Disforia di genere: ribadita la centralità dell’endocrinologo

La disforia di genere (DIG) è una condizione in cui la persona ha una forte e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico: uomini che si sentono donne o donne che si identificano nel genere maschile. Si stima che siano in questa condizione 1 su 10-12.000 maschi e 1 su 30.000 femmine per circa 5.000 persone in Italia”- spiega Stefania Bonadonna, endocrinologo e coordinatore del gruppo di lavoro AME, sulla disforia di genere.

Per comprendere il mondo della disforia di genere si è tenuto a Milano il convegno “TRANS-AME: trattiamo il genere” promosso dall’Associazione Medici Endocrinologi con il Patrocinio del Comune di Milano.

I problemi delle persone transessuali sono stati oggetto di riflessione non solo dal punto di vista medico ma anche dei diritti negati, dello stigma, dei pregiudizi, della comunicazione dei media, del rapporto con il mondo del lavoro, ecc. ecc. coinvolgendo non solo medici endocrinologi ma anche altri specialisti, giornalisti, avvocati e una rappresentanza di chi vive questa condizione, per un confronto che arricchisca le conoscenze scientifiche, cliniche e umane.

Questo convegno è ormai un appuntamento ricorrente su questa branca dell’endocrinologia e un obiettivo che ci eravamo prefissati dopo la creazione di un gruppo di lavoro specifico sulla disforia di genere al nostro interno. Gli endocrinologi svolgono, anche secondo le nuove linee guida 2017 dell’Endocrine Society1, un ruolo centrale all’interno del team multidisciplinare che segue il percorso di transizione; abbiamo sul territorio nazionale una rete di professionisti endocrinologi che hanno acquisito esperienza nel trattare i problemi legati alla disforia di genere. La finalità principale del gruppo di lavoro è creare una rete endocrinologica esperta con almeno un centro per regione che, attraverso una formazione specifica, possa diventare un punto di riferimento dove le persone transgender possano trovare risposte a 360 gradi. Inoltre, insieme alle associazioni vogliamo sensibilizzare le Istituzioni perché possano essere trovate soluzioni alle problematiche che queste persone si trovano continuamente ad affrontare dal punto di vista medico-clinico e sociale”- continua Vincenzo Toscano, Presidente AME.

Avere almeno un centro di riferimento a livello regionale, dove le persone transgender possono trovare un team completo con le competenze di tutti gli specialisti del team multidisciplinare come ginecologo, psicologo, urologo, chirurgo ma anche infermieri e operatori sanitari, è importante anche per far fronte al grave problema dell’automedicazione. Infatti, secondo uno studio pubblicato sul Journal of Sexual Medicine2, il 25% delle donne transgender si autoprescrive la terapia ormonale procurandosi i farmaci su internet. Il passaparola, informazioni trovate online e terapie fai da te sono molto pericolose perché fatte senza alcuna consulenza medica e fuori dagli opportuni controlli periodici necessari. Qualsiasi intervento, dalle terapie ormonali agli interventi chirurgici deve essere fatto con la piena consapevolezza di cosa comporti il percorso di transizione, soprattutto perché si tratta di terapie mediche e chirurgiche irreversibili”- continua Stefania Bonadonna.

Inoltre, qualunque cura o intervento chirurgico ha possibili effetti collaterali tanto più se mirato ad una trasformazione che il corpo umano non prevede. In Italia non esistono studi sugli effetti a lungo termine della transizione e in generale, anche gli studi fatti in altri paesi, sono spesso insoddisfacenti per il numero esiguo di pazienti anche a causa della mancanza di fondi. Secondo una ricerca pubblicata sull’ European Journal of Endocrinology3 e condotta su 966 donne transgender e 365 uomini transgender in cura ormonale con un follow-up mediano a più di 18 anni, l’uso di testosterone in uomini transgender non porta ad un aumento della mortalità generale e della mortalità per cause specifiche rispetto alla popolazione generale. Per le donne transgender la mortalità è circa del 50% più alta rispetto al resto della popolazione ma non per cause legate agli ormoni, portando alla conclusione che le terapie ormonali sembrano essere sicure a lungo termine ma ci sarebbe bisogno di ulteriori studi di approfondimento. Un dato invece risulta essere determinante: l’auto-accettazione e l’accettazione da parte dei familiari e amici è molto importante per il benessere psico-fisico delle persone transessuali, quando questa manca vi sono ricadute sulla salute e si registrano alti tassi di depressione e suicidio. Da questo punto di vista gli sportelli trans svolgono un ruolo davvero essenziale offrendo sostegno, supporto e assistenza per affrontare le questioni legate alla transizione e alla vita quotidiana, nonché consulenza psicologica e counseling per parenti e amici di persone transgender”, – conclude Bonadonna.

In conclusione, da un punto di vista medico c’è ancora tanto da conoscere su questa condizione: e di questo si ha conferma anche dai dubbi espressi da molte persone transsessuali che si domandano quali ripercussioni possano avere sul proprio stato di salute interventi così poco ortodossi e prolungati ma, parallelamente, si assiste anche al fenomeno inverso. Infatti c’è un movimento molto sentito che mira a depatologizzare la condizione di transessuale e il processo che porta al cambio anagrafico e che chiede, attraverso l’eliminazione della diagnosi, che la persona transessuale venga messa nella condizione di decidere da sola che cosa fare con il proprio corpo, senza dover far ricorso a diagnosi e tribunali. Forse una via di mezzo dovrebbe essere trovata mantenendo i controlli periodici e il follow up dello stato di salute delle persone transgender a garanzia degli interessati. 

1_Hembree W.C. et al. Endocrine Treatment of Gender-Dysphoric/Gender-Incongruent Persons: An Endocrine Society Clinical Practice Guideline. The Journal of Clinical Endocrinology & Metabolism. November 2017, 102(11):1-35.

2_ Mepham N. et al. People with Gender Dysphoria Who Self‐Prescribe Cross‐Sex Hormones: Prevalence, Sources, and Side Effects Knowledge. The Journal of Sexual Medicine. December 2014, Volume 11, Issue 12, 2995 – 3001.

3_Asscheman H. et al. A long-term follow-up study of mortality in transsexuals receiving treatment with cross-sex hormones. European Journal of Endocrinology. April 2011;164(4):635-42.

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Diabete e cuore: un farmaco per due

Diabete: quanto conta il cuore? 60 decessi e 7,4 milioni di euro di costo per il sistema sanitario ogni giorno: ecco i due numeri che fotografano l’impatto delle malattie cardiovascolari sul diabete in Italia.

Le malattie cardiovascolari – principalmente cardiopatia ischemica e ictus – rappresentano una delle principali cause di morbilità e mortalità fra le persone con diabete, aumentando di 2 volte il rischio di morte e di 4 quello di infarto o ictus in chi soffre di questa malattia. Secondo le evidenze scientifiche, l’iperglicemia è responsabile di una morte su 5 per cardiopatia ischemica e di una su 8 per ictus, il che ci porta ad affermare che il cuore, inteso come malattie cardiovascolari, conti moltissimo nel diabete” – spiega Raffaele De Caterina, Professore Ordinario di Cardiologia, Università degli Studi di Chieti-Pescara.

Secondo i dati dello studio RIACE, la prevalenza delle malattie cardiovascolari nel diabete, ossia il numero di persone con diabete che vanno incontro nella loro vita ad almeno un evento cardiovascolare, è del 23,2 per cento: in pratica una su 4.

Parliamo di quasi 750 mila persone in Italia, delle quali oltre 350 mila hanno avuto un infarto e più di 100 mila un ictus. Sono poco meno di 15 mila le morti di persone con diabete imputabili a cardiopatia ischemica e rispettivamente 7 mila e 500 quelle per malattie cerebrovascolari ogni anno in Italia: pari rispettivamente a 40 e 20 decessi ogni giorno. Questi infarti, questi ictus, e le altre problematiche, come le procedure di rivascolarizzazione coronariche o carotidee, hanno anche un costo. Lo possiamo stimare in circa 7,4 milioni di euro al giorno, legati ai ricoveri ospedalieri (4,8 milioni di euro) e ai farmaci (2,6 milioni di euro). Complessivamente, parliamo di circa 2,7 miliardi di euro l’anno, pari a quasi un terzo di tutta la spesa sanitaria legata al diabete” – dice Antonio Nicolucci, Direttore Coresearch – Center for Outcomes Research and Clinical Epidemiology.

La buona notizia è che la ricerca farmacologica ha messo a punto farmaci antidiabete che prevengono gli eventi cardiovascolari, come liraglutide (Victoza®, Novo Nordisk), appartenente alla classe degli agonisti del recettore del GLP-1 (glucagon-like peptide-1). Liraglutide ha da poco ottenuto dall’agenzia europea del farmaco EMA l’aggiornamento della scheda tecnica, in termini di prevenzione degli eventi cardiovascolari maggiori come evidenziato dallo studio LEADER1, studio internazionale, multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, placebo-controllo.

Lo studio LEADER, ha valutato gli effetti a lungo termine di liraglutide rispetto a placebo in 9.340 persone con diabete tipo 2, ad alto rischio di eventi cardiovascolari per un periodo da 3,5 a 5 anni. Ha dimostrato, nelle persone con diabete tipo 2, di ridurre del 22 per cento il rischio di morte per cause cardiovascolari e del 15 per cento la mortalità per tutte le cause. Si tratta di un risultato particolarmente importante poiché evidenzia come liraglutide agisca non solo sull’effetto di riduzione della glicemia, come atteso da parte di un farmaco antidiabete, ma contribuisca a prevenire le complicanze cardiovascolari e la mortalità nel diabete tipo 2, considerando che stiamo parlando della principale causa di morte in queste persone. Senza dimenticare, infine, che ha anche un significativo impatto sulla perdita di peso, dato non indifferente in quanto molto spesso diabete, sovrappeso e obesità convivono, sostenendosi a vicenda”, – chiarisce Agostino Consoli, Professore di Endocrinologia all’Università degli Studi di Chieti-Pescara, Principal Investigator dello studio LEADER.

Sono molte le persone ignare del fatto che le malattie cardiovascolari rappresentino la più comune causa di morte in coloro che hanno il diabete tipo 2. Per questo, in occasione della giornata internazionale del cuore che si è celebrata lo scorso 29 settembre, Novo Nordisk e IDF hanno dato il via alla prima indagine internazionale mai realizzata sulla conoscenza delle malattie cardiovascolari tra le persone con diabete di tipo 2. I risultati contribuiranno ad attuare specifici programmi, azioni e campagne informative per migliorare la consapevolezza e quindi la salute di queste persone” – spiega Erik Lommerde, Corporate Vice President Novo Nordisk Europe South.

1. Marso SP, Daniels GH, Brown-Frandsen K, et al. Liraglutide and cardiovascular outcomes in type 2 diabetes. N Engl J Med. 2016; 375:311-22


Salute nelle Città: un appello per migliorarla

Si torna a parlare di salute nelle città e questa volta direttamente con i primi cittadini, in occasione della 34ma Assemblea nazionale ANCI, l’Associazione Nazionale Comuni Italiani che si è svolta a Vicenza, con la presentazione della “Lettera aperta ai Sindaci italiani per promuovere la salute nelle città come bene comune”.

A loro infatti è rivolto l’invito ad attivarsi nel creare reti di collaborazione pubblico-privato, mettere in atto politiche urbane che abbiano come priorità la salute dei cittadini, impegnarsi nel prevenire le malattie croniche non trasmissibili come diabete e obesità, che costituiscono la “nuova epidemia urbana”, come sempre l’Oms definisce questo fenomeno.

La lettera – condivisa e firmata da Andrea Lenzi, Presidente Health City Institute, Roberto Pella, Vice presidente vicario ANCI, in rappresentanza del Gruppo di lavoro dell’associazione su “Urban health”, Enzo Bianco, Presidente Consiglio nazionale ANCI, Antonio Decaro, Presidente ANCI, Simona Arletti, Presidente Rete italiana città sane dell’Oms, Angelo Lino Del Favero, Direttore Generale dell’Istituto Superiore di Sanità, Antonio Gaudioso, Segretario Generale Cittadinanzattiva, Giovanni Malagò, Presidente Coni e Walter Ricciardi, Presidente Istituto superiore di sanità – è stata illustrata nel corso della sessione “Promuovere la salute nelle città come bene comune” organizzato nell’ambito dell’Assemblea nazionale ANCI in collaborazione con Novo Nordisk, Cities Changing Diabetes, Health City Institute, Federsanità ANCI e Sport city 3.0.

Nell’occasione è stata anche presentata la rivista Urbes, il primo magazine europeo sostenuto da Health City Institute, che raccoglie idee, progetti e lavori socio-scientifici su come affrontare i problemi connessi al rapporto tra urbanizzazione e salute.

Cento anni fa solo il 20% della popolazione mondiale viveva in città. Per la metà del secolo arriveremo al 70% di residenti nelle aree urbane”, commenta Roberto Pella.

L’aumento è straordinario, al ritmo di 60 milioni di persone che ogni anno si spostano da ambienti rurali verso le città, soprattutto nei Paesi a medio reddito. Non solo, le proiezioni mostrano che nei prossimi 30 anni la crescita globale avverrà virtualmente soltanto nelle aree urbane. Ma se oggi circa il 10% della popolazione urbana vive in megalopoli, con oltre 10 milioni di abitanti, ormai presenti in ogni angolo del pianeta, saranno soprattutto le città più piccole a sostenere la quota maggiore di incremento”, continua Pella.

Nell’Unione europea, fatta eccezione per la Francia, le aree urbane tendono a registrare incrementi demografici più elevati a causa del saldo migratorio. In Italia, quasi 4 cittadini su 10 risiedono nelle 14 città metropolitane.

Lo spostamento verso le aree urbane è caratterizzato da cambiamenti sostanziali dello stile di vita rispetto al passato: cambiano le abitudini, i lavori sono sempre più sedentari, l’attività fisica diminuisce”, sostiene Andrea Lenzi.

Fattori sociali, questi, che rappresentano un potente volano per le cosiddette malattie della società del benessere: obesità e diabete”.

Ciò è sostanziato dai fatti, che vedono crescere in maniera esponenziale nel mondo il numero di persone obese o con diabete, vicino alla soglia del mezzo miliardo, con – già oggi – 250 milioni di persone con diabete, due terzi del totale, vivere nelle città, secondo Idf-International diabetes federation.

Per analizzare il contesto economico-sanitario, sociologico, clinico-epidemiologico e politico-sanitario e per studiare i determinanti della salute nelle città, nel 2015 è nato in Italia l’Health City Institute, un organismo che si avvale di esperti indicati, tra gli altri, da Ministero della salute, Istituto superiore di sanità, Università Tor Vergata di Roma, Istat e Censis

Health City Institute ha messo a punto, nel 2016, il manifesto “La Salute nelle città: bene comune”, che si propone di offrire alle istituzioni e alle amministrazioni locali spunti di riflessione per guidarle nello studio di questi determinanti nei propri contesti urbani e fare leva su di essi per mettere a punto strategie per migliorare gli stili di vita e la salute del cittadino. Il documento venne presentato ad Anci, che volle condividerne lo spirito e le finalità, agendo consapevolmente.

Lo sviluppo urbano, cui il mondo ha assistito e assiste, ha infatti modificato profondamente lo stile di vita della popolazione e trasforma il contesto ambientale e sociale in cui viviamo, creando problemi di equità, generando tensioni sociali e introducendo minacce per la salute della popolazione. La configurazione attuale delle città e, più in generale l’urbanizzazione, presentano per la salute pubblica e individuale tanti rischi, ma anche molte opportunità. Se infatti le città sono pianificate, ben organizzate e amministrate coscientemente, si può dare vita ad una sinergia tra Istituzioni, cittadini e professionisti in grado di migliorare le condizioni di vita e la salute della popolazione.

In conclusione, nella lettera ai primi cittadini viene rivolto questo appello:

Abbiamo bisogno di avere come obiettivo prioritario che la salute nelle città sia un bene comune. In caso contrario, la salute di milioni di abitanti delle nostre città è in gioco. Aiutateci a sostenere, promuovere e sottoscrivere il Manifesto della salute nelle Città, quale strumento per migliorare la qualità di vita di tutti i cittadini e in particolare delle generazioni future”.




Identità di genere – sentire di appartenere al genere opposto a quello assegnato alla nascita

Si parla di disforia di genere quando una persona non si riconosce nel sesso assegnato alla nascita. Delle persone transessuali spesso, per semplificare, si dice nati in un corpo sbagliato ma, per fortuna, non è così.

Il corpo di una persona transessuale non ha nulla di sbagliato. È una definizione che esprime il disagio che la persona transgender prova fino al momento in cui non riesce ad avere l’aspetto fisico considerato più coerente con il proprio vissuto; tuttavia ciò che viene percepito come “sbagliato” non è “tutto” il corpo. Oggi che gli interventi chirurgici di riattribuzione chirurgica del sesso non sono più obbligatori (sentenza della Cassazione 15138 del 20 luglio 2015) per essere riconosciuto nel genere al quale si sente di appartenere e ottenere il cambio di identità sui documenti, si assiste sempre di più alla volontà delle persone trans di mantenere inalterati i propri genitali, verso i quali spesso non provano alcun disagio. Forse è un fenomeno meno conosciuto ma esistono persone transgender non medicalizzate che quindi vivono nel genere al quale sentono di appartenere pur non assumendo alcuna terapia ormonale. L’accettazione complessiva del proprio corpo è importante per mantenere un contatto positivo con il proprio corpo anche perché gli interventi non consentono di giungere alla stessa mascolinizzazione o femminilizzazione come se si fosse donne o uomini cisgender, e perché ci sono caratteristiche anatomiche che qualsiasi terapia ormonale (o chirurgica) non è in grado di modificare e con le quali la persona deve fare “pace” se non vuole rischiare di passare la propria vita in una sala operatoria rincorrendo un sogno irrealizzabile. Infatti, ad esempio, le mani non saranno mai sufficientemente femminili o maschili, o le spalle non potranno mai essere abbastanza larghe o la vita difficilmente quella di vespa ecc. ecc., entrando in un vortice alquanto pericoloso per la salute.  Il limite della transizione, che non va ignorato se si vuole ottenere un certo benessere psico-fisico, è che questa non può per magia regalare un corpo “giusto” ma permette “solo” di modificare alcuni aspetti che si sentono più critici del corpo al quale è necessario imparare a voler bene, e accettare, esattamente come per qualsiasi altra persona. Infine, va anche chiarito che le persone transgender non sono malate: l’OMS sta per rimuovere l’identità transgender come disturbo mentale dalla sua lista globale di condizioni mediche”, – spiega Roberto Castello, endocrinologo, gruppo di lavoro sulla disforia di genere AME, Associazione Medici Endocrinologi, nell’introdurre il convegno “TRANS-AME Trattiamo Il Genere” che si è svolto a Milano, il 12 ottobre scorso, con il patrocinio del Comune di Milano.

Una nota curiosa: nella nostra società maschilista la transizione porta dei “vantaggi sociali” alla persona che da femmina assume l’identità maschile (FtM, female to male); mentre al contrario chi nasce maschio ed acquisisce un’identità femminile (MtF, male to female) ne acquisisce anche tutti gli “handicap” di genere.

Così come il ruolo delle associazioni dei malati è ormai generalmente acquisito, a maggior ragione svolgono un ruolo fondamentale gli sportelli trans: oggi oltre quello a Milano esistono quelli di Bologna, Verona, Salerno, Reggio Calabria, Torino, Firenze e Genova che offrono sostegno, supporto e assistenza per affrontare le questioni legate alla transizione e alla vita quotidiana, nonché servizi di accoglienza e accompagnamento, consulenza psicologica, counseling telefonico, counseling per parenti e amici di persone transgender e consulenza legale. Avere almeno un centro di riferimento a livello regionale, dove le persone trans possono trovare un team guidato dall’endocrinologo, ma completo di tutte le competenze degli altri specialisti (ginecologo, psicologo, urologo, chirurgo, ecc.) è importanti anche per far fronte al grave problema dell’automedicazione. Il passa parola, informazioni trovate on-line, terapie fai da te, sono molto pericolose perché fatte senza alcuna consulenza medica e fuori dagli opportuni controlli periodici necessari per la rimanere in salute. Qualsiasi intervento, dalle terapie ormonali agli interventi chirurgici, deve essere fatto con la piena consapevolezza di cosa comporti il percorso di transizione, soprattutto perché si tratta di terapie mediche e chirurgiche irreversibili” – prosegue Stefania Bonadonna, coordinatore del gruppo di lavoro AME sulla disforia di genere.

Come associazione che riunisce gli specialisti in endocrinologia, abbiamo su tutto il territorio nazionale una rete di professionisti endocrinologi che hanno acquisito esperienza nel trattare i problemi legati alla disforia di genere. Stiamo selezionando altri centri, almeno uno per ogni regione, che attraverso una formazione specifica possano diventare un riferimento dove le persone trans possano trovare risposte a 360 gradi. Con il tempo siamo diventati il riferimento per gli sportelli trans e per tutte le persone che affrontano questo tema: con le persone transessuali siamo riusciti a costruire un cammino che consente anche a noi endocrinologi di essere meglio informati sulle loro specifiche difficoltà e, in questo modo, siamo in grado di informare sulle terapie e gli interventi più appropriati per ogni singolo caso. È un impegno importante che vogliamo costruire insieme alle associazioni trans e anche attraverso un’opera di sensibilizzazione delle Istituzioni perché possano essere trovate soluzioni a tutte le problematiche che queste persone si trovano continuativamente ad affrontare”, – conclude Vincenzo Toscano, presidente AME Associazione Medici Endocrinologi.

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#emofiliavincoio … il paziente con emofilia si racconta

E’ giunta alla terza edizione la campagna “Miles for Haemophilia – your personal best”, promossa da Pfizer con il patrocinio delle Associazioni Pazienti FedEmo (Federazione delle Associazioni Emofilici) e Fondazione Paracelso. La campagna ha l’obiettivo di aumentare la consapevolezza su questa malattia rara e sostenere la pratica dello sport in sicurezza tra i pazienti, soprattutto bambini e giovani adulti.

Le prime due edizioni di “Miles for Haemophilia – your personal best” hanno coinvolto, tramite una grande call to action, gli utenti del web chiedendo loro di donare i chilometri percorsi durante l’attività sportiva. Il raggiungimento dell’obiettivo, centrato e superato in entrambe le edizioni, ha consentito di attivare la donazione messa a disposizione da Pfizer per realizzare uno tra i progetti proposti dalle Associazioni Pazienti.

Quest’anno, con il titolo #emofiliavincoio, la campagna pone al centro i pazienti emofilici e le loro storie di successo nell’attività sportiva e valorizza il coraggio, la determinazione e la passione con cui sono riusciti a superare i limiti e gli ostacoli imposti dalla malattia.

Con una rinnovata veste grafica, il sito dedicato alla campagna raccoglie le storie di pazienti sportivi, mettendo in evidenza cosa rappresenta per loro lo sport e il ruolo determinante che ha giocato nella gestione quotidiana della malattia.

Sostenitore d’eccezione della campagna è, ancora una volta, il campione di ciclismo inglese Alex Dowsett che, nonostante l’emofilia, è riuscito a raggiungere traguardi importanti nello sport e nella vita.

La campagna può essere seguita sulla pagina Facebook Infoemofilia.


Tiroide: quando si può evitare l’agoaspirato?

I noduli tiroidei si evidenziano alla palpazione nel 4-7% della popolazione, mentre l’ecografia riscontra noduli non palpabili nel 50-60% delle persone”, spiega Enrico Papini, Direttore Struttura Complessa Endocrinologia e Malattie del Metabolismo, Ospedale Regina Apostolorum, Albano Laziale.

La maggioranza dei noduli sono di piccole dimensioni e nel 90-95% dei casi rimangono benigni. Negli ultimi anni, probabilmente grazie a la migliore sensibilità e il facile accesso ai moderni mezzi diagnostici, si è verificato un aumento dell’incidenza dei noduli tiroidei seguito da un parallelo aumento dei carcinomi tiroidei, seppure non associato ad un aumento del tasso di mortalità. La cosiddetta “epidemia dei microcarcinomi”, tumori con diametro minore di 1 cm, se da un lato rappresenta un importante passo avanti nella prevenzione, pone dall’altro il dubbio se sia appropriato sottoporre pazienti a basso rischio allo stesso trattamento tradizionalmente riservato a neoplasie più avanzate, esponendo i pazienti a possibili complicanze ed effetti indesiderati probabilmente non indispensabili.

Delle novità su diagnosi, chirurgia e terapia dei tumori tiroidei si è parlato al workshop ”5^ Thyroid UpToDate – Linee Guida e Pratica Clinica” promosso da Ame, Associazione Medici Endocrinologi e dall’Ospedale Regina Apostolorum di Albano Laziale che si è svolto ad Ariccia il 6 e 7 ottobre scorso.

Recenti studi propongono una strategia di sorveglianza attiva dei microcarcinomi della tiroide invece della chirurgia, con controlli ad esempio semestrali invece che annuali. Questa tesi è ulteriormente sostenuta da uno studio retrospettivo coreano1 recentemente pubblicato sull’European Journal of Endocrinology che ha coinvolto quasi 3.000 pazienti suddivisi in 3 gruppi a seconda del tempo passato tra il riscontro del nodulo e l’intervento chirurgico: entro 6 mesi, tra 6 e 12 mesi e oltre 12 mesi. Non si sono rilevate differenze significative di risposta clinica nei 3 gruppi, in particolare risultavano liberi da malattia nel 74-78% e evidenza di malattia residua si è riscontrata solo nello 0,5-2% dei pazienti. Inoltre osservando i pazienti per un periodo mediano di 4,8 anni, la persistenza/recidiva di malattia è stata riscontrata in percentuali analoghe senza differenze statisticamente significative. I risultati di questo studio sembrano quindi indicare che una strategia di sorveglianza attiva con chirurgia ritardata non pregiudica il risultato clinico finale” – continua Rinaldo Guglielmi, Past President AME.

Questo tipo di approccio è sicuramente giustificato dal punto di vista clinico, ma pone il problema della comunicazione della diagnosi di cancro della tiroide ad un paziente non seguita dall’indicazione chirurgica che può essere psicologicamente problematica e lascia il paziente “in sospeso”. A questo punto il problema va ricercato alla fonte: è giusto sottoporre il paziente ad ago aspirato su un piccolo nodulo? Le ultime e più autorevoli linee guida sui noduli tiroidei2 redatte in collaborazione da AME, American Association of Clinical Endocrinologists (AACE) e American College of Endocrinology (ACE) consigliano la sorveglianza attiva invece della biopsia in tutti i casi di noduli con diametro inferiore a 5 mm per il loro rischio clinico basso e nel caso dei noduli dai 5 ai 10 mm non consigliano di eseguire l’ago aspirato in assenza di ulteriori caratteristiche di aggressività come ad esempio la presenza di linfonodi sospetti o storia familiare o personale di precedente cancro tiroideo. Si potrà poi procedere all’esecuzione dell’ago aspirato in un secondo momento in caso di evoluzione clinica o aumento di dimensioni del nodulo” – commenta Papini.

1_Eur J Endocrinol, 2017; 177: 25-31.

2_Endocr Pract, 2016; 22: 622-39.


Tasso di natalità più alto nei cicli di fecondazione in vitro con ovociti provenienti da donatrici con una maggiore risposta ovarica

Nella fecondazione in vitro con ovociti freschi donati, il più alto tasso di natalità si registra nei cicli in cui la risposta ovarica delle donatrici è maggiore di 10 ovociti recuperati per ciclo.

Sono i risultati dello studio condotto da Hariton et al. e pubblicato recentemente su Fertility and Sterility.

Lo studio è stato condotto con l’obiettivo di valutare la relazione tra le caratteristiche delle donatrici di ovociti e delle riceventi, la risposta ovarica delle donatrici, il tasso di natalità a seguito della fecondazione in vitro con ovodonazione di ovociti freschi.

Sono stati osservati 237 cicli consecutivi di fecondazione in vitro eterologa con  ovociti freschi delle donatrici, realizzati dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2013 presso il Massachusetts General Hospital Fertility Center.

L’età media delle donatrici e delle riceventi era rispettivamente di 27 e 41,4 anni. Le caratteristiche riproduttive/demografiche, i test di riserva ovarica e il picco di siero E2 durante la stimolazione ovarica era simile tra i cicli che hanno portato a bambini nati vivi e quelli che non hanno ottenuto risultati. I tassi per l’impianto complessivo, la gravidanza clinica, la natalità per ciclo iniziato sono stati, rispettivamente, di 40,5%, 60,8% e 54,9%. La più alta probabilità di natalità è stata osservata nei cicli in cui il numero di ovociti recuperati è stato superiore ai 10.

Il rapporto tra risposta ovarica ed esito del ciclo di procreazione medicalmente assistita è oggetto di dibattito da circa due decenni. Nel corso degli anni noi di IVI abbiamo osservato come, per un buon esito della ovodonazione, sia necessario raccogliere almeno 10 ovociti; nella pratica clinica dei nostri centri, generalmente, cerchiamo di raggiungere un numero compreso tra i 9 e i 15 ovociti” – afferma il Prof. Antonio Pellicer, Presidente IVI e condirettore di Fertility and Sterility.

 



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