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Presa in carico e cura dei pazienti con tumore

Approvato il 7 marzo scorso, in Senato, da tutti i gruppi politici un ordine del giorno unitario in 15 punti che recepisce integralmente l’Accordo di legislatura sulla presa in carico e la cura dei pazienti oncologici e onco-ematologici sottoscritto dai partiti politici nell’ambito del progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere”, promosso da 23 Associazioni pazienti con il coordinamento di Salute Donna Onlus.

Con questo atto di indirizzo politico in 15 punti che impegna il Governo abbiamo una grande opportunità di migliorare i processi di presa in carico e cura dei pazienti oncologici e onco-ematologici. Ho assistito ieri sera ad un dibattito appassionato e partecipato in cui tutte le forze politiche hanno manifestato un senso di responsabilità e di grande attenzione al vissuto dei pazienti. Con le Associazioni del progetto porteremo questo atto all’attenzione delle Regioni, dove saremo sempre più attivi” – ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente di Salute Donna Onlus.

L’ordine del giorno unitario ha previsto tutti gli impegni già espressi nell’Accordo di legislatura: dalle reti oncologiche al Centro Assistenza e Servizi; dai test genetici al fondo per i farmaci oncologici innovativi; dalla partecipazione dei pazienti ai tavoli decisionali all’adesione agli screening oncologici previsti dai LEA. Si tratta di punti irrinunciabili sui quali occorrerà lavorare giorno per giorno, con attenzione e tenendo bene a mente i vincoli della sostenibilità del sistema.

Il nostro impegno nel dialogo con la politica non si ferma. Il nostro Intergruppo parlamentare sta crescendo e c’è molto lavoro da fare a livello regionale. Questa mozione rappresenta un momento imprescindibile di condivisione e comprensione da parte delle Istituzioni del lavoro da svolgere. Non si tratta di un libro dei sogni, ma di un solido percorso da affrontare con pragmatismo ed attenzione ai bisogni dei pazienti” – ha spiegato Annamaria Mancuso.

Sono stati numerosi e di grande qualità gli interventi in aula. Il Presidente Massimiliano Romeo, coordinatore al Senato dell’Intergruppo “Insieme per un impegno contro il cancro” ha illustrato l’Accordo di legislatura e i suoi principi-cardine, oltre a riassumere la storia e l’importanza dell’attività dell’Intergruppo parlamentare.

I punti programmatici condivisi da tutti e presentati in Senato rappresentano un percorso ideale di presa in carico e cura dei pazienti oncologici. Sottolineando il contributo importante del mondo del volontariato e della società civile, credo sia importante proseguire in questa direzione e spero che l’Intergruppo riesca a ottenere risultati concreti. Ci auspichiamo che il Governo cominci presto con atti concreti a venire incontro a queste esigenze” – ha spiegato il senatore Romeo nel suo intervento.

I senatori presenti in aula hanno portato il loro contributo con interventi mirati: la senatrice Rizzotti ha sottolineato la necessità di affrontare il tema dell’innovazione farmaceutica con un incremento del fondo per i farmaci innovativi e dell’opportunità di mettere a norma una maggiore integrazione nei processi della figura del caregiver familiare; il senatore Bertacco ha parlato di speranza per i malati e dell’importanza della psico-oncologia, mentre la senatrice Paola Boldrini ha voluto sottolineare la necessità di completare l’attuazione delle Breast Unit. Il senatore Errani, dal canto suo, ha puntualizzato le disparità regionali da colmare nei modelli organizzativi per la cura del cancro. Il sottosegretario alla Salute Bartolazzi – accogliendo l’ordine del giorno – ha parlato del futuro della cura del cancro e delle terapie di precisione. Il senatore Pisani ha auspicato l’inserimento dell’insegnamento dell’educazione sanitaria nelle scuole secondarie. Il senatore Siclari ha chiesto di trovare coperture finanziarie per garantire l’accesso alle nuove terapie geniche per il cancro; la senatrice Castellone ha concluso il dibattito chiedendo l’eliminazione progressiva delle disparità regionali nella presa in carico dei pazienti oncologici.

Faremo tesoro di questo dibattito nel continuare il nostro dialogo con le Istituzioni nazionali e regionali e ci impegneremo con le associazioni per la massima diffusione dei principi dell’accordo di legislatura che possono godere da oggi di un’investitura formale da parte di uno dei rami del Parlamento” – ha concluso Annamaria Mancuso.

Il progetto

“La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” è un progetto di advocacy politico-istituzionale nato nel 2014 su iniziativa di Salute Donna onlus allo scopo di contribuire al miglioramento dell’assistenza e cura dei pazienti oncologici, caratterizzate da ritardi e gravi disparità a livello regionale.

Le associazioni di pazienti oncologici e onco-ematologici a bordo del progetto sono:

  • aBRCAdaBRA onlus – Tumore ereditario al seno
  • A.I.NET Vivere La Speranza onlus – Amici di Emanuele Cicio
  • Alleanza Contro il Tumore Ovarico (ACTO onlus)
  • L’Arcobaleno della Speranza Onlus
  • Associazione Italiana Tumori Stromali Gastro-intestinali (A.I.G. onlus)
  • Associazione Italiana dei Pazienti con Sindrome Mielodisplastica ONLUS (AIPaSiM)
  • Associazione Italiana per lo Studio e la Cura del Paziente Oncologico (AISCUP)
  • Associazione Pazienti Italia Melanoma (APAIM)
  • Associazione Riuniti Calabria Oncologia (ARCO)
  • Associazione Arlenika onlus
  • Associazione Siciliana Sostegno Oncologico (A.S.S.O. onlus)
  • Associazione Schirinzi A. Mario
  • Associazione S.P.R.IN.T. Onlus
  • ESA – Educazione alla Salute Attiva
  • Gruppo Abbracciamo un sogno
  • Gruppo AIL Pazienti Leucemia Mieloide Cronica
  • Gruppo AIL Pazienti Malattie Mieloproliferative Philadelphia negative
  • Nastro Viola – Per vincere il cancro al pancreas
  • Associazione Italiana Pazienti con Tumori Neuroendocrini (NET Italy onlus)
  • Officine Buone
  • Salute Uomo – Associazione per la prevenzione e lotta ai tumori maschili
  • Uì Together
  • Women Against Lung Cancer in Europe (WALCE onlus)

 


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Un uomo al fianco della donna con tumore in 8 casi su 10: prima indagine sul ruolo di mariti, compagni, figli durante il percorso di cura oncologica

Mariti, conviventi, compagni, figli ma anche amici e fratelli. Un esercito di uomini che non si defila quando una donna riceve una diagnosi di tumore ma, nell’85% dei casi, la segue e l’assiste durante il percorso di cura. È il dato che emerge, a sorpresa, dall’indagine Doxa Il ruolo del caregiver maschile durante il periodo di cura oncologica femminile” promossa da Salute Donna Onlus e Salute Uomo Onlus con il patrocinio di Fondazione AIOM e CIPOMO, e il contributo incondizionato di Amgen.

Lo studio, il primo e unico nel suo genere in Italia, ha inteso esplorare il modo in cui le pazienti affette da tumore vivono o hanno vissuto questa delicata fase della loro vita e quali sono le persone che le hanno assistite e su cui hanno potuto fare maggiore affidamento, focalizzando l’attenzione sul caregiver maschile. La ricerca ha coinvolto 422 pazienti oncologiche afferenti a 11 Centri distribuiti su tutto il territorio nazionale, smentendo largamente lo stereotipo dell’uomo in fuga di fronte al tumore che colpisce la donna. La figura maschile è una costante nel racconto delle donne, una presenza che cresce nei vari momenti del percorso oncologico: supera il 64,5% al momento della prima diagnosi, sfiora il 92,5% il giorno del primo intervento per incrementarsi ancora, superando il 93,5%, il giorno del secondo intervento.

Fondamentale è il supporto del caregiver maschile nelle diverse situazioni e fasi della malattia. L’uomo aiuta la donna ad affrontare le attese, le incertezze (68,2%), a sopportare gli effetti collaterali delle terapie (65,1%); è l’uomo che decide ciò di cui la donna ha bisogno (64,2%) ed è ancora lui a dare un senso a quello che la paziente sta vivendo (57%). Ma l’uomo, che sia coniuge o convivente, figlio o amico, placa l’ansia e le paure, alleggerisce l’atmosfera in casa, pensa a migliorare l’alimentazione e lo stile di vita della donna, si affaccenda per trovare i medicinali e risolvere le questioni lavorative e burocratiche, si fa carico dei lavori domestici e della spesa.

Troppo spesso abbiamo sentito negli anni rumors dei media, e non solo, sul fatto che gli uomini non sarebbero abbastanza presenti quando le loro donne si ammalano per capire come stanno veramente le cose abbiamo deciso di promuovere una ricerca focalizzata sul caregiver maschile in Oncologia indagando diversi aspetti dell’assistenza: in primo luogo, la presenza, o meno, della figura maschile nel percorso di cura oncologico della donna, poi in quali fasi di questo percorso l’uomo è accanto alla donna e da ultimo come vivono la malattia le pazienti e da chi si sentono più supportate. Il dato più bello e interessante, che non ci ha sorpreso più di tanto, è la presenza costante di un caregiver maschile durante il percorso diagnostico-terapeutico della paziente, che proprio da questo sostegno trae più forza nell’affrontare la malattia e i trattamenti. Nella dura battaglia contro il cancro femminile vince ancora, almeno nel nostro Paese, la famiglia” – ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente Salute Donna Onlus.

Metà del campione dell’indagine ha ricevuto una diagnosi di tumore negli ultimi due anni; trattandosi di popolazione femminile, prevale come numerosità il cancro della mammella (63%), mentre il restante 37% delle donne è affetto da altre neoplasie (ovaio, utero, colon-retto, tumori del sangue, melanoma, mieloma, etc.). La maggior parte delle donne del campione ha un’età media di 56 anni; numerose le pazienti sopra i 65 anni (28,4%), elevata la percentuale delle giovani donne sotto i 45 (27,5%).

Il caregiver, ovvero la persona che accompagna e assiste la/il paziente con tumore, ha un ruolo chiave all’interno del nucleo familiare colpito dal dramma della patologia oncologica ma è altrettanto importante anche per gli oncologi che curano la persona malata, i quali devono conoscere la reale affidabilità di questa figura ricordiamo che la storia del malato oncologico è strettamente connessa alla sua vita, al suo contesto familiare, sociale ed economico. I risultati emersi dalla ricerca sono davvero confortanti e confermano, per molti versi, ciò che noi clinici osserviamo nella pratica quotidiana: la presenza e l’affetto nella maggioranza dei casi dell’uomo verso la propria compagna in difficoltà” – ha sostenuto Mario Clerico, Presidente CIPOMO.

L’indagine rivela inoltre che per una minore percentuale di donne (15%) il principale caregiver è femminile (madre, sorelle, amiche) e che a volte la paziente preferisce non coinvolgere il marito/compagno per motivi di tipo psicologico (non accetta la malattia, non è in grado sostenere il peso di essere coinvolto), di salute o lavorativi. Un dato questo che rivela come sia ancora più importante il lavoro delle Associazioni pazienti e di Salute Donna Onlus nell’avvicinare le donne malate e non farle sentire sole.

Essere vicino nel percorso della diagnosi di tumore che si cala come un macigno sulla famiglia, nel percorso di cura lungo e fatto di tante attese e lunghi tempi in ospedale, essere vicino nei tempi di follow-up quando ogni esame è un enigma sul futuro del malato, godere della guarigione oppure continuare il percorso in una malattia cronica anche molto lunga, sono tutti i momenti che rendono molto arduo il compito del caregiver oggi, con l’invecchiamento della popolazione, assistiamo a due fenomeni un tempo meno frequenti: l’uomo che assiste la donna o entrambi i membri della coppia ammalati di patologia cronica che si assistono reciprocamente e che rischiano l’abbandono soprattutto se non hanno figli o se questi sono lontani. Si tratta dunque di far sorgere una nuova cultura con l’acquisizione del “sapere curare” e del “sapere stare vicino” al proprio coniuge o partner ammalato” – ha commentato Alessandro Comandone, Consigliere Fondazione AIOM.

La ricerca fa emergere un profilo di donna molto forte/forte (90%), in grado di affrontare il momento della diagnosi e la malattia con grande forza d’animo e fiducia, che aumentano nelle pazienti che hanno accanto un uomo (marito, convivente, figlio o amico) e in quelle che lavorano. Appaiono più fragili le donne single, le donne prive di una rete amicale e familiare, le donne che non lavorano. Emerge anche un sentiment, dopo la diagnosi, di cambiamento profondo della propria vita, in particolare nel fisico (76%) e nel modo di pensare al proprio futuro (70%). Dall’indagine emergono altri dati importanti: tra i fattori che trasmettono alle donne malate il coraggio necessario per andare avanti ed affrontare la malattia vi sono sono i figli (28,5%), la fede e la preghiera (17,5%); la spinta a non arrendersi arriva anche dai nipoti, dal voler veder crescere i figli piccoli, da viaggi e hobby, dalla famiglia e dagli amici, dai medici e dalla ricerca scientifica e, non ultimo, dalla speranza di guarire.

L’esperienza comune e i dati di numerose indagini ci dicono che sono soprattutto le donne – con percentuali che variano dal 55 all’86% – ad assistere familiari ammalati, figli, partner o più spesso genitori non autonomi. Questa indagine arricchisce la prospettiva e ci offre finalmente una visione a tutto tondo, mostrandoci il lato nascosto, quello che accade quando è la donna a dover ricevere aiuto e assistenza. È confortante sapere che nella grande maggioranza dei casi le pazienti non vengono lasciate sole ma ricevono dal caregiver maschile il supporto necessario per affrontare la malattia con maggiore forza e determinazione. Amgen si rispecchia pienamente negli obiettivi di questa iniziativa di Salute Donna Onlus, che è coerente con l’impegno di lavorare insieme alle Associazioni per migliorare tutti gli aspetti del percorso di cura attraverso l’ascolto diretto delle persone che convivono con la malattia” – ha dichiarato Maria Luce Vegna, Direttore Medico Amgen Italia.

I dati emersi dall’indagine hanno quindi permesso di dare evidenza ad un aspetto importante e non ancora esplorato del percorso di diagnosi e cura delle donne con tumore.

Lo scopo di questa ricerca è stato quello di raccogliere informazioni per capire come le donne con tumore vivono questa loro condizione e da chi sono supportate; ne è scaturita un’indagine quantitativa di enorme valore proprio in quanto rivolta in modo specifico alla paziente. Doxa non sarebbe mai riuscita a condurre lo studio in tempi così brevi, un anno e mezzo, senza la collaborazione di Salute Donna e dei suoi volontari che sono stati abilissimi nel motivare e coinvolgere i Centri oncologici, i medici e le pazienti. È stato svolto un lavoro articolato e molto delicato, portato avanti a 4 mani giorno per giorno. Il risultato è un insieme di dati che possiamo definire molto robusti” – ha spiegato Paolo Colombo, Research Manager dell’Istituto Doxa.

 


Cheratosi Attinica il più frequente tumore non melanoma della pelle: monitoraggio costante e trattamento sempre consigliati

La cheratosi attinica, detta anche cheratosi solare o cheratosi senile, è una neoformazione pre-cancerosa, classificata dal Ministero della Salute tra i tumori della pelle e per tale motivo il suo monitoraggio e trattamento sono sempre consigliati. Ne è colpita la popolazione prevalentemente maschile (34,3%) rispetto a quella femminile (20%)1 e oltre il 60% dei carcinomi squamocellulari, (detti anche spinocellulari o spinaliomi), tumori invasivi della cute, risultano derivare da cheratosi attiniche2. Riconoscere questa malattia e intervenire tempestivamente è fondamentale per prevenire l’insorgenza di tumori invasivi della pelle.

Le cheratosi attiniche, si presentano generalmente come macchie di colore rosa-rosso o lesioni della pelle ricoperte da squame o croste ruvide al tatto di colore bruno-rossastro che possono provocare prurito o bruciore oppure essere del tutto asintomatiche. In genere, ciascuna lesione può raggiugere le dimensioni di 1-2,5 cm di diametro e si manifesta nelle aree del corpo più frequentemente esposte al sole, quali viso, cuoio capelluto, dorso delle mani, avambracci, spalle, decolté. L’esposizione solare rappresenta proprio uno dei principali fattori di rischio per lo sviluppo di cheratosi attiniche, oltre all’età avanzata, il sesso maschile, la carnagione chiara e tutte le condizioni di immunodepressione. Questa malattia, seppur molto comune, non è da sottovalutare in quanto risulta essere un marker del rischio di sviluppare forme tumorali invasive quali i carcinomi squamocellulari (detti anche spinocellulari o spinaliomi), più frequenti nei casi di lesioni multiple. L’alta incidenza della cheratosi attinica e il rischio di progressione in forme tumorali invasive rende necessario, oltre alla prevenzione, mediante soprattutto l’utilizzo di idonee protezioni solari per evitare l’insorgenza della malattia, il trattamento tempestivo delle lesioni per evitarne la progressione” – spiega Ketty Peris, Direttore dell’Istituto di Dermatologia Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico Gemelli di Roma.

Per aiutare le persone a conoscere meglio questa malattia, e rivolgersi ad un dermatologo, è nato un nuovo portale informativo: www.lacheratosiattinica.it, con il supporto non condizionato di Galderma. Oltre alle informazioni generali sulla malattia, sul sito è possibile trovare indicazioni circa i trattamenti e le diverse terapie utilizzate.

Le terapie e i trattamenti per combattere le cheratosi attiniche, si differenziano per efficacia, effetti collaterali, tollerabilità, esito cicatriziale/estetico della cute trattata, area massima trattabile e durata complessiva della terapia. Ci sono trattamenti volti ad eliminare le singole lesioni, quali procedure ablative che distruggono il tessuto come la crioterapia con azoto liquido, la laserterapia o la rimozione chirurgica, indicata per lesioni più spesse o quando è necessaria la conferma istologica per escludere un carcinoma squamocellulare.. In genere, si è però maggiormente a favore dei trattamenti che consentono di trattare non solo la singola lesione ma anche la cute circostante, ossia il campo di cancerizzazione, in quanto permettono di trattare anche lesioni non evidenti prevenendo così l’insorgenza di nuove lesioni o di recidive. Queste terapie sono generalmente delle creme o gel con diversi principi attivi che possono essere applicate direttamente sull’area della cute interessata. Esiste anche un farmaco topico, il cui principio attivo è in grado di distruggere le cellule tumorali solo dopo che è stato attivato grazie ad  una fonte luminosa che può essere una lampade a raggi rossi (terapia fotodinamica convenzionale) o la luce solare (terapia fotodinamica in daylight)” – illustra Piergiacomo Calzavara Pinton, Presidente SIDeMaST.

Il nuovo sito ospita anche una sezione che consente alle persone di cercare il dermatologo più vicino a loro.

1Fargnoli, Maria Concetta, et al. “Prevalence and risk factors of actinic keratosis in patients attending Italian dermatology clinics.” European Journal of Dermatology 27.6 (2017): 599-608.

2Feldman SR. Progression of actinic keratosis to squamous cell carcinoma revisited: clinical and treatment implications. Cutis 2011; 87: 201-207.


Novità nella lotta al mesotelioma

Grazie a uno studio condotto dall’Università degli Studi di Torino, in collaborazione con l’Ospedale Parini di Aosta, i ricercatori sono stati in grado di chiarire uno dei meccanismi molecolari che rendono le cellule del mesotelioma pleurico parzialmente sensibili all’azione di una nuova classe di farmaci anti-tumorali.

La ricerca, pubblicata il 15 dicembre 2017 sulla rivista specialistica Scientific Reports, ha di fatto identificato alcune condizioni metaboliche predisponenti che rendono le cellule della grave neoplasia causata dall’esposizione alle fibre dell’amianto maggiormente sensibili all’azione degli inibitori del proteasoma.

Queste nuove conoscenze potranno, in futuro, rivelarsi utili per sviluppare nuove terapie farmacologiche indicate nel trattamento di questa grave patologia“, si legge in una nota dell’Usl della Valle d’Aosta. A coordinare lo studio è stato il professore Paolo Cascio dell’Università degli Studi di Torino.

Il mesotelioma pleurico rappresenta l’80-90% di tutti i mesoteliomi ed è fortemente correlato all’esposizione all’amianto. È una neoplasia  abbastanza rara, che più o meno rappresenta l’1 per cento di tutti i casi di tumore. Ma è piuttosto cattiva. Il cancro della membrana fibrosa, la pleura, che riveste i polmoni e la cassa toracica, concede infatti una speranza di vita media di soli 13-15 mesi, e si associa a una percentuale di ricadute molto alta, nel 50% dei casi a soli sei mesi dalla sospensione dei trattamenti. Numeri o davvero bassi in un caso, e francamente alti nell’altro. Il fatto è che i sintomi del mesotelioma pleurico si manifestano quando il tumore è in fase avanzata, raramente al I o II secondo stadio. Inoltre, non esiste uno screening.

Proteasome stress sensitizes malignant pleural mesothelioma cells to bortezomib-induced apoptosis – Fulvia Cerruti, Genny Jocollè, Chiara Salio, Laura Oliva, Luca Paglietti, Beatrice Alessandria, Silvia Mioletti, Giovanni Donati, Gianmauro Numico, Simone Cenci & Paolo Cascio – Scientific Reports, volume 7, Article number: 17626(2017) – doi:10.1038/s41598-017-17977-9

FONTE | https://radiogold.it

Trombosi venosa profonda e cancro

Il tromboembolismo venoso (TEV) rappresenta una delle più importanti cause di morbilità e mortalità nei pazienti con cancro.

Le manifestazioni cliniche più comuni sono la trombosi venosa profonda (TVP) e l’embolia polmonare (EP).

L’associazione tra malattia neoplastica e trombosi è nota da oltre un secolo e, fin dall’inizio, è apparsa avere un duplice significato. Infatti, non solo gli eventi trombotici possono essere una complicanza frequente nelle neoplasie, come riportato per la prima volta da Armand Trousseau nel 1865, ma i meccanismi di attivazione della coagulazione possono anche interferire con la crescita e la metastatizzazione del tumore, come postulato da Billroth fin dal 1878. Oltre ad avere un rischio maggiore di sviluppare TEV, i pazienti con tumore hanno anche un maggior rischio di avere recidive di trombosi e complicanze emorragiche. Un episodio di TEV ha importanti risvolti sia sulla qualità di vita dei pazienti con cancro sia sulla loro prognosi indipendentemente dallo stadio di malattia, dal trattamento e dalle condizioni cliniche.

La trombosi può anche essere una delle prime manifestazioni cliniche di un tumore occulto. Infatti, gli studi disponibili in letteratura suggeriscono che i pazienti con TEV “idiopatica” hanno un rischio da 4 a 7 volte maggiore di sviluppare un tumore nel primo anno dalla diagnosi di trombosi, rispetto ai pazienti con TEV secondaria a cause note (interventi chirurgici, trombofilia congenita, contraccettivi orali, gravidanza e immobilizzazione).

Anche in assenza di una trombosi manifesta, i pazienti oncologici mostrano diverse anomalie nei test di “routine” della coagulazione, facendo sospettare una condizione di ipercoagulabilità. Le anomalie più frequentemente riportate sono: incremento di alcuni fattori della coagulazione (fibrinogeno, fattore V, fattore VIII, fattore IX e fattore X), aumento dei prodotti di degradazione del fibrinogeno/fibrina (FDP) e trombocitosi. Recentemente nuovi e più sensibili test per la diagnosi di ipercoagulabilità sono divenuti via via disponibili nel laboratorio di coagulazione. Essi riflettono il grado di attivazione della coagulazione “in vivo” e misurano i prodotti finali della cascata coagulativa.

Un ruolo importante nella patogenesi dello stato di ipercoagulabilità presente nelle neoplasie è attribuito alle proprietà protrombotiche delle stesse cellule tumorali. Numerosi studi hanno chiaramente dimostrato la capacità delle cellule tumorali di attivare direttamente la cascata coagulativa, mediante la produzione e/o il rilascio di sostanze procoagulanti, fra cui il tissue factor (TF), che è espresso costitutivamente da queste cellule e che forma un complesso con il FVII per attivare la cascata coagulativa. Il contributo delle cellule endoteliali dell’ospite, delle piastrine e dei leucociti, allo stato protrombotico del tumore rimane rilevante. Inoltre ampie evidenze sperimentali indicano che i neutrofili sono presenti in grandi quantità nel tumore dove possono rilasciare extracellular DNA traps (NET) e influenzano la crescita e l’angiogenesi.

Sono stati individuati vari fattori di rischio trombotico, sia clinici che biologici, che contribuiscono alla diatesi trombotica nei pazienti con cancro. I fattori clinici possono essere raggruppati in tre categorie principali (vedi Tabella): fattori individuali del paziente, fattori correlati al cancro e fattori correlati al trattamento del tumore.

Studi recenti si stanno focalizzando sull’utilizzo di fattori di rischio clinici e di parametri di laboratorio per l’identificazione di pazienti ad alto rischio di TEV che potrebbero beneficiare di una tromboprofilassi primaria come il ProTechT score oppure l’Ottawa score che è in grado di distinguere tra pazienti oncologici ad alto o a basso rischio di TEV recidivante.

Le linee guida dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) raccomandano l’uso di questi score per valutare periodicamente il rischio trombotico dei pazienti affetti da cancro durante le diversi fasi della malattia.

Il trattamento standard del TEV nei pazienti oncologici differisce da quello nei pazienti non oncologici. Mentre la fase iniziale della terapia (i primi 5-7 giorni) è basata sull’uso delle eparine, sia EBPM (a basso peso molecolare) che ENF (non frazionata), la fase prolungata si fonda sulla terapia con l’EBPM, superiore nel prevenire le recidive trombotiche nei pazienti oncologici, senza incrementare il rischio emorragico. Pertanto lo schema con le EBPM sia nella fase acuta che in quella prolungata costituisce attualmente il trattamento di prima scelta in questi pazienti).

Non vi sono al momento esperienze con i nuovi anticoagulanti inibitori diretti della trombina o del fattore X. Per quanto riguarda la profilassi del TEV, non vi è alcuna prova che vi sia un beneficio nel fare una profilassi antitrombotica a tutti i pazienti oncologici, tuttavia ci sono alcune condizioni in cui la profilassi deve essere considerata: nella chirurgia oncologica, nel paziente oncologico ospedalizzato e nel paziente oncologico ambulatoriale.

Mentre nei primi due ambiti la presenza di cancro è riconosciuta come fattore di rischio importante per lo sviluppo di TEV, il paziente ambulatoriale costituisce ancora una sfida nella stratificazione del rischio tromboembolico. Il vantaggio di una tromboprofilassi in corso di chemioterapia è stato valutato in diversi studi.

Contributo originale presentato al Simposio SIAPAV – D.SSA. ANNA FALANGA – D.SSA VIOLA MILESI – UOC Immunoematologia e Medicina Trasfusionale & Centro Emostasi e Trombosi – ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Il Mieloma Multiplo

mieloma multiplo.sintomi

Il Mieloma Multiplo (MM) è un tumore del sangue ad oggi incurabile, che colpisce le plasmacellule, un tipo di cellule del midollo osseo che in condizioni normali contribuiscono a combattere le infezioni.1 Quando le plasmacellule diventano tumorali e si moltiplicano troppo velocemente, vengono dette cellule mielomatose.1

L’accumulo di queste cellule porta alla formazione di lesioni tumorali nelle ossa di tutto il corpo.1 Il midollo osseo sano produce cellule staminali da cui si generano globuli rossi che trasportano ossigeno nel corpo, globuli bianchi che combattono infezioni e malattie, o piastrine essenziali nella coagulazione del sangue.2

I problemi di salute causati dal Mieloma Multiplo possono coinvolgere le ossa, il sistema immunitario, i reni e i globuli del sangue.2

Il Mieloma Multiplo è una malattia rara e rappresenta circa l’1% di tutti i tumori.7 È caratterizzato da un modello ricorrente di remissione e recidiva.3 Si parla di remissione nel Mieloma Multiplo quando non sono presenti segni clinici o sintomi.4 Si parla, invece, di recidiva quando i segni o i sintomi della malattia ritornano dopo un periodo di miglioramento.5 La capacità di raggiungere e mantenere una risposta significativa ai trattamenti diminuisce ad ogni recidiva a causa della resistenza acquisita ai farmaci e della progressione biologica della malattia6: per ogni successiva recidiva si osserva una diminuzione in termini di tasso di risposta di circa il 58% in seconda linea, del 45% in terza linea, del 30% in quarta linea e del 15% in quinta linea, con una riduzione dell’aspettativa di vita dopo ogni ricaduta.11,12,13 Quando una malattia è refrattaria significa che non risponde più al trattamento.5

Epidemiologia

In Italia convivono con un Mieloma Multiplo, a 5 anni dalla diagnosi, 13.983 persone di età media attorno ai 65 anni (80% dei casi d’insorgenza dopo i 60 anni). Ogni anno si contano 5.200 nuovi casi e 3.200 decessi, a 5 anni dalla diagnosi solo il 45% dei pazienti sopravvive.11,12,13

Sintomi

La causa precisa del Mieloma Multiplo non è ancora conosciuta.

Nei primi stadi della malattia non sono presenti sintomi, rendendo molto difficile una diagnosi precoce.
I sintomi e i segni del Mieloma Multiplo possono comprendere, ma non limitarsi a:

• Sanguinamento anomalo1

• Dolore alle ossa e o alla schiena1

• Fratture alle ossa della spina dorsale, dell’anca e del cranio1

• Bassi livelli dei valori dell’emocromo1

• Alti livelli di calcio nel sangue1

• Sintomi al sistema nervoso, comprendenti compressione del midollo spinale, danni ai nervi e iperviscosità1

• Problemi ai reni1

• Infezioni1.

Fattori di rischio

Gli specialisti hanno rilevato alcuni fattori di rischio che possono influenzare le probabilità di avere il Mieloma Multiplo.1 Quelli più comuni sono:

• Età: la malattia si verifica più frequentemente in persone tra i 65-74 anni1,9

• Storia familiare: avere un parente stretto con Mieloma Multiplo aumenta di quattro volte il rischio1

• Genere: negli Stati Uniti, l’incidenza è più alta di 1,5 fra gli uomini rispetto alle donne1,9

• Radiazioni: l’esposizione ad alte quantità di radiazioni, in gran parte dovute a fattori ambientali1

• Razza: più comune fra le persone di origine africana1

• Peso: essere in sovrappeso1

• Avere altre malattie delle plasmacellule: molte persone con gammopatia monoclonale di significato incerto o plasmacitoma solitario potrebbero sviluppare il Mieloma Multiplo.1

Diagnosi

Analisi di laboratorio su sangue e/o urine, risonanza magnetica e una biopsia del midollo osseo possono essere eseguite su persone che presentano i sintomi del Mieloma Multiplo.

• Test di laboratorio: le analisi del sangue e delle urine possono determinare se è presente una quantità anomala di proteine che può segnalare la diagnosi del Mieloma Multiplo1

• Test di imaging: radiografie, risonanza magnetica, TAC o la PET (tomografia ad emissione di positroni) possono essere eseguite per identificare lesioni alle ossa associate al Mieloma Multiplo10

• Biopsia del midollo osseo: le biopsie del midollo osseo determinano se ci sono plasmacellule anomale nel midollo osseo e possono anche essere utili per analizzare le loro anomalie cromosomiche.10

Trattamenti

Al momento non esistono cure risolutive per il Mieloma Multiplo: l’obiettivo dei trattamenti che vengono utilizzati è alleviare la sofferenza, controllare le complicanze della malattia, stabilizzare le condizioni cliniche e rallentare il progredire della malattia.1 I trattamenti prescritti per il Mieloma Multiplo dipendono in gran parte dallo stadio della malattia e dal singolo paziente.1

Le opzioni di trattamento possono comprendere una o una combinazione delle seguenti terapie:

• Chemioterapia e corticosteroidi per uccidere le cellule del mieloma2

• Terapie mirate per bloccare la crescita ed eliminare le cellule del mieloma2

• Alte dosi di chemioterapia con trapianto di midollo osseo o di cellule staminali ematopoietiche per sostituire le cellule malate2

• Bifosfonati per ridurre il dolore osseo e le fratture2

• Radioterapia per trattare le lesioni ossee o per alleviare il dolore.1

BIBLIOGRAFIA

1. American Cancer Society. Multiple myeloma. Available http://www.cancer.org/acs/groups/cid/documents/webcontent/003121-pdf.pdf Accessed on: October 12, 2015

2. Cleveland Clinic. Diseases and Conditions. Available at: http://my.clevelandclinic.org/health/diseases_conditions/hic_Multiple_Myeloma_and_Other_Plasma_Cell_Neoplasms_Treatment. Accessed on: October 12 2015.

3. Jakubowiak A. Management strategies for relapsed/refractory multiple myeloma: current clinical perspectives. Seminars in Hematology 2012;49(3)(1), S16-S32.

4. Cleveland Clinic. Multiple Myeloma. Available at: www.clevelandclinicmeded.com/medicalpubs/diseasemanagement/hematology-oncology/multiple-myeloma/ . Accessed October 12, 2015.

5. Dimopoulous, MA, San-Miguel, JF, Anderson, KC. Emerging therapies for the treatment of relapsed or refractory multiple myeloma. European Journal of Haematology. 2011; Jan 86(1):1-15.

6. Kumar S et al. Clinical course of patients with relapsed multiple myeloma. Mayo Clinic Proceedings. 2004;79(7):867-874.

7. International Agency for Research on Cancer. GLOBOCAN 2012: Estimated Cancer Incidence, Mortality and Prevalence Worldwide in 2012. http://globocan.iarc.fr/. Accessed on October 12, 2015.

8. Data on file at Onyx Pharmaceuticals.

9. National Cancer Institute. Surveillance, Epidemiology, and End Results Program Turning Cancer Data Into Discovery. http://seer.cancer.gov/statfacts/html/mulmy.html . Accessed October 12, 2015.

10. Mayo Clinic. “Multiple myeloma: Tests and diagnosis.” Available at: http://www.mayoclinic.org/diseases-conditions/multiple-myeloma/basics/tests-diagnosis/con-20026607?footprints=mine . Accessed October 12, 2015.

11. (2014). Italian cancer registry. http://www.registri-tumori.it/cms/en/english-home .

12. AIOM (2014). AIOM [Italian Association of Medical Oncology] myeloma 2014 Guidelines.

13. AIRTUM (2014) Epidemiol Prev 2014; 38(6 Suppl 1)

Embolia polmonare: algoritmo diagnostico

L’embolia polmonare (EP) è l’ostruzione acuta (completa o parziale) di uno o più rami dell’arteria polmonare, da parte di materiale embolico proveniente dalla circolazione venosa sistemica. Se tale ostruzione è causata da materiale trombotico viene definita più precisamente col termine tromboembolia polmonare (TEP).

Nel 95% dei casi, gli emboli partono da una trombosi venosa profonda (TVP) degli arti inferiori (un coagulo di sangue nelle vene profonde delle gambe o bacino), nella restante parte dei casi da una TVP degli arti superiori (più spesso da interessamento della vena succlavia al livello del distretto toracico), oppure sono costituiti da materiale non trombotico (gas, liquidi, grasso). L’ostruzione del flusso sanguigno attraverso i polmoni e la pressione risultante sul ventricolo destro del cuore sono le cause che portano ai sintomi e segni dell’embolia polmonare. Il rischio di sviluppare questa situazione può aumentare in alcune circostanze, come la presenza di un tumore o l’allettamento prolungato.[1] 

(tratto da https://it.wikipedia.org/wiki/Embolia_polmonare)


A. Possibili segni e sintomi di presentazione di embolia polmonare:

Dispnea, dolore toracico, tosse, emottisi, febbre, sincope, eventuali segni e sintomi di TVP ad un arto inferiore


B. Tabella 2 – Score di Wells per l’embolia polmonare (adattato da Wells et al.)


C. D-Dimero

*Sopra i 50 anni usare cut-off aggiustato per l’età : (età x 10 μg/L)

1. Elevato valore predittivo negativo: valori normali rendono la diagnosi di EP alquanto improbabile.

2. Basso valore predittivo positivo: test non utile per la conferma di EP.

3. La sensibilità di tale test varia a seconda del metodo di dosaggio impiegato.

4. La specificità del D-Dimero nelle EP sospette si riduce costantemente con l’età, fino a raggiungere quasi il 10% nei pazienti ottantenni; evidenze recenti suggeriscono di usare cut-off corretti per l’età per migliorare la performance di tale test nei pazienti sopra I 50 anni. Valori cut-off corretti per l’età (sopra I 50 anni): (età x 10 μg/L )


D. Angio-TAC

In corso di gravidanza, nei soggetti giovani (soprattutto se donne), in caso di pregresse reazioni avverse al mezzo di contrasto, nell’insufficienza renale grave, in pazienti con mieloma e paraproteinemia, l’angio-TAC potrebbe essere sostituita dalla scintigrafia ventilo-perfusionale. (Linee guida ESC 2014)


E. Per ulteriori informazioni, vedi l’approfondimento TERAPIA DELL’EMBOLIA POLMONARE



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