Fibrillazione Atriale e nuovi anticoagulanti orali: nasce la prima Scuola di Formazione

Scuola di Formazione in Fibrillazione Atriale

Oltre 1.000 cardiologi, medici di medicina generale, internisti e geriatri in aula per aggiornarsi sulla gestione dei pazienti con Fibrillazione Atriale, l’aritmia cardiaca più diffusa a livello mondiale.

Il 3 giugno scorso sono iniziati i corsi della prima Scuola di Formazione in Fibrillazione Atriale, Tromboembolismo e Nuovi Anticoagulanti Orali, promossa dall’Università degli Studi “Sapienza” e dall’Università Cattolica Sacro Cuore di Roma, con il supporto dell’Alliance Pfizer-Bristol-Myers Squibb.

Obiettivo principale del corso è migliorare la conoscenza e l’appropriatezza delle strategie terapeutiche, che da circa due anni si sono evolute grazie all’avvento dei Nuovi Anticoagulanti Orali, NAO, caratterizzati da un profilo migliore in termini di sicurezza, maneggevolezza ed efficacia rispetto ai vecchi dicumarolici nella prevenzione dell’ictus causato dalla Fibrillazione Atriale.

L’avvento dei nuovi anticoagulanti orali rappresenta una delle più importanti rivoluzioni nella terapia farmacologica cardiovascolare alla luce del nuovo scenario è fondamentale che il mondo accademico promuova una migliore conoscenza della Fibrillazione Atriale e delle strategie terapeutiche: solo conoscendo in maniera approfondita i meccanismi d’azione dei nuovi farmaci, i loro profili di sicurezza e di efficacia e le problematiche delle varie categorie di pazienti con Fibrillazione Atriale, si può riuscire a creare una valida rete assistenziale che coinvolga ospedale, università e territorio” – ha dichiarato il professor Francesco Fedele, Direttore DAI Malattie Cardiovascolari e Respiratorie dell’Azienda Policlinico Umberto I – Sapienza Università di Roma.

Oltre 600.000 persone in Italia e quasi 2,5 milioni in Europa soffrono di Fibrillazione Atriale, aritmia cardiaca caratterizzata da una completa irregolarità degli impulsi elettrici a livello dei due atri, responsabile di gravi conseguenze cliniche. Secondo i dati di diversi studi, quasi il 20% degli ictus è causato da Fibrillazione Atriale e i pazienti con questa aritmia sono esposti ad un rischio di ictus aumentato di 4 volte rispetto alla popolazione generale.

È importante intercettare il più rapidamente possibile pazienti con Fibrillazione Atriale; spesso quest’ultima è sintomatica e porta il paziente dal medico, in altri casi è asintomatica ed è un riscontro occasionale durante una visita. È importante che il medico non perda questa opportunità anche perché la diagnosi è facile: basta palpare il polso e fare, se necessario, un ECG. Una volta fatta la diagnosi, il secondo passaggio consiste nel decidere se iniziare una terapia anticoagulante, scelta che viene basata sul calcolo del rischio di ictus utilizzando delle scale appropriate. Nel caso in cui sia necessario prescrivere farmaci anticoagulanti bisogna attentamente valutare il rischio emorragico, utilizzando, anche in questo caso delle scale appropriate: se il rischio emorragico è elevato deve essere contrastato con misure specifiche per ogni paziente. Il terzo passaggio è la gestione della terapia antiaritmica”. ha dichiarato il professor Filippo Crea, Direttore del Dipartimento di Scienze Cardiovascolari del Policlinico “Agostino Gemelli” – Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Dopo settanta anni di utilizzo dei classici anticoagulanti dicumarolici come il warfarin, gravati da numerosi limiti, negli ultimi anni è stata sviluppata e messa a disposizione dei medici e dei pazienti una innovativa classe di farmaci, i NAO, Nuovi Anticoagulanti Orali che agiscono direttamente sulla cascata coagulativa e non indirettamente come i dicumarolici che sono antagonisti della vitamina K.

I NAO, che si sono dimostrati in ampi studi clinici efficaci e sicuri, maneggevoli e pratici, stanno cambiando e cambieranno sempre di più il paradigma di cura dei pazienti con fibrillazione atriale a rischio di ictus e tromboembolismo perché hanno, rispetto alle terapie anticoagulanti tradizionali, un minore rischio emorragico e sono altrettanto efficaci. Il trattamento tradizionale richiede un monitoraggio laboratoristico continuo e un aggiustamento del dosaggio, con iniziale osservazione in ambiente protetto e poi successivi controlli ambulatoriali; con i NAO non c’è questa necessità. Inoltre il trattamento tradizionale impone di limitare l’uso di verdure, molto utili nella prevenzione del rischio cardiovascolare, in quanto riducono l’efficacia dei dicumarolici. Questo non è invece necessario con i NAO.

Oggi il 40% dei pazienti con Fibrillazione Atriale che avrebbero bisogno di un anticoagulante orale in realtà non riceve alcun trattamento, per il timore di emorragie, la mancata aderenza, le potenziali interferenze con altri farmaci e alimenti questa prima Scuola di Formazione ha un compito fondamentale: fornire tutte le informazioni necessarie per sfruttare al massimo i vantaggi di questi nuovi anticoagulanti: proprio perché i NAO sono farmaci molto pratici e maneggevoli, dovremo fare attenzione a non trattarli come qualcosa di troppo semplice che potrebbe indurre il paziente a sottovalutarli e/o dimenticarli”. ha affermato il professor Raffaele Landolfi, Direttore del Dipartimento di Scienze Mediche e dell’Unità Operativa Complessa di Clinica Medica e Malattie Vascolari del Policlinico “Agostino Gemelli” – Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

L’ictus, patologia cerebrale molto invalidante, è la conseguenza più temuta della fibrillazione atriale; la terapia anticoagulante è spesso necessaria per prevenire il rischio di eventi ischemici o tromboembolici. Sono numerosi i vantaggi, in termini di prevenzione secondaria dell’ictus, che i nuovi anticoagulanti orali diretti possono offrire al medico e soprattutto al paziente.

I nuovi anticoagulanti orali sono risultati non inferiori o persino superiori al warfarin nel ridurre il rischio di ictus o embolie sistemiche. Ed in più, e si tratta di un vantaggio molto importante per chi si occupa di ictus cerebrale, si sono dimostrati più sicuri del warfarin per quanto concerne il rischio di emorragie intracraniche. In definitiva, il bilancio tra eventi embolici prevenuti ed eventi emorragici provocati è nettamente a favore di questi nuovi farmaci rispetto a quelli tradizionali”– ha spiegato il professor Danilo Toni, Direttore dell’Unità di Trattamento Neurovascolare del Dipartimento di Neurologia e Psichiatria dell’Azienda Policlinico Umberto I – Sapienza Università di Roma.

Il programma della prima Scuola di Formazione è articolato in 8 sessioni pomeridiane, 4 per ciascun Corso formativo, che si sono svolte per tutto il mese di giugno scorso, così suddivise: al Policlinico Umberto I il 3/10/17/23 giugno presso l’Aula di Clinica Medica Viale del Policlinico 155, dalle ore 14.00 alle 17.30; al Policlinico Gemelli il 4/11/18/25 giugno presso l’Aula Brasca Largo Agostino Gemelli 8, dalle ore 14.00 alle 17.30. Le lezioni sono state focalizzate sulla gestione diagnostica e terapeutica della fibrillazione atriale e del tromboembolismo e sull’utilizzo dei Nuovi Anticoagulanti Orali diretti.

 

PRO Format Comunicazione

GIORNATA MONDIALE DELLA SCLERODERMIA: GILS, AILS e APMAR CHIAMANO ALL’AZIONE

World Scleroderma day 2015

Il 29 giugno si celebra la Giornata Mondiale della Sclerodermia e AILS, Associazione Italiana Lotta alla Sclerodermia, APMAR, Associazione Nazionale Persone con Malattie Reumatiche e GILS, Gruppo Italiano per la Lotta alla Sclerodermia, aderiscono alla “Call to Action” di FESCA, Federazione delle Associazioni Europee per la Sclerodermia, afferma Antonella Celano, Presidente APMAR. Il 30 giugno si terrà un evento nel quale le associazioni dei pazienti ed i medici specialisti discuteranno davanti ai membri del Parlamento Europeo dei problemi nella vita quotidiana e di cosa è possibile fare per migliorare la qualità di vita nelle persone affette da questa malattia poco conosciuta e fortemente invalidante. Verrà chiesto che i governi e i decisori politici, a livello nazionale ed europeo, si mobilitino per porre rimedio alle diseguaglianze di accesso al trattamento e ai servizi, assicurando la diagnosi precoce, terapie e accesso a trattamenti adeguati, sicuri e personalizzati, ma soprattutto aumentando l’investimento nella ricerca per migliorare le conoscenze e le opzioni terapeutiche”.

A livello mondiale, continua Ines Benedetti, Presidente AILS, è stata lanciata una campagna di sensibilizzazione che invita persone affette da sclerodermia, familiari e amici a raccontare la propria esperienza con la malattia, in un video di 25 secondi da condividere sui social network con gli hastag #WSD15 #unveilscleroderma #scleroderma #worldsclerodermaday. È stata sviluppata una campagna a livello globale per unire le voci delle persone affette da sclerodermia, che in tutto il mondo sono quasi 3 milioni. Associazioni nazionali come le nostre organizzano sempre campagne ed attività ma, essendo la sclerodermia una malattia rara, può capitare che le voci dei pazienti non siano sufficienti a creare un forte impatto”.

In Italia, spiega Carla Garbagnati Crosti, Presidente GILS, verrà lanciato dalle nostre associazioni, un video (scaricabile qui) per far conoscere la sclerodermia e invitiamo tutti alla condivisione. È molto importante una forte alleanza tra le associazioni di malati che chiedono pari dignità e il riconoscimento di malattia rara. Infatti, in Italia la sclerodermia è in attesa di essere riconosciuta come tale, a dispetto delle Direttive Europee, che sono state attuate solo in Piemonte e Toscana, creando diseguaglianze regionali di accesso al trattamento e ai servizi che non sono accettabili. Anche questo si chiederà al Parlamento Europeo il 30 giugno”.

La sclerodermia (o sclerosi sistemica), afferma Gianfranco Ferraccioli, Università Cattolica ed Ordinario di Reumatologia del Policlinico A. Gemelli di Roma, è una malattia autoimmune con specifici autoanticorpi, caratterizzata da fenomeno di Raynaud (dita bianche al freddo), microangiopatia trombotica e fibrosi del tessuto connettivo. Ha un andamento cronico e può essere altamente invalidante. È una malattia relativamente rara che in Italia colpisce circa 25.000 persone, con 1000-1200 nuove diagnosi ogni anno, prevalentemente donne (9 su 10) e può manifestarsi a qualsiasi età. La sclerodermia indurisce la pelle e gli organi interni dei pazienti e, colpendo il viso e le mani, ne cambia la fisionomia, mettendo in crisi l’identità delle persone con evidenti ripercussioni sulla vita di relazione e dell’accettazione di se stessi: per questo motivo, senso di isolamento, depressione e stress sono sintomi comuni nelle persone affette”.

È ancora una patologia piuttosto misteriosa per quanto riguarda le cause che la provocano e che ne determinano l’andamento, conclude Lorenzo Beretta, Direttore Scleroderma Unit, IRCCS Ca’ Granda, Milano. Questi aspetti poco chiari fanno si che non esista al momento una terapia univoca per la malattia e le terapie attualmente disponibili non siano sempre efficaci in tutti i pazienti. In Italia, così come all’estero, sono presenti centri dedicati alla cura e allo studio della sclerodermia, dove vengono utilizzate le più aggiornate tecniche diagnostiche e terapeutiche e dove è possibile accedere a protocolli di ricerca e sperimentali. È molto importante sensibilizzare l’opinione pubblica ma anche i medici poiché la diagnosi precoce è fondamentale per migliorare i sintomi e quindi minimizzare l’impatto sulla qualità di vita, a fronte del fatto che attualmente un terzo dei pazienti non viene correttamente indirizzato allo specialista”.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Ipertensione arteriosa in età pediatrica

71 Congresso Nazionale SIP 2015

L’ipertensione è una delle patologie più frequenti nella seconda infanzia e nell’adolescenza, ma il problema è sottostimato per la scarsa diffusione dell’abitudine di misurare la pressione a bambini e ragazzi. Un’indagine condotta dal Gruppo di Studio per l’Ipertensione Arteriosa della Società Italiana di Pediatria su un campione di 8.300 bambini delle scuole elementari di Monza e di diversi centri della Brianza ha rilevato che il 4% della popolazione pediatrica presenta valori elevati di pressione arteriosa, inoltre la prevalenza di ipertensione risulta molto più alta nei soggetti in eccesso di peso. Il dato è confermato in analoghi screening condotti a livello internazionale.

Un bambino iperteso sarà molto probabilmente un adulto iperteso, quindi a rischio di patologie cardiovascolari, che oggi rappresentano la prima causa di morte e di spesa sanitaria nei Paesi occidentali. La prevenzione, la diagnosi precoce e il trattamento dell’ipertensione dovrebbero iniziare in età pediatrica, superando il preconcetto che l’età evolutiva sia esente da questa patologia. Misurazioni sistematiche della pressione durante la visita pediatrica, ma anche nelle scuole, possono evidenziare un numero non trascurabile di bambini con valori elevati e consentire un intervento precoce”. ha spiegato Giovanni Corsello, Presidente SIP. “

Sul fronte del trattamento dell’ipertensione arteriosa arrivano alcune novità. Al 71° Congresso Italiano di Pediatria che si è tenuto a Roma dal 4 al 6 giugno scorso (congresso congiunto della Società Italiana di Pediatria, della SIMGePeD e dei Gruppi di studio SIP su Ipertensione arteriosa ed Ecografia pediatrica) è stato infatti presentato l’aggiornamento delle raccomandazioni congiunte della Società Italiana di Pediatria e della Società Italiana della ipertensione arteriosa.

La principale novità riguarda la relazione tra zuccheri semplici, acido urico e valori pressori. Gli zuccheri, e specificamente il fruttosio particolarmente contenuto nelle bevande zuccherate, aumentano la concentrazione di acido urico nel sangue, fattore che nei bambini è associato a un maggior rischio di ipertensione”, ha spiegato Marco Giussani, segretario del Gruppo di Studio di Ipertensione della Società Italiana di Pediatria.

La relazione tra alti valori di acido urico (anche se ancora compresi nell’intervallo considerato normale) e pressione arteriosa è stata infatti dimostrata anche nel bambino in uno studio recentemente pubblicato da un gruppo di ricercatori italiani sulla prestigiosa rivista “Pediatrics”.

Oltre alla limitazione degli zuccheri, i cardini delle raccomandazioni SIP per la prevenzione e il trattamento della ipertensione arteriosa nell’infanzia rimangono quelli di agire sull’eccesso di peso, aumentare l’attività fisica e ridurre il sale nella dieta. La prevenzione andrebbe rivolta a tutti, ma alcuni bambini sono a maggior rischio: quelli con eccesso di peso, i nati piccoli per l’età gestazionale, chi ha una familiarità per l’ipertensione e i bambini con elevati valori di pressione non confermati in successive rilevazioni. Il trattamento farmacologico non è quasi mai necessario.

Rimane cruciale l’aspetto della “transizione”, cioè il passaggio dell’adolescente iperteso dal pediatra al medico dell’adulto. In questo campo c’è molto lavoro da fare, sia sul versante pediatrico che su quello dei medici dell’adulto. È necessario aprire dei canali di dialogo e di condivisione delle competenze, a vantaggio dei bambini di oggi che saranno gli adulti e gli anziani di domani.

 

UFFICIO STAMPA | Società Italiana di Pediatria

Tecnologia 3D dal dentista

TRIOS

Introdotta per la prima volta negli Stati Uniti e presente in Italia dal 2013, la scansione intraorale 3D (chiamata anche tecnologia Cad-Cam) porta con sé una vera e propria rivoluzione tecnologica direttamente dal dentista.

Si tratta di una tecnologia diagnostica basata su simulazioni digitali 3D del distretto cranio-facciale che permette di ottenere impianti e protesi “patient centred”, su misura per il paziente, in un arco di tempo inferiore rispetto al passato quando invece erano necessarie numerose e fastidiose sedute per l’impronta dentale.

Le cliniche Doctor Dentist si affidano alla tecnologia Cad-Cam e alla scansione in 3D mettendo a disposizione del paziente tecniche innovative che garantiscono non solo un risultato rapido, ma soprattutto efficace e senza imprecisioni, dal momento che vengono previsti ed eliminati tutti gli eventuali errori presenti nella pratica clinica.

Come spiega la Dott.ssa Antonella Maselli – ortodontista, nonché  prima figura professionale ad aver introdotto in Italia la tecnologia Cad-Cam –  per la realizzazione di un apparecchio “customizzato” si stimano tempi fino al 40% inferiori rispetto all’ortodonzia tradizionale. Un esempio tra tutti è quello che riguarda la realizzazione dell’apparecchio: i dati rilevati da uno scatto effettuato da una macchina apposita (impiega dai 14 ai 20 secondi) vengono inviati via cloud ad un laboratorio negli Stati Uniti  e inseriti in un software. Già il giorno successivo si potranno visualizzare, sempre via cloud, le immagini 3D del paziente e procedere dunque con la fabbricazione dell’apparecchio.

Ricorrere al nuovo sistema 3D significa quindi niente fastidio in bocca della pasta per il calco, protesi più veloce, meno appuntamenti e costi ridotti.

Accanto alla tecnica per la rilevazione dell’impronta, Doctor Dentist utilizza anche la tomografia computerizzata cone beam, un sistema radiografico che permette di visualizzare in maniera tridimensionale i denti e le strutture anatomiche. Questa metodologia porta con sé due vantaggi di non poco conto per il paziente: da un lato garantisce una maggiore qualità rispetto ad una tradizionale TAC e dall’altro assicura una minima esposizione alle radiazioni grazie al fascio conico di raggi X e alla loro capacità di acquisire informazioni complete e dettagliate in pochi secondi.

L’impiego della tecnologia 3D è ampia: non solo programmazione e customizzazione degli apparecchi ortodontici, ma anche chirurgia maxillo-facciale e otorinolaringoiatria.

Inoltre, è possibile simulare un intervento chirurgico con il relativo spostamento delle parti ossee, la riduzione della mandibola o l’avanzamento del mascellare, e osservare come si riposiziona l’articolazione. Senza dimenticare che l’elevata tecnologia 3D consente anche di individuare eventuali disturbi respiratori grazie all’identificazione di possibili restringimenti o anomalie dei seni paranasali.

IUPLUS

Steatosi epatica associata ad alcune patologie cardiovascolari

fegato grasso2

É ormai noto come la steatosi epatica non alcolica (NAFLD, Nonalcoholic fatty liver disease) condizione di sempre più frequente riscontro, si associ allo sviluppo di altri disturbi metabolici, a loro volta legati all’insorgenza di patologie cardiovascolari.

Gli autori dello studio Hepatic Steatosis and Cardiovascular Disease Outcomes: An Analysis of the Framingham Heart Study hanno voluto valutare l’associazione tra la presenza di NAFLD e alcuni outcome cardiovascolari clinici (infarto miocardico non fatale, ictus, TIA, scompenso cardiaco, arteriopatia periferica) e subclinici: calcificazioni delle arterie coronarie (CAC,  coronary artery calcium) e calcificazioni dell’aorta addominale (AAC, abdominal artery calcium) valutate tramite TC).

Anche alla luce di questi dati, è utile sottolineare l’importanza del riconoscimento della NAFLD, sia perché rappresenta un importante fattore di rischio epatologico (possibile evoluzione verso steatoepatite non alcolica/NASH, poi cirrosi, quindi epatocarcinoma/HCC), sia perché caratterizza anche i pazienti a rischio cardiovascolare.


CARDIOtool

Efficace doppio trattamento clopidogrel e aspirina nell’ictus

CHANCE study

Un trattamento combinato con clopidogrel e aspirina per tre mesi dopo un episodio di ictus ischemico minore o TIA, ha mostrato effetti protettivi della durata di oltre un anno.

È quanto emerge dallo studio CHANCE, che è stato condotto in 114 diversi centri in Cina, con lo scopo di valutare se tre mesi di trattamento con terapia combinata aspirina e clopidogrel, in confronto alla sola aspirina, fosse in grado di diminuire il rischio di recidiva in pazienti ad alto rischio.

In particolare – riferisce Wang Yongjun del Tiantan Hospital di Pechino e autore della ricerca – la terapia con clopidogrel e aspirina è stata associata ad una riduzione delle recidive di ictus senza aumento di emorragie“.

La combinazione clopidogrel e aspirina ha diminuito in modo sicuro il rischio di ictus fino a 90 giorni nel 32% dei pazienti rispetto alla sola aspirina, ma lo studio, sottolineano i ricercatori non è in grado di fornire dati sufficienti a stabilire se il beneficio persisteva per un tempo ancora più lungo.

Il team CHANCE osserva tuttavia che le caratteristiche dei loro pazienti erano diverse da quelle di un tipico TIA nella popolazione generale: le donne infatti costituivano una minoranza (33%). Bisogna poi tener presente che sono stati arruolati pazienti ad alto rischio di recidiva di stroke ischemico e a basso rischio di emorragia.

I Limiti dello studio CHANCE sono rappresentati dai pazienti reclutati per lo studio, unicamente cinesi. È necessario quindi che lo studio venga esteso alle popolazioni occidentali.


QuotidianoSanità

Ottimi risultati per la nuova valvola SAPIEN 3 nella TAVI: bassa mortalità e ridotto rischio di ictus

euroPCR 2015

Tasso di sopravvivenza a un anno dall’intervento del 91,6% e una bassa incidenza di ictus e di leak paravalvolare: sono questi i risultati relativi ai primi pazienti europei ad alto rischio ad aver ricevuto l’impianto della valvola aortica Sapien 3 via transcatetere (TAVI) con accesso transfemorale presentati all’EuroPCR 2015, uno dei più importanti congressi di cardiologia europei, che si è svolto a Parigi dal 19 al 22 maggio scorso.

Sempre secondo i dati presentati, a un anno dall’intervento l’impianto per via transfemorale di Sapien 3 è associato a un’incidenza di ictus disabilitante estremamente bassa (1,1%). Inoltre solo il 2% dei pazienti ha presentato moderato leak paravalvolare – ossia il passaggio di sangue ai lati anziché all’interno della protesi valvolare, che crea turbolenze nel normale flusso – mentre non si sono riscontrati leak di livello grave. Non è infine stato osservato deterioramento strutturale della valvola.

Il tasso di sopravvivenza nella coorte che ha subito l’impianto per via transfermorale è il più alto misurato fino ad ora in uno studio su TAVI multicentrico e interamente dedicato. Questi eccellenti risultati permettono quindi di stabilire un nuovo standard terapeutico per i pazienti ad alto rischio chirurgico per la sostituzione della valvola aortica” ha spiegato John Webb, Direttore dell’unità di cardiologia interventistica e dei laboratorio di cateterizzazione cardiaca presso l’ospedale St. Paul di Vancouver e Professore di cardiologia all’università della British Columbia, che ha presentato i dati dello studio al congresso.

I dati su Sapien 3 presentati sono molto interessanti perché confermano quello che un altro studio, il Partner, condotto sulla valvola di prima generazione, attesta in merito all’impianto della valvola aortica per via transcatetere: è una tecnica efficace, in termini di risultati clinici a distanza, al pari dell’intervento cardiochirurgico tradizionale nei pazienti ad alto rischio con stenosi aortica grave. Grazie alle innovazioni tecnologiche apportate alla valvola di terza generazione Sapien 3 – è dotata infatti di una sonda di impianto di diametro inferiore e di un sistema progettato per ridurre il rigurgito aortico paravalvolare – possiamo aspettarci risultati ancora più soddisfacenti” ha sostenuto Sergio Berti, Presidente della Società italiana di cardiologia invasiva (GISE).

Il trial su Sapien 3 è uno studio prospettico, multicentrico e non randomizzato strutturato per valutare annualmente i pazienti per cinque anni. L’analisi a un anno documenta risultati dei primi 150 pazienti trattati con la valvola Sapien 3 tra gennaio 2013 e novembre 2013 in 16 centri in Europa e Canada. Gli approcci di inserimento includono la via transfemorale (96 pazienti) e la transapicale/transaortica (54 pazienti) come stabilito dall’Heart Team, il team composto da cardiochirurgo-cardiologo. I pazienti nel gruppo di inserimento alternativo erano in condizioni significativamente peggiori rispetto al gruppo transfemorale. La mortalità generica nel gruppo alternativo è calcolata al 24,3% nella popolazione così trattata.

La valvola Sapien 3 può essere impiantata tramite una sonda espansibile di basso profilo a 14 French (eSheath). Possiede inoltre uno strato esterno, un manicotto di tessuto che permette di sigillare la base della struttura, progettato per ridurre il rigurgito aortico paravalvolare.

La valvola Sapien 3 è stata approvata in Europa nel gennaio 2014 per il trattamento di pazienti ad alto rischio e non operabili con stenosi aortica grave. La valvola non è ancora disponibile commercialmente negli Stati Uniti ed è al momento sottoposta a test all’interno dello studio Partner II.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa


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