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Italia e lotta ai tumori

In Italia per il 2019 sono stimati 371 mila nuovi casi di cancro, attualmente 3.460.000 persone convivono con un tumore, tuttora seconda causa di morte nel nostro Paese, ma quasi la metà dei cittadini si sente ancora poco informata: al Nord come al Sud solo un italiano su due (55%) ritiene di avere sufficienti informazioni. Gli italiani però, e in particolare i pazienti oncologici, sono per lo più (64%) soddisfatti dell’assistenza offerta dal Servizio Sanitario, seppure con forti differenze regionali: la percentuale dei giudizi positivi va dall’81% dei lombardi al 26% dei cittadini della Calabria, dove si registra anche il picco (36%) dei giudizi negativi. Ma ancora oggi un tumore su tre è scoperto per caso e solo il 6% viene evidenziato da un controllo di screening offerto dal SSN, e anche qui con rilevanti differenze regionali, dal 9% della Lombardia al 2% della Calabria.

Sono le principali indicazioni che emergono dalla ricerca “L’Italia e la lotta ai tumori: il punto di vista di pazienti e cittadini”, realizzata a livello nazionale e in 6 Regioni dall’Istituto Ipsos, che ha coinvolto in modo parallelo cittadini e pazienti oncologici e onco-ematologici su temi legati alla salute e all’assistenza sanitaria.

La ricerca è stata presenta, il 21 novembre scorso, in occasione del Forum Annuale del progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” promosso da Salute Donna onlus e dalle 24 Associazioni che dal 2014 si confrontano con le Istituzioni nazionali e regionali per migliorare la presa in carico e la tutela dei diritti dei pazienti oncologici.

Bisogna implementare le reti delle cure palliative, anche pediatriche, per dare dignità ai malati fino alla fine, e le reti oncologiche, oggi presenti solo in nove regioni per migliorare i percorsi di diagnosi e cura con l’Intesa Stato-Regioni dello scorso aprile sono state attivate le nuove linee guida organizzative per favorire lo sviluppo omogeneo delle reti su tutto il territorio nazionale e spero che presto venga attivato un coordinamento centrale delle reti da parte del Ministero della Salute per velocizzarne la realizzazione. Vorrei comunque sottolineare che in Europa siamo il Paese con la più alta sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi di tumore. Questo significa che il nostro SSN, nonostante i tagli del passato, ha lavorato e continua a lavorare bene” – ha dichiarato il Viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto al Forum.

Nel segno di una nuova fase nei rapporti tra Associazioni pazienti e mondo politico, nel corso del Forum sono stati proclamati i vincitori della prima edizione del Cancer Policy Award, riconoscimento onorario assegnato ai politici che hanno interpretato e tradotto in Atti a livello nazionale e regionale i punti qualificanti dell’Accordo di Legislatura sottoscritto dalle Associazioni dei pazienti con le Istituzioni.

Il progetto “La salute: un bene da difendere, un diritto da promuovere” è stato avviato 5 anni fa con l’obiettivo di eliminare le disparità e le differenza nell’assistenza oncologica a livello regionale, sollecitando la politica a intervenire. I risultati di questa ricerca ci dicono una cosa molto semplice: dobbiamo lavorare ancora molto, tutti insieme, per migliorare l’informazione, i tempi di attesa, la tutela dei diritti dei pazienti oncologici. Di questo percorso, l’Accordo di Legislatura siglato da tutto il Parlamento è un tassello fondamentale e attraverso il Cancer Policy Award abbiamo voluto segnalare gli esponenti politici che si stanno impegnando per realizzarlo” – ha dichiarato Annamaria Mancuso, Presidente Salute Donna onlus.

La ricerca realizzata da Ipsos delinea uno scenario non privo di luci nell’assistenza oncologica ma conferma profonde differenze e disparità a livello regionale in termini di informazione, accesso alle prestazioni e qualità dell’assistenza.

I livelli di soddisfazione per gli elementi strutturali del percorso di cura mettono in luce le differenze regionali tra Nord-Centro e Sud (a parziale eccezione della Sicilia): sono circa il 64% i pazienti lombardi soddisfatti della qualità del reparto di ricovero, mentre quelli di Sardegna e Calabria esprimono un giudizio positivo, rispettivamente, solo nel 40% e nel 41% dei casi.

La concentrazione dei Centri di eccellenza nell’area lombarda viene riconosciuta dall’83% dei pazienti intervistati in regione, mentre la Calabria pecca sia per disponibilità di questa offerta specifica (nota solo al 35% dei pazienti oncologici), ma anche per ciò che concerne la chirurgia, sia in ambito oncologico (34%).

La qualità dell’elemento umano mette invece d’accordo i pazienti oncologici di tutte le Regioni monitorate: sia per quanto concerne la capacità di mettere il paziente a proprio agio (cortesia ed empatia), sia per quanto riguarda il riconoscimento della professionalità, medici e infermieri calabresi (7 su 10 i soddisfatti) nulla hanno da invidiare a lombardi (76%) o sardi (72%).

Meno omogenei i livelli di soddisfazione per la presenza di team multidisciplinari che prendano in carico il paziente: si va dal minimo del 35% di soddisfazione espressa dai pazienti sardi, passando per il 59% dei siciliani al massimo del Lazio, con il 73% dei pazienti soddisfatti per questo servizio.

Ancora da migliorare, infine, l’informazione su test genetici, farmaci innovativi e presenza di Breast Unit, che riscontrano bassi livelli di notorietà sia tra i cittadini che presso i pazienti: solo il 43% dei cittadini e il 51% dei pazienti sono al corrente dei test cui si può avere accesso per mappare la predisposizione genetica alla malattia, il 47% dei cittadini e il 61% dei pazienti sanno dei farmaci innovativi dedicati alla cura del tumore e ancora più limitata la conoscenza dei Centri di Senologia multidisciplinari, le cosiddette Breast Unit, note solo a poco più di un cittadino su 3 e in egual misura ai pazienti.

I dati della ricerca offrono importanti elementi di valutazione ai politici nazionali e regionali che stanno lavorando per attuare i punti qualificanti dell’Accordo di Legislatura, tra i quali figurano l’attuazione delle Reti oncologiche ed Ematologiche Regionali, l’attivazione di Protocolli Diagnostico Terapeutici Assistenziali (PDTA) per le diverse forme di cancro, la promozione della prevenzione come strumento fondamentale per il controllo del fenomeno cancro nel Paese, il riconoscimento ufficiale della psico-oncologia come professione sanitaria, la diffusione e accesso ai test diagnostici molecolari che permettono di accedere a terapie target personalizzate.

Temi sui quali si sono impegnati con Atti parlamentari (disegni e proposte di legge, atti di sindacato ispettivo e di indirizzo politico), o altre attività di stretta pertinenza del Parlamento nazionale e delle Assemblee e Consigli regionali, i politici nazionali e regionali di tutti gli schieramenti premiati oggi con i riconoscimenti del Cancer Policy Award conferiti dalle Associazioni e da una Giuria tecnico-scientifica.

Questo riconoscimento vuole essere un invito ai diversi gruppi politici a lavorare insieme per adottare misure utili alla migliore presa in carico dei pazienti. Confidiamo che la partnership con le Istituzioni ci aiuti a superare le disparità e le disomogeneità assistenziali-terapeutiche e sociali che coinvolgono i pazienti con tumore” – ha dichiarato Annamaria Mancuso.

Tutti i vincitori del Cancer Policy Award verranno invitati a condividere le proprie esperienze ed a sostenere reciprocamente le iniziative a livello parlamentare o di Consiglio regionale. L’obiettivo è creare un circuito virtuoso che metta insieme tutti gli stakeholder in modo trasparente per definire modelli organizzativi che mettano al primo posto la presa in carico del paziente e l’abbattimento delle differenze regionali.

 


 

Tumori prostatici e multivitaminici

Più della metà degli uomini con tumori prostatici in un ampio studio ha riportato di fare uso di elementi di medicina complementare ed alternativa (CAM), e lo studio ha riscontrato anche che l’uso di questi prodotti è aumentato negli ultimi anni.

I multivitaminici e gli acidi grassi omega-3 sono di uso comune, e l’impiego della vitamina D è aumentato in modo drammatico. Lo studio ha preso in considerazione quasi 8.000 pazienti, ed i suoi risultati evidenziano l’importanza di comprendere che l’uso della CAM è quanto mai comune nella popolazione, come affermato dall’autore Kyle Zuniga della Columbia University di New York, secondo cui è importante anche comprendere cosa i pazienti assumino e perché, nonché creare un ambiente che incoraggi un dialogo aperto e collaborativo che possa riconciliare con la medicina tradizionale.

La maggior parte degli studi sui multivitaminici hanno dimostrato che essi non hanno alcun effetto nel ridurre il rischio oncologico, ed alcuni di essi di fatto lo aumentano.

Ad esempio lo studio SELECT ha suggerito che selenio e vitamina E potrebbero aumentare il rischio di mortalità nei pazienti con tumore prostatico, e lo studio VITAL ha dimostrato che gli acidi grassi omega-3 non sono in grado di ridurre la mortalità oncologica.

L’AICR non raccomanda alcun tipo di integratore, e nella maggior parte dei casi gli studi hanno dimostrato che i cambiamenti dello stile di vita offrono i maggiori benefici per i pazienti con tumore prostatico.

L’ACS attualmente raccomanda una dieta a base vegetale povera in grassi saturi per i sopravvissuti ad un tumore prostatico. Purtroppo i cambiamenti dello stile di vita non sono sempre semplici.

Soltanto il 25% dei pazienti nel presente studio ha di fatto modificato la propria dieta, ma i pazienti preferiscono qualcosa di semplice, come assumere un farmaco, piuttosto che perseguire un percorso difficile ma che potrebbe veramente apportare dei benefici.

Diverse evidenze suggeriscono che l’obesità promuova tumori più aggressivi, e quindi sorprende che non siano di più i pazienti che tentano di perdere peso. Secondo gli esperti sarebbe utile che il medico sappia quali tipi di CAM godano di un solido supporto da parte della ricerca, quali siano neutrali e quali siano potenzialmente dannosi.

In particolare, i multivitaminici non dovrebbero essere assunti più di una volta al giorno al massimo, ed inoltre è opportuno evitare selenio, calcio e vitamina E, che sono stati associati al tumore prostatico.

Trends in Complementary and Alternative Medicine Use among Patients with Prostate Cancer Kyle B. Zuniga, Shoujun Zhao, Stacey A. Kenfield, Benjamin Cedars, Janet E. Cowan, Erin L. Van Blarigan, Jeanette M. Broering, Peter R. Carroll and June M. Chan – THE JOURNAL OF UROLOGY® 2019 by AMERICAN UROLOGICAL ASSOCIATION EDUCATION AND RESEARCH, INC. https://doi.org/10.1097/JU.0000000000000336 Vol. 202, 689-695, October 2019 Printed in U.S.A

 

Baby Pelones, bambole senza capelli simbolo della lotta contro il cancro infantile

La Fondazione Juegaterapia, che aiuta in Spagna i bambini malati di cancro attraverso attività ludiche, ha messo in vendita in Italia le Baby Pelones, bambole senza capelli e con foulard, omaggio ai bambini affetti da tumori. In Italia, Juegaterapia attiva così una collaborazione con l’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT) e in particolare con la Pediatria Oncologica.

Con oltre 250 nuovi casi all’anno, la Pediatria Oncologica di INT, diretta dalla Dott.ssa Maura Massimino, è il più importante centro italiano – e uno dei più importanti in Europa – per la cura delle neoplasie solide del bambino e dell’adolescente.

Le Baby Pelones sono un’idea di Juegaterapia, che ha lanciato l’iniziativa nel 2014 per catalizzare l’attenzione sul cancro infantile attraverso bambole che mostrano uno dei segni più visibili di questa malattia: la caduta dei capelli. In questi quattro anni tutte le aspettative di vendita sono state superate e sono diventate un simbolo della lotta contro la malattia, permettendo a migliaia di persone di contribuire a questa causa.

La Fondazione Juegaterapia ha già donato le Baby Pelones ai bambini ricoverati in Oncologia Pediatrica negli ospedali di Spagna, Brasile, Colombia, Portogallo, Argentina, Messico e Miami.

Nel corso del 2017 è diventata la bambola più popolare in Spagna con oltre un milione di vendite e ora la Fondazione si prepara a commercializzarla in altri Paesi. Juegaterapia desidera che tutti i bambini malati di cancro ricoverati negli ospedali possano avere una Baby Pelón per aiutarli a rendersi conto attraverso il gioco che, anche senza capelli, rimangono preziosi e speciali proprio come la loro Baby Pelón. Oltre che in Spagna, le bambole sono già disponibili in Portogallo, Messico e ora in Italia.

In Italia è possibile acquistare i modelli con foulard disegnati da Laura Pausini, David Bisbal, Shakira, Ricky Martin e Teresa, una piccola combattente.

 

Con i fondi raccolti, Juegaterapia ha realizzato in Spagna vari progetti come “El Jardín de Mi Hospi” (giardini sui tetti degli ospedali) o “Stazioni lunari” (stanze di isolamento arredate con temi dedicati allo spazio). Inoltre, grazie alle vendite dei Baby Pelones, è stato aperto un nuovo percorso – Juegaterapia Investigación – per finanziare studi sul cancro infantile. Due borse di ricerca sono già state assegnate in Spagna, presso il Centro nazionale di ricerca sul cancro CNIO, per studi dedicati al neuroblastoma e ai tumori cerebrali pediatrici.

In Italia, il progetto che verrà finanziato presso la Pediatria Oncologica INT sarà finalizzato allo studio molecolare dei tumori rari dell’infanzia, il cui gruppo cooperativo europeo è coordinato da INT.

Lo studio, coordinato dal dott. Andrea Ferrari, responsabile Progetto Giovani della Pediatria dell’Istituto e coordinatore di EXPeRT (European Cooperative Study Group on Pediatric Rare Tumors) e dal dott. Stefano Signoroni, ricercatore INT, inizierà a valutare il tumore del colon-retto, una neoplasia tipica dell’adulto che può però insorgere anche in età pediatrica, in genere con casi molto aggressivi. Obiettivo della ricerca è identificare i profili molecolari che possano differenziare la biologia del tumore pediatrico rispetto a quello dell’adulto, con lo scopo ultimo di trovare specifici target terapeutici.

Juegaterapia

La Fondazione Juegaterapia aiuta i bambini malati di cancro attraverso il gioco. Recupera consolle per videogiochi che non vengono utilizzate e le distribuisce nelle strutture di oncologia pediatrica degli ospedali spagnoli, in modo che i bambini ricoverati possano curarsi dimenticandosi della propria malattia. In Spagna le consolle raccolte hanno già raggiunto più di 80 ospedali e lo stesso è stato fatto anche in Portogallo, Marocco, Colombia, El Salvador, Afghanistan, India, Guinea e Guatemala.

“El Jardín de mi Hospi” è un’iniziativa di Juegaterapia, un pioniere in Spagna, che mira a recuperare i tetti degli ospedali e trasformarli in giardini all’aperto dove i bambini ricoverati possono giocare all’aria aperta. Il progetto è già stato avviato nell’Ospedale di La Paz, nell’Ospedale 12 de Octubre di Madrid e all’Ospedale Fe de Valencia. A breve inizieranno i lavori di costruzione all’Ospedale Gregorio Marañon.

Sponsor: PlayStation, Enviália, Kiehl’s y Entradium collaborano permanentemente e disinteressatamente con la Fondazione Juegoterapia.

Baby Pelones e la ricerca contro il cancro infantile

Le Baby Pelones sono un’idea originale di Juegoterapia e sono “le bambole più belle del mondo” perchè sono nate dall’ispirazione data dai bambini che lottano contro la malattia. Portano un fazzoletto in testa con disegni realizzati dagli ambasciatori della fondazione come Alejandro Sanz, Shakira, Richard Gere, David Brisbal o María, Jorge e Teresa, tre piccoli lottatori. Da cinque anni ad oggi, se ne sono vendute più di 1.000.000 e il ricavato ha permesso di stanziare due assegni biennali da 100.000 euro dedicati alla ricerca contro il cancro infantile. Sono disponibili in Spagna e in Portogallo da Jugettos, El Corte Inglés, Amazon, Toys R’Us; inoltre anche da Gocco, Drim e Fnac Spagna. È possibile acquistarle anche su alcuni voli Iberia. In Italia da La Giraffa e Rocco Giocattoli. In Messico da Sanborns.

La Fondazione IRCCS – Istituto Nazionale dei Tumori (INT)

La Fondazione IRCCS – Istituto Nazionale dei Tumori (INT) è un istituto pubblico di ricovero e cura a carattere scientifico. Fondato nel 1928, l’INT è primo in Italia tra gli IRCCS oncologici ed è centro di riferimento nazionale e internazionale sia per i tumori più frequenti che per quelli più rari e pediatrici. Con 540 persone dedicate e 27 laboratori, è oggi polo di eccellenza per le attività di ricerca pre-clinica, traslazionale e clinica, di assistenza ed epidemiologica. Definito come «Comprehensive Cancer Center», secondo quanto stabilito dall’Organizzazione degli Istituti del Cancro Europei (OECI), l’INT, con 16 brevetti e ben 5 Registri di Patologia Istituzionali, è affiliato a oltre una decina di organizzazioni internazionali per la ricerca e cura del cancro (OECI, UICC, WIN, EORTC) ed è membro nella rete «Cancer Core Europe» formata dai 7 principali European Cancer Center. Nel portfolio INT 2017: 656 studi clinici, 702 studi pubblicati su riviste scientifiche internazionali, 225 progetti finanziati da enti pubblici e privati. INT è uno dei Centri di riferimento nel panorama assistenziale lombardo e nazionale: nel 2017 sono stati più di 18.000 i pazienti ricoverati e oltre un milione 214 mila le visite ed esami a livello ambulatoriale eseguite. Oltre all’attività di ricerca e clinica, l’Istituto si occupa di formazione, ospitando 140 specializzandi universitari.

CAR-T: cosa sono

Un “farmaco vivente”; ecco cos’è la terapia CAR-T cell (Chimeric Antigen Receptor T-cell). È la forma più avanzata d’immunoterapia anti-tumorale, che si basa su elementi del nostro sistema immunitario (i T linfociti), geneticamente modificati attraverso l’inserimento nel loro DNA di una sequenza genica che codifica per una proteina in grado di reindirizzare l’attività di queste cellule sul bersaglio tumorale. Quest’aggressione si fonda sul riconoscimento selettivo di una molecola bersaglio presente sulle cellule tumorali che, nel caso delle patologie in cui vi è stata l’approvazione da parte delle agenzie regolatorie, è la CD19. In altre parole dunque, la tecnica prevede un prelievo di linfociti T dal paziente con in un processo detto aferesi, i quali dopo una procedura di ingegnerizzazione, che dura dalle 4 alle 6 settimane (tra prelievo, trasporto al laboratorio per il procedimento di modifica del DNA e ritorno al centro), vengono restituiti al paziente tramite un virus non patogeno. A questo punto, una volta entrati nel circolo sanguigno le CAR-T sono in grado di riconoscere le cellule tumorali e di eliminarle grazie all’attivazione della risposta immunitaria.

Rispetto ad altre terapie innovative sviluppate negli ultimi anni, questa ha una marcia in più: l’ambizione di guarire i pazienti, anche se non tutti. Questo va detto a chiare lettere perché è necessario non dare false speranze. La CAR-T cell therapy è in grado di offrire una concreta possibilità di cura definitiva per quei pazienti che, avendo fallito i trattamenti convenzionali, non avrebbero ulteriori possibilità terapeutiche disponibili. Non tutti quindi possono beneficiarne ed anzi, le CAR-T sono riservate a malati che hanno fallito tutti i trattamenti convenzionali. Più specificatamente, l’agenzia europea del farmaco (EMA) e la Food and Drug Administration (FDA) hanno approvato la terapia con cellule CAR-T per i pazienti fino ai 25 anni di età con Leucemia Linfoblastica Acuta a differenziazione B cellulare (LLA-BCP) in seconda ricaduta di malattia o con malattia refrattaria ai trattamenti convenzionali o in prima ricaduta post trapianto emopoietico e per i pazienti adulti affetti da Linfomi diffusi a grandi cellule B (DLBCL) o da Linfomi primitivi del mediastino (PMBCL) a grandi cellule B refrattari o resistenti a due o più linee di terapia sistemica.

Abbiamo detto che la terapia si effettua mediante la somministrazione endovenosa delle cellule ingegnerizzate. Entrando più nello specifico, la somministrazione delle CAR-T deve essere preceduta dalla raccolta dei linfociti del paziente circa un mese prima dell’infusione tramite la procedura di linfocito-aferesi, cioè viene collegato a una macchina che centrifuga il sangue e raccoglie i linfociti attraverso due vene (una per l’uscita e un’altra per il ritorno). I linfociti vengono poi inviati al di fuori dell’ospedale per essere modificati in laboratorio. Tre giorni prima dell’infusione il paziente deve ricevere un breve ciclo di chemioterapia e poi riceve i linfociti che nel frattempo sono stati geneticamente modificati e rimandati al Centro dove il paziente è ricoverato. Va comunque precisato che non tutti i pazienti che hanno fallito tutti i trattamenti convenzionali sono in grado di ricevere un trattamento con cellule CAR-T: le due molecole a disposizione hanno bisogno di un mese, in un caso, e di tre mesi, nell’altro caso per fare effetto. Dall’inizio della procedura, dal momento dell’aferesi, al reale effetto del farmaco possono passare anche tre-quattro mesi, periodo in cui il paziente non può ricevere nessun altro tipo di trattamento e quindi deve essere stabile

È dunque una terapia molto potente e come tale comporta dei rischi. In particolare, la sindrome da rilascio citochinico è l’effetto collaterale più frequente e importante. Tale sindrome consta in uno stato di estrema infiammazione causata proprio dai linfociti T i quali, una volta re-infusi nel paziente scatenano una eccessiva risposta immunitaria. I sintomi possono essere anche molto gravi e, quindi, pericolosi per la vita del paziente. Per questo motivo, è fondamentale muoversi tempestivamente e con terapie appropriate quindi con farmaci corticosteroidi o anticorpi che bloccano le citochine coinvolte nella fisiopatologia di questa condizione. Un’altra temibile complicanza della terapia con cellule CAR-T è costituita dalla neurotossicità che, in rarissimi casi occorsi in soggetti adulti, è risultata essere anche fatale. Se per la sindrome da rilascio citochinico, gli specialisti conoscono bene la fisiopatologia per le possibilità di trattamenti adeguati, non si può dire lo stesso per le neurotossicità in quanto proprio il determinismo fisiopatologico è poco chiaro. La mortalità di tale trattamento è di circa il 5%.

Immissione in commercio

Come abbiamo ricordato, le agenzie regolatorie del farmaco europea e americana hanno autorizzato l’immissione in commercio di due farmaci. In Italia è attualmente in atto la negoziazione con l’Aifa per la rimborsabilità dei due medicinali e sono in corso trial clinici e un programma per uso compassionevole di uno dei due farmaci.

Tumori: immunoterapia ancor più efficace quando viene combinata con i farmaci epigenetici

La sfida attuale nella lotta al cancro è di aumentare il numero di pazienti che rispondono positivamente all’immunoterapia. Per farlo occorre “preparare” il tumore a essere riconosciuto in modo più efficace dal sistema immunitario. È in questa direzione che stanno lavorando i ricercatori del Centro di Immuno-Oncologia (CIO) del Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena. Nello studio NIBIT-M4, che è stato presentato il 1 giugno scorso a Chicago in occasione del congresso dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO), il gruppo di ricerca diretto dal professor Michele Maio, in collaborazione con importanti Centri italiani ed europei, ha dimostrato che nei pazienti con melanoma la sequenza di guadecitabina e ipilimumab – il primo un agente ipometilante, il secondo un immunoterapico – migliora la capacità del sistema immunitario di riconoscere ed attaccare le cellule tumorali.

Aumentare il numero di pazienti che rispondono all’immunoterapia

Negli ultimi dieci anni l’immunoterapia ha rivoluzionato il trattamento dei tumori. Alcune neoplasie che non lasciavano scampo oggi possono essere trattate con successo, ma solo circa il 40-50% dei pazienti risponde a questo genere di cure. Se da un lato una delle possibili strategie per aumentare la percentuale è migliorare la sequenza con cui somministrare i diversi immunoterapici, l’altra prevede la somministrazione dell’immunoterapia in combinazione a molecole in grado di modificare le caratteristiche del tumore, con l’obiettivo di renderlo maggiormente visibile al sistema immunitario. Lo studio presentato ad ASCO, una “prima” a livello mondiale, va proprio in quest’ultima direzione.

I risultati raggiunti sono per noi motivo di grande orgoglio in quanto confermano la nostra iniziale intuizione sulla necessità di creare le condizioni affinché gli immunoterapici possano agire al meglio. Quanto ottenuto è perfettamente in linea con i risultati pre-clinici raggiunti negli anni scorsi dai laboratori del nostro Centro. Una dimostrazione di quanto sia fondamentale l’integrazione tra la ricerca di base e quella clinica, sostenute negli anni dalla Fondazione NIBIT e dalla Fondazione AIRC, anche grazie al programma 5×1000 cominciato nel 2018” – ha spiegato Michele Maio, direttore del CIO di Siena e Presidente della Fondazione NIBIT, che ha sostenuto lo studio insieme ad AIRC.

Un passo avanti ulteriore verso la cronicizzazione del cancro.

Il tumore è maggiormente visibile

Lo studio di fase 1b, iniziato nel 2015 e che ha coinvolto 19 pazienti con melanoma metastatico, ha innanzitutto raggiunto l’obiettivo di dimostrare la sicurezza e la tollerabilità della sequenza di somministrazione dei due farmaci. Dalle analisi è anche emerso che nel 42% dei pazienti si è verificato un controllo della malattia e nel 26% dei casi una risposta obiettiva al trattamento.

Questi dati ci indicano che siamo sulla buona strada. La somministrazione sequenziale di un agente ipometilante e dell’immunoterapico è un trattamento fattibile e complessivamente ben tollerato, che può migliorare l’efficacia dell’immunoterapia” – ha spiegato Anna Maria Di Giacomo, coordinatrice della ricerca clinica del CIO e Principal Investigator dello studio.

Non solo, le analisi effettuate sui campioni tumorali dei pazienti hanno mostrato che l’utilizzo della guadecitabina ha portato a una maggiore espressione di quei geni implicati nel riconoscimento tra tumore e sistema immunitario, chiara prova della bontà del metodo utilizzato.

Farmaci in sequenza

La strategia utilizzata ha previsto la somministrazione di un farmaco epigenetico, la guadecitabina, capace di determinare modificazioni chimiche nel DNA delle cellule tumorali per poterne modulare l’espressione genica.

Le modifiche generate da questo farmaco fanno sì che le cellule tumorali esprimano, sulla propria superficie, molecole che hanno un ruolo fondamentale nell’interazione tra tumore e sistema immunitario. Così il tumore risulta maggiormente visibile agli “occhi” alle cellule del sistema immunitario del paziente e la guadecitabina crea le condizioni ottimali per fare in modo che i farmaci immunoterapici somministrati successivamente possano avere maggiore efficacia” – ha spiegato Alessia Covre, coordinatore della ricerca pre-clinica del CIO al Policlinico Santa Maria alle Scotte di Siena, coautore dello studio.

 

Lo studio | NIBIT-M4 (Studio di fase Ib)

Presentazione: Asco – Chicago, 1 giugno 2019 Hall A, 8.00 AM – 11.00 local time – Sessione: Developmental Immunotherapy and Tumor Immunobiology – Principal Investigator Anna Maria Di Giacomo, co-autore Alessia Covre – Centro Immunoncologia di Siena.

Lo studio è stato sostenuto dalla Fondazione NIBIT e dalla Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro. La parte clinica e quella di laboratorio sono state sviluppate interamente nel Centro di Siena, avvalendosi per le analisi traslazionali di importanti centri europei ed italiani che hanno contribuito per specificità nella valutazione dei campioni tumorali.

Abstract originale: https://abstracts.asco.org/239/AbstView_239_264419.html

Neurofibromatosi: Giornata Internazionale

L’Italia si è illuminata di blu e verde il 17 maggio per esprimere vicinanza alle persone con neurofibromatosi e per richiamare l’attenzione su questa malattia genetica. I monumenti di tante città italiane, così come in Europa e in altre nazioni oltreoceano, si sono illuminati in occasione della Giornata Internazionale di sensibilizzazione sulle Neurofibromatosi.

L’invito, a tutte le amministrazioni locali, è arrivato dai pazienti e dalle tre Associazioni che li rappresentano: ANF Onlus, Ananas Onlus e Linfa Odv che svolgono attività di informazione e sono un riferimento per tutte le persone a cui viene diagnosticata la neurofibromatosi.

L’iniziativa è stata lanciata a livello globale dalla storica fondazione statunitense Children’s Tumor Foundation (CTF) e coinvolge molte associazioni che nel mondo si dedicano ai pazienti affetti da questa sindrome genetica.

Il mese di maggio è stato dedicato, a livello nazionale e internazionale, alla sensibilizzazione e alla diffusione di conoscenze sulle NEUROFIBROMATOSI, meglio conosciute come NF, sindromi genetiche rare che già a livello pediatrico si manifestano con tumori del sistema nervoso centrale e periferico, estremamente dolorosi e deturpanti talvolta associati a problemi ossei, cognitivi e vascolari e che ad oggi mancano di una terapia efficace. Sono oltre 20.000 in Italia le persone colpite da NF e circa 2 milioni nel mondo

E’ stato un mese per conoscere questa malattia attraverso iniziative che hanno coinvolto medici, ricercatori, associazioni dei pazienti e la società, le istituzioni e la comunità scientifica nella lotta per sconfiggere le neurofibromatosi.

Per maggiori informazioni su Shine a light on NF è possibile visitare la pagina dedicata all’iniziativa nel sito della Fondazione statunitense Children’s Tumor Foundation.

 

“Mieloma Ti Sfido”: al via le nuove sfide contro la malattia

Sfidare e combattere insieme il Mieloma Multiplo, una forma aggressiva di tumore del sangue che oggi, grazie alla ricerca, sta perdendo terreno: la sopravvivenza dei pazienti è aumentata, la qualità di vita migliorata. Non bisogna però abbassare la guardia: la sfida continua e adesso ci sono armi in più per combatterla, come la terapia di mantenimento dopo il trapianto di cellule staminali, che aiutano i pazienti a guadagnare tempo di vita libero dalla malattia, allontanando le ricadute.

Fa leva sulla metafora della scherma l’invito rivolto a tutti i cittadini da Mieloma Ti Sfido, campagna di sensibilizzazione promossa da AIL – Associazione Italiana contro le Leucemie-linfomi e mieloma Onlus insieme a La Lampada di Aladino con il contributo non condizionante di Celgene e il coinvolgimento di due “paladini” d’eccezione: Aldo Montano, medaglia d’oro nella sciabola ai Giochi Olimpici di Atene 2004, ed Elisa Di Francisca, due ori nel fioretto alle Olimpiadi di Londra 2012.

Sono loro i due testimonial della campagna, protagonisti di un video per il web che, insieme all’installazione itinerante I Duellanti, allestita dal 13 al 15 novembre scorso a Roma, in Piazza di Spagna, hanno veicolato ai cittadini il messaggio chiave: unirsi alla sfida contro il Mieloma Multiplo, aiutare i pazienti a non cadere, perché i progressi delle terapie possono incoraggiarli nel loro percorso di cura.

Il Mieloma Multiplo è un tumore del sangue molto aggressivo, che ha un impatto importante sulla qualità di vita dei pazienti. È una patologia ancora poco conosciuta, spesso diagnosticata non tempestivamente per il carattere aspecifico dei suoi sintomi. Aumentare in generale la conoscenza di questo tumore ematologico per migliorare la consapevolezza e la qualità di vita dei pazienti è fondamentale. È altrettanto importante dare ai pazienti un messaggio di speranza ed essere al loro fianco per incoraggiarli a continuare a combattere senza mai abbassare la guardia”– ha dichiarato Sergio Amadori, Presidente AIL.

Il Mieloma Multiplo è il secondo tumore del sangue per diffusione dopo i linfomi non-Hodgkin. Colpisce soprattutto le persone anziane, con una età mediana alla diagnosi di 70 anni, ed è associato alla moltiplicazione incontrollata delle plasmacellule nel midollo osseo, che causa sintomi quali dolore osseo, anemia, spossatezza. Questo tumore è caratterizzato dall’alternanza tra periodi di remissione, ottenuti grazie all’efficacia delle attuali terapie, e comparsa di recidive che hanno un impatto pesante sia sul piano fisico che su quello psicologico.

In Italia si registrano ogni anno dalle 5.000 alle 7.000 nuove diagnosi; stime approssimative suggeriscono che almeno 15.000-20.000 italiani convivono con questo tumore. Negli ultimi 15 anni la sopravvivenza dei pazienti con Mieloma Multiplo è passata da 2,5 a 10 anni, un aumento incredibile che si accompagna al miglioramento della qualità della vita, soprattutto grazie all’impiego di nuovi farmaci che vanno a colpire in modo estremamente preciso la plasmacellula malata e la uccidono senza danneggiare le cellule sane” – ha affermato Mario Boccadoro, Direttore della Divisione Universitaria di Ematologia, Città della Salute e della Scienza di Torino.

Nel trattamento del mieloma, il trapianto di cellule staminali autologhe è la terapia di scelta per i pazienti in età e condizioni ottimali, mentre per gli altri pazienti i trattamenti prevedono l’utilizzo in combinazione di diversi farmaci. La disponibilità di numerose opzioni terapeutiche permette di ottenere risposte sempre migliori e più profonde che aumentano la durata dei periodi di remissione.

Per i pazienti trapiantati oggi possiamo avvalerci della terapia di mantenimento basata su farmaci immunomodulanti che mantengono la risposta ottenuta per un tempo maggiore che in passato un cambiamento rilevante se pensiamo che, in precedenza, dopo il trapianto dovevamo limitarci a tenere il paziente in osservazione sapendo che la recidiva poteva verificarsi nell’arco di due anni. Per i pazienti non eleggibili al trapianto abbiamo vari schemi terapeutici e la strada è quella di terapie continuative, basate su immunomodulanti orali oppure inibitori del proteasoma in associazione con un chemioterapico. Se interveniamo nelle prime fasi di malattia con le migliori opzioni, possiamo prolungare il più possibile la durata della prima remissione e assicurare risposte migliori in caso di ricadute” – ha spiegato Maria Teresa Petrucci, Dirigente Medico di Primo Livello di Ematologia, Policlinico Umberto I di Roma.

Grazie ai risultati ottenuti negli ultimi anni, l’innovazione nella ricerca e nella cura del Mieloma Multiplo avanza a grandi passi con l’obiettivo di trovare una cura definitiva per questa patologia. In questa sfida Celgene è da sempre in prima linea.

La storia di Celgene nasce con la ricerca nel Mieloma Multiplo. In oltre 30 anni abbiamo cambiato il paradigma di trattamento della malattia grazie agli immunomodulatori orali, che rappresentano il cardine attorno al quale ruota l’algoritmo terapeutico per tutte le fasi della malattia. Di recente abbiamo scritto un nuovo capitolo per i pazienti sottoposti a trapianto, che prima non avevano a disposizione altre opzioni terapeutiche, e il nostro impegno nella ricerca continua senza sosta la nostra vicinanza ai pazienti è concreta anche grazie al supporto a campagne di valore come Mieloma Ti Sfido che aumentano consapevolezza e conoscenza, con ricadute positive per l’intero Sistema” – ha commentato Francesca Russo, Direttore Medico di Celgene Italia.

L’installazione itinerante “I Duellanti” è stato il fulcro delle attività della campagna e ne ha veicolato i messaggi chiave: ritratti dei pazienti accompagnati dalle loro “sfide” hanno fatto da contesto alle due sagome che duellano su una pedana illuminata. Dopo la prima tappa a Roma, nel corso del 2019 l’installazione potrà essere ammirata nelle piazze di Palermo, Bari, Napoli, Bologna e Torino. Nelle città coinvolte il pubblico sarà invitato ad unirsi alla sfida scattando un selfie nei pressi dell’installazione e condividendolo sui propri profili social insieme all’hashtag #iotisfido.

Punti di riferimento sul web per la condivisione dei contenuti e delle azioni della campagna saranno il sito mielomatisfido.it che ospiterà il video con Aldo Montano ed Elisa Di Francisca, e la pagina Facebook “Mieloma Ti Sfido”.

Oggi i pazienti con mieloma sono sempre meno soli nel loro percorso di cura grazie al lavoro di medici, infermieri e ricercatori, alle campagne di sensibilizzazione e anche grazie all’impegno di associazioni che offrono supporto, come La Lampada di Aladino.

Ai pazienti con Mieloma Multiplo La Lampada di Aladino offre, attraverso un lavoro d’équipe multidisciplinare, un supporto completo e individualizzato il nostro obiettivo primario è la qualità di vita della persona in fase acuta e post acuta di malattia. Dopo un colloquio di orientamento, ai pazienti che accedono alla nostra struttura offriamo informazioni generali e anche approfondite sulla loro malattia, un empowerment per una migliore gestione delle terapie e un supporto psicologico vero e proprio tarato sulle esigenze personali, un supporto nutrizionale e clinico con particolare riguardo agli effetti collaterali, oltre a iniziative per il trasporto e l’accompagnamento, la tutela dei diritti e molto altro” – ha sottolineato il Presidente, Davide Petruzzelli.

La campagna Mieloma Ti Sfido ha il patrocinio di GIMEMA – Gruppo Italiano Malattie EMatologiche dell’Adulto, GITMO – Gruppo Italiano per il Trapianto di Midollo Osseo, cellule staminali, emopoietiche e terapie cellulari, CONI – Comitato Olimpico Nazionale Italiano, e FIS – Federazione Italiana Scherma.

 

Le dichiarazioni dei due testimonial

Elisa Di Francisca: «La sfida al mieloma, con le dovute proporzioni, può essere paragonata alle sfide sportive e la scherma si presta bene a raccontare il duello dei pazienti con la malattia. Ai pazienti in cura, che ogni giorno devono affrontare il duello con la malattia, vorrei dire di non arrendersi mai e di non perdere mai la forza d’animo, il coraggio e la positività che possono portarli a vincere molte sfide».

Aldo Montano: «La vita va sempre vissuta con positività con il sostegno delle persone che sono accanto, che lottano insieme a te, e soprattutto non bisogna abbattersi davanti alle difficoltà. Anche se a volte la vita cerca di metterti al tappeto, l’obiettivo è lottare fino alla fine. Molte volte si riesce a vincere».



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