Nasce il sito internet italiano dedicato alle persone affette da fenilchetonuria (PKU)

PKU ITALIA

In occasione della Giornata delle malattie rare che si celebra, come ogni anno, il 28 Febbraio, Merck Serono S.p.A. ha annunciato il lancio in Italia del sito internet www.pku.com/it.

Il sito nasce con l’intento di accompagnare il percorso dei pazienti affetti da fenilchetonuria e delle loro famiglie, nella gestione quotidiana di questa patologia che implica una particolare attenzione a alimentazione e stili di vita.

Raccogliendo il tema della Giornata delle malattie rare 2015, “giorno per giorno, mano nella mano”, www.pku.com/it mette a disposizione dei suoi visitatori una serie di risorse e informazioni utili per comprendere meglio la patologia e il suo meccanismo, gestire l’alimentazione quotidiana, adattare stili di vita e abitudini, supportare al meglio le relazioni tra le persone con fenilchetonuria e i loro famigliari, educatori ed amici.

Grazie a questa iniziativa – ha dichiarato il Dr. Antonio Messina, Presidente ed Amministratore Delegato di Merck Serono S.p.A. ancora una volta la nostra Azienda rende tangibile il suo impegno nel mettere i pazienti al centro delle sue attività, con una particolare attenzione alla realtà estremamente importante delle malattie rare”.

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La fenilchetonuria (PKU)

La fenilchetonuria (PKU) è una malattia genetica, autosomica recessiva, causata da un difetto o una mancanza dell’enzima fenilalanina-idrossilasi (PAH). La PAH è necessaria per il metabolismo della fenilalanina (Phe), un aminoacido essenziale presente in tutti i cibi contenenti proteine. La PKU colpisce all’incirca 1/10.000 nuovi nati in Europa[1]. Se i pazienti con PKU non seguono una dieta a basso contenuto di fenilalanina, questo aminoacido si accumula e raggiunge livelli alti e anomali nel sangue e nel cervello, causando una serie di complicanze, tra cui gravi ritardi mentali e danni cerebrali, malattie mentali, colpi apoplettici, tremori e problemi cognitivi. In seguito allo sviluppo dello screening neonatale condotto a livello mondiale sui neonati, a partire dagli anni ’60 e ’70, praticamente tutti i pazienti affetti da PKU vengono diagnosticati dalla nascita. 

La carenza di tetraidrobiopterina (BH4)

La carenza di BH4 è un disturbo congenito del metabolismo molto raro, e si ritiene che rappresenti l’1-2 % di casi di iperfenilalaninemia (HPA)[2]. La carenza di BH4 è una condizione genetica recessiva autosomica e può derivare dalla carenza di uno qualsiasi dei cinque differenti enzimi coinvolti nella sintesi e nella rigenerazione della BH4. la BH4 è un cofattore indispensabile per la fenilalanina-idrossilasi (PAH). Perciò, la carenza del BH4 danneggia l’attività del PAH conducendo ad una situazione biochimica simile alla fenilchetonuria (PKU), con una iperfenilalaninemia (HPA) che risulta da una ridotta conversione di Phe in tirosina. Inoltre, poiché la BH4 è un cofattore indispensabile per la tirosina idrossilasi e per la triptofano idrossilasi, la carenza di BH4 causa un deficit nella sintesi dei neurotrasmettitori come le catecolamine e la serotonina che utilizzano il cofattore BH4. Con un trattamento a base di BH4, spesso, non sono necessarie le restrizioni alimentari che richiedono la sospensione del consumo di tutte le proteine o di fenilalanina (PHE). Comunque, poiché la BH4 non attraversa la barriera emato-encefalica, una terapia concomitante con i precursori di neurotrasmettitori, come ad esempio Levodopa e 5-idrossitriptofano, può essere necessaria per aumentare i livelli del substrato del sistema nervoso centrale per la sintesi, rispettivamente, delle catecolamine e della serotonina.

BIBLIOGRAFIA

[1] Loeber JG. Neonatal screening in Europe; the situation in 2004. J Inherit Metab Dis 2007; 30: 430-438.

[2] Opladen T, Hoffmann GF, Blau N. An international survey of patients with tetrahydrobiopterin deficiencies presenting with hyperphenylalaninaemia. J Inherit Metab Dis 2012, 35: 963-973.

Giornata Mondiale delle Malattie Rare 2015

Giornata mondiale delle malattie rare 2015

Il 28 febbraio si è celebrata in tutto il mondo la Giornata delle Malattie Rare (MR), che, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), costituiscono circa il 10% delle patologie umane (si stima che il 6-8% della popolazione europea, complessivamente 27-36 milioni di cittadini, sia affetto da una MR). Tra queste occupa un posto importante, purtroppo, l’Epidermolisi Bollosa, detta anche “Sindrome dei bambini farfalla”, malattia genetica rara e devastante che in Italia colpisce 1 bambino su 82 mila nati e nel mondo 1 su 17 mila, per un totale di circa 500 mila malati. Ma per loro sono in arrivo buone notizie: il Centro per l’Epidermolisi Bollosa della Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico di Milano, creato nel 2012, ha annunciato, proprio in questi giorni, l’avvio dell’innovativo programma di chirurgia plastica della mano già realizzato con successo su 5 pazienti e l’introduzione, dopo anni di sperimentazioni, di nuove creme e gel piastrinici per il trattamento delle lesioni più resistenti nei pazienti affetti da EB.

Siamo felici di poter annunciare queste importanti novità nell’ambito del trattamento e della cura delle malattie rare – sottolinea la Prof.ssa Susanna Esposito, Responsabile del Centro EB di Milano e Presidente Waidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici - in questi tre anni di attività abbiamo modificato il concetto di epidermolisi bollosa da malattia cutanea a malattia multisistemica. Attraverso nuovi approcci clinici abbiamo studiato i vari aspetti della malattia, non da ultimo quello nutrizionale, considerando che molti bambini affetti da EB, al momento 40 in cura presso la nostra struttura, presentano stadi di malnutrizione e osteoporosi importanti. Al momento stiamo studiando anche il ruolo che rivesta l’autoimmunità per capire se in alcuni pazienti può essere opportuna una terapia con farmaci biologici”.

I progetti di ricerca sia nazionali che internazionali avviati in soli tre anni – aggiunge Cinzia Pilo, Vicepresidente di Debra Italia Onlus e membro dell’Executive Committe di Debra International - sono indicativi della passione e della competenza con cui i medici del Centro EB di Milano si dedicano ai nostri “bimbi farfalla”. Siamo molto soddisfatti della proficua collaborazione instaurata con la nostra associazione Debra Italia Onlus e fiduciosi che procedendo di questo passo potremo vedere nuovi interessanti sviluppi della ricerca per migliorare la qualità e le aspettative di vita dei nostri ragazzi.”

Il Centro EB di Milano è caratterizzato da un approccio assistenziale di tipo interdisciplinare: oltre ai pediatri e al dermatologo, vi sono la dietista, la fisioterapista, il chirurgo pediatra, il chirurgo plastico, l’ortopedico, l’odontoiatra, l’oculista, l’anestesista specializzato in terapia del dolore, un esperto in medicina rigenerativa e trapianto di cellule staminali, la psicologa e l’assistente sociale. Questo approccio consente non solo una completa assistenza, ma anche lo scambio di conoscenze tra specialisti, con conseguente arricchimento sia dell’assistenza che dell’approfondimento professionale per gli stessi medici.

Il 26 marzo prossimo sarà inaugurato presso la Fondazione Policlinico di Milano il Centro Multidisciplinare per la Cura dei pazienti con Ittiosi, una malattia rara caratterizzata da disordini genetici con effetti sulla pelle. Nel nuovo Centro oltre al pediatra ci saranno altre figure di riferimento quali un ortopedico, una fisioterapista, un oculista, un genetista, una psicologa ed altre ancora.

L’associazione Unione Italiana Ittiosi (UNITI) – dichiara Elisabetta Tronci, Presidente UNITI - è veramente lieta di questa splendida opportunità che le viene offerta dal Policlinico di Milano, punto di eccellenza in Italia. L’apertura del Centro Multidisciplinare per la Cura dei Pazienti con Ittiosi è sicuramente un passo importantissimo, una tappa obbligata ed una grande opportunità per tutti i malati affetti da questa patologia genetica rara ed invalidante che necessita sempre di più attenzione da parte di medici e genetisti. L’impegno dell’associazione sarà di assoluta collaborazione con il Centro al fine di offrire insieme un buon livello assistenziale veicolando il malato e assistendolo nelle varie fasi. Si ringrazia la Prof.ssa Esposito e tutti i suoi collaboratori che hanno permesso questa meravigliosa avventura”.

 

Il Centro per l’Epidermolisi Bollosa e il Centro Multidisciplinare per la Cura dei pazienti con Ittiosi presso la Fondazione Policlinico di Milano sono entrambi coordinati dalla Dott.ssa Sophie Guez.

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Cos’è l’Epidermolisi Bollosa. Epidermolisi significa letteralmente rottura della pelle, ma anche delle mucose. Bollosa si riferisce invece alla tendenza a formare bolle, vesciche e scollamenti della cute e delle mucose, che si riempiono di siero, dovuti a traumi o frizioni anche minimi. Ciò significa che già alla nascita, in caso di parto naturale, il neonato presenta spesso grosse bolle ed estese lacerazioni della pelle, che guariranno solo dopo mesi di ricovero, con dolorose medicazioni quotidiane. La malattia comporta danni anche agli organi interni e agli arti (si arriva alla perdita dell’uso delle mani già in età prescolare e spesso della capacità di deambulare, senza contare le difficoltà legate alla nutrizione, che impone l’uso di specifici biberon che non prevedano una suzione troppo intensa, e alla manipolazione, che consente il sollevamento dalla culla solo con particolari precauzioni. Quando sospettare una sindrome complessa: in presenza di tratti particolari del volto; ritardo mentale; malformazioni maggiori e/o minori; alterazioni in difetto o in eccesso dell’accrescimento staturo-ponderale.

Cos’è l’Ittiosi. Sono un gruppo di disfunzioni genetiche, genodermatosi, il cui comune aspetto è di far apparire la pelle come coperta di squame, secca, screpolata, arrossata o anormalmente ispessita. Le squame possono essere quasi invisibili o talmente evidenti da essere notate alla prima occhiata e gli altri sintomi possono essere da praticamente inesistenti a talmente gravi da non risultare compatibili con la vita. Una recente riclassificazione di questi disturbi li ha ridefiniti come “Disordini della Cheratinizzazione”. La patologia è evidente generalmente sin dalla nascita o poco dopo e comunque quasi sempre entro il primo anno di vita. Non esiste cura ma trattamenti locali o sistemici possono migliorare notevolmente le condizioni dei pazienti, specialmente nei casi più difficili.

GAS Communication

“Influenza svizzera”: per fronteggiarla, la SIPPS punta su vaccinazioni e sane abitudini alimentari

Influenza stagionale

Si chiama “svizzera” la nuova influenza che a breve promette di mettere a letto un elevato numero di italiani. Il picco dovrebbe durare due settimane ed è probabile che colpirà grandi e piccoli anche nel mese di marzo. Superata dunque l’influenza “suina”, come dimostrano i dati del Rapporto Epidemiologico InfluNet, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale fornisce a mamme e papà utili consigli per fare fronte alla nuova forma virale. E lo fa puntando anche sull’importanza di corrette abitudini alimentari.

La vaccinazione – spiega il Dott. Piercarlo Salari, pediatra di consultorio a Milano e componente SIPPS - è senza dubbio la strategia di prevenzione più efficace e raccomandata, insieme alle buone norme igieniche, a partire dal lavaggio delle mani. Non dimentichiamo, però, l’importanza dello stato di salute generale, a cui l’alimentazione dà un contributo determinante. Per questa ragione è fondamentale mettere i bambini nella condizione di affrontare questo periodo di picco influenzale con le migliori risorse difensive, assicurate da una dieta completa e possibilmente ricca in vitamine (in particolare la C e la E) e sali minerali (come rame, zinco e selenio), di cui sono particolarmente ricchi frutta e verdura. La regolarità dei pasti è fondamentale per due ragioni: innanzitutto per garantire un apporto di energia commisurato alle esigenze della giornata. La prima colazione, per esempio, deve fornire un quinto di tutte le calorie giornaliere ed è sbagliato saltarla. In secondo luogo dobbiamo ricordare che l’assorbimento dei vari principi nutritivi non è costante, ma è soggetto a fenomeni di vera e propria competizione: l’assimilazione del ferro, per esempio, è inferiore in presenza di fibre mentre aumenta se si assume contemporaneamente la vitamina C. Ancora una volta questo spiega perché è opportuno non soltanto evitare la monotonia a tavola ma anche assicurare all’organismo più momenti o, se si preferisce, opportunità nell’arco della giornata in cui poter ricevere tutti i nutrienti di cui il sistema immunitario in particolare ha bisogno per poter operare al meglio delle proprie performance”.

La colazione più idonea – aggiunge il Dottor Leo Venturelli, Pediatra di Famiglia Asl di Bergamo – potrebbe prevedere frullati di frutta, soprattutto di arancia, pane e marmellata o fette biscottate e/o uovo, per dare energia e per le vitamine”.

Questi suggerimenti di prevenzione – precisa il Dott. Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPSrestano validi anche in caso di contagio: il più delle volte, infatti, l’influenza, soprattutto nelle sue fasi iniziali, toglie l’appetito ai bambini, riducendo così l’apporto alimentare soprattutto di quei componenti, come le vitamine B, C, E ed i minerali, sottoposti a un rapido ricambio e consumo. Un altro aspetto importante in caso di malattia riguarda il giusto modo di affrontare la convalescenza. Ai bambini, al contrario degli adulti, più inclini ad atti di “eroismo”, non dispiace di solito trascorrere qualche giorno in più a casa. L’influenza, ricordiamolo, ha un decorso di una settimana, che deve essere rispettato anche nell’eventualità di una sintomatologia leggera o di una ripresa in apparenza veloce. Molti studi, infatti, hanno dimostrato che il virus influenzale, al di là della propria azione patogena, predispone le vie aeree all’ingresso di altri microrganismi, tra cui pneumococco (responsabile di otiti e soprattutto polmoniti, ben note negli anziani, nei quali sono una frequente complicanza dell’influenza), adenovirus e virus respiratorio sinciziale (la causa della bronchiolite nei bambini più piccoli). Tale fenomeno – conclude il Dott. Di Mauro – si traduce in due potenziali evenienze: un maggior rischio di infezioni “collaterali”, che fanno allungare il decorso dell’influenza o, una volta che questa sembra risolta, fanno precipitare nuovamente il bambino in febbre, tosse e spossatezza”.

GAS Communication

Carenza iodica: Rapporto OSNAMI 2014

Carenza iodica

La carenza iodica rappresenta oggi un’emergenza sanitaria tutt’altro che sconfitta, coinvolgendo circa 2 miliardi di persone in tutto il mondo, secondo i dati pubblicati sull’ultimo rapporto dell’Osservatorio Nazionale per il Monitoraggio della Iodioprofilassi in Italia (OSNAMI), coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità, relativo al programma di prevenzione dei disordini da carenza iodica. A livello mondiale, quasi il 30% della popolazione è ancora oggi esposto a carenza iodica, e ben il 12% degli italiani risulta affetto da gozzo, con un impatto economico sul Sistema Sanitario Nazionale di oltre 150 milioni di euro all’anno.

Il fabbisogno giornaliero di iodio è di circa 90/120 μg al giorno per bambini e adolescenti e di 150 μg per gli adulti, ma aumenta a 220 μg nelle donne in gravidanza, fino ad arrivare a 290 μg durante l’allattamento: quantità indispensabile per consentire un corretto sviluppo del sistema nervoso del neonato. Si tratta, in tutti i casi, di livelli facilmente raggiungibili con un normale consumo di sale iodato nell’alimentazione quotidiana, o con specifici integratori a base di iodio, tuttavia dai dati provenienti dagli Osservatori Regionali per la Prevenzione del Gozzo, risulta che quasi ovunque in Italia i bambini in età scolare non presentano adeguati livelli iodici nelle urine: solo in Liguria, Sicilia e Toscana i valori si sono dimostrati sufficienti.

Nonostante una corretta profilassi iodica sia in grado di debellare completamente il gozzo (come avvenuto in Svizzera e in Scandinavia), da noi il consumo di sale iodato risulta ancora troppo basso (55% contro il 90% degli USA).

Per far fronte a questo problema, principalmente di carattere informativo, il Ministero della Salute è ormai da anni impegnato nella sensibilizzazione dell’opinione pubblica attraverso campagne mirate sull’importanza di una corretta iodioprofilassi (campagna poco sale e solo iodato) ma, nell’ambito delle campagne sociali, è soprattutto importante segnalare il recente Progetto italiano contro la carenza di iodio in pediatria.

Promossa dalla Società Italiana di Endocrinologia e Diabetologia Pediatrica (SIEDP), l’iniziativa prevede fino al 31 maggio 2015 incontri gratuiti nelle scuole primarie, dell’infanzia e negli asili nido di 10 città italiane (Bari, Bologna, Cagliari, Genova, Milano, Napoli, Pisa, Potenza, Roma e Torino), oltre a diversi momenti di formazione rivolti ai medici, con lo scopo di educare e informare riguardo l’importanza di assumere regolarmente una quantità adeguata di iodio attraverso una corretta alimentazione e di ricorrere, se necessario, agli integratori a base di iodio.

Il patrocinio all’iniziativa del Comitato delle Associazioni dei Pazienti Endocrini (CAPE), oltre che di molte Società Scientifiche, è garanzia di un impegno sul territorio che parte dal basso, coinvolgendo allo stesso tempo classe medica e opinione pubblica.

Fortunatamente, è anche grazie a campagne come questa se, rispetto al passato, si sta diffondendo una maggiore coscienza dell’importanza di una adeguata iodioprofilassi, ma la strada da fare è ancora molta, come dimostrano i dati del rapporto OSNAMI.

Il Presidente SIEDP, il Dott. Mohamad Maghnie, responsabile dell’UO di Endocrinologia clinica e sperimentale dell’Istituto Gaslini di Genova, spiega infatti che questa campagna è nata proprio per combattere trasversalmente la disinformazione sull’argomento: sensibilizzare famiglie, bambini, insegnanti e medici, rende sicuramente possibile migliorare le abitudini alimentari della popolazione e prevenire disturbi.

FONTE | http://www.tiroide.com

Gli uomini di fronte alle donne “perdono la testa”

Di fronte al fascino femminile i maschi rimbambiscono un pò più delle femmine, lo afferma uno studio dell’Università olandese di Radboud pubblicato su Archives of Sexual Behaviour; la ricerca è stata condotta utilizzando un noto test di Stroop che in passato veniva utilizzato per valutare la capacità di concentrazione di un individuo; si tratta di una presentazione di carte colorate in cui è scritto il nome di un colore non corrispondente alla colore della carta presentata, cosicché il soggetto esaminato deve leggere correttamente il colore scritto e non quello presentato sulla carta, da qui se un soggetto è distratto commette parecchi errori.
Questa prova è stata proposta a giovani soggetti sani di entrambe i sessi, con il risultato evidente che nei maschi ai quali era stata ventilata l’ipotesi che fosse osservato da una ragazza gli errori sono stati molto numerosi, nelle ragazze questo fenomeno non si presentava, sembrando così molto più sicure.
È altresì risultato evidente che gli errori nei maschi nascevano solo quando sapevano di essere osservati da una femmina, altrimenti gli stessi ragazzi non commettevano alcun errore.
In conclusione si dice che il cervello maschile sia più razionale di quello femminile, ma in alcuni casi sembrerebbe il contrario; in realtà il programma neuroendocrino della sessualità maschile che ha un origine più nel cervello emotivo, sistema limbico e dintorni, ha in sé una forza tale che riesce a scompaginare lo strato superiore, quello corticale, producendo una quantità di neurotrasmettitori eccitatori, come ad esempio i dopaminergici, che riesce ad annullare l’azione inibitoria di altri più rappresentati a livello corticale.
È proprio vero quindi che… “al cuor non si comanda!”

Parliamo di … Ipocondria

L’ipocondria è definita come il timore di un individuo di essere affetto o di contrarre una malattia grave, interpretando erroneamente sintomi o funzioni dell’organismo, anche se non viene riscontrata alcuna malattia medica. I pazienti affetti da ipocondria, infatti, interpretano in modo eccessivo i sintomi fisici o le sensazioni che derivano dal proprio corpo e tollerano poco la sofferenza fisica; polarizzano la propria attenzione sul fastidio somatico e lo amplificano, generando la paura di avere una grave malattia fisica. Sull’onda di tale preoccupazione ricercano l’attenzione medica e si sottopongo a indagini diagnostiche anche invasive. La negatività delle valutazioni diagnostiche, tuttavia, non è sufficiente a convincerli dell’assenza di una malattia organica. La convinzione non è mai così radicata da essere un delirio, non è legata a uno stato di stress riguardo al modo di apparire e non è spiegabile con un disturbo psichiatrico maggiore.
L’ipocondria esordisce generalmente tra i 20 e i 30 anni e si protrae per almeno sei mesi, generando un disagio clinicamente significativo oppure una menomazione in importanti aree di funzionamento. Il decorso è solitamente episodico e si può avere un’evidente associazione tra l’esacerbazione dei sintomi e fattori psicosociali stressanti, mentre il trattamento spesso è inficiato dalla notevole resistenza di questi pazienti nei confronti dello psichiatra.
L’ipocondria è inclusa nella categoria diagnostica dei disturbi somatoformi (secondo il DSM-IV), insieme al disturbo da conversione, al disturbo da dimorfismo corporeo e al disturbo algico.

Le persone affette da ipocondria si presentano dal medico convinte di avere una grave malattia e non è possibile convincerle del contrario, nonostante l’evidente negatività delle indagini diagnostiche. Al colloquio si dilungano sulla descrizione del loro stato di salute, sovente lamentandosi dell’inadeguatezza delle cure fino a quel momento ricevute, le quali non hanno permesso di identificare la malattia che le ha colpite. Possono focalizzarsi su un singolo organo oppure lamentare molteplici sintomi che indicano differenti localizzazioni anatomiche, anche se le sedi maggiormente colpite sono l’apparato gastroenterico e quello cardiovascolare. I pazienti possono lamentare dolore o fastidio oppure percepire come patologiche fisiologiche sensazioni somatiche.

Nel percorso diagnostico dell’ipocondria è necessario raccogliere un’anamnesi dettagliata ed effettuare un accurato accertamento medico.

A seguito di un accurato esame obiettivo è opportuno effettuare le specifiche analisi mediche utili a indagare il disturbo riferito dal paziente. È infatti fondamentale escludere la presenza di malattie organiche, soprattutto quelle con sintomi aspecifici, che possono interessare diversi organi.
Qualora i reperti acquisiti siano suggestivi di una patologia medica possono essere eseguite ulteriori indagini per approfondire la valutazione. La diagnosi psichiatrica deve essere presa in considerazione solo quando è stato completato un approfondito accertamento medico che riconosca l’assenza di una patologia organica.

Per definire l’ipocondria bisogna riscontare nel paziente in esame la paura di essere affetto da una grave malattia, che è conseguente a un’alterata interpretazione dei sintomi fisici o delle sensazioni corporee e che persiste nonostante le appropriate rassicurazioni. L’individuo deve essersi sottoposto a un’accurata indagine medica che abbia escluso la presenza di una patologia organica. In seconda battuta bisogna valutare la caratteristica di tale preoccupazione, ovvero che non raggiunga una qualità delirante e che non riguardi solamente l’aspetto fisico.
La durata del disturbo è superiore a i sei mesi e, nel corso del suo manifestarsi, danneggia in maniera significativa diverse aree funzionali dell’individuo; possono, infatti, notarsi problematiche nell’ambito familiare piuttosto che lavorativo. Il sintomo “ipocondria” può essere presente nei disturbi dell’umore (episodio depressivo) oppure nei disturbi d’ansia (ad es., disturbo d’ansia generalizzata o disturbo da attacchi di panico). Pertanto, nel corso dell’anamnesi bisogna accertare che non vi sia la presenza di un altro disturbo mentale maggiore.

L’ipocondria si manifesta in percentuali molto simili nei maschi e nelle femmine. L’età di esordio si colloca prevalentemente tra i 20 e i 30 anni, sebbene non sia da escludere l’insorgenza in altre fasce di età. Il decorso della malattia è prevalentemente cronico con andamento fluttuante e alternanza di periodi di esacerbazione e periodi di quiescenza, entrambi della durata di mesi o anni.

Il trattamento dell’ipocondria può essere utile in un’elevata percentuale di individui affetti, in particolare in coloro che non presentano un disturbo di personalità, che non hanno concomitanti patologie organiche e che presentano un maggiore livello culturale. Tuttavia, il trattamento specialistico psichiatrico e psicologico è limitato dalla resistenza che tali individui oppongono e viene intrapreso soltanto nei soggetti più motivati. Pertanto, è di primaria importanza l’intervento del medico di medicina generale a cui questi individui solitamente si rivolgono. È opportuno raccogliere le lamentele del paziente, supportandolo e offrendo una continuità terapeutica, cercando di limitare il più possibile indagini invasive e utilizzando con cautela i trattamenti farmacologici (ad es., benzodiazepine per brevi periodi).

Bibliografia

  • Andreoli V, Cassano GB, Rossi R. DSM-IV-TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, IV edizione – Text revision. Milano: Masson, 2001.
  • Cassano GB, Pancheri P, Pavan L, et al. Trattato italiano di psichiatria, II edizione. Milano: Masson, 2002.
  • Kaplan HI, Sadock BJ. Psichiatria clinica. Torino: Centro Scientifico Editore, 2003.

Le terapie per smettere di russare

Smettere di russare, è il desiderio di molti e, in particolar modo, di coloro che sono spesso costretti a delle notti agitate per colpa del vicino di materasso che pare mettercela tutta per tenere sveglio chi gli sta accanto. Russare è, in fin dei conti, un disturbo solitamente di lieve entità, ma può diventare anche una vera e propria malattia, tale da mettere anche a rischio il soggetto che ne soffre, non tanto perché potrebbe essere eliminato da un compagno di letto portato all’estremo della sopportazione, ma per il fatto che un eccessivo russare potrebbe anche essere un problema di apnea ostruttiva del sonno, patologia pericolosa e di difficile trattamento.

Eppure si tratta di un problema abbastanza diffuso, visto che 1 italiano su 10 russa, più o meno rumorosamente, e di questi una certa percentuale è anche a rischio, per colpa dell’apnea del sonno. Rimedi per cercare di smettere di russare ne vengono proposti diversi e in continuazione, a partire dai cerottini nasali, per finire alla palatoplastica a radiofrequenza, ma questi trattamenti che potremmo definire estremi, andrebbero adottati sono nei casi che comportano un serio rischio per la salute.
In effetti il russare è la conseguenza delle vibrazioni cui è sottoposta la parte superiore della bocca durante l’inspirazione di aria nella fase della normale respirazione. Si tratta dei tessuti molli che, in ogni caso, con l’avanzare dell’età, perdono ancor più di elasticità, per cui il problema del russamento è destinato a peggiorare.

Ma in questo caso si tratta, sostanzialmente di un problema, certamente non di una patologia, problema col quale deve abituarsi, in un certo senso, a convivere il compagno di materasso del soggetto che russa.
Ben altro discorso, invece, è l’apnea ostruttiva del sonno, una vera patologia che potenzialmente potrebbe portare anche alle estreme conseguenze. In questo caso la soluzione è data dall’adozione di una mascherina che va indossata al momento di coricarsi, mascherina che favorisce la ventilazione e quindi l’assunzione di ossigeno senza sforzo.
Nei casi per così dire normali, le cause principali vanno ricercate per lo più in ostruzioni delle vie aeree come un setto nasale deviato, le tonsille, le adenoidi per i bambini, ma anche problemi di sovrappeso o, peggio, obesità, visto che il grasso non si deposita solo sui fianchi o nella altre parti del corpo, ma anche nei tessuti molli della bocca, per cui la respirazione risulta essere particolarmente difficoltosa, forzata in un certo senso.

Se il livello rumoroso di una persona che russa è particolarmente significativo, considerando che può persino arrivare a 45 decibel, l’equivalente di un camion in transito tanto per intenderci, è necessario rivolgersi al proprio medico, meglio se ad un otorino, il quale è in grado di verificare abbastanza semplicemente se il russare è dovuto alla presenza di una ostruzione meccanica. In quel caso, la sola via d’uscita è la rimozione chirurgica del problema, e questo è il caso di un setto nasale deviato, della presenza di polipi nasali, di tonsille gonfie, e altro ancora.
Se invece non vi è nulla di tutto questo, è necessario allora cercare di trovare una soluzione diversa nell’ambito dello stile di vita. Quindi, evitare di bere alcolici prima di coricarsi, perché la perdita di elasticità dei tessuti molli può essere imputata anche al bere, così come all’assunzione di determinati farmaci.

Cercare di perdere peso, cosa che porterà comunque anche altri vantaggi, non fumare prima di coricarsi ma meglio non fumare affatto, cercare di cambiare posizione durante il sonno così come e dormire senza cuscino in quanto la posizione indotta da un rialzo sotto il capo, potrebbe d fatto rendere difficoltoso il passaggio dell’aria nella fase di ispirazione.
Tra i rimedi naturali, una annotazione per il balsamo mentolato e il lavaggio nasale prima di coricarsi da effettuarsi con acqua e sale, lavaggio un po’ fastidioso, ma che dà buoni risultati.


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