Una stessa proteina potenzia sia la memoria che i muscoli del corpo

proteina comune per muscoli e memoria

Anche senza arrivare ai livelli di Pico della Mirandola, è esperienza comune che alcune persone, a differenza di altre, memorizzano in scioltezza grandi quantità di informazioni, dai numeri a dettagli di qualunque tipo. Sono una sorta di maratoneti della memoria e adesso una nuova ricerca svela che l’attitudine a coprire grandi distanze di corsa e quella di immagazzinare nella memoria grandi quantità di informazioni potrebbero essere due facce della stessa medaglia.

I ricercatori della Salk University in un lavoro pubblicato sulla prestigiosa rivista Cell Metabolsim  hanno dimostrato infatti che sia le attività fisiche che quelle mentali dipendono ampiamente dai livelli di una stessa proteina in grado di controllare il flusso di sangue e di sostanze nutritive in tutto il corpo.

Si tratta di una scoperta molto importante che potrebbe portare alla messa a punto di strategie terapeutiche mirate nel campo della medicina rigenerativa e nella correzione dei disturbi della memoria.

QuotidianoSanità

Epatite C, a Vienna un programma di studi clinici senza precedenti conferma l’efficacia di grazoprevir/elbasvir anche nei pazienti più ‘difficili’

EASL 2015 - Vienna

Un’unica pillola, una sola volta al giorno, per una terapia multigenotipica, efficace in tutti i pazienti, anche i più difficili, sicura, ben tollerata e con la stessa breve durata di trattamento per la maggior parte delle terapie.

A Vienna, al 50° International Liver Congress annuale dell’European Association for the Study of the Liver (EASL), è stato presentato uno dei più vasti programmi di studi clinici sull’epatite C, con lo studio di fase 3 C-EDGE, e gli studi C-SURFER, C-SALVAGE e altri, che conferma l’efficacia dell’associazione di grazoprevir, inibitore della proteasi, ed elbasvir, inibitore dell’NS5A, due innovativi agenti antivirali diretti che hanno ottenuto recentemente lo status di Breakthrough Therapy. Grazoprevir/elbasvir, insieme, somministrati once a day in un’unica pillola, hanno ottenuto tassi elevatissimi di risposta virologica a 12 settimane in tutte le categorie di pazienti studiati, inclusi i cosiddetti pazienti “difficili”: cirrotici, con co-infezione HIV-HCV, con insufficienza renale avanzata o che in precedenza avevano fallito la terapia anche con inibitori della proteasi di prima generazione. I due farmaci multigenotipici, in un regime simmetrico, interferon-free e ribavirin-free in quasi tutti i trattamenti, presentano inoltre un elevato profilo di sicurezza e tollerabilità con scarse interazioni farmacologiche.

La terapia dell’epatite C ha fatto passi da gigante negli ultimi anni, ma la ricerca non può fermarsi perché sono ancora molti i bisogni medici non soddisfatti: il cosiddetto “pill burden”, ossia l’assunzione di troppe pillole, i regimi terapeutici molto complicati, lunghi, asimmetrici ed efficaci solo su alcuni genotipi; e la gestione del paziente è ancora piuttosto complessa nelle cosiddette popolazioni ‘difficili’. A molti di questi bisogni clinici la combinazione grazoprevir/elbasvir è in grado di fornire una soluzione definitiva. In tutte le categorie di pazienti con HCV cronica trattati con grazoprevir/elbasvir sono stati raggiunti elevati tassi di risposta terapeutica, che nella maggioranza dei casi sono risultati superiori al 95%, ovvero, in più di 9 pazienti su 10 il virus è stato eradicato definitivamente.

Fino ad oggi, le nuove molecole antivirali erano state studiate su piccoli numeri di pazienti e molto spesso sovrapponendo differenti categorie degli stessi – afferma Savino Bruno, Professore straordinario alla Humanitas University Medicine di Rozzano (Milano) – pertanto la loro affidabilità in termini statistici era molto debole. Invece, la combinazione grazoprevir/elbasvir, che già in fase 2 aveva dato buoni risultati, è stata sperimentata in fase 3 su numeri più grandi e includendo per singoli studi categorie omogenee di pazienti e inoltre anche categorie mai precedentemente studiate quali i pazienti con insufficienza renale terminale in dialisi, arruolati in uno studio specifico. La mole dei dati generata ha quindi permesso di ritenere che i risultati ottenuti riguardo all’utilizzo di grazoprevir/elbasvir in termini di efficacia e sicurezza siano affidabili e verranno replicati su grandi numeri nella pratica clinica quotidiana. I dati – prosegue Brunosono estremamente positivi: i due farmaci sono efficacissimi nella terapia breve di 12 settimane in quasi tutte le categorie di pazienti. Inoltre, la ribavirina nella maggior parte dei casi non è necessaria con enormi vantaggi in termini di aderenza, tollerabilità e riduzione di effetti collaterali”.

La combinazione grazoprevir/elbasvir rappresenta una chance terapeutica anche per categorie particolarmente fragili di pazienti, come quelli con insufficienza renale avanzata e in dialisi, inclusi nello studio C-SURFER, e quelli con co-infezione HCV-HIV, considerati ‘difficili’ per la presenza di comorbidità, che rendono più evidenti alcuni effetti collaterali legati al trattamento e per la relativa compromissione del sistema immunitario, che ne ha storicamente ridotto la possibilità di rispondere alle terapie convenzionali basate su interferone e ribavirina.

Uno dei risultati più interessanti che abbiamo osservato durante il Congresso dichiara Gloria Taliani, Professore ordinario di Malattie infettive alla Sapienza Università di Roma – è rappresentato dalla percentuale di eradicazione di HCV che la combinazione grazoprevir/elbasvir ha permesso di raggiungere nei pazienti con insufficienza renale, assicurando un profilo di sicurezza e tollerabilità del tutto simile a quello del paziente con normale funzione renale: una percentuale di risposta antivirale completa del 93,4%”.

La percentuale di risposta antivirale arriva addirittura al 99% nella popolazione di pazienti preselezionata per l’analisi dei dati di efficacia.

Nello studio di fase 3 C-EDGE era compreso invece continua Gloria Taliani un braccio di pazienti con co-infezione HIV-HCV, trattati per 12 settimane con grazoprevir/elbasvir senza ribavirina: i risultati mostrano che il 95% dei 218 pazienti naive con co-infezione HCV-HIV da genotipo 1, 4 o 6, con o senza cirrosi, arruolati nello studio ha mostrato una risposta virologica sostenuta. Si tratta di percentuali di efficacia addirittura inimmaginabili fino a poco tempo fa, che rendono l’eradicazione di HCV una possibilità più che concreta in questa categoria di pazienti”.

Uno dei problemi frequenti nel trattamento dei pazienti co-infetti HIV-HCV è quello delle interazioni farmacologiche:

la co-somministrazione di farmaci anti-HIV e anti-HCV espone ad interazioni farmacologiche che possono portare a spiacevoli conseguenze in termini di aumento delle tossicità dei farmaci, e/o a riduzione della loro efficacia – spiega Carlo Federico Perno, professore di Virologia all’Università degli studi “Tor Vergata” di Roma – disporre di farmaci con poche interazioni farmacologiche aiuta molto nell’ottenimento del miglior risultato possibile, nel contesto di una tossicità contenuta o addirittura assente. La combinazione grazoprevir/elbasvir ha dimostrato un’eccellente efficacia virologica a fronte di interazioni farmacologiche estremamente limitate sia con farmaci anti-HIV che con altri farmaci di uso corrente, tali da non richiedere aggiustamenti di dose necessari per evitare la tossicità”.

La combinazione grazoprevir/elbasvir ha dimostrato efficacia anche nei pazienti con HCV genotipo 1 che hanno fallito la terapia con altri antivirali diretti, in particolare inibitori di proteasi di prima generazione, inclusi nello studio C-SALVAGE: in questa popolazione di pazienti i tassi di risposta virologica sostenuta sono arrivati al 96%.

Le prospettive sono ancora migliori perché la combinazione grazoprevir/elbasvir, per il momento multigenotipica, in futuro si evolverà in un regime pangenotipico composto da molecole di nuova generazione, attualmente in fase di sperimentazione, come MK-8408, un nuovo inibitore di NS5A, farmaco molto potente con efficacia ancora superiore a quella già eccellente di elbasvir, e MK-3682 (ex molecola sviluppata dalla Biotech IDENIX, recentemente acquisita da Merck), potente inibitore di nuova generazione della polimerasi NS5b di HCV, anch’esso in corso di valutazione clinica. Tali molecole saranno combinate in una fixed dose combination a tre farmaci che sarà assunta una sola volta al giorno, senza necessità di ribavirina, con azione pangenotipica, con possibilità anche di una minore durata del trattamento e con un favorevole profilo di tollerabilità.

Sono molte buone quindi le prospettive future per molte categorie di pazienti con epatite C, grazie alla prossima disponibilità di terapie sempre più efficaci e potenti.

Ma il rischio è che l’accesso alle cure sia limitato e disomogeneo:

oggi in Italia sono circa 400.000 le persone con infezione cronica da virus dell’epatite C candidabili ad un trattamento curativo dell’epatite – sottolinea Antonio Craxì, Professore Ordinario di Gastroenterologia all’Università di Palermo – tra questi pazienti, almeno 50-60.000 hanno urgente bisogno di essere trattati, per lo stadio già avanzato della loro malattia epatica. Potenzialmente, nei prossimi due anni dovranno essere curati non meno di 100.000 pazienti. Questo bisogno pressante si scontra però con una rilevante disomogeneità nell’accesso alle cure da Regione a Regione”.

PRO Format Comunicazione

Rosacea: in Italia oltre 3 milioni le persone colpite

Rosacea

Molti la confondono con la couperose, ma il nome corretto è rosacea, una malattia infiammatoria della pelle che colpisce soprattutto le aree centrali del viso, come le guance il naso e le palpebre. Si presenta con rossore, eritema persistente, pustole, capillari superficiali, pelle del viso secca. Per le sue caratteristiche, per l’andamento cronico degenerativo e per le significative implicazioni psicologiche è bene non sottovalutarla. In Italia sono 3.200.000 le persone colpite da rosacea, circa il 7-8% della popolazione adulta. La malattia è sottovalutata e solo 1 persona su 10 si rivolge al medico e ottiene una diagnosi.

L’arrossamento del viso associato alla rosacea condiziona a livello emotivo (88% dei casi), sociale (77%), lavorativo (78%) e nel comportamento relazionale (72%) come ha dimostrato una recente indagine su un campione rappresentativo della popolazione italiana, condotta dall’istituto di ricerca Face Value per conto di Galderma in occasione della campagna di sensibilizzazione sulla mallattia “Act On Red”.

La maggior parte delle persone è convinta che il rossore sia una caratteristica naturale della propria pelle. Al contrario, la rosacea è una malattia e in quanto tale va diagnosticata e curata, afferma Giampiero Girolomoni – Presidente SIDeMaST, Dipartimento di Medicina, Sezione di Dermatologia, Università di Verona. La rosacea acquisisce la dignità di malattia solo nella sua manifestazione più conclamata quando papule, pustole e ispessimento della pelle hanno già aggravato le condizioni del paziente, mentre il semplice rossore viene ignorato. Invece di risolvere il problema alla radice, le persone affette da rosacea cercano di camuffare l’infiammazione cutanea con l’impiego di cosmetici che, contenendo alcool o profumo, peggiorano la condizione della pelle aumentandone l’infiammazione e l’irritazione; la rosacea è una malattia e come tale va trattata. Oggi esistono tanti rimedi che possono migliorare questa condizione ma, se non curata la rosacea si aggrava e dalle forme più lievi si passa a quelle più gravi”.

Le cause della rosacea non sono ancora completamente chiare, si sa che l’infiammazione è alla base di questa patologia e diversi trattamenti possono migliorare la condizione clinica dei pazienti. Con l’intento di produrre un documento condivisibile in ambito scientifico, un gruppo di esperti dermatologi ha messo a punto le Raccomandazioni sulla Gestione della Rosacea con focus sulle opzioni terapeutiche più efficaci, presentate in occasione del 90° Congresso Nazionale SIDeMaST, Società Italiana di Dermatologia medica, chirurgica, estetica e delle Malattie Sessualmente Trasmesse. Le Raccomandazioni sulla Gestione della Rosacea sono state redatte con il patrocinio di SIDeMaST e ADOI, Associazione Dermatologi Ospedalieri Italiani, e con il contributo incondizionato di Galderma.

In Italia, secondo le stime più realistiche, sono 3.200.000 le persone malate: circa il 7-8% della popolazione adulta. Nonostante l’elevata incidenza, la rosacea è spesso non riconosciuta e sottostimata. Solo una persona su 10 riceve una diagnosi ufficiale. Si tratta infatti di una malattia complessa, che si può presentare con una varietà di manifestazioni cliniche differenti e spesso comuni ad altre patologie, dichiara Giuseppe Monfrecola – Sezione di Dermatologia, Dipartimento di Medicina clinica e Chirurgia, Università degli Studi di Napoli Federico II. Al suo stadio iniziale è infatti spesso confusa con la couperose. L’arrossamento della cute causa un profondo stress emotivo in chi ne è affetto, prosegue Monfrecola. Una recente indagine sulla percezione globale dell’arrossamento del viso associate a rosacea ha dimostrato come questa condizione influenza in maniera negativa la sfera emotiva e sociale dell’individuo. Ne è risultato che la persona con rosacea è fortemente condizionata a livello emotivo: prova imbarazzo per il giudizio altrui (58%), sul luogo di lavoro si sente imbarazzato nei rapporti con i propri colleghi (32%), ha una minore sicurezza nell’affrontare colloqui di lavoro (27%). Nei rapporti sociali prova imbarazzo per il giudizio di famigliari o amici (23%), è a disagio nel fare nuovi incontri (33%) ed è imbarazzata per il giudizio del proprio compagno/a (25%)”.

Negli ultimi anni la ricerca dermatologica ha condotto ad una migliore comprensione dei meccanismi correlati alle manifestazioni cliniche della rosacea, conclude Giuseppe Micali – Sezione di Dermatologia e Venereologia, Dipartimento di Specialità Medico-Chirurgiche, Università di Catania. Ciò ha anche consentito l’elaborazione e l’introduzione sul mercato di nuovi e validi trattamenti che, se utilizzati in tempo e in maniera appropriata, sono in grado di tenere sotto controllo segni e sintomi della malattia. La ricerca scientifica ha prodotto risultati interessanti per il trattamento della rosacea in tutte le sue manifestazioni. Oltre ai farmaci già disponibili, tra cui la brimonidina tartrato, una nuova prospettiva terapeutica potrebbe arrivare dall’ivermectina, la molecola che in fase di studio ha mostrato ottimi risultati. Per questo motivo è indispensabile che il paziente, a fronte di sintomi riconducibili alla rosacea, si rechi tempestivamente dal dermatologo di fiducia”.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Lo scompenso cardiaco

Scompenso cardiaco

Lo scompenso cardiaco è una condizione invalidante e potenzialmente letale, in cui il cuore non riesce a pompare abbastanza sangue nell’organismo. Ciò accade di solito perché il muscolo del cuore, responsabile dell’azione di pompaggio, si indebolisce nel tempo o diventa troppo rigido. Questo provoca un accumulo di liquidi nel polmoni e nei tessuti, con il conseguente danneggiamento dei principali organi.

I sintomi principali sono:

• affanno;

• ridotta tolleranza allo sforzo;

• affaticamento;

• dispnea;

• edema (polmonare e/o a carico degli arti inferiori);

• spossatezza;

• ritenzione di liquidi.

Il paziente con scompenso cardiaco alterna fasi acute a fasi croniche:

  • la fase acuta è una condizione potenzialmente pericolosa per la sopravvivenza, caratterizzata da rapida insorgenza e/o aggravamento di sintomi e segni di scompenso cardiaco, che richiede un intervento medico immediato e un ricovero ospedaliero in urgenza;
  • la fase cronica è una condizione peggiorativa con sintomi di entità variabile, quali dispnea e spossatezza, che possono influire sulla tolleranza all’attività fisica, e ritenzione di liquidi, che porta a congestione polmonare ed edema periferico. Tali sintomi tendono a peggiorare con l’età e con il susseguirsi degli episodi acuti.

A provocare l’insorgenza dello scompenso cardiaco è generalmente un evento cardiovascolare (es. infarto miocardico) o una patologia pregressa (cardiomiopatia, endocardite, miocardite, malattia delle valvole cardiache etc.), che modificano la struttura cardiaca. In taluni casi la causa rimane ignota.

Secondo i risultati di uno studio del National Health and Nutrition Examination Survey, i principali fattori di rischio per lo scompenso cardiaco sono rappresentati da:

• fumo di sigaretta (16%);

• ipertensione arteriosa (10%);

• obesità (8%);

• sedentarietà (9%);

• diabete mellito (3%).

Sono fattori controllabili mettendo in atto sane abitudini di vita, alimentazione corretta e praticando attività fisica regolare.

Dato l’andamento progressivo della malattia e il graduale intensificarsi dei sintomi, è fondamentale una diagnosi tempestiva, che permetta di prevenire e rallentare il decorso della patologia. Riscontrare distintamente il quadro dei sintomi nella pratica clinica, specialmente nelle fasi iniziali della malattia, permette di vivere bene e a lungo ma non è sempre facile: per diagnosticare chiaramente la condizione sono necessari dati obiettivi, ed esami strumentali se necessario.

Tra le indagini strumentali maggiormente indicative ci sono:

• anamnesi;

• esame obiettivo (il medico può rilevare gonfiore della vena giugulare, degli arti inferiori, rantoli polmonari, cardiomegalia, segni di edema polmonare acuto, epatomegalia, battito irregolare ecc.);

• indagini strumentali: il controllo ematico dei livelli di peptide natriuretico tipo B (BNP), controlli ematici di routine, elettrocardiogramma, radiogramma del torace, e ecocardiografia (esame di elezione).

I numeri dello scompenso cardiaco

  • Oltre 26 milioni di persone negli USA e in Europa soffrono di scompenso cardiaco, e questa cifra è in aumento.[1]
  • 1 persona su 5 sopra i 40 anni svilupperà scompenso cardiaco nel corso della sua vita.[2],[3]
  • Lo scompenso cardiaco è la prima causa di ospedalizzazione nelle persone sopra i 65 anni:[4],[5]

– 1 paziente su 25 non sopravvive al primo ricovero in ospedale con scompenso cardiaco come diagnosi primaria; [6]

– 1 paziente su 10 muore entro 30 giorni dal ricovero;[7]

– Fino al 30% dei pazienti morirà entro un anno;7,[8]

– La metà di tutti i pazienti sarà morta entro 5 anni dalla diagnosi;7,8

  • Lo scompenso cardiaco provoca 2-3 volte il numero di decessi dovuti a tumori avanzati come quello all’intestino e al seno.[9]
  • Circa 1 persona su 3 confonde i sintomi di scompenso cardiaco con i normali segni dell’invecchiamento.[10]
  • Meno di 1 persona su 10 è in grado di identificare tre sintomi comuni di scompenso cardiaco, tra i quali dispnea grave, gonfiore alle caviglie, rapido aumento di peso e difficoltà di movimento.[11]
  • Quando insorgono i sintomi di scompenso cardiaco, 1 persona su 4 lascia passare una settimana o più prima di consultare un medico, oppure non chiede affatto assistenza medica.11
  • Ogni anno lo scompenso cardiaco costa all’economia mondiale più di 100 miliardi di Euro, una cifra destinata a raddoppiare entro il 2030.2,[12],[13],[14],[15]

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[11] TNS UK Limited, marzo 2014. Indagine condotta su 11.000 europei di età pari o superiore a 50 anni, sponsorizzata da Novartis

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[15] Cowie et al, Improving care for patients with acute heart failure: before, during and after hospitalization, 2013. Oxford Pharmagenesis

“Psoriasi. La pelle conta”

La pelle conta

“Quello che c’è di più profondo nell’essere umano è la pelle”. Così, nel 1931, Paul Valéry nel suo saggio “L’idea fissa”.

La pelle è la più importante “frontiera” tra il nostro corpo e il mondo ed è stata protagonista del Media Tutorial dal titolo “Psoriasi: La pelle conta” che Novartis ha organizzato a Milano il 23 aprile scorso.

L’incontro è stato dedicato alla psoriasi e a un nuovo target terapeutico: l’interleuchina 17-A, una citochina chiave nella patogenesi della patologia, presente in concentrazioni elevate nella cute di chi soffre di questa malattia che rappresenta uno dei bersagli di maggior interesse per le terapie sperimentali1-6.

La psoriasi colpisce il 3% della popolazione nel mondo, ovvero oltre 125 milioni di persone7. In Europa, la stima è pari a circa lo 0,8%: il che significa che la psoriasi a placche interessa circa 3,7 milioni di europei, di cui circa 2,4 milioni soffre della forma da moderata a severa8. Anche In Italia, sono circa 1 milione e mezzo le persone affette da psoriasi e si stima che sia affetto da psoriasi il 3% della popolazione, corrispondente a circa 1 milione e mezzo di individui. La prevalenza maggiore si osserva al Centro-Nord, con il 4,5% dei pazienti nella fascia compresa tra Abruzzo, Lazio e Molise, mentre al Sud e nelle Isole la percentuale varia dallo 0,8% in Sardegna all’1,6% tra Calabria e Sicilia9.

Sono numerosi i bisogni insoddisfatti nella psoriasi – ha spiegato Giampiero Girolomoni, Professore Ordinario di Dermatologia dell’Università di VeronaI pazienti affetti da psoriasi spesso non sono trattati o sono sottotrattati; non riceve alcun trattamento circa il 50% dei pazienti con psoriasi lieve; fino al 36% di quelli con psoriasi moderata ed il 30% di quelli con psoriasi grave. Pochi pazienti con psoriasi da moderata a grave ricevono un trattamento adeguato; in particolare, solo l’8% dei pazienti con psoriasi moderata-grave riceve terapie biologiche. Nonostante le numerose opzioni di trattamento, il 41% dei pazienti affetti da psoriasi e il 28% dei loro medici sono insoddisfatti degli attuali trattamenti. I pazienti – ha aggiunto il Prof. Girolomonidesiderano e meritano una cute esente o quasi esente da lesioni, il che si traduce in una effettiva migliore qualità della vita. Attualmente è esente o quasi da lesioni solo da un terzo alla metà dei pazienti trattati con terapie biologiche”.

Per rispondere a questi bisogni insoddisfatti dei pazienti e per ridurre le lesioni cutanee causate dalla psoriasi, è stato messo a punto dalla ricerca scientifica un nuovo trattamento, l’anticorpo monoclonale secukinumab, il primo inibitore dell’interleuchina 17A (IL-17A) a essere stato approvato in Europa come terapia di prima linea in alternativa agli attuali trattamenti sistemici.

Il secukinumab è un anticorpo monoclonale umano che neutralizza selettivamente l’IL-17A1-2 e, nel corso degli studi, il 70% o più dei pazienti trattati con secukinumab 300 mg ha ottenuto la risoluzione completa (PASI 100) o quasi completa (PASI 90) delle manifestazioni cutanee durante le prime 16 settimane di trattamento; inoltre nella maggior parte dei pazienti questo risultato è stato mantenuto nel corso della prosecuzione del trattamento, fino alla settimana 5210. Gli studi clinici con secukinumab hanno anche dimostrato una relazione positiva tra la risoluzione completa o quasi completa delle manifestazioni cutanee e la qualità della vita dei pazienti affetti da psoriasi11.

Inoltre, nel corso del programma di studi di Fase III, il secukinumab ha dimostrato un profilo di tollerabilità soddisfacente12,13-15.

Tra i risultati più significativi – ha affermato la Professoressa Ketty Peris, Direttore della Clinica Dermatologica Università Cattolica del Sacro Cuore Policlinico A. Gemelli di Roma – emerge che l’efficacia del secukinumab si mantiene nel tempo fino a 2 anni ed è confermata in tutti i pazienti stratificati per età, peso, gravità della malattia, esposizione a precedenti terapie sistemiche convenzionali e biologiche. Il programma di studi clinici registrativi del secukinumab – ha concluso la Professoressa Perisè il più vasto mai intrapreso per un farmaco biologico (3500 pazienti) con studi a 52 settimane che includevano 2 comparatori attivi (etanercept e ustekinumab)”.

Nel corso dell’evento, è stato anche dedicato ampio spazio all’impatto della patologia sulla qualità di vita di chi ne soffre.

In particolare16-17:

· Il 75% si sente poco attraente

· Il 54% si sente depresso

· Il 31% ha problemi socio-economici

· L’8% è costretto a lavorare a casa

Tra i fattori che contribuiscono alla gravità della psoriasi, per i pazienti il più importante è il prurito, mentre per i dermatologi è costituito dalla localizzazione o dimensione delle lesioni cutanee sul corpo. Chi ne è affetto lamenta inoltre problemi di peso, desquamazione, dolore o sofferenza delle articolazioni e ben il 94% afferma che la psoriasi è un problema che incide nella vita quotidiana18.

Questa patologia è spesso associata ad altre comorbidità quali il morbo di Crohn, la sindrome metabolica, le malattie cardiovascolari e i disturbi oculari19-21.

Sono inoltre intervenuti la Dottoressa Gaia Panina, Head of Immunology & Dermatology Franchise Novartis, che ha ribadito l’impegno di Novartis nell’offrire soluzioni terapeutiche innovative e Paolo Rodolfo Ferrari, Rappresentante ADIPSO Veneto – Friuli – Trentino-Alto Adige, che ha condiviso le esperienze e le aspettative delle persone colpite da questa patologia.

 

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18. Christophers E et al. J Dermatolog Treat. 2013;24:193-198; Adattato da Armstrong AW et al. PLoS One. 2012;7:e52935.

19. Vena GA, Altomare G, Ayala F, Berardesca E, Calzavara-Pinton P, Chimenti S, Giannetti A, Girolomoni G, Lotti T, Martini P, Mazzaglia G, Peserico A, Puglisi Guerra A, Sini G, Cassano N, Cricelli C.Eur J Dermatol. 2010 Sep-Oct;20(5):593-8. Incidence of psoriasis and association with comorbidities in Italy: a 5-year observational study from a national primary care database

20. Eur J Dermatol. 2009 May-Jun;19(3):252-6. doi: 10.1684/ejd.2009.0644. Epub 2009 Feb 17. Risk factors of hypertension, diabetes and obesity in Italian psoriasis patients: a survey on socio-demographic characteristics, smoking habits and alcohol consumption. Altobelli E1, Petrocelli R, Maccarone M, Altomare G, Argenziano G, Giannetti A, Peserico A, Vena GA, Tiberti S, Chimenti S, Peris K.

21. Biomed Res Int. 2013;2013:983902. Epub 2013 Jul 21. Correlations between psoriasis and inflammatory bowel diseases. Skroza N1, Proietti I, Pampena R, La Viola G, Bernardini N, Nicolucci F, Tolino E, Zuber S, Soccodato V, Potenza C.

GAS Communication

La buona sanità: funziona la rete di assistenza ai cittadini con infarto miocardico

RETE IMA WEB 2

Molto positiva, pur con margini di miglioramento, ma in continuo progresso”. Questo, in estrema sintesi, il quadro dell’assistenza alle persone colpite da infarto cardiaco in Italia, fotografato dalla Società Italiana di Cardiologia Invasiva (GISE) nel Rapporto del progetto “Rete IMA web 2” presentato a Milano il 22 aprile scorso.

È stato ampiamente dimostrato come il modo migliore per salvare la vita di una persona colpita da infarto del miocardio, oltre a ridurre il rischio di un altro infarto, di emorragie intracraniche e ischemie ricorrenti, sia intervenire entro 90 minuti dal primo contatto medico con una riperfusione meccanica mediante angioplastica coronarica primaria, in termini più semplici riaprire l’arteria con un catetere con palloncino e con l’impianto di uno stent”, ha spiegato Sergio Berti, Presidente GISE. “Ridurre il tempo di intervento significa ridurre la mortalità, in questo caso il tempo è vita. Perché ciò avvenga – ha aggiunto – è necessario un lavoro di squadra tra chi riceve la segnalazione dell’evento cardiaco, il 118, la rete ospedaliera dei pronto soccorso, delle cardiologie e dei laboratori di emodinamica, che devono interagire tempestivamente e rapidamente tra loro”.

Al fine di valutare il livello e la diffusione delle reti per l’assistenza a questi pazienti, la Società Italiana di Cardiologia Invasiva, con il supporto di tutta la comunità cardiologica italiana, la Società Italiana di Medicina di Emergenza Urgenza (SIMEU) e il 118, ha realizzato il progetto Rete IMA web, rilevazione nazionale sullo stato di attuazione delle reti territoriali per il trattamento dell’infarto miocardico acuto (IMA), giunto alla seconda edizione: la prima condotta nel biennio 2007-2008, la seconda nel 2012-2013.

Il primo dato che emerge è rassicurante – ha detto Emanuela Piccaluga, Consigliere nazionale GISE, che ha curato il nuovo Rapporto Rete IMA Web2. Circa il 95% della popolazione italiana vive in un luogo che si trova entro 60 minuti da un centro attrezzato per curare adeguatamente l’infarto attraverso un’angioplastica. Questo dato era del 92,4% nel 2008.” Piccaluga ha proseguito: “inoltre, oggi a livello nazionale l’angioplastica primaria è il trattamento di scelta del 64,7% dei casi, mentre nel 2008 ciò avveniva in poco più di un terzo dei casi.”

Un altro dato significativo e fondamentale riguarda la possibilità di fare una diagnosi precoce di infarto miocardico “sul territorio”, attraverso l’esecuzione di un elettrocardiogramma (ECG) “sul posto”, ossia al momento del primo soccorso del paziente. L’ECG consente di fare diagnosi tempestiva di infarto acuto e conseguentemente di attivare il trasporto diretto in sala di emodinamica per l’intervento di angioplastica.

Nel 2008 ciò era possibile in 7 casi su 10, oggi in 8 su 10, ma quello che è più importante è la teletrasmissione dell’ECG, attualmente utilizzata nei due terzi dei casi, che consente di inviare, una volta fatta diagnosi, il paziente nell’ospedale idoneo più vicino, riducendo i tempi di rivascolarizzazione”, ha aggiunto Piccaluga.

Infine, il dato che meglio testimonia l’evoluzione e i grandi passi in avanti compiuti dalla rete per l’assistenza al paziente infartuato in Italia.

È di fatto raddoppiato, passando dal 42,6% del 2008 al 79,6% del 2013, il volume degli accessi diretti, il cosiddetto fast track dei pazienti con diagnosi di infarto ai laboratori di emodinamica, senza transitare cioè dal pronto soccorso, con un accorciamento dei tempi di riperfusione. Ciò è stato reso possibile da diversi fattori – ha detto ancora Piccalugaun maggior ricorso da parte del cittadino al 118, un miglior utilizzo dell’ECG per la diagnosi precoce, un adeguamento dei modelli organizzativi delle strutture.”

Il progetto Rete IMA Web promosso da GISE nasce nel 2007 sulla scorta di un documento di consenso redatto nel 2005 da Federazione Italiana di Cardiologia (FIC) e GISE.

Emergeva allora chiaramente – ha ricordato Antonio Marzocchi, ideatore, promotore e coordinatore del progettola necessità di aumentare l’implementazione della terapia di riperfusione, offrire a tutti i pazienti la migliore cura disponibile, ridurre il ritardo nel trattamento e, in ultima analisi, migliorare i risultati clinici nella gestione dell’infarto miocardico acuto, attraverso la messa a punto di una rete territoriale che comprendesse il triage preospedaliero con esecuzione dell’ECG diagnostico sul territorio e lo sviluppo di una rete interospedaliera per l’esecuzione della perfusione mediante angioplastica coronarica primaria, sulla base di un modello hub&spoke. Condividemmo con la Società Italiana Sistema 118 (SIS 118), la Società Italiana di Medicina d’Emergenza-Urgenza (SIMEU) e rappresentanti delle regioni, l’idea e l’obiettivo di creare una rete integrata che rendesse disponibile la più rapida ed efficace terapia riperfusiva, per il maggior numero di pazienti, tenendo conto del contesto temporale, geografico ed organizzativo locale. Vide la luce Il progetto ‘Rete IMA web’, programma dinamico di raccolta dati online per rilevare lo stato di attuazione di questa rete in Italia.”

Censimmo, allora, – ha proseguito Marzocchi157 ospedali in grado di trattare pazienti con infarto miocardico in atto grazie alla disponibilità di un laboratorio di emodinamica, ossia la struttura in cui eseguire l’angioplastica, attivo 24 ore su 24, per 7 giorni la settimana; altri 75 erano dotati di emodinamica non attiva H24 e 199 di unità coronarica UTIC, ma senza emodinamica. Oggi le 157 emodinamiche attive H24 sono diventate 188, con un incremento del 20%, ovviamente si sono ridotte a 45 quelle non attive H24.”

La seconda rilevazione sullo stato della Rete è stata realizzata in collaborazione con il progetto “Stent for Life”, promosso dalla Società Europea di Cardiologia (ESC) e di Interventistica Cardiovascolare (EAPCI), fatto proprio in Italia da GISE.

Il nostro obiettivo era di assicurare a tutti i pazienti con infarto miocardico acuto pari opportunità di tempestivo accesso alla procedura salva-vita dell’angioplastica primaria”, ha detto Leonardo De Luca, Project leader di “Stent for Life”.In circa tre anni di lavoro abbiamo identificato gli eventuali ostacoli all’attuazione di un sistema di rete funzionale ed efficiente ed abbiamo cercato di favorire la realizzazione delle reti per l’infarto anche attraverso la stesura di decreti regionali, laddove non fossero già presenti. D’altronde, l’Italia è stata tra i primi Paesi europei ad eseguire l’angioplastica primaria: alcune aree e regioni del nostro Paese sono tuttora un modello per l’organizzazione della rete per l’infarto”, ha aggiunto.

I dati GISE documentano come in Italia si eseguissero già nel 2008 circa 24.000 angioplastiche primarie, cresciute a circa 32.500 (con un aumento di oltre il 35%) nel 2014 – è intervenuto Sergio Berti. Non si tratta solo di una crescita in valori assoluti. Grazie, infatti, all’adesione di alcune regioni target al progetto “Stent for Life”, con la realizzazione in poco tempo di documenti di condivisione di percorsi inter- e intraospedalieri e di adeguamento dei modelli organizzativi, il risultato che abbiamo ottenuto è anche una maggiore omogeneità di trattamento dell’infarto miocardico sul territorio nazionale e, in ultima analisi, un significativo miglioramento nella gestione complessiva e nel trattamento dei pazienti infartuati a tutto vantaggio dei cittadini italiani, anche se migliorare è sempre possibile e dobbiamo continuare a perseguire questo obiettivo” ha concluso Berti.

Tutto questo è stato fatto, ed è fatto, non soltanto con lo scopo di migliorare da un punto di vista medico e clinico le performance dei laboratori di emodinamica e delle strutture in cui operiamo – ha infine detto Alfredo Marchese, Consigliere nazionale GISE con delega ai rapporti con le associazioni dei pazienti – bensì tenendo bene in mente i bisogni del paziente e del cittadino.  Partendo dal presupposto che per migliorare è necessario conoscere e che conoscere aiuta a confrontarsi, la fotografia che in questi anni abbiamo tracciato permetterà alla Società Italiana di Cardiologia Invasiva, in collaborazione con le associazioni di pazienti, anche attraverso la condivisione e la fruibilità di documenti congiunti informativi ed educativi, i tecnici del nostro Servizio sanitario e i decisori regionali, di agire con due obiettivi precisi: garantire l’accesso a questa, e ad ogni altra procedura salvavita futura, al maggior numero possibile di cittadini e favorire, anche nelle aree del Paese in cui questa Rete è ancora debole, un adeguamento ai livelli più elevati.


Le 3 regole d’oro salvacuore (ovvero come affrontare l’infarto acuto del miocardio)

1. MAI PENSARE: “NON PUÒ CAPITARE A ME!”

Se provi un forte dolore al torace, prolungato, insorto a riposo, intenso – come una “morsa” al petto – non attendere che ti passi. L’infarto non si manifesta sempre con il più conosciuto dolore al braccio, ma può coinvolgere lo stomaco, la spalla, il collo, la mandibola, anche la schiena tra le scapole. Talvolta, specie negli anziani, nelle donne e ancor più nei diabetici può esordire in modo subdolo con una “semplice fame d’aria o affanno improvviso”: non cercare di autodiagnosticare un eccesso alimentare o un fantomatico colpo d’aria, chiedi rapidamente aiuto.

2. AL MINIMO SOSPETTO, CHIAMA IL 118

Non aspettare l’arrivo di un familiare, non chiedere a un vicino di accompagnarti all’ospedale, non cercare un taxi. L’ambulanza, con il personale specializzato, è l’unica e più rapida soluzione.

3. NON ASPETTARE CHE TI VENGA L’INFARTO, ANTICIPALO!

Fumi, hai colesterolo e trigliceridi alti, la pressione elevata, sei una persona con diabete, sei sovrappeso o persino obeso, sei pigro e ti muovi poco, hai familiari che hanno già avuto un infarto? Sei una persona a rischio! Non attendere l’infarto, evitalo modificando il tuo stile di vita. Soprattutto, se negli ultimi giorni o mesi hai avuto dolore al petto (angina), anche se ti è passato rapidamente, in pochi minuti, consideralo un campanello d’allarme. Contatta il tuo medico di famiglia o il cardiologo di fiducia.

 

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Colesterolo e trigliceridi: conosci davvero la differenza?

Trigliceridi

Spesso si fa confusione tra colesterolo e trigliceridi, pensando si parli della stessa cosa. In realtà, pur trattandosi in entrambi i casi di grassi, ci sono delle diversità biologiche: il primo è un tipo di grasso steroideo, il secondo, come suggerisce il nome stesso, è costituito da una molecola di glicerolo a cui si legano tre molecole di acidi grassi. Entrambi circolano nel sangue senza dissolversi e se mantenuti a livelli normali non sono dannosi.

Il ruolo principale nel controllo dei valori di colesterolo e trigliceridi è svolto innanzitutto da alimentazione e stile di vita: una dieta errata unita ad uno stile di vita sedentario, innalzando il livello di trigliceridi e colesterolo nel sangue, può rappresentare un pericolo per le arterie e di conseguenza un fattore di rischio cardiovascolare.

Può quindi occorrere un aiuto farmacologico, ed è qui che si ripresenta la differenza tra colesterolo e trigliceridi: mentre l’ipercolesterolemia si controlla con le statine, per l’ipertrigliceridemia ci si può avvalere degli Omega 3 in formulazione farmaceutica (nome commerciale  Olevia ®), la prima formulazione farmaceutica equivalente di Omega 3, che oltretutto non ha conservanti quindi risulta più tollerabile.

Come ricorda il lipidologo e ricercatore del CNR di Roma, Prof. Roberto Volpe, l’ipetrigliceridemia è molto più frequente dell’ipercolesterolemia: l’ipercolesterolemia familiare si verifica in un caso su 300, mentre l’ipertrigliceridemia pura in un caso su 100. Tale patologia può portare numerosi altri problemi come l’obesità o il diabete ed conseguentemente è un fattore di rischio piuttosto elevato.

Sicuramente modificare in meglio lo stile di vita è indispensabile, ma può richiedere tempi lunghi. Avere una garanzia in più da nuove formulazioni farmaceutiche può certamente aiutare chi ne ha bisogno.

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