Nuovi biomarkers: mid regional-proadrenomedullin (MR-proADM)

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L’adrenomedullina umana (ADM) è un peptide di 52 amminoacidi, isolato nel 1993 da tessuto di feocromocitoma.

La sintesi di ADM è ampiamente distribuita in diversi tessuti, quali ossa, corteccia surrenale, rene, polmone, vasi sanguigni e cuore. L’ADM è un peptide con diversi effetti biologici: effetto vasodilatatore, inotropo positivo, diuretico, natriuretico e broncodilatatore.

Livelli elevati di questo peptide sono stati riscontrati in pazienti settici ed in patologie come ipertensione, insufficienza cardiaca, insufficienza respiratoria, insufficienza renale, cirrosi e cancro. MR-proADM è un frammento di 48 amminoacidi, presente in rapporto 1:1 rispetto all’ADM, e si candida ad essere un ottimo biomarker.

In particolare, il MR-proADM è stato identificato come un marcatore prognostico, utilizzato nei reparti di emergenza e di terapia intensiva, allo scopo di valutare il rischio di mortalità nei pazienti con sepsi.

Livelli crescenti di MR-proADM tra il secondo ed il quinto giorno di ammissione nel reparto di terapia intensiva di un paziente con sepsi grave, rappresentano la chiave per la determinazione del rischio di mortalità.

Rispetto al monitoraggio della procalcitonina (PCT) e della proteina C-reattiva (CRP), la valutazione dei livelli di MR-proADM rappresenta un metodo più efficace, nella determinazione di outcome sfavorevoli e nella valutazione del rischio di mortalità in pazienti con sepsi, ricoverati in terapia intensiva.

Per quanto riguarda la clearance renale, sono stati valutati i valori di clearance della MR-proADM a 48 ore e a 5 giorni nei pazienti sopravvissuti, ed è emerso che a 48 ore, tali valori risultano raddoppiati in questi pazienti.

La persistenza di valori elevati di MR proADM o la riduzione della clearance a 48 ore o al quinto giorno di ammissione nei reparti di emergenza e di terapia intensiva, può indicare un’evoluzione della sepsi, giocando, quindi, un ruolo chiave nel processo decisionale riguardante la strategia antibiotica da utilizzare.

Oltre ad essere il biomarcatore più affidabile nella valutazione del rischio di mortalità dei pazienti ricoverati in terapia intensiva, la MRproADM è stata anche utilizzata con successo per la diagnosi della disfunzione d’organo causata da infezioni. Infatti, i livelli di MR-proADM sono indipendenti dal tipo di germe che causa l’infezione, ma sono direttamente correlati all’intensità ed alla severità dell’infezione stessa.

In conclusione, la valutazione dei livelli di MR-proADM rappresenta uno strumento fondamentale nella diagnosi e nel trattamento di sepsi severa. Inoltre, la combinazione dei livelli di PCT e MR-proADM è in grado di identificare tempestivamente pazienti con infezioni batteriche gravi, facilitando in tal modo la diagnosi e il trattamento di sepsi e shock settico.

BIBLIOGRAFIA
Francisco Valenzuela-Sánchez et al. New role of biomarkers: mid-regional pro-adrenomedullin, the biomarker of organ failure. Ann Transl Med 2016;4(17):329


DottNet

Tiroidite di Hashimoto collegata ad un rischio 5 volte maggiore di sviluppare una seconda malattia autoimmune

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Le malattie autoimmuni sono causate da errori del sistema immunitario, che aggredisce cellule dei tessuti sani invece di attaccare i nemici, virus, batteri, ecc. che l’organismo può ospitare. Possono colpire un solo organo o organi diversi anche nello stesso soggetto e in genere la causa non è nota.

Una delle malattie autoimmuni più comuni è la tiroidite di Hashimoto che si riflette con una sintomatologia che va dall’ipo o all’ipertiroidismo o anche non avere necessariamente avere una sintomatologia evidente, ha spiegato Michele Zini, Centro Malattie Tiroidee dell’IRCCS Arcispedale “S. Maria Nuova” di Reggio Emilia e membro dell’Associazione Medici Endocrinologi.

Un recente studio, pubblicato sulla rivista Autoimmunity Reviews, ha dimostrato che i pazienti con tiroidite autoimmune sono esposti al rischio di sviluppare nel tempo altre malattie autoimmuni in misura maggiore rispetto alle persone non colpite da tiroidite autoimmune. Le malattie autoimmuni sono state rilevate nel 19.5% dei pazienti con tiroidite autoimmune, e solo nel 3.9% dei controlli. Questo significa che avere una tiroidite autoimmune conferisce un rischio 5 volte maggiore di sviluppare una seconda patologia autoimmune oltre alla tiroidite.

Le malattie autoimmuni più frequentemente associate alla tiroidite indicate dallo studio sono la gastrite cronica autoimmune, la vitiligine, la artrite reumatoide, la polimialgia reumatica, la celiachia, il diabete mellito tipo 1, la malattia di Sjögren, la sclerosi multipla, il lupus eritematoso sistemico, la sarcoidosi.

Il problema può essere visto anche da una prospettiva diversa, e cioè arrivare alla diagnosi di tiroidite autoimmune partendo da altre patologie autoimmuni. Questo ha importanti ricadute pratiche, ad esempio, tutti i pazienti con diabete mellito tipo 1 devono essere periodicamente testati per valutare la funzionalità tiroidea e la formazione di anticorpi antitiroidei, soprattutto i bambini diabetici. I pazienti con malattie reumatologiche autoimmuni dovrebbero essere periodicamente valutati per cogliere la presenza di una tiroidite autoimmune, così come i pazienti con le altre patologie autoimmuni più frequentemente associate alla tiroidite. Il riconoscimento di una tiroidite autoimmune è semplice: bastano due test di laboratorio (TSH con metodo reflex e anticorpi anti-tireoperossidasi), eventualmente seguiti in caso di risultato patologico da una ecografia tiroidea.

Nella pratica clinica, l’endocrinologo e i medici di medicina generale terranno presente la possibilità che una seconda malattia autoimmune si manifesti nei pazienti con tiroidite autoimmune di Hashimoto, soprattutto in coloro che ne hanno una suscettibilità genetica: eventuali sintomi, dati di laboratorio, famigliarità possono essere indicatori per la ricerca di altre patologie autoimmuni.

Se, in teoria, sembrerebbe ragionevole ricercare attivamente la presenza di malattie autoimmuni in tutti i pazienti con tiroidite di Hashimoto, cercando di identificarle in una fase precoce quando ancora non hanno dato sintomi, al lato pratico, la numerosità delle possibili patologie autoimmuni rende molto difficile questa ricerca, che comporterebbe il ricorso a numerosissimi test di laboratorio ed esami strumentali. Inoltre, anche quando fossero colte in una fase iniziale, non è possibile mettere in atto una vera e propria prevenzione, cioè non si riesce ad evitare l’insorgenza della malattia conclamata.

Non esiste una manifestazione clinica comune a tutte le malattie autoimmuni, e i sintomi, i disturbi e le conseguenze cliniche delle malattie autoimmuni sono quelle specifiche di ogni singola patologia. Analogamente, non esiste un trattamento comune unico per tutte le patologie autoimmuni, ma ognuna viene trattata con farmaci e schemi specifici. E’ vero che per molte malattie di questo gruppo si ricorre a farmaci che sopprimono il sistema immunitario, ma i singoli farmaci, gli schemi, i tempi, le dosi e le associazioni sono stati studiati e validati singolarmente per ogni patologia. Analogamente, anche il decorso clinico di ogni malattia autoimmune è indipendente. In altre parole, non ci può aspettare che curando una malattie autoimmune anche le altre eventualmente presenti migliorino.

In conclusione, ha spiegato Michele Zini, Centro Malattie Tiroidee dell’IRCCS Arcispedale “S. Maria Nuova” di Reggio Emilia e membro dell’Associazione Medici Endocrinologi, è bene conoscere queste interazioni tra patologie autoimmuni senza che questo diventi fonte di ansia dal momento che possibilità di ammalarsi non significa necessariamente malattia.

 

BIBLIOGRAFIA

Fallahi, P., Ferrari, S. M., Ruffilli, I., Elia, G., Biricotti, M., Vita, R., … & Antonelli, A. (2016). The association of other autoimmune diseases in patients with autoimmune thyroiditis: Review of the literature and report of a large series of patients. Autoimmunity Reviews, 15 (12), 1125-1128.

 


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Sindrome delle gambe senza riposo: prime linee guida terapeutiche

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L’AAN (American Academy of Neurology) ha rilasciato le prime linee guida pratiche per la gestione della Restless Leg Syndrome (Sindrome delle gambe senza riposo) in pazienti adulti. In questi pazienti dovrebbe essere considerata la terapia medica con farmaci quali pramipexolo, rotigotina ed gabapentin-enacarbil, a supporto dei quali sussistono solide evidenze.

Anche la carbegolina ha ricevuto una raccomandazione di livello A; ma dato il rischio di valvulopatie cardiache legato a dosaggi elevati, essa viene solo raramente impiegata nella pratica clinica. Le raccomandazioni di livello B riguardano ropinirolo, pregabalina e carbossimaltosio ferrico endovenoso, mentre la levodopa viene sostenuta soltanto da evidenze deboli.

Le raccomandazioni non farmacologiche sono a favore di compressione pneumatica, stimolazione magnetica transcranica e spettroscopia semi-infrarossa, mentre l’applicazione di vibrazioni migliora i problemi di sonno soggettivi, ma non i sintomi veri e propri della RLS.

Secondo John Winkelman della Harvard Medical School di Boston, principale autore delle linee guida, è comunque opportuno personalizzare la terapia per il singolo paziente, soprattutto in mancanza di studi testa a testa fra i vari agenti. E’ opportuno anche considerare che pramipexolo e rotigotina sono altamente efficaci a breve termine, ma a lungo termine hanno il potenziale addirittura di aumentare i sintomi della RLS e, quindi, il loro impiego va accompagnato da estrema cautela.

La scelta del farmaco andrebbe basata su criteri quali età del paziente, comorbidità, sensibilità agli effetti collaterali, precedente anamnesi farmacologica per terapie anti-RLS e caratteristiche principali della sindrome individuale.

Neurology online 2016, pubblicato il 16/11


Popular Science Italia

GAD: la paura che si nasconde nel corpo

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Le persone che soffrono di disturbo d’ansia generalizzato si preoccupano costantemente in maniera esagerata. Questo problema riguarda anche i bambini. Spesso si manifestano sintomi somatici, per cui la malattia è spesso trascurata. In molti casi è utile la psicoterapia.

Trump, Erdogan, Putin, minaccia globale del terrorismo e crisi dei rifugiati: al momento molte persone hanno motivi di cui preoccuparsi. Eppure la maggior parte non si lascia turbare completamente da queste cose. È diverso per chi soffre di disturbo d’ansia generalizzato, che si preoccupa quasi costantemente per motivi solitamente infondati. Queste persone si sentono fortemente colpite e spesso non sono più in grado di affrontare la normale vita quotidiana. Sostanzialmente le loro preoccupazioni non differiscono da quelle degli altri, ma la loro vita ne è costantemente pervasa: mentre i pazienti con disturbo d’ansia generalizzato trascorrono il 60 per cento della giornata a preoccuparsi, gli individui sani dedicano solo il 18 per cento del tempo a questi problemi.

I timori spesso riguardano loro stessi, i familiari o altre persone vicine: preoccupazioni per la propria salute, il lavoro e la capacità professionale, questioni finanziarie, problemi nelle relazioni sociali o per le cose di tutti i giorni. Inoltre, le persone affette hanno spesso la paura infondata che possa accadere qualcosa al loro partner o ai loro figli. Quindi li chiamano più volte al giorno per assicurarsi che stiano davvero bene. I familiari si sentono quindi spesso infastiditi o controllati, per cui ne soffre proprio il rapporto con le persone che sono particolarmente importanti per il paziente.

Le paure generalizzate, dopo le fobie – in cui la paura si riferisce a cose molto concrete, come la folla o l’altezza – sono il secondo disturbo d’ansia più comune: circa il cinque per cento della popolazione ne è colpito durante la vita.

Anche i bambini soffrono di ansia generalizzata, come evidenzia ad esempio un recente articolo della psichiatra infantile Erin Dillon Naftolin dell’Ospedale pediatrico statunitense di Seattle. Nei bambini si stima che l’incidenza di disturbi d’ansia generalizzata superi il 10 per cento.

Sebbene l’apprensione costante non si manifesti durante l’infanzia, il disturbo può iniziare presto nella vita, solitamente tra i 20 e i 30 anni. A questa età, la responsabilità crescente, attraverso il lavoro, il matrimonio o i figli, può contribuire a sviluppare paure e preoccupazioni. La causa scatenante sono spesso anche circostanze di vita onerose. Al contempo, le persone colpite riferiscono di essere state particolarmente ansiose o nervose già prima dell’inizio della malattia. Le ragazze e le donne sono più frequentemente colpite da ansia generalizzata, solitamente circa il doppio rispetto agli uomini. Finora non si sa esattamente perché sia così.

Oltre ai sintomi fisici si manifestano sintomi psicologici tipici, che comprendono difficoltà di concentrazione, nervosismo, insonnia e derealizzazione (quando l’ambiente è percepito come strano o irreale) e depersonalizzazione (quando una persona percepisce se stessa o il proprio corpo come estranei, irreali o quasi non appartenenti a sé).

Secondo la Classificazione Statistica Internazionale delle Malattie (ICD-10) i sintomi devono essere presenti per almeno sei mesi. Inoltre, si deve escludere una causa organica del disturbo, ad esempio un ipertiroidismo.

Le preoccupazioni e i timori possono nascondere cause molto diverse. Gli esperti ritengono che i pazienti abbiano geneticamente una maggiore vulnerabilità per lo sviluppo di una forte ansia. Questa predisposizione, attraverso lo stress prolungato o eventi gravosi, può portare a costanti preoccupazioni e timori. I malati sono in uno stato di costante vigilanza e sovrastimano la probabilità di eventi negativi. Anche l’iperprotezione dei genitori durante l’infanzia può contribuire allo sviluppo della malattia, perché così i bambini non hanno l’esperienza che consenta loro di affrontare i problemi da soli.

Alcuni ricercatori ritengono che la persistente preoccupazione per se stessi sia una sorta di “processo di problem solving senza soluzione del problema”. Attraverso il gioco costante di tutte le possibili catastrofi le persone colpite hanno la sensazione di poter in questo modo evitare che le catastrofi effettive, seguendo una linea di pensiero del tipo “Devo preoccuparmi costantemente, altrimenti succede qualcosa di brutto”. L’attività mentale di preoccuparsi si traduce temporaneamente nel calmarsi, anche se le paure in questo modo non sono elaborate emotivamente e persistono nel lungo termine.

Sebbene i sintomi nel tempo spesso si rafforzino e si diversifichino e la malattia tenda ad essere cronica, si possono trattare adeguatamente con misure appropriate. In primo luogo attraverso la psicoterapia, integrata in alcuni casi da farmaci.

La terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata particolarmente indicata nei disturbi d’ansia. Qui il paziente prima apprende da quali fattori nascano le sue paure e preoccupazioni. Poi impara strategie per affrontare le proprie paure. Ciò include in particolare la collocazione della sua paura nel pensiero (“in sensu”) e in situazioni reali (“in vivo”). In questo modo può vivere l’esperienza che le catastrofi temute non si verifichino. Al contempo, i timori e le ansie sono elaborati emotivamente, in modo che la paura alla fine scompaia spontaneamente. Inoltre, nella terapia si praticano metodi di rilassamento, che contribuiscono a ridurre l’alta tensione interna.

Diversi studi hanno dimostrato che nell’ansia generalizzata la terapia comportamentale porta ad un miglioramento significativo dei sintomi che persiste anche oltre la terapia. Inoltre, in caso di gravi paure pronunciate si possono prescrivere antidepressivi, di solito del gruppo di selettivo degli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e della ricaptazione della serotonina e della norepinefrina (SSRI e SSNRI). Tali farmaci influenzano il sistema della serotonina nel cervello e ciò è consigliato per i disturbi d’ansia con perdita dell’equilibrio e possono quindi contribuire a ridurre l’ansia.

Anche nei bambini e negli adolescenti la terapia cognitivo-comportamentale è il trattamento di scelta. In alcuni casi può essere utile combinarla con SSRI, in particolare in presenza di paure pronunciate da moderate a gravi.


DocCheck News

Il villaggio della salute, la prevenzione in piazza

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Prevenzione, buone abitudini e corretti stili di vita: sono i protagonisti del Winter Village, il campo base della salute allestito a Milano dal 18 al 22 gennaio 2017 nell’area antistante via Mario Pagano. La manifestazione, promossa da Onda, con il contributo incondizionato di Doc Generici, gode del patrocinio di Regione Lombardia, della Città metropolitana e del Comune di Milano, e si avvale della collaborazione di 8 fra Società scientifiche e Associazioni – AIDI (Associazione Igienisti Dentali Italiani), AMD (Associazione Medici Diabetologi), ARCA (Associazioni Regionali Cardiologi Ambulatoriali), SIIA (Società Italiana dell’Ipertensione Arteriosa), SIMG (Società Italiana di Medicina Generale), SIP (Società Italiana di Psichiatria), SOI (Società Oftalmologica Italiana) e URI (Urological Research Institute dell’Ospedale San Raffaele).

Il villaggio, aperto a tutti e gratuito, offrirà informazioni ed eventi volti a promuovere una corretta alimentazione, ma anche consulti con gli esperti delle principali Società scientifiche e molto altro ancora.

Il percorso è organizzato in quattro sezioni. Si inizia dall’area dedicata al mangiare sano, coordinata dallo chef Matteo Scibilia che grazie ad assaggi, corsi e percorsi svelerà al pubblico i segreti della cucina sana, gustosa e leggera. Si passa poi all’area della salute, dove si potranno avere informazioni sui corretti stili di vita, e a quella dedicata alla scoperta del proprio corpo attraverso un’esperienza digitale di realtà virtuale che permetterà di comprendere i rischi legati a comportamenti non corretti e l’importanza della diagnosi precoce, delle cure quando necessarie e della continuità terapeutica. Infine i visitatori avranno la possibilità di avere un consulto medico specialistico gratuito in cardiologia, diabetologia, ipertensione, medicina generale, oftalmologia, psichiatria, urologia o una consulenza in igiene dentale.

Da una nostra recente indagine – spiega Francesca Merzagora, Presidente di Onda –  emerge come la salute rimanga lo scopo primario nella vita delle italiane. Per il 69% delle donne infatti il benessere rappresenta una priorità, ma per quanto si abbia più attenzione rispetto al passato, solo il 46% è soddisfatto (70% nel 2006) della gestione della propria salute e 2 su 3 (67%) vorrebbe fare di più. Le principali barriere che ostacolano un’efficace attività di prevenzione sono il costo delle prestazioni (63%) e la scarsa informazione sugli esami di screening da effettuare (24%). Onda, da sempre impegnata nel promuovere la salute della donna e della famiglia, offre quindi la possibilità a tanti cittadini di avere consulti medici gratuiti e di immergersi in un percorso nel mondo della salute. I visitatori – aggiunge Francesca Merzagorasaranno guidati alla scoperta delle diverse aree con la possibilità di ricevere consigli e informazioni da un team di esperti per poter correggere eventuali abitudini non opportune che possono nuocere alla salute“.

Abbiamo deciso di sostenere questa iniziativa – commenta Massimo Sgrafetto, Sales & Marketing Director di DOC genericiper dare seguito e supporto a un’attività pregressa che si è svolta in 50 piazze in tutta Italia per valutare gli stili di vita degli italiani. DOC generici è un’azienda che si muove nel mondo della salute: la prevenzione nonché l’attenzione agli stili di vita corretti sono la base della salute e solo in caso di necessità si deve ricorrere all’utilizzo di farmaci e sempre e solo dopo consulto medico”.

 

Per maggiori informazioni e per il programma delle attività visita il sito di Winter Village e la pagina facebook di ondawintervillage.

 


HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

Nuove regole per la malattia e sentenza Cassazione sulla reperibilità

Malattia

Dal primo gennaio scorso sono cambiate le regole per la malattia dei lavoratori. E c’è anche un’importante sentenza della Cassazione, la numero  64 del 4 gennaio 2017, che regolamenta l’obbligo di reperibilità.

Giova ricordare che la malattia indennizzata parte dal 4° giorno, perché i primi 3 giorni vengono considerati di carenza. In questo caso, se previsto dal contratto di lavoro, le giornate di assenza per malattia sono a completo carico dell’azienda. Dal 1° gennaio 2017, la visita e quindi la reperibilità del lavoratore può essere attivata fin dal primo giorno di malattia. Questo nel caso in cui l’assenza ricada nella giornata immediatamente precedente o successiva ad una non lavorativa. In definitiva, il datore di lavoro ha il diritto di chiedere all’Inps di andare a controllare lo stato di salute del dipendente in malattia, tramite procedura telematica da attivare in tempo reale.

La giornata non lavorativa, non si riduce al sabato o la domenica, ma anche a giornate di riposo, ferie o permessi. In pratica, una stretta a coloro che magari usano la malattia per allungare periodi di riposo o di ferie. Per i lavoratori pubblici, le fasce orarie di reperibilità sono dalle 09:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 18:00 per 7 giorni su 7. Per i lavoratori dipendenti del settore privato invece, 10:00-12:00 e 17:00-19:00.

A tutto ciò si aggiunge la sentenza  della Cassazione, la numero 64 del 4 gennaio 2017, che dà ulteriori delucidazioni all’obbligo di reperibilità con particolare riferimento ai casi coperti dalla Legge, in cui il lavoratore può mancare una visita fiscale. Patologie gravi e accertate sono motivi validi che però devono essere confermati da strutture sanitarie nazionali. Per il settore Pubblico poi, esistono delle malattie professionali riconosciute dall’Inail che eliminano l’obbligo per il lavoratore.

La Cassazione, con la sentenza n°64 del 4 gennaio 2017, ha sottolineato, inoltre, come l’obbligo di reperibilità cessi nel momento in cui il medico, visitando il lavoratore, confermi lo stato di malattia. In parole povere, dopo che il medico ha trovato a casa il lavoratore e lo ha visitato trovandolo davvero ammalato, l’obbligo di essere reperibile decade. Questo a condizione che l’uscita di casa o l’attività che si va a svolgere renda la guarigione più complicata. Resta sempre giustificabile una assenza alla visita, purché comunicata preventivamente agli organi di controllo.

Per casi di omessa o ritardata comunicazione, il lavoratore sarà tenuto, in un eventuale contenzioso, a dimostrare il motivo per il quale ha omesso di comunicare all’INPS che sarebbe stato assente alla visita di controllo. Sempre per quanto riguarda eventuali contenziosi col datore di lavoro, il lavoratore resta tenuto a dimostrare che le eventuali uscite durante le ore in cui doveva essere reperibile, non ne abbiano pregiudicato la guarigione, questo perché lo svolgimento del lavoro da parte del lavoratore è un diritto del datore di lavoro.


DottNet

Ortaggi bianchi per un pieno di potassio e magnesio

Ortaggi Bianchi

Arricchire la propria dieta con numerose tipologie di ortaggi rappresenta il primo passo per una sana alimentazione. Le verdure di colore giallo e arancio sono ricche di carotenoidi, negli ortaggi di colore rosso troviamo antociani e licopene. Portiamo dunque colore nei nostri piatti, ma senza trascurare gli ortaggi bianchi. Il loro pallore infatti nasconde proprietà benefiche inaspettate.

Tra la frutta e la verdura di colore bianco vengono solitamente inseriti, all’interno di un utile “arcobaleno” per la suddivisione dei vegetali in base a proprietà e pigmentazione, ad esempio: aglio, banane, cavolfiori, cipolle, finocchi, patate, porri, rape bianche, scalogno, pere, pastinaca e pesche bianche.

Gli ortaggi di colore bianco possono contenere allicina, un elemento in grado di agire positivamente nell’abbassamento del colesterolo nel sangue e della pressione sanguigna. Essa è inoltre stata correlata ad una riduzione del rischio di cancro allo stomaco e di patologie cardiache. Gli ortaggi di colore bianco sono inoltre particolarmente ricchi di potassio e di magnesio.

A confermare ulteriormente i benefici degli ortaggi bianchi nella dieta è un documento che porta il titolo di White Vegetables: A Forgotten Source of Nutrients, pubblicato tra le pagine della rivista scientifica Advances in Nutrition da parte della American Society for Nutrition. Gli esperti hanno notato come le linee guida alimentari contengano solitamente dei consigli rivolti ad incentivare il consumo di ortaggi di colore verde scuro ed arancio, dimenticando i benefici correlati alla frutta ed alla verdura bianca, che non andrebbe sottovalutata.

Incoraggiare ad un maggior consumo di verdure bianche è parte di un rinnovato intento da parte degli esperti di alimentazione nel promuovere un arricchimento della dieta basato su differenti tipologie di vegetali. Viene sottolineato come gli ortaggi bianchi risultino particolarmente ricchi di fibre, oltre che di sali minerali, utili per mantenere un regolare funzionamento dell’intestino.

Secondo Connie Weaver, professoressa di scienza dell’alimentazione presso la Purdue University, le verdure bianche dovrebbero essere aggiunte alle linee guida contenenti le raccomandazioni per una sana alimentazione, in modo da incentivare il consumo di vegetali in generale. Inserire nella dieta ortaggi bianchi come le patate può rappresentare un ottimo stratagemma per incrementare l’apporto di fibre e sali minerali nelle diete di adulti e bambini. Via libera dunque alle verdure dall’apparenza un po’ pallida, dietro la quale si nascondono però importanti elementi nutritivi.

WellMe.it


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