novembre il magazine “Io Uomo”, la prima testata dedicata all’informazione, educazione e prevenzione andrologica. Nella rivista, grazie alla collaborazione con i più importanti specialisti andrologi italiani, il lettore potrà trovare informazioni utili e sempre attuali sui più importanti temi relativi alla sfera sessuale e riproduttiva in tutte le età della vita, dal bambino all’anziano, quali disturbi dell’eiaculazione e dell’orgasmo, problemi di erezione, malattie sessualmente trasmissibili ed infezioni sessuali, infertilità.

Sterilità, a rischio chi va in bicicletta più di 5 ore alla settimana

 

La rivista americana “Fertility and Sterility” ha pubblicato uno studio condotto da ricercatori della Boston University, nella quale si afferma che andare in bici più di 5 ore a settimana può causare problemi di fertilità.

Il campione preso in considerazione è stato di 2261 uomini, che tra il 1993 e il 2003 avevano richiesto ad una clinica specializzata, di poter effettuare la fecondazione assistita.

Nel momento della richiesta è stato fatto compilare ad ognuno di essi un questionario, nel quale erano presenti specifiche domande riguardanti le attività sportive praticate. Dall’analisi delle risposte è venuto fuori che i sedentari avevano il 25% di probabilità di avere una bassa conta di spermatozoi, mentre i ciclisti, anche non professionisti, che andavano in bici per almeno 5 ore a settimana avevano una probabilità maggiore, di circa il 31%.

Inoltre, il rischio di bassa motilità degli spermatozoi era di circa il 40% nei ciclisti, mentre per i sedentari la percentuale si abbassava di molto, attestandosi al 27%.

Le altre attività sportive presenti nel questionario sembrano non avere dirette conseguenze sulle cause di sterilità. Gli studiosi si sono mostrati molto cauti nel riportare il risultato della loro ricerca, osservando: “E’ comunque ancora presto per trarre conclusioni, soprattutto perché il gruppo studiato era fatto di uomini che si erano rivolti a una clinica per la fertilità, e quindi con una maggiore probabilità di avere problemi. Per avere conferme bisognerà ripetere la ricerca su un campione più ampio“.



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