La psoriasi

Psoriasi3

La psoriasi è una malattia della pelle, ad andamento cronico e recidivante, che si manifesta con la comparsa di chiazze rossastre e rotondeggianti, ben delimitate da margini netti. Con il progredire della patologia, le chiazze possono confluire e sono ricoperte di squame di colore bianco-argenteo. La psoriasi può interessare tutta la superficie corporea, ma le aree classicamente colpite sono: gomiti, ginocchia, cuoio capelluto e regione sacrale.

L’evoluzione di questa malattia, per la quale non esiste ancora oggi una terapia risolutiva, è imprevedibile e può procedere attraverso riacutizzazioni, miglioramenti e talvolta anche persistenti remissioni.

È importante rilevare che anche una minima estensione della malattia sulla superficie corporea può essere associata a comorbilità. Numerosi studi hanno dimostrato che non solo vi è un’associazione tra psoriasi e artrite psoriasica, depressione e abuso di sostanze, ma anche che i pazienti affetti da psoriasi presentano una maggior incidenza della sindrome metabolica, e quindi obesità, diabete, patologie cardiovascolari1.

Tipi di psoriasi

La severità della psoriasi è misurata in base all’estensione delle lesioni, al grado di eritema, desquamazione e infiltrazione, alla risposta alle terapie e al grado di disabilità sociale e psicologica2.

Le varie forme cliniche sono:

psoriasi a placche: è la forma più comune. Le lesioni compaiono a livello del cuoio capelluto, del tronco e sugli arti. Anche le unghie possono essere coinvolte;

psoriasi guttata: colpisce prevalentemente i bambini e si manifesta con piccole chiazze su tutto il corpo; spesso è correlata a faringite streptococcica;

psoriasi pustolosa: si presenta sotto forma di piccole pustole che ricoprono aree delimitate (palmi delle mani o piante dei piedi), oppure tutto il corpo;

psoriasi inversa: è comune nelle persone anziane e colpisce le pieghe (regione ascellare, inguinale e pieghe sottomammarie). Le lesioni possono essere umide;

psoriasi eritrodermica (detta anche psoriasi esfoliativa): interessa tutta la superficie cutanea che si presenta uniformemente arrossata con desquamazione intensa3.

La psoriasi lieve-moderata

La maggior parte delle persone affette da psoriasi (circa l’80%) soffre di psoriasi a placche, nella forma lieve o moderata. La psoriasi si definisce:

lieve, quando interessa meno del 10% della superficie ed è controllata con successo dalla terapia locale;

moderata, quando interessa dal 10 al 20% della superficie corporea o meno del 10% ma con localizzazioni importanti (viso e mani) che pesano sulla qualità di vita del paziente, ed è ben controllata con la terapia locale.

Molto spesso la psoriasi lieve-moderata non viene riconosciuta e adeguatamente trattata. Inoltre, sono soprattutto i pazienti affetti da queste forme a manifestare il maggior grado d’insoddisfazione riguardo alla gestione terapeutica e clinica della malattia, dal momento che le terapie sistemiche, anche in considerazione del profilo di sicurezza per svariati aspetti non ottimale, sono riservate a forme di psoriasi moderata-grave.

La psoriasi può inoltre presentarsi di livello moderato-grave, quando interessa più del 10% della superficie corporea ma non risponde alla terapia locale, o che interessa meno del 10% della superficie corporea ma è presente in aree “problematiche” (cuoio capelluto, mani e piedi); è grave quando coinvolge più del 20% della superficie corporea o meno del 20% ma è instabile, rapidamente progressiva e interessa parti importanti come le superfici palmo-plantari e il cuoio capelluto.

Epidemiologia

La psoriasi colpisce in egual misura gli uomini e le donne, anche se studi sull’incidenza della patologia suggeriscono che tende a manifestarsi più precocemente nella popolazione femminile4.

Nel mondo ne sono affette circa 125 milioni di persone5, pari al 3-4% in occidente, e al 3,1% nella popolazione italiana6.

L’incidenza è intorno ai 6 casi per 10.000 abitanti ogni anno, e appare più alta nei Paesi sviluppati, mentre si riduce tra Neri e Asiatici e in alcuni gruppi etnici, come gli Aborigeni australiani, ed è del tutto eccezionale nei Nativi americani. Tuttavia, le minoranze sono soggette ad ammalarsi nella forma grave e a soffrire di un maggiore distress sociale ed emozionale5.

La patologia può insorgere a qualsiasi età, ma nelle forme dell’adulto è più comunemente diagnosticata ai 20 e ai 50 anni d’età.

Fattori scatenanti

La psoriasi è una malattia a carattere genetico: circa il 30% dei soggetti con psoriasi ha una storia familiare nei parenti di primo grado. La probabilità di ammalarsi con entrambi i genitori affetti da psoriasi è di circa il 40%7.

Molti possono essere i fattori ambientali scatenanti. Tra questi:

i traumi fisici, come il grattamento, le ustioni, le cicatrici chirurgiche o i traumi accidentali;

lo stress emotivo;

l’aumento dell’indice di massa corporea, correlato all’incremento del rischio di manifestare la malattia;

le infezioni delle alte vie respiratorie, causate prevalentemente dallo streptococco betaemolitico, soprattutto nei pazienti pediatrici;

alcuni farmaci, ad esempio sali di litio, beta-bloccanti, antimalarici, FANS;

l’etilismo e il fumo, che spesso accompagnano le forme gravi di psoriasi e sono maggiormente correlati all’insorgenza di psoriasi pustolosa3.

Ripercussioni sulla qualità di vita

La psoriasi incide su gran parte degli aspetti del vivere quotidiano del paziente, dalla scelta dei vestiti alle attività sportive, come ad esempio il nuoto, dove l’esposizione di aree cutanee affette comporta emarginazione ed esclusione. L’impatto negativo della patologia si ripercuote anche sulle attività lavorative e scolastiche e sulle relazioni affettive. La compromissione dell’aspetto estetico può dar luogo a disturbi a livello psichico, affettivo e professionale. Il peso psicologico e sociale che essa impone spesso oltrepassa la gravità del disturbo in sé: più del 60% dei pazienti associa alla malattia una diagnosi di depressione e, di questi, il 10% ha idee di suicidio8.

Le manifestazioni cutanee della malattia, oltre al dolore e al prurito, provocano disagio, frustrazione e vergogna, da cui deriva la perdita di autostima e un senso di stigmatizzazione. I pazienti provano insicurezza e cercano di nascondere agli altri il proprio problema, spesso isolandosi per paura del rifiuto sociale. Questo forte disagio è ulteriormente esacerbato dal pregiudizio, purtroppo ancora diffuso nella maggior parte degli italiani, che la patologia sia contagiosa e questo fa sì che molte persone con psoriasi frequentino esclusivamente persone affette dalla stessa malattia.

La psoriasi può dunque essere considerata a tutti gli effetti una patologia invalidante, per via dell’impatto fortemente negativo sui pazienti che ne soffrono, che può arrivare a condizionare anche i progetti lavorativi e di carriera.

Note

1 Gisondi P. Tessari G., Conti A., et al. Prevalence of metabolic syndrome in patients with psoriasis: a hospital-based case control study. British Journal of Dermatology 20007, 157:68-73

2 Chimenti S., Psoriasis. Firenze: SEE Editrice, 2005

3 Harrison, Principi di medicina interna, 9/2005, ed 16ma

4 Naldi L., Gamini D. The clinical spectrum of psoriasis. Clinics in Dermatology 2007, 25: 510-518

5 National Psoriasis Foundation. Statistics. http://www.psoriasis.org/learn_statistics (03/12)

6 Naldi L., Drug targets inflamm Allergy, 2004, 3:121-5

7 Cfr. http://psocare.agenziafarmaco.it/progetto.htm

8 Esposito M., Saraceno R., Giunta A., Maccarone M., Chimenti S. An Italian study on psoriasis and depression. Dermatology 2006, 212 (2): 123-127

Come eliminare i pidocchi

Con il termine pidocchi, s’indica in gergo popolare la presenza della cosiddetta pediculosi, ovvero una forma di parassitismo che può colpire la cute della pelle, in particolare nelle zone che presentano una peluria piuttosto densa come capo o pube. Il nome scientifico di questo parassita è Pediculus humanus capitis, esso è lungo circa 2 millimetri, presenta 6 sei zampe munite di artigli per attaccarsi al capello, è di colore grigio e vive circa 30 giorni. Le cause del sopraggiungere di questa fastidiosa ed odiosa forma di parassitismo sono varie, essenzialmente causate dalla vicinanza con soggetti già infetti. E’ molto semplice, infatti che i pidocchi si mischino, tra uomo ed uomo, ecco perché uno dei luoghi in cui maggiormente si corre il rischio di mischiarli è a scuola, data la vicinanza e lo stretto rapporto che i bambini instaurano tra loro all’interno di una classe, per lo stesso motivo sono a rischio comunque tutte le situazioni che prevedono una assidua vicinanza tra più soggetti.

Sintomi, come riconoscere i pidocchi | Vediamo quali sono i sintomi più diffusi che hanno luogo in presenza dei pidocchi. Il primo sintomo e quello più noto è un forte prurito al capo. Questo perché i parassiti si nutrono di sangue umano e per poter succhiarlo al meglio, iniettano nel proprio pungiglione una sostanza anticoagulante e che funge da vasodilatatore che provoca questa sensazione di estremo prurito. In generale i pidocchi stanziano sul cuoio capelluto, in particolare posandosi all’altezza della nuca ed immediatamente dietro le orecchie, zona in cui possono anche depositare  le uova che si presentano sottoforma di pallini biancastri, più facilmente riconoscibili dei parassiti. Ultimo segno per appurare la presenza di pidocchi è ispezionare il cuscino: chi ne è contagiato potrà frequentemente trovare della polverina nera, ovvero residui escrementali dei pidocchi stessi.

Come eliminare i pidocchi | Esistono vari metodi consigliati e prescritti per l’eliminazione dei pidocchi. I risultati dipendono comunque molto  dal grado di diffusione dei parassiti, quindi  sarebbe importante riconoscere la loro presenza tempestivamente, cosa non sempre facile soprattutto quando ad esserne colpiti sono i bambini. Ad ogni modo la prima cosa da fare se si ha certezza o solo il sospetto della presenza dei pidocchi sarebbe recarsi da un dermatologo che possa indicare la cura più adatta per il soggetto colpito e la terapia preventiva per i soggetti che sono stati a stretto contatto con lui. Tra i rimedi più efficaci contro i pidocchi vi sono:

Balsamo e pettine | Uno dei metodi più semplici ma anche più efficaci, si basa sull’utilizzo di un pettinino specifico, la cui particolarità è avere denti strettissimi, che si può acquistare in qualsiasi farmacia, abbinandolo ad un semplice balsamo. Il procedimento è il seguente:applicate su capelli inumiditi un balsamo liquido poi prendete il pettinino  e spazzolate con estrema cura ogni ciocca di capelli partendo dalla radice fino ad arrivare alle punte, ed infine sciacquate i capelli con acqua. Il procedimento va ripetuto ogni 2 giorni per almeno 10 giorni.

Shampoo insetticida | Sempre in farmacia è possibile acquistare uno shampoo specifico contro i pidocchi, Attenzione però al prodotto che si acquista infatti da un lato è ormai accertato che questi odiosi parassiti abbiano sviluppato una certa resistenza ai trattamenti a bassa tossicità, motivo per cui bisognerebbe comprare prodotti a base di malathion, che vanno però utilizzati con estrema cautela in quanto sono simili ai pesticidi. Nessun prodotto comunque  garantisce la perfetta riuscita dell’eliminazione dei pidocchi, per cui è necessario togliere le uova ad una ad una.

Rimedi naturali | Esistono infine dei rimedi naturali  che possono rivelarsi efficaci almeno quanto gli altri  prodotti sul mercato. Lavate  i capelli con dell’aceto, poi risciacquate abbondantemente. Ripetete questa operazione per un paio di volte a settimana e vedrete che il ph acido dell’aceto potrà riuscire a debellare completamente le uova dal fusto del capello. L’aceto però non ha effetto sui pidocchi già adulti, che vanno combattuti con lozioni a base di alcol benzilico, che provoca l’asfissia dei parassiti.

Consigli e suggerimenti | Purtroppo non esistono rimedi preventivi ai pidocchi. Essi non sono segno di sporcizia, in quanto anche se si è particolarmente puliti, è possibile che i parassiti riescano a stabilirsi sul cuoio capelluto, semplicemente a causa della  vicinanza con soggetti infetti. Il passaggio avviene tramite contatto tra capelli (i parassiti si muovono tra/sui capelli come su liane) o tramite scambio di oggetti relativi ai capelli (cappello, pettine,etc.). In presenza di una situazione difficile da sostenere, l’unico rimedio invincibile è quello di tagliare completamente a zero i capelli, anche se soprattutto per le femminucce, ciò può essere mortificante.

Il trattamento della malattia di Alzheimer

Alzhemer

A tutt’oggi, non vi sono terapie in grado di prevenire o guarire la Malattia di Alzheimer ma alcuni farmaci vengono utilizzati per alleviare certi sintomi quali l’agitazione, l’ansia, la depressione, le allucinazioni, la confusione e l’insonnia. Questi farmaci sono efficaci per un numero limitato di pazienti e per un periodo limitato nel tempo, e possono causare effetti collaterali indesiderati.

La terapia farmacologica è solitamente integrata con terapie di riabilitazione (ad esempio la terapia occupazionale, la musicoterapia, etc…) con lo scopo di mantenere il più a lungo possibile le capacità residue del malato e migliorarne la qualità di vita.

Il trattamento della malattia di Alzheimer può essere pertanto distinto in:

  • farmacologico (terapie sintomatiche per il deficit cognitivo, per i disturbi del comportamento, per il disturbo del sonno e per i sintomi ansioso-depressivi)
  • non farmacologico.

Trattamento farmacologico

Le terapie sintomatiche per il deficit cognitivo sono di due tipi, a seconda della loro azione sui sistemi dell’acetilcolina e del recettore N-Metil-D-Aspartato (NMDA) del glutammato.

Donepezil, rivastigmina e galantamina, disponibili in commercio in Italia, sono farmaci che inibiscono l’enzima responsabile della distruzione dell’acetilcolina, un neurotrasmettitore responsabile della trasmissione di messaggi da una cellula all’altra, fondamentale nei processi di memoria. Questi farmaci hanno evidenziato anche la capacità di rallentare temporaneamente la progressione dei sintomi; non esiste, invece, alcuna dimostrazione che questi farmaci fermino o facciano regredire il processo di deterioramento cellulare.

La memantina, anch’essa disponibile in Italia e rimborsata dal SSN, è un antagonista non competitivo del recettore NMDA del glutammato. Alti livelli di glutammato causano la perdita dei neuroni corticali (eccitotossicità): la memantina riduce gli effetti tossici causati da elevate concentrazioni di glutammato. La memantina, inoltre, è indicata per il trattamento delle fasi moderate e severe della malattia, a differenza degli altri trattamenti disponibili che hanno l’indicazione per le fasi lievi-moderate.

Terapie sperimentali

Le terapie sperimentali vanno ad agire sui meccanismi patogenetici della malattia di Alzheimer, ovvero l’accumulo di beta-amiloide e la sua strutturazione in placche insolubili, con l’obiettivo di modificare la storia naturale della malattia ritardando o arrestando il processo di degenerazione. La loro efficacia appare però limitata alle fasi precoci della malattia (malattia di Alzheimer di grado lieve).

Trattamento non farmacologico

Il trattamento non farmacologico ha lo scopo di stimolare le abilità funzionali residue; rallentare/prevenire la progressione della disabilità; compensare i disturbi di memoria e dell’orientamento; ridurre gli stimoli stressogeni ed evitare la deprivazione sensoriale; rispettare la privacy e le capacità decisionali residue; garantire la sicurezza fisica del malato.

Le principali terapie non farmacologiche adottate sono:

• controllo dei fattori di rischio (dieta, esercizio fisico, mantenimento di hobbies, attività lavorativa ed intellettuale, interazioni sociali);

• terapia di stimolazione cognitiva (‘Memory training’, Training procedurale, Orientation therapy);

• interventi di stimolazione sensoriale ed emotiva (terapia occupazionale e ‘Ri-Orientation Therapy’ (ROT), reminiscenza, terapia di validazione, arte e musicoterapia);

• educazione, formazione e supporto ai caregivers.

L’impatto dei trattamenti antitumorali sulla fertilità

consulto medico

La possibile comparsa di sterilità o d’infertilità secondaria ai trattamenti antitumorali e l’impatto psicologico sui pazienti hanno acquisito importanza crescente negli ultimi anni alla luce di due fattori: il miglioramento della prognosi nei pazienti oncologici di età pediatrica e giovanile, che ha determinato la costituzione di una vasta popolazione di giovani “survivors” oncologici, ancora in età per programmare una paternità o maternità.

Ogni giorno in Italia vengono diagnosticati almeno 30 nuovi casi di tumore in pazienti di età inferiore ai 40 anni, pari al 3% della casistica generale. I più comuni tipi di cancro in questo sottogruppo di pazienti sono rappresentati nella donna da carcinoma della mammella, tumori della tiroide, melanoma, carcinoma del colon-retto e carcinoma della cervice uterina, mentre nell’uomo da tumore del testicolo, melanoma, linfoma non-Hodgkin, tumore del colon-retto e tumori della tiroide.

Il secondo fattore è lo spostamento in avanti dell’età della prima gravidanza, che comporta il fatto che molti di questi pazienti non siano ancora genitori al momento della diagnosi. In Italia la percentuale delle gravidanze registrate in donne oltre i 35 anni è passata dal 12% nel 1990 al 16% nel 1996 ed è stato stimato che sarà pari al 25% nel 2025.

Chemioterapia, radioterapia e terapie biologiche hanno migliorato significativamente la sopravvivenza dei pazienti affetti da tumore e la stessa terapia chirurgica, con il concetto della modulazione della radicalità e l’utilizzo di tecniche di conservazione in vivo ed in vitro della funzionalità riproduttiva. La stessa qualità di vita viene oggi preservata da tecniche chirurgiche più conservative e che rispettano il decorso delle fibre nervose (tecnica di nerve sparing).

I trattamenti antiblastici sono però associati a un elevato rischio di infertilità temporanea o permanente. Il tasso di infertilità determinata dai trattamenti è variabile e dipende da più fattori: classe, dose e posologia del farmaco impiegato, estensione e sede del campo di irradiazione, dose erogata e suo frazionamento, età e sesso del paziente, anamnesi di pregressi trattamenti per infertilità.

Alcuni tipi di chemioterapici, in particolare quelli che danneggiano il DNA, riducono drasticamente, il numero degli ovociti primordiali, diminuendo la cosiddetta riserva ovarica e aumentando il rischio di infertilità e menopausa anticipata. Non si conoscono ancora gli effetti sulla fertilità dei nuovi farmaci, che rappresentano una fetta importante dell’attuale armamentario terapeutico oncologico. Non è nota, per esempio, la potenziale tossicità gonadica dei nuovi antiangiogenetici, compresi gli anticorpi monoclonali e le piccole molecole. In entrambi i sessi, il maggior rischio di perdita della funzione riproduttiva è associato agli agenti alchilanti, cosi come altrettanto noto è l’effetto negativo di carboplatino e cisplatino. Al contrario, un basso rischio è associato a metotrexate, fluorouracile, vincristina, vinblastina, bleomicina e dactinomicina. Mentre i dati relativi al rischio da taxani non sono ancora definitivi.

Fattori che compromettono la fertilità femminile

Sia la chemioterapia che la radioterapia possono compromettere o interrompere la funzionalità ovarica attraverso la riduzione del numero di follicoli determinando arresto dello sviluppo e sterilità nella bambina, perdita della fertilità nella donna adulta e menopausa precoce. La fertilità può essere compromessa da qualsiasi trattamento che riduca il numero dei follicoli primordiali, colpisca l’equilibrio ormonale o interferisca con il funzionamento delle ovaie, delle tube, dell’utero o della cervice.

Il concepimento naturale e il successo della gravidanza possono essere impediti anche da cambiamenti anatomici o della vascolarizzazione a carico delle strutture genitali a seguito di interventi da chirurgia e/o radioterapia, anche in presenza di funzione ovarica conservata. La riduzione della riserva ovarica può tradursi in minori possibilità di concepimento e in maggior rischio di menopausa precoce anche se l’attività mestruale ciclica permane dopo i trattamenti antitumorali.

Chemioterapia

Le pazienti con età superiore a 35-40 anni sono maggiormente suscettibili agli effetti dei farmaci chemioterapici sulla fertilità: le ovaie di pazienti più giovani, infatti, possono sopportare dosi maggiori di farmaci citotossici. I dati delle casistiche internazionali dimostrano che l´amenorrea si verifica in una percentuale compresa tra il 20 e il 70% dei casi per donne con età inferiore a 40 anni e nel 50-100% dei casi per donne con età maggiore.

L’amenorrea permanente è correlata all’età al momento del trattamento e compare, in genere, durante la chemioterapia o dopo un periodo variabile di oligoamenorrea. La ripresa del ciclo mestruale dopo la sospensione della terapia con i vari farmaci chemioterapici non sempre si accompagna ad una contestuale ripresa dell´ovulazione e dunque ad un recupero della fertilità.

Radioterapia

Una dose compresa tra 5 e 20 Gy (unità di misura dell’assorbimento di radiazioni) sull’ovaio è sufficiente per causare una permanente disfunzione gonadica, indipendentemente dall’età della paziente. Alla dose di 30 Gy il rischio di menopausa precoce è del 60% nelle donne con età inferiore a 26 anni. Oltre i 40 anni, laddove la conta follicolare ovarica è fisiologicamente inferiore, sono sufficienti dosi di 5 o 6 Gy per provocare un danno permanente.

La total body irradiation (TBI), in corso di condizionamento pre-trapianto di cellule staminali, è associata ad una disfunzione gonadica permanente in più del 90% delle donne trattate, con un’ incidenza di gravidanza post-trattamento inferiore al 3%. L’esposizione a radioterapia può influenzare negativamente anche lo sviluppo uterino cui può seguire un maggior rischio di aborto spontaneo o un ritardo di crescita intrauterina del feto durante la gravidanza.

Fattori che compromettono la fertilità maschile

Per quanto riguarda l’uomo, alcuni studi hanno evidenziato una preesistente ridotta qualità del seme in pazienti con leucemia, linfoma, e tumore del testicolo. In seguito al trattamento del tumore maligno alcuni pazienti vanno incontro ad un miglioramento dei parametri seminali; i possibili fattori che contribuiscono all’infertilità indotta dalla neoplasia sono rappresentati dallo stato infiammatorio sistemico, dall’aumentata risposta immune, dal rilascio di citochine da parte del tumore, dallo stato febbrile e dai danni di molteplici sistemi risultanti dallo stato di malattia cronica e di malnutrizione. 

Chirurgia

Il trattamento chirurgico del tumore testicolare è una potenziale causa di perdita della fertilità. L’orchiectomia (asportazione di un testicolo) rappresenta il trattamento del tumore a cellule germinali testicolare, e può essere occasionalmente utilizzata come trattamento di altre neoplasie maligne come il tumore della prostata. La perdita di un solo testicolo non comporta necessariamente infertilità: tra i pazienti affetti da tumore testicolare sottoposti a questa procedura è stato riscontrato un tasso di paternità del 65%. La chirurgia può comunque alterare la capacità di concepire naturalmente mediante l’eiaculazione a causa del danno dei meccanismi neurologici dell’eiaculazione. Interventi chirurgici utilizzati nel trattamento dei tumori (come l’asportazione dei linfonodi retroperitoneali, prostatectomia, interventi di chirurgia pelvica) possono danneggiare i vasi deferenti, i dotti eiaculatori, le vescicole seminali, o i nervi dei corpi cavernosi con conseguente disfunzione erettile, danno dei nervi autonomi e successiva disfunzione eiaculatoria e interruzione fisica o ostruzione al passaggio del liquido seminale.

Chemioterapia

Gli agenti chemioterapici hanno una vasta gamma di impatto sulla fertilità maschile. Gli effetti della chemioterapia sono indipendenti dall’età, con anomalie cromosomiche rilevate negli spermatociti fino a 24 mesi dopo la fine del trattamento. Gli agenti alchilanti hanno il più alto rischio di provocare un danno sulla spermatogenesi; altri agenti gonadotossici sono gli agenti a base di platino, gli alcaloidi della vinca e gli inibitori delle topo-isomerasi e provocano alterazioni della spermatogenesi in modo dose dipendente. Quasi un terzo dei soggetti maschi che sopravvive ad un cancro in età adolescenziale diventa azoospermico e un quinto oligozoospermico dopo chemioterapia.

Radioterapia

L’entità del danno testicolare da radioterapia è dose dipendente. I tubuli seminiferi sono sensibili a meno di 0,1 Gy con conseguente arresto momentaneo della spermatogenesi. È stato dimostrato che incrementi di dose possono causare azoospermia di varia durata, da 9-18 mesi fino a un danno permanente Il numero più basso di spermatozoi si rileva, in genere, sei mesi dopo il completamento della terapia.

Fonte | Ministero della Salute – Direzione generale della prevenzione sanitaria

Tavolo consultivo in materia di tutela e conoscenza della fertilità e prevenzione delle cause di infertilità – Contributo per il piano nazionale per la fertilità

Mosquito Day: la festa della zanzara, una giornata per riflettere sulla malaria

Word Mosquito Day

Sabato 20 agosto si è celebrata, come ogni anno, il Mosquito Day, la “Giornata mondiale della zanzara”. Nonostante ronzii e punture siano una compagnia immancabile nelle serate estive, però, questa ricorrenza non vuole festeggiare il massimo picco di attività di questi insetti, ma un evento molto più importante per la salute in tutto il mondo.

Il 20 agosto 1897, infatti, è la data in cui venne scoperto il ruolo della zanzara come vettore della malaria. La scoperta è valsa il premio Nobel al medico inglese sir Ronald Ross, ma per lunghi anni è stata oggetto di contesa con l’Italia, che ne rivendicava la paternità nella persona del medico e zoologo Giovanni Battista Grassi. Gli studi indipendenti dei due scienziati sono, infatti, giunti alla stessa conclusione e hanno trovato nella zanzara anofele la presenza del parassita – il plasmodio – che nel 1880 era stato identificato come responsabile della malaria.

Questa scoperta ha permesso nel corso degli anni di attivare efficaci strategie medico-sanitarie per combattere la diffusione di uno dei principali flagelli delle regioni calde e temperate.
La lotta contro la malaria però è ancora in corso. Si tratta tutt’ora di una delle principali cause di morte infantile in tutto il mondo: ogni due minuti, infatti, un bambino sotto i cinque anni muore di malaria e ogni anno sono oltre 430mila le vittime stimate.

Eppure non è una battaglia senza speranza. Il Mosquito Day deve essere un’occasione per riflettere su quanto si possa e debba ancora fare per debellare questa malattia. Questo è l’obiettivo di Malaria No More UK, organizzazione internazionale no profit, con sede a Londra, fondata per combattere una malattia che miete migliaia di vittime in Africa e che sarebbe prevenibile, con un costo pari a 1,25 euro per trattamento: poco più di un caffè al bar.

Malaria No More UK è in prima linea nel sostegno al Fondo Globale, un organismo multilaterale internazionale che mira a eradicare malaria, tubercolosi e AIDS dal mondo. Il 16 settembre a Montreal si terrà la quinta conferenza per il rifinanziamento del Fondo Globale che mira a raccogliere 13 miliardi di dollari per il triennio 2017-19 e grazie all’impegno di società civile, governi e settore privato, a eradicare la malaria dal mondo come già accaduto in Europa, dal 2015 libera dalla malattia.

L’obiettivo è ambizioso, ma raggiungibile, anche grazie all’impegno dell’Italia, tra i fondatori e principali contributori al Fondo Globale, che si appresta garantire un finanziamento di 130 milioni di euro per il prossimo triennio. L’Italia ha giocato una ruolo di primissimo piano nella nascita del Fondo Globale in occasione del G8 di Genova nel 2001; ha oggi un’occasione irripetibile, quale paese organizzatore del prossimo meeting G7, a maggio 2017 a Taormina, di incidere ancora di più nella lotta a queste malattie, alla povertà e per la salute globale.

La scoperta che la malaria è trasmessa all’uomo dalla puntura di una zanzara Anopheles ha aggiunto alle nostre conoscenze un concetto fondamentale, ovvero che un’infezione trasmessa da vettori – come per altre gravi infezioni virali trasmesse da altre zanzare, quali la febbre gialla o la dengue – va affrontata principalmente con la profonda conoscenza del vettore e attraverso interventi di controllo della popolazione vettoriale, con tutti i mezzi disponibili – che oggi non sono solo gli insetticidi. A ciò devono aggiungersi la prevenzione, con la profilassi comportamentale e farmacologica e gli interventi ambientali, e il miglioramento delle condizioni sociali e sanitarie delle popolazioni a rischio, come per qualunque altra infezione umana”, ha sottolineato Roberto Romi, Primo ricercatore del Dipartimento di malattie infettive, Istituto superiore di sanità.


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Mal d’auto: rimedi e consigli

I viaggi possono trasformarsi in un incubo per quei 7 milioni di italiani che soffrono di chinetosi, o mal d’auto, com’è più comunemente noto il disturbo, che colpisce sia gli adulti che i bambini. Mal di testa, vertigini, nausea e vomito sono i sintomi più evidenti del mal d’auto che, tuttavia, può essere affrontato efficacemente con diversi rimedi.

Prima di tutto, è bene adottare alcune semplici misure per scongiurare il mal d’auto, o quantomeno prevenirne gli effetti più sgradevoli. Esse consistono nel consumare, prima e durante il viaggio, pasti leggeri e possibilmente secchi, come biscotti, cracker e grissini, evitando di assumere bevande ghiacciate, soprattutto se la temperatura ambientale è alta. Importante anche la posizione assunta in auto: è quindi meglio sedersi davanti, dato che il semplice scorgere la strada e tutto quello che accade vicino ai nostri occhi riesce a fronteggiare la nausea, mentre è sconsigliata la lettura.

Per quanto riguarda i rimedi farmacologici, si può ricorrere a compresse e supposte, da assumere mezz’ora prima di partire, e non quindi ai primi sintomi; devono però essere prescritte dal medico, il solo che potrà valutare eventuali controindicazioni per il paziente. Un altro rimedio consiste nel masticare delle speciali gomme a base di dimedrinato; il loro vantaggio è che si assumono solo all’insorgere dei sintomi, perché il farmaco viene assorbito a livello sublinguale e quindi esercita l’azione in pochi minuti.

In commercio esistono anche cerotti e braccialetti specifici per il mal d’auto. I primi vanno applicati dietro l’orecchio con un paio di ore d’anticipo sul viaggio; sono a base di scopolamina, una sostanza chimica che attenua la nausea. L’attività di questi cerotti dura fino a 3 giorni dall’applicazione, tuttavia non possono essere usati in gravidanza, dai bambini sotto i 12 anni e da chi soffre di glaucoma, di ostruzione del piloro, di disfunzioni epatiche o renali. In alcuni casi, i cerotti possono provocare disturbi transitori di messa a fuoco e dilatazione della pupilla, pertanto sono sconsigliati al guidatore.

I braccialetti sono invece più indicati per i bambini, visto che non rilasciano sostanze farmacologiche; sfruttano infatti il sistema della compressione praticato dall’agopuntura, comprimendo zone precise del polso e del braccio. E’ importante ricordare che i braccialetti sono l’unico rimedio efficace per l’eventuale mal d’auto del guidatore, in quanto i farmaci contro il disturbo sono tutti a base di dimenidrinato, un antistaminico che causa sonnolenza.

Yourself

Demenze e malattia di Alzheimer

Alzhemer

Per “demenze” si intende un gruppo di malattie del sistema nervoso centrale che causano un progressivo declino nelle capacità di una persona di ricordare, pensare, imparare e svolgere le attività del vivere quotidiano.

Le principali abilità compromesse sono:

• Memoria

• Orientamento

• Pensiero

• Giudizio

• Emozioni

La malattia di Alzheimer è la forma più frequente di demenza; infatti, circa il 60% delle persone affette da demenza soffrono di malattia di Alzheimer, un processo degenerativo che consiste nella progressiva perdita neuronale.

Nei pazienti affetti da malattia di Alzheimer si osserva una perdita di cellule nervose nelle aree cerebrali vitali per la memoria e per altre funzioni cognitive che si accompagna a un basso livello di sostanze chimiche come l’acetilcolina, un neurotrasmettitore coinvolto nella comunicazione tra le cellule nervose.

Le cause della malattia non sono chiarite ma è accertato un anomalo deposito della proteina amiloide nel cervello dei malati di Alzheimer. Tale sostanza risulta innescare una serie di meccanismi che conducono a morte cellulare. L’alterazione di un’altra proteina intra-cellulare, la proteina tau, contribuisce al danno strutturale e metabolico dei neuroni.

È una malattia dal decorso lento, in media i pazienti possono vivere fino a 8-10 anni dopo la diagnosi della malattia ma la rapidità con cui i sintomi progrediscono varia da persona a persona.

Epidemiologia

Le persone affette da demenza in tutto il mondo sono oltre 30 milioni; oltre 6 milioni in Europa.

In Italia, secondo stime calcolate sui dati ISTAT di gennaio 2014 (applicando i dati di prevalenza europei della meta-analisi di Prince et al. 2013), le persone over 60 affette da demenza sono 1.127.754, poco più donne (607.443) che uomini (520.311).

I pazienti con malattia di Alzheimer stimati sono 676.652, dei quali solo 338.326 hanno ricevuto una diagnosi: il gap diagnostico è molto alto, circa il 50%.

Queste cifre sono destinate ad aumentare nel tempo e si stima che possano raddoppiare entro il 2020: la proiezione per il 2017 è di 884.550 pazienti con malattia di Alzheimer, con un gap diagnostico del 36,4%.

In aumento anche l’età media dei pazienti: secondo i dati raccolti da AIMA – Associazione Italiana Malattia di Alzheimer e Censis è passata da 74 anni nel 1999 a 79 nel 2015.

Sintomatologia

L’Alzheimer è definita la malattia delle quattro A:

– amnesia, perdita significativa di memoria;

– afasia, incapacità di formulare e comprendere i messaggi verbali;

– agnosia, incapacità di identificare correttamente gli stimoli, riconoscere persone, cose e luoghi;

– aprassia, incapacità di compiere correttamente alcuni movimenti volontari, per esempio vestirsi.

La sintomatologia è abbastanza lieve all’inizio ma col progredire della malattia i sintomi diventano sempre più evidenti e cominciano ad interferire con le attività quotidiane e con le relazioni sociali.

Può essere considerata a tutti gli effetti una malattia terminale, che causa uno scadimento generale delle condizioni di salute; la causa più comune di morte è la polmonite, perché il progredire della malattia porta ad un deficit del sistema immunitario e alla perdita di peso, con aumento conseguente del rischio di infezioni delle vie aeree superiori ed inferiori.

I fattori di rischio

Fattori come razza, professione, posizione geografica, livello socioeconomico non sono componenti determinanti lo sviluppo della malattia, per la quale non non esiste una causa univoca. Esistono piuttosto un insieme di fattori di rischio che, congiuntamente, possono predisporre alla malattia:

· l’età: è il principale fattore di rischio per la demenza di Alzheimer. La prevalenza di demenza di Alzheimer è bassa (1%) nella fascia di età inferiore a 65 anni e aumenta all’aumentare dell’età (11% a 65-80 anni, 35% a 80-90 anni, oltre il 40% dopo i 90 anni). La grande maggioranza delle persone con più di 80 anni è intellettualmente integra. Sebbene, quindi, le probabilità di contrarre la malattia di Alzheimer crescano con gli anni, la vecchiaia di per se stessa non è causa di tale malattia.

· i fattori genetici: in un numero estremamente limitato di famiglie, la malattia di Alzheimer si presenta col carattere di malattia genetica dominante. I membri di tali famiglie possono ereditare da uno dei genitori la parte di DNA (struttura genetica) che causa tale malattia.

· i traumi cranici: è ragionevole ritenere che una persona che abbia ricevuto un violento colpo alla testa possa essere a rischio di ammalarsi di malattia di Alzheimer. Il rischio è maggiore se al momento del trauma la persona ha più di cinquant’anni, ha un genotipo specifico (apoƐ4) e ha perso conoscenza subito dopo il trauma.

· comorbidità o fattori di rischio cardio e cerebrovascolari, quali:

– diabete;

– ipertensione;

– ipercolesterolemia;

– fumo.

Diagnosi

A differenza di altre malattie non esiste un esame specifico per diagnosticare la malattia di Alzheimer. L’unico modo per avere una diagnosi certa di demenza di Alzheimer è l’identificazione delle placche amiloidi nel tessuto cerebrale, possibile solo post-mortem.

Durante il decorso della malattia, la diagnosi è il frutto di un percorso integrato composto da un’accurata raccolta anamnestica, una valutazione neuropsicologica approfondita ed un insieme di esami di laboratorio e strumentali (puntura lombare, Risonanza Magnetica cerebrale, TC cerebrale, SPECT cerebrale, PET cerebrale).


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