“Che fine ha fatto la cicogna Destinazione Genitori”, seconda edizione della campagna promossa da Merck

Che fine ha fatto la cicogna Destinazione Genitori, seconda edizione della campagna di informazione e sensibilizzazione, promossa da Merck , azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, e dedicata al viaggio delle coppie infertili che sono riuscite a realizzare il loro sogno grazie alla procreazione medicalmente assistita.

Dopo aver chiesto ai più piccoli come nascono i bambini, quest’anno sono i genitori a raccontare il proprio viaggio alla ricerca di un figlio che non arriva.

Il percorso verso la genitorialità è per molti il viaggio più bello della vita. A volte però, per chi ha problemi di infertilità, il percorso diventa impervio, fatto di tappe incerte e scelte difficili. Questo viaggio richiede forza, nervi saldi, amore e fiducia. Una fiducia in se stessi quanto nel progresso scientifico, nella ricerca e nella medicina.

Un viaggio la cui destinazione è solo l’inizio, perché una nascita è l’inizio per antonomasia: è vita.

Che fine ha fatto la cicogna Destinazione Genitori è il racconto del viaggio di mamme e papà che hanno realizzato il proprio sogno.

L’obiettivo di questa campagna è aiutare coloro che desiderano, oltre ad informazioni corrette sul percorso da intraprendere se un figlio non arriva, anche e soprattutto il conforto, i consigli, le raccomandazioni di chi ha già vissuto la stessa esperienza. Il racconto in prima persona di un percorso a ostacoli, fatto di ansie, paure, sconforto, ma anche attesa, speranza, fino alla gioia pura della nascita dei figli.

Le storie (Il desiderio di un figlio per Barbara e Leonida – Che fine ha fatto la cicogna), (La scelta della procreazione assistita di Barbara e Leonida – Che fine ha fatto la cicogna), (L’arrivo di un figlio per Barbara e Leonida – Che fine ha fatto la cicogna), in forma di video, sono pubblicate sul sito internet chefinehafattolacicogna.it.

Sul sito sono inoltre disponibili informazioni su come prendersi cura della propria fertilità e il collegamento ad un motore di ricerca con l’elenco dei centri specializzati accreditati in Italia per i trattamenti di procreazione medicalmente assistita.

Dopo il successo registrato dalla scorsa edizione, abbiamo deciso di proseguire nella nostra iniziativa per contribuire a diffondere una corretta informazione sulla fertilità. Si tratta di un impegno che l’Azienda è lieta di assumersi e che intende mantenere anche per il futuro” – ha dichiarato Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia.

Nella prima edizione della campagna “Che Fine Ha Fatto La Cicogna”, agli utenti del sito è stato proposto un questionario per meglio comprendere la conoscenza delle persone sui temi della fertilità e della prevenzione dell’infertilità. I questionari compilati sono stati 1400. A rispondere prevalentemente donne: l’81% con età compresa tra i 25 e i 39 anni. Tra i dati più interessanti quelli sulle cause di infertilità: il messaggio sui danni di fumo e alcool e sulla riduzione della fertilità con l’avanzare dell’età è arrivato alla grandissima parte dei rispondenti (84%, 85% e 81%); meno diffusa la conoscenza dei rischi legati alle malattie sessualmente trasmesse (61%) ed all’inquinamento (60%). Inoltre, praticamente tutti (99%) hanno dichiarato di sapere che l’infertilità può dipendere da entrambi i partner; quasi altrettanti (95%) sono convinti che a prendersi cura della propria fertilità già in età giovanile debbano essere entrambi i sessi.

Infine, sul periodo da attendere prima di rivolgersi a uno specialista, 6 intervistati su 10 ritengono che il pensiero dell’infertilità possa sorgere dopo 1 anno e più di rapporti sessuali non protetti senza concepimento; 3 su 10 attenderebbero almeno 2 anni prima di considerare l’ipotesi.

La campagna Che fine ha fatto la cicogna Destinazione Genitori ha ottenuto i seguenti patrocini: AGUI (Associazione Ginecologi Universitari Italiani), AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani), CECOS (Centri studio conservazione ovociti e sperma umani), SIA (Società Italiana di Andrologia), SIAMS (Società Italiana di Andrologia e Medicina della Sessualità), SIDR (Società Italiana della Riproduzione), SIE (Società Italiana di Endocrinologia), SIERR (Società Italiana di Embriologia, Riproduzione e Ricerca), SIFES (Società Italiana di Fertilità e Sterilità e Medicina della Riproduzione), SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) e Fondazione Cesare Serono.

 

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Celgene Research Award 2017, premiati i 4 progetti vincitori

Si è concluso il 1° dicembre scorso, l’evento di premiazione del Celgene Research Award 2017, promosso da Celgene in collaborazione con l’Associazione italiana di oncologia medica (AIOM) e le società italiane di dermatologia (SIDeMaST), ematologia (SIE) e reumatologia (SIR), teso a premiare i quattro migliori progetti di ricerca realizzati in aree terapeutiche chiave per la salute: artrite psoriasica, psoriasi, mieloma multiplo e carcinoma del pancreas.

Il concorso, riservato a medici e biologi under 40, ha l’obiettivo di premiare la ricerca indipendente, sia di base sia clinica, offrire nuove opportunità ai giovani ricercatori e contribuire a mantenere solida la qualità della ricerca scientifica in Italia.

L’Italia deve puntare sulle proprie caratteristiche di eccellenza, ovvero ricercatori che primeggiano per numero e qualità delle pubblicazioni scientifiche e un’industria capace di produrre ricerca e innovazione di qualità è per questo che Celgene, che da sempre pone la ricerca al centro della propria mission, in occasione del decennale di presenza in Italia ha deciso di sostenere i giovani ricercatori istituendo il Celgene Research Award” – ha sottolineato Giovanni de Crescenzo, Direttore medico di Celgene Italia.

Nella cornice di Palazzo Capponi a Firenze i finalisti hanno esposto i rispettivi progetti alla Commissione indipendente giudicante composta dai membri delle rispettive quattro Società scientifiche: Carlo Barone per AIOM, Giovanni Pizzolo per SIE, Mauro Galeazzi e Carlo Salvarani per SIR, Carlo Pincelli per SIDeMaST. Tutti i progetti finalisti hanno evidenziato elevato livello scientifico, che ha determinato una discussione molto approfondita da parte della Commissione.

Al termine della valutazione complessiva la Commissione ha annunciato i quattro progetti di ricerca che riceveranno ciascuno un research grant di 50.000 euro per lo sviluppo del progetto: Maria Maddalena Angioni dell’Università di Cagliari per la reumatologia; Riccardo Borroni dell’Istituto Humanitas di Rozzano (Milano) per la dermatologia; Antonina Cagnetta del Policlinico San Martino di Genova per l’ematologia; Carmine Carbone dell’Università degli Studi di Verona per l’oncologia.

Il Research Award conferma l’impegno Celgene per la ricerca. Nel 2015 e nel 2016 il Gruppo Celgene ha investito quasi il 40% del fatturato in Ricerca & Sviluppo, risultando l’azienda che ha utilizzato maggiori risorse in termini percentuali secondo il ‘2016 EU Industrial R&D Investment Scoreboard’ pubblicato dalla Commissione europea.

In Italia, negli ultimi 9 anni, il gruppo Celgene ha coinvolto 18.500 pazienti circa in oltre 80 studi clinici sponsorizzati (con investimenti per 140 milioni di euro) e 92 studi accademici indipendenti per i quali ha fornito un supporto non condizionante.

The 2016 EU Industrial R&D Investment Scoreboard © European Union, 2016Accesso: 8 febbraio 2017.


 

ERAS per la migliore assistenza ai pazienti con tumore colon retto

Si chiama ERAS ed è un programma che permette un migliore percorso chirurgico per le persone affette da tumore al colon retto, garantendo maggiori benefici ai pazienti, meno complicanze e dolore, una più rapida ripresa post operatoria.

Il Lazio è la prima Regione in Italia che introduce il programma ERAS (Enhanced Recovery After Surgery), come metodologia condivisa da tutti i centri aderenti, che è stato presentato l’1 dicembre scorso, presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma (Aula Brasca) nella giornata di apertura del congresso 2017.COM, l’annuale appuntamento sulla chirurgia oncologica mininvasiva, con il patrocinio della SICO, Società Italiana di Chirurgia Oncologica, presieduto dai Prof. Roberto Persiani e Domenico D’Ugo e dedicato quest’anno a Clinical Pathways and Technology in Colorectal Surgery i cui lavori si sono conclusi il 2 dicembre. 

Siamo orgogliosi che le innovazioni sia nazionali che regionali vedano il Policlinico Gemelli in prima linea nell’applicare protocolli di eccellenza in ogni campo della medicina e chirurgia. Introdurre il protocollo ERAS, significa ripensare all’organizzazione di tutte le componenti professionali che danno origine a un insieme di interventi correlati tra loro per una migliore assistenza ai pazienti, prima, durante il ricovero e nel post-ospedaliero affrontando piccole e grandi complessità tecniche e professionali. Tutto questo si traduce in una crescita della qualità del servizio offerto al paziente, in particolare ai pazienti affetti da malattie oncologiche” – ha affermato l’Ing. Enrico Zampedri, Direttore Generale della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Il tumore al colon retto è il più frequente nella popolazione italiana con circa 464mila casi, 53mila nuovi casi ogni anno1. In particolare, nel Lazio, si stimano 6.000 nuove diagnosi anno per un totale di 44.000 persone malate con una incidenza maggiore negli uomini rispetto alle donne2.

La chirurgia è la forma più comune di trattamento per questi tumori. Oltre all’adozione di tecniche chirurgiche all’avanguardia, è importante modificare la gestione clinica del paziente, da un punto di vista anestesiologico, clinico e nutrizionale, per raggiungere il migliore risultato per il paziente da un punto di vista chirurgico e del benessere generale.

L’ERAS è un programma di gestione peri-operatoria multidisciplinare concepito per migliorare tutti i parametri di recupero post operatorio sviluppato per la chirurgia colon-rettale ma applicabile anche in altri ambiti, quali la chirurgia epatica, bariatrica, pancreatica, gastrica, ginecologica, urologica.

Questo programma offre molte opportunità sia per il paziente sia per la sostenibilità del sistema sanitario.

L’ERAS Lazio Network è il primo esempio italiano di gruppo di lavoro costituito da diversi centri nella Regione Lazio il cui obiettivo è quello di valutare la diffusione delle linee guida ERAS e dei risultati derivanti dalla loro adozione. Il Policlinico Gemelli di Roma ha adottato questo protocollo nella chirurgia colon-rettale a partire da gennaio 2016. Inoltre nel 90% dei casi si utilizza un approccio chirurgico mininvasivo, che in base agli indiscussi vantaggi in termini di riduzione del dolore postoperatorio, ridotta necessità di farmaci analgesici e più breve degenza ospedaliera, rappresenta per il paziente un ulteriore elemento per amplificare gli effetti positivi del protocollo ERAS. Quello che abbiamo osservato, in poco meno di due anni, è una significativa riduzione dei giorni di degenza post-operatoria e delle complicanze. Attraverso un’analisi proiettiva, abbiamo stimato che l’adozione del programma ERAS può portare a un risparmio di quasi 4 milioni di euro ogni 1.000 pazienti, saving che può essere reinvestito in altre aree che lo richiedono” – ha spiegato il Prof. Roberto Persiani, responsabile UOS Chirurgia Oncologica Mini-Invasiva, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma.

Il programma ERAS pur essendo nato circa 20 anni fa, non ha mai avuto un’ampia diffusione fino ad oggi e per questo può essere considerato ancora innovativo. Alla base di questo approccio c’è un team multidisciplinare che coinvolge chirurghi, anestesisti, infermieri, dietisti e fisioterapisti che mira a conservare il più possibile l’integrità fisica e funzionale dell’organismo. Il percorso si articola in una serie di attività, definite secondo le linee guida dell’ERAS Society, che già individualmente mostrano dei vantaggi, ma se condotte tutte sulla base delle esigenze del paziente, permettono di ottimizzare maggiormente i risultati. Alla base del successo di questo programma c’è comunque il paziente e il suo coinvolgimento: il primo passo dell’ERAS è infatti un incontro informativo ed educazionale sull’intero percorso e sui comportamenti che il paziente deve assumere per favorire la maggiore adesione al programma. In questa stessa ottica, ha un impatto positivo il coinvolgimento anche dei familiari che hanno un ruolo fondamentale nell’assistere il paziente sia durante la degenza sia alla dimissione. Anche la drammatica ansia pre intervento è visibilmente ridotta dal coinvolgimento del paziente grazie anche ad un libretto che descrive tutto il percorso da affrontare e di cui il paziente viene messo al corrente prima che tutto inizi” – ha continuato il Prof. Domenico D’Ugo, presidente SICO, Società Italiana di Chirurgia Oncologica e direttore UOC Chirurgia Generale, Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma

Il protocollo ERAS, oltre che un’evoluzione, rappresenta una rivoluzione nell’ambito delle scelte cliniche basate sull’evidenza scientifica e nell’approccio ai pazienti e ai loro familiari attraverso una reale presa in carico collegiale da parte di tutti i professionisti coinvolti nel processo di cura, e non più separatamente ciascuno in rapporto alla propria specifica competenza. In un policlinico universitario come il Gemelli che ha quale sua missione anche la formazione dei medici e dei chirurghi del futuro l’adozione del protocollo ERAS ha e avrà un impatto positivo sulla crescita professionale dell’equipe clinica e sulla qualità delle cure offerte” – ha affermato il prof. Rocco Bellantone, Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica di Roma.

1 I numeri del cancro in Italia 2017. Rapporto AIRTUM – AIOM 2017

2 Stime http://www.tumori.net 2015


Cioccolato e mandorle abbassano il colesterolo

Cioccolato e mandorle come ottimi alleati del cuore. Se assunti con moderazione, sembra aiutino a ridurre il rischio di malattie cardiache, in particolare quelle coronariche.

A rivelarlo è una ricerca della Pennsylvania State University, pubblicata su Journal of the American Heart Association 1.

Gli studiosi hanno preso in esame 31 persone di età compresa tra i 30 e i 70 anni. Per un mese, i partecipanti non hanno mangiato nessuno degli alimenti nello studio. Nel successivo periodo di un mese, hanno invece assunto 42,5 grammi di mandorle al giorno, in una fase successiva hanno mangiato 43 grammi di cioccolato fondente in combinazione con 18 grammi di polvere di cacao e in ultimo invece tutti e tre i cibi.

Lo studio ha mostrato che le mandorle consumate da sole abbassavano il colesterolo ‘LDL’, quello cosiddetto cattivo, del 7% e anche in combinazione col cioccolato risultavano ridotte le piccole particelle dense di LDL che sono un fattore di rischio per le malattie cardiovascolari.

Il cioccolato fondente da solo, invece, non aumentava né diminuiva i livelli di colesterolo.

Da questo studio arriva un messaggio importante. Le mandorle devono essere parte di una dieta sana” – conclude Penny Kris-Etherton, autrice principale dello studio.

1 Effects of Dark Chocolate and Almonds on Cardiovascular Risk Factors in Overweight and Obese Individuals: A Randomized Controlled‐Feeding Trial – Yujin Lee, Claire E. Berryman, Sheila G. West, C.‐Y. Oliver Chen, Jeffrey B. Blumberg, Karen G. Lapsley, Amy G. Preston, Jennifer A. Fleming, Penny M. Kris‐Etherton – https://doi.org/10.1161/JAHA.116.005162 – Journal of the American Heart Association. 2017;6:e005162, Originally published November 29, 2017

FONTE | http://www.nutrieprevieni.it

Trombosi venosa profonda e cancro

Il tromboembolismo venoso (TEV) rappresenta una delle più importanti cause di morbilità e mortalità nei pazienti con cancro.

Le manifestazioni cliniche più comuni sono la trombosi venosa profonda (TVP) e l’embolia polmonare (EP).

L’associazione tra malattia neoplastica e trombosi è nota da oltre un secolo e, fin dall’inizio, è apparsa avere un duplice significato. Infatti, non solo gli eventi trombotici possono essere una complicanza frequente nelle neoplasie, come riportato per la prima volta da Armand Trousseau nel 1865, ma i meccanismi di attivazione della coagulazione possono anche interferire con la crescita e la metastatizzazione del tumore, come postulato da Billroth fin dal 1878. Oltre ad avere un rischio maggiore di sviluppare TEV, i pazienti con tumore hanno anche un maggior rischio di avere recidive di trombosi e complicanze emorragiche. Un episodio di TEV ha importanti risvolti sia sulla qualità di vita dei pazienti con cancro sia sulla loro prognosi indipendentemente dallo stadio di malattia, dal trattamento e dalle condizioni cliniche.

La trombosi può anche essere una delle prime manifestazioni cliniche di un tumore occulto. Infatti, gli studi disponibili in letteratura suggeriscono che i pazienti con TEV “idiopatica” hanno un rischio da 4 a 7 volte maggiore di sviluppare un tumore nel primo anno dalla diagnosi di trombosi, rispetto ai pazienti con TEV secondaria a cause note (interventi chirurgici, trombofilia congenita, contraccettivi orali, gravidanza e immobilizzazione).

Anche in assenza di una trombosi manifesta, i pazienti oncologici mostrano diverse anomalie nei test di “routine” della coagulazione, facendo sospettare una condizione di ipercoagulabilità. Le anomalie più frequentemente riportate sono: incremento di alcuni fattori della coagulazione (fibrinogeno, fattore V, fattore VIII, fattore IX e fattore X), aumento dei prodotti di degradazione del fibrinogeno/fibrina (FDP) e trombocitosi. Recentemente nuovi e più sensibili test per la diagnosi di ipercoagulabilità sono divenuti via via disponibili nel laboratorio di coagulazione. Essi riflettono il grado di attivazione della coagulazione “in vivo” e misurano i prodotti finali della cascata coagulativa.

Un ruolo importante nella patogenesi dello stato di ipercoagulabilità presente nelle neoplasie è attribuito alle proprietà protrombotiche delle stesse cellule tumorali. Numerosi studi hanno chiaramente dimostrato la capacità delle cellule tumorali di attivare direttamente la cascata coagulativa, mediante la produzione e/o il rilascio di sostanze procoagulanti, fra cui il tissue factor (TF), che è espresso costitutivamente da queste cellule e che forma un complesso con il FVII per attivare la cascata coagulativa. Il contributo delle cellule endoteliali dell’ospite, delle piastrine e dei leucociti, allo stato protrombotico del tumore rimane rilevante. Inoltre ampie evidenze sperimentali indicano che i neutrofili sono presenti in grandi quantità nel tumore dove possono rilasciare extracellular DNA traps (NET) e influenzano la crescita e l’angiogenesi.

Sono stati individuati vari fattori di rischio trombotico, sia clinici che biologici, che contribuiscono alla diatesi trombotica nei pazienti con cancro. I fattori clinici possono essere raggruppati in tre categorie principali (vedi Tabella): fattori individuali del paziente, fattori correlati al cancro e fattori correlati al trattamento del tumore.

Studi recenti si stanno focalizzando sull’utilizzo di fattori di rischio clinici e di parametri di laboratorio per l’identificazione di pazienti ad alto rischio di TEV che potrebbero beneficiare di una tromboprofilassi primaria come il ProTechT score oppure l’Ottawa score che è in grado di distinguere tra pazienti oncologici ad alto o a basso rischio di TEV recidivante.

Le linee guida dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) raccomandano l’uso di questi score per valutare periodicamente il rischio trombotico dei pazienti affetti da cancro durante le diversi fasi della malattia.

Il trattamento standard del TEV nei pazienti oncologici differisce da quello nei pazienti non oncologici. Mentre la fase iniziale della terapia (i primi 5-7 giorni) è basata sull’uso delle eparine, sia EBPM (a basso peso molecolare) che ENF (non frazionata), la fase prolungata si fonda sulla terapia con l’EBPM, superiore nel prevenire le recidive trombotiche nei pazienti oncologici, senza incrementare il rischio emorragico. Pertanto lo schema con le EBPM sia nella fase acuta che in quella prolungata costituisce attualmente il trattamento di prima scelta in questi pazienti).

Non vi sono al momento esperienze con i nuovi anticoagulanti inibitori diretti della trombina o del fattore X. Per quanto riguarda la profilassi del TEV, non vi è alcuna prova che vi sia un beneficio nel fare una profilassi antitrombotica a tutti i pazienti oncologici, tuttavia ci sono alcune condizioni in cui la profilassi deve essere considerata: nella chirurgia oncologica, nel paziente oncologico ospedalizzato e nel paziente oncologico ambulatoriale.

Mentre nei primi due ambiti la presenza di cancro è riconosciuta come fattore di rischio importante per lo sviluppo di TEV, il paziente ambulatoriale costituisce ancora una sfida nella stratificazione del rischio tromboembolico. Il vantaggio di una tromboprofilassi in corso di chemioterapia è stato valutato in diversi studi.

Contributo originale presentato al Simposio SIAPAV – D.SSA. ANNA FALANGA – D.SSA VIOLA MILESI – UOC Immunoematologia e Medicina Trasfusionale & Centro Emostasi e Trombosi – ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

Gravidanza: prevenzione tromboembolismo e screening per trombofilia

In tutte le donne dovrebbe essere fatta una valutazione del rischio TEV in epoca pre-concezionale o all’inizio della gravidanza. Tale valutazione dovrebbe essere ripetuta al momento del parto e, soprattutto nel post- parto.

Il rischio di TEV è aumentato in gravidanza; l’incidenza stimata di TEV in gravidanza è di 1/1.000, con un’incidenza fino a 5 volte più alta nel puerperio.

Più dell’ 85% dei casi di TVP in gravidanza è a carico dell’arto inferiore sinistro; in gravidanza è possibile riscontrare trombosi isolate delle vene iliache, che potrebbero manifestarsi solo con dolore all’addome, ai fianchi, alle natiche o all’inguine.

Per valutare il rischio di sviluppare un evento TEV in gravidanza devono essere considerati sia i fattori di rischio pre-esistenti, sia quelli legati alla gravidanza stessa:

fattori rischio tvp gravidanza cardiotool

*in caso di pregresso TEV e/o trombofilia è necessario il parere di uno specialista in emostasi e gravidanza; per quanto concerne la trombofilia, a seconda dei deficit e delle mutazioni presenti, le linee guida forniscono indicazioni specifiche per il trattamento profilattico più idoneo (vedi Appendice IV del documento RCOG)

In donne con un punteggio ≥ 4 dovrebbe essere considerato un trattamento profilattico con EBPM per tutta la gravidanza e almeno 6 settimane dopo il parto (sempre necessaria rivalutazione).

In donne con un punteggio = 3 si dovrebbe considerare trattamento profilattico con EBPM dalla 28° settimana di gestazione e per 6 settimane dopo il parto (sempre necessaria rivalutazione).

In donne con punteggio = 2 si dovrebbe considerare la profilassi con EBPM per almeno 10 giorni dopo il parto.

In caso di ricovero ospedaliero durante la gravidanza (inclusi i casi di iperemesi gravidica e sindrome da iperstimolazione ovarica), la gestante dovrebbe essere sottoposta a trattamento profilattico con EBPM, a meno di specifiche controindicazioni (es. sanguinamento in corso).

In caso di un singolo pregresso episodio di  TEV (ad eccezione di singolo TEV legato a chirurgia maggiore e assenza di altri fattori di rischio), la gestante dovrebbe ricevere EBPM come profilassi per tutta la gravidanza.

Nel caso di pregressi TEV recidivanti per una corretta impostazione del trattamento profilattico è buona norma inviare la paziente da uno specialista di emostasi; in queste pazienti la dose profilattica di EBPM potrebbe essere più alta rispetto alla dose standard; inoltre è richiesta un’attenta gestione della terapia anticoagulante con Warfarin (effetto teratogeno) eventualmente già in corso, che andrà prontamente sostituita con EBPM il prima possibile.

Nel post parto la tromboprofilassi con EBPM per almeno 10 giorni dovrebbe essere considerata in tutte le donne con BMI ≥40kg/m² e nelle donne in cui persistano almeno 2 fattori di rischio . In caso di pregressi TEV, la profilassi post parto con EBPM o con Warfarin dovrà essere eseguita per almeno 6 settimane.

In caso di parto cesareo la profilassi con EBPM per 10 giorni dovrebbe essere sempre considerata, a parte il caso di cesareo elettivo in cui la profilassi va considerata se la puerpera presenta almeno un altro fattore di rischio.

Per le donne che presentano meno di 2 fattori di rischio (basso rischio) non è consigliata alcuna profilassi antitrombotica farmacologica, ma si raccomanda una mobilizzazione precoce e di evitare la disidratazione .

L’eparina a basso peso molecolare (EBPM) è il farmaco di scelta per la profilassi del TEV sia durante la gravidanza che nel puerperio (sicura anche se la donna allatta); il dosaggio dovrà basarsi sul peso della paziente. Secondo le Linee Guida il monitoraggio delle piastrine è necessario solo se la gestante ha avuto precedenti somministrazioni di eparina non frazionata (ENF); le schede tecniche delle EBPM riportano invece l’indicazione all’esecuzione di routine: “Una conta piastrinica andrebbe valutata prima del trattamento e di seguito due volte alla settimana per il primo mese in caso di somministrazioni protratte”.


dosaggio profilattico tvp gravidanza cardiotool

In casi particolari, previo parere dello specialista, possono essere considerate anche altre molecole, quali eparina non frazionata (ENF), Fondaparinux, Warfarin.

Attualmente l’impiego  dei nuovi anticoagulanti orali (NAO) non è raccomandato in gravidanza.

2015 RCOG Reducing the Risk of Venous Thromboembolism during Pregnancy and the Puerperium.

2011 ESC Guidelines on the management of cardiovascular diseases during pregnancy.

 

Screening per trombofilia

Quando indicato e quando possibile, lo screening per trombofilia, andrebbe eseguito prima della gravidanza; in corso di gravidanza lo screening va interpretato con cautela, poiché la gravidanza determina fisiologicamente delle modificazioni del sistema emocoagulativo (es. riduzione proteina S).

È sconsigliato ripetere i test di trombofilia in gravidanza, poiché i risultati in tale condizione possono essere di difficile interpretazione e potenzialmente fuorvianti; solo nelle donne con iperomocisteinemia che hanno sospeso la supplementazione di acido folico dopo la 12ma settimana di gravidanza è utile ripetere il dosaggio nel terzo trimestre.

Lo screening è suggerito nelle donne asintomatiche con storia familiare di TEV, o con familiarità per trombofilia ereditaria. È inoltre suggerito nelle donne con pregresso TEV, oppure con storia ostetrica personale (non familiare) per aborti ricorrenti (> 3 nel primo trimestre, < 3 se nel secondo o terzo trimestre), morte endouterina fetale-MEF, pre-eclampsia, HELLP syndrome, abruptio placentae o ritardo di crescita intrauterino-IUGR.

Lo screening per trombofilia non è suggerito nelle donne asintomatiche senza storia familiare di TEV.

In caso di aborti ripetuti è fortemente suggerita anche la ricerca di anticorpi antifosfolipidi.

Test da includere nello screening:

  • Antitrombina
  • Proteina C
  • Proteina S
  • Resistenza alla proteina C attivata e/o fattore V Leiden
  • Mutazione G20210A protrombina
  • Omocisteina
  • Anticorpi antifosfolipidi (LAC e ACA)

Il riscontro di eventuali alterazioni trombofiliche renderà necessaria la profilassi durante la gravidanza e il puerperio, con modalità e tempistiche variabili a seconda del difetto riscontrato stabilite dallo Specialista (riferirsi ad un centro Trombosi- Emostasi).


 

 

3 dicembre 1967: primo trapianto di cuore

Sono passati 50 anni dal primo trapianto di cuore della storia.

Nel ricordare il primo traguardo, ripercorriamo i progressi  fatti nella cura delle malattie cardiache con uno sguardo verso il futuro della cardiochirurgia.

Il 3 dicembre del 1967 il chirurgo sudafricano Christiaan Barnard fece diventare Louis Washkansky, un 53enne che soffriva di insufficienza cardiaca grave, l”uomo con il cuore di una giovane donna’.

A donare l’organo era stata infatti Denise Darvall, una donna di 25 anni impiegata di banca che il giorno prima era stata investita mentre attraversava la strada. Il padre della ragazza diede subito il consenso, riportano le cronache dell’epoca, e Washkansky fu portato in sala operatoria nelle prime ore del 3 dicembre. Il trapianto fu eseguito da un team di 20 persone.

Quando l’ultima connessione fu fatta era il momento della verità. Tutti allungarono il collo per vedere meglio. In un completo silenzio il professor Barnard mormorò ‘Cristo, funzionerà’” – riporta il libro ‘Every Second Counts: The Race to Transplant the First Human Heart’ del giornalista e scrittore Donald McRae.

Il paziente riprese a parlare 33 ore dopo l’intervento, dicendo di sentirsi molto meglio, ma morì 18 giorni dopo per una polmonite. Il cuore era perfettamente funzionante, ma il sistema immunitario era indebolito dai farmaci immunosoppressori.

Barnard divenne famoso in tutto il mondo, e morì nel 2001 a 79 anni in seguito ad un forte attacco d’asma. Al giorno d’oggi ci sono circa 6mila trapianti di cuore l’anno nel mondo, mentre nel 2016 in Italia ne sono stati effettuati 267.



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