Calcoli renali, le bibite gassate aumentano il rischio

Calcoli renali e bevande gassate

Non basta bere molto per ridurre i rischi di calcoli renali: se si eccede con le bibite gassate, in particolare, l’effetto complessivo è assai meno positivo di quanto si tendeva a credere.

Lo rivela uno studio pubblicato sul Clinical Journal of the American Society of Nephrology da un gruppo diretto da Pietro Manuel Ferraro, nefrologo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma, e coordinato da Gary Curhan dell’Università di Harvard, che hanno studiato prospetticamente l’associazione tra il consumo di diversi tipi di bevande (con l’uso di questionari validati) e l’incidenza di calcoli renali in oltre 194.000 partecipanti a tre ampi studi di coorte. I 4.462 casi incidenti registrati nel corso del follow-up mediano di oltre 8 anni hanno mostrato che tra il gruppo con il maggior consumo di cola zuccherata il rischio di calcoli renali è del 23% superiore rispetto al gruppo con i consumi più modesti. La differenza è ancor maggiore – arriva al 33% – quando si confrontano i consumi massimi e minimi di bibite gassate e zuccherate non a base di cola. Un’altra bevanda il cui consumo abbondante è associato a un aumento significativo (18%) è il punch. D’altra parte un lungo elenco di bevande si è dimostrato protettivo per quanto riguarda i calcoli renali. In testa alla classifica figura il consumo di birra (41%) vino (oltre 30% di riduzione) caffè (che comporta una riduzione del rischio del 26% se con caffeina, del 16% se decaffeinato) succo d’arancia (12%) e tè (11%).

Sulla base dei risultati dello studio – conclude Ferraro –raccomandiamo a tutti un’assunzione limitata (non superiore a una lattina alla settimana) di bevande gassate zuccherate, in particolare a coloro che sono affetti da calcolosi o a rischio di sviluppare tale condizione».

TeamSalute

Diverticolite: boom in estate!

Diverticoli

Alte temperature, alimentazione sopra le righe con cibi ‘tappabuchi’ e grassi (come focacce, pizze e snack consumati sulle spiagge) e povera di fibre (frutta e verdura) e di proteine di origine vegetale, qualche sigaretta in più, e bevande ghiacciate, ‘eccitano’ la mucosa intestinale, specie dell’intestino crasso. Le conseguenza? Aumentano crampi, dolori addominali e disturbi intestinali correlati.
Se non adeguatamente trattati, o in casi gravi (perforazione e peritonite generalizzata), i diverticoli (dilatazione sacciforme della parete del colon) si trasformano in diverticolite, una malattia che può richiedere anche un intervento chirurgico come la resezione parziale di un tratto di intestino crasso.

Forme di prevenzione sono possibili attraverso una alimentazione più attenta ricca di fibre, unite all’integrazione di alimenti preferibilmente morbidi, facilmente digeribili e da un maggior apporto di liquidi. Una ‘ricetta dietetica’, questa, adatta anche in vacanza in caso di episodi acuti di diverticolite.

La prevenzione della diverticolite si basa soprattutto sull’aumento dell’apporto di fibre, verdura e frutta, e molta acqua. Sono da evitare invece alimenti che contengono semi (pomodori, cetrioli, uva, fichi, fragole, lamponi, kiwi, pane con semi di sesamo) perché possono fermarsi nei diverticoli ed infiammarli. Noi ne troviamo a volte quantità davvero elevate, con conseguenti forti infiammazioni dovute a questi cibi, evidentemente consumati dal paziente in grandi quantità. Da non sottovalutare è anche l’apporto di vitamina D, con l’assunzione di alimenti ricchi di calcio (latte, latticini, formaggi fatta eccezione in casi di intolleranze), che svolge un ruolo importante nel mantenimento dell’equilibrio intestinale, della integrità della mucosa e come mediatore dell’infiammazione intestinale.

I più recenti studi fanno ipotizzare una possibile correlazione fra bassi livelli di questa sostanza e l’insorgenza di diverticolite. Stando ai primi risultati è consigliabile tenere sotto controlli i livelli di questa vitamina e, laddove necessario e consigliato, prevedere un’assunzione orale con degli integratori alimentari.

QuotidianoSanità

Cheratosi attinica

Picato.Cheratosi attinica

La cheratosi attinica è una lesione neoplastica epiteliale cutanea che si sviluppa spontaneamente come conseguenza di un’esposizione prolungata ai raggi ultravioletti (UV): la sua insorgenza è quindi correlata, più che all’avanzare dell’età, all’effetto cumulativo dell’esposizione ai raggi solari o ad altre fonti UV come i lettini abbronzanti. Le lesioni possono evolvere in carcinoma squamocellulare invasivo. Per questo motivo esse vanno diagnosticate e trattate precocemente.

Etimologia

Il termine cheratosi attinica, coniato nel 1958 da Pinkus, significa “condizione” (-osis) di eccessiva produzione di “tessuto corneo” (-kerat) provocata dalla “luce solare ultravioletta” (-aktis).

Storia

La cheratosi attinica, descritta la prima volta nel 1896 da Dubreuilh, è stata ampiamente studiata in seguito dal punto di vista clinico, istologico e dermatoscopico. Nel 1926 Freudenthal parla di “cheratoma senile”. Pinkus nel 1958 conia il termine cheratosi attinica che oggi è il più utilizzato sebbene spesso la si chiami con diversi sinonimi, quali cheratosi solare, macchie solari, cheratosi da luce solare o cheratosi senile.

Caratteristiche

La cheratosi attinica si manifesta con lesioni che possono assumere forme diverse: macchie piatte, placche ruvide e squamose, placche squamose spesse. Il colore varia dal roseo-rosso-giallastro-bruno. Le dimensioni vanno da 2 a 6 mm, ma in certi casi possono raggiungere i 4 cm di diametro. In generale le lesioni non sono accompagnate da altri sintomi, ma talvolta possono causare prurito, bruciore, sensibilità alla palpazione o dare la sensazione di avere una scheggia nella pelle; raramente possono sanguinare (traumi) o dare dolore. Non è possibile stabilire quale cheratosi attinica potrà evolvere a carcinoma squamocellulare invasivo: di conseguenza esse vanno tutte diagnosticate e trattate tempestivamente.

Epidemiologia

Le stime di prevalenza e incidenza della cheratosi attinica possono variare molto sia per le caratteristiche della popolazione presa in esame dai diversi studi epidemiologici, sia per le differenze nei criteri diagnostici e clinici utilizzati per definire questa patologia.

Quello che è certo è che la cheratosi attinica colpisce milioni di persone e la sua incidenza è in aumento a causa della maggiore esposizione ai raggi solari UV e dell’invecchiamento della popolazione.

Studi epidemiologici condotti in Australia riportano una prevalenza del 67,7% negli uomini e del 48,9% nelle donne sopra i 40 anni di età. Altri studi condotti su popolazioni dell’emisfero Nord rilevano valori tra l’11% e il 25%. Quanto al nostro Paese, lo “Studio italiano sulla prevalenza della cheratosi attinica” (Prevalence of Actinic Keratoses Italian Study) riporta un valore pari all’1,4% tra le persone oltre i 45 anni e del 3% nelle persone di oltre 74 anni. Chi è affetto da cheratosi attinica ha una probabilità sette volte maggiore di sviluppare un tumore della pelle nei 12 mesi successivi rispetto al resto della popolazione. I pazienti over 65 hanno un rischio 6 volte aumentato di sviluppare un tumore della pelle rispetto a chi non ha la cheratosi attinica. È fondamentale trattare la cheratosi attinica come lesioni che possono evolvere in tumori cutanei invasivi non melanoma: in tal senso la cheratosi attinica può essere considerata un indicatore prezioso dell’aumento di rischio generale del carcinoma cutaneo.

Fattori di rischio

I principali fattori di rischio chiamati in causa nello sviluppo della cheratosi attinica sono l’esposizione al sole intensa e reiterata e la suscettibilità (predisposizione) ai danni solari. Uno studio multicentrico tedesco ha individuato 10 variabili correlate al rischio cheratosi attinica:

  • esposizione (frequente e duratura nell’arco della vita);
  • storia personale (pregresse scottature solari, tumori maligni cutanei);
  • storia familiare (tumori cutanei maligni);
  • professione (muratori, contadini, pescatori…);
  • stile di vita (velisti, golfisti, vacanze ai tropici e in barca…);
  • fattori genetici e fenotipici, protezione, scottature (pregresse prima dei 20 anni);
  • sesso (più colpito quello maschile) e tipo di pelle (soggetti con pelle chiara predisposta a scottature).

Profilo di rischio

La cheratosi attinica si riscontra in particolare negli individui adulti di genere maschile con pelle chiara, lentiggini, capelli rossi-castano chiari, esposti nel corso della loro vita ai raggi solari in maniera continuativa o ripetuta per ragioni di lavoro o attività ludiche. La patologia, sebbene in misura minore, può colpire anche soggetti di pelle scura. Le aree corporee interessate sono quelle più esposte: cuoio capelluto, viso, collo, mani, avambracci, piedi.

Sesso

La cheratosi attinica è più frequente tra gli uomini. Uno studio condotto in Australia su persone con cheratosi attinica ha evidenziato che la prevalenza della patologia negli individui di età compresa tra i 16 ed i 49 anni era del 27% per gli uomini e del 13% per le donne. La differente incidenza tra i due sessi decresce con l’età, tanto che nella fascia d’età tra i 50 e gli 86 anni la presenza di cheratosi attinica si riscontra nel 66% dei maschi e nel 56% della popolazione femminile.

Istopatologia

Le radiazioni solari UVB inducono alterazioni specifiche del DNA cellulare. Determinante è la mutazione del gene soppressore tumorale p53 che in condizioni normali svolge un compito molto importante: promuovere l’apoptosi, cioè la morte delle cellule gravemente danneggiate. La mutazione del gene p53 causata dalle radiazioni UVB dà luogo ad una proliferazione e ad una crescita inarrestabile dei cheratinociti danneggiati. Conseguenza diretta è la perdita della normale struttura degli strati cellulari che compongono l’epidermide, i cui strati profondi vengono “colonizzati” da cellule ipertrofiche, iperproliferative e spesso discheratosiche con anomalie del normale processo di cheratinizzazione.

Diagnosi

La diagnosi di cheratosi attinica è clinica e passa per la storia personale del paziente, l’ispezione visiva della lesione, la palpazione della lesione e la valutazione istologica.

  • Diagnosi strumentale: sebbene la diagnosi clinica effettuata dal dermatologo risulti affidabile almeno attorno all’81%, si può ricorrere nei casi dubbi alla dermatoscopia (dermoscopia o epiluminescenza), tecnica non invasiva che utilizza un piccolo strumento chiamato dermatoscopio ottico che ha una sensibilità diagnostica pari al 98,7% e permette diagnosi molto precoci; oppure alla biopsia che consente una diagnosi definitiva.
  • Diagnosi differenziale: è fondamentale distinguere le lesioni della cheratosi attinica dai tumori cutanei invasivi non melanoma quali il carcinoma basocellulare (BCC) e il carcinoma squamocellulare (SCC). Il primo, riferito dai pazienti come una “ferita che non guarisce” si presenta come una lesione appena rilevata, lucente, rosso-marrone-bluastra, origina dallo strato inferiore dell’epidermide, a volte cresce in modo silente per anni senza dare problemi. Questo tumore non metastatizza, ma può coinvolgere le strutture circostanti e sottostanti, quindi è d’obbligo il trattamento. Nel caso del carcinoma squamocellulare, SCC, la lesione è più rilevata e crostosa. Si tratta di un tumore che nel 2-5% dei casi può dare metastasi. Si stima che ogni anno una percentuale compresa tra lo 0,025% e il 20% delle lesioni da cheratosi attinica progredisca in SCC, il 60-80% di tutti gli SCC deriva invece da lesioni da cheratosi attinica.

Progressione a neoplasia invasiva

È opinione comune che la cheratosi attinica corrisponda alla fase iniziale di un processo multi-step di progressione tumorale che può portare allo sviluppo del carcinoma a cellule squamose invasivo. La cheratosi attinica e il SCC invasivo sono legate da un continuum di alterazioni istologiche accomunate dalla conversione genetica indotta dalle radiazioni UVB.

Nonostante la presenza di prove e di analogie tra la cheratosi attinica e il SCC invasivo, non è possibile determinare clinicamente o istopatologicamente quali lesioni da cheratosi attinica subiranno questa progressione. Tuttavia, dal punto di vista clinico alcune manifestazioni quali eritemi frequenti, ispessimento, ulcerazione, irregolarità del bordo, indurimento, infiammazione della base o variazione delle dimensioni possono indicare tale progressione.

Una volta divenuta SCC invasivo, la lesione può sanguinare, ulcerarsi, infettarsi, distruggere le strutture anatomiche o estendersi agli organi interni (metastasi). Nei soggetti immunocompromessi il rischio di progressione da cheratosi attinica alla forma invasiva di SCC è 100 volte maggiore.

Il Campo di Cancerizzazione

Le cheratosi attiniche possono svilupparsi come lesione singola o, più frequentemente, come lesioni multiple su cute foto-danneggiata, con diffuse alterazioni neoplastiche dei cheratinociti nell’ambito di un contesto noto come ‘campo di cancerizzazione’. Questo concetto fu sviluppato per la prima volta da Slaughter nel 1953 per spiegare lo sviluppo di neoplasie primitive multiple in un’area di cellule geneticamente alterate ed un elevato tasso di recidive locali dopo terapia. Il campo di cancerizzazione è stato descritto in diversi organi quali la regione testa/collo, i polmoni, la vulva, l’esofago, la cervice uterina, le mammelle, il colon, la vescica e la cute.Il termine è utilizzato per indicare vaste aree di lesioni precancerose dove cellule geneticamente alterate ma istologicamente senza atipie, precedono lo sviluppo di una neoplasia e si affiancano a cellule maligne già presenti. All’interno di un campo di cancerizzazione non è possibile prevedere quale CA progredirà nella forma invasiva né in quali tempi. Il trattamento dei tumori epiteliali, quindi, non deve essere limitato alle singole lesioni ma deve essere esteso a tutto il campo nel quale si sono sviluppate, affinché tutta l’area sia adeguatamente trattata,per prevenire l’invasione della membrana basale, le metastasi e la mortalità.

I trattamenti della cheratosi attinica

In Italia si stima che almeno 400.000 persone, l’1,4% della popolazione sopra i 45 anni, presentino lesioni da cheratosi attinica. Di questi, solo il 44% ha avuto una diagnosi e per almeno un quarto dei pazienti diagnosticati i medici non ritengono necessario un trattamento, che risulta essere invece di estrema importanza vista la potenziale progressione delle lesioni in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo.

Obiettivo primario dei trattamenti della cheratosi attinica è ridurre il numero di lesioni e prevenire così il rischio di progressione in carcinoma a cellule squamose (SCC) invasivo, oltre che ottenere sollievo dai sintomi quali prurito e sensibilità.

I trattamenti utilizzati per la cheratosi attinica possono essere:

• mirati alla lesione, indirizzati cioè verso una o poche lesioni visibili clinicamente;

• mirati al “campo di cancerizzazione”, i cosiddetti Field Directed Treatments, usati per trattare allo stesso tempo le lesioni clinicamente evidenti e la cute fotodanneggiata circostante.

Le terapie sono di tre tipi:

• trattamenti fisici (crioterapia, laser terapia, diatermocoagulazione, escissione chirurgica, curettage);

• terapia fotodinamica o PDT (rivolta sia al “campo” che alle singole lesioni) effettuata tramite un agente fotosensibilizzante, il 5-metilaminolevulinato (MAL) oppure l’acido aminolevulinico cloridrato (ALA) e successiva esposizione a luce rossa;

• trattamenti topici (peeling chimico diclofenac sodico 3% gel applicato due volte al giorno per almeno 60-90 giorni, imiquimod 5% crema applicato 3 volte a settimana per 4-8 settimane).

I trattamenti fisici e la terapia fotodinamica richiedono l’accesso ambulatoriale e in alcuni casi l’anestesia locale.

Gli attuali trattamenti mirati alla lesione, come la crioterapia ed il curettage, possono essere accompagnati da dolore, permanenza di cicatrici e da ipopigmentazione, il che non li rende adatti per tutti i pazienti.

Il limite principale di questi trattamenti è che non trattano il “campo di cancerizzazione”, area di potenziale rischio di addizionali cheratosi attiniche che possono emergere in tempi successivi. I trattamenti mirati al campo includono trattamenti procedurali (come dermo-abrasione e peeling chimico), non ben studiati e poco utilizzati per la cheratosi attinica e i trattamenti topici farmacologici.

Gli attuali trattamenti topici farmacologici si sono dimostrati efficaci nel curare la lesione e la pelle circostante. Ma presentano lo svantaggio di richiedere un’applicazione costante da parte del paziente per un periodo di tempo prolungato, da 4 a 12 settimane. La durata della terapia e la frequente presenza di risposte cutanee locali (Local Skin Responses – LSRs) soprattutto quando sopraggiungono mentre lo schema di trattamento non è completato, mettono a rischio l’aderenza al trattamento da parte dei pazienti.

Accade spesso che molti pazienti ai quali vengono prescritti trattamenti topici non riescano a iniziare il trattamento (non aderenza primaria), saltino delle dosi o abbandonino la terapia (non aderenza secondaria). Alcuni studi clinici dimostrano che solo un quarto dei pazienti segue con regolarità i trattamenti topici indicati dal medico. È stato infine dimostrato che il mancato completamento di un ciclo di trattamento può comportare una riduzione dell’efficacia terapeutica.

Ingenolo mebutato gel

Il gel a base di ingenolo mebutato per uso topico rappresenta una nuova opzione farmacologica mirata al campo ed è indicato per il trattamento della cheratosi attinica non-ipercheratosica e non-ipertrofica negli adulti.

L’ingenolo mebutato si differenzia da tutte le terapie attualmente disponibili mirate al campo in quanto ha una posologia molto più concentrata che prevede un’unica applicazione quotidiana sull’area interessata per tre giorni consecutivi (nel caso di cheratosi attinica sul viso e sul cuoio capelluto) o per due giorni consecutivi (nel caso della cheratosi attinica su tronco ed estremità.

Questa nuova opzione terapeutica è ricavata dalla linfa della Euphorbia peplus (euforbia minore), pianta utilizzata da tempo per le malattie della pelle e per i tumori non-melanoma.

Il gel è disponibile in due concentrazioni con due regimi di dosaggio a seconda del punto di applicazione:

• nelle cheratosi attiniche (CA) del viso e del cuoio capelluto si utilizza il gel da 150 mcg/g (0,015%) applicato una volta al giorno per 3 giorni consecutivi;

• nelle lesioni CA di tronco e arti si utilizza il gel 500 mcg/g (0,05%) applicato una volta al giorno per 2 giorni consecutivi.

Il prodotto, fornito in tubetti monodose contenenti ciascuno 0,47 g (con diverse concentrazioni di principio attivo a seconda se indicato per il viso o corpo) di gel incolore confezionati in pacchetti da tre o da due, va conservato in frigorifero a 2°-8° C.

Efficacia e tollerabilità

Gli studi preclinici hanno dimostrato che l’efficacia dell’ingenolo mebutato è basata su un duplice meccanismo d’azione: ad alta concentrazione induce rapida distruzione cellulare locale degli strati più esterni dell’epidermide (rigonfiamento dei mitocondri e perdita dell’integrità della membrana cellulare), a bassa concentrazione attiva una risposta infiammatoria che richiama neutrofili e cellule immunocompetenti, processo mediato dalla proteina chinasi (PKC), enzima coinvolto nella modulazione delle risposte immunitarie.

Gli studi in vitro e in vivo dimostrano che il gel, utilizzato come trattamento di “campo”, è in grado di rimuovere le lesioni non clinicamente evidenti prevenendo l’ulteriore sviluppo di lesioni CA più grandi e più gravi.

I risultati di 4 studi clinici di fase III randomizzati, in doppio cieco, veicolo-controllati (2 studi clinici su adulti con lesioni CA viso/cuoio capelluto, 2 studi clinici su adulti con lesioni CA tronco/estremità hanno dimostrato l’efficacia del gel: al 57° giorno dalla somministrazione la completa guarigione varia dal 40% al 64% negli studi clinici viso/cuoio capelluto, dal 34% al 50% negli studi clinici tronco/estremità; il numero di lesioni si è ridotto dell’83% per viso/cuoio capelluto e del 75% per busto/arti; a 12 mesi ha mantenuto il risultato iniziale il 46,1% dei pazienti viso/cuoio capelluto e il 44% di quelli tronco/estremità con un numero di lesioni ridotto dell’87,2% sul viso e cuoio capelluto e del 86,8% su tronco e estremità. Nessun paziente in terapia ha sviluppato SCC nell’area di trattamento con l’ingenolo mebutato.

Negli studi clinici gli effetti collaterali più frequenti che si sono manifestati in oltre il 2% dei pazienti trattati con il gel comprendono reazioni cutanee locali, dolore nel punto di applicazione, prurito, irritazione, infezione, edema periorbitale e mal di testa.

Le reazioni cutanee locali

Le reazioni cutanee locali (Local Skin Reactions – LSR) sono un effetto atteso e previsto nel trattamento della cheratosi attinica con agenti topici.

Le più comuni LSR sono:

• eritema;

• sfaldamento/desquamazione;

• formazione di croste;

• gonfiore;

• formazione di vescicole/pustole;

• erosione/ulcerazione.

In genere si manifestano entro il primo giorno d’inizio trattamento, hanno un picco d’intensità fino alla prima settimana dal completamento della terapia e scompaiono già entro due settimane per le aree trattate di viso e cuoio capelluto ed entro quattro settimane per le aree trattate di busto e arti.

Questi effetti collaterali, prevedibili per gli agenti topici impiegati nel trattamento della cheratosi attinica, negli studi clinici condotti sul gel a base di ingenolo mebutato hanno comportato un tasso molto contenuto di abbandono della terapia (98% di aderenza alla terapia):

  • per la cura del viso o del cuoio capelluto un totale di 3 pazienti (1,1%) nel gruppo del gel ha abbandonato prima lo studio;
  • negli studi che coinvolgono le lesioni al tronco ed estremità, hanno abbandonato la terapia prima del tempo 6 pazienti (2,7%) nel gruppo del gel.

Sovrappeso e salute delle ginocchia

 

Accumulare chili di troppo può essere una scelta davvero rischiosa, che nuoce “gravemente” sia all’immagine, sia alla salute. A correre i rischi più importanti, come è risaputo, la maggior parte degli organi, dal cuore, a tutto il sistema cardiovascolare, passando per il fegato e arrivando ai reni, ma non solo. Anche le ginocchia potrebbero subire contraccolpi, tutt’altro che positivi: il sovrappeso, secondo i risultati di un recente studio, mette in serio pericolo la salute di queste preziose articolazioni.

Il rischio è che le ginocchia “crollino” o quasi, sotto il peso dei chili di troppo accumulati per assecondare peccati di gola o eccessi di pigrizia, ma, soprattutto che compaiano sintomi dolorosi difficilmente sopportabili.

Infatti, secondo una recente sperimentazione australiana, condotta dagli esperti della Monash University di Melbourne e pubblicata sulla rivista scientifica di settore Arthritis Care and Research, le persone che ingrassano, aumentando peso e massa corporea, hanno maggiori probabilità di sviluppare dolore a carico delle ginocchia rispetto a chi perde peso o lo mantiene relativamente stabile nel tempo.

Per giungere a questa conclusione e per tracciare questo filo, diretto quanto pericoloso, tra sovrappeso, aumento di peso e dolore, disturbi alle ginocchia, gli studiosi australiani hanno coinvolto nella sperimentazione 250 persone, di età compresa tra i 25 e i 60 anni, senza precedenti disturbi articolari e relativo intervento chirurgico a carico del ginocchio. Il 70% dei partecipanti era donna e una buona fetta di loro era in condizione di sovrappeso o obesità.

Trascorsi due anni dall’inizio della ricerca, sono rimasti 196 partecipanti: la metà di loro ha mantenuto il proprio peso corporeo, il 14% è ingrassato, con un aumento di peso medio pari a 7 kg, e il 30% ha perso peso. Secondo quanto riportato dagli esperti, ogni chilogrammo di peso corporeo accumulato ha fatto salire il dolore al ginocchio di 1.9 punti; la rigidità ossea dell’articolazione è peggiorata di 1.4 punti; la funzionalità di 6.1 punti.

Nessuna certezza, ma sospetti molto fondati sono emersi dallo studio. Il dolore articolare a carico delle ginocchia è una vero e proprio “incubo” con cui convivere quotidianamente per migliaia di persone in tutto il mondo, soprattutto nei Paesi più ricchi, Stati Uniti in testa. Gli esperti non certificano il rapporto di causalità tra l’incremento di peso e il dolore al ginocchio, ma lo ritengono altamente probabile. Avvalora la tesi degli scienziati australiani anche l’aumento, più consistente, del dolore, nelle persone obese, che hanno registrato un +59 punti in media, rispetto ai 6.4 punti dei partecipanti non obesi.

Carne di cavallo: le proprietà

Carne di cavallo

La carne di cavallo è una tipologia di carne che non sempre è presente nella nostra dieta. Non la assumiamo perché spesso non ce la sentiamo di mangiare carne di questo animale o perché non ci fidiamo, perché abbiamo paura che non sia abbastanza controllata come le altre tipologie di carne. Le tracce di carne equina trovate in molti prodotti di recente, poi, hanno aumentato la diffidenza degli italiani.

La carne di cavallo, se si guarda dal punto di vista nutrizionale, è molto magra e un po’ dolciastra. I tagli di giovani animali sono teneri e molto digeribili, ma deve essere cotta al sangue. Ha un altissimo contenuto di ferro ed è consigliata a sportivi, bambini in crescita, persone che soffrono di anemia, donne in gravidanza.

I favorevoli al consumo di carne di cavallo sostengono che dal punto di vita nutrizionale e di apporto di ferro è migliore rispetto ad altre carni magre, apportando un livello di colesterolo paragonabile al manzo o similari e aiutando così le persone che soffrono di anemia o che hanno bisogno di maggiori quantitativi di ferro di poterlo assumere e assorbire con efficacia e velocità.

I contrari, invece, sostengono che i controlli sulla carne di cavallo non vengono fatti a dovere e la paura che cavalli che per tutta la vita hanno corso e magari sono stati imbottiti di anabolizzanti o altre sostanze, possano finire al macello.

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Macchie delle pelle post-vacanze? Si possono “cancellare”

Macchie cutanee.BIODERMA

Spenta, opaca e con qualche antiestetica macchia scura sul viso, la pelle porta i segni di giornate passate sotto al sole, o semplicemente di una maggiore esposizione alla luce del sole durante le vacanze.

Le macchie cutanee colpiscono moltissime donne e uomini, di qualunque età, fototipo e razza. Si calcola che il problema riguardi il 90% della popolazione dai 50 anni in su. Pur essendo di per sé innocue, le macchie, ci comunicano che la pelle ha subito un danno. Il problema delle macchie scure, definito anche iperpigmentazione, infatti, consiste in un’alterazione del colore naturale della pelle causato da un’eccessiva produzione di melanina dovuta, oltre che all’esposizione ai raggi del sole, anche ad altri fattori come età, sbalzi ormonali, gravidanza, assunzione di medicinali fotosensibilizzanti, presenza di cicatrici, e altre cause ancora. Responsabili della produzione della melanina, sono alcune cellule della pelle, i melanociti, che sono stimolati dai raggi UV a produrre una maggiore quantità di questi pigmenti; la melanina infatti ha proprio la funzione di proteggere la pelle dalle aggressioni. Una volta prodotta, la melanina viene “trasportata” nei vari strati di cui è composta la pelle, fino ad arrivare allo strato superficiale, donando così un bel colorito bruno. Se però la melanina è prodotta in quantità eccessiva la distribuzione non avviene in maniera uniforme sulla superficie della pelle e la melanina si accumula in alcuni punti, formando le antiestetiche macchie.

Il problema però si può risolvere. Le macchie scure si possono contrastare con prodotti dermocosmetici specifici che permettono alla pelle di riacquistare un colorito uniforme e una maggiore luminosità.

Il prodotto schiarente ideale dovrebbe agire sui principali meccanismi all’origine della “colorazione” della pelle: ridurre e correggere le macchie, ma anche prevenirle; inoltre deve essere ben tollerato, anche dalle pelli più delicate. Il complesso brevettato WO®, messo a punto dai laboratori Bioderma, risponde a queste esigenze.

WO® è una combinazione unica di ingredienti attivi che agisce sui meccanismi all’origine della melanogenesi, che agisce su tutte le fasi della pigmentazione cutanea garantendo una ottima tollerabilità: limita la stimolazione dei melanociti, prevenendo la formazione di nuove macchie grazie all’andrografolide, estratto dalle foglie di una pianta asiatica, e alla melanostatina; glabridina, estratto di liquirizia, e l’azelatato di lisina inibiscono la sintesi della melanina; la vitamina PP agisce sulla distribuzione della melanina sugli strati superficiali della pelle, mentre la vitamina C rilasciata in maniera graduale e l’acido glicolico, dall’azione esfoliante, permette di correggere le pigmentazioni pre-esistenti.

Il programma schiarente White Objective di Bioderma comprende White Objective Crème Active, crema giorno ad azione preventiva e correttiva; White Objective Pen, per le macchie localizzate; White Objective Sérum, trattamento intensivo depigmentante notte; e White Objective H2O, soluzione micellare per la detersione della pelle che ottimizza l’efficacia del trattamento schiarente.

Per maggiori informazioni su macchie cutanee e programma White Objective cliccare qui

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Herpes labiale, prevenzione, cause e cure

E’ presente in 8 persone su 10 e per molti si trasforma, con il tempo, in una vera e propria “maledizione”.

Parliamo dell’herpes labiale, quella piccola e subdola pustola che compare sulle nostre labbra, spesso a disturbare la nostra vita quotidiana. A quanti sarà capitato di averlo come “ospite indesiderato”, proprio alla vigilia di un appuntamento importante, quando volevamo essere assolutamente perfetti ed impeccabili nel nostro aspetto?

Può essere utile, a questo punto, conoscere il nostro nemico, tanto popolare e diffuso da avere vari nomi per identificarlo, da “herpes labialis” a “febbre delle labbra”, passando per “febbre sorda” o “febbre nascosta”.

Come si viene contagiati e le cause più frequenti della sua comparsa

Si viene contagiati dall’herpes principalmente per contatto e per via orale, anche se esistono persone, geneticamente predisposte all’attacco del virus, che hanno ricevuto il virus dalla madre, al momento della nascita o durante la gravidanza, e persone che invece resistono bene e potremmo definire “immuni”, poiché anche a contatto, difficilmente vengono aggredite dal virus.

Anche se le cause che portano alla sua comparsa e, soprattutto, alla comparsa delle recidive, non sono ancora del tutto chiare, sicuramente si viene contagiati per contatto diretto e si è più sensibili nei casi di indebolimento delle proprie difese immunitarie, quando si sottopone il proprio organismo all’esposizione aggressiva degli agenti esterni e quando si vive particolari condizioni di stress.

Ecco la lista dei responsabili principali:

  • condizioni particolari di stress nervoso ed affaticamento dell’organismo;
  • infezioni febbrili;
  • esposizione prolungata ai raggi solari, al vento, alla salsedine;momenti di variazioni ormonali, ad esempio, durante il periodo di ciclo mestruale;
  • freddo improvviso, cambio di stagione, in cui l’organismo è più debole ed il metabolismo risulta più rallentato.

Come si manifesta e quali sono le cure più efficaci?

Il primo campanello d’allarme è la sensazione di bruciore e di prurito insistente che avvertiamo sulle labbra e che ci porta a toccarle e sfregarle insistentemente. Qualche ora dopo compaiono le classiche bollicine a grappolo, contenenti pus ed acqua, assai dolorose e fastidiose, soprattutto perché impediscono i normali movimenti delle nostre labbra e rendono dolorose le normali azioni quotidiane, come mangiare, bere e parlare.

Dopo qualche giorno, le bolle si sostituiscono con lesioni e crosticine, che cicatrizzano in circa 8-10 giorni. Purtroppo non esistono cure definitive, per impedire la sua ricomparsa, ma possiamo tenerlo sotto controllo il più possibile, limitando le situazioni che possono favorirne la presenza e rendendo più rapidi i tempi di guarigione.

Innanzitutto bisogna limitare le situazioni di stress e mantenere sempre alti i livelli di difesa del nostro organismo, aumentando l’apporto di vitamine, sali minerali e principi nutritivi funzionali al nostro sistema immunitario. Quando ci esponiamo al sole, proteggiamo sempre le nostre labbra, evitando i casi in cui si disidratano eccessivamente. Nel caso in cui l’infezione si manifesta, limitiamo i contatti fisici, baci, uso comune di piatti, stoviglie ed asciugamani, per proteggere dal contagio chi ci è vicino.

Inoltre manteniamo al meglio le nostre condizioni di igiene e cura personale, utilizzando detergenti viso specifici, prodotti cicatrizzanti e creme disinfettanti. Le più comuni, sono quelle a base di aciclovir, che però, per fare effetto immediato e ridurre l’infezione, devono essere applicate ai primi segnali di bruciore, così da evitare la comparsa delle fastidiose pustole.

Inoltre, è fondamentale evitare di grattarsi e toccarsi, per scongiurare l’estensione dell’infezione anche nelle altre aree del viso (occhi, naso, orecchie, mucose).


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