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Antibiotici e vaccini, gli infettivologi dicono no a disinformazione e ‘fai da te’

Nuovi casi, isolati o meno, di morbillo e altre malattie infettive che sembravano debellate, ma ritornano a causa delle coperture vaccinali ancora sotto le soglie di sicurezza in diverse regioni. Un’incidenza di infezioni antimicrobico-resistenti in aumento, che rende il nostro Paese maglia nera in Europa, con oltre 10.000 decessi ogni anno, un terzo di tutti quelli causati dai cosiddetti superbug nel continente.

È questo il quadro poco consolatorio che fotografa la situazione delle malattie infettive in Italia e che allarma sempre più gli specialisti infettivologi, che vivono in prima persona le criticità di gestione di queste patologie.

In occasione della Giornata Europea per il buon uso degli antibiotici, che si è celebrata il 18 novembre scorso, nell’ambito delle iniziative di sensibilizzazione che OMS ed ECDC hanno promosso ogni anno in tutto il mondo, SITA – Società Italiana di Terapia Antinfettiva si è mobilitata e ha lanciato un appello alla popolazione per ribadire quanto siano preziosi antibiotici e vaccini per la difesa della salute individuale e collettiva: è ora di dire basta alla disinformazione sui vaccini, basta all’uso improprio degli antibiotici, e di aumentare la consapevolezza tra i cittadini sull’importanza di usare bene e solo quando servono gli antibiotici, per arginare il fenomeno crescente dell’antibiotico-resistenza, e sulla necessità di sottoporsi alle vaccinazioni raccomandate, per tenere le coperture entro la soglia di sicurezza e assicurare l’immunità di gregge.

La SITA sente l’esigenza di scendere in campo ancora una volta per rivolgersi alla popolazione perché i fatti di cronaca, ultimi di questi giorni le epidemie di morbillo a Trieste e Bari, e i numeri in aumento delle resistenze microbiche agli antibiotici nel nostro Paese sono campanelli d’allarme che non si possono più sottovalutare siamo ormai convinti della necessità di agire direttamente sui cittadini perché ricevano le informazioni corrette e diventino consapevoli di quanto sia fondamentale, per proteggere la salute di tutti, vaccinarsi e usare con giudizio gli antibiotici. Se questo non avverrà, il rischio non solo di perdere gli alleati più preziosi della nostra salute, ma anche di pagare un forte dazio in vite umane, è altissimo” ha dichiarato Matteo Bassetti, Direttore della Clinica di Malattie Infettive Università degli Studi di Udine e Vice Presidente SITA.

Su questi importanti temi gli infettivologi di SITA si sono confrontati con la popolazione nel corso del convegno nazionale “Antibiotici e vaccini: la nostra difesa numero 1”, che si è tenuto, il 17 novembre scorso, nel salone del Parlamento del Castello di Udine.

Vaccinarsi per una malattia infettiva significa proteggere se stessi e gli altri: la cosiddetta immunità di gregge è fondamentale soprattutto per gli individui più fragili, come gli immunodepressi. Ma nel nostro Paese i primi a non vaccinarsi sono i medici e gli operatori sanitari. Un dato: solo contro l’influenza stagionale, per la quale gli infettivologi chiedono a gran voce l’obbligo della vaccinazione di massa, si vaccinano un quarto dei medici e un sesto degli altri professionisti sanitari, eppure sono ben 8 i vaccini raccomandati per loro tra cui influenza stagionale, epatite B, tubercolosi, rosolia, morbillo, pertosse, tetano. Fino ad oggi soltanto la regione Emilia Romagna ha legiferato in tal senso. L’Azienda Sanitaria Universitaria Integrata di Udine, tra le più virtuose, ha una copertura del 25% tra i medici e di appena il 15% per tutti gli altri operatori sanitari.

Le vaccinazioni sono un bene prezioso ma in diverse regioni le coperture stentano a rientrare nelle soglie di sicurezza, anche a causa di una diffusa disinformazione: per questo SITA si impegna a informare la popolazione e contrastare le campagne diffamatorie messe in campo dai no-vax.

Allarme rosso anche sulle antibiotico-resistenze, che nel nostro Paese sono un fenomeno ormai altamente diffuso: dati recenti dell’ECDC, pubblicati su The Lancet Infectious Diseases, che fotografano la situazione europea del fenomeno, evidenziano come il nostro Paese sia il peggiore del continente per incidenza di infezioni antimicrobico-resistenti, oltre 200.000 (il quadruplo rispetto a Francia e Germania) e con un numero di decessi annuali, oltre 10.000, pari a circa un terzo del totale europeo, circa 33.000.

I dati pubblicati su The Lancet, insieme ai numeri dell’ultimo report del CDC di Atlanta, confermano la crescita del fenomeno delle resistenze antimicrobiche nel nostro Paese che è il peggiore in Europa per germi resistenti: Pseudomonas aeruginosa resistente a più di 3 classi di antibiotici, Enterobacteriacee resistenti ai carbapenemi, e peggiore per prevalenza di MRSA, Stafilococcus aureus meticillino-resistente. Ciò significa che tutto quello che SITA ha detto e fatto in questi ultimi anni ha mancato il bersaglio. È arrivato il tempo di cambiare rotta” – ha commentato Matteo Bassetti.

Fortunatamente su questo fronte non ci sono solo cattive notizie: per arginare le infezioni resistenti stanno arrivando nuovi antibiotici che potranno cambiare lo scenario negli anni a venire. L’iniziativa “10×20”, lanciata dalla Società americana di malattie infettive (IDSA) e dal Congresso americano, sta infatti per raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero mettere sul mercato almeno 10 nuovi antibiotici entro il 2020.

Siamo a buon punto, perché la FDA ad oggi ha approvato ben 11 nuove molecole e mancano ancora due anni al 2020, è dunque assai probabile che ne arriveranno altre e si superi abbondantemente l’obiettivo” – ha spiegato Bassetti.

Invertire la rotta, dunque, è possibile: ma il giro di boa, sottolineano gli infettivologi, ci potrà essere solo se cittadini, medici e operatori sanitari saranno parte attiva del cambiamento, allacciando un filo diretto con gli specialisti e diventando i primi artefici delle buone pratiche.


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Dobbiamo vaccinare i nostri figli prima che si verifichino le malattie!

Un osservatore esterno che volesse cercare di comprendere le motivazioni che stanno spingendo la politica italiana a sostituire, a distanza di poco più di un anno dalla sua approvazione da parte del Parlamento, una legge che aveva aumentato il numero delle vaccinazioni obbligatorie da 4 a 10 ed esteso l’obbligo a vaccinazioni raccomandate già presenti in calendario dal 1999, con una nuova legge che potrebbe sancire la non obbligatorietà dei vaccini, non potrebbe non rimanere altamente sconcertato.

E’ quanto affermano in una nota gli esperti della SIPPS (Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale).

Solo da pochi mesi, infatti, sono stati resi noti gli eccellenti risultati ottenuti con l’applicazione della nuova disciplina prevista dalla Legge 119 del 31 luglio 2017, dopo 4 anni che erano stati caratterizzati da un continuo decremento delle coperture vaccinali (causato in larga parte da una sfiducia che si era ingenerata in molte famiglie dopo un’assurda sentenza del Tribunale di Rimini che aveva decretato l’esistenza di una connessione fra la vaccinazione contro il morbillo e l’insorgenza dell’autismo): in una nota del 24 aprile 2018, in occasione della Settimana Europea delle vaccinazioni, il Ministero della Salute ha presentato i dati nazionali (anno 2017) sulle coperture vaccinali dell’età pediatrica e dell’adolescente, sottolineando che “il miglioramento delle coperture vaccinali è risultato significativo per tutte le fasce d’età oggetto della rilevazione, ad indicare che le misure straordinarie messe in atto nel corso del 2017, in particolare l’approvazione del decreto-legge 7 giugno 2017, n. 73, convertito con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2017, n. 119, … sono riuscite ad arrestare il trend in diminuzione delle coperture vaccinali” – ha precisato Luciano Pinto, vice Presidente SIPPS Campania.

L’incremento delle coperture si è verificato per le vaccinazioni storicamente obbligatorie (anti-difterite, tetano, polio ed epatite B), ed in misura ancora più rilevante per il vaccino contro il morbillo, ed ha riguardato sia i nuovi nati (coperture a 24 mesi) che i minori nati negli anni precedenti, a dimostrazione della efficacia del nuovo meccanismo nel recuperare i non vaccinati, ed indurre le famiglie a superare le proprie perplessità, quasi sempre scientificamente infondate” – ha proseguito Luciano Pinto.

La Legge 119 ha stabilito peraltro all’ art. 1, comma 1-ter, che “sulla base della verifica dei dati epidemiologici, delle eventuali reazioni avverse…, delle coperture vaccinali raggiunte nonché degli eventuali eventi avversi segnalati…” effettuata da una apposita Commissione operante presso il Ministero della Salute, “il Ministro della Salute, con decreto da adottare decorsi tre anni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e successivamente con cadenza triennale…può disporre la cessazione dell’obbligatorietà per una o più delle vaccinazioni di cui al comma 1-bis (anti-morbillo, parotite, rosolia e varicella)“, che erano state quindi considerate come vaccinazioni “temporaneamente obbligatorie”.

Visti i risultati ottenuti, ed in un tempo così breve, è lecito domandarsi quali possano essere le motivazioni della opposizione al completamento del periodo di verifica previsto da questa legge, la cui legittimità è stata pienamente riconosciuta dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n°5 del 18 gennaio 2018. “A fronte di una copertura vaccinale insoddisfacente nel presente e incline alla criticità nel futuro, questa Corte ritiene che rientri nella discrezionalità e nella responsabilità politica degli organi di governo apprezzare la sopraggiunta urgenza di intervenire, alla luce dei nuovi dati …emersi, anche in nome del principio di precauzione che deve presidiare un ambito così delicato per la salute di ogni cittadino come è quello della prevenzione”. “La copertura vaccinale è strumento di prevenzione e richiede di essere messa in opera indipendentemente da una crisi epidemica in atto. Rientra nella discrezionalità del Governo e del Parlamento intervenire prima che si verifichino scenari di allarme e decidere – a fronte di una prolungata situazione di insoddisfacente copertura vaccinale – di non attendere oltre nel fronteggiarla con misure straordinarie”

Allo stato attuale – informa la SIPPS – non sembra che si possa affermare che l’epidemia di morbillo che imperversa da due anni nel nostro paese, e che aveva indotto il precedente governo ad intervenire con il DL decreto 7 giugno 2017 numero 73 convertito con modifiche nella Legge 119, sia stata debellata: dal 1 gennaio 2017 al 30 giugno 2018 sono stati segnalati in Italia 7.437 casi di morbillo, 8 decessi (4 adulti e 4 bambini: 1 lattante di 10 mesi, 3 bambini di 1, 6 e 9 anni) non vaccinati. Nel 2018 vi sono stati 393 casi di età inferiore a 5 anni, di cui 125 di età inferiore ad 1 anno. In 1 caso su 2 vi è stata almeno 1 complicanza, Il 59,5% dei casi è stato ricoverato e un ulteriore 16,4% si è rivolto ad un Pronto Soccorso.

Ma, indipendentemente da questi dati, che allarmano e preoccupano le Società Scientifiche, gli Operatori Sanitari ed in particolare i pediatri, che operano a stretto contatto con le famiglie, non appare percorribile la strada di una prevenzione che, come ipotizzato da alcuni disegni di legge recentemente resi noti, si attui solo quando siano visibili degli elementi di rischio. Per molti bambini ed adulti potrebbe essere troppo tardi, come è ampiamente dimostrato dalla epidemia di morbillo in atto, sia in Italia che in altre Nazioni europee….!

Viviamo in una Società caratterizzata da continui flussi fra una nazione e l’altra che espone il Cittadino a contatti ravvicinati con tantissime persone, che possono essere portatrici inconsapevoli di malattie prevenibili con le vaccinazioni. “Si vis pacem, para bellum”, dicevano i nostri antenati! Non bisogna aspettare che si verifichi un focolaio di epidemia per vaccinare i non vaccinati, o per garantire a scuola un ambiente “protetto”, costituito da soggetti vaccinati, ad un bambino o ad un adolescente che non può essere vaccinato! Non si può accettare che si sostituisca una certificazione medica di avvenuta vaccinazione con una autocertificazione redatta da un familiare!” – ha precisato Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

Per questi motivi la SIPPS, Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale:

– plaude ad iniziative che consentano di ottenere finalmente un’Anagrafe Vaccinale Nazionale attiva su tutto il territorio, che permetta di verificare le singole zone ed i singoli gruppi a bassa copertura vaccinale, su cui far convergere l’attenzione delle istituzioni locali, dei pediatri e dei medici di famiglia, per favorire un rapido innalzamento delle coperture vaccinali

– si associa alle altre Società Scientifiche nell’invitare il Ministro della Salute ed il Parlamento Italiano a valutare con attenzione queste problematica, tenendo conto primariamente che le vaccinazioni rientrano nell’interesse superiore del fanciullo, e che è nostro dovere rispettare e fare rispettare questo diritto!” – ha proseguito Giuseppe Di Mauro, Presidente SIPPS.

Negli anni precedenti, l’efficacia delle storiche vaccinazioni obbligatorie (anti-difterite, tetano, polio ed epatite B, contenute abitualmente in un vaccino esavalente insieme ai vaccini anti-pertosse attenuato ed anti-haemophilus influenzae di tipo B) era stata ampiamente dimostrata dalla scomparsa della polio e della difterite sul territorio nazionale, e dalla significativa riduzione dei casi sia di tetano che di epatite-B, ormai di pertinenza solo dell’anziano non vaccinato, ed era stata altamente apprezzata dalle famiglie, tanto è vero che i tassi di copertura di queste vaccinazioni sempre risultati superiori a quelli delle vaccinazioni non obbligatorie.

Da alcuni giorni è stato reso noto il progetto di legge destinato a sostituire il DL 119, che prevede l’abolizione della obbligatorietà per tutte le vaccinazioni. Qualora dal monitoraggio delle coperture vaccinali si rilevino significativi scostamenti dagli obiettivi fissati dal PNPV, sarebbero adottati piani straordinari di intervento che prevederebbero “ove necessario, l’obbligo di effettuare una o più vaccinazioni per determinate coorti di nascita o per gli esercenti le professioni sanitarie …subordinando in modo temporaneo, su base nazionale, regionale o locale, …la frequenza delle istituzioni scolastiche…all’avvenuta somministrazione di una o più vaccinazioni, e richiedendo, nel caso, “l’adozione di ogni misura idonea a tutelare la salute degli iscritti non vaccinabili”, compreso l’inserimento in classi nelle quali siano presenti solo minori vaccinati o immunizzati.

Parlare di vaccini in modo nuovo, con il linguaggio delle emozioni: è nata Gemma!

I vaccini evocano spesso paure e dubbi. Tutti vogliono il meglio per i loro figli, sia chi vaccina che chi non lo fa: abbiamo in comune più di quanto ci divida. Per questo è nata Gemma.

www.gemmaeivaccini.it è un progetto di storytelling digitale che mira a comunicare emotivamente l’importanza dei vaccini, rispondendo alle paure di chi esita non con il tono neutro dei dati scientifici, ma con una storia in cui identificarsi.

La storia è costruita come un moderno racconto epistolare che ci fa seguire Gemma in due mondi diversi: uno in cui le persone continuano a vaccinarsi, l’altro in cui le persone smettono di farlo. Tutto ciò per raccontare che impatto avrebbe la fine dei vaccini, attraverso il microcosmo di una vita umana, semplice, riconoscibile, la vita di una persona che ama, soffre, ha sogni e paure.

Spesso i professionisti sanitari o i centri vaccinali non hanno il tempo per accogliere le paure e i dubbi. Per questo, il progetto Gemma e i Vaccini ha lo scopo di supportarli nel loro ruolo strategico di comunicazione, offrendo anche delle infografiche che possono essere scaricate dal sito, stampate e condivise sui social network.  Le infografiche illustrano i dati reali su cui la storia di Gemma è basata e servono a mostrare l’intenso lavoro scientifico dietro i vaccini.

Il nuovo sito web www.gemmaeivaccini.it è nato nell’ambito di “Valore in Prevenzione – un Programma a supporto delle decisioni informate in ambito di programmazione, organizzazione, gestione e comunicazione delle politiche vaccinali in Italia”, uno dei progetti di maggiori dimensioni e complessità realizzato negli ultimi anni da Fondazione Smith Kline, in collaborazione con VIHTALI, spin off dell’Università Cattolica di Milano, CERGAS SDA Bocconi e Center for Digital Health Humanities.

Valore in Prevenzione è stato presentato giovedì 7 giugno, a Roma in occasione dell’evento “Value Based Prevention”, presso l’Associazione della Stampa Estera.

FONTE | Center for Digital Health Humanities

Vaccini, adesso non abbassiamo la guardia!

L’allarme rosso era scattato un anno fa: nel maggio 2017 il report dell’Organizzazione Mondiale della Sanità indicava che in Italia le coperture vaccinali erano tra le più basse d’Europa e addirittura inferiori a quelle di alcuni Paesi africani. Nessuna vaccinazione raggiungeva la soglia di sicurezza del 95%, superata solo da 7 Regioni per la vaccinazione anti-polio (valore medico nazionale 93,33%). Ma dopo quel minimo storico si è consolidata la risposta delle istituzioni culminata nel Decreto Lorenzin (28 luglio 2017) che ha invertito il trend e ha disegnato un nuovo scenario nelle politiche vaccinali: nel 2017, la copertura anti-polio è risalita al 94,5%, quella contro il morbillo è cresciuta del 4,4% arrivando al 91,6%, mentre l’anti-pneumococcica è passata dall’88,4% nel 2016 al 90,8% nel 2017.

Basta poco però – tra ondate di fake news e ricorsi delle Regioni – a invertire questo circolo virtuoso e rimettere in discussione le vaccinazioni, l’intervento medico a più basso costo che ha permesso di sconfiggere malattie causa di disastrose epidemie. Secondo le stime dell’OMS, i vaccini salvano nel mondo 5 vite ogni minuto, 7.200 ogni giorno. Consentiranno, entro il 2020, di aver evitato oltre 25 milioni di morti nel decennio che stiamo vivendo.

L’invito a non compromettere i risultati ottenuti in questi mesi è arrivato dagli esperti che hanno partecipano al Corso di Formazione Professionale Continua I vaccini: vittime del loro stesso successo. Il ruolo dei media per contrastare la vaccine hesitancy e informare sull’opportunità vaccinale, promosso, insieme al Master “La Scienza nella Pratica Giornalistica” della Sapienza Università di Roma, dalla Fondazione Lorenzini che, dopo il Corso dedicato all’antibiotico-resistenza, consolida il proprio impegno nella prevenzione delle patologie a largo impatto sociale.

Al tema dei vaccini la Fondazione Lorenzini ha dedicato due quaderni de Il Sole 24 Ore-Sanità, “Dalla vaccine hesitancy alla vaccine recovery” e “Prevenzione oncologica con il vaccino anti-Papillomavirus umano: Domande e… Risposte”, realizzati con il contributo incondizionato di MSD.

Il fenomeno della “esitazione vaccinale” è complesso e in aumento e una delle motivazioni è il timore di effetti collaterali. La comunicazione delle informazioni è uno degli aspetti più delicati e deve tenere conto di tutte le domande e i dubbi posti dai genitori o da chi deve essere direttamente vaccinato, anche se privi di ogni fondamento scientifico” – ha affermato Sergio Pecorelli, Presidente di Giovanni Lorenzini Medical Foundation, New York, NY (USA).

Le vaccinazioni sono considerate “vittime del loro stesso successo” in quanto molte elle malattie prevenibili con un vaccino sono progressivamente scomparse e non hanno più rappresentato, per i cittadini, un pericolo reale per la salute. Per fare un esempio, rispetto all’epoca pre-vaccinale la riduzione dei casi di alcune malattie prevenibili è stata del 100% per la poliomielite, del 99,4% per la rosolia, del 96% per il morbillo. Proprio di questo successo, paradossalmente, si alimentano i movimenti anti-vaccinali che hanno preso di mira in particolare le combinazioni vaccinali somministrate in età pediatrica.

Ma numerosi studi clinici dimostrano che la somministrazione contemporanea di più antigeni presenti nei vaccini combinati, immessi in commercio dopo accurati studi biomedici, offre una protezione efficace pari a quella dei vaccini somministrati singolarmente, non indebolisce né sovraccarica il sistema immunitario dei piccoli.

La vaccinazione è il miglior sistema per indirizzare il sistema immunitario del neonato e del bambino molto piccolo a difendersi proprio verso ciò per cui è importante difendersi. Le vaccinazioni sono particolarmente importanti nelle primissime fasi della vita al punto che, per proteggere il nascituro, oggi viene presa in considerazione la possibilità di vaccinare la donna in gravidanza, soprattutto per malattie, come l’influenza e la pertosse che nel bambino molto piccolo possono avere conseguenze serissime” – ha affermato Alberto Villani, Presidente Società Italiana di Pediatria e Responsabile U.O.C. Pediatria Generale e Malattie Infettive, Ospedale Bambino Gesù di Roma.

Uno dei più recenti successi nel campo delle vaccinazioni è rappresentato dalla vaccinazione contro l’HPV, il papilloma virus responsabile di circa il 5% dei tumori nel mondo.

In Europa la stima della media dei nuovi casi di tumori del tratto ano-genitale e del distretto testa-collo attribuibili all’HPV nelle donne e negli uomini è rispettivamente pari a 43.512 e 9.501 per un totale pari a 53.013. L’identificazione dell’HPV come una delle cause principali dello sviluppo di questi tumori ha consentito di sviluppare un percorso vaccinale di protezione sempre più adeguato ed efficace.

Il vaccino anti-HPV 9-valente (9vHPV) ha un potenziale di prevenzione di circa il 90% dei cancri della cervice uterina (rispetto al 70% degli attuali vaccini), di circa l’80% delle lesioni precancerose di alto grado del collo dell’utero (CIN 2 e 3) e del 50% di quelle di basso grado (CIN1).

In Italia, a partire dal 2007, è raccomandata l’offerta attiva e gratuita del vaccino antuiu-HPV alle ragazze nel corso del dodicesimo anno di vita e il nuovo PNPV 2017/2019 prevede nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) l’estensione dell’offerta attiva e gratuita a tutti i dodicenni, sia maschi che femmine.

La vaccinazione universale anti-HPV di ragazze e ragazzi rappresenta il percorso a oggi più efficace per minimizzare la potenzialità di trasmissione dell’infezione dall’HPV tra i due sessi. La mancata vaccinazione contro un’infezione prevenibile comporta, insieme alla persistenza del numero dei casi di malattia, di ospedalizzazioni e morti ai livelli ordinari pre-vaccinali, anche rilevanti costi economici sia diretti che indiretti, a fronte di un limitato risparmio legato all’acquisto e alla somministrazione dei vaccini” – ha affermato Sergio Pecorelli, Presidente di Giovanni Lorenzini Medical Foundation, New York, NY (USA).

Il cardine della strategia vaccinale italiana è il Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019 (PNPV), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 18 febbraio 2017, che pone a disposizione gratuitamente ed attivamente all’interno del Servizio Sanitario Nazionale molte delle vaccinazioni considerate sicure ed efficaci, dalla comunità scientifica nazionale e internazionale. Il calendario vaccinale suggerito dal PNPV, infatti, è automaticamente incluso nei Livelli essenziali di assistenza (LEA) e, come tale, rappresenta un obbligo da parte delle Regioni in termini di offerta di servizi.

Parte integrante di questa strategia è stato il decreto legge 73 del 7 giugno 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, che prevede l’obbligo per l’iscrizione a scuola nella fascia 0-16 anni, di 10 vaccinazioni (anti poliomielitica, anti-difterica, anti-tetanica, anti-epatite B, anti-pertosse, anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo, anti-rosolia, anti-parotite, anti-varicella), gratuite e obbligatorie a partire da settembre 2017. A queste sono aggiunte quattro che il decreto prevede ad offerta attiva e gratuita, ma senza obbligo, da parte di Regioni e Province autonome (anti-meningococcica B, anti-meningococcica C, anti-pneumococcica, anti-rotavirus).

La legge è una risorsa potente a disposizione degli Stati per arginare la diffusione di malattie infettive prevenibili e in Italia il decreto sull’obbligo dei vaccini è stato uno strumento decisivo che ha fermato l’incremento delle malattie infettive recuperando quote importanti di bambini non vaccinati. La sentenza della Corte Costituzionale del 22 novembre 2017 che ha respinto alcune posizioni negative dalla Regione Veneto ricorda come l’obbligo vaccinale spetta al legislatore nazionale ed è una scelta ragionevole per difendere la salute collettiva, prevenendo la diffusione delle malattie – ha affermato Carlo Signorelli, Professore ordinario, Università Vita-Salute del San Raffaele di Milano.

Agli interventi di tipo legislativo e normativo devono però affiancarsi anche attività di educazione culturale che hanno come primo fondamento la corretta informazione veicolata dai media. Solo in questo modo sarà possibile arginare l’ondata delle fake news o vere e proprie bufale che in questi anni hanno minato la fiducia nei vaccini in quote non trascurabili della popolazione.

Campagne incorrette e tendenziose amplificate dai social network continuano a diffondere false teorie che associano le vaccinazioni ad una pletora di malattie. Nessuna di queste grottesche teorie antivax, si fonda su dati oggettivi generati seguendo la metodologia scientifica. per la quale i vaccini sono una protezione sicura affidabile per i bambini e per tutta la società. Per ciò le nuove sfide per la comunità medica sono rappresentate dalla necessità di non trascurare i nuovi mezzi di comunicazione che, se lasciati sguarniti, possono diventare un pericoloso tramite della disinformazione. Medici e scienziati non devono solo informare e divulgare, devono comunicare la forza della scienza in maniera non solo corretta, ma anche convincente. Il mondo sta cambiando e non tornerà indietro, la sfida è quella di essere al passo con i cambiamenti e con il futuro che ci aspetta” – ha affermato Roberto Burioni, Professore ordinario di Virologia e Microbiologia, Università Vita-Salute San Raffaele.


Bambini con diabete, come assisterli (in salute) nell’età evolutiva

La lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dopo HIV e Tubercolosi.

Numeri impressionanti se si considera che secondo l’Oms sono 346 milioni le persone affette da diabete in tutto il mondo, di cui 52 milioni nella Regione europea.

Nel nostro Paese, dove attualmente vivono oltre 3 milioni di persone con diabete (dati del Ministero della Salute), è stato registrato un aumento dei casi di diabete mellito di tipo 1 con un’incidenza annua media di 8.1 su 100.000 bambini tra 0 e 14 anni, aumento in parte dovuto all’invecchiamento generale della popolazione ma principalmente alla diffusione di condizioni a rischio come sovrappeso e obesità, scorretta alimentazione, sedentarietà e disuguaglianze economiche.

Il diabete è una patologia complessa che investe il bambino, i suoi genitori e gli operatori sanitari che li assistono. Ciascuno di loro ha un compito difficile da assolvere. Poter portare la mia esperienza nelle malattie croniche e collaborare con il team della prof.ssa Grohmann e con le Associazioni dei Giovani con il diabete è per me un grande onore. La componente umana, insieme alle competenze tecniche richieste ad ogni medico sono un aspetto imprescindibile del nostro impegno quotidiano nell’assistenza dei piccoli pazienti e delle loro famiglie” – sottolinea la prof.ssa Susanna Esposito, professore ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid.

Sebbene le cause del diabete di tipo I siano ancora sconosciute all’origine (cause genetiche, ereditarie o fattori ambientali), ciò che invece appare chiaro agli esperti è il meccanismo che porta alla distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina. In Italia, sono circa 20mila i bambini sotto i 14 anni con diabete di tipo 1, costretti a somministrarsi insulina a vita e a convivere con dispositivi per infonderla.

Nel corso degli ultimi decenni sono stati compiuti numerosi progressi volti a migliorare il trattamento del diabete mellito nel bambino, con l’obiettivo di garantire un controllo metabolico ottimale ed evitare complicanze a breve e lungo termine.

Tra le novità sulle terapie per la cura del diabete di tipo 1, è in corso uno studio che potrebbe aprire la strada a possibili terapie innovative.

Studi sul modello animale condotti nel nostro laboratorio hanno dimostrato che indolamina 2,3-diossigenasi o IDO, un particolare enzima che metabolizza l’amino-acido triptofano, rappresenta un importante controllore delle risposte immunitarie nel nostro organismo che tuttavia risulta difettivo in topi con diabete di tipo autoimmune (T1D). In tali topi, manovre terapeutiche atte a correggere questo difetto determinano un controllo efficace della risposta autoimmune, la rigenerazione di piccole insule pancreatiche secernenti insulina e la normalizzazione dei valori di glicemia. Studi attualmente in corso in pazienti pediatrici affetti da diabete mellito hanno evidenziato che IDO è difettivo anche nel diabete di tipo 1 umano, aprendo pertanto la strada a possibili terapie innovative basate sul ripristino del metabolismo fisiologico del triptofano e, quindi, a nuove speranze per i pazienti affetti da diabete” – afferma la prof.ssa Ursula Grohmann, professore ordinario di Farmacologia del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia e membro dell’Accademia delle Scienze dell’Umbria.

Se la terapia insulinica ha come obiettivo primario quello di ristabilire un soddisfacente equilibrio glicemico, l’educazione alla gestione autonoma del diabete da parte delle famiglie dei bambini affetti è lo strumento fondamentale che consente di garantire una buona qualità di vita. L’approccio terapeutico all’interno delle strutture pediatriche è, infatti, fortemente centrato sulla famiglia, svolto in un’atmosfera informale e talora “protettiva”, attenta allo sviluppo psicofisico, all’inserimento nel mondo della scuola e dei coetanei.

E anche per i bambini con diabete, la prevenzione attraverso le vaccinazioni riveste un ruolo fondamentale, non solo per i piccoli pazienti ma anche per le loro famiglie e per gli operatori sanitari per i quali sono raccomandate tutte le vaccinazioni di routine.

Alcune infezioni favoriscono lo sviluppo di diabete di tipo 1 nei soggetti geneticamente predisposti. Ciò vale soprattutto per le infezioni respiratorie contratte precocemente. I vaccini sono efficaci anche nei bambini con diabete. Non solo efficaci, i vaccini sono anche sicuri e non associati allo sviluppo del diabete. Quindi, tutte le vaccinazioni considerate obbligatorie per l’ingresso a scuola nei bambini senza patologie di base devono essere eseguite anche nei bambini con diabete. In aggiunta, per i bambini con diabete è raccomandato il vaccino antinfluenzale annuale e il vaccino coniugato contro lo pneumococco anche dopo i 5 anni di età” – conclude Susanna Esposito.

 


Vaccini: per le mamme fondamentale il ruolo dei Pediatri

Vaccini e vaccinazioni sono un tema sensibile, non solo perché la copertura vaccinale fra i bambini italiani sta scendendo sotto la soglia di sicurezza, ma in quanto tema che nelle mamme ingenera qualche ansia e risveglia un indiscutibile interesse.

Lo testimoniano i dati dell’indagine “Dottore, voglio vaccinare il mio bambino”, che l’istituto Nextplora ha svolto su incarico di SiMPeF-Sindacato Medici Pediatri di Famiglia, organizzazione che raggruppa oltre 1.200 professionisti in tutta Italia, particolarmente in Lombardia, dove rappresenta oltre l’80 per cento dei pediatri di libera scelta.

Per questa ragione si è voluto concentrare l’attenzione sulla Lombardia, in cui i ricercatori hanno intervistato 400 mamme, con figli in età pediatrica, utilizzando la metodologia CAWI, ossia un questionario online.

Il primo dato che emerge è l’importanza della vaccinazione: la quasi la totalità del campione, 94 per cento, ritiene importante vaccinare il proprio bambino e, a parte quello per l’influenza stagionale, tutti i vaccini sono considerati utili e fondamentali.

Un secondo dato, estremamente significativo, almeno per le mamme lombarde, è il ruolo fondamentale e centrale del pediatra. Il pediatra è la prima fonte di informazione sull’argomento vaccini: il 78 per cento delle intervistate lo ha interpellato in materia – si sale all’83 per cento delle mamme dei bambini più piccoli – ed è ritenuta, dal 91 per cento delle madri, la fonte più autorevole sull’argomento.

Non solo, più della metà delle intervistate, il 64 per cento, gradirebbe fosse il pediatra di famiglia a vaccinare il proprio figlio: sarebbero più sicure e tranquille perché il pediatra, conoscendo la storia clinica del bambino, saprebbe scegliere il momento più adatto per la vaccinazione, potrebbe intervenire in maniera più “efficace” in caso di eventuali “effetti collaterali”, sarebbe più comodo, più vicino a casa e con orari più flessibili, con tempi di attesa minori.

Queste risposte inquadrano perfettamente la situazione che si vive in Lombardia, e probabilmente in tutta Italia. Da un lato registrano le ansie e le preoccupazioni, del tutto ingiustificate, delle madri rispetto alla vaccinazione; dall’altro un impatto negativo con il sistema dei centri vaccinali, in cui viene a mancare il rapporto di fiducia personale con il proprio pediatra: si è considerati, hanno dichiarato le madri, “numeri”; maturano tempi di attesa inaccettabili per l’appuntamento: addirittura più di 1 anno per le vaccinazioni contro la meningite da meningococco B; si riscontrano rigidità eccessive nel cambiare appuntamento, e insoddisfazione sugli orari di apertura, costi e tempi dei servizi”, – ha commentato Rinaldo Missaglia, Presidente Simpef.

Infatti, circa 3 mamme intervistate su 4 espongono qualche ansia in relazione ai vaccini: la principale preoccupazione è quella degli effetti collaterali (53 per cento delle mamme), seguono l’interferenza negativa con il sistema immunitario (24 per cento), le prime dosi somministrate quando il bambino è troppo piccolo (23 per cento) e troppi vaccini somministrati nello stesso giorno (22 per cento).

Pur considerato efficiente dal 78 per cento delle mamme lombarde – un po’ meno convinte sono le mamme dei bimbi più piccoli in cui la percentuale scende al 72 per cento – il centro vaccinale mostra numerose criticità: il costo del servizio in caso di non gratuità della prestazione, il tempo di attesa al telefono per le prenotazioni (aspetto particolarmente critico per le mamme di bimbi 0-2 anni), il tempo di attesa per avere un appuntamento, gli orari di apertura del centro. Solo in relazione alla prossimità dei centri e alla regolarità della lettera per la convocazione, le mamme si dicono davvero soddisfatte.

Nota dolentissima: i tempi di attesa medi, di 1 anno, per avere un appuntamento per il vaccino contro la meningite da meningococco B. Il 61 per cento delle intervistate indica che non ci sono giustificazioni a un tempo di attesa così lungo; solo 1 mamma su 4 trova normale questa attesa, dato il recente exploit dei casi di meningite.

Siamo ben consci di questa situazione di disagio, che le mamme mostrano. Non da oggi, peraltro. Sono molti anni che segnaliamo alle Istituzioni, in primis Regione Lombardia, questi aspetti. Nello scorso mese di novembre, abbiamo inoltrato all’Assessorato al welfare e alla Commissione Sanità e politiche sociali del Consiglio regionale un documento contenente numerose proposte per migliorare il servizio, non solo vaccinale. Frutto di un’approfondita analisi dell’offerta sanitaria territoriale, svolta in collaborazione con il Cergas (Centro di ricerche e gestione dell’assistenza sanitaria e sociale), tra le altre cose propone che anche i pediatri di famiglia possano vaccinare nei propri ambulatori, come molte madri sollecitano. Si otterrebbero alcuni semplici, ma fondamentali risultati: l’aumento della copertura vaccinale, grazie anche all’opera di sensibilizzazione diretta sui genitori, sostenuta dal rapporto di fiducia tra le parti; la riduzione delle liste d’attesa, soprattutto per le vaccinazioni super-richieste come quella contro la meningite. Infatti, laddove si è già sperimentato ed attuato il progetto di vaccinare nello studio del proprio pediatra, si sono raggiunti risultati di copertura maggiori, con piena soddisfazione dell’utenza, per la possibilità di scegliere il momento più adatto alla vaccinazione in base alle condizioni fisiche del bimbo. Infine, una semplice notazione, nonostante molte sollecitazioni negli anni, ancora oggi il pediatra di famiglia non ha accesso ai dati delle vaccinazioni dei propri assistiti all’interno del sistema informativo sanitario lombardo: non ci è consentito sapere se un bambino sia stato vaccinato o meno, dobbiamo chiederlo ai genitori” – riprende Rinaldo Missaglia, Presidente Simpef.

Finalmente, tuttavia, dopo lunga attesa, qualcosa sembra essersi messo in movimento proprio in questi giorni nei quali l’attenzione della Regione al tema della vaccinazioni sta crescendo.

Abbiamo iniziato un serio dialogo con l’Assessore Giulio Gallera su questi temi, e speriamo che sia possibile arrivare a una soluzione condivisa che possa soddisfare i legittimi desideri delle mamme. D’altronde, i genitori ripongono grande fiducia e aspettativa nel nostro ruolo, tanto che l’81 per cento delle mamme lombarde si ritiene soddisfatta del proprio pediatra di famiglia”, – ha concluso Missaglia.

 


Servono più vaccinazione e screening per sconfiggere le patologie da HPV

Il papillomavirus umano (HPV) è responsabile, oltre che del carcinoma della cervice uterina, di quasi tutti i carcinomi dell’ano e di circa la metà di quelli del pene, di alcuni tumori di testa e collo, e della quasi totalità delle condilomatosi floride anogenitali. Per questo motivo, l’opzione di vaccinare entrambi i sessi, oltre a proteggere direttamente anche i maschi dalle gravi patologie da HPV, garantisce la possibilità di interrompere la trasmissione del virus con maggiore efficacia e può contribuire ad aumentare l’adesione ai programmi vaccinali.

Il messaggio però deve essere chiaro e univoco: solo vaccinazione e screening insieme sono in grado di sconfiggere il cancro del collo dell’utero e ridurre significativamente l’incidenza delle altre patologie extra-uterine connesse all’infezione da HPV. Questo è il messaggio da diffondere innanzitutto agli operatori sanitari e ai decisori in tema di salute pubblica. Senza la loro convinta e condivisa collaborazione, infatti, si corre il rischio di lasciare spazio alla disinformazione e ai falsi miti che viaggiano sulla Rete, a discapito della salute della popolazione, soprattutto dei più giovani. L’impegno delle Istituzioni e della comunità scientifica deve essere quello di farsi promotori e garanti di informazioni chiare, sintetiche, comprensibili e scientificamente supportate.

In tal senso AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) è da anni impegnata a far comprendere ai cittadini e ai medici l’importanza di questa novità epocale della vaccinazione anti-HPV che consente la prevenzione efficace del carcinoma della cervice uterina e delle altre patologie HPV-correlate. La disponibilità di un vaccino contro i tipi di papillomavirus responsabili di gravi patologie, non solo a carico dell’apparato genitale maschile e femminile, rappresenta un enorme vantaggio in termini di salute pubblica e di riduzione dei costi sanitari per la cura di queste patologie. È tuttavia indispensabile ampliare la copertura vaccinale attraverso una capillare azione di informazione alla popolazione e di formazione del personale sanitario.

Il successo del nuovo vaccino 9-valente contro l’HPV dipenderà dalla capacità dei ginecologi e degli altri operatori sanitari coinvolti di comprendere e far comprendere l’importanza di questa grande iniziativa di prevenzione nella sua valenza e nei suoi aspetti sanitari e sociali.

Ufficio stampa AOGOI 


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