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Dal dentifricio un’arma in più per curare la malaria

Il triclosan, un antibatterico presente nella pasta dentifricia, potrebbe essere in grado di contrastare i ceppi di malaria più resistenti alle terapie.

E’ quanto emerge da una ricerca condotta dall’Università di Cambridge, che ha impiegato uno “scienziato – robot” dotato di intelligenza artificiale (AI). Nello studio pubblicato da Scientific Reports il triclosan ha mostrato caratteristiche capaci d interrompere l’infezione della malaria in due stadi critici: quello del fegato e del sangue.

La malaria uccide ogni anno circa mezzo milione di persone, in maggioranza bambini delle zone più povere dell’Africa.  La resistenza dei vari ceppi del parassita malarico a questi farmaci è purtroppo in forte crescita.Per questo motivo, la ricerca di nuovi farmaci sta diventando sempre più urgente.

La premessa

Dopo essere stati trasferiti in un nuovo ospite tramite una puntura di zanzara infetta dal Plasmodium falciparum, i parassiti della malaria si fanno strada nel fegato, dove maturano e si riproducono. Quindi, dopo alcuni giorni si spostano nei globuli rossi, si moltiplicano e si diffondono nel corpo, causando febbre e complicanze potenzialmente letali. I ricercatori sanno da tempo che il triclosan può arrestare la crescita dei parassiti della malaria nella fase del sangue dell’infezione, inibendo l’azione dell’enzima enoil reduttasi (ENR), che è coinvolto nella produzione di acidi grassi. Nel dentifricio, l’inibizione di questo enzima aiuta a prevenire l’accumulo di batteri nella placca.

Lo studio

Nel lavoro dell’Università di Cambridge, coordinato da Elizabeth Bilsland, ha scoperto che il triclosan inibisce anche un altro enzima, completamente diverso del parassita della malaria, chiamato DHFR. Il DHFR è il bersaglio della pirimetamina antimalarica, un farmaco di vecchia data verso il quale tuttavia i parassiti della malaria stanno sviluppando una sempre maggiore resistenza, in particolare in Africa. Il lavoro del team di Cambridge ha dimostrato che il triclosan è in grado di mirare e agire su questo enzima anche nei parassiti resistenti alla pirimetamina.

La scoperta del nostro ‘collega robot’, che il triclosan è efficace contro due obiettivi della malaria ci da la speranza che potremmo essere in grado di usarlo per sviluppare un nuovo farmaco. Sappiamo che triclosan è un composto sicuro, e la sua capacità di colpire due punti del ciclo vitale del parassita malarico significa che il Plasmodium falciparum troverà molte difficoltà a sviluppare la resistenza” – dice Elizabeth Bilsland.

Lo scienziato robotizzato AI, utilizzato nello studio – soprannominato Eve – è stato progettato per automatizzare e accelerare il processo di scoperta dei farmaci.

Plasmodium dihydrofolate reductase is a second enzyme target for the antimalarial action of triclosan – Elizabeth Bilsland, Liisa van Vliet, Kevin Williams, Jack Feltham, Marta P. Carrasco, Wesley L. Fotoran, Eliana F. G. Cubillos, Gerhard Wunderlich, Morten Grøtli, Florian Hollfelder, Victoria Jackson, Ross D. King & Stephen G. Oliver – Scientific Reports, volume 8, Article number: 1038 (2018)


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Lenalidomide, primo farmaco orale approvato dall’AIFA, per il trattamento continuativo del mieloma multiplo

Celgene Italia annuncia che l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha autorizzato la rimborsabilità di Revlimid® (lenalidomide) come monoterapia di mantenimento nei pazienti adulti con mieloma multiplo di nuova diagnosi sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali (ASCT) (G.U. n. 119 del 24 maggio 2018). Un tassello che integra in maniera importante il percorso terapeutico dei pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi.

Lenalidomide, riconosciuto da AIFA per il valore di farmaco innovativo in questa nuova indicazione, è il primo e ad oggi l’unico farmaco approvato dall’European Medicines Agency (EMA) per la terapia di mantenimento del mieloma multiplo post-trapianto.

Il trapianto di cellule staminali autologhe rappresenta la terapia d’elezione per i pazienti con mieloma multiplo di nuova diagnosi. La terapia di mantenimento con lenalidomide massimizza gli effetti del trapianto e ne prolunga i benefici, consentendo di ritardare la progressione e prolungando infine la sopravvivenza globale.

Il trapianto autologo di cellule staminali rimane ancora oggi la terapia di prima scelta per i pazienti con mieloma multiplo all’esordio. Avere una terapia dopo il trapianto come lenalidomide rappresenta un importante passo avanti per questi pazienti. L’aspetto interessante è la combinazione del trapianto con i farmaci, opzione che garantisce il massimo in termini di risposta della malattia in quanto unisce la potenza del trapianto alla potenza del farmaco” – ha spiegato Vittorio Montefusco, Dirigente Medico del Dipartimento di Ematologia INT, Fondazione IRCCS Istituto Tumori di Milano.

L’approvazione EMA dell’indicazione terapia di mantenimento di pazienti adulti con mieloma multiplo di nuova diagnosi dopo trapianto si basa sui dati dei trial CALGB100104 e IFM 2005-02 da cui è emerso un beneficio significativo nei pazienti in terapia di mantenimento con lenalidomide in termini sia di sopravvivenza libera da progressione (PFS) che di sopravvivenza globale (OS). I dati, pubblicati dal Prof. Philip L. McCarthy nel luglio 2017 sul Journal of Clinical Oncology hanno evidenziato una PFS superiore di 2 anni e 5 mesi (52,8 vs 23,5 mesi) e una OS superiore di 2 anni e 1 mese (111 vs 86,9 mesi; cut-off febbraio 2016)1 rispetto ai pazienti che non hanno ricevuto una terapia di mantenimento.

Lenalidomide ha dimostrato di essere in grado di conservare nel tempo la risposta ottenuta e, allo stesso tempo, prolungare la remissione e la sopravvivenza senza impattare sulla qualità di vita.

La terapia di mantenimento con lenalidomide ha ridotto di circa il 50% il rischio di ricaduta del mieloma multiplo e ha aumentato del 12% la probabilità di sopravvivenza a 7 anni dei pazienti così trattati che, con un più prolungato periodo di osservazione, hanno beneficiato di un prolungamento di circa 2 anni della sopravvivenza rispetto ai pazienti che non hanno ricevuto il farmaco è importante anche ricordare che lenalidomide è una terapia orale che può essere assunta a domicilio, con un buon profilo di tollerabilità nella maggior parte dei pazienti” – ha dichiarato Michele Cavo, Direttore dell’Istituto di Ematologia “Seràgnoli” dell’Università di Bologna.

Il mieloma multiplo è una neoplasia ematologica in cui le plasmacellule, importanti componenti del sistema immunitario, si replicano in modo incontrollato, accumulandosi nel midollo osseo. La malattia ha un forte impatto sulla qualità di vita del paziente e delle persone che lo circondano.

Il mieloma multiplo ha un decorso cronico nella maggior parte dei casi caratterizzato da fasi di attività della malattia e da fasi di remissione. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un prolungamento delle fasi di remissione grazie alla disponibilità di nuovi farmaci in grado di indurre risposte più profonde e durature” – ha affermato Maria Teresa Petrucci, Dirigente Medico di primo Livello del Dipartimento di Ematologia dell’Università La Sapienza di Roma.

Grazie agli sforzi della ricerca nello sviluppo di farmaci sempre più efficaci e innovativi, i pazienti hanno migliori prospettive di trattamento e, conseguentemente, di vita.

La storia di Celgene si fonda sulla ricerca nel mieloma multiplo. In oltre 30 anni abbiamo cambiato il paradigma di trattamento con una classe di farmaci orali, gli immunomodulanti, che rappresenta il cardine della terapia per questa patologia e ha pertanto contribuito a migliorare sopravvivenza e controllo a lungo termine della malattia da quando lenalidomide è stato approvato per la prima volta in Europa nel 2007 per il trattamento del mieloma multiplo recidivato, abbiamo costantemente collaborato con la comunità medica per fare in modo che tutti i pazienti potessero trovare beneficio dal farmaco. Oggi siamo orgogliosi di poter scrivere un nuovo capitolo per i pazienti sottoposti a trapianto, che prima non avevano a disposizione altre opzioni terapeutiche” ha commentato Jean-Yves Chatelan, Vice Presidente e Amministratore Delegato di Celgene Italia.

 

Informazioni su Revlimid® (lenalidomide) nel mieloma multiplo

Revlimid® come monoterapia è indicato per la terapia di mantenimento di pazienti adulti con mieloma multiplo di nuova diagnosi sottoposti a trapianto autologo di cellule staminali. Revlimid® in regime terapeutico di associazione è indicato per il trattamento di pazienti adulti con mieloma multiplo non precedentemente trattato che non sono eleggibili al trapianto. Revlimid®, in associazione con desametasone, è indicato per il trattamento di pazienti adulti con mieloma multiplo sottoposti ad almeno una precedente terapia.

 

1McCarthy P.L et al.; J Clin Oncol. 2017; 35(29): 3279-3289


  

Osteoporosi e cure dentali

Con l’invecchiamento generalizzato della popolazione, i bisfosfonati, categoria di farmaci che agiscono sul metabolismo dell’osso, risultano tra i 20 farmaci più prescritti al mondo.

L’osteonecrosi delle ossa mascellari ha una patogenesi multifattoriale, all’interno della quale gioca un ruolo importante l’infezione dell’osso, caratterizzata da un’area esposta di tessuto osseo nel cavo orale che non guarisce entro 8 settimane dalla diagnosi. Negli ultimi 20 anni si è osservato che questo disturbo rappresenta una potenziale, rara, complicanza della terapia con bisfosfonati o con denosumab, utilizzati per il trattamento dell’osteoporosi, delle metastasi ossee e nella prevenzione della perdita di massa ossea in corso di blocco ormonale nei tumori della mammella e della prostata” – spiega Fabio Vescini, Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia, Udine.

Questo ha allarmato i pazienti che in alcuni casi mettono in discussione le cure con questi farmaci per timore della complicanza. Va subito detto che l’osteonecrosi, nei pazienti trattati per osteoporosi, è una malattia estremamente rara, si calcola infatti colpisca 1 paziente ogni 100.000 trattati per anno, ed è curabile con un trattamento odontoiatrico tempestivo, comprendente sempre la terapia antibiotica. Nella cura delle patologie scheletriche benigne, quali l’osteoporosi, i bisfosfonati vengono impiegati con dosaggi bassi, protratti nel tempo e sono assunti quasi sempre per via orale. Per quanto riguarda invece le patologie oncologiche (metastasi ossee), essendo necessarie dosi molto più elevate di farmaco, si ricorre a somministrazioni ravvicinate ad alti dosaggi: si calcola che un paziente trattato per un anno per metastasi ossee riceva una dose paragonabile a quella somministrata in circa 10 anni di trattamento per l’osteoporosi. In campo oncologico l’osteonecrosi delle ossa mascellari è più frequente e pertanto in questi pazienti è importante programmare periodici controlli dentali.

Come orientare il paziente tra la necessità di curare le ossa e contemporaneamente affrontare eventuali cure dentali?

Vista l’alta frequenza con cui si ripresenta la nostra Associazione ha dedicato il primo numero di “AME Raccomanda”, proprio a fare chiarezza su questo argomento. AME Raccomanda è un’iniziativa che sintetizza la posizione ufficiale su alcuni dei temi più ricorrenti dell’attività clinica analizzando documenti più complessi, come le linee guida e i position statement” – spiega Vincenzo Toscano, Presidente AME, Associazione Medici Endocrinologi.

In generale, per le persone in trattamento per osteoporosi, la raccomandazione principale è di seguire le comuni indicazioni di igiene orale, con maggiore attenzione in pazienti immunodepressi per malattie croniche o per terapie in atto. Non ci sono controindicazioni ad eseguire estrazioni dentarie o impianti, ma deve essere avvisato il dentista e, soprattutto se la terapia con bisfosfonati o denosumab è in atto da più di 3 anni, bisogna fare una preparazione iniziale con igiene professionale, collutori antibatterici e un’adeguata profilassi antibiotica per almeno 3 giorni prima e 7-10 dopo l’intervento. Quello che deve essere chiaro ai pazienti è che, a differenza di quanto avviene per i bisfosfonati, deve essere assolutamente evitata la sospensione del denosumab per effettuare procedure odontoiatriche, perché esiste il rischio concreto di un notevole aumento di fratture vertebrali” – continua Stefania Bonadonna, endocrinologa, Istituto Auxologico Italiano.


Sindromi mielodisplastiche e leucemia mieloide acuta: dai farmaci epigenetici ai possibili futuri scenari di trattamento. Esperti a confronto a Milano

Si aprono nuove frontiere nella lotta contro le neoplasie mieloidi. I risultati raggiunti negli ultimi 10 anni con i farmaci ipometilanti nel trattamento di queste patologie, per le quali i pazienti avevano poche o nessuna possibilità di cura, hanno posto le basi per lo studio di nuove molecole dal meccanismo mirato a colpire la causa della malattia.

Delle possibili future prospettive nel trattamento di tumori del sangue come le sindromi mielodisplastiche (SMD) e la leucemia mielodie acuta (LMA) si è discusso, il 29 maggio scorso, a Milano nel convegno “Dall’epigenetica ai nuovi scenari di cura: 10 anni di progressi nelle neoplasie mieloidi” che ha riunito i più importanti specialisti ematologi italiani.

L’incontro, realizzato con il patrocinio di AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie, linfomi e mieloma Onlus, FISM onlus – Fondazione Italiana Sindromi Mielodisplastiche, AIPaSiM – Associazione Italiana Pazienti Sindrome Mielodisplastica, SIES – Società Italiana di Ematologia Sperimentale e SIE – Società Italiana di Ematologia e con il supporto non condizionante di Celgene, ha avuto l’obiettivo di favorire un dibattito sui risultati ottenuti in 10 anni di utilizzo di farmaci epigenetici e sulle possibilità di trattamento legate alle terapie attualmente in sviluppo nelle sindromi mielodisplastiche e nella leucemia mieloide acuta.

Da un punto di vista clinico queste due patologie sono affini. Le sindromi mielodisplastiche possono infatti evolvere in leucemia mieloide acuta e quasi il 20%1 dei casi di LMA è preceduto da una sindrome mielodisplastica. Nelle sindromi mielodisplastiche ad alto rischio l’ipometilazione ha dimostrato di essere un valido meccanismo di azione per il controllo della malattia e l’aumento della sopravvivenza dei pazienti.

Nelle sindromi mielodisplastiche ad alto rischio, l’efficacia di azacitidina è ampiamente comprovata da studi clinici e dati di real life; oggi i pazienti, anche anziani e con comorbidità, hanno a disposizione un’opportunità di trattamento e miglioramento della qualità di vita nel percorso della malattia” – ha affermato Esther Natalie Oliva dell’Unità di Ematologia del Grande Ospedale Metropolitano di Reggio Calabria.

La ricerca di farmaci, da sempre particolarmente attiva nella LMA, sta riguardando anche le sindromi mielodisplastiche che, in special modo nel basso rischio, ha finora evidenziato promettenti risultati.

I pazienti con SMD a basso rischio, benché non abbiano tendenza a sviluppare leucemia acuta, tuttavia sono spesso fortemente anemici e dipendono dalle trasfusioni, di frequente dopo aver perso risposta agli agenti stimolanti l’eritropoiesi (ESA)” – ha dichiarato Valeria Santini, Professore associato di Ematologia, NDS Unit, Azienda Ospedaliera Universitaria “Careggi” di Firenze.

Il paziente con SMD trasfusione-dipendente ha livelli fluttuanti di emoglobina che influiscono sulla qualità di vita, sui sintomi e alla fine sullo stato generale di salute, peggiorando magari problemi cardiaci preesistenti. Per tale motivo, la ricerca si è concentrata sui meccanismi patogenetici di questa grave anemia ESA-resistente e si sono individuati dei farmaci sperimentali che negli studi clinici hanno dimostrato capacità di alleviare detta patologia. Si tratta di molecole che bloccano la trasduzione del segnale di TGFbeta, una potente citochina infiammatoria che determina anemia” – ha concluso Valeria Santini.

Nella LMA per oltre 40 anni la pratica clinica ha utilizzato la chemioterapia. Grazie allo studio del genoma delle cellule tumorali è stato possibile comprendere che i reali meccanismi patogenetici di detta malattia risiedono nell’epigenetica.

L’azacitidina è una molecola che appartiene alla categoria dei farmaci ipometilanti e, per tale motivo, interferisce con alcuni meccanismi che accompagnano l’evento leucemico grazie al profilo favorevole di efficacia e tollerabilità di questo farmaco, è oggi possibile sottoporre i pazienti con LMA over 65 anni ad un trattamento che permette di controllare la malattia, anche per lunghi periodi. I pazienti anziani con LMA arrivano al trapianto in non oltre il 10% dei casi: trattandosi di soggetti con comorbidità e nella maggior parte dei casi con profili citogenetici sfavorevoli, non possono essere curati con la chemioterapia classica; per questo azacitidina rappresenta un’importante opportunità di trattamento” – ha affermato Felicetto Ferrara, Primario della Divisione di Ematologia dell’Ospedale A. Cardarelli di Napoli.

Terapie sempre più mirate sono in sviluppo per questa patologia.

Nelle forme di leucemia guidate da una mutazione specifica saranno disponibili inibitori specifici da utilizzare come agente singolo o in combinazione con chemioterapia” – ha concluso Felicetto Ferrara.

Celgene è stata una delle prime aziende farmaceutiche a credere nelle potenzialità dell’epigenetica in ematologia.

Azacitidina ha contribuito negli scorsi dieci anni ad ampliare gli orizzonti di trattamento delle neoplasie mieloidi, offrendo risposta a pazienti che, come quelli non eleggibili al trapianto, avevano limitate opzioni terapeutiche disponibili. Il nostro impegno nella ricerca di queste patologie è continuo e inarrestabile per migliorarne la gestione e offrire loro sempre nuove opportunità di trattamento” – ha dichiarato Jean Yves Chatelan, Amministratore Delegato di Celgene Italia.

1JCO vol.33 n31 nov. 1 2015 Østgard


Obesità: liraglutide 3 mg si conferma efficace nel ridurre il peso corporeo anche nella vita reale

I pazienti trattati con liraglutide 3 mg (Saxenda®) per la gestione del peso, in combinazione con dieta ed esercizio fisico, hanno perso una media di 8,1 kg dopo sei mesi, in un contesto di vita reale. I dati sono stati presentati al 25° congresso europeo sull’obesità (ECO 2018) svoltosi a Vienna (23-26.05.2018)1,2.

Lo studio, effettuato su persone con sovrappeso e obesità in sei centri specializzati in Canada, ha dimostrato che, dopo sei mesi, i pazienti che hanno assunto il farmaco, in aggiunta alla dieta e all’esercizio fisico, hanno raggiunto una perdita di peso del 7,1 per cento rispetto al peso iniziale; il 63,4 per cento dei pazienti ha perso il 5 per cento o più del proprio peso corporeo e il 35,2 per cento più del 10 per cento. I risultati dello studio real-world hanno confermato quelli osservati nel programma di sperimentazione clinica SCALE3.

I pazienti hanno inoltre mostrato miglioramenti nei fattori di rischio cardiometabolico, tra cui i livelli di glucosio nel sangue e la pressione arteriosa sistolica1,2.

L’obesità è una malattia cronica e complessa, che richiede una serie di opzioni terapeutiche che permetta alle persone di raggiungere e mantenere la perdita di peso. La perdita di peso dal 5 al 10 per cento può incidere in maniera positiva sulla salute, in termini di riduzione del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari e diabete di tipo 2. Questo studio dimostra come nella vita reale le persone trattate con liraglutide 3 mg raggiungano una perdita di peso clinicamente significativa” – afferma Sean Wharton della Wharton Medical Clinic di Toronto e responsabile di questo studio.

Liraglutide 3 mg è un’importante opzione terapeutica per le persone con obesità e riflette il nostro impegno nel contribuire a ridurre l’impatto dell’obesità e migliorare la salute delle persone che vivono con questa malattia. È entusiasmante vedere le prove di efficacia nella vita reale perché è la dimostrazione che le persone stanno sperimentando davvero i benefici osservati negli studi clinici” – dichiara Mads Krogsgaard Thomsen, Executive Vice President and Chief Science Officer di Novo Nordisk.

Liraglutide 3 mg si è dimostrato generalmente ben tollerato e gli effetti indesiderati segnalati più frequentemente sono quelli a carico dell’apparato gastrointestinale.

Lo studio di efficacia “real-world” di liraglutide 3 mg

L’obiettivo dello studio è stato quello di osservare l’efficacia di liraglutide 3 mg in combinazione con dieta ed esercizio fisico nella pratica clinica. Questo studio retrospettivo ha incluso un totale di 311 persone che avevano ricevuto liraglutide 3 mg per il controllo del peso, di cui 167 per almeno sei mesi. Le persone incluse nello studio avevano un indice di massa corporea (BMI) medio di 40,7 kg/m2 e un peso di 114,8 kg al basale1.

Liraglutide 3 mg

Liraglutide 3 mg (Saxenda®) è un analogo a singola somministrazione giornaliera del GLP-1 simile per il 97 per cento al GLP-1 umano4,5, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo6. Infatti, come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito aumentando il senso di pienezza e sazietà, riducendo contemporaneamente le sensazioni di fame e di desiderio di consumo di cibo, inducendo quindi una riduzione dell’apporto di cibo. Inoltre, come con altri analoghi del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in modo glucosio-dipendente4,5. Liraglutide 3 mg è stato valutato nel programma di sperimentazione clinica di fase 3 SCALE (Satiety and Clinical Adiposity – Liraglutide Evidence).

Liraglutide 3 mg è indicato in aggiunta a dieta povera di calorie e ad aumento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con un indice di massa corporea (IMC) iniziale superiore o uguale a 30 kg/m² (obesi) oppure uguale o superiore a 27 kg/m² (sovrappeso) in presenza di almeno una comorbidità correlata al peso come la disglicemia (prediabete o diabete mellito di tipo 2), ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva del sonno4.

L’obesità

L’obesità è una malattia7 che richiede una gestione a lungo termine; può essere associata a diverse gravi conseguenze per la salute8 e a un’aspettativa di vita ridotta9. Le complicanze legate all’obesità comprendono diabete di tipo 28, malattie cardiache10, ipertensione10, dislipidemia10, apnea ostruttiva del sonno11, malattia renale cronica12, steatosi epatica non alcolica13 e alcuni tipi di cancro14,15. L’obesità è una malattia complessa e multifattoriale influenzata da fattori fisiologici, psicologici, ambientali, socio-economici e genetici16,17,18. L’aumento globale della prevalenza di obesità è un problema di salute pubblica che ha gravi implicazioni sui costi per i sistemi sanitari19,20. Complessivamente, nel 2016 circa il 13 per cento della popolazione adulta nel mondo (650 milioni di adulti) risulta obeso19.

1. Wharton S, Liu A, Pakseresht A, et al. Real world clinical effectiveness of liraglutide 3.0 mg for weight management in Canada. Abstract (T4PLB2) presented at the 25th European Congress on Obesity (ECO 2018), Vienna, Austria. 23–26 May 2018.

2. Wharton S, Liu A, Pakseresht A, et al. Real world clinical effectiveness of liraglutide 3.0 mg for weight management in Canada. Abstract (PSY10) presented at the 23rd Annual International Meeting of the International Society for Pharmacoeconomics and Outcomes Research (ISPOR 2018). Baltimore, USA. 19–23 May 2018.

3. Pi-Sunyer X, Astrup A, Fujioka K, et al. A Randomized, Controlled Trial of 3.0 mg of Liraglutide in Weight Management. N Engl J Med. 2015;373:11–22.

4. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) summary of product characteristics. Last accessed: May 2018.

5. EMA. Saxenda® (liraglutide 3 mg) summary of product characteristics. Last accessed: May 2018.

6. Knudsen LB, Nielsen PF, Huusfeldt PO, et al. Potent derivatives of glucagon-like peptide-1 with pharmacokinetic properties suitable for once daily administration. Journal of Medicinal Chemistry. 2000;43:1664–1669.

7. American Medical Association. A.M.A Adopts New Policies on Second Day of Voting at Annual Meeting. Obesity as a Disease. Available at: http://news.cision.com/american-medical-association/r/ama-adopts-new-policies-on-second-day-of-voting-at-annual-meeting,c9430649. Last accessed: May 2018.

8. Guh DP, Zhang W, Bansback N, et al. The incidence of co-morbidities related to obesity and overweight: a systematic review and meta-analysis. BMC Public Health. 2009;9:1–20.

9. Whitlock G, Lewington S, Sherliker P, et al. Body-mass index and cause-specific mortality in 900 000 adults: collaborative analyses of 57 prospective studies. Lancet. 2009;373:1083–1096.

10. Poirier P, Giles TD, Bray GA, et al. Obesity and cardiovascular disease: pathophysiology, evaluation, and effect of weight loss: an update of the 1997 American Heart Association Scientific Statement on Obesity and Heart Disease from the Obesity Committee of the Council on Nutrition, Physical Activity, and Metabolism. Circulation. 2006;113:898–918.

11. Li C, Ford ES, Zhao G, et al. Prevalence of self-reported clinically diagnosed sleep apnea according to obesity status in men and women: National Health and Nutrition Examination Survey, 2005-2006. Prev Med. 2010;51:18–23.

12. Morandi A, Maffeis C. Urogenital complications of obesity. Best Pract Res Clin Endocrinol Metab. 2013;27:209–218.

13. Angulo P. Nonalchoholic fatty liver disease N Engl J Med. 2009;346:1221–1231.

14. Eheman C, Henley SJ, Ballard-Barbash R, et al. Annual Report to the Nation on the status of cancer, 1975-2008, featuring cancers associated with excess weight and lack of sufficient physical activity. Cancer. 2012;118:2338–2366.

15. Bhaskaran K, Douglas I, Forbes H, et al. Body-mass index and risk of 22 specific cancers: a population-based cohort study of 5.24 million UK adults. Lancet. 2014;384:755–765.

16. Badman MK, Flier JS. The gut and energy balance: visceral allies in the obesity wars. Science. 2005;307:1909–1914.

17. Tanaka T. Genome-wide meta-analysis of observational studies shows common genetic variants associated with macronutrient intake. Am J Clin Nutr. 2013;97:1395–1402.

18. Woods SC. Understanding the physiology of obesity: review of recent developments in obesity research. Int J Obes Relat Metab Disord. 2002;26 Suppl 4:S8–S10.

19. World Health Organization. Obesity and Overweight Factsheet no. 311. Available at: http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs311/en/. Last accessed: May 2018.

20. Cawley J, Meyerhoefer C, Biener A, et al. Savings in Medical Expenditures Associated with Reductions in Body Mass Index Among US Adults with Obesity, by Diabetes Status. Pharmacoeconomics. 2015;33:707–722.

 



La nuova frontiera per la gestione del diabete

Gli oltre tre milioni di italiani che hanno ricevuto una diagnosi di diabete condividono un obiettivo primario: raggiungere un controllo metabolico ottimale, ovvero mantenere la glicemia entro il target prestabilito, riducendo il rischio di episodi di ipo- o iperglicemia senza che questo incida significativamente sulla propria qualità di vita. Per molti di loro, oggi, si consolida una nuova frontiera, quella del controllo glicemico continuo: misurazioni non più a spot, ma letture automatiche dei valori, con un’analisi accurata dell’andamento della glicemia e delle sue fluttuazioni grazie a un piccolo sensore impiantato sotto la cute.

In occasione del congresso Nazionale della Società Italiana di Diabetologia, che si è svolto a Rimini dal 16 al 19 maggio scorso, Roche Diabetes Care Italy ha annunciato l’arrivo di Eversense XL, il primo sensore impiantabile per il monitoraggio continuo della glicemia (CGM), progettato per la rilevazione continua dei valori di glucosio nel sangue fino a 180 giorni.

Ad oggi, sono oltre 100 i centri in tutta Italia qualificati per poter impiantare Eversense e circa 700 i pazienti che lo hanno provato è, quindi, con grande soddisfazione che oggi presentiamo Eversense XL. Le persone con diabete eleggibili all’utilizzo di questo sistema potranno tenere sotto controllo i valori glicemici in qualsiasi situazione, in modo completamente automatico e fino a 180 giorni” – ha commentato Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy.

Eversense XL fornisce alle persone affette da diabete preziose informazioni aggiuntive alla sola misurazione capillare dei valori di glucosio effettuata tramite glucometro in modo da ottimizzare il monitoraggio della glicemia, cuore della gestione personalizzata del diabete in particolare, questo sistema è innovativo sotto diversi aspetti, innanzitutto è il primo sensore completamente impiantabile a disposizione delle persone con diabete. Il sensore ha una durata fino a 180 giorni e permette un accurato monitoraggio glicemico realmente continuativo per tutto il periodo di utilizzo. I dati raccolti, inoltre, vengono visualizzati sullo smartphone in modo molto semplice ed intuitivo, perché siano informazioni fruibili per migliorare la gestione del proprio diabete. Infine, Eversense XL è dotato di allarmi predittivi che permettono di anticipare la gestione e ridurre i rischi associati al mancato controllo di episodi gravi di ipo/iperglicemia ha affermato Elena Acmet, Medical Manager di Roche Diabetes Care Italy.

Il diabete è considerato una crescente emergenza epidemiologica globale e costituisce una delle patologie a più elevato impatto sociale ed economico. Rappresenta una delle malattie cronico degenerative più diffuse in Italia, ne soffrono oltre 4 milioni di persone, circa l’8% della popolazione (più del doppio di 30 anni fa) e il trend è in costante aumento.

Secondo i dati dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer dell’Associazione Ricerca & Diabete SID in Italia tra i diabetici il tasso di mortalità è del 30,3% per 100.000 abitanti; la malattia riduce di 5-10 anni l’aspettativa di vita, e un paziente su 6 riferisce un grave episodio di ipoglicemia; il 60%-80% delle morti per malattie cardiovascolari viene associato al diabete; il 29% dei diabetici riferisce di stare male o molto male a causa della malattia: ogni 52 minuti un diabetico subisce un’amputazione e ogni 4 ore un diabetico entra in dialisi.

Il buon controllo glicemico è fondamentale per la prevenzione delle complicanze del diabete e degli scompensi metabolici acuti, per questo le persone con diabete necessitano di un’attenta e costante misurazione della glicemia attraverso sistemi che devono essere precisi e affidabili oggi, grazie alla tecnologia che continua a fare straordinari passi in avanti, abbiamo a nostra disposizione molti strumenti in grado di misurare in modo accurato i livelli di glicemia e di migliorare la qualità di vita dei pazienti. Eversense XL sicuramente è uno di questi, con l’ulteriore vantaggio di possedere allarmi predittivi e quindi, anticipare le ipo e le iper-glicemie e di essere attivo fino a 6 mesi” – ha commentato Elisabetta Lovati, Dirigente medico di primo livello, Specialista in Endocrinologia e Diabetologa al Policlinico San Matteo di Pavia.

Eversense XL è prodotto da Senseonics, e distribuito in esclusiva da Roche Diabetes Care Italy. È costituito da un sensore sottocutaneo che non necessita di alcun ago per collegarlo al trasmettitore ricaricabile. Il trasmettitore, viene applicato con un cerotto ed è interamente rimovibile in modo semplice e senza rischi: una caratteristica che lo rende compatibile con qualsiasi tipo di attività, da una cena fuori o una banale passeggiata ad un’attività sportiva agonistica. Il sistema Eversense invia allarmi, avvisi e notifiche relativi ai valori del glucosio visibili in qualsiasi momento sull’app dello smartphone. Il paziente, quindi, può vedere la curva della sua glicemia e viene avvertito prima che i livelli di glucosio raggiungano valori troppo elevati o troppo bassi attraverso suoni e vibrazioni che cambiano a seconda del tipo di allarme.

Eversense XL viene inserito durante una seduta ambulatoriale di pochi minuti. Il sensore viene impiantato a livello sottocutaneo sulla parte superiore del braccio. È sufficiente un’incisione millimetrica per l’inserzione del sensore e l’impianto è eseguito in anestesia locale.

Roche Diabetes Care (RDC) è leader mondiale nella gestione della malattia diabetica e lavora costantemente a favore dell’innovazione nel monitoraggio e trattamento del diabete. Questo approccio, che ci ha spinto a promuovere Eversense XL, nasce dall’attenzione a 360° che l’azienda pone ai bisogni reali dei pazienti nell’intento di ridurre il peso della malattia per le persone che ne soffrono e le loro famiglie, e nel contempo di contribuire alla sostenibilità del sistema salute” – ha concluso Balestri.


Il fumo ritarda il concepimento ed il successo delle terapie dell’infertilità

Istituto Valenciano di Infertilità in occasione della Giornata Mondiale senza tabacco che si celebra il 31 maggio lancia un monito sui gravi rischi che il fumo provoca sulla fertilità e sulla salute del nascituro.

In Italia, le donne che fumano sono poco meno della metà e il 38% fuma ogni giorno. Rispetto a 10 anni fa, in cui il 46% delle intervistate dichiarava di vivere con pochissimi fumatori accanto (uomini e donne), oggi più di un quinto delle italiane afferma di vivere con fumatori in casa1.

Numerose ricerche condotte negli ultimi anni hanno inoltre mostrato una correlazione tra il fumo in gravidanza e le difficoltà economiche: si è evidenziato infatti che le donne esposte a difficoltà economiche riescono più difficilmente a smettere di fumare anche in gravidanza, con gravi rischi di salute per se stesse e per il nascituro1.

Sono 14 su 100 le donne in gravidanza che in Italia fumano (23 su 100 le fumatrici in generale) e in allattamento la percentuale arriva a 11 su 100 (dati raccolti tra il 2014 e il 2016 dal sistema di sorveglianza Passi).

Molti gli effetti del consumo di nicotina sulla fertilità femminile: da problemi di ovulazione e danni a ovaie e a ovociti, fino a menopausa precoce e aumento del rischio di cancro e di aborto spontaneo. Inoltre, la percentuale di donne con un ritardo di concepimento di oltre 12 mesi risulta essere più alta del 54% per le fumatrici rispetto alle non fumatrici.

Riduzione del numero degli spermatozoi, della loro motilità e morfologia, invece, le conseguenze tra i fumatori.

Il fumo impatta negativamente anche sulle coppie con problemi di infertilità che si sottopongono a trattamenti di procreazione medicalmente assistita poiché può far diminuire il tasso di successo dei trattamenti fino al 34%. In particolare, nelle fumatrici si assiste alla diminuzione della riserva ovarica, minore risposta ovarica alla stimolazione, ridotto numero di ovociti recuperati e fecondati e tassi più bassi di gravidanza rispetto alle donne che non fumano” – afferma Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

Infine, gli effetti del fumo sono molto pesanti anche sulla gravidanza e sul benessere del neonato: numerosi studi dimostrano come il fumo sia associato ad un aumento delle percentuali di aborti spontanei, nascite premature, rischio di gravidanza multipla, e basso peso del nascituro, che può andare incontro più facilmente al rischio di morbilità e mortalità correlate.

1 Fondazione Umberto Veronesi / Astra Ricerche

 



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