TAVI più efficace della chirurgia anche nei pazienti a rischio intermedio

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La TAVI, l’intervento per sostituire, in caso di stenosi aortica, la valvola aortica degenerata per via transcatetere, dall’inguine o attraverso la punta del cuore, senza ricorrere a un intervento di cardiochirurgia a cuore aperto, non sarà più riservata ai soli pazienti inoperabili o a rischio operatorio troppo elevato.

Lo ha stabilito nelle scorse settimane la concessione, sulla base dei dati emersi dagli studi scientifici, del marchio CE alla valvola SAPIEN 3 di Edwards Lifesciences, per l’indicazione all’impiego anche nei pazienti a cosiddetto rischio intermedio, per i quali sarebbe possibile intervenire con entrambi gli approcci.

L’impianto per via transcatetere della valvola SAPIEN 3, in pazienti con stenosi aortica grave e sintomatica a rischio intermedio, dimezza rispetto all’intervento cardiochirurgico – da 16,6% a 8,4% – l’endpoint combinato di mortalità e rischio di un ictus invalidante. Inoltre, riduce la mortalità per tutte le cause (TAVI: 7,4%; chirurgia: 13,3%) e l’insorgenza di ictus (TAVI: 4,6%; chirurgia: 8,2%). I dati derivano da analisi successive dello studio PARTNER II, pubblicato la scorsa primavera sul New England Journal of Medicine e su Lancet1.

Le conclusioni sono state presentate il 18 novembre scorso al simposio “TAVI Today”, organizzato a Milano da Edwards Lifesciences.

Si tratta di un fatto molto significativo per  la qualità e l’innovazione delle cure offerte in Italia, oltre che per i pazienti con stenosi aortica. L’estensione dell’indicazione al paziente a rischio intermedio permetterà di garantire un trattamento efficace e sicuro a un maggior numero di persone che soffrono di questa grave malattia; questo garantirà cure sempre più appropriate e meno invasive, permettendo un rapidissimo recupero funzionale con la pronta ripresa delle normali attività quotidiane per i nostri pazienti”, – ha commentato Giuseppe Musumeci, Presidente GISE-Società italiana di cardiologia interventistica.

BIBLIOGRAFIA

1. Thourani V et al. Transcatheter aortic valve replacement versus surgical valve replacement in intermediate-risk patients: a propensity score analysis. The Lancet 2016;1-8.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Changing Diabetes Children: entro il 2020 terapie e formazione per oltre 20mila bambini con diabete di tipo 1 nei Paesi in via di sviluppo

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Garantire accesso alle cure per il diabete e insulina gratuita ai bambini con diabete di tipo 1 nei Paesi in via di sviluppo: questo l’obiettivo del programma Changing Diabetes® in Children, già attivo dal 2009, che proseguirà per altri quattro anni secondo quanto annunciato da Novo Nordisk in occasione della Giornata mondiale del diabete. Il programma permetterà così di fornire terapie e formazione a oltre 20mila bambini entro il 2020. L’estensione prevede il coinvolgimento di cinque nuovi Paesi: Cambogia, Costa d’Avorio, Myanmar (già Birmania), Senegal e Sudan.

Dieci anni fa un bambino dell’Africa Sub Sahariana aveva un’aspettativa di vita di un anno1 dopo la diagnosi di diabete di tipo 1. Per supportare una qualità delle cure sostenibile e il miglioramento nella diagnosi Novo Nordisk ha creato il programma Changing Diabetes® in Children che ha dato la possibilità sino ad oggi a 13.700 bambini in nove Paesi in Africa e Sud Est Asiatico di ricevere gratuitamente insulina e accesso alle terapie per il diabete.

Il programma Changing Diabetes® in Children è esemplare. Ha cambiato la vita dei bambini con diabete di tipo 1 in Bangladesh. La loro sopravvivenza dipende dalla fornitura di insulina quanto dall’educazione su come gestire il diabete, e il programma si occupa di fornirle entrambe” – ha affermato il prof. Azad Khan, presidente della Diabetic Association of Bangladesh.

Molti bambini che partecipano al programma stanno dimostrando un buon controllo e hanno la possibilità di vivere una vita più sana. A oggi, nei Paesi in cui è attivo il programma, sono state istituite 108 cliniche e oltre 7mila professionisti della salute sono stati formati nella cura del diabete.

Oltre a fornire accesso all’insulina, il programma Changing Diabetes® in Children mira a favorire lo sviluppo di sistemi sanitari sostenibili.

La sola fornitura di medicinali gratuiti non risolve le sfide problematiche in campo sanitario. Dall’inizio del programma abbiamo quindi lavorato a stretto contatto con partner locali per fornire soluzioni sostenibili per migliorare la vita dei bambini con diabete di tipo 1 oggi e in futuro”, – ha dichiarato Lars Rebien Sørensen, presidente e CEO di Novo Nordisk.

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Changing Diabetes® in Children | Il programma è realizzato grazie alla collaborazione di Novo Nordisk, Roche, ISPAD (International Society for Pediatric and Adolescente Diabetes®) e WDF (World Diabetes® Foundation). In ciascuna delle nove nazioni coinvolte fino a oggi (Camerun, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Guinea, Tanzania, Uganda, Bangladesh e India) il programma è implementato sotto forma di una partnership tra pubblico e privato con un gruppo di organizzazioni locali. I Ministeri della Salute in questi Paesi giocano un ruolo fondamentale per assicurarsi che Changing Diabetes® in Children si integri in maniera solida nel sistema sanitario preesistente.

BIBLIOGRAFIA

1. Beran, Yudkin, Diabetes® care in sub-Saharan Africa, 2006


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Mieloma multiplo: arriva in Italia carfilzomib

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Profondità di risposta al trattamento senza precedenti, prolungamento della sopravvivenza libera da progressione fino a oltre due anni e miglioramento della qualità di vita: sono i risultati ottenuti nel trattamento del mieloma multiplo da carfilzomib, primo inibitore irreversibile del proteasoma di seconda generazione, sviluppato da Amgen, disponibile anche in Italia, in regime di rimborsabilità, in associazione a lenalidomide e a desametasone nel trattamento dei pazienti adulti con mieloma multiplo già sottoposti ad almeno una precedente terapia (Gazzetta Ufficiale n. 231 del 3 ottobre 2016).

Carfilzomib apre nuove prospettive per i pazienti colpiti da questo tumore del sangue dall’impatto devastante grazie a un innovativo meccanismo d’azione: il farmaco si lega in modo irreversibile al proteasoma, struttura che gioca un ruolo importante nel funzionamento e nella crescita delle cellule in quanto scompone le proteine danneggiate o non più necessarie, causandone un’inibizione duratura e selettiva, con un’attività minima al di fuori del target.

Il mieloma multiplo è caratterizzato da un modello ricorrente di remissione e recidiva ed è forte l’esigenza di nuove terapie che forniscano risposte profonde e durature, in grado di prolungare la sopravvivenza dei pazienti senza progressione di malattia. Per questo motivo carfilzomib rappresenta un’importante novità per i pazienti.

Nello studio prospettico randomizzato di fase III ASPIRE, la combinazione carfilzomib-lenalidomide-desametasone è stata valutata comparativamente con lenalidomide-desametasone in pazienti con mieloma multiplo ricaduto dopo 1-3 precedenti linee di terapia i risultati hanno dimostrato il beneficio offerto dalla terapia con carfilzomib-lenalidomide-desametasone rispetto a lenalidomide-desametasone in termini di un prolungamento di circa 9 mesi della sopravvivenza mediana libera da progressione di malattia, arrivata a oltre 2 anni, e di un aumento di circa 3 volte della probabilità di ottenere una remissione completa: da 9,3% a 31,8%” – ha dichiarato Michele Cavo, Direttore dell’Istituto di Ematologia “Seràgnoli” dell’Università di Bologna.

Il mieloma multiplo è un tumore del midollo osseo causato dalla moltiplicazione incontrollata delle plasmacellule, un tipo di globuli bianchi che, normalmente, hanno la funzione di combattere le infezioni producendo anticorpi. In Europa, ogni anno circa 39.000 persone ricevono una diagnosi di mieloma multiplo e si registrano circa 24.000 decessi. Il mieloma multiplo è considerato una patologia rara, ma ha un impatto destinato a crescere a causa dell’aumento dell’aspettativa di vita, poiché colpisce prevalentemente gli over 65.

Il mieloma multiplo è una patologia dell’anziano, tanto che l’incidenza non è uniforme nelle differenti fasce d’età è molto bassa nei soggetti di età inferiore ai 55 anni, meno di 1 caso per 100.000 per anno, arriva a 12 casi per 100.000 ogni anno nella fascia d’età compresa tra i 56 e i 64 anni, arrivando fino a 30 nuovi casi per 100.000 abitanti ogni anno nei soggetti di età superiore ai 65 anni. In Italia l’incidenza stimata è di 8,75 nuovi casi per 100.000 abitanti per anno, ovvero circa 5.600 nuovi casi ogni anno; nel nostro Paese si stimano oggi quasi 30.000 pazienti in trattamento o in monitoraggio” – ha affermato Fabrizio Pane, Direttore U.O. Ematologia e Trapianti, Azienda Ospedaliera Universitaria “Federico II” di Napoli e Presidente SIE – Società Italiana di Ematologia.

Carfilzomib, oltre ad ottenere risultati consistenti negli studi clinici, ha dimostrato di influire positivamente anche sulla qualità di vita dei pazienti trattati, con miglioramenti subito percettibili, ad esempio nel sollievo per il dolore osseo, e un buon profilo di tossicità.

Due studi pubblicati su Journal Clinical Oncology e Lancet Oncology hanno chiaramente dimostrato che carfilzomib è in grado di migliorare la qualità di vita dei pazienti rispetto ai pazienti trattati con la terapia convenzionale di controllo questa è la dimostrazione che l’efficacia di un farmaco, valutata dai medici in termini numerici di riduzione della massa tumorale, è percepita in modo positivo dai pazienti con un obiettivo miglioramento della loro qualità di vita” – ha sottolineato Mario Boccadoro, Direttore di Clinica Ematologica I, Università degli Studi di Torino.

L’arrivo di carfilzomib in Italia è il risultato del forte impegno nella Ricerca & Sviluppo di Amgen, azienda dalla consolidata esperienza in oncologia, che ora affronta una nuova sfida in ematologia.

La nostra missione è essere al servizio dei pazienti affetti da patologie gravi, un compito che assolviamo principalmente attraverso la ricerca e lo sviluppo di terapie non solo efficaci, ma in grado anche di migliorare la qualità di vita carfilzomib, oltre a migliorare la sopravvivenza delle persone con mieloma multiplo, presenta un buon profilo di tollerabilità, con un impatto contenuto in termini di effetti collaterali. L’Italia ha giocato un ruolo importante nel piano di sviluppo clinico del farmaco con 54 Centri sperimentatori coinvolti; inoltre quasi 200 pazienti hanno potuto beneficiare della terapia in uso compassionevole prima che si fosse concluso l’iter registrativo. Carfilzomib, tuttavia, non rappresenta un punto di arrivo: abbiamo attualmente in pipeline altre 3 promettenti molecole per il trattamento del mieloma multiplo. La ricerca non si ferma” – ha dichiarato Francesco Di Marco, Amministratore Delegato di Amgen Italia.


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Terapia ormonale sostitutiva: ne fa uso una ginecologa su 2, ma solo il 7% delle italiane

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Non è una malattia, bensì una condizione fisiologica ma, aumento di peso, disturbi del sonno e dell’umore, irritabilità, vampate di calore, sudorazioni notturne, riduzione del desiderio e del piacere sessuale che spesso si protraggono per oltre 5 anni, possono incidere negativamente sulla qualità della vita considerando che, a volte, alcuni di questi sintomi persistono anche superati i 70 anni di età. Sono questi i segnali che caratterizzano la comparsa della menopausa, un periodo che corrisponde ormai ad un terzo della vita di una donna e che per questo deve essere affrontato attraverso un percorso personalizzato guidato dallo specialista. Nonostante il forte impatto sulla qualità di vita, solo 7 italiane su 100 in menopausa fanno ricorso alla terapia ormonale sostitutiva (TOS): il punto al 15° Congresso Nazionale AME, Associazione Medici Endocrinologi, che si è svolto a Roma dal 10 al 13 novembre scorso.

Il trattamento della menopausa è ad oggi uno degli argomenti più controversi. Sebbene la terapia ormonale sostitutiva (TOS) possa rappresentare un valido aiuto, oggi solo il 5-10% delle donne italiane in menopausa ne fa uso. Nel 2002 furono resi noti i risultati, poi rivisti, del famoso studio Women’s Health Initiative (WHI) che, pur confermando l’effetto favorevole della TOS sulla sintomatologia, sull’osteoporosi e sul carcinoma del colonretto, ne ha messo in dubbio l’azione protettiva sulle patologie cardiovascolari, riaffermando il già noto aumento di rischio per la mammella. Questo studio ebbe un drammatico impatto sia tra le donne che tra gli specialisti, tanto che si registrò un drastico cambiamento delle abitudini prescrittive di TOS con una riduzione del 40% in un solo anno. Oggi, dopo numerose revisioni e più recenti studi si è fatta chiarezza sui farmaci che sono in grado di alleviare gli effetti della menopausa e che si sono dimostrati una risorsa preziosa quando vengono utilizzati appropriatamente. La TOS è indicata soprattutto per ridurre i sintomi vasomotori, le fastidiose vampate di calore, i sintomi urogenitali ma anche l’instabilità emotiva, i disturbi del sonno, la riduzione della libido: ben il 56% delle ginecologhe italiane, una su due, ne fa uso1. La TOS viene inoltre prescritta per prevenire la perdita di massa ossea associata alla post-menopausa ed è in grado di ridurre l’incidenza di tutte le fratture correlate all’osteoporosi, incluse quelle vertebrali e femorali, anche in pazienti a basso rischio, ma poiché tale beneficio non viene mantenuto dopo la sospensione, la TOS non è attualmente raccomandata come terapia di prima scelta per questa indicazione” – ha affermato Roberto Castello, endocrinologo, direttore di Medicina Generale a Borgo Trento, Verona e Past President AME.

Molti sono i metodi alternativi a cui la donna ricorre, i cosiddetti metodi naturali, spesso costosi e piuttosto deludenti. Recentemente in una metaanalisi pubblicata nel 2016 su Jama2 sono stati valutati vari rimedi tra cui soia, isoflavoni, semi di lino, cohosh nero, ginseng, medicina cinese, estratto di polline, rabarbaro, malto, ipnosi, yoga dimostrando una modesta, se non in molti casi alcuna, riduzione dei sintomi vasomotori che sono quelli più lamentati dalle donne. È interessante osservare come ricerche italiane e in altri Paesi europei hanno evidenziato uno strano fenomeno: la TOS è l’unico caso in medicina in cui i medici la utilizzano molto più degli assistiti; solo circa il 7% delle donne italiane ma il 37% delle donne medico e il 56% delle ginecologhe italiane e 86% di quelle del Nord Europa1. Questo significa che le donne che hanno accesso alle informazioni scientifiche possono fare scelte più consapevoli. Ogni percorso terapeutico deve essere costruito assieme alla donna, valutando attentamente la sua storia clinica e la sua storia di vita sessuale escludendo qualsiasi possibile controindicazione al trattamento ormonale. Una dieta equilibrata, un’attività fisica regolare assieme ad una riduzione dell’assunzione di alcool e alla sospensione del fumo sono i giusti alleati per vivere serenamente la menopausa. Ma anche una più stretta collaborazione tra medici di specializzazioni diverse potrebbe aiutare la donna a fare scelte più serene” – ha precisato Vincenzo Toscano, Presidente Eletto dell’Associazione Medici Endocrinologi.

BIBLIOGRAFIA

1 L’impiego della terapia ormonale sostitutiva nella classe medica italiana. Piero Sismondi, Nicoletta Biglia, Cattedra di Ginecologia Oncologica, Università di Torino.

2 Use of Plant-Based Therapies and Menopausal Symptoms. A Systematic Review and Meta-analysis. Oscar H. Franco, MD, PhD1; Rajiv Chowdhury, MD, PhD2; Jenna Troup, MSc1; et al Trudy Voortman, PhD1,3; Setor Kunutsor, MD, PhD2; Maryam Kavousi, MD, PhD1; Clare Oliver-Williams, PhD2; Taulant Muka, MD, PhD1,3 JAMA. 2016;315(23):2554-2563. doi:10.1001/jama.2016.8012


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Ipofisi: la ghiandola che regola tutte le altre

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L’ipofisi è una ghiandola piccola ma con una grande funzione: non solo produce ormoni fondamentali quali l’ormone della crescita, la prolattina, cioè l’ormone che stimola la produzione di latte dopo il parto, ma regola il funzionamento di tutte le altre ghiandole endocrine del corpo, quali tiroide, ghiandole surrenali e gonadi (testicoli e ovaie). Quando ci sono problemi all’ipofisi, questi si presentano con sintomi molto vaghi e aspecifici, tra i quali disturbi visivi, nausea, cefalee, affaticabilità, diabete, depressione, inspiegabile perdita o aumento di peso, ipertensione arteriosa e alterazioni del ciclo mestruale.

Delle malattie associate a questa importante ghiandola si è discusso al 15° Congresso Nazionale AME svoltosi a Roma dal 10 al 13 novembre scorso.

I malfunzionamenti dell’ipofisi sono rappresentati nel 90% dei casi da tumori. Nonostante siano una malattia rara e si presentino in 8 casi su 100.000 individui, rappresentano ben il 10% di tutti i tumori della testa. Tali tumori molto raramente (solo nello 0,2 % dei casi) sono dei carcinomi, mentre nel 99,8% dei casi sono benigni, detti adenomi. Gli adenomi ipofisari possono essere secernenti, ossia possono produrre ormoni causando malattie dovute all’eccesso di ormoni quali la sindrome di Cushing dovuta ad un eccesso di cortisolo o l’acromegalia dovuta a un eccesso di ormone della crescita, oppure non secernenti. In quest’ultimo caso i problemi principali possono essere dovuti alla crescita dell’adenoma e alla compressione degli organi circostanti (quali i nervi della vista oppure il sistema nervoso centrale) oppure, in alcuni casi, si può verificare una ridotta produzione degli ormoni ipofisari da bilanciare con una terapia ormonale sostitutiva. Inoltre, per la sede in cui si sviluppano e le loro caratteristiche biologiche sono malattie severe, che danno gravi complicazioni, non reversibili, spesso croniche e che influenzano la qualità di vita del paziente. La difficoltà nel trattamento di questi tumori è principalmente legata alle difficoltà diagnostiche e alla possibilità che il paziente e i suoi familiari si abituino ai sintomi, tanto che spesso alcuni trovano una spiegazione solo dopo la diagnosi” – ha spiegato Renato Cozzi Coordinatore Attività Editoriale AME, S.C. Endocrinologia A.S.S.T. “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda” di Milano.

È stato recentemente pubblicato uno studio, condotto su 126 pazienti con tumori ipofisari, che ha mostrato come alcune caratteristiche sia qualitative sia quantitative dei dermatoglifi, ossia le pieghe, le creste e i solchi presenti sulle mani e sulle dita, possono essere dei marcatori per indicare la predisposizione a sviluppare questa malattia1.

Lo studio pubblicato recentemente, ha trovato differenze nei tratti dei dermatoglifi tra persone sane e pazienti con tumori ipofisari suggerendo che queste caratteristiche possano costituire un potenziale strumento diagnostico. Purtroppo lo studio presenta diversi limiti, quali il numero esiguo di pazienti e la mancata analisi genetica per valutare i geni coinvolti nello sviluppo di questi tumori. Proprio per questi motivi, al momento il principale strumento di prevenzione è quello di migliorare la conoscenza su questa malattia. Di fondamentale importanza risulta essere la figura del medico di base che davanti alla difficoltà da parte degli specialisti di trovare una spiegazione a sintomi generici quali la riduzione della vista o un’alterazione del ciclo mestruale possa facilitare la diagnosi” – ha commentato Renato Cozzi.

Se da un lato l’adenoma ipofisario “conclamato” è una malattia rara e di difficile diagnosi, dall’altro i recenti progressi nelle strumentazioni diagnostiche permettono di identificare tumori e lesioni all’ipofisi di piccole dimensioni prima che possano dare sintomatologie, i cosiddetti incidentalomi ipofisari.

Una delle più grandi analisi condotte su 18.902 autopsie ha mostrato che gli incidentalomi all’ipofisi hanno una prevalenza di circa l’11%, e sono rappresentate in più del 90% dei casi da adenomi ipofisari o cisti della tasca di Rathke2. Così come per altre malattie, come ad esempio i noduli tiroidei, anche i tumori all’ipofisi subiscono un eccesso di diagnosi dovuta al miglioramento delle tecniche strumentali che comporta anche un eccessivo trattamento terapeutico. Questo fenomeno è in questi casi ancora più accentuato rispetto a quanto si verifica ad esempio con i noduli alla tiroide, perché il paziente reagisce in modo grave dopo una diagnosi di tumore all’ipofisi, nonostante nel 99,8% dei casi si tratti di una forma benigna, in quanto ritiene di avere un tumore al cervello e predilige quindi un approccio attivo piuttosto che attendere l’evoluzione del tumore. Generalmente, l’approccio terapeutico di elezione per i tumori ipofisari è la neurochirurgia e proprio per la delicatezza di questo tipo di interventi chirurgici è necessario porre una particolare attenzione per evitare operazioni chirurgiche non necessarie. L’Endocrine Society ha fornito delle linee guida proprio per aiutare la valutazione e il trattamento degli incidentalomi ipofisari3. In particolare, prima di decidere se ricorrere alla chirurgia o se preferire un approccio maggiormente conservativo come il follow up con la risonanza, è necessario valutare diversi parametri tra i quali la natura del tumore, la dimensione, i danni visivi, la sintomatologia ed eventuali alterazioni del profilo ormonale. Ovviamente laddove non sia necessaria la rimozione del tumore è necessario tenere monitorato il tumore e la salute del paziente, in modo da poter intervenire tempestivamente in caso di crescita significativa dell’incidentaloma, perdita della funzione endocrina dell’ipofisi oppure lesioni per la compressione al nervo ottico” – ha continuato Renato Cozzi.

BIBLIOGRAFIA

1 Gradiser, Marina, et al. “Assessment of Environmental and Hereditary Influence on Development of Pituitary Tumors Using Dermatoglyphic Traits and Their Potential as Screening Markers.” International journal of environmental research and public health 13.3 (2016): 330.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/26999178

2 Vasilev, Vladimir, et al. “MANAGEMENT OF ENDOCRINE DISEASE: Pituitary” incidentaloma”: Neuroradiological assessment and differential diagnosis.” European Journal of Endocrinology (2016): EJE-15.
https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/27068689

3 Freda, Pamela U., et al. “Pituitary incidentaloma: an endocrine society clinical practice guideline.” The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism 96.4 (2011): 894-904. http://press.endocrine.org/doi/full/10.1210/jc.2010-1048


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Vaccinazioni, tra miti irrazionali e realtà scientifiche

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Le coperture vaccinali pediatriche sono in calo anche in Italia e questo è un dato di fatto: secondo quanto diffuso dal Ministero della Salute, la copertura media per le vaccinazioni contro poliomielite, tetano, difterite, epatite B, pertosse ed Haemophilus influenzae si è arrestata al 93,4% (rispetto al 94,7% nel 2014 o al 95,7% nel 2013), mentre quella per morbillo e rosolia è scesa addirittura dal 90,4% nel 2013 all’85,3% nel 2015.

E di vaccinazioni e della loro importanza, si è discusso a Milano, il 23 novembre scorso, al corso “Vaccinazioni: i miti irrazionali e la realtà scientifica” rivolto a pediatri di famiglia e specialisti in pediatria, igienisti, infettivologi e assistenti sanitari e promosso da WAidid, con l’obiettivo di diffondere una comunicazione efficace per spiegare l’importanza delle vaccinazioni, per superare le resistenze delle famiglie contrarie ai vaccini e per affrontare le problematiche medico-legali legate ad esse e alla gestione dei casi clinici complessi.

Il calo delle coperture vaccinali nel nostro Paese è un dato allarmante che non deve essere sottovalutato. Per questo motivo è fondamentale che pediatri, igienisti e in generale operatori sanitari siano in grado di superare le possibili difficoltà nel comunicare l’importanza delle vaccinazioni soprattutto a coloro che sono incerti o contrari e di affrontare i casi clinici più complessi. I vaccini hanno cambiato la storia della pediatria, nel senso che la riduzione della mortalità infantile (cioè nel primo anno di vita) e pediatrica è diminuita proprio grazie al calo delle patologie infettive che è seguito alle vaccinazioni di massa. Eppure, sembra che molti si siano già dimenticati di questi importanti passi in avanti e dei grandi benefici dei vaccini: se le famiglie scelgono di non vaccinare i propri figli, il rischio è il ritorno di infezioni pericolose per loro e per l’intera comunità” – ha sottolineato la prof.ssa Susanna Esposito, direttore dell’Unità di Pediatria ad Alta Intensità di Cura del Policlinico dell’Università degli Studi di Milano e presidente WAidid, Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici.

Perché si deve continuare a vaccinare?

Perché le vaccinazioni sono il modo più sicuro per non ammalarsi e per non diffondere ad altri una malattia. È importante continuare a vaccinare i propri bambini, seguendo il piano vaccinale proposto nel proprio Paese e all’interno della propria regione e chiedendo consiglio al pediatra per qualsiasi dubbio.

Non si può più pensare io non vaccino mio figlio, ci pensino pure gli altri”, perché ogni persona non immunizzata può contribuire a diffondere una malattia” – è intervenuto Giovanni Rezza, direttore del Dipartimento Malattie Infettive dell’Istituto Superiore di Sanità.

Come si può comunicare l’importanza delle vaccinazioni rassicurando genitori e famiglie?

Il cosiddetto “triangolo pediatrico”, i cui vertici, distanti ma comunicanti, sono occupati rispettivamente da pediatra, genitori e bambino/adolescente, rappresenta un modello fondamentale per cogliere la complessità della comunicazione e della relazione di cura in questo ambito. I medici e gli operatori sanitari svolgono un ruolo fondamentale nello stabilire e mantenere un impegno costante nella comunicazione sui vaccini, tenendo alta la fiducia nelle vaccinazioni, fornendo ai genitori materiale didattico, mostrandosi a disposizione per rispondere alle loro domande,

Gli aspetti tecnico-informativi che rappresentano la base fondante degli interventi sanitari di prevenzione legati alle vaccinazioni vanno necessariamente integrati con strumenti comunicativi efficaci quali l’accoglienza e il rispecchiamento del genitore in quanto persona portatrice di “mappe concettuali” ben definite all’interno delle quali, spesso, gli aspetti emotivi fanno da padrone. L’impiego di tecniche formative di natura esperienziale rappresenta, quindi, la scelta più adeguata in questo contesto proprio perché consente al personale sanitario che opera in quest’area ed in particolare ai pediatri di famiglia di sviluppare modalità comunicative sempre più adeguate e in grado di aderire alle caratteristiche di ogni singola, specifica situazione” – hanno aggiunto Chiara Fioretti e Paola Arnaboldi, Istituto Europeo di Oncologia, Milano.

E il web, che ruolo ha nella comunicazione sulle vaccinazioni?

Oggi Internet ha un ruolo molto importante nella diffusione e nella ricerca di notizie, soprattutto nel campo della medicina e della salute.

Ma in rete circola di tutto perché la parola del medico sul web è uguale a quella di chiunque. Questa è una nuova sfida anche per noi medici. E’ fondamentale, quindi, che i genitori che si rivolgono alla rete per cercare risposte ai loro dubbi si affidino sempre a fonti ufficiali come siti istituzionali, specializzati o scientifici, altrimenti il rischio è quello di ottenere informazioni non corrette o addirittura fuorvianti e pericolose” – ha precisato Giorgio Conforti, pediatra e membro della Federazione Italiana Medici Pediatri FIMP.

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 Il corso ha vinto il bando di ricerca medica indipendente dell’azienda farmaceutica Glaxo, che ne ha supportato la realizzazione riconoscendone il valore per le modalità innovative di comunicazione sulla cultura vaccinale e sulla gestione delle problematiche medico-legali relative alle vaccinazioni. Si tratta di uno dei primi casi in Italia in cui il supporto di un’azienda viene fornito per un progetto educazionale in cui non si parla dei prodotti dell’azienda ma esclusivamente di cultura vaccinale, con programma, relatori e partecipanti scelti dal vincitore del bando e senza la presenza nella sede congressuale dei dipendenti dell’azienda.


GAS Communication

Terremoto: la SIPPS fornisce utili consigli per parlarne con i bambini

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E’ passato quasi un mese da quando la terra ha tremato nel centro Italia: erano le 7.40 del 30 ottobre e da quel momento la vita di numerose persone è cambiata radicalmente. La macchina dei soccorsi ha risposto prontamente. Merito di un team di soccorritori costituito da diverse professionalità che si è mosso in un’unica direzione, quella di salvaguardare quanti hanno perso tutto: in aiuto dei terremotati sono scesi in campo medici infermieri, operatori del 118, della protezione civile, della Croce Rossa, delle forze dell’ordine, degli enti locali e del sistema sanitario nazionale, delle organizzazioni di volontariato, vigili del fuoco, militari, polizia, educatori e medici. Di questo elenco fanno ovviamente parte i pediatri.

Non possiamo esimerci dal fornire alle famiglie un aiuto concreto non soltanto sanitario ma anche psicologico, a maggior ragione se, come nel caso del terremoto di Umbria e Marche, l’evento sembra non giungere mai a conclusione” – ha affermato il Dott. Giuseppe Di Mauro, Presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale.

L’impeto travolgente e distruttivo del terremoto destabilizza incute sconcerto e diffonde una sensazione di impotenza; ridisegna la geografia del territorio, cancella i ricordi, segna in maniera incisiva la memoria storica del luogo e intacca le stesse radici culturali, sociali e lavorative degli abitanti: in altre parole, cancella i punti di riferimento e impone l’accettazione inoppugnabile di perdite umane e materiali e l’adattamento a nuove abitudini di vita. Compito delicato e gravoso del pediatra è quello di sostenere i genitori affinché, a loro volta, possano aiutare i propri figli a superare i momenti più critici” – ha spiegato la Dottoressa Mery Azman, esperta in counseling a Milano.

Ecco, in sintesi, qualche indicazione pratica per parlare di terremoto con i bambini, tenendo presente che ognuno di loro ha una sensibilità e un vissuto propri:

  • Valorizzare gli esempi di solidarietà, non soltanto dei vicini e di chi è presente sul territorio ma dell’intera nazione: il calore umano dà forza e aiuta a vincere il senso di solitudine e abbandono che tende a diffondersi spontaneamente dopo una catastrofe
  • Trovare spunti in grado di creare aspettative stimolanti e tali da giustificare sofferenze e disagi di cui è sempre opportuno sottolineare il carattere di eccezionalità e temporaneità: si ricostruirà una casa più bella e sicura, in cui il bambino potrà proiettarsi con la sua fantasia, la scuola sarà colorata e spaziosa, il paese risorgerà sarà più bello di prima e così via
  • Individuare sempre gli aspetti positivi di ogni situazione, evitando di manifestare apprensione: le case provvisorie, per esempio, pur senza offrire tutti i comfort, promuovono la socializzazione, creando vere comunità in cui tutto, dalle gioie ai timori, dalle ansie fino alle speranze, viene condiviso
  • Utilizzare approcci differenti a seconda dell’età del bambino: ai più piccoli, per spiegare il terremoto, possono bastare racconti di fantasia, mentre ai più grandi è fondamentale illustrare come comportarsi durante una scossa sismica ed eventualmente prestare aiuto a chi ne dovesse avere bisogno. In ogni caso è bene rispondere a ogni domanda, anche se ripetitiva, cercando di comprenderne la ragione intima
  • Aiutare sempre il bambino a esternare ciò che prova e a dare un nome alle proprie emozioni, facendolo sentire protetto: il disegno, per esempio, è un ottimo strumento espressivo in ogni fascia d’età, che può assumere una valenza perfino terapeutica.
  • È sempre opportuno che sia il bambino a gestire i propri ricordi: non è produttivo rievocare le sue reminiscenze o esprimere nostalgia per ciò che non esiste più, ma vivere piuttosto nel presente guardando al futuro e lasciando che sia lui a manifestare, in maniera più o meno diretta, le sue paure e i suoi bisogni di rassicurazione
  • Un messaggio importante è che i terremoti, al pari di nubifragi, uragani o siccità, sono eventi naturali e in alcuni luoghi si verificano con maggiore frequenza o probabilità, ed è importante essere preparati ad affrontarli: i genitori sono un modello di riferimento per i bambini e la ripresa il più precocemente possibile delle ordinarie attività quotidiane, nella misura del possibile, nonché un impegno concreto, qualunque esso sia, nel dare aiuto chi ha più bisogno sono esempi eloquenti e istruttivi
  • Intercettare e segnalare al pediatra i possibili segnali di ansia e disagio che, in molti casi, sono mascherati da sintomi senza apparente causa organica, quali per esempio, mal di testa, mal di pancia, diarrea, dolori più o meno vaghi, che potranno richiedere un approccio specifico.

A tale riguardo una figura di particolare importanza è lo psicologo dell’emergenza:

Si tratta di uno specialista che studia i processi psicologici (psicofisiologici, cognitivi, emotivi, relazionali e comportamentali) attivati in situazioni fuori dall’ordinario, che mettono alla prova le capacità di adattamento e il benessere delle persone. Si occupa delle persone direttamente coinvolte negli eventi critici (vittime primarie), dei loro familiari e amici, dei testimoni dello stesso evento (vittime secondarie), dei soccorritori (vittime terziarie) e della comunità dove sono avvenuti gli accadimenti traumatici. Contribuisce anche a organizzare i soccorsi in modo da facilitare la programmazione e lavorano in termini di prevenzione” – informa Piercarlo Salari, pediatra a Milano e responsabile del Gruppo di lavoro per il sostegno alla genitorialità SIPPS.

La Psicologia dell’emergenza coniuga dunque i contributi di vari ambiti disciplinari: dalla medicina alla sociologia, a varie aree psicologiche come quelle della psicologia clinica, sociale, della comunicazione, ambientale, dello sviluppo, di comunità e della salute. Gli psicologi dell’emergenza costituiscono una risorsa preziosa, e complementare al pediatra, in grado di offrire ai genitori un aiuto qualificato in tutti gli ambiti della sfera psico-comportamentale nelle situazioni in cui si rende necessario un approccio multidisciplinare per superare una catastrofe purtroppo non prevenibile e non governabile come il terremoto” – ha concluso Salari.


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