Scoperto il gene dell’insulino-resistenza?

scoperto gene insulino-resistenza

Recenti studi sulla genetica di popolazione hanno evidenziato che la condizione nota come ‘insulino-resistenza’, un noto fattore di rischio per diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari, sembra essere ampiamente ereditabile (nel 40-50% dei casi), anche se fino ad oggi le sue basi genetiche erano sconosciute.

Ma adesso, gli autori di un nuovo studio appena pubblicato su Journal of Clinical Investigation, sostengono di aver individuato il gene dell’insulino-resistenza, o almeno un gene, associato a moltissime delle caratteristiche tipiche dell’insulino-resistenza.

A questo risultato Thomas Quertermous e colleghi della Stanford University (USA) sono giunti esaminando il DNA di oltre 5.000 soggetti, arrivando così a scoprire che una variante particolare del gene codificante per l’N-aciltranferasi 2 (NAT2) risulta associata ai fattori di rischio per diabete e cardiopatie.

Una migliore conoscenza delle basi genetiche della sensibilità all’insulina potrebbe condurre ad una diagnosi precoce e ad un trattamento personalizzato, prima che si sviluppino diabete o complicanze cardiovascolari.

QuotidianoSanità

Menopausa precoce: è italiano il laser che aiuta le donne a ritrovare la propria femminilità

Monna Lisa Touch

Disfunzioni dell’attività ovarica, malattie o particolari procedure oncologiche possono anticipare l’ingresso della donna in menopausa anche prima dei 40 anni. La menopausa è un evento naturale che solitamente si manifesta dopo i 50 anni, ma in circa l’1-3% delle donne italiane può verificarsi in età riproduttiva. Le donne in menopausa precoce o POF (Premature Ovarian Failure) si trovano a fronteggiare tutte le problematiche tipiche del climaterio come vampate di calore, dolore durante i rapporti sessuali, secchezza vaginale, incontinenza e depressione.

Le donne in menopausa si trovano ad affrontare una situazione nuova che influenza fortemente la qualità della propria vita, in particolare la sfera intima e l’attività sessuale. Nella maggior parte dei casi,non riescono a parlare apertamente delle proprie problematiche intime e convivono con una situazione di malessere e dolore che incide negativamente anche nel rapporto di coppia – ha commentato il dott. Sandro Cammelli, Specialista in Ostetricia e Ginecologia del Centro Salute di Piantedo (SO).

 

MonnaLisa Touch è la tecnica più avanzata di fotoringiovanimento vaginale, basata su uno speciale sistema laser a CO2 frazionato che, emettendo impulsi delicati, è stato creato per questo tipo di applicazione medica.

Dopo aver eseguito con MonnaLisa Touch oltre 3.000 trattamenti su donne tra i 30 e i 75 anni (in menopausa naturale o indotta), i dati confermano che è efficace in oltre l’80% dei casi migliorando effettivamente la qualità della vita delle pazienti. Grazie a MonnaLisa Touch quasi tutte le donne trattate hanno dichiarato di essere pienamente soddisfatte del trattamento laser e di aver notato importanti risvolti positivi anche sulla qualità della propria vita già dopo la prima seduta. Una seduta dura circa una decina di minuti e un trattamento completo è composto in media da 2- 3 sedute.

 

Il periodo di vita che una donna trascorre in menopausa è divenuto spesso più lungo di quello che passa nella vita fertile e vogliamo offrire alle nostre pazienti le soluzioni migliori per affrontare questa tappa della vita. La metodica MonnaLisa Touch è stata pensata per il benessere per le donne, e permette di intervenire in maniera rapida ed efficace anche nei casi gravi. Agendo su fattori che determinano secchezza, fragilità e perdita di elasticità della mucosa, il trattamento rigenerante può eliminare quelle sensazioni fastidiose di bruciore, irritazione e dolore, rese particolarmente acute durante il rapporto sessuale. La maggior parte delle pazienti trattate riferisce un sostanziale miglioramento della qualità della vita e delle relazioni di coppia”. aggiunge il dott. Cammelli.

 

L’innovativo trattamento laser corregge la riduzione di volume della mucosa, la rimodella e ne ripristina l’idratazione e l’elasticità, in modo indolore e senza gli effetti collaterali delle terapie farmacologiche. L’azione di stimolazione sul collagene migliora lo stato della mucosa che riveste le pareti della vagina e facilita la reidratazione e il recupero funzionale dei tessuti vaginali portando anche a risolvere condizioni di incontinenza urinaria e lassità vaginale.

FONTE | Ufficio Stampa DEKA, Encanto Public Relations

Fisioterapia e training cranio-cervicale in pazienti con cefalea tensiva

Cefalea

La Cefalea Tensiva (TTH) è una forma di cefalea primaria ed è il tipo di mal di testa più diffuso.

Uno studio prospettico, multicentrico, randomizzato in cieco ha investigato gli effetti di un programma di training cranio-cervicale (CTP), combinato con la fisioterapia, in pazienti con TTH.

Sono stati reclutati 81 pazienti con cefalea di tipo tensivo, randomizzati in 2 gruppi: 42 in quello di controllo (solo fisioterapia) e 38 quello sperimentale (fisioterapia + programma di training cranio-cervicale CTP). Il periodo di trattamento è stato di 6 settimane con la valutazione del follow-up subito dopo e dopo 6 mesi.

L’outcome primario era la frequenza della cefalea, quelli secondari includevano l’intensità del mal di testa e la durata, la qualità della vita (SF-36) e il Multidimensional Headache Locus della scala di controllo (MHLC), per determinare se le convinzioni del paziente riguardo la capacità di controllare un episodio di cefalea fossero influenzate dagli interventi.

L’intervento fisioterapico prevedeva, per ridurre il dolore e le tensioni muscolari, tecniche di massaggio convenzionale occidentale, tecniche di oscillazione articolare e una tecnica per la correzione posturale.

Il programma di training cranio-cervicale prevedeva invece esercizi di endurance a basso carico al fine di allenare e/o recuperare il controllo neuro-muscolare cervico-scapolare e cranio-cervicale.

Al follow-up di 6 mesi, il gruppo sperimentale ha mostrato una significativa riduzione della frequenza della cefalea, dell’intensità e della durata (P <0,001 per tutti).

In particolare, il gruppo sperimentale ha riportato: una riduzione della frequenza della cefalea pari >50%(l’82% e 85% dei partecipanti di tale gruppo, rispettivamente all’end point e al follow up, con il 48% di loro che ha riportato il 100% di riduzione al follow up); una riduzione dell’ assunzione di medicine (40% di riduzione entrambi i gruppi all’end point; 65% di riduzione solo il gruppo sperimentale al follow up).

Il gruppo sperimentale ha dimostrato rispetto al gruppo di controllo, una riduzione significativa della frequenza, intensità e durata della cefalea.

DottNet

BIBLIOGRAFIA

Van Ettekoven H, Lucas C. Efficacy of physiotherapy including a craniocervical training programme for tension-type headache; a randomized clinical trial. Cephalalgia. 2006 Aug;26(8):983-91.

Approvato in Europa “liraglutide 3 mg”, nuovo farmaco per la cura dell’obesità

Obesità donna

Novo Nordisk A/S annuncia che la Commissione Europea ha dato l’autorizzazione alla commercializzazione di liraglutide 3 mg (Saxenda®) per il trattamento dell’obesità nei 28 Paesi membri dell’Unione Europea.

Liraglutide 3 mg è il primo analogo del GLP-1 a somministrazione unica giornaliera approvato in Europa per il trattamento dell’obesità. Il suo utilizzo sarà raccomandato in Europa in aggiunta a dieta ipocalorica e a incremento dell’attività fisica per la gestione del peso corporeo in pazienti adulti con indice di massa corporea (IMC) iniziale ≥30 kg/m2 (obesità), o compreso tra 27 e 30 kg/m² (sovrappeso), e in presenza di almeno una comorbilità come pre-diabete o diabete di tipo 2, ipertensione, dislipidemia o apnea ostruttiva durante il sonno.

Ritengo il farmaco di grande importanza per la sanità pubblica, perché l’obesità è un problema non solo medico, ma anche sociale. Si stima che il 10% degli italiani sia obeso e che il 39% sia in sovrappeso. In Italia spendiamo circa 28 miliardi l’anno per curare l’obesità e le malattie ad essa correlate. Il fatto che il farmaco sia stato approvato ne dimostra l’efficacia” – dichiara Michele Carruba, Direttore del centro studi e ricerche sull’obesità dell’Università degli Studi di Milano.

Il diabete, conosciuto dai tempi di Ippocrate, viene infatti visto dalla popolazione come una malattia grave, mentre l’obesità è ancora troppo spesso considerata più un problema estetico che non medico. Se pensiamo che il 90% dei diabetici è anche obeso o sovrappeso, ci rendiamo conto che l’obesità porta al diabete. Curare l’obesità equivale a curare il diabete o a prevenirlo. Lo stesso vale anche per le malattie cardiovascolari mortali, come l’infarto e l’ictus, e le malattie tumorali, renali, ed epatiche. La disponibilità di un farmaco capace di ridurre il peso è quindi fondamentale per aumentare la qualità e le aspettative di vita di una larga fetta della popolazione” – conclude Michele Carruba.

L’approvazione di liraglutide 3 mg in Europa è un passo importante per la cura dell’obesità e delle complicanze dovute all’eccesso di peso. Siamo convinti che il nostro farmaco abbia il giusto potenziale per aiutare le persone obese a raggiungere e mantenere una significativa riduzione di peso e al tempo stesso, diminuire le comorbilità collegate.” – dichiara Mads Krogsgaard Thomsen, Executive Vice President e Chief Scientific Officer di Novo Nordisk. Novo Nordisk ha in programma di commercializzare liraglutide 3 mg in diversi Paesi europei nel corso del 2015.

 

A proposito di obesità

L’obesità è una malattia che richiede una gestione a lungo termine. Può essere associata a gravi conseguenze per la salute e a un’aspettativa di vita ridotta. Tra le comorbilità correlate all’obesità troviamo il diabete tipo 2, le malattie cardiache, l’apnea ostruttiva durante il sonno (OSA) e alcuni tipi di tumore. Si tratta di una malattia complessa e multifattoriale che è influenzata da fattori genetici, fisiologici, ambientali e psicologici. L’aumento globale della prevalenza di obesità è un problema di salute pubblica che ha gravi implicazioni di costo per i sistemi sanitari. Nei paesi dell’Unione Europea, l’obesità colpisce tra il 10 e il 30% degli adulti. In Italia è obeso il 10% della popolazione e il 39% è in sovrappeso.

Liraglutide 3 mg

Liraglutide 3 mg, da utilizzare una volta al giorno per il trattamento dell’obesità, è un analogo del GLP-1 (glucagon-like peptide-1) simile per il 97% al GLP-1 endogeno, un ormone che viene rilasciato in risposta all’assunzione di cibo. Come il GLP-1 umano, liraglutide 3 mg regola l’appetito e riduce il peso corporeo attraverso la riduzione dell’assunzione di cibo. Come per gli altri agonisti dei recettori del GLP-1, stimola la secrezione di insulina e riduce la secrezione di glucagone in maniera glucosio-dipendente. Questi effetti possono portare ad una riduzione della glicemia.
Liraglutide 3 mg è stato valutato nello SCALE™ (Satiety and Clinical Adiposity-Liraglutide Evidence in Nondiabetic and Diabetic people), un programma di studio clinico di fase 3, che ha coinvolto più di 5.000 persone obese (IMC ≥30 kg / m2) o in sovrappeso (IMC ≥27 kg / m2) con almeno una comorbidità correlata al peso.

Liraglutide 3 mg è stato approvato negli Stati Uniti nel dicembre 2014 e in Canada a febbraio 2015.

HealthCom Consulting.Ufficio Stampa

I miracolosi effetti secondari dei farmaci

Cell Cycle

L’ultimo caso è quello del farmaco metformina, un ‘big’ nella cura del diabete che – grazie a una ricerca resa nota dalla Società Italiana di Diabetologia – potrebbe adesso entrare in forze nell’esercito delle terapie antitumorali essendosi dimostrato capace di rallentare la crescita del tumore.

Ma sono moltissimi i casi di principi attivi e molecole usate anche da molti anni con una certa indicazione terapeutica e poi risultate ‘spendibili’ anche in altri settori della medicina. Potrebbero essere definiti i ‘buoni effetti collaterali’ di un farmaco, quando cioè si scopre che un certo principio attivo agisce pure su altre malattie, anche molto distanti da quella per cui il farmaco è già da tempo in uso. Pensiamo ad esempio agli studi che hanno coinvolto un antiepilettico e stabilizzatore dell’umore – l’acido valproico – nella lotta ai tumori solidi, sfruttando un classico bersaglio di azione del farmaco, l’enzima ‘istone deacetilasi’ la cui attività è risultata alterata in varie forme. C’è poi il caso della rapamicina, storico farmaco anti-rigetto con alle spalle numerosi anni di attività immunosoppressiva (si usa dopo i trapianti d’organo) che si è a sua volta rivelato utile contro alcuni tumori (ad esempio mammella) ed è addirittura in studio in dosi minime come potenziale molecola della longevità.

Inoltre la rapamicina ha mostrato in modelli animali una potenziale efficacia contro l’Alzheimer. E poi c’è naturalmente il caso della pillola blu per lui, il Viagra, risultato efficace anche contro alcune malattie cardiovascolari perché migliora la circolazione (il farmaco inizialmente doveva avere proprio questa funzione) e che potrebbe ad esempio essere impiegato nei pazienti con ipertrofia ventricolare sinistra, una condizione che porta ad un aumento progressivo del volume del cuore incrementando il rischio di attacco cardiaco. Gli esempi sarebbero infiniti, anche se, talvolta, il cosiddetto ‘riposizionamento’ dei farmaci è stato guardato con sospetto, come cioè un tentativo da parte di big pharma di aggirare i brevetti in scadenza per vecchi principi attivi trovando per il farmaco nuove indicazioni terapeutiche.

Ciò nonostante è innegabile che, spesso, proprio nelle vecchie molecole si celano nuove chance di cura per altre malattie. Ecco allora che anche un classico farmaco adoperato nella gestione del diabete, la metformina, si unisce all’elenco. Infatti secondo una ricerca italiana appena pubblicata sulla rivista Cell Cycle, di Barbara Salani dell’Università di Genova, la metformina ostacola la crescita delle cellule tumorali impedendo loro di assorbire quanto più zucchero possibile dal sangue. Le cellule tumorali, infatti, sono affamate di zucchero e ne consumano tantissimo per proliferare. Gli esperti hanno studiato nel dettaglio il meccanismo con cui la metformina disturba la crescita dei tumori: il farmaco blocca l’azione di una sostanza (il fattore di crescita IGF1) e così facendo ostacola l’ingresso preferenziale degli zuccheri nelle cellule tumorali. Questo rafforza le speranze di quanti stanno studiando l’azione della metformina all’interno di ‘cocktail’ di terapie anti-tumore per potenziarne l’efficacia.

DottNet

Eccellenze sanitarie campane: l’Università Federico II di Napoli in prima fila nella lotta alla Malattia di Cushing

Italian Preceptorship on Pituitary Diseases

Specialisti endocrinologi provenienti da tutta Italia si sono riuniti a Napoli, dal 24 al 26 marzo scorso, per “Italian Preceptorship on Pituitary Diseases”, il Corso di aggiornamento in Endocrinologia, organizzato e ospitato dalla Clinica di Endocrinologia del Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, Centro di eccellenza a livello nazionale e internazionale diretto dalla professoressa Annamaria Colao.

Durante il Corso post-specialistico di tipo formativo, incentrato sulla gestione medica e chirurgica dei pazienti affetti da patologie ipofisarie e disturbi ad esse correlate, sono stati presentati e discussi i casi clinici del Centro, i più recenti sviluppi della ricerca e le più aggiornate linee guida e sono state affrontate nel dettaglio sia le terapie mediche che quelle chirurgiche.

Il Corso, aperto a tutti gli endocrinologi italiani con particolare attenzione ai giovani specialisti, si è proposto di fornire ai partecipanti gli strumenti necessari per riconoscere e gestire patologie di estrema complessità quali la Malattia di Cushing, l’acromegalia e, in generale i tumori ipofisari, mediante un’impostazione multidisciplinare con docenti endocrinologi, neurochirurghi, anatomopatologi, e radiologi.

La Clinica di Endocrinologia dell’Università Federico II di Napoli è una realtà con una storia quarantennale che nell’ultimo decennio è cresciuta fino a confermarsi quale Centro di riferimento regionale, nazionale e internazionale grazie alla collaborazione fattiva con specialisti italiani, europei, ed americani – ha affermato Rosario Pivonello, Professore Aggregato di Endocrinologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico IIl’idea di promuovere un Corso di alta specialità è nata dalle pressanti richieste dei colleghi italiani del Centro-Sud ma anche del Centro-Nord che avvertono, come noi, l’esigenza di approfondire e diffondere le conoscenze su queste non facili malattie e di condividere la cultura dell’innovazione in clinica e in ricerca. Lo scopo del Corso è offrire l’opportunità di ampliare il sapere ai tanti specialisti che lavorano in diverse realtà sanitarie e/o universitarie, così da creare una rete di scambio di competenze sul territorio nazionale».

La Clinica di Endocrinologia del Dipartimento di Medicina Clinica e Chirurgia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, realtà di eccellenza riconosciuta a livello internazionale, può contare su un team multidisciplinare composto da endocrinologi, cardiologi, reumatologi, ortopedici, neurologi, psichiatri, neurochirurghi, neuroradiologi, anatomopatologi e biologi di laboratorio. La Clinica di Endocrinologia collabora strettamente con il Centro di Neurochirurgia, guidato dal professor Paolo Cappabianca, un riferimento a livello nazionale e internazionale per la Chirurgia Endoscopica Ipofisaria, e con la Sezione di Anatomia Patologica, in particolare con la professoressa Laura del Basso de Caro, che si occupa specificamente della diagnosi istopatologica dei tumori ipofisari.

Il nostro Centro – ha sostenuto Pivonellosi caratterizza per alcune peculiarità che ne fanno una struttura all’avanguardia in Italia: ciascun ambulatorio lavora su una specifica patologia con personale medico dedicato; inoltre, siamo tra i pochi Centri in Italia, dove i clinici lavorano in concerto con il laboratorio, al fine di unire la pratica clinica alla ricerca di base, e dove gli endocrinologi per esempio, lavorano di concerto con la Neuroradiologia, in particolare con il professor Francesco Briganti e il professor Fabio Tortora, per l’effettuazione del cateterismo selettivo dei seni petrosi, una metodica che, attraverso l’introduzione di cateteri a livello della vena femorale consente di raggiungere il cervello passando per il cuore e “pescare” il sangue venoso refluo dalla ghiandola ipofisaria. Questa tecnica è utile per dosare l’ormone adrenocorticotropo, ACTH, responsabile della Malattia di Cushing a livello del sangue derivante dall’ipofisi, permettendo una corretta diagnosi della Malattia di Cushing».

Rare ma non infrequenti, la Malattia di Cushing e l’acromegalia, così come i più frequenti tumori ipofisari, sono patologie molto complesse la cui diagnosi non sempre è semplice da accertare. In particolare, nella Malattia di Cushing, che colpisce anche soggetti giovani ed è caratterizzata da un eccesso di cortisolo prodotto da un tumore dell’ipofisi, sono presenti disturbi e sintomi di grande impatto sociale quale obesità, ipertensione, diabete, osteoporosi, disturbi della fertilità e della sessualità e depressione. Per i pazienti affetti da questa grave patologia dal dicembre 2014 è però disponibile il pasireotide, farmaco approvato in Italia per il trattamento della malattia di Cushing, alla quale sino ad oggi si riservava come unica opzione terapeutica il trattamento chirurgico. Il pasireotide è un analogo della somatostatina, un ormone che regola la funzione della ghiandola ipofisaria. Il farmaco si lega in modo altamente selettivo a 4 dei 5 recettori della somatostatina bloccando la produzione di ACTH da parte del tumore ipofisario e, quindi, l’eccessiva secrezione di cortisolo a livello delle ghiandole surrenaliche.

La Clinica di Endocrinologia dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, dedica le sue migliori competenze alle persone affette da malattia di Cushing, acromegalia ed, in generale, i tumori ipofisari, grazie ad una laboratoristica d’avanguardia e un ulteriore, importante punto di forza: la ricerca, sia clinica con trial in cui vengono sperimentati nuovi farmaci, in particolare per il Cushing e l’acromegalia, sia ricerca di base su molecole innovative, sempre con l’obiettivo di trovare nuovi approcci terapeutici per tali rare ma severe malattie endocrine.

PRO Format Comunicazione

Foto d’autore e selfies, “scatti d’energia” contro il tumore ovarico

scatti d'energia

A Roma dal 19 al 22 marzo 2015, a Piazza San Silvestro, si è tenuta la grande campagna nazionale itinerante d’informazione e sensibilizzazione promossa da ACTO onlus con il sostegno di Roche, già ospitata con successo nei mesi scorsi a Milano e Napoli chiamata: Scatti d’energia – Insieme contro il tumore ovarico.

In tale occasione si è potuto ammirare la mostra open air con i dieci ritratti di personaggi famosi che hanno accettato di farsi fotografare con un messaggio di sensibilizzazione dal fotografo delle star Dirk Vogel: attori come Anna Bonaiuto, Jane Alexander, Lucrezia Lante della Rovere e Claudio Santamaria, cantautori come Emma Marrone e Francesco Renga, personaggi televisivi come Lorella Cuccarini, Paola Perego, Marina Ripa di Meana, archistar come Doriana e Massimiliano Fuksas e sportivi come Elisa Di Francisca, schermitrice medaglia d’oro nel fioretto alle Olimpiadi di Londra del 2012.

Alla vigilia dell’inaugurazione della mostra personalità delle istituzioni, dello spettacolo, della cultura e della medicina hanno partecipato alla cena di beneficenza organizzata da ACTO onlus, impegnata a realizzare un network nazionale di Associazioni con l’apertura di nuove sedi a Bari, Napoli e Roma: il ricavato della raccolta è stato destinato ad un progetto di formazione sul tumore ovarico dedicato specificamente ai medici di Medicina Generale.

Il tumore ovarico, il meno conosciuto e più insidioso dei tumori femminili in Italia colpisce più di 5.000 persone ogni anno. Ad oggi, sono circa 38.000 le donne che convivono con questa grave patologia[1]. Eppure, secondo un’indagine promossa da ACTO onlus – Alleanza contro il Tumore Ovarico, in Italia 6 donne su 10 non conoscono questa patologia, e il 70% non sa indicarne i sintomi e gli esami a cui sottoporsi2. A causa di sintomi non specifici e non riconosciuti, la diagnosi arriva quasi sempre in fase avanzata, quando le terapie hanno minori chances di successo.

Le donne non conoscono il tumore ovarico e quindi non ne parlano, i media se ne occupano ancora troppo poco e anche la maggior parte delle donne che sono guarite o convivono con la malattia preferisce non parlarne – ha affermato Nicoletta Cerana, Presidente ACTO onlus – Alleanza contro il Tumore Ovarico – ma c’è chi come ACTO onlus ha deciso di lottare per rompere questo pesante muro di silenzio e impegnarsi in prima persona per sconfiggere la malattia: in questa chiave abbiamo realizzato Scatti d’energia, una campagna corale a cui partecipano personaggi celebri e cittadini comuni, perché il tumore ovarico non è solo un problema di chi ne è colpito ma un problema di tutte le donne attente alla propria salute”.

 

La sintomatologia del tumore ovarico è aspecifica e praticamente assente in fase iniziale, tanto che la neoplasia nell’80% dei casi dà segni di sé quando è in fase avanzata (stadio III o IV)3. Il principale fattore di rischio è la familiarità per tumore ovarico e la presenza della mutazione genica BRCA1 e BRCA2 che espone anche ad un più elevato rischio di tumore mammario.

Il tumore ovarico nell’80% dei casi si presenta allo stadio III/IV poichè è subdolo, caratterizzato dall’insorgenza di sintomi vaghi e aspecifici, quali la dispepsia, la distensione addominale, la sazietà precoce e i dolori addominali diffusi – ha spiegato Giovanni Scambia, Direttore del Dipartimento per la Salute della Donna e del Bambino dell’Università Cattolica di Roma frequentemente la paziente è asintomatica finché ad una visita di routine non si scopre una massa pelvica. Pertanto se compare un sintomo nuovo che diventa persistente nel tempo, è importante rivolgersi tempestivamente al proprio ginecologo o al proprio medico curante così da effettuare indagini semplici (ecografia), ma estremamente sensibili nella individuazione di masse addominali e di liquido in addome”.

Negli ultimi anni – ha continuato Scambiadal punto di vista terapeutico, nell’armamentario del ginecologo oncologo e dell’oncologo medico si è aggiunto un farmaco antiangiogenetico che agisce bloccando la formazione dei neovasi tumorali. Il farmaco, somministrato in associazione alla chemioterapia standard, ha determinato un miglioramento della curabilità di tale patologia senza un’alterazione della qualità di vita delle nostre pazienti”.

Solo la diagnosi tempestiva può migliorare le probabilità di sopravvivenza: se il tumore ovarico viene diagnosticato in stadio iniziale la possibilità di sopravvivenza a 5 anni è del 75-95% mentre la percentuale scende al 25% per tumori diagnosticati in stadio molto avanzato3. Negli stadi avanzati, la guarigione può essere raggiunta da circa il 30% delle pazienti. Per l’altro 70%, l’obiettivo si sposta sulla cronicizzazione della malattia: attraverso l’impiego di farmaci efficaci, come quelli anti-angiogenici, si cerca di far convivere la paziente con il tumore il più a lungo possibile, assicurandole al tempo stesso la migliore qualità di vita.

Roche è orgogliosa di sostenere questa campagna promossa da ACTO onlus, convinti che una corretta informazione e una maggiore sensibilizzazione siano la prima vera arma per riconoscere per tempo anche i tumori più silenti e sconfiggerli – ha affermato Maurizio de Cicco, Amministratore Delegato Roche S.p.A. – grazie al nostro costante impegno in Ricerca e Sviluppo, abbiamo contribuito a riscrivere i manuali di medicina soprattutto nel campo dei tumori femminili, ed è nostra intenzione continuare a farlo. Dopo le rivoluzionarie innovazioni terapeutiche per il trattamento del tumore al seno che hanno salvato la vita di milioni di donne nel mondo, sentiamo la responsabilità di continuare il nostro impegno al fianco delle pazienti, in particolare nella lotta contro patologie, come il tumore ovarico, per le quali per anni non si sono registrate novità terapeutiche rilevanti”.

Alla campagna Scatti d’energia sono invitati a partecipare tutti i cittadini, che attraverso la pagina Facebook dell’iniziativa potranno caricare un selfie accompagnato da un messaggio e contribuire a sensibilizzare tutte le donne sull’importanza di conoscere i sintomi di questa patologia, non trascurarli e sottoporsi regolarmente a visita ginecologica.

Secondo ACTO onlus le informazioni che tutte le donne devono conoscere sul tumore ovarico sono:

  • il tumore ovarico è il più aggressivo dei tumori ginecologici;
  • il tumore ovarico è il meno conosciuto dei tumori della donna;
  • riconoscere i primi segnali di allarme può salvare la vita;
  • riconoscere i sintomi migliora la diagnosi precoce;
  • la diagnosi precoce migliora le probabilità di sopravvivenza;
  • non esistono strumenti di prevenzione o test di screening;
  • esistono strumenti di indagine diagnostica;
  • le cure esistono ma sono ancora limitate;
  • esiste una nuova opzione terapeutica: la terapia anti-angiogenica.

 

BIBLIOGRAFIA

1 AIOM-CCM-AIRTUM, “I numeri del cancro in Italia”, 2013.2AIRTUM, Associazione Italiana Registri Tumori

2 ACTO onlus/O.n.d.a.- Osservatorio Nazionale sulla salute della donna, Indagine “Donna e Carcinoma Ovarico”, 2011

3 AIOM, “Linee Guida Tumori dell’Ovaio”, 2013.

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