Posts Tagged 'stress'

Relazione tra stress e fertilità

Le vacanze sono finite da poco e sembrano già così lontane. I ritmi sono tornati a essere frenetici e la parola ‘stress’ imperversa di nuovo nelle nostre vite. Questo modus vivendi che ormai contraddistingue lo stile di vita quotidiano della maggior parte delle persone, non solo nuoce alla salute, ma può ridurre le possibilità di una gravidanza. Lo stress, infatti, può influenzare i meccanismi endocrini e di conseguenza alterare l’ovulazione nella donna e peggiorare la spermatogenesi nell’uomo.

Negli ultimi anni, un importante studio pubblicato su Human Reproduction ha confermato questa tesi. La ricerca è stata condotta dall’Ohio State University in Michigan e Texas su 501 coppie che volevano avere un figlio e che sono state monitorate per un anno. Durante il periodo di osservazione, sono stati misurati i livelli di cortisolo e dell’enzima alfa-amilasi (entrambi marker dello stress) nella saliva delle coppie e sono stati considerati il consumo di alcol, caffeina e sigarette. Al termine dello studio, l’87% delle donne è rimasto incinta ed è stato osservato che le donne che presentavano i livelli più alti dell’enzima alfa-amilasi riportavano una riduzione della fertilità di quasi il 30%, ossia presentavano un rischio doppio di infertilità rispetto alle donne “meno stressate“.

La relazione tra stress e gravidanza è di reciprocità: se infatti lo stress può essere causa di infertilità, l’impossibilità di concepire può essere fonte di stress con un impatto dirompente sull’equilibrio della coppia.

Quando si prende in carico una coppia infertile è importante non concentrarsi solo sugli aspetti medici, ma tenere conto dei risvolti psicologici. Nelle cliniche IVI lo psicologo è uno specialista fondamentale nel percorso terapeutico, che può cambiare l’approccio delle coppie al problema dell’infertilità e fornire gli strumenti necessari per affrontare il percorso della fecondazione assistita nel miglior modo possibile” – dichiara Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

 

 


Sonno e estate: come rimettersi in sesto dopo le fatiche invernali

Sonno e estate: un connubio che se ben gestito riesce a contrastare lo stress e la fatica accumulati durante l’anno con un importante beneficio per il nostro cervello e la nostra salute. È il messaggio che la Società Italiana di Neurologia vuole trasmettere in occasione delle vacanze d’agosto che riguardano la maggior parte -degli italiani.

Il nostro sonno è influenzato dalle ore di luce che in estate aumentano riducendo le ore di riposo soprattutto nelle ore serali. Inoltre, in vacanza si arriva stanchi, generalmente si dorme di più al mattino, si schiaccia un pisolino pomeridiano e poi la notte si va a dormire più tardi.

L’estate rappresenta il momento in cui le persone possono recuperare energia fisica e mentale attraverso un sonno di buona qualità che si ottiene applicando alcune semplici regole: la sera è importante non andare a dormire oltre la mezzanotte e al mattino non dormire a oltranza ma svegliarsi al massimo entro le ore 10. È consigliabile praticare l’attività fisica a inizio giornata per poi riposarsi con un pisolino al pomeriggio per massimo un’ora” – afferma Giuseppe Plazzi, Presidente AIMS, Associazione Italiana Medicina del Sonno aderente alla SIN.

Per un buon sonno notturno, inoltre, la SIN suggerisce di evitare di cenare tardi e bere alcolici in eccesso; andare a letto con lo stomaco pieno può, infatti, provocare una digestione più lunga e un sonno di pessima qualità.

Se invece è il caldo a causare un sonno disturbato, sarebbe opportuno spostarsi in una stanza più fresca, lontano da rumore e luce, e nel pasto serale privilegiare verdura, frutta e carboidrati che vengono digeriti più rapidamente. Infine, per le persone che in vacanza stanno sveglie a lungo la sera, è consigliabile tornare agli orari tradizionali prima di rientrare alla vita normale per prepararsi gradualmente a una situazione di privazione del sonno.


Le disfunzioni delle ghiandole surrenali: cosa succede quando lavorano troppo o troppo poco?

Le ghiandole surrenaliche sono due piccoli organi situati ognuno sull’estremità superiore di ciascun rene che producono adrenalina, catecolamine e steroidi, tra i quali il più importante è il cortisolo. Queste ghiandole sono indispensabili per la vita, poiché regolano funzioni molto importanti del nostro organismo come la pressione sanguigna, la glicemia e la risposta allo stress. Questo ultimo aspetto è particolarmente importante poiché i surreni reagiscono all’esposizione ad un evento stressante con l’immediato rilascio di ormoni che preparano l’organismo a far fronte agli stimoli nocivi: la cosiddetta risposta “combatti o fuggi”.

Alle ghiandole surrenaliche è stata dedicata la prima tappa dell’AACE-AME First Update in Endocrinology, Corso Internazionale di Endocrinologia che si è svolto dall’8 al 10 aprile scorso a Torino e Cuneo presso l’Ospedale Santa Croce e Carle, organizzato dall’Associazione Medici Endocrinologi in collaborazione con la sezione italiana dell’AACE, American Association of Clinical Endocrinologists.

Il convegno ha visto il coordinamento scientifico di Giorgio Borretta, direttore della struttura complessa di Endocrinologia, Diabetologia e Metabolismo dell’Azienda S. Croce e Carle di Cuneo, Enrico Papini, direttore della struttura complessa di Endocrinologia e malattie del metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale, e Massimo Terzolo, Direttore della S.C.D.U. Medicina Interna 1, A.O.U. San Luigi Gonzaga, Orbassano.

Il convegno, nelle tappe successive, si occuperà delle altre ghiandole endocrine – paratiroidi e tiroide – ed si rivolge a giovani specialisti endocrinologi provenienti da diverse nazioni europee ed extraeuropee, tenuto da esperti italiani e stranieri di fama internazionale” – ha spiegato Edoardo Guastamacchia, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

Diverse malattie possono colpire le ghiandole surrenaliche con frequenze molto diverse. Per esempio, in circa il 5-7% di coloro che vengono sottoposti a esami quali TAC o risonanza magnetica all’addome si riscontrano in modo inaspettato tumori surrenalici per lo più benigni; solo in 2 casi per milione questi tumori sono maligni oltre che molto aggressivi. Sono malattie molto più rare l’ipercortisolismo o Sindrome di Cushing dove si ha un eccesso di produzione di cortisolo o quando la produzione di questo ormone è ridotta o assente si ha l’iposurrenalismo o Malattia di Addison. Queste malattie, seppur rare, possono essere potenzialmente mortali se non trattate adeguatamente.

Per quanto riguarda la Sindrome di Cushing, è una malattia che colpisce fino a 2-3 persone per milione di abitanti per anno, con un picco fra i 20 e i 50 anni e prevalenza del sesso femminile. L’eccesso di cortisolo determina uno spiccato cambiamento dell’aspetto fisico: il volto appare tondo e arrossato, si riduce la massa muscolare a livello degli arti e si accumula grasso a livello addominale. Ancora più rilevante è che favorisce l’insorgenza di diabete e ipertensione arteriosa, aumentando il rischio di eventi cerebro o cardiovascolari. Non da meno è l’associazione con l’osteoporosi e il rischio di cedimenti vertebrali, spesso molto invalidanti. Se la malattia non viene adeguatamente diagnosticata e trattata, tutti questi fattori concorrono ad un aumento della mortalità” – ha spiegato Giuseppe Reimondo, Ambulatorio Surrene, SS Endocrinologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

La diagnosi della Sindrome di Cushing è complessa, occorre infatti esperienza e formazione per riconoscere segni e sintomi associati; spesso infatti questi sono sovrapponibili a semplici quadri di obesità, diabete e ipertensione che sono malattie molto frequenti nella popolazione. Per la diagnosi sono necessarie una serie di indagini ormonali su urine, sangue e più recentemente su saliva e capelli associati ad esami strumentali come TAC e Risonanza Magnetica. Queste sono indagini sofisticate e di non facile interpretazione che richiedono di far riferimento a centri di eccellenza. Poiché nella maggior parte dei casi l’eccesso di cortisolo è dovuto alla presenza di un tumore benigno dei surreni o dell’ipofisi, la terapia di scelta è l’intervento chirurgico che è efficace fino al 70% dei casi. In tutte le altre situazioni, recenti studi e acquisizioni hanno permesso di rendere disponibili in Italia alcuni farmaci che possono controllare la malattia, riducendo la produzione ormonale e migliorando tutte le complicanze associate” – ha commentato Massimo Terzolo, Direttore SCDU Medicina Interna, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

Non molto diversa è la difficoltà di diagnosi e gestione dei pazienti con ridotta o assente produzione di cortisolo, la cosiddetta Malattia di Addison. La prevalenza è stimata intorno ai 100-150 casi per milione e colpisce in egual misura uomini e donne tra i 30 e i 50 anni. Nella maggior parte dei casi è determinata da un’attività autoimmunitaria che distrugge la capacità funzionale dei surreni. I sintomi più tipici sono inappetenza con perdita di peso, ridotti livelli di pressione arteriosa e di glicemia con associata nausea e vomito, fino ad arrivare nei casi più gravi alla sincope o ad uno stato confusionale e di grave malessere. Anche bassi livelli di sodio nel sangue possono essere un indicatore di sospetto” – ha continuato Giuseppe Reimondo, Ambulatorio Surrene, SS Endocrinologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

Bassi o quasi assenti livelli di cortisolo non sono compatibili con la vita, per cui una pronta diagnosi e un’immediata terapia sono indispensabili per salvare il paziente. Purtroppo fino al 20% dei pazienti viene diagnosticato con più di 5 anni di ritardo dalla comparsa dei primi sintomi e l’evento acuto di perdita di coscienza, con necessità di ricovero in Pronto Soccorso, è spesso il momento in cui viene fatta la diagnosi. Fortunatamente è disponibile la terapia ormonale che permette di sostituire quanto non viene prodotto dai surreni: si devono assumere da 2 a 3 compresse, distribuite con dosaggi diversi nell’arco della giornata, per mimare il ritmo fisiologico di produzione del cortisolo. La terapia è molto efficace, ma comporta un impegno non irrilevante da parte del paziente nel ricordarsi dosaggio e orari di assunzione nella quotidianità; ne consegue una dimostrata riduzione della qualità di vita. Va oltretutto considerato che si tratta di una malattia cronica non curabile e che richiede il trattamento per tutta la vita. Da alcuni anni è però disponibile un farmaco che ha la stessa efficacia, ma che presenta un rilascio più prolungato e modulato, tanto da permettere un’unica somministrazione al mattino, particolarmente apprezzata soprattutto dai più giovani e dai pazienti in piena attività lavorativa o di studio, con un rilevante impatto nella gestione della quotidianità e delle relazioni” – ha continuato Massimo Terzolo, Direttore SCDU Medicina Interna, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

Proprio perché il cortisolo è l’ormone che permette all’organismo di reagire alle situazioni di stress fisico ed emotivo, condizioni come febbre elevata o anche piccoli interventi chirurgici, possono far precipitare la situazione, per cui l’aspetto fondamentale del rapporto medico-paziente è l’educazione ad aumentare il dosaggio in queste situazioni, anche con prodotti sotto forma iniettiva; questa è un’informazione fondamentale per salvare molte vite che viene estesa anche ai familiari. Molto utile è dotare il paziente di una SOS CARD da portare sempre con sé per indicare in qualsiasi circostanza acuta la necessità di terapia aggiuntiva, prima di qualsiasi altro intervento” – ha concluso Massimo Terzolo, Direttore SCDU Medicina Interna, Azienda Ospedaliero-Universitaria S. Luigi Gonzaga, Orbassano (TO).

 


Stress in gravidanza ed effetti sul feto

Markers biologici di stress e di infiammazione nelle mamme durante il terzo trimestre di gravidanza sono associati ad outcomes alterati nel neonato: a rivelarlo uno studio italiano e britannico pubblicato su Psychoneuroendocrinology, che ha indagato le conseguenze sul feto dello stress e dell’umore materno in gravidanza.

Lo studio EDI (Effetti della Depressione sull’Infante), nato in collaborazione tra l’IRCCS Medea e il Research Department of Clinical Educational and Health Psychology dello University College di Londra, valuta gli effetti dello stress e dell’umore materno in gravidanza sullo sviluppo del bambino in un campione di 110 mamme e bambini sani reclutati negli ospedali Valduce di Como, Mandic di Merate, Fatebenefratelli di Erba e nel consultorio La Famiglia di Como e seguiti dalla gravidanza fino ai 3 anni di vita.

Negli ultimi anni un numero crescente di studi ha messo in luce un’associazione tra sintomi di stress, ansia e depressione in gravidanza e alterazioni a livello fisiologico e comportamentale nella prole sin dalla prima infanzia e più a lungo termine. Tuttavia i meccanismi attraverso i quali lo stress materno viene “comunicato” al feto, influenzandone lo sviluppo, sono ancora da chiarire.

Il cortisolo, il più noto ormone dello stress, è stato finora il mediatore più studiato delle influenze dello stress materno sul feto; tuttavia vi è ragione di credere che altri meccanismi legati alla risposta allo stress e alla risposta infiammatoria possano essere implicati. Il nostro studio ha valutato per la prima volta quanto avviene non solo a livello dell’asse ipotalamo-ipofisi-surrene, il cui principale marker è il cortisolo, ma anche nel sistema nervoso simpatico e nel sistema di risposta infiammatoria che si ritiene possano essere alterati in donne che sperimentano sintomi di stress e depressione in gravidanza” – sottolinea il primo autore Sarah Nazzari, ricercatrice nell’ambito della Psicopatologia dello Sviluppo del Polo di Bosisio Parini dell’IRCCS Medea.

Alle mamme, durante il 3° trimestre di gestazione, è stato chiesto di compilare due questionari per valutare la presenza di sintomi depressivi e ansiosi (Edinburgh Postnatal Depression Scale e State/Trait Anxiety Inventory) e di effettuare dei prelievi di sangue e di saliva al fine di misurare i livelli di alcuni markers infiammatori, come l’Interleuchina-6 e la proteina C reattiva, e di alcuni markers dei sistemi biologici di risposta allo stress, come il cortisolo e l’alfa amilasi salivari. I bambini sono stati valutati tra le 48 e 72 ore dopo la nascita misurando la loro risposta comportamentale e fisiologica al test di screening, un piccolo prelievo di sangue dal tallone che viene effettuato di routine in ospedale dopo la nascita.

I risultati dello studio

Lo studio ha evidenziato che alti livelli di cortisolo materno in gravidanza predicono un’alterata risposta allo stress nel neonato, ovvero una marcata reattività comportamentale e una ridotta reattività fisiologica al test di screening effettuato a poche ore dalla nascita.

Inoltre, l’esposizione prenatale a livelli più elevati di Interleuchina-6 materna, uno specifico marker infiammatorio, è risultata associata ad una minore circonferenza cranica nel neonato mentre i livelli di alfa amilasi sono risultati correlati al peso alla nascita.

La natura osservativa di questi dati non consente inferenze causali, tuttavia i risultati dello studio suggeriscono che alterazioni nei livelli fisiologici di stress durante la gravidanza possano influenzare la crescita e lo sviluppo del feto con potenziali rischi a lungo termine.

I prossimi step

Valutare i neonati a poche ore dalla nascita fornisce un’opportunità unica per noi ricercatori di studiare gli effetti dell’ambiente prenatale sullo sviluppo fetale indipendentemente dall’influenza dell’ambiente postnatale in cui il neonato nasce e cresce. Quello che vogliamo valutare ora è se le alterazioni riscontrate alla nascita si mantengano nel corso dei primi anni di vita e come l’ambiente nel quale il bambino si trova a crescere e, in particolare, la qualità della relazione che si instaura con la mamma, possa moderare l’impatto dei fattori di rischio prenatali. Il fine ultimo sarà quello di mettere a punto strategie di prevenzione e intervento tempestivi che aiutino mamme e bambini ad iniziare al meglio la loro vita insieme” – evidenzia la responsabile dello Studio EDI Alessandra Frigerio.


Abbuffate serali, come prevenirle

Perdere peso in eccesso, adottare un regime alimentare più sano e soprattutto evitare le “abbuffate”, ossia i pasti troppo abbondanti sono obiettivi non facili da raggiungere per chi ha difficoltà a controllare il proprio rapporto con il cibo.

La corretta distribuzione dei pasti durante l’arco della giornata è una delle chiavi per adottare un regime alimentare più sano. Uno dei momenti maggiormente a rischio per chi tende a esagerare con l’introito di calorie è la sera. Uno studio americano evidenzia che oltre alle motivazioni psicologiche, come stress e stanchezza, nelle ore serali si verificano processi ormonali che inducono a un desiderio eccessivo di cibo.

Lo studio, condotto da ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora, MD, e dalla Mount Sinai Icahn School of Medicine di New York City, New York, è stato recentemente pubblicato sull’International Journal of Obesity.

I nostri risultati suggeriscono che la sera è un momento ad alto rischio di eccesso di cibo, soprattutto se sei stressato e già incline a mangiare troppo. La buona notizia è che con questa informazione, le persone potrebbero prendere provvedimenti per ridurre il rischio di eccesso di cibo mangiando in precedenza, o trovando modi alternativi per affrontare lo stress” – spiega Susan Carnell,  professore associato di psichiatria e scienze comportamentali presso la Johns Hopkins University e primo autore dello studio.

S. Carnell, C. Grillot, T. Ungredda, S. Ellis, N. Mehta, J. Holst & A. Geliebter – Morning and afternoon appetite and gut hormone responses to meal and stress challenges in obese individuals with and without binge eating disorder – International Journal of Obesity – doi:10.1038/ijo.2017.307

FONTE | https://medicoepaziente.it

Herpes labiale, prevenzione, cause e cure

E’ presente in 8 persone su 10 e per molti si trasforma, con il tempo, in una vera e propria “maledizione”.

Parliamo dell’herpes labiale, quella piccola e subdola pustola che compare sulle nostre labbra, spesso a disturbare la nostra vita quotidiana. A quanti sarà capitato di averlo come “ospite indesiderato”, proprio alla vigilia di un appuntamento importante, quando volevamo essere assolutamente perfetti ed impeccabili nel nostro aspetto?

Può essere utile, a questo punto, conoscere il nostro nemico, tanto popolare e diffuso da avere vari nomi per identificarlo, da “herpes labialis” a “febbre delle labbra”, passando per “febbre sorda” o “febbre nascosta”.

Come si viene contagiati e le cause più frequenti della sua comparsa

Si viene contagiati dall’herpes principalmente per contatto e per via orale, anche se esistono persone, geneticamente predisposte all’attacco del virus, che hanno ricevuto il virus dalla madre, al momento della nascita o durante la gravidanza, e persone che invece resistono bene e potremmo definire “immuni”, poiché anche a contatto, difficilmente vengono aggredite dal virus.

Anche se le cause che portano alla sua comparsa e, soprattutto, alla comparsa delle recidive, non sono ancora del tutto chiare, sicuramente si viene contagiati per contatto diretto e si è più sensibili nei casi di indebolimento delle proprie difese immunitarie, quando si sottopone il proprio organismo all’esposizione aggressiva degli agenti esterni e quando si vive particolari condizioni di stress.

Ecco la lista dei responsabili principali:

  • condizioni particolari di stress nervoso ed affaticamento dell’organismo;
  • infezioni febbrili;
  • esposizione prolungata ai raggi solari, al vento, alla salsedine;momenti di variazioni ormonali, ad esempio, durante il periodo di ciclo mestruale;
  • freddo improvviso, cambio di stagione, in cui l’organismo è più debole ed il metabolismo risulta più rallentato.

Come si manifesta e quali sono le cure più efficaci?

Il primo campanello d’allarme è la sensazione di bruciore e di prurito insistente che avvertiamo sulle labbra e che ci porta a toccarle e sfregarle insistentemente. Qualche ora dopo compaiono le classiche bollicine a grappolo, contenenti pus ed acqua, assai dolorose e fastidiose, soprattutto perché impediscono i normali movimenti delle nostre labbra e rendono dolorose le normali azioni quotidiane, come mangiare, bere e parlare.

Dopo qualche giorno, le bolle si sostituiscono con lesioni e crosticine, che cicatrizzano in circa 8-10 giorni. Purtroppo non esistono cure definitive, per impedire la sua ricomparsa, ma possiamo tenerlo sotto controllo il più possibile, limitando le situazioni che possono favorirne la presenza e rendendo più rapidi i tempi di guarigione.

Innanzitutto bisogna limitare le situazioni di stress e mantenere sempre alti i livelli di difesa del nostro organismo, aumentando l’apporto di vitamine, sali minerali e principi nutritivi funzionali al nostro sistema immunitario. Quando ci esponiamo al sole, proteggiamo sempre le nostre labbra, evitando i casi in cui si disidratano eccessivamente. Nel caso in cui l’infezione si manifesta, limitiamo i contatti fisici, baci, uso comune di piatti, stoviglie ed asciugamani, per proteggere dal contagio chi ci è vicino.

Inoltre manteniamo al meglio le nostre condizioni di igiene e cura personale, utilizzando detergenti viso specifici, prodotti cicatrizzanti e creme disinfettanti. Le più comuni, sono quelle a base di aciclovir, che però, per fare effetto immediato e ridurre l’infezione, devono essere applicate ai primi segnali di bruciore, così da evitare la comparsa delle fastidiose pustole.

Inoltre, è fondamentale evitare di grattarsi e toccarsi, per scongiurare l’estensione dell’infezione anche nelle altre aree del viso (occhi, naso, orecchie, mucose).

Ipertensione endocrina nuova candidata allo screening?

La Endocrine Society ha rilasciato una nuova dichiarazione scientifica2 sullo screening dell’ipertensione endocrina. Tale dichiarazione fornisce alcune linee guida sullo screening di 15 disordini ormonali che si presentano con l’ipertensione e possono essere potenzialmente curati mediante la chirurgia o trattati farmacologicamente.

In assenza di test di laboratorio appropriati, alcuni comuni disordini endocrini sono quasi indistinguibili da un qualunque caso di ipertensione, come affermato da William Young della Mayo Clinic di Rochester1, e lo screening delle cause di base dell’ipertensione potrebbe salvare delle vite. Circa il 15% dei soggetti con ipertensione di fatto presentano un’ipertensione secondaria, spesso causata da un problema nel sistema endocrino o renale, e questa percentuale sale a più del 50% dei bambini e del 30% dei giovani sotto i 40 anni che manifestano ipertensione.

Nello specifico, il nuovo documento fornisce informazioni sull’aldosteronismo primario, che è causato da una sovrapproduzione di aldosterone da parte delle ghiandole surrenali e determina un eccessivo riassorbimento del sodio nel rene, con conseguente pressione elevata. L’aldosteronismo primario dovrebbe essere preso in considerazione nella maggior parte dei pazienti che si presentano con ipertensione, dato che se non trattata questa patologia potrebbe aumentare il rischio di eventi cardiovascolari, fra cui morte ed ictus, ma se diagnosticata può essere trattata facilmente e spesso curata.

Il rilevamento precoce inverte anche l’elevato rischio di eventi cardiovascolari ed insufficienza renale in questa popolazione. Il documento revisiona anche altre cause di ipertensione endocrina, fra cui tumori che secernono ormoni dello stress, disordini tiroidei, apnea ostruttiva nel sonno, acromegalia, disturbi del sistema vascolare distale, sindrome di Cushing e disturbi delle ghiandole paratiroidee.

Nel complesso, viene raccomandato un approccio allo screening che tenga conto del contesto clinico. Ad esempio, rilevare eventuali cause ormonali dell’ipertensione potrebbe avere una priorità secondaria nei pazienti con molteplici e gravi comorbidità, mentre lo screening potrebbe fare la differenza nei pazienti più giovani, nei quali potrebbe migliorare e prolungare la vita.

 

1. The Management of Primary Aldosteronism: Case Detection, Diagnosis, and Treatment: An Endocrine Society Clinical Practice Guideline  – John W. Funder, Robert M. Carey, Franco Mantero, M. Hassan Murad, Martin Reincke, Hirotaka Shibata, Michael Stowasser, William F. Young, Jr – J Clin Endocrinol Metab (2016) 101 (5): 1889-1916. DOI: https://doi.org/10.1210/jc.2015-4061 – Published: 01 May 2016

2.Screening for Endocrine Hypertension: An Endocrine Society Scientific Statement – William F. Young, Jr.; David A. Calhoun; Jacques W.M. Lenders; Michael Stowasser; Stephen C. Textor; Endocr Rev (2017) 38 (2): 103-122. DOI: https://doi.org/10.1210/er.2017-00054 – Published: 05 April 2017


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