Dermatite seborroica

La dermatite seborroica colpisce in particolare il cuoio capelluto e, al contrario di quello che si può pensare, è molto diffusa. In Italia, per esempio, i casi registrati sono tra i 2 e i 3 milioni. Le altre zone soggette all’insorgenza di questo disturbo sono il naso, le sopracciglia, le ascelle e le pieghe cutanee.

Partendo dal presupposto che vi è molto probabilmente una predisposizione genetica in chi soffre di questo disturbo, esistono poi alcuni fattori che contribuiscono all’insorgenza della dermatite seborroica come, per dirne alcuni, un clima particolarmente freddo, reiterate situazioni di stress, stanchezza, ma anche l’utilizzo di detergenti eccessivamente aggressivi può portare ad una comparsa più facile della malattia.

I sintomi più comuni sono arrossamento, forte prurito, comparsa di squame e croste e, se il disturbo interessa precisamente il cuoio capelluto, in alcuni casi può anche verificarsi la perdita dei capelli.

Parlando di cure, invece, già solo alcuni semplici accorgimenti come una corretta alimentazione, l’utilizzo di creme e saponi di qualità e di tessuti leggeri come il cotone possono aiutare ad attenuare il problema.

E visto che siamo ormai in piena estate, cosa ne dite di prendere un po’ di sole?

Ebbene sì: i raggi solari contribuiscono infatti all’assorbimento del sebo in eccesso, ma attenzione, usufruitene con parsimonia e non dimenticate di utilizzare delle creme protettive!

Esistono, poi, oltre alle classiche cure di natura farmacologica, anche una serie di rimedi offerti dalla natura e che possono aiutare ad attenuare la presenza della dermatite seborroica.

Per saperne di più, visitate il sito Curadermatite.it.

Preservare la fertilità tra i 25 e i 35 anni aumenta le probabilità di successo

L’attuale tendenza in tema di maternità consiste nel diventare madri ad un’età sempre più avanzata. A questa realtà sono chiamati ad adattarsi i professionisti della Riproduzione Assistita. In questi casi, la vitrificazione degli ovociti è la tecnica più comune, sia che dipenda da una decisione sociale oppure da un problema oncologico. In questa scelta influisce anche l’età in cui si decide di vitrificare.

La donna nasce con circa un milione di ovociti, che iniziano a ridursi prima della pubertà, fino ad arrivare intorno ai 400.000. Durante ogni ciclo mestruale ne consuma quasi 1.000.

Per questa ragione, dai 35 anni la riserva ovarica arriva a quasi il 10 % del totale e la qualità degli ovuli peggiora. Ci ritroviamo allora con una donna di 40 anni che quasi non possiede ovuli adatti per la gestazione di un bambino senza problemi riproduttivi e/o cromosomici. I ricercatori dell’Università di ST. Andrews quantificano in un 3% la riserva ovarica di queste donne”, sostiene il Professore José Remohí, copresidente e fondatore di IVI, durante le sessioni del 7mo Congresso Internazionale IVI sulla Medicina Riproduttiva, Bilbao 11-13 maggio 2017.

I conti tornano, noi ginecologi lo sappiamo, la fertilità nella donna non è infinita e le donne dovrebbero esserne consapevoli. Si può assistere a gravidanze spontanee anche se sono poco probabili e molto rischiose”, chiarisce José Remohí.

Salvare la maternità sotto zero

 La vitrificazione è nata come una speranza per le donne che si sottoponevano a trattamenti oncologici o ad una chirurgia ovarica, oggi vi si rivolge una maggiore percentuale di donne per motivi sociali. Il metodo consiste in un “congelamento” ultraveloce che permette di conservare l’ovulo in condizioni ottimali per consentire alla donna di utilizzarlo quando desidera. Grazie alle nuove tecniche applicate dagli specialisti di IVI si raggiungono probabilità di sopravvivenza di questi ovociti fino al 90%.

La vitrificazione è un metodo semplice che ha rivoluzionato la criobiologia e si è trasformato nella chiave di altre tante tecniche nelle nostre cliniche. Questa tecnica offre alte probabilità di successo ad un costo accessibile. Ricorrere alla vitrificazione è una decisione con molti più vantaggi che svantaggi” – dichiara il Dottore Juan Antonio García-Velasco, direttore di IVI Madrid ed esponente del 7mo Congresso Internazionale IVI.

Fine dei 20 inizio dei 30 anni: l’età chiave

L’età si è trasformata nel principale fattore di tutti i problemi che hanno le donne e/o le coppie che non riescono ad avere una gravidanza naturale, è la chiave per i trattamenti di Riproduzione Assistita.

Posticipare la maternità è una delle realtà attuali, l’altra è che le donne verso la fine dei 30 anni si trovano nel proprio miglior momento sociale, emozionale, psicologico ed economico. Solo che la Biologia non lo sa, per cui continua a fare le cose come ha sempre fatto e a dirci che la migliore età per diventare madre è un’altra”, – chiarisce il professore José Remohí.

Sebbene sia vero che la vitrificazione degli ovociti in pazienti maggiori di 35 anni è possibile, le donne dovrebbero essere coscienti che quanto prima considerano l’opzione di vitrificare i propri ovuli, più probabilità avranno di compiere il proprio Desiderio riproduttivo in futuro.

Oggi in IVI abbiamo a disposizione programmi di criopreservazione molto efficaci e sicuri, possiamo fidarci del fatto che produrranno il risultato atteso. Comunque, l’età è il fattore chiave, la cosa migliore è preservare gli ovociti tra i 25 e i 35 anni. Mentre la sopravvivenza degli ovociti è simile, le probabilità di successo di gravidanza diminuiscono quando si sono vitrificati ad un’età maggiore, come sucede con gli ovociti freschi”, spiega la Dottoressa Ana Cobo, direttrice dell’Unità di Criopreservazione di IVI Valencia e autrice della presentazione “Factors impacting the success of elective fertility preservation” durante il congresso.

Preservazione della fertilità in pazienti oncologici infantili.

Anche se attualmente la vitrificazione per preservare la fertilità ha un uso soprattutto sociale, non bisogna dimenticare che la sua origine è quella di aiutare i pazienti a mantenere le possibilità di diventare madre/padre dopo aver superato i processi oncologici.

In questo senso il 7mo Congresso Internazionale IVI è servito per presentare le ultime tecniche in pazienti oncologici infantili quando ancora non sono arrivati all’età fertile.

Insieme alle probabilità di sopravvivenza, la comunità scientifica sta lavorando per evitare o diminuire gli effetti secondari delle terapie oncologiche nel futuro di questi pazienti. I casi studiati fino ad ora presentano maggiori probabilità di successo nelle bambine che nei bambini.

In questi profili la tecnica più usata è la congelazione del tessuto ovarico. Ci sono già state nascite da mamme che hanno avuto il cancro nel periodo dell’infanzia e che hanno preservato la fertilità”, – conclude il Dottore Juan Antonio García Velasco.

Preservare la fertilità di un paziente oncologico è fondamentale vuol dire offrirgli una prospettiva futura che va oltre la sua malattia, vuol dire dargli una speranza, un progetto di vita su cui sognare. Si tratta di un tema molto caro a IVI che dedica buona parte della sua ricerca scientifica all’innovazione sulle tecniche di PMA di vitrificazione e congelamento” – afferma la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.


L’arte della camminata in gravidanza: i percorsi di fitwalking

L’arte della camminata in gravidanza” è il titolo dell’incontro organizzato da Natalben con Fitwalking Italia dell’ex marciatore olimpico Maurizio Damilano e il Direttore del Centro di Ginecologia e Sessuologia Medica del H. San Raffaele Resnati di Milano, Alessandra Graziottin, che ha l’obiettivo di favorire la salute e l’umore di mamma e bambino e fornire uno strumento pratico, subito utilizzabile per future mamme sportive e non.

La proposta è quella di indicare una decina di cammini in 10 città italiane da percorrere in sicurezza e tranquillità secondo i dettami e le regole di questa nuova disciplina sportiva, il Fitwalking, che si concentra, più che sullo sforzo, su corretta postura e ritmo dell’andatura. Questo recente sport ha da poco ricevuto un importante riconoscimento entrando a far parte del neo-nato settore agonistico della Fidal (Federazione Italiana di Atletica Leggera).

Il Fitwalking è perfetto per le donne in gravidanza perché è fatto su misura di ogni persona e delle sue possibilità. È un’attività motorio-sportiva dove il benessere personale si fonde attraverso “una tecnica precisa” con l’attività sportiva raggiungendo importanti benefici fisici e psicologici. Ma è anche un modo di vivere, una filosofia di vita. Il Fitwalking è lo sport ideale sia in gravidanza che dopo il parto perché non è traumatico, allena tutte le fasce muscolari schiena compresa, è facilmente modulabile in base alle esigenze e, dopo il parto, con i debiti adattamenti, può essere praticato con il bambino. Il cammino va inoltre ad agire naturalmente sul pavimento pelvico con un’azione di rinforzo. I benefici a livello psico-fisico e lo scarico delle tensioni e dello stress provocate dall’attività fisica a passo di Fitwalking, aiutano nel dopo parto a prevenire e combattere i pericoli e problemi della depressione post partum” – spiega Maurizio Damilano.

La gravidanza è il viaggio più importante della vita. Dura tutta la vita. Tutti noi ci prepariamo con cura prima di un viaggio. Per questo bisogna farlo con ancora più attenzione e sollecitudine. Il Fitwalking è sicuramente perfetto per la donna in gravidanza, ma non basta! Prima di iniziare il cammino per diventare genitori è indispensabile valutare le proprie condizioni fisiche e psichiche, fare un check up completo, integrare oligoelementi, vitamine, sali minerali, valutare le difficoltà del percorso, anche gestazionale, soprattutto se si hanno rischi particolari. Inoltre, è fondamentale partire con una mamma in peso forma. Le cellule adipose infatti possono produrre migliaia di molecole infiammatorie, che aumentano il rischio di diabete, ipertensione, insufficienza placentare e parto prematuro. Mettersi in forma prima della gravidanza è un atto d’amore per il bambino che nascerà! Più lo stile di vita dei genitori è sano, più si assicura al bambino un futuro migliore, sia dal punto di vista della salute sia fisica sia psichica” – commenta la prof.ssa Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia H. San Raffaele Resnati di Milano.

Condizioni e atteggiamenti negativi come tossici voluttuari (fumo, alcol, droghe), tossici ambientali (piombo e i pesticidi), malattie poco controllate (come il diabete scompensato), obesità di uno o entrambi (quella materna pesa di più) ed età materna avanzata possono compromettere il potenziale originario di ovocita e spermatozoo. Pesano molto anche le carenze vitaminiche e di oligoelementi essenziali per lo sviluppo di tutti gli organi e i tessuti.

In particolare, gli integratori dovrebbero essere assunti almeno tre mesi prima della gravidanza, così è possibile ridurre dal 56% all’83% il rischio di malformazioni fetali, perché la loro comparsa e gravità possono essere modulate da fattori anche nutrizionali. Eppure solo il 4% delle donne italiane lo fa. Anche il puerperio è un periodo fondamentale della vita della mamma, purtroppo ancora oggi questa fase è molto trascurata, dai medici e dalla sanità pubblica. Per questo la prevenzione è importante, anche dal punto di vista degli integratori alimentari, per garantirle il miglior benessere anche dopo il parto.

E oggi sono usciti dei nuovi integratori: Natalben Supra e Natalben Oro (orodispersibile, in bustine), in linea con le raccomandazioni più aggiornate dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Oggi è giusto parlare di “progetto di salute” per mamma e bambino con dieta bilanciata e integrata, unita a sani stili di vita essenziali per ottimizzare la salute di entrambi durante e dopo la gravidanza. Questa “alleanza” con Maurizio Damilano ha l’obiettivo di coordinare gli stili di vita più corretti e salutari per una gravidanza felice e stili più sani: camminare ed integrare!” – conclude la prof.ssa Alessandra Graziottin, Direttore del Centro di Ginecologia H. San Raffaele Resnati di Milano.

In questa occasione Maurizio Damilano e la sua associazione sono felici di condividere con tutte le mamme italiane un decalogo per praticare nel modo migliore il Fitwalking. E la Prof.ssa Graziottin, medico che da sempre valorizza l’importanza della attività fisica per la salute della donna, quindi in perfetta sintonia con questa progetto, è altrettanto felice di dedicare i principi della migliore integrazione da fare PRIMA, DURANTE E DOPO la gravidanza, per garantire al bambino lo sviluppo ottimale non solo di organi e tessuti, ma anche del suo potenziale di salute.

Il decalogo del Fitwalking, insieme ai 10 percorsi cittadini e le raccomandazioni della Prof Graziottin sono a disposizione di tutte le mamme sul sito Natalben.

Liraglutide non controlla solo la glicemia, riduce il rischio di danni al cuore e al rene

Le malattie cardiovascolari come infarto del miocardio e ictus, insieme con l’insufficienza renale, sono tra le più frequenti e temibili complicanze del diabete.

La malattia cardiovascolare è la prima causa di morte nelle persone con diabete mellito: il 65 per cento dei diabetici tipo 2 muore per cardiopatia ischemica o ictus. Un paziente diabetico adulto ha una probabilità doppia di soffrire di malattie cardiovascolari rispetto a un non diabetico e la nefropatia diabetica come causa di insufficienza renale terminale sta aumentando rapidamente: circa il 30-35 per cento delle persone con diabete presenta complicanze renali nel corso della malattia”, spiega Giuseppina Russo, Ricercatore Universitario e Responsabile dell’Ambulatorio di Medicina delle Malattie Metaboliche, D.A.I. di Medicina Interna, AOU Policlinico Universitario di Messina.

Una buona notizia, tuttavia, viene dai dati dello studio LEADER1, uno studio internazionale (condotto in 32 paesi, Italia inclusa), multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, con impiego di placebo come controllo, presentati al congresso nazionale di diabetologia, organizzato dall’Associazione Medici Diabetologi a Napoli, tenutosi dal 17 al 20 maggio scorso.

Il farmaco antidiabete liraglutide – appartenente alla classe degli agonisti del recettore del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) e protagonista dello studio LEADER – ha dimostrato nelle persone con diabete tipo 2, di ridurre del 22 per cento il rischio di morte per cause cardiovascolari e del 15 per cento la mortalità per tutte le cause; non solo, liraglutide sembra ridurre il rischio di peggioramento della malattia renale, anche in questo caso del 22 per cento, nelle persone a elevato rischio cardiovascolare.

Si tratta di risultati particolarmente importanti per la pratica clinica quotidiana. I dati, infatti, mettono in evidenza come liraglutide, oltre all’effetto atteso da parte di un farmaco antidiabete di riduzione della glicemia, contribuisca a prevenire, nel diabete tipo 2, le complicanze cardiovascolari, la mortalità e a ridurre le malattie renali. Senza dimenticare che ha anche un significativo impatto sulla perdita di peso, un dato non indifferente in quanto molto spesso diabete, sovrappeso e obesità convivono, sostenendosi a vicenda”, ha commentato Giuseppina Russo nella sua presentazione.

Lo studio LEADER | È il primo studio di sicurezza cardiovascolare (CVOT) che ha dimostrato la riduzione del rischio cardiovascolare e del danno renale da parte di un agonista del recettore del GLP-1, valutando gli effetti a lungo termine di liraglutide (al dosaggio di 1,8 mg) rispetto a placebo in 9.340 persone con diabete tipo 2 ad alto rischio di eventi cardiovascolari per un periodo da 3,5 a 5 anni. Sia il placebo sia il farmaco venivano somministrati in aggiunta alla terapia standard che consiste in modifiche dello stile di vita (dieta ed attività fisica), trattamenti ipoglicemizzanti e terapie cardiovascolari. L’endpoint composito primario era costituito del verificarsi di decesso per cause cardiovascolari, infarto miocardico non fatale ed ictus non fatale mentre l’insorgenza o il peggioramento della malattia renale era parte degli endpoint secondari dello studio.

1. Marso SP, Daniels GH, Brown-Frandsen K, et al. Liraglutide and cardiovascular outcomes in type 2 diabetes. N Engl J Med. 2016; 375:311-22


Epatite C: emergono nuove prospettive. La personalizzazione del trattamento al centro della scelta terapeutica

Non è solo questione di genotipo, gli specifici bisogni terapeutici che caratterizzano le diverse popolazioni di pazienti con epatite C costituiscono un vero e proprio “mare magnum”. Cirrosi, co-infezione HCV-HIV, comorbidità di differenti entità, precedenti fallimenti del trattamento: sono moltissime le condizioni che possono complicare ulteriormente il quadro clinico di un paziente con HCV e richiedere una cautela particolare nella definizione della terapia.

Le persone con Epatite C, infatti, non sono tutte uguali e, proprio nell’ottica di una gestione ottimale del paziente, queste differenze devono emergere e diventare centrali nella scelta terapeutica, secondo un approccio personalizzato.

La personalizzazione del trattamento rappresenta il fulcro del percorso verso l’eliminazione dell’epatite C, un percorso sempre più vicino all’obiettivo, anche grazie all’introduzione di antivirali diretti (DAAs) ancora più potenti ed efficaci; tra questi Zepatier®, combinazione di elbasvir, inibitore della proteasi NS5A del virus HCV, e grazoprevir, inibitore della proteasi NS3/4A, recente invenzione innovativa di MSD che ha ottenuto l’autorizzazione dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), con decreto pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per il trattamento del virus dell’epatite C cronica Genotipo (GT) 1 o 4.

La sicurezza e l’efficacia di elbasvir/grazoprevir sono state valutate in un vasto e robusto programma di studi clinici su più di 2.300 soggetti con epatite C cronica. Il programma di sviluppo clinico ha incluso differenti tipologie di pazienti con epatite C, compresi quelli più difficili da trattare. La combinazione elbasvir/grazoprevir ha dimostrato efficacia in una ampia popolazione di soggetti con infezione da HCV, anche in quelli più difficili da trattare: sono stati ottenuti, negli studi clinici, tassi di risposta SVR12 superiori al 90% in pazienti naive e pretrattati, con cirrosi compensata e senza cirrosi, con insufficienza renale e/o emodialisi, con co-infezione HIV/HCV e in terapia sostitutiva con oppioidi.

Lo schema terapeutico del farmaco è semplice: una pillola, una volta al giorno, senza restrizioni di cibo, per 12 settimane di trattamento nella maggior parte dei pazienti, senza ribavirina. Non si evidenzia alcuna interazione farmacologica clinicamente significativa con i più comuni farmaci utilizzati (es. inibitori di pompa protonica). Inoltre, il regime di trattamento non richiede aggiustamento del dosaggio nei casi di insufficienza renale.

I risultati ottenuti con i DAAs (Directly Acting Antivirals) contro il virus HCV sono in generale molto buoni. Il risultato può tuttavia essere sempre meglio garantito da una terapia “personalizzata”, più adatta al singolo caso, il che rende utile poter disporre del maggior numero possibile di opzioni terapeutiche negli studi clinici su pazienti mai trattati prima, indipendentemente dal fatto che fossero cirrotici o meno, dodici settimane di assunzione di elbasvir/grazoprevir una volta al giorno hanno consentito di eradicare il virus nel 95,8% dei casi; un identico risultato è stato raggiunto nelle persone coinfettate con HIV (96%), nei pazienti trattati con antagonisti degli oppiacei (94%) e nei pazienti con danno renale (99%). Anche il sottotipo 1b, il più “difficile”, è stato debellato in oltre il 93% dei casi. Una performance che conferma l’efficacia di questo trattamento in molte tipologie di pazienti con infezione da HCV 1 e 4, e anche con condizioni di base complesse” – dichiara Massimo Galli, Professore ordinario di Malattie infettive all’Università degli Studi di Milano.

In Italia, si stima che siano oltre un milione le persone con infezione da HCV, delle quali appena 300.000 diagnosticate. L’epatite C è pertanto considerata una questione prioritaria di salute pubblica e, come tale, richiede un approccio sinergico che associ trattamento dei pazienti e attività per promuovere la prevenzione e la diagnosi del sommerso.

L’epatite C colpisce circa l’1-2% della popolazione mondiale: circa 150 milioni di individui infetti alcune stime indicano come possano essere circa un milione i soggetti infetti dal virus HCV in Italia; tuttavia il dato reale risulta difficile da quantificare per mancanza di dati epidemiologici validi. L’unico dato verificato riporta che i pazienti formalmente seguiti e registrati dai Centri specializzati di cura siano circa 300.000, dei quali 75.000 già trattati; mentre non è possibile quantificare il sommerso. Ogni anno si verificano nel nostro Paese quasi 1.000 nuovi casi di infezione HCV. L’obiettivo dell’eliminazione dell’epatite C potrà essere raggiunto solo associando l’azione di trattamento di tutti i casi conosciuti con l’azione di “case finding” per individuare quanto possibile i casi di infezione sommersa” – dichiara Stefano Fagiuoli, Direttore Unità Complessa di Gastroenterologia, Epatologia e Trapiantologia – ASST Papa Giovanni XXIII di Bergamo.

In merito al trattamento, in Italia è stato recentemente compiuto un ulteriore passo avanti: l’AIFA, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha ridefinito i criteri di rimborsabilità dei farmaci innovativi per l’epatite C cronica, ampliando così le possibilità di accesso alle terapie di ultima generazione e attivando i Registri per il monitoraggio.

Con l’ampliamento dei criteri di accesso ai farmaci innovativi cambia tutto se prima avevamo barriere di accesso e i farmaci venivano offerti e rimborsati dal SSN solo a metà dei pazienti con epatite C che ne avevano diritto, da un mese a questa parte tutti i pazienti possono aver accesso alla loro terapia e ottenere dal proprio medico curante l’indicazione su quando verranno messi in trattamento, grazie alle liste d’attesa nelle quali saranno inseriti, liste d’attesa più o meno lunghe a seconda del centro di cura. Questo è il primo passo verso la normalità. Quanto tale cambiamento influirà sullo scenario futuro lo vedremo, così come vedremo se l’eliminazione dell’epatite C è un obiettivo primario per le Regioni nei loro Piani sanitari. Noi non possiamo che auspicare che le Regioni ripensino alle strutture ricettive che possono prendere in cura i pazienti, i modi per farlo sono di diverso tipo: rinforzare i Centri esistenti, nominare nuovi Centri o ripensare a tutta la rete di cura secondo il modello hub&spoke. Per adesso siamo all’anno zero di un vero piano di eliminazione dell’epatite C” – dichiara Ivan Gardini, Presidente EpaC Onlus.

L’obiettivo eliminazione è dunque sempre più vicino, ma potrà essere raggiunto solo attraverso la partnership tra tutti i portatori di interesse coinvolti nella lotta all’HCV. Tra questi, le aziende.

MSD, che da quasi un trentennio è impegnata in questa battaglia contro l’epatite C, e da oltre 125 anni nella lotta alle malattie infettive, ha fatto della partnership a tutti i livelli un tratto distintivo: non solo con Istituzioni, pazienti e medici, ma anche con team di scienziati internazionali che per anni hanno lavorato all’implementazione di elbasvir/grazoprevir. Tutto questo lavoro è stato oggi premiato. L’ultimo riconoscimento in ordine temporale è stato insignito dall’American Chemical Society – la Società scientifica più vasta al mondo – proprio agli scienziati che hanno sviluppato la combinazione elbasvir/grazoprevir, premiati come Heroes of Chemistry, in virtù del fatto che, con la loro invenzione, avrebbero “determinato significativi miglioramenti nella vita delle persone”.

Nel settore farmaceutico, il valore di un’azienda si misura anche con l’impatto che i suoi prodotti e servizi hanno nella vita delle persone sa anni lavoriamo per questo, supportando la ricerca e condividendo gli sforzi con istituzioni, pazienti e comunità scientifica, con l’obiettivo di mettere a disposizione soluzioni terapeutiche efficaci, semplici e sostenibili. È il nostro compito ed è quello per cui continueremo a lavorare” – dichiara Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato MSD Italia.


Applicazione dell’immunologia ai trattamenti di ovodonazione

Una delle caratteristiche della razza umana, più di ogni altra, è la sua capacità di adattarsi. L’evoluzione, il miglioramento della specie e la lotta contro le avversità … tutti questi fattori contribuiscono alla nostra resistenza nel tempo e nell’universo. Quante volte abbiamo sentito la frase “il corpo umano è molto intelligente”? Oggi, attraverso l’immunologia, attualmente uno dei campi più all’avanguardia della medicina, IVI ha la possibilità di confermare ulteriormente questa antica affermazione.

Il fallimento dell’impianto, i ripetuti aborti e la gestosi sono alcune delle complicanze – talvolta senza soluzione – nei trattamenti di ovodonazione, la cui causa, in molti casi, è immunologica. Dopo più di due anni di ricerca, IVI ha presentato per la prima volta uno studio esclusivo nell’ambito del 7mo Congresso Internazionale IVI sulla Medicina Riproduttiva, Bilbao 11-13 maggio 2017.

La ricerca, condotta tra l’altro da Diana Alecsandru, immunologo presso l’IVI di Madrid, consiste in uno studio, con un campione di 204 pazienti, in cui tutti i fattori immunologici che possono interferire in un trattamento di ovodonazione (madre, padre, donatrice, nascite precedenti, tessuto abortivo se applicabile, ecc.) sono stati identificati e classificati.

A livello uterino, tutte le donne hanno alcune cellule con un recettore chiamato KIR che presenta tre grandi gruppi genetici: KIR AA, KIR AB e KIR BB. Questi recettori sono responsabili di riconoscere la parte estranea dell’embrione. Nella riproduzione assistita con ovociti propri della donna e nella riproduzione naturale, questi recettori identificano solo un elemento estraneo: l’elemento paterno. Invece, nei trattamenti di ovodonazione sono riconosciuti due elementi estranei, quello paterno e quello della donatrice. Il numero di elementi non riconosciuti può aumentare ulteriormente nel caso di trasferimento di più embrioni.

Come esseri umani, abbiamo tutti alcuni antigeni nelle nostre cellule noti come HLA-C, che sono suddivisi nei due grandi gruppi HLA-C1 e HLA-C2. Questa è una distinzione genetica simile a quella che può essere applicata, ad esempio, ai diversi gruppi sanguigni, ma è stata scoperta solo recentemente. Lo studio condotto da Diana Alecsandru rivela, tra l’altro, che l’unione tra i recettori KIR AA e gli antigeni HLA-C2 rappresenta una combinazione di rischio per la razza umana in tutto il mondo.

È qui che ancora una volta riprendiamo la frase “il corpo umano è molto intelligente”. È stato dimostrato che nei trattamenti di ovodonazione, quando a una donna con recettori KIR AA (tra il 30 e il 40% delle donne europee presenta questo tipo di recettore specifico) viene trasferito un embrione con antigeni HLA-C2, le probabilità di aborto spontaneo, fallimento dell’impianto e altre complicazioni aumentano notevolmente. In altre parole, l’utero della donna che riceve l’embrione reagisce negativamente quando rileva che ci sono cellule estranee nell’embrione trasferito e che, inoltre, non sono compatibili con le sue caratteristiche genetiche.

La rilevanza dello studio della Dott.ssa Diana Alecsandru e le sue conclusioni si basano principalmente su due punti. In primo luogo, l’importanza di eseguire una classificazione dei KIR e degli HLA-C, sia per la madre che per il padre e la donatrice; un semplice esame del sangue mostrerà le caratteristiche genetiche di ciascuno dei protagonisti. Questa classificazione permetterà di scoprire la compatibilità o meno tra di loro, in modo da poter sempre selezionare il donatore più adatto e far coincidere le caratteristiche immunologiche di tutte le persone coinvolte.

In secondo luogo, lo studio nei trattamenti di ovodonazione mostra l’importanza di affidarsi al trasferimento di un singolo embrione, in modo che l’utero della madre debba riconoscere il minor numero possibile di elementi estranei e ci sia una maggiore probabilità di aumentare il tasso di gravidanza e di avere un bambino sano. Anche se i risultati dello studio arrivano da Madrid, IVI sta implementando gradualmente queste conclusioni in tutti i suoi centri (solo per i pazienti con patologie legate alla gravidanza, come l’aborto ricorrente, il ripetuto fallimento dell’impianto, la gestosi ecc.) per continuare a fornire ai propri pazienti le migliori tecniche e le maggiori probabilità di avere una gravidanza sicura e un bambino sano.

Attraverso questi studi dimostriamo l’importanza di testare nella donatrice le sue caratteristiche immunologiche. È molto importante non trasferire ovuli da qualsiasi donatrice, ma selezionare la donna in modo adeguato, non solo per la compatibilità in aspetti quali il colore degli occhi o il gruppo sanguigno, che sono alcuni dei fattori cui si fa caso oggi, ma anche per le loro caratteristiche immunologiche. L’obiettivo finale è quello di assicurarsi che la donatrice sia compatibile con il destinatario, in modo che la gravidanza sia portata a termine nel miglior modo possibile. Inoltre, è consigliabile trasferire un unico embrione, in modo che l’utero materno non sia costretto a riconoscere troppi elementi esterni” – afferma la Dottoressa Diana Alecsandru.

Dopo aver sviluppato la ricerca nei tanti aspetti della procreazione assistita i ricercatori IVI stanno andando avanti e lavorano costantemente con l’obiettivo di migliorare sempre di più i tassi di successo dei trattamenti e coronare il desiderio di genitorialità dei tanti pazienti che ogni anno afferiscono ai nostri Centri” – afferma la Dottoressa Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma.

 

 


“Rinascere in menopausa”: per affrontare bene la menopausa

“Rinascere in Menopausa” è il titolo della prima conferenza, aperta al pubblico e gratuita, dedicata all’universo femminile che si è tenuta giovedì 11 maggio a Torino presso la Clinica Sedes Sapientiae, alle ore 20,00. L’evento è stato organizzato dal Dott. Gian Piero Siliquini, specialista in Ginecologia e Ostetricia.

Durante l’incontro si è parlato di menopausa con un team di ginecologi, in particolare è stato trattato il tema della secchezza vulvovaginale, molto frequente nelle donne che stanno affrontando questa fase della vita, e di come affrontarla utilizzando la laserterapia. C’è stato anche un momento di confronto durante il quale alcune donne hanno parlato della loro esperienza di menopausa.

In menopausa, quando le ovaie cessano di produrre estrogeni, si innescano una serie di trasformazioni dei tessuti e delle mucose vulvari e vaginali, che diventano più sottili, irritabili e maggiormente soggette a traumi. I tipici disturbi della menopausa legati all’atrofia vaginale sono: secchezza, bruciore, dolore durante i rapporti sessuali (dispareunia), incontinenza (lieve, non da prolasso). Problemi che colpiscono 6 donne su 10 fra quelle in menopausa.

Il nostro obiettivo è trasmettere alle donne che si può vivere positivamente la menopausa, perché le cinquantenni di oggi sono le nuove quarantenni: vogliono stare bene e sentirsi adeguate. Durante la conferenza “Rinascere in Menopausa” vogliamo trasmettere loro dei messaggi positivi di informazione medica, perché oggi vivere positivamente la menopausa si può. Questo è solo il primo di una serie di appuntamenti su questo tema che continueranno nei prossimi mesi – ha affermato il Dott. Gian Piero Siliquini.

L’incontro ha offerto anche l’occasione per approfondire il funzionamento di MonnaLisa Touch™, il trattamento laser a CO₂prodotto da DEKA, la cui efficacia è comprovata da oltre 20 pubblicazioni scientifiche internazionali. Il trattamento laser, che deve sempre essere eseguito da personale specializzato, combatte senza importanti effetti collaterali (quali arrossamento, senso di bruciore, scarse perdite ematiche, lieve dolore in relazione alla sensibilità della paziente), ampiamente compensati dall’alta percentuale di risultati ottenuti, i disturbi legati all’atrofia vaginale e vulvare, le cui conseguenze hanno ripercussioni negative anche sulla vita di coppia.

Il trattamento laser stimola la produzione di collagene e di fibre elastiche migliorando l’elasticità e l’idratazione della zona trattata e ripristinandone l’originario equilibrio fisiologico. Questo miglioramento si riflette sul benessere psicofisico e sessuale. É un trattamento ambulatoriale e indolore, non richiede anestesia e subito dopo la paziente può riprendere la sua vita sociale.



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