Denti che tornano sani con le cellule staminali

 

Per i dentisti, una carie è un paradosso: per salvare il dente è necessario danneggiarlo ulteriormente. Oggi, il modo principale per trattare una carie è scavare la parte erosa e l’area circostante e poi otturare la cavità con un materiale surrogato durevole, come un cemento a matrice metallica, plastica o vetrosa.

Ma che cosa succederebbe se invece di trapanare i denti e rattopparli con sigillanti sintetici, i dentisti potessero convincere la nostra dentatura a ricrescere in modo autonomo?

Paul Sharpe, bioingegnere del King’s College di Londra, e i suoi colleghi hanno scoperto un nuovo modo per fare esattamente questo nei topi.

L’anno scorso hanno pubblicato su “Scientific Reportsuno studio che descriveva le loro tecniche innovative. E da allora hanno fatto ancora più progressi, rendendo questa procedura sperimentale più vicina agli studi clinici sugli esseri umani.

Per introdurre formalmente questo trattamento nell’odontoiatria moderna, tuttavia, i ricercatori dovranno condurre studi clinici su pazienti umani. Per questo lavoro mancano ancora diversi anni, dice Sharpe.

Ma alcuni dei farmaci che potrebbero essere utilizzati sono già approvati per altri usi negli esseri umani, ed egli spera che ciò possa accelerare il processo dell’eventuale approvazione.

Molte cure dentistiche sono ancora nei tempi bui. È ora di andare avanti” – afferma Sharpe.

Promotion of natural tooth repair by small molecule GSK3 antagonists – Vitor C. M. Neves, Rebecca Babb, Dhivya Chandrasekaran, & Paul T. Sharpe – Scientific Reports volume7, Article number: 39654 (2017) – doi:10.1038/srep39654

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APNEE DEL SONNO – Guida diagnostico terapeutica

È una malattia caratterizzata da ricorrenti episodi di “collasso” delle vie aeree superiori e, in particolare, del rino e/o orofaringe durante il sonno.

Le periodiche interruzioni della fisiologica respirazione provocano un insieme di sintomi sia nel corso del sonno che durante il giorno.

Il riposo notturno è caratterizzato da frequenti risvegli spesso associati a nicturia ed il sonno non ristoratore potrà determinare ripercussioni nella giornata con cefalea al risveglio, eccessiva stanchezza fino alla sonnolenza con episodi di addormentamento involontario.

La persistenza della patologia in assenza di adeguato trattamento a lungo termine può causare sviluppo di ipertensione arteriosa, malattie cardiovascolari, malattie neurologiche, disturbi metabolici ed incremento della frequenza di incidenti sia del lavoro che della strada.

FONTE | http://www.pneumotool.net

Abbuffate serali, come prevenirle

Perdere peso in eccesso, adottare un regime alimentare più sano e soprattutto evitare le “abbuffate”, ossia i pasti troppo abbondanti sono obiettivi non facili da raggiungere per chi ha difficoltà a controllare il proprio rapporto con il cibo.

La corretta distribuzione dei pasti durante l’arco della giornata è una delle chiavi per adottare un regime alimentare più sano. Uno dei momenti maggiormente a rischio per chi tende a esagerare con l’introito di calorie è la sera. Uno studio americano evidenzia che oltre alle motivazioni psicologiche, come stress e stanchezza, nelle ore serali si verificano processi ormonali che inducono a un desiderio eccessivo di cibo.

Lo studio, condotto da ricercatori della Johns Hopkins School of Medicine di Baltimora, MD, e dalla Mount Sinai Icahn School of Medicine di New York City, New York, è stato recentemente pubblicato sull’International Journal of Obesity.

I nostri risultati suggeriscono che la sera è un momento ad alto rischio di eccesso di cibo, soprattutto se sei stressato e già incline a mangiare troppo. La buona notizia è che con questa informazione, le persone potrebbero prendere provvedimenti per ridurre il rischio di eccesso di cibo mangiando in precedenza, o trovando modi alternativi per affrontare lo stress” – spiega Susan Carnell,  professore associato di psichiatria e scienze comportamentali presso la Johns Hopkins University e primo autore dello studio.

S. Carnell, C. Grillot, T. Ungredda, S. Ellis, N. Mehta, J. Holst & A. Geliebter – Morning and afternoon appetite and gut hormone responses to meal and stress challenges in obese individuals with and without binge eating disorder – International Journal of Obesity – doi:10.1038/ijo.2017.307

FONTE | https://medicoepaziente.it

Novità nella lotta al mesotelioma

Grazie a uno studio condotto dall’Università degli Studi di Torino, in collaborazione con l’Ospedale Parini di Aosta, i ricercatori sono stati in grado di chiarire uno dei meccanismi molecolari che rendono le cellule del mesotelioma pleurico parzialmente sensibili all’azione di una nuova classe di farmaci anti-tumorali.

La ricerca, pubblicata il 15 dicembre 2017 sulla rivista specialistica Scientific Reports, ha di fatto identificato alcune condizioni metaboliche predisponenti che rendono le cellule della grave neoplasia causata dall’esposizione alle fibre dell’amianto maggiormente sensibili all’azione degli inibitori del proteasoma.

Queste nuove conoscenze potranno, in futuro, rivelarsi utili per sviluppare nuove terapie farmacologiche indicate nel trattamento di questa grave patologia“, si legge in una nota dell’Usl della Valle d’Aosta. A coordinare lo studio è stato il professore Paolo Cascio dell’Università degli Studi di Torino.

Il mesotelioma pleurico rappresenta l’80-90% di tutti i mesoteliomi ed è fortemente correlato all’esposizione all’amianto. È una neoplasia  abbastanza rara, che più o meno rappresenta l’1 per cento di tutti i casi di tumore. Ma è piuttosto cattiva. Il cancro della membrana fibrosa, la pleura, che riveste i polmoni e la cassa toracica, concede infatti una speranza di vita media di soli 13-15 mesi, e si associa a una percentuale di ricadute molto alta, nel 50% dei casi a soli sei mesi dalla sospensione dei trattamenti. Numeri o davvero bassi in un caso, e francamente alti nell’altro. Il fatto è che i sintomi del mesotelioma pleurico si manifestano quando il tumore è in fase avanzata, raramente al I o II secondo stadio. Inoltre, non esiste uno screening.

Proteasome stress sensitizes malignant pleural mesothelioma cells to bortezomib-induced apoptosis – Fulvia Cerruti, Genny Jocollè, Chiara Salio, Laura Oliva, Luca Paglietti, Beatrice Alessandria, Silvia Mioletti, Giovanni Donati, Gianmauro Numico, Simone Cenci & Paolo Cascio – Scientific Reports, volume 7, Article number: 17626(2017) – doi:10.1038/s41598-017-17977-9

FONTE | https://radiogold.it

E’ il momento dei social media influencer?

Scrivono articoli, commentano, condividono, ma soprattutto hanno il potere di influenzare la rete e i loro follower: sono i social media influencer.

Con linfluencer marketing, i brand entrano in contatto con le persone che, attraverso i social media, danno visibilità ai prodotti, proprio come fanno i testimonial.

Una ricerca condotta dall’agenzia di marketing influencer #paid e da Nielsen Consumer Insight ha evidenziato un aspetto interessante: le persone, rispetto a qualsiasi altro tipo di contenuto pubblicitario, ritengono più attendibili le opinioni degli influencer.

I social media influencer, negli USA, sarebbero responsabili di un aumento della percezione del brand/prodotto che arriva al  60%. 

Secondo Adam Rivietz, co-fondatore di #paid, in ambito farmaceutico i tradizionali veicoli pubblicitari, come TV e stampa potrebbero mantenere la funzione di produrre awareness sul brand/prodotto , mentre i social media influencer lavorerebbero meglio nella canalizzazione delle vendite, a livello di brand reputation e di intenzione di acquisto.

Gli influencer online potrebbero fungere da ambasciatori per un’azienda, un trattamento o un farmaco che hanno usato, raccontando le loro storie e menzionando il prodotto, ovviamente con post etichettati sempre come “annuncio” o “messaggio sponsorizzato”.

FONTE | http://www.dailyhealthindustry.it

Curcuma per chi ha problemi di memoria e umore

Se siete giù morale o avete problemi a ricordarvi le cose un aiuto potrebbe arrivarvi dalla curcuma. A rivelarlo è uno studio condotto dall’Università della California e pubblicato sull’American Journal of Geriatric Psychiatry.

Nello studio, coinvolti 40 adulti tra i 50 e i 90 anni con lievi disturbi della memoria che sono stati divisi in due gruppi: ad uno è stato assegnato un placebo e all’altro 90 milligrammi di curcumina, per due volte al giorno per 18 mesi. Dai risultati è emerso che i test di memoria per chi aveva assunto curcumina erano migliori del 28%.

Inoltre, avevano avuto un lieve miglioramento dell’umore e meno segnali delle proteine amiloidi e tau nell’amigdala e dell’ipotalamo, regioni del cervello che controllano le funzioni emotive e della memoria. Queste due proteine sono associate alle malattie neurodegenerative come l’Alzheimer.

Esattamente come la curcumina esercita i suoi effetti non è certa, ma potrebbe essere dovuta alla sua capacità di ridurre l’infiammazione cerebrale, che è stata collegata sia alla malattia di Alzheimer sia alla depressione maggiore” – ha detto Gary Small, primo autore dello studio.

Memory and Brain Amyloid and Tau Effects of a Bioavailable Form of Curcumin in Non-Demented Adults: A Double-Blind, Placebo-Controlled 18-Month Trial – Gary W. Small, M.D., Prabha Siddarth, Ph.D., Zhaoping Li, M.D., Ph.D., Karen J. Miller, Ph.D., Linda Ercoli, Ph.D., Natacha D. Emerson, M.A., Jacqueline Martinez, M.B.A., M.S., Koon-Pong Wong, Ph.D., Jie Liu, Ph.D., David A. Merrill, M.D., Ph.D., Stephen T. Chen, M.D., Susanne M. Henning, Ph.D., R.D., Nagichettiar Satyamurthy, Ph.D., Sung-Cheng Huang, D.Sc., David Heber, M.D., Ph.D., Jorge R. Barrio, Ph.D. – Am J Geriatr Psychiatry – https://doi.org/10.1016/j.jagp.2017.10.010 

FONTE | http://www.nutrieprevieni.it

Carenza di ferro e celiachia

La carenza di ferro è uno dei più difetti nutrizionali a livello globale. Il fenomeno riguarda sia i paesi sviluppati che quelli in via di sviluppo. Le cause della carenza di ferro possono essere molteplici, le più comuni sono perdite di sangue e difetti nell’assorbimento a livello intestinale. La celiachia può portare al ridotto assorbimento intestinale di molti nutrienti, tra cui il ferro, tanto che la carenza di ferro è uno dei tipici sintomi extraintestinali della malattia celiaca.

Un nuovo studio americano conferma che la prevalenza di celiaci è più alta nella popolazione femminile con carenze di ferro. Gli autori specificano che l’obiettivo dello studio era quello di valutare l’opportunità di sottoporre ai test per la celiachia i soggetti con carenza di ferro.

Esaminando i dati provenienti dal National Health and Nutrition Examination Survey (NHANES), una grande indagine sullo stato di salute e le abitudini alimentari della popolazione americana, i ricercatori della Michigan State University di Flint (USA) hanno considerato un campione di 2105 donne (età dai 6 anni) identificando i soggetti con carenza di ferro e quelli con malattia celiaca. La carenza di ferro è stata definita come livello di ferritina sierica <20 ng/ml, mentre la malattia celiaca è stata identificata nei soggetti risultati positivi ai test degli anticorpi anti-transglutaminasi IgA e IgG.

I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Journal Of Community Hospital Internal Medicine Perspectives. Nel campione di 2.105 soggetti, 569 avevano carenze, i test per la celiachia sono risultati positivi per cinque soggetti di questo gruppo contro due nel gruppo senza carenze di ferro. Dopo aggiustamento per le variabili da considerare il dato statistico conferma che la prevalenza di malattia celiaca è più alta nella popolazione femminile con carenza di ferro, OR di 12,5 (IC 95% 1,74-90).

Le conclusioni dei ricercatori sono che il test per la malattia celiaca dovrebbe essere considerato nei pazienti con carenza di ferro quando sono state escluse altre cause ovvie.

Ahmed Abdalla, Shaik Mohamed Saifullah, Mohamed Osman, Ramkaji Baniya, Shima Sidahmed, Jenny LaChance & Ghassan Bachuwa (2017) Prevalence of occult celiac disease in females with iron deficiency in the United States: an NHANES analysis, Journal of Community Hospital Internal Medicine Perspectives, 7:6, 347-350, DOI: 10.1080/20009666.2017.1396169

FONTE | https://medicoepaziente.it


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