Lo studio dei casi e la metodologia esperienziale del CELL

Lo studio di casi è la metodologia didattica storicamente più utilizzata in Medicina. Con lo studio di caso, a partire da uno specifico e attuale problema, attraverso una documentazione ampia e diversificata, si mira a costruire nel discente del sapere e delle competenze sia cognitive che formative, in grado di indirizzarlo verso un modello diagnostico/terapeutico, attento al contesto, basato sulle evidenze e guidato da un pensiero critico.

È uno strumento didattico che offre al docente l’occasione di lavorare su diversi livelli:

• Livello delle conoscenze, con l’approfondimento della realtà attraverso la costruzione di dossier (articoli scientifici, linee guida, studi clinici, etc.)

• Livello formativo di acquisizione di procedure (selezionare, classificare documenti, gerarchizzare le informazioni, connettere, confrontare, formalizzare delle opinioni, condividere delle buone pratiche)

• Livello educativo di costruzione di un pensiero di eccellenza, di un pensiero sia critico che creativo, che includa la dimensione affettiva, cognitiva e volitiva.

Nello studio di caso, l’evento in quanto oggetto di studio viene “distanziato” e quindi sottoposto al vaglio critico e, successivamente, “decentrato”, nel momento in cui si mettono in gioco punti di vista e opinioni divergenti.

Il processo cognitivo che viene attivato è duplice, contestualizzare per comprendere, decontestualizzare per astrarre.

Lo studio di caso non è un contenuto, ma una strategia metodologica che mette al centro del lavoro la riflessione sulle problematiche. In questo processo ci si riferisce dunque ad una pedagogia interattiva e costruttivista e non semplicemente trasmissiva.

Generalmente lo studio di caso in medicina viene effettuato attraverso il “problem solving”. Il caso clinico viene illustrato al discente che è chiamato a risolvere il caso utilizzando i supporti documentali messi a disposizione. La metodologia del CELL (Center of Experiential Learning) è basata sullo studio di caso, ma con un approccio diverso orientato al “problem based learning” (PBL) anziché al “problem solving”.

Il PBL è una metodologia didattica nata nell’ambito della medicina negli anni 50 negli Stati Uniti e che si è diffusa in Europa tra gli anni ’70 e gli anni ’80. Essa prevede che nel processo di apprendimento il ruolo del discente sia attivo, ovvero che il discente non osservi il caso (problema) dall’esterno, ma che ne sia parte integrante e che lo viva con una partecipazione completa sia intellettiva sia emotiva. Il PBL in medicina è paragonabile all’affiancamento e la formazione sul campo.

La realizzazione del CELL ha permesso un passo avanti nell’utilizzo del PBL in medicina perché, grazie all’applicazione delle tecnologie più avanzate, è stato possibile costruire un simulatore di situazioni cliniche che consente al discente di vivere in tempo reale l’evoluzione della patologia del paziente in arco temporale medio- lungo.

In questo simulatore il discente si trova ad interagire con un paziente in tempo reale, come nella pratica clinica, e ha a disposizione tutte le informazioni delle quali normalmente dispone sul suo luogo di lavoro. Il percorso di simulazione prevede dei momenti nei quali il discente deve fermarsi a prendere delle decisioni diagnostiche o terapeutiche che andrà a verificare nel proseguo del caso clinico e con il supporto dei feedback del mediatore didattico che lo accompagna nel caso clinico. Poiché tutto ciò è realizzato con tecniche multimediali in un ambiente immersivo, c’è un coinvolgimento totale del discente che entra a far parte di questo scenario virtuale accettandolo come reale (superamento della barriera del giudizio). Risulta quindi evidente che nel CELL viene portata all’estremo la dimensione psicologica della simulazione. Alla fine della simulazione del caso clinico, effettuata in piccolo gruppo, vi è una fase di debriefing e discussione in grande gruppo per condividere l’esperienza criticamente e dare rinforzo razionale all’esperienza fatta dai partecipanti durante la simulazione.

L’efficacia della formazione esperienziale è stata dimostrata dagli studi sull’apprendimento svolti alla fine degli anni Sessanta, che hanno permesso di classificare le principali metodologie didattiche, dividendole in due categorie: quelle basate sull’apprendimento passivo e quelle sull’apprendimento attivo. Il risultato di questo lavoro è stata l’elaborazione della piramide dell’apprendimento, che permette di confrontare le diverse metodologie didattiche in base alla percentuale di informazioni che vengono ricordate dal discente a distanza dall’evento formativo.

È interessante notare che le tecniche tradizionali trasmissive, ovvero la lezione frontale, consentono una memorizzazione dal 10 al 20% delle informazioni trasmesse, mentre le tecniche di apprendimento attivo, tra le quali l’osservazione e la partecipazione a situazioni (reali o simulazioni), fa passare questa percentuale al 75-90%. Questo è un dato fondamentale che dimostra l’elevata efficacia delle tecniche di apprendimento attivo. La metodologia didattica CELL è basata sul ciclo di Kolbe ed è ispirata da una modalità di simulazione introdotta da Barrows nel 1963 per la formazione degli studenti della University of Southern California (USC) chiamata dallo stesso Barrows “paziente standardizzato”. Questo tipo di simulazione è uno standard per la valutazione non solo per gli studenti, ma anche per i medici strutturati. Grazie alle più moderne tecnologie multimediali utilizzate nel CELL, il modello del paziente standardizzato risulta potenziato nella sua efficacia didattica, in quanto la tecnologia consente di sfruttare al massimo i meccanismi di apprendimento scoperti dagli studi dei meccanismi neurologici dell’apprendimento degli ultimi trent’anni.

Le soluzioni che prevedono l’utilizzo dell’avatar digitale interattivo rappresentano una unicità e innovatività a livello metodologico in quanto la tecnologia consente di utilizzare un “Human patient digital” all’interno della simulazione di caso. La tecnologia digitale dell’avatar risponde alle interazioni in real time, mostrando un grado di risposte uguale a quelle di un vero paziente inserito in un contesto di visita all’interno di uno studio medico e mettendo in scena il ruolo delle emozioni del paziente, ricreando fedelmente gli stati d’animo tipici dell’essere umano.

L’avatar digitale interattivo è il prodotto tecnologico che introduce il concetto di tecnologia adattiva all’interno del CELL. Il modellamento grafico in real time del paziente permette un feedback visivo rispetto alle scelte diagnostiche e terapeutiche effettuate dai clinici nei vari snodi decisionali.

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Profilassi antibiotica SI, profilassi antibiotica NO

Dall’otite alla faringite, dalla febbre reumatica alle infezioni urinarie fino alla meningite. È sempre necessario l’antibiotico?

A fare chiarezza è il Manifesto “Profilassi antibiotica sì, profilassi antibiotica no” lanciato in occasione del Congresso della Società Italiana di Medicina di Emergenza ed Urgenza Pediatrica (SIMEUP) Sezione Umbria, conclusosi recentemente a Perugia. Obiettivo dell’iniziativa è quello di combattere l’abuso di antibiotici e il conseguente fenomeno dell’antibiotico-resistenza.

Oggi in Italia gli antibiotici sono i farmaci più utilizzati in età pediatrica, soprattutto per il trattamento delle infezioni respiratorie: vengono somministrati nel 42% dei bambini di età inferiore ad 1 anno, nel 66% di quelli di 1 anno, nel 65% tra i 2 e i 5 anni, nel 41% tra i 6 e gli 11 anni e nel 33% degli adolescenti tra i 12 e i 13 anni. Numeri che fanno dell’Italia uno dei Paesi europei con maggior uso di antibiotici e, dunque, con livelli più elevati di antibiotico-resistenza. Ad alimentare tale fenomeno è proprio l’uso inappropriato di questi farmaci in ambito umano. Basti pensare che il 50% dei casi in cui sono prescritti non sono necessari, come accade in casi di influenza.

Ogni medico, nella prescrizione di un antibiotico, dovrebbe seguire un iter ben preciso. Abbiamo voluto lanciare questo Manifesto per contrastare un problema, quello dell’abuso di antibiotici, di enorme rilevanza per la salute pubblica. Definire se si tratta di una condizione clinica di origine batterica, capirne se possibile la natura, scegliere l’antibiotico che abbia maggiore possibilità di successo sulla base della microbiologia o delle linee guida esistenti, ma anche considerarne gli effetti collaterali e indesiderati, valutare la compliance dalla parte del bambino/famiglia e scegliere la formula che più si adatta alla situazione sono tutti passi fondamentali per limitare l’utilizzo inappropriato di antibiotici e, dunque, il fenomeno dell’antibiotico-resistenza” – ha dichiarato Susanna Esposito, Coordinatore Congresso SIMEUP Sezione Umbria e Professore Ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia.

In quali condizioni è richiesta l’assunzione di antibiotici nella profilassi? E in che modo?

Alcuni punti del Manifesto:

L’Otite Media Acuta (OMA), è dovuta ad un’infezione batterica o virale a carico dell’orecchio medio, spesso conseguente ad infezione delle vie respiratorie superiori come il raffreddore. È molto frequente nei bambini e si manifesta con dolore persistente, febbre, ma anche nausea, vomito e diarrea. In alcuni casi, se trascurata, può comportare complicanze importanti come il calo dell’udito. Nel 30% dei bambini si verificano episodi ricorrenti (almeno 3 in 6 mesi o 4 in un anno). 

La profilassi antibiotica, però, non è necessaria in tutti i casi ricorrenti e deve essere riservata a pazienti selezionati:

a) Dopo tentativo di riduzione/eliminazione dei fattori di rischio

b) Dopo immunoprofilassi attiva (es. vaccinazione influenzale e pneumococcica)

c) A fronte di 3 episodi di OMA in 6 mesi documentati e trattati adeguatamente

d) In bambini di età inferiore a 2 anni

e) Dopo esecuzione di un tampone nasofaringeo (es. nei casi ricorrenti Haemophilus influenzae produttore di beta-lattamasi è abitualmente il principale patogeno)

f) Per durata limitata (3 – 6 mesi)

g) L’utilizzo dei macrolidi deve essere evitato

 

La Faringotonsillite streptococcica è l’infezione acuta della faringe, delle tonsille palatine o di entrambe le strutture.

Nel 40% dei casi è di origine virale: adenovirus, rhinovirus, influenza, coronavirus e virus respiratorio sinciziale i principali responsabili, ma occasionalmente anche virus di Epstein-Barr, virus dell’herpes simplex, Cytomegalovirus o HIV possono portare a faringotonsillite.

Solo nel 30% dei pazienti la causa è batterica: le faringotonsilliti causate dallo Streptococco beta-emolitico di gruppo A (SBEA) rappresentano solo il 15-30% dei casi nei giovani con meno di 18 anni d’età e il 5-10% negli adulti.

La profilassi a lungo termine a basse dosi di penicillina è raccomandata nei bambini con tonsillite acuta ricorrente da SBEA e/o portatori persistenti esclusivamente se in famiglia vi sia un membro ha avuto febbre reumatica acuta. Non vi è indicazione alla profilassi in bambini con TAS elevato e/o aspecifici dolori articolari.

Una complicanza della faringotonsillite può essere la febbre reumatica acuta.

 

La Febbre Reumatica (FR)

Le infezioni alla gola da SBEA sono frequenti tra la popolazione, ma solo una piccola percentuale di persone sviluppa la febbre reumatica, una malattia infiammatoria acuta causata da infezione da Streptococco Beta Emolitico di gruppo A (SBEA).  Questa patologia colpisce 1 su 100.000 persone, soprattutto bambini tra i 5 e i 15 anni. Febbre, dolore e gonfiore delle articolazioni (artrite) sono le principali manifestazioni, che in alcuni casi possono diventare severe portando a complicanze importanti come la cardite, un’infiammazione dei tessuti a carico del pericardio, del miocardio e dell’endocardio.

Profilassi

  • Per 5 anni nei pazienti con febbre reumatica senza cardite:
  • Per 10 anni nei pazienti con febbre reumatica con cardite senza ulteriori complicanze cardiache:
  • Fino ai 40 anni di età  nei pazienti con febbre reumatica con cardite e con ulteriori complicanze cardiache

 

Le Infezioni delle Vie Urinarie (IVU) sono frequenti in età pediatrica e spesso misconosciute a causa della scarsissima e spesso forviante sintomatologia clinica. L’IVU, soprattutto se recidivante, può essere espressione di un sottostante reflusso vescico ureterale (RVU).

Il RVU di solito si risolve spontaneamente. La profilassi è da considerare necessaria solo nei seguenti casi:

  • Dopo un episodio acuto di pielonefrite in attesa degli accertamenti strumentali
  • In caso di RVU >3° grado
  • In soggetti con RVU <3° grado ma con IVU ricorrenti (> 3 episodi 6 mesi o >4 episodi in un anno)

 

La Meningite meningococcica è un’infiammazione acuta o cronica delle meningi, di origine virale oppure batterica. I sintomi della meningite sono comparsa improvvisa di febbre, mal di testa e rigidità del collo, spesso accompagnata da nausea, vomito, fotofobia e stato mentale alterato. Presentazioni meno comuni di malattia meningococcica includono polmonite (dal 5% al 15% dei casi), artrite (2%), otite media (1%), e epiglottite (meno dell’1%).

Nel caso in cui una persona venga a contatto con un paziente colpito da meningite meningococcica, è opportuno considerare la modalità di contatto avvenute con il paziente così da valutare la possibilità o meno di intraprendere la profilassi antibiotica.

Quando è indicata la profilassi:

  • Contatti domestici;
  • Contatti nell’asilo nido o nella scuola materna;
  • Soggetti esposti direttamente alle secrezioni orali del caso indice (baci, uso dello stesso spazzolino da denti, respirazione bocca a bocca, intubazione endotracheale) nei 7 giorni precedenti lo sviluppo di malattia;
  • Frequentazioni prolungate (pranzi in comune, riposo nella stessa camera).

Quando non è indicata la profilassi:

  • Contatti casuali a scuola o sul posto di lavoro senza diretta esposizione alle secrezioni del paziente;
  • Contatti indiretti, ad es. con personale scolastico o sanitario non direttamente esposto alle secrezioni orali del paziente.

La vaccinazione rappresenta l’unico strumento efficace per la prevenzione delle meningiti batteriche.

 

 


Utili consigli per le festività ‘a misura di bambino’

In occasione di queste vacanze insolitamente lunghe, la Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale ha pensato di diffondere alcuni consigli per trascorrere le feste non solo all’insegna della meritata serenità ma anche con l’intento di stimolare nel bambino importanti messaggi educazionali in tema di alimentazione, organizzazione del tempo e sicurezza dentro e fuori le mura domestiche.

Il periodo pasquale è un’occasione di riposo, ritrovo e svago ma può e deve essere anche spunto di buoni propositi. È giusto, per esempio, che ci siano i momenti esuberanti, di gioco e distrazione, ma nel rispetto delle esigenze dei piccoli, che, per esempio, hanno il proprio bisogno fisiologico di sonno e non devono essere esposti a stimoli sonori dannosi” ­– ha dichiarato Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

Qualche trasgressione dopo i 15-18 mesi può essere concessa, ma non dimentichiamo che l’organismo del bambino ha bisogno di regolarità. Al bando, quindi, la monotonia e gli eccessi di ogni genere: cerchiamo di trovare e mantenere sempre una giusta mediazione, evitando di lasciare a sua immediata disposizione cioccolato, colomba e altri dolciumi. Sulle tavole imbandite diamo un giusto risalto alla frutta, più ricca e variegata in primavera, che apporta sempre un tocco di colore e allegria, e, pur nel rispetto delle tradizioni regionali, cerchiamo di non far mancare ai bambini un giusto apporto di fibre, vitamine e sali minerali. Non dimentichiamo che molti bambini, ogni anno, giungono in pronto soccorso per pasticci e abbuffate o, se si preferisce, per la classica “indigestione” – ha proseguito Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

Ricordiamo che l’influenza è in calo ma non è ancora del tutto passata e che sono in circolazione molti virus che danno luogo a sintomi simili, con i quali talvolta si possono embricare e confondere episodi allergici. L’instabilità meteorologica, con improvvisi sbalzi di temperatura, può rappresentare un’insidia e favorire l’insorgenza di irritazioni delle alte vie aeree” – ha aggiunto Piercarlo Salari, pediatra responsabile del Gruppo di lavoro per il sostegno alla genitorialità della SIPPS.

 

Secondo gli esperti della SIPPS, per i bambini è fondamentale diversificare le attività.

Per quelli che vanno a scuola incombe sempre l’onere dei compiti: un giusto assetto delle giornate consente di sbrigare con gradualità anche gli impegni meno piacevoli, apprezzando così tutti i momenti ed evitando l’acquisizione di abitudini difficili e non meno faticose da correggere” – ha dichiarato Piercarlo Salari.

 

Questi gli altri suggerimenti della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale:

  • Scegliere giocattoli a norma, e dunque certificati dal marchio CE, e prestare attenzione al loro corretto utilizzo, soprattutto nei più piccoli per quanto riguarda la “sorpresa” dell’uovo di cioccolato. La sicurezza riguarda poi anche la pratica di sport e attività all’aperto, che impone l’utilizzo di opportune dotazioni protettive.
  • I bambini si incantano davanti a cartoni animati, computer e videogiochi, senza poi contare quelli che ormai hanno sempre lo smartphone sotto le dita. Un paio d’ore trascorse ogni giorno all’aria aperta, se il tempo lo consente, e il ritrovo con i coetanei possono essere una semplice strategia perché non diventino schiavi del divano e del mondo virtuale.
  • Lo stato d’animo dei genitori influenza quello dell’intero nucleo familiare. Purtroppo le cronache dei giornali evidenziano come le vacanze diventino un pretesto di sfogo di conflitti e tensioni. È invece fondamentale che i genitori evitino di discutere di fronte ai propri bambini e colgano le vacanze come un momento di convivialità e di unione rispettosa di tutti i componenti della famiglia.

 


 

Stenosi aortica: al via il progetto “TAVI è VITA” in Piemonte

Al via il progetto “TAVI è VITA” in Piemonte, la prima Regione in cui partiranno, nel mese di giugno, le iniziative volte a sensibilizzare le istituzioni, la comunità medico-scientifica e l’opinione pubblica sul tema della stenosi aortica e sulla tecnica operatoria TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation, impianto transcatetere di valvola aortica).

L’iniziativa, presentata il 27 marzo scorso,  al Circolo della Stampa di Torino, prevede quattro Weekend della Salute che si terranno nelle principali piazze di quattro città Piemontesi: Alessandria, Cuneo, Novara e Torino, per informare e sensibilizzare la cittadinanza sulla stenosi aortica e sulla TAVI. Le giornate informative vedranno la partecipazione di cardiologi interventisti del GISE e cardiochirurghi della SICCH che saranno a disposizione dei cittadini per visite e consulti gratuiti, in occasione di ciascun weekend.

Il progetto “TAVI è VITA” è stato ideato e realizzato da GISE (Società Italiana di Cardiologia Interventistica) in collaborazione con SIC (Società Italiana di Cardiologia) e SICCH (Società Italiana di Chirurgia Cardiaca).

La stenosi aortica è una delle malattie più comuni delle valvole cardiache (che in Italia riguardano oltre 1 milione di persone e il 10 per cento della popolazione oltre i 65 anni, la fascia più colpita). La tecnica operatoria TAVI (Transcatheter Aortic Valve Implantation, impianto transcatetere di valvola aortica) è una procedura estremamente innovativa ma che risulta essere attualmente sottoutilizzata. A oggi, infatti, sono soltanto circa 110 i pazienti trattati ogni milione di abitanti rispetto ai circa 250 per milione di abitanti che meriterebbero il trattamento secondo le evidenze cliniche.

A confermarlo è un’indagine Doxa, presentata nel corso dell’incontro del 27 marzo scorso, effettuata sia a livello nazionale sia a livello regionale, che ha coinvolto MMG (medici di medicina generale) e cardiologi di base, evidenziando come nei due target la conoscenza della stenosi aortica, delle possibili opzioni terapeutiche e del percorso ideale che dovrebbe fare il paziente affetto da tale patologia non sia elevata. In particolare, i dati raccolti da Doxa in Piemonte confermano in molti punti il trend nazionale discostandosi lievemente per quanto riguarda un maggior livello di confidenza nella gestione e nel trattamento del paziente con stenosi aortica e sul fatto che i cardiologi piemontesi sembrano effettuare personalmente la diagnosi di stenosi aortica con maggiore frequenza rispetto a quanto registrato nel resto d’Italia.

 

Stenosi aortica e possibili trattamenti

La stenosi (restringimento) severa dell’apertura valvolare aortica può essere trattata sia tramite sostituzione chirurgica tradizionale della valvola aortica (SAVR), intervento che richiede anestesia generale, incisione piò o meno estesa sul torace e circolazione extra-corporea a cuore fermo, sia tramite TAVI, intervento mini-invasivo che si esegue nella maggior parte dei casi senza anestesia generale e con impianto della nuova valvola attraverso l’arteria femorale. Nel caso della TAVI il paziente potrebbe venir dimesso nel giro di 3 o 4 giorni se non sono presenti particolari complicanze procedurali. Dal 2007, anno di introduzione della procedura, al 2018 in Italia sono stati effettuati oltre 30.000 impianti tramite TAVI, con incremento annuo costante (da 98 impianti nel 2007 a oltre 6.900 nel 2018).

Il calendario dei Weekend della Salute

I Weekend della Salute si terranno alle seguenti date:

  • Cuneo: Sabato 1 Giugno
  • Novara: Sabato 8 Giugno
  • Torino: Sabato 15 Giugno
  • Alessandria: Sabato 22 Giugno

Location e dettagli organizzativi verranno comunicati in prossimità degli eventi.

 

La funzione salvavita della TAVI

Il titolo del progetto “TAVI è VITA”, nato dall’utilizzo del nome della procedura e del suo anagramma, evidenzia la rilevanza della tecnica che ricopre una funzione propriamente salvavita. La TAVI, sebbene sia stata inizialmente destinata solo ai pazienti non trattabili chirurgicamente, potrebbe oggi essere indicata anche in pazienti a rischio meno alto, che potrebbero così in alcuni casi avvalersi di una metodica meno invasiva rispetto alla chirurgia tradizionale.

L’importanza del progetto, sostenuta dai risultati dell’indagine Doxa, ha spinto tutte le maggiori società del panorama cardiologico a collaborare alla creazione dell’iniziativa. I risultati della ricerca hanno dimostrato come sia doveroso intervenire non solo presso medici di medicina generale e cardiologi di base, soggetti coinvolti nella ricerca, ma anche a livello generale presso la popolazione più a rischio. Risultano necessari, infatti, eventi e corsi per aumentare e strutturare le conoscenze dei MMG e favorire la proposizione della procedura di intervento sulla valvola aortica nei tempi debiti, riferendo i pazienti agli “Heart Team”, specificamente creati per proporre ai singoli pazienti la metodica più appropriata (TAVI o intervento chirurgico). In questa prospettiva sembrano anche necessari meeting dedicati alla TAVI per approfondire i dubbi attuali del cardiologo rispetto alle tecniche e alle indicazioni di intervento. Infine, per migliorare i livelli di conoscenza della patologia e soprattutto della nuova tecnica TAVI presso la popolazione, può favorire la share of voice e la richiesta diretta al medico da parte del paziente e, di conseguenza, una maggiore potenziale diffusione di utilizzo della tecnica.

 

 

  • Giuseppe Musumeci, Past President GISE e Direttore della struttura complessa di Cardiologia dell’azienda ospedaliera S. Croce e Carle di Cuneo, intervenendo alla conferenza stampa ha sottolineato che: “i risultati dell’indagine Doxa sono eloquenti: essi fotografano, infatti, una realtà comune a tutto il territorio nazionale e, pur con lievi discostamenti, anche al Piemonte, che consiste nella scarsa, appena sufficiente, conoscenza da parte dei MMG e dei cardiologi ambulatoriali dei percorsi diagnostici e delle prospettive terapeutiche per i pazienti affetti da stenosi aortica. ‘TAVI è VITA’ è un progetto nato per rispondere al bisogno evidente ed urgente di una diffusione più capillare della conoscenza delle caratteristiche e delle indicazioni alla procedura e si propone di sensibilizzare i medici del territorio al riconoscimento della stenosi valvolare aortica o all’avvio di approfondimenti diagnostici nel sospetto clinico della patologia e di diffondere i dati attuali sulla sicurezza e l’efficacia della TAVI”. “La TAVI – spiega Musumeci – è una tecnica mini-invasiva assai innovativa eseguita dai cardiologi interventisti senza aprire il torace e fermare il cuore, spesso senza anestesia generale e con impianto della valvola, nella maggior parte dei casi, attraverso l’arteria femorale. L’intervento dura meno di 1 ora e il recupero post-operatorio è rapido. Inoltre, i dati recentemente presentati a New Orleans e pubblicati nella principale rivista di Medicina Americana (NEJM) – afferma Musumeci – hanno mostrato come la TAVI si sia dimostrata superiore alla chirurgia tradizionale per quanto riguarda l’incidenza di morte, ictus, re-ospedalizzazione ad un anno anche nei pazienti a basso rischio”.

 

 

  • Mauro Rinaldi, Direttore della Struttura Complessa di Cardiochirurgia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Città della Salute e della Scienza di Torino, ha affermato che: “la stenosi della valvola aortica è una patologia che interessa prevalentemente la persona anziana e, se severa, ha un impatto negativo sulla qualità e l’aspettativa di vita del paziente che deve essere il primo obiettivo di ogni iniziativa volta a creare una maggiore coscienza: egli deve saper cogliere quei sintomi che suggeriscono la malattia e quindi rivolgersi al medico. Ancora più importante è la formazione dei medici di base e dei cardiologi. Diagnosi precoce, follow-up del paziente e corretto timing chirurgico sono fondamentali per il successo del trattamento di questa patologia. Fondamentale è poi la scelta della giusta strategia di trattamento. Oggi abbiamo due diverse opzioni, la chirurgia convenzionale che negli ultimi anni è evoluta verso strategie sempre meno invasive ma che, però, richiede pur sempre una piccola incisione e la circolazione extracorporea, ed il trattamento transcatetere, ossia la TAVI. I risultati della ricerca Doxa sono estremamente interessanti nella misura in cui evidenziano come ancora non ci sia una informazione precisa sulle diverse opzioni di trattamento proprio fra i medici che rappresentano il primo punto di riferimento per il paziente”.

 

 

FONTE | Twister communications group 

Oggi convivere con l’endometriosi si può!

Durante il mese di marzo, mese della sensibilizzazione sull’endometriosi e con l’avvicinarsi della Giornata Mondiale, IVI ha diffuso un messaggio positivo per le donne affette da questa patologia che desiderano avere un figlio.

Oggi convivere con l’endometriosi si può perché è possibile tenere sotto controllo i sintomi e mantenere una buona qualità di vita. Inoltre, nei casi in cui la donna non riesca a rimanere incinta naturalmente è possibile ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita con buone possibilità di avere un bambino. È importante sottolineare come la gravidanza abbia un impatto positivo sulla malattia, poiché riduce le fluttuazioni ormonali tipiche di questa patologia che sono la causa dei forti dolori” – ha affermato Daniela Galliano, Direttrice del Centro IVI di Roma.

I numeri dell’endometriosi sono piuttosto allarmanti: 10-15% la stima delle donne affette da questo problema, principalmente in un’età che va dai 30 ai 40 anni e con un ritardo della diagnosi che mediamente si attesta sui 7 anni. 176 milioni le donne con endometriosi nel mondo, 3 milioni i casi solo in Italia. Inoltre, la malattia impatta fortemente sulla capacità riproduttiva: il 30-40% delle donne colpite da questa patologia sono infertili.

L’endometriosi è una malattia cronica, dolorosa e invalidante che, se non adeguatamente curata, provoca forti ripercussioni sulla vita delle pazienti, costrette a convivere con ansia, discriminazioni, paura, giornate a casa, rischio di perdere il lavoro. Si verifica quando cellule dell’endometrio, il tessuto che riveste normalmente l’utero, si accumulano al di fuori della cavità uterina, come ad esempio nell’addome, nelle ovaie o nelle tube; questo accumulo anomalo reagisce alle variazioni ormonali tipiche di ogni ciclo femminile, provocando gonfiore negli organi in cui si trova. Si tratta di un’infiammazione cronica che si manifesta con forti dolori e sofferenze intestinali, accentuati durante il periodo mestruale, ma anche con aderenze e infertilità.

L’endometriosi è una patologia complessa che richiede specifiche competenze. Per questa ragione IVI ha organizzato, in alcune cliniche, unità dedicate per la cura dell’endometriosi. Grazie alla diagnosi e a un corretto trattamento e relativo follow-up, sia medico che psicologico, le pazienti possono sentirsi supportate e comprese. Negli ultimi dieci anni più di 9.000 donne si sono rivolte a IVI per riuscire ad avere un bambino nonostante l’endometriosi.

Diversi i progressi nel nostro Paese dal punto di vista terapeutico-assistenziale, ma anche istituzionale, degli ultimi anni: l’inserimento nel 2016 dell’endometriosi nell’elenco delle patologie croniche e invalidanti; l’entrata in vigore nel marzo 2017 dei nuovi LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) previsti per gli stadi clinici di endometriosi moderato e grave; un disegno di legge recentemente presentato al Senato per cercare di risolvere le criticità provocate da questa patologia.

 

Fumi? Il rischio di essere colpito da ictus è due volte maggiore rispetto a chi non ha questo vizio

 

Nel mondo nel 2010 si sono registrati 6.2 milioni di persone decedute a causa del fumo. Di queste, più di 600.000 erano non fumatrici, ma esposte al fumo passivo. Se questo numero rimanesse invariato, nel 2030 si potrebbe raggiungere la quota annuale di 8 milioni di decessi causati dal fumo. Il fumo è ancora oggi la prima causa di morte evitabile: circa il 50% dei fumatori muore prematuramente (in media 10 anni prima di un non fumatore). Questi sono i dati riferiti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’Agenzia delle Nazioni Unite che ha come missione il miglioramento della salute delle popolazioni.

Il fumo, oltre all’età, è il maggiore fattore di rischio delle malattie cardio-cerebrovascolari, dei tumori e delle malattie respiratorie. Le persone affette da queste patologie hanno vita più breve, sono frequentemente invalide e hanno scarsa qualità di vita; chi sopravvive ad una malattia cardio-cerebrovascolare è più facile che vada incontro a disturbi della capacità cognitiva (demenza) e a minore performance fisica (disabilità).

Fumano più gli uomini che le donne, anche se questa differenza tra i due sessi va diminuendo; inoltre, il fumo è più diffuso nelle persone con bassa scolarità. Nel nostro Paese, secondo i dati forniti nel 2017 dal Centro Nazionale Dipendenza e Doping dell’Istituto Superiore di Sanità, i fumatori sono più di 12 milioni.

Il fumo è l’unico fattore di rischio che potrebbe essere completamente rimosso. È il nemico numero uno delle arterie, i vasi che portano il sangue ai tessuti: la nicotina viene assorbita dai polmoni, passa nel sangue, provoca la riduzione del lume delle arterie e riduce la circolazione del sangue, fa aumentare la pressione arteriosa e la tachicardia, causa una predisposizione alla formazione di placche ateromasiche e, infine, facilita la formazione di coaguli, che andando in circolo possono danneggiare cuore, cervello, reni e altri organi. Quando un trombo ostruisce improvvisamente una arteria cerebrale si parla di ictus.

L’ictus è un evento improvviso, inatteso e traumatico. Fumare comporta un rischio due volte maggiore di essere colpiti da ictus: i fumatori hanno la probabilità doppia che si verifichi un ictus ischemico e ben quattro volte superiore che si verifichi un ictus emorragico. Più della metà dei fumatori reduci da in ictus riprende il vizio una volta lasciato l’ospedale, ma in questo caso il rischio di morire triplica, arrivando addirittura a quintuplicare se il paziente riprende in mano la sigaretta una settimana dopo la dimissione” – afferma Nicoletta Reale, Presidente di A.L.I.Ce. Italia Onlus (Associazione per la Lotta all’Ictus Cerebrale).

Per ridurre l’abitudine al fumo nella popolazione generale in questi anni è stato fatto molto, basti pensare alla restrizione del fumo nei locali pubblici, alle campagne per la conoscenza dei danni provocati dal fumo, all’abolizione della pubblicità delle sigarette, all’aumento del costo delle sigarette. Nonostante questo, ancora oggi in Italia, circa il 20% della popolazione adulta fuma abitualmente; è aumentata purtroppo l’abitudine al fumo nei giovanissimi, nei ragazzi e ancor più nelle ragazze, che a questa dipendenza tendono ad associarne altre ugualmente pericolose. Le ragazze non sanno che l’uso della pillola anticoncezionale, associata all’abitudine al fumo, può provocare eventi acuti cardio-cerebrovascolari in età giovane.

Indipendentemente da quando e quanto si fumi, smettere di fumare diminuisce il rischio di ictus: molti vantaggi si ottengono già dopo poche settimane e, dopo cinque anni, il rischio cerebro-cardiovascolare è simile a quello di chi non ha mai avuto questa cattiva abitudine. Purtroppo il rischio di tumore persiste nel tempo. Per questo è importante non fumare e aiutare le persone, in particolare i giovani che non hanno mai fumato, a non iniziare a fumare.

Secondo l’indagine Health Behaviour in School-aged Children, fuma ben il 14% di coloro che hanno soltanto 15 anni: il fumo negli adolescenti ha conseguenze immediate e a lungo termine. Oltre ad aumentare in età più avanzata il rischio verso le malattie cardiovascolari, i tumori e le patologie respiratorie, nel giovane riduce la performance fisica così come aumentano frequenza cardiaca, ansia e disturbi del comportamento, predisponendo verso l’uso di alcoolici e altre droghe. Uno dei più significativi effetti dell’abitudine al fumo è la dipendenza da nicotina, problema che induce i giovani a fumare più a lungo nel corso della vita e, quindi, ad aumentare il rischio di andare incontro ad un evento cardio-cerebrovascolare.

Fondamentali sono quindi la prevenzione e l’adeguata consapevolezza da parte dei cittadini che smettere di fumare o non cominciare affatto riduce la mortalità totale, la probabilità di incorrere in un ictus, così come i problemi respiratori e circolatori, migliorando contemporaneamente la prestazione fisica, l’aspetto della pelle, dei denti e della bocca. Il rischio dovuto all’abitudine al fumo è continuo, pertanto più si fuma e più aumenta il rischio: bastano anche poche o una sola sigaretta al giorno per produrre un rischio che è superiore rispetto a chi non fuma.

La popolazione deve essere maggiormente consapevole che i fattori di rischio da soli e, ancora di più in combinazione tra loro, aumentano notevolmente il rischio di essere colpiti da ictus. Non va comunque dimenticato che l’ictus è, come tutte le malattie cardiovascolari e i tumori, una malattia multifattoriale, cioè dovuta alla concomitante azione di più fattori: ipertensione arteriosa, obesità, diabete, fumo, sedentarietà ed alcune anomalie cardiache e vascolari. Le terapie della fase acuta (trombolisi e trombectomia meccanica) attualmente disponibili possono evitare del tutto o migliorare in modo sorprendente questi esiti, ma la loro applicazione rimane a tutt’oggi molto limitata per una serie di motivi. I principali sono rappresentati dalla scarsa consapevolezza dei sintomi da parte della popolazione, dal conseguente ritardo con cui chiama il 112 e quindi arriva negli ospedali idonei, dal ritardo intra-ospedaliero e, infine, dalla mancanza di reti ospedaliere appropriatamente organizzate.

Per maggiori informazioni www.aliceitalia.org.

Emergenza testosterone: è carente in tutta Italia

La questione della carenza di farmaci nell’area endocrino-metabolica sul territorio, è diventato un problema sempre più complesso che compromette la continuità di cura per un numero sempre crescente di pazienti e comporta carichi gestionali aggiuntivi per gli operatori sanitari, a denunciarlo è Edoardo Guastamacchia, presidente AME Associazione Medici Endocrinologi.

Il reperimento dei farmaci a base di androgeni è sempre stato problematico ma oggi da più parti giungono segnalazioni, di mancata disponibilità su tutto il territorio italiano di questi farmaci: SUSTANON, TESTIM, TESTOGEL, TESTOVIRON, NEBID. Non conosciamo i motivi che ne determinano la carenza e chiediamo a AIFA un intervento affinché possano essere nuovamente disponibili nelle farmacie di tutta Italia” – prosegue Guastamacchia.

Tali terapie, vengono utilizzate nelle condizioni di ipogonadismo maschile e come terapia di transizione nei soggetti con disforia di genere. Per ipogonadismo maschile si intende una condizione di inadeguato funzionamento dei testicoli, che determina l’insufficiente produzione di testosterone e una conseguente difettosa spermatogenesi. Dati della letteratura sulle condizioni cliniche che inducono nel maschio un quadro di ipogonadismo grave ci parlano di circa l’1% della popolazione, circa il 6% per l’ipogonadismo lieve sintomatico. La terapia con testosterone mira a sostituire il ruolo fisiologico dello steroide endogeno, proteggendo i pazienti dalle complicanze legate ad una condizione di carenza cronica (astenia, depressione, osteoporosi, insulino-resistenza, cardiopatia cronica, anemia, aumento massa grassa, diminuzione massa e forza muscolare, deficit cognitivo). I farmaci devono essere assunti in modo continuativo e sotto controllo di uno specialista endocrinologico o andrologo” – spiega Vito Giagulli, responsabile area andrologia AME Associazione Medici Endocrinologi.

Fino ad ora, gli endocrinologi hanno cercato di aggirare la mancanza di questi farmaci proponendo altri preparati alternativi spesso, purtroppo, più costosi ma sicuramente con una farmacodinamica molto più aderente alla fisiologia secretiva del testosterone, ma oggi cominciano a mancare anche questi” – riferisce Stefania Bonadonna, responsabile gruppo di lavoro disforia di genere AME Associazione Medici Endocrinologi.

 



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