A Roma il 49° Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia

Dal 27 al 30 ottobre scorso, l’avveniristico Centro Congressi de La Nuvola di Roma ha ospitato il 49° Congresso Nazionale della Società Italiana di Neurologia che ha coinvolto circa 2.500 neurologi provenienti da tutta Italia e non solo. Una location d’eccezione proprio a voler sottolineare il carattere innovativo ed internazionale che contraddistingue la visione della Società Italiana di Neurologia.

La Neurologia Italiana ha raggiunto ormai una posizione di prestigio e di riconoscimento a livello internazionale e si attesta tra le più importanti al mondo in termini di produzione scientifica. Questo è stato possibile grazie al costante impegno di clinici e ricercatori che lavorano quotidianamente con l’obiettivo di raggiungere nuovi traguardi per la diagnosi e la cura delle patologie neurologiche. Per il futuro la sfida è impegnativa e richiederà uno sforzo comune per mantenere e migliorare i livelli scientifici e assistenziali in ambito neurologico” – ha affermato il Gianluigi Mancardi, Presidente SIN e Direttore della Clinica Neurologica di Genova.

Nel corso della quattro giorni di lavori si è fatto il punto sulle più recenti innovazioni in campo diagnostico e terapeutico nel trattamento delle principali malattie del sistema nervoso, in costante aumento a causa del progressivo invecchiamento della popolazione a cui si assiste nel nostro Paese. Si è parlato di patologie come Parkinson e Alzheimer, Sclerosi Multipla e Ictus, cefalee e disturbi del sonno, epilessia e malattie rare.

Corsi di aggiornamento, sessioni plenarie, workshops e comunicazioni libere al centro del programma scientifico per favorire l’aggiornamento dei partecipanti ed essere un valido strumento di approfondimento per i ricercatori.

Quest’anno il Congresso Nazionale ha offerto ampio spazio ai giovani neurologici che avranno l’opportunità di presentare le proprie attività di ricerca in un contesto così importante. Inoltre, puntiamo a sviluppare tavoli di discussione su problematiche e percorsi assistenziali che la Neurologia si troverà ad affrontare nei prossimi anni, sia per ciò che riguarda le malattie acute, sia per le malattie croniche con l’obiettivo di favorire una maggior collaborazione tra Università, Ospedali e rete territoriale” – ha dichiarato Alfredo Berardelli, Presidente del Congresso e Direttore del Dipartimento di Neuroscienze Umane presso La Sapienza Università di Roma.

Nel nostro Paese i numeri delle patologie neurologiche sono impressionanti: 5 milioni le persone che soffrono di emicrania, in particolare donne, con un impatto forte sulla qualità della loro vita; 800.000 coloro che sono colpiti da una forma ancora più invalidante, l’emicrania cronica, con dolori costanti per più di 15 giorni al mese; 120.000 le persone che oggi vivono con la sclerosi multipla, una malattia che induce disabilità progressiva e che necessita di servizi sanitari e assistenziali continui; 150.000 i casi di Ictus con circa 800.000 persone che sono sopravvissute allo stroke ma che portano i segni di invalidità causati dalla malattia; 300.000 i pazienti con Malattia di Parkinson; 1 milione le persone affette da decadimento mentale.

 


 

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IVI rinnova la sua vicinanza alle donne colpite dal cancro

Ottobre è stato il mese dedicato alla prevenzione del tumore al seno, il cancro più frequente nella popolazione femminile e che rappresenta il 29% di tutte le neoplasie che colpiscono le donne italiane.

Secondo gli ultimi dati forniti dal Ministero della Salute1 ancora oggi questo tipo di tumore rappresenta la prima causa di mortalità per cancro nelle donne, con un tasso pari al 17% di tutti i decessi oncologici del sesso femminile.

Tra i fattori di rischio più frequenti troviamo l’età, la familiarità e la predisposizione genetica. Più del 75% dei casi di tumore del seno colpisce, infatti, le donne sopra i 50 anni, mentre circa il 5-7% delle donne con tumore al seno annovera più di un familiare stretto malato, soprattutto nei casi delle più giovani; infine, esistono alcuni geni che predispongono a questo tipo di tumore, il BRCA1 e il BRCA2, che sono responsabili del 50% circa delle forme ereditarie di cancro del seno e dell’ovaio

L’Istituto Valenciano di infertilità (IVI), è da sempre vicino alle pazienti oncologiche, dando loro la possibilità di preservare gratuitamente la propria fertilità inevitabilmente colpita dalle terapie necessarie per la cura, attraverso la crioconservazione degli ovociti.

Lavoriamo alacremente per dare una speranza di genitorialità a queste donne colpite da tumore. Le tecniche per preservare la fertilità offrono, oggi, risultati incoraggianti con tassi di successo delle tecniche di PMA che impiegano ovociti scongelati sovrapponibili a quelli con ovociti freschi. La prospettiva di una gravidanza dopo la guarigione è molto importante per queste donne e può rappresentare una forte motivazione per affrontare e sconfiggere la malattia” – spiega Daniela Galliano, Responsabile del Centro IVI di Roma .

Già quest’anno abbiamo dato il nostro sostegno alla campagna della Komen, partecipando attivamente alla Race for the Cure dello scorso maggio e confidiamo di ripetere questa bellissima esperienza anche il prossimo anno per sostenere i progetti per la lotta ai tumori al seno” – conclude Daniela Galliano.

 

Secondo le linee guida del Ministero della Salute, la mammografia è il metodo più efficace per la diagnosi precoce del tumore al seno. Le donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni dovrebbero effettuarla ogni due anni, anche se la cadenza può variare a seconda della storia personale e delle raccomandazioni mediche che oggi tendono a far fare i controlli già dopo i 40 anni.

In alcune Regioni si sta sperimentando da tempo lo screening tra i 45 e i 74 anni, con una periodicità annuale nelle donne sotto ai 50 anni.

Infine molto importante per la diagnosi precoce è l’autoesplorazione che tutte le donne possono e devono fare impiegando pochi minuti una volta al mese, perché il cancro al seno è curabile se si scopre in tempo.

1Ministero della Salute/Salute della Donna/Tumori e screening


Aggiornamento sulla gestione del diabete tipo 2

Recente aggiornamento delle linee guida sulla gestione dei pazienti con diabete tipo 2, che tiene conto delle indicazioni fornite dai numerosi studi clinici realizzati e pubblicati negli ultimi anni, proposto da ADA e EASD, le due principali Società Scientifiche diabetologiche.

Oltre a sottolineare l’importanza di un approccio terapeutico centrato sul paziente, orientato prioritariamente alla modifica degli stili di vita e alla partecipazione del paziente al processo di cura, le nuove linee guida forniscono nuovi criteri per la scelta dei farmaci ipoglicemizzanti.

La figura riporta quanto indicato dal documento in forma semplificata e parziale. Fare riferimento al testo disponibile on-line per una descrizione più approfondita dell’algoritmo terapeutico.

La metformina resta il farmaco di prima scelta da utilizzare virtualmente in tutti i pazienti se tollerata e non controindicata.

Il passo successivo è guidato da due importanti snodi decisionali.

Il primo consiste nel valutare se il paziente è affetto da malattia cardiovascolare aterosclerotica (MCV) o da insufficienza renale cronica (IRC).

Nel primo caso, sono da preferirsi gli analoghi del GLP1 (GLP1-a) o le Glifozine (SGLT2-i), le due classi di farmaci che hanno dimostrato di produrre un beneficio sul piano cardiovascolare. Se predomina la MCV le due classi sono utilizzabili indifferentemente. Se prevalgono lo scompenso cardiaco o la malattia renale cronica il farmaco di prima scelta dovrebbe essere una glifozina, in quanto questa classe ha dimostrato di ridurre le ospedalizzazioni e i decessi per scompenso e di esercitare un effetto nefro-protettivo. Nei pazienti nefropatici l’utilizzo è comunque condizionato dalla presenza di una funzione renale non eccessivamente compromessa che ne vanificherebbe l’efficacia. In questa categoria di pazienti, gli analoghi del GLP1 sono da utilizzare come seconda scelta.

Le linee guida raccomandano di scegliere le molecole supportate dalle più solide evidenze scientifiche. Nel caso degli analoghi del GLP1 nell’ordine: liraglutide, semiglutide, edenatide. Nel caso delle glifozine: empaglifozin, canagifozin.

Nei pazienti esenti da malattia cardiovascolare o malattia renale cronica le linee guida suggeriscono di tenere presente una delle seguenti priorità:

  • evitare l’ipoglicemia: in tal caso sono sullo stesso piano inibitori del DPP4, analoghi del GLP-1, glifozine e glitazoni;
  • favorire la perdita di peso: utilizzare gli analoghi del GLP-1 o le glifozine o entrambe in quanto queste due classi di farmaci hanno dimostrato di poter indurre un calo ponderale;
  • contenere i costi: sulfaniluree e glitazoni sono i farmaci adatti a questo scopo.

Management of Hyperglycemia in Type 2 Diabetes, 2018.  A Consensus Report by the American Diabetes Association (ADA) and the European Association for the Study of Diabetes (EASD) Diabetes Care Publish Ahead of Print, published online October 4, 2018


Ustekinumab efficace nel mantenere i tassi di remissione clinica della malattia di Crohn moderata o severa sino a tre anni

Ustekinumab di Janssen (Stelara®) si è dimostrato efficace nel mantenimento fino a tre anni dei tassi di remissione clinica nei pazienti con malattia di Crohn, da moderata a grave, con un buon profilo di tollerabilità.1

Questo è quanto emerge dai risultati dello studio IM-UNITI, che proseguirà per i prossimi due anni, presentati al 26° congresso United European Gastroenterology Week (UEGW) tenutosi a Vienna, dal 20 al 24 ottobre scorso.

I risultati a tre anni di IM-UNITI sono incoraggianti perché mostrano il ruolo importante che il trattamento con ustekinumab può avere nell’aiutare i pazienti con malattia di Crohn a raggiungere la remissione della malattia nel lungo termine. La remissione clinica è un obiettivo importante da raggiungere durante il trattamento. I pazienti, non dovendosi preoccupare della riacutizzazione della malattia, possono avere in questo modo una migliore qualità di vita” – ha detto William Sandborn, Direttore Centro per le malattie infiammatorie intestinali, Università della California, San Diego. (Il Professor William Sandborn è un consulente di Janssen. Non ha ricevuto alcun compenso per questa attività media).

I dati di IM-UNITI, volti a valutare a tre anni la somministrazione per via sottocutanea (SC) di 90 mg di ustekinumab nella malattia di Crohn e presentati per la prima volta, dimostrano che alla 152esima settimana il 60,3% di tutti i pazienti randomizzati trattati con ustekinumab, entrati nella fase di prolungamento di lungo termine dello studio, erano in remissione clinica e il 68,8% aveva manifestato una risposta clinica.1

Per quanto riguarda, invece, la valutazione dei diversi regimi di somministrazione, è emerso che il 61,9% dei pazienti randomizzati che ha ricevuto 90 mg di ustekinumab SC ogni 12 settimane (q12w), era in remissione clinica, percentuale che saliva al 69,5% nei pazienti trattati ogni otto settimane (q8w).1

Lo studio ha rivelato inoltre che, tra i pazienti naïve ai trattamenti con anti-TNF, la classe di farmaci biologici più comunemente prescritti nella malattia di Crohn, 2 il 67,6% di quelli che hanno ricevuto ustekinumab ha mantenuto la remissione clinica alla 156 settimana1, a dimostrazione del fatto che anche coloro che non hanno mai ricevuto queste cure, possono beneficiare di ustekinumab. In aggiunta, nei pazienti nei quali gli anti-TNF hanno fallito oppure manifestino intolleranza, il 48,4% era in remissione clinica.1

Janssen vuole contribuire a migliorare la vita delle persone che vivono con la malattia di Crohn. Per questo siamo lieti di annunciare i risultati dello studio IM-UNITI che confermano quanto ustekinumab possa aiutare una quota sostanziale di persone con malattia di Crohn da moderata a grave a ottenere la remissione clinica. Lo studio proseguirà altri due anni, a dimostrazione del nostro costante impegno nei confronti dei pazienti, dell’innovazione e della leadership scientifica” – ha detto Jaime Oliver, Managing Director, Janssen Therapeutic Area Lead, Immunology, Europa, Medio Oriente e Africa, Cilag GmbH International.

Gli eventi avversi (per cento anni paziente) si sono mantenuti ai medesimi livelli di quelli rilevati alla settimana 44 e non ne sono stati osservati di aggiuntivi.1

Tra la 96 e la 156 settimana sono state riportate 3 morti (rispettivamente per infarto miocardico acuto, insufficienza renale e sepsi).1 Inoltre, sono stati riscontrati 2 casi di tumore non melanoma della pelle (adenocarcinoma dell’intestino tenue e leucemia mieloide cronica).1

Le reazioni avverse più comuni (≥1 / 100) riportate nel corso degli studi clinici sulla psoriasi negli adulti, sull’artrite psoriasica e sulla malattia di Crohn e nel periodo post commercializzazione sono: artralgia (dolore articolare), dolore alla schiena, diarrea, vertigini, affaticamento, cefalea, dolore e arrossamento nel punto di iniezione, mialgia (dolore muscolare), nasofaringite, nausea, dolore orofaringeo, prurito, infezione del tratto respiratorio superiore e vomito.3

La malattia di Crohn

Più di un milione di persone in Europa vive con la malattia di Crohn e sono circa 33.000 i nuovi casi diagnosticati ogni anno.5 In Italia sono circa 70.000 le persone che ne soffrono. Si tratta di una malattia infiammatoria del tratto gastrointestinale, dalle cause sconosciute, associata a disfunzioni del sistema immunitario che possono essere innescate da predisposizione genetica, alimentazione o altri fattori ambientali. I sintomi possono variare, ma spesso includono dolore addominale, diarrea frequente, sanguinamento del retto, perdita di peso e febbre. Attualmente non esiste una cura.6

Lo studio IM-UNITI

IM-UNITI è uno studio di fase 3, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, a gruppi paralleli con controllo verso placebo, di valutazione dell’efficacia e della sicurezza della terapia di mantenimento con ustekinumab in adulti con malattia di Crohn da moderata a severa. I pazienti che hanno risposto a ustekinumab in somministrazione singola, negli studi di induzione UNITI-1 o UNITI-2, sono stati randomizzati in pari misura per ricevere come terapia di mantenimento con somministrazione sottocutanea ustekinumab 90mg ogni 8 settimane o ogni 12 settimane, o placebo.

Nei pazienti dove si è verificata una perdita di risposta tra le settimane 8 e 32, è stato permesso un aggiustamento una tantum di 90 mg, somministrato ogni 8 settimane. Dopo la settimana 44, tutti i partecipanti sono stati candidabili per far parte della seconda parte del trial, un prolungamento di lungo termine dello studio, continuando la terapia fino alla settimana 152. I pazienti proseguiranno nello studio fino alla 252esima settimana.

Ustekinumab (Stelara®)3

In Italia ustekinumab è approvato come terapia per il trattamento di pazienti adulti affetti da malattia di Crohn attiva di grado da moderato a grave, che hanno avuto una risposta inadeguata o sono risultati intolleranti alla terapia convenzionale o agli anti-TNF alfa o che hanno controindicazioni mediche per tali terapie.

  1. Sandborn W, Rutgeerts P, et al. Efficacy and safety of ustekinumab for Crohn’s disease: Results from IM-UNITI long-term extension through 3 years. United European Gastroenterology Week (UEGW 2018) 20–24 October, 2018;Vienna, Austria.
  2. Crohn’s & Colitis UK. Biological drugs: Information sheet. Last accessed October 2018.
  3. European Medicines Agency. (2018) Ustekinumab Summary of Product Characteristics. Accessed October 2018.
  4. Sands B, Sandborn W, et al. Safety and efficacy of ustekinumab induction therapy in patients with moderate to severe ulcerative colitis: results from the Phase 3 UNIFI study. United Europe Gastroenterology Week (UEGW) 2018 20–24 Oct 2018;Vienna, Austria:LB01.
  5. Janssen Disease Lens. Ulcerative colitis. Available at: https://www.crohnsandcolitis.org.uk/about-inflammatory-bowel-disease/ulcerative-colitis. Accessed October 2018.
  6. Crohn’s and Colitis UK. Crohn’s disease. Accessed October 2018.


AMGEN e IBM collaborano alla realizzazione di un assistente virtuale personalizzato al servizio dei nefrologi

Grazie alla collaborazione tra Amgen, leader mondiale delle biotecnologie, e IBM nasce un’applicazione che rappresenta uno dei primi esempi europei di intelligenza artificiale per migliorare l’accesso alle informazioni mediche. La soluzione consente agli utenti di interagire in linguaggio naturale con un corpus di quasi 100 documenti specializzati, aggiornati e selezionati, ottenendo, in tempo reale, accurate ed efficienti informazioni, risposte e documentazioni necessarie all’aggiornamento professionale.

Obiettivo di questa soluzione è quello di realizzare uno strumento in grado di supportare gli utenti del sito web della “Società Italiana di Nefrologia” (SIN) nell’esplorazione e identificazione delle informazioni più aggiornate sulla letteratura scientifica relativa ai farmaci calciomimetici.

Gli esperti di SIN e AMGEN hanno selezionato e raccolto materiali dalle più recenti e rilevanti pubblicazioni scientifiche e hanno lavorato insieme agli esperti di IBM Services per sviluppare una soluzione che potesse accompagnare i nefrologi in un percorso di formazione professionale altamente personalizzato, che migliorasse l’esperienza dell’utente, fornendo un servizio in grado di rispondere rapidamente a domande anche complesse attraverso un’interazione naturale e semplice, che sarà fruibile attraverso un’interfaccia intuitiva, disponibile gratuitamente sul portale di SIN tutti i giorni a qualunque ora.

Siamo orgogliosi di avere messo a punto un programma di formazione scientifica all’avanguardia; la mole di dati di cui ormai dispone la comunità scientifica è vasta. Potere usufruire di una libreria scientifica che in tempo reale riesce a fugare dubbi in modo oggettivo rappresenta senz’altro uno strumento prezioso, che al libera tempo da potere dedicare alla comunicazione con i nostri pazienti” – ha dichiarato Loreto Gesualdo, Ordinario di Nefrologia presso l’Università degli Studi di Bari e Presidente della Società Italiana di Nefrologia.

I contenuti dell’Assistente Virtuale, abilitati da Watson Assistant e Watson Discovery disponibili su IBM Cloud, sono stati forniti dalla  Società Italiana di Nefrologia in base alla letteratura scientifica, secondo uno specifico modello di conoscenza per il dominio dei farmaci calciomimetici, progettati e formalizzati con Watson Knowledge Studio. In questo modo, gli utenti saranno in grado di accedere a una più ampia fonte di informazioni a supporto della diffusione degli ultimi studi e pratiche nel campo della nefrologia.

Abbiamo realizzato una delle prime collaborazioni tra tre diverse realtà come una società scientifica e due leader, rispettivamente nel settore delle biotecnologie e dell’high-tech per trasformare il modo in cui i medici aggiornano le loro conoscenze, supportati da un assistente virtuale personalizzato. La soluzione è un esempio dell’orientamento all’innovazione di Amgen che si riflette in progettualità di questo tipo, oltre che nella ricerca e sviluppo di farmaci in grado di avere un impatto significativo sulla vita dei pazienti. In Amgen, da sempre, ci impegniamo ad essere al fianco dei i medici per migliorare l’assistenza ai pazienti” – ha affermato Ermanno Paternò, Executive Medical Director di Amgen Italia.

Cognitive Knowledge Management è una delle applicazioni emergenti per il mondo enterprise. La piattaforma IBM Watson ha consentito ad AMGEN di sviluppare una soluzione altamente innovativa, specifica per i professionisti di riferimento.

Questo progetto, realizzato in collaborazione con due aziende di riferimento nel loro campo, è un importante esempio di come l’intelligenza artificiale possa essere un valido supporto per il medico nella selezione e acquisizione di informazioni che richiederebbe altrimenti molto tempo. Obiettivo delle nuove tecnologie è quello di essere a servizio dei professionisti per semplificare e migliorare il loro lavoro, velocizzando la realizzazione di tutte quelle attività a minor valore” – ha dichiarato Daniela Scaramuccia, Direttore sanità e scienze della vita di IBM Italia.

 


Endometriosi, infertilità di coppia e personalizzazione della terapia al centro dell’evento We ART MERCK

Gli esperti della Procreazione Medicalmente Assistita si sono riuniti a Padova per WE ART MERCK (14.9.2018), l’evento ideato da Merck, azienda leader in ambito scientifico e tecnologico, per celebrare la sua storia nel campo della fertilità e la volontà di continuare ad apportare progresso e innovazione in quest’area.

Con WE ART MERCK, l’azienda ha proposto un momento di confronto che poggia le basi su una storia di eccellenze italiane e guarda al futuro, con l’obiettivo di illustrare alle nuove generazioni di clinici e biologi uno stato dell’arte della PMA, nell’ottica di un continuo progresso scientifico.

Tra le tematiche al centro dell’evento, l’endometriosi, l’infertilità di coppia e la personalizzazione della terapia.

Oggi è possibile convivere con l’endometriosi tenendo sotto controllo i sintomi e mantenendo una buona qualità di vita. Il primo importante passo è che le pazienti accettino la malattia e che comprendano che può essere ben curata anche se una cura immediata e definitiva non esiste. Negli ultimi anni l’approccio terapeutico alla malattia è totalmente cambiato rispetto al passato in cui prevaleva quello chirurgico: ove possibile, attraverso una terapia farmacologica (pillola o progestinici) si cerca ora di creare un ambiente ormonale stabile che di fatto consente di avere ottimi risultati nella maggior parte delle pazienti. Il dolore che spesso affligge le donne affette si manifesta, infatti, per lo più come conseguenza delle fisiologiche fluttuazioni ormonali. Abolendole, si va ad interrompere il circolo vizioso che causa il dolore. Se poi la paziente desidera un bambino, può sospendere le cure e cercare di concepire naturalmente; una gravidanza generalmente impatta positivamente anche sull’endometriosi poiché produce gli stessi benefici di stabilizzazione che si ottengono con la pillola o i progestinici mantenendo, quindi, costanti le fluttuazioni ormonali tipiche della malattia. Dopo la gravidanza, come dopo la sospensione di qualunque terapia ormonale, le fluttuazioni ormonali ricominciano e la sintomatologia si ripresenta per cui è buona norma non “dimenticarsi” della malattia e riprendere la terapia ormonale assunta in precedenza” – ha affermato Edgardo Somigliana, Docente all’Università degli Studi di Milano e Responsabile del Centro di Procreazione Medicalmente Assistita all’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.

L’endometriosi è causa di infertilità nel 15-20% dei casi e circa la metà delle pazienti con endometriosi è infertile.

Un grande aiuto per queste donne può arrivare dalle tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita e il percorso terapeutico dipende da diversi fattori quali l’età della donna, la riserva ovarica, da quanto tempo cerca la gravidanza e se ha o meno dolore. In presenza di dolore, infatti, l’eventuale sintomo infertilità deve passare in secondo piano e il medico deve prima pensare a curare il sintomo dolore. Di fondamentale importanza è l’età: in una donna di 39-40 anni con endometriosi che cerca un figlio da più di un anno, sottoporre la paziente a fecondazione in-vitro può rappresentare un valido approccio terapeutico. Viceversa, in una donna con più tempo riproduttivo a disposizione, per esempio a 30 anni, con una buona riserva ovarica e senza altri fattori d’infertilità di coppia che cerca un figlio da più di un anno, si dovrebbe cercare di curare l’endometriosi medicalmente e/o chirurgicamente per poi lasciarla provare a concepire spontaneamente per almeno 6-12 mesi. Nel caso, invece, di quelle donne più giovani, con età inferiore a 35-36 anni, che devono sottoporsi alla rimozione chirurgica di voluminose cisti endometriosiche (endometriomi) soprattutto se bilateralmente è molto consigliata la crioconservazione degli ovociti perché un intervento chirurgico bilaterale alle ovaie comporta un rischio di menopausa precoce pari al 2,6% e in ogni caso determina una riduzione significativa della riserva ovarica” – ha affermato Filippo Ubaldi, Direttore del Centro di PMA GENERA, vicepresidente SIFES (Società Italiana di Fertilità e Sterilità).

Negli ultimi anni l’esperienza clinica e le evidenze scientifiche raccolte hanno permesso di capire che ogni paziente è differente dall’altro e che un trattamento standard non può essere la chiave per ottenere una risposta ottimale. È necessario, quindi, studiare e conoscere in dettaglio la fisiologia dell’apparato riproduttivo maschile e femminile e di conseguenza applicare approcci terapeutici personalizzati, studiati per rispondere efficacemente alle caratteristiche dei singoli.

Merck è impegnata nella lotta all’infertilità da più di 60 anni, una storia che si caratterizza non solo per l’attenzione ai bisogni dei pazienti ma, anche, per la volontà di essere pionieri nell’innovazione e guidare il progresso scientifico in questo settore, grazie alla collaborazione con gli specialisti e a un continuo impulso alla ricerca, interna e esterna” – ha dichiarato Antonio Messina, a capo del business biofarmaceutico di Merck in Italia.

Un esempio concreto della volontà di Merck di favorire il progresso scientifico in quest’area è rappresentato dal Grant for Fertility Innovation, il premio Merck sulla ricerca traslazionale nel campo della fertilità che in 8 anni ha finanziato 51 progetti, di cui 10 italiani, per un investimento totale di 12 milioni di euro; inoltre, con l’ingresso nelle Fertility Technologies, nel 2014, Merck ha confermato di voler essere sempre di più un Healthcare Provider a 360 gradi, affiancando al proprio portafoglio di medicinali per la cura dell’infertilità una gamma di tecnologie per i laboratori di PMA, con l’obiettivo di promuovere l’eccellenza in laboratorio per ottimizzare i risultati dei trattamenti: un approccio olistico, che va oltre il farmaco, e, sempre di più, si rivolge non solo alla donna ma all’intero nucleo familiare.

WE ART MERCK è parte delle iniziative speciali pensate per i 350 anni di Merck.

 

Merck e il trattamento dell’infertilità

Merck è il leader mondiale nei trattamenti per l’infertilità, e l’unica azienda che offre una completa gamma di trattamenti per l’infertilità per ogni fase del ciclo riproduttivo e i tre ormoni necessari per il trattamento dell’infertilità prodotti con tecniche da DNA ricombinante: follitropina alfa (FSH ricombinante), per la stimolazione ovarica nelle donne e per indurre la spermatogenesi negli uomini; coriogonadotropina alfa (hCG ricombinante), per favorire la maturazione finale dei follicoli e il rilascio degli ovociti; lutropina alfa (LH ricombinante) e l’associazione follitropina alfa/lutropina alfa, per la stimolazione follicolare in donne con grave carenza di LH e FSH; cetrorelix acetato per prevenire l’ovulazione prematura; progesterone gel vaginale, per aiutare le fasi iniziali ed il mantenimento della gravidanza.

 


Città più vivibili e più salutari per i cittadini di oggi e di domani

Presentata il 24 ottobre scorso, in occasione della 35ma Assemblea Nazionale ANCIAssociazione Nazionale Comuni Italiani, svoltasi a Rimini, la “Lettera aperta ai Sindaci, ai Presidenti delle regioni, ai Parlamentari, al Governo e a tutte le Istituzioni per avere città in salute: 10 azioni per costruire un futuro migliore”.

A tutti è stato rivolto l’invito a considerare il tema della salute nelle città di primaria importanza e a mettere in atto politiche urbane per prevenire le malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, il cui continuo aumento nelle città è stato definito “nuova epidemia urbana” dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms).

La lettera, firmata da Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute, Roberto Pella e Daniela Sbrollini, co-Presidenti dell’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nella Città”, è stata illustrata nel corso del Simposio “Qualità di vita nelle città: sport, salute e benessere”, organizzato nell’ambito dell’Assemblea nazionale ANCI, da Health City Institute, Gruppo di lavoro ANCI sull’Urban Health, Cities Changing Diabetes, Cittadinanzattiva e Sport city 3.0., in collaborazione con l’Intergruppo Parlamentare “Qualità di vita nelle Città, Sport e Benessere”.

In questi ultimi 50 anni grandi masse di persone si concentrano nelle aree metropolitane, attratte dal miraggio del benessere, dell’occupazione e di una qualità di vita differente; ogni anno sono 60 milioni le persone che si spostano da ambienti rurali verso le città, soprattutto nei Paesi a medio reddito e, già da 10 anni, per la prima volta nella storia dell’Umanità, la popolazione mondiale residente in aree urbane ha superato la soglia del 50 per cento. Questo continuo inurbamento, cui il mondo ha assistito e assiste ha modificato profondamente lo stile di vita della popolazione e trasformato il contesto ambientale e sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute della popolazione” – ha spiegato l’On. Roberto Pella, Co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città e Vicepresidente vicario ANCI.

Se guardiamo al nostro Paese, notiamo che più di un italiano su 3 (il 37%) vive oggi nelle 14 città metropolitane. Parallelamente, riscontriamo una crescita di alcune malattie, come diabete e obesità, la cui diffusione è considerata ormai l’epidemia della società del benessere. L’aumento di queste malattie croniche non trasmissibili e non solo, è infatti fortemente legato ai profondi cambiamenti di stile di vita che comporta la vita nelle città, come cattivi stili di vita, lavori sedentari, scarsa attività fisica, alimentazione scorretta” – ha dichiarato Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute e Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio.

Il Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio è un organismo che si pone l’obiettivo di analizzare il contesto economico-sanitario, sociologico, clinico-epidemiologico e politico-sanitario, per studiare i determinanti della salute nelle città e che nel 2016 ha messo a punto il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”. L’obiettivo del manifesto, condiviso da Anci e ripreso nella lettera, è di offrire alle istituzioni e alle amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio dei determinanti della salute nei propri contesti urbani e fare leva su di essi per mettere a punto strategie per migliorare gli stili di vita e la salute del cittadino.

Le città e il loro modello di sviluppo devono essere in prima linea nella lotta contro le criticità connesse al continuo inurbamento e, ovviamente, la salute pubblica occupa fra queste un posto di primaria importanza,  i sindaci, e le Istituzioni più in generale, sono interpellati affinché questa necessaria pianificazione avvenga secondo un parametro di solidarietà e partecipazione. La salute nelle città deve diventare un tema di primaria importanza, con la promozione e l’implementazione di attività volte a rendere i cittadini sia fisicamente attivi nella vita quotidiana sia consapevoli dell’importanza di stili di vita sani” – ha aggiunto Daniela Sbrollini, Co-Presidente dell’Intergruppo Parlamentare sulla qualità della vita nelle città.

In conclusione, nella lettera viene richiesto “un impegno comune e scevro dall’appartenenza partitica, affinché la salute nelle città diventi tema primario e di azione sinergica tra Sindaci, Regioni, Parlamento e Governo, per assicurare delle città migliori, più vivibili e più salutari per i cittadini di oggi e di domani”.

La promozione della salute nelle città e la lotta al diabete urbano sono obiettivi che accomunano il progetto Cities Changing Diabetes e il “Programma C14+ – Pensare globalmente, agire localmente – ha concluso Lenzi.

Il primo promosso dall’University College London (UCL) e il danese Steno Diabetes Center, con il contributo dell’azienda farmaceutica Novo Nordisk, in collaborazione con istituzioni nazionali, amministrazioni locali, mondo accademico e terzo settore, si propone di studiare il legame fra il diabete e le città e promuovere iniziative per salvaguardare la salute e prevenire la malattia. Il programma ha già coinvolto numerose metropoli in tutto il mondo; l’Italia sta portando un grande contributo al progetto con l’adesione di Roma, la metropoli con il maggior numero assoluto di persone con diabete, la candidata anche Milano, e il sostegno di Bari, Bologna e Torino.

Il programma C14+, promosso da Health City Institute e Cities Changing Diabetes, in sinergia con il gruppo di lavoro sull’Urban Health di Anci e in collaborazione con il mondo scientifico, intende fornire, nei prossimi anni, alle amministrazioni cittadine e alle aziende sanitarie delle 14 città metropolitane italiane e dei maggiori capoluoghi di provincia, informazioni e conoscenze per contrastare il diabete urbano e migliorare la qualità di vita delle persone con diabete.



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