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Le disfunzioni delle ghiandole surrenali: cosa succede quando lavorano troppo o troppo poco?

Le ghiandole surrenaliche sono due piccoli organi situati ognuno sull’estremità superiore di ciascun rene che producono adrenalina, catecolamine e steroidi, tra i quali il più importante è il cortisolo. Queste ghiandole sono indispensabili per la vita, poiché regolano funzioni molto importanti del nostro organismo come la pressione sanguigna, la glicemia e la risposta allo stress. Questo ultimo aspetto è particolarmente importante poiché i surreni reagiscono all’esposizione ad un evento stressante con l’immediato rilascio di ormoni che preparano l’organismo a far fronte agli stimoli nocivi: la cosiddetta risposta “combatti o fuggi”.

Alle ghiandole surrenaliche è stata dedicata la prima tappa dell’AACE-AME First Update in Endocrinology, Corso Internazionale di Endocrinologia che si è svolto dall’8 al 10 aprile scorso a Torino e Cuneo presso l’Ospedale Santa Croce e Carle, organizzato dall’Associazione Medici Endocrinologi in collaborazione con la sezione italiana dell’AACE, American Association of Clinical Endocrinologists.

Il convegno ha visto il coordinamento scientifico di Giorgio Borretta, direttore della struttura complessa di Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo dell’Azienda S. Croce e Carle di Cuneo, Enrico Papini, direttore della struttura complessa di Endocrinologia e malattie del metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale, e Massimo Terzolo, Direttore della S.C.D.U. Medicina Interna 1, A.O.U. San Luigi Gonzaga, Orbassano.

Il convegno, nelle tappe successive, si occuperà delle altre ghiandole endocrine – paratiroidi e tiroide – ed si rivolge a giovani specialisti endocrinologi provenienti da diverse nazioni europee ed extraeuropee, tenuto da esperti italiani e stranieri di fama internazionale” – ha spiegato Edoardo Guastamacchia, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Diverse malattie possono colpire le ghiandole surrenaliche con frequenze molto diverse. Per esempio, in circa il 5-7% di coloro che vengono sottoposti a esami quali TAC o risonanza magnetica all’addome si riscontrano in modo inaspettato tumori surrenalici per lo più benigni; solo in 2 casi per milione questi tumori sono maligni oltre che molto aggressivi. Sono malattie molto più rare l’ipercortisolismo o Sindrome di Cushing dove si ha un eccesso di produzione di cortisolo o quando la produzione di questo ormone è ridotta o assente si ha l’iposurrenalismo o Malattia di Addison. Queste malattie, seppur rare, possono essere potenzialmente mortali se non trattate adeguatamente.

Per quanto riguarda la Sindrome di Cushing, è una malattia che colpisce fino a 2-3 persone per milione di abitanti per anno, con un picco fra i 20 e i 50 anni e prevalenza del sesso femminile. L’eccesso di cortisolo determina uno spiccato cambiamento dell’aspetto fisico: il volto appare tondo e arrossato, si riduce la massa muscolare a livello degli arti e si accumula grasso a livello addominale. Ancora più rilevante è che favorisce l’insorgenza di diabete e ipertensione arteriosa, aumentando il rischio di eventi cerebro o cardiovascolari. Non da meno è l’associazione con l’osteoporosi e il rischio di cedimenti vertebrali, spesso molto invalidanti. Se la malattia non viene adeguatamente diagnosticata e trattata, tutti questi fattori concorrono ad un aumento della mortalità” – ha spiegato Giuseppe Reimondo, Ambulatorio Surrene, SS Endocrinologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

La diagnosi della Sindrome di Cushing è complessa, occorre infatti esperienza e formazione per riconoscere segni e sintomi associati; spesso infatti questi sono sovrapponibili a semplici quadri di obesità, diabete e ipertensione che sono malattie molto frequenti nella popolazione. Per la diagnosi sono necessarie una serie di indagini ormonali su urine, sangue e più recentemente su saliva e capelli associati ad esami strumentali come TAC e Risonanza Magnetica. Queste sono indagini sofisticate e di non facile interpretazione che richiedono di far riferimento a centri di eccellenza. Poiché nella maggior parte dei casi l’eccesso di cortisolo è dovuto alla presenza di un tumore benigno dei surreni o dell’ipofisi, la terapia di scelta è l’intervento chirurgico che è efficace fino al 70% dei casi. In tutte le altre situazioni, recenti studi e acquisizioni hanno permesso di rendere disponibili in Italia alcuni farmaci che possono controllare la malattia, riducendo la produzione ormonale e migliorando tutte le complicanze associate” – ha commentato Massimo Terzolo, Direttore SCDU Medicina Interna, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

Non molto diversa è la difficoltà di diagnosi e gestione dei pazienti con ridotta o assente produzione di cortisolo, la cosiddetta Malattia di Addison. La prevalenza è stimata intorno ai 100-150 casi per milione e colpisce in egual misura uomini e donne tra i 30 e i 50 anni. Nella maggior parte dei casi è determinata da un’attività autoimmunitaria che distrugge la capacità funzionale dei surreni. I sintomi più tipici sono inappetenza con perdita di peso, ridotti livelli di pressione arteriosa e di glicemia con associata nausea e vomito, fino ad arrivare nei casi più gravi alla sincope o ad uno stato confusionale e di grave malessere. Anche bassi livelli di sodio nel sangue possono essere un indicatore di sospetto” – ha continuato Giuseppe Reimondo, Ambulatorio Surrene, SS Endocrinologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

Bassi o quasi assenti livelli di cortisolo non sono compatibili con la vita, per cui una pronta diagnosi e un’immediata terapia sono indispensabili per salvare il paziente. Purtroppo fino al 20% dei pazienti viene diagnosticato con più di 5 anni di ritardo dalla comparsa dei primi sintomi e l’evento acuto di perdita di coscienza, con necessità di ricovero in Pronto Soccorso, è spesso il momento in cui viene fatta la diagnosi. Fortunatamente è disponibile la terapia ormonale che permette di sostituire quanto non viene prodotto dai surreni: si devono assumere da 2 a 3 compresse, distribuite con dosaggi diversi nell’arco della giornata, per mimare il ritmo fisiologico di produzione del cortisolo. La terapia è molto efficace, ma comporta un impegno non irrilevante da parte del paziente nel ricordarsi dosaggio e orari di assunzione nella quotidianità; ne consegue una dimostrata riduzione della qualità di vita. Va oltretutto considerato che si tratta di una malattia cronica non curabile e che richiede il trattamento per tutta la vita. Da alcuni anni è però disponibile un farmaco che ha la stessa efficacia, ma che presenta un rilascio più prolungato e modulato, tanto da permettere un’unica somministrazione al mattino, particolarmente apprezzata soprattutto dai più giovani e dai pazienti in piena attività lavorativa o di studio, con un rilevante impatto nella gestione della quotidianità e delle relazioni” – ha continuato Massimo Terzolo, Direttore SCDU Medicina Interna, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

Proprio perché il cortisolo è l’ormone che permette all’organismo di reagire alle situazioni di stress fisico ed emotivo, condizioni come febbre elevata o anche piccoli interventi chirurgici, possono far precipitare la situazione, per cui l’aspetto fondamentale del rapporto medico-paziente è l’educazione ad aumentare il dosaggio in queste situazioni, anche con prodotti sotto forma iniettiva; questa è un’informazione fondamentale per salvare molte vite che viene estesa anche ai familiari. Molto utile è dotare il paziente di una SOS CARD da portare sempre con sé per indicare in qualsiasi circostanza acuta la necessità di terapia aggiuntiva, prima di qualsiasi altro intervento” – ha concluso Massimo Terzolo, Direttore SCDU Medicina Interna, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

 


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Stress in gravidanza ed effetti sul feto

Markers biologici di stress e di infiammazione nelle mamme durante il terzo trimestre di gravidanza sono associati ad outcomes alterati nel neonato: a rivelarlo uno studio italiano e britannico pubblicato su Psychoneuroendocrinology, che ha indagato le conseguenze sul feto dello stress e dell’umore materno in gravidanza.

Lo studio EDI (Effetti della Depressione sull’Infante), nato in collaborazione tra l’IRCCS Medea e il Research Department of Clinical Educational and Health Psychology dello University College di Londra, valuta gli effetti dello stress e dell’umore materno in gravidanza sullo sviluppo del bambino in un campione di 110 mamme e bambini sani reclutati negli ospedali Valduce di Como, Mandic di Merate, Fatebenefratelli di Erba e nel consultorio La Famiglia di Como e seguiti dalla gravidanza fino ai 3 anni di vita.

Negli ultimi anni un numero crescente di studi ha messo in luce un’associazione tra sintomi di stress, ansia e depressione in gravidanza e alterazioni a livello fisiologico e comportamentale nella prole sin dalla prima infanzia e più a lungo termine. Tuttavia i meccanismi attraverso i quali lo stress materno viene “comunicato” al feto, influenzandone lo sviluppo, sono ancora da chiarire.

Il cortisolo, il più noto ormone dello stress, è stato finora il mediatore più studiato delle influenze dello stress materno sul feto; tuttavia vi è ragione di credere che altri meccanismi legati alla risposta allo stress e alla risposta infiammatoria possano essere implicati. Il nostro studio ha valutato per la prima volta quanto avviene non solo a livello dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il cui principale marker è il cortisolo, ma anche nel sistema nervoso simpatico e nel sistema di risposta infiammatoria che si ritiene possano essere alterati in donne che sperimentano sintomi di stress e depressione in gravidanza” – sottolinea il primo autore Sarah Nazzari, ricercatrice nell’ambito della Psicopatologia dello Sviluppo del Polo di Bosisio Parini dell’IRCCS Medea.

Alle mamme, durante il 3° trimestre di gestazione, è stato chiesto di compilare due questionari per valutare la presenza di sintomi depressivi e ansiosi (Edinburgh Postnatal Depression Scale e State/Trait Anxiety Inventory) e di effettuare dei prelievi di sangue e di saliva al fine di misurare i livelli di alcuni markers infiammatori, come l’Interleuchina-6 e la proteina C reattiva, e di alcuni markers dei sistemi biologici di risposta allo stress, come il cortisolo e l’alfa amilasi salivari. I bambini sono stati valutati tra le 48 e 72 ore dopo la nascita misurando la loro risposta comportamentale e fisiologica al test di screening, un piccolo prelievo di sangue dal tallone che viene effettuato di routine in ospedale dopo la nascita.

I risultati dello studio

Lo studio ha evidenziato che alti livelli di cortisolo materno in gravidanza predicono un’alterata risposta allo stress nel neonato, ovvero una marcata reattività comportamentale e una ridotta reattività fisiologica al test di screening effettuato a poche ore dalla nascita.

Inoltre, l’esposizione prenatale a livelli più elevati di Interleuchina-6 materna, uno specifico marker infiammatorio, è risultata associata ad una minore circonferenza cranica nel neonato mentre i livelli di alfa amilasi sono risultati correlati al peso alla nascita.

La natura osservativa di questi dati non consente inferenze causali, tuttavia i risultati dello studio suggeriscono che alterazioni nei livelli fisiologici di stress durante la gravidanza possano influenzare la crescita e lo sviluppo del feto con potenziali rischi a lungo termine.

I prossimi step

Valutare i neonati a poche ore dalla nascita fornisce un’opportunità unica per noi ricercatori di studiare gli effetti dell’ambiente prenatale sullo sviluppo fetale indipendentemente dall’influenza dell’ambiente postnatale in cui il neonato nasce e cresce. Quello che vogliamo valutare ora è se le alterazioni riscontrate alla nascita si mantengano nel corso dei primi anni di vita e come l’ambiente nel quale il bambino si trova a crescere e, in particolare, la qualità della relazione che si instaura con la mamma, possa moderare l’impatto dei fattori di rischio prenatali. Il fine ultimo sarà quello di mettere a punto strategie di prevenzione e intervento tempestivi che aiutino mamme e bambini ad iniziare al meglio la loro vita insieme” – evidenzia la responsabile dello Studio EDI Alessandra Frigerio.


Abbuffate serali, come prevenirle

Perdere peso in eccesso, adottare un regime alimentare più sano e soprattutto evitare le “abbuffate”, ossia i pasti troppo abbondanti sono obiettivi non facili da raggiungere per chi ha difficoltà a controllare il proprio rapporto con il cibo.

La corretta distribuzione dei pasti durante l’arco della giornata è una delle chiavi per adottare un regime alimentare più sano. Uno dei momenti maggiormente a rischio per chi tende a esagerare con l’introito di calorie è la sera. Uno studio americano evidenzia che oltre alle motivazioni psicologiche, come stress e stanchezza, nelle ore serali si verificano processi ormonali che inducono a un desiderio eccessivo di cibo.

Lo studio, condotto da ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora, MD, e dalla Mount Sinai Icahn School of Medicine di New York City, New York, è stato recentemente pubblicato sull’International Journal of Obesity.

I nostri risultati suggeriscono che la sera è un momento ad alto rischio di eccesso di cibo, soprattutto se sei stressato e già incline a mangiare troppo. La buona notizia è che con questa informazione, le persone potrebbero prendere provvedimenti per ridurre il rischio di eccesso di cibo mangiando in precedenza, o trovando modi alternativi per affrontare lo stress” – spiega Susan Carnell,  professore associato di psichiatria e scienze comportamentali presso la Johns Hopkins University e primo autore dello studio.

S. Carnell, C. Grillot, T. Ungredda, S. Ellis, N. Mehta, J. Holst & A. Geliebter – Morning and afternoon appetite and gut hormone responses to meal and stress challenges in obese individuals with and without binge eating disorder – International Journal of Obesity – doi:10.1038/ijo.2017.307

FONTE | https://medicoepaziente.it

Herpes labiale, prevenzione, cause e cure

E’ presente in 8 persone su 10 e per molti si trasforma, con il tempo, in una vera e propria “maledizione”.

Parliamo dell’herpes labiale, quella piccola e subdola pustola che compare sulle nostre labbra, spesso a disturbare la nostra vita quotidiana. A quanti sarà capitato di averlo come “ospite indesiderato”, proprio alla vigilia di un appuntamento importante, quando volevamo essere assolutamente perfetti ed impeccabili nel nostro aspetto?

Può essere utile, a questo punto, conoscere il nostro nemico, tanto popolare e diffuso da avere vari nomi per identificarlo, da “herpes labialis” a “febbre delle labbra”, passando per “febbre sorda” o “febbre nascosta”.

Come si viene contagiati e le cause più frequenti della sua comparsa

Si viene contagiati dall’herpes principalmente per contatto e per via orale, anche se esistono persone, geneticamente predisposte all’attacco del virus, che hanno ricevuto il virus dalla madre, al momento della nascita o durante la gravidanza, e persone che invece resistono bene e potremmo definire “immuni”, poiché anche a contatto, difficilmente vengono aggredite dal virus.

Anche se le cause che portano alla sua comparsa e, soprattutto, alla comparsa delle recidive, non sono ancora del tutto chiare, sicuramente si viene contagiati per contatto diretto e si è più sensibili nei casi di indebolimento delle proprie difese immunitarie, quando si sottopone il proprio organismo all’esposizione aggressiva degli agenti esterni e quando si vive particolari condizioni di stress.

Ecco la lista dei responsabili principali:

  • condizioni particolari di stress nervoso ed affaticamento dell’organismo;
  • infezioni febbrili;
  • esposizione prolungata ai raggi solari, al vento, alla salsedine;momenti di variazioni ormonali, ad esempio, durante il periodo di ciclo mestruale;
  • freddo improvviso, cambio di stagione, in cui l’organismo è più debole ed il metabolismo risulta più rallentato.

Come si manifesta e quali sono le cure più efficaci?

Il primo campanello d’allarme è la sensazione di bruciore e di prurito insistente che avvertiamo sulle labbra e che ci porta a toccarle e sfregarle insistentemente. Qualche ora dopo compaiono le classiche bollicine a grappolo, contenenti pus ed acqua, assai dolorose e fastidiose, soprattutto perché impediscono i normali movimenti delle nostre labbra e rendono dolorose le normali azioni quotidiane, come mangiare, bere e parlare.

Dopo qualche giorno, le bolle si sostituiscono con lesioni e crosticine, che cicatrizzano in circa 8-10 giorni. Purtroppo non esistono cure definitive, per impedire la sua ricomparsa, ma possiamo tenerlo sotto controllo il più possibile, limitando le situazioni che possono favorirne la presenza e rendendo più rapidi i tempi di guarigione.

Innanzitutto bisogna limitare le situazioni di stress e mantenere sempre alti i livelli di difesa del nostro organismo, aumentando l’apporto di vitamine, sali minerali e principi nutritivi funzionali al nostro sistema immunitario. Quando ci esponiamo al sole, proteggiamo sempre le nostre labbra, evitando i casi in cui si disidratano eccessivamente. Nel caso in cui l’infezione si manifesta, limitiamo i contatti fisici, baci, uso comune di piatti, stoviglie ed asciugamani, per proteggere dal contagio chi ci è vicino.

Inoltre manteniamo al meglio le nostre condizioni di igiene e cura personale, utilizzando detergenti viso specifici, prodotti cicatrizzanti e creme disinfettanti. Le più comuni, sono quelle a base di aciclovir, che però, per fare effetto immediato e ridurre l’infezione, devono essere applicate ai primi segnali di bruciore, così da evitare la comparsa delle fastidiose pustole.

Inoltre, è fondamentale evitare di grattarsi e toccarsi, per scongiurare l’estensione dell’infezione anche nelle altre aree del viso (occhi, naso, orecchie, mucose).

Ipertensione endocrina nuova candidata allo screening?

La Endocrine Society ha rilasciato una nuova dichiarazione scientifica2 sullo screening dell’ipertensione endocrina. Tale dichiarazione fornisce alcune linee guida sullo screening di 15 disordini ormonali che si presentano con l’ipertensione e possono essere potenzialmente curati mediante la chirurgia o trattati farmacologicamente.

In assenza di test di laboratorio appropriati, alcuni comuni disordini endocrini sono quasi indistinguibili da un qualunque caso di ipertensione, come affermato da William Young della Mayo Clinic di Rochester1, e lo screening delle cause di base dell’ipertensione potrebbe salvare delle vite. Circa il 15% dei soggetti con ipertensione di fatto presentano un’ipertensione secondaria, spesso causata da un problema nel sistema endocrino o renale, e questa percentuale sale a più del 50% dei bambini e del 30% dei giovani sotto i 40 anni che manifestano ipertensione.

Nello specifico, il nuovo documento fornisce informazioni sull’aldosteronismo primario, che è causato da una sovrapproduzione di aldosterone da parte delle ghiandole surrenali e determina un eccessivo riassorbimento del sodio nel rene, con conseguente pressione elevata. L’aldosteronismo primario dovrebbe essere preso in considerazione nella maggior parte dei pazienti che si presentano con ipertensione, dato che se non trattata questa patologia potrebbe aumentare il rischio di eventi cardiovascolari, fra cui morte ed ictus, ma se diagnosticata può essere trattata facilmente e spesso curata.

Il rilevamento precoce inverte anche l’elevato rischio di eventi cardiovascolari ed insufficienza renale in questa popolazione. Il documento revisiona anche altre cause di ipertensione endocrina, fra cui tumori che secernono ormoni dello stress, disordini tiroidei, apnea ostruttiva nel sonno, acromegalia, disturbi del sistema vascolare distale, sindrome di Cushing e disturbi delle ghiandole paratiroidee.

Nel complesso, viene raccomandato un approccio allo screening che tenga conto del contesto clinico. Ad esempio, rilevare eventuali cause ormonali dell’ipertensione potrebbe avere una priorità secondaria nei pazienti con molteplici e gravi comorbidità, mentre lo screening potrebbe fare la differenza nei pazienti più giovani, nei quali potrebbe migliorare e prolungare la vita.

 

1. The Management of Primary Aldosteronism: Case Detection, Diagnosis, and Treatment: An Endocrine Society Clinical Practice Guideline  – John W. Funder, Robert M. Carey, Franco Mantero, M. Hassan Murad, Martin Reincke, Hirotaka Shibata, Michael Stowasser, William F. Young, Jr – J Clin Endocrinol Metab (2016) 101 (5): 1889-1916. DOI: https://doi.org/10.1210/jc.2015-4061 – Published: 01 May 2016

2.Screening for Endocrine Hypertension: An Endocrine Society Scientific Statement – William F. Young, Jr.; David A. Calhoun; Jacques W.M. Lenders; Michael Stowasser; Stephen C. Textor; Endocr Rev (2017) 38 (2): 103-122. DOI: https://doi.org/10.1210/er.2017-00054 – Published: 05 April 2017

Meditazione, respirazione e stress

E’ un piccolo gruppo di neuroni nel tronco cerebrale a regolare i rapporti fra la respirazione e le attività cerebrali superiori connesse a uno stato di calma oppure di agitazione.

La scoperta è di un gruppo di ricercatori della Stanford University, che firmano un articolo pubblicato su “Science”.

In prospettiva, il risultato può avere ricadute in campo clinico con lo sviluppo di nuove terapie contro gli attacchi di panico e altri disturbi legati a stati di stress.

Anche se la respirazione è generalmente considerata un comportamento controllato soprattutto dal sistema nervoso autonomo, l’esistenza di strette connessioni con le aree cerebrali che presiedono alle funzioni cerebrali superiori è ben nota e ampiamente testimoniata, per esempio, dagli studi sugli effetti della meditazione, che ha uno dei suoi cardini proprio nel controllo della respirazione.

Tuttavia finora non era chiaro quali fossero i centri e i meccanismi neuronali che presiedono ai rapporti fra respiro e cervello.

In uno studio sperimentale sui topi, Kevin Yackle e colleghi hanno ora identificato il regista di questi rapporti in un piccolo gruppo di neuroni situato nel tronco cerebrale.

Si tratta in particolare di circa 175 neuroni del cosiddetto complesso di pre-Bötzinger, un articolato gruppo di 3000 neuroni circa la cui attività ritmica avvia i movimenti respiratori. I neuroni di questa sottopopolazione inviano delle proiezioni direttamente a un’area del cervello, il locus coeruleus, che ha un  ruolo chiave nello stato di vigilanza in generale, nella focalizzazione dell’attenzione, e nelle risposte allo stress.

Dopo aver eliminato in alcuni topi i neuroni identificati, i ricercatori hanno constatato che la loro respirazione era rimasta perfettamente normale, ma che gli animali rimanevano insolitamente tranquilli anche se erano sottoposti a stimoli che normalmente inducono una risposta di stress.

Dato che questi neuroni possono essere identificati grazie alla presenza di specifici marcatori molecolari, i ricercatori sperano che sia possibile sviluppare in tempi relativamente brevi farmaci in grado di agire selettivamente su di essi.


Stress da lavoro? Come eliminalo …

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L’antidoto contro una brutta giornata al lavoro e non portare a casa lo stress dell’ufficio può essere una bella nuotata o una camminata cercando di superare i 10mila passi al giorno. A rivelarlo è una ricerca della University of Central Florida, pubblicata su Journal of Applied Psychology.

Gli studiosi hanno preso in esame 118 studenti di MBA, i Master in Business Administration, che avevano già un impiego a tempo pieno, sottoponendoli a un sondaggio e facendo indossare loro per una settimana degli strumenti per monitorarne l’attività giornaliera. Sono stati infine sottoposti dei questionari anche alle persone con cui i partecipanti allo studio convivevano.

Dai risultati è emerso che i lavoratori che facevano oltre 10mila passi al giorno (per la precisione più di 10.900) avevano meno probabilità di discutere, litigare, di quelli che invece non superavano la soglia dei 7.000 passi. Secondo gli studiosi 587 calorie extra bruciate (pari a 90 minuti di camminata a ritmo molto sostenuto o un’ora di nuoto) possono ‘neutralizzare’ gli effetti negativi dei problemi di lavoro (mortificazioni, sfruttamento, maltrattamenti,  etc) aiutando anche non ‘portarli a casa’.

I risultati sono particolarmente interessanti anche in relazione alle raccomandazioni date dai Center for Disease Control and Prevention e dall’American Heart Association di fare tra gli 8mila e i 10mila passi al giorno penso anche che lo studio ci dia una nuova prospettiva sull’importanza di dormire abbastanza e fare esercizio fisico. Non è solo un bene per noi, è un bene anche per il partner” – ha evidenziato Shannon Taylor, autrice della ricerca.

BIBLIOGRAFIA

A Self-Regulatory Perspective of Work-to-Home Undermining Spillover/Crossover: Examining the Roles of Sleep and Exercise. Barber, Larissa K.; Taylor, Shannon G.; Burton, James P.; Bailey, Sarah F. Journal of Applied Psychology, Feb 02 , 2017. http://dx.doi.org/10.1037/apl0000196


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