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Bambini con diabete, come assisterli (in salute) nell’età evolutiva

La lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dopo HIV e Tubercolosi.

Numeri impressionanti se si considera che secondo l’Oms sono 346 milioni le persone affette da diabete in tutto il mondo, di cui 52 milioni nella Regione europea.

Nel nostro Paese, dove attualmente vivono oltre 3 milioni di persone con diabete (dati del Ministero della Salute), è stato registrato un aumento dei casi di diabete mellito di tipo 1 con un’incidenza annua media di 8.1 su 100.000 bambini tra 0 e 14 anni, aumento in parte dovuto all’invecchiamento generale della popolazione ma principalmente alla diffusione di condizioni a rischio come sovrappeso e obesità, scorretta alimentazione, sedentarietà e disuguaglianze economiche.

Il diabete è una patologia complessa che investe il bambino, i suoi genitori e gli operatori sanitari che li assistono. Ciascuno di loro ha un compito difficile da assolvere. Poter portare la mia esperienza nelle malattie croniche e collaborare con il team della prof.ssa Grohmann e con le Associazioni dei Giovani con il diabete è per me un grande onore. La componente umana, insieme alle competenze tecniche richieste ad ogni medico sono un aspetto imprescindibile del nostro impegno quotidiano nell’assistenza dei piccoli pazienti e delle loro famiglie” – sottolinea la prof.ssa Susanna Esposito, professore ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid.

Sebbene le cause del diabete di tipo I siano ancora sconosciute all’origine (cause genetiche, ereditarie o fattori ambientali), ciò che invece appare chiaro agli esperti è il meccanismo che porta alla distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina. In Italia, sono circa 20mila i bambini sotto i 14 anni con diabete di tipo 1, costretti a somministrarsi insulina a vita e a convivere con dispositivi per infonderla.

Nel corso degli ultimi decenni sono stati compiuti numerosi progressi volti a migliorare il trattamento del diabete mellito nel bambino, con l’obiettivo di garantire un controllo metabolico ottimale ed evitare complicanze a breve e lungo termine.

Tra le novità sulle terapie per la cura del diabete di tipo 1, è in corso uno studio che potrebbe aprire la strada a possibili terapie innovative.

Studi sul modello animale condotti nel nostro laboratorio hanno dimostrato che indolamina 2,3-diossigenasi o IDO, un particolare enzima che metabolizza l’amino-acido triptofano, rappresenta un importante controllore delle risposte immunitarie nel nostro organismo che tuttavia risulta difettivo in topi con diabete di tipo autoimmune (T1D). In tali topi, manovre terapeutiche atte a correggere questo difetto determinano un controllo efficace della risposta autoimmune, la rigenerazione di piccole insule pancreatiche secernenti insulina e la normalizzazione dei valori di glicemia. Studi attualmente in corso in pazienti pediatrici affetti da diabete mellito hanno evidenziato che IDO è difettivo anche nel diabete di tipo 1 umano, aprendo pertanto la strada a possibili terapie innovative basate sul ripristino del metabolismo fisiologico del triptofano e, quindi, a nuove speranze per i pazienti affetti da diabete” – afferma la prof.ssa Ursula Grohmann, professore ordinario di Farmacologia del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia e membro dell’Accademia delle Scienze dell’Umbria.

Se la terapia insulinica ha come obiettivo primario quello di ristabilire un soddisfacente equilibrio glicemico, l’educazione alla gestione autonoma del diabete da parte delle famiglie dei bambini affetti è lo strumento fondamentale che consente di garantire una buona qualità di vita. L’approccio terapeutico all’interno delle strutture pediatriche è, infatti, fortemente centrato sulla famiglia, svolto in un’atmosfera informale e talora “protettiva”, attenta allo sviluppo psicofisico, all’inserimento nel mondo della scuola e dei coetanei.

E anche per i bambini con diabete, la prevenzione attraverso le vaccinazioni riveste un ruolo fondamentale, non solo per i piccoli pazienti ma anche per le loro famiglie e per gli operatori sanitari per i quali sono raccomandate tutte le vaccinazioni di routine.

Alcune infezioni favoriscono lo sviluppo di diabete di tipo 1 nei soggetti geneticamente predisposti. Ciò vale soprattutto per le infezioni respiratorie contratte precocemente. I vaccini sono efficaci anche nei bambini con diabete. Non solo efficaci, i vaccini sono anche sicuri e non associati allo sviluppo del diabete. Quindi, tutte le vaccinazioni considerate obbligatorie per l’ingresso a scuola nei bambini senza patologie di base devono essere eseguite anche nei bambini con diabete. In aggiunta, per i bambini con diabete è raccomandato il vaccino antinfluenzale annuale e il vaccino coniugato contro lo pneumococco anche dopo i 5 anni di età” – conclude Susanna Esposito.

 


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Vaccini: per le mamme fondamentale il ruolo dei Pediatri

Vaccini e vaccinazioni sono un tema sensibile, non solo perché la copertura vaccinale fra i bambini italiani sta scendendo sotto la soglia di sicurezza, ma in quanto tema che nelle mamme ingenera qualche ansia e risveglia un indiscutibile interesse.

Lo testimoniano i dati dell’indagine “Dottore, voglio vaccinare il mio bambino”, che l’istituto Nextplora ha svolto su incarico di SiMPeF-Sindacato Medici Pediatri di Famiglia, organizzazione che raggruppa oltre 1.200 professionisti in tutta Italia, particolarmente in Lombardia, dove rappresenta oltre l’80 per cento dei pediatri di libera scelta.

Per questa ragione si è voluto concentrare l’attenzione sulla Lombardia, in cui i ricercatori hanno intervistato 400 mamme, con figli in età pediatrica, utilizzando la metodologia CAWI, ossia un questionario online.

Il primo dato che emerge è l’importanza della vaccinazione: la quasi la totalità del campione, 94 per cento, ritiene importante vaccinare il proprio bambino e, a parte quello per l’influenza stagionale, tutti i vaccini sono considerati utili e fondamentali.

Un secondo dato, estremamente significativo, almeno per le mamme lombarde, è il ruolo fondamentale e centrale del pediatra. Il pediatra è la prima fonte di informazione sull’argomento vaccini: il 78 per cento delle intervistate lo ha interpellato in materia – si sale all’83 per cento delle mamme dei bambini più piccoli – ed è ritenuta, dal 91 per cento delle madri, la fonte più autorevole sull’argomento.

Non solo, più della metà delle intervistate, il 64 per cento, gradirebbe fosse il pediatra di famiglia a vaccinare il proprio figlio: sarebbero più sicure e tranquille perché il pediatra, conoscendo la storia clinica del bambino, saprebbe scegliere il momento più adatto per la vaccinazione, potrebbe intervenire in maniera più “efficace” in caso di eventuali “effetti collaterali”, sarebbe più comodo, più vicino a casa e con orari più flessibili, con tempi di attesa minori.

Queste risposte inquadrano perfettamente la situazione che si vive in Lombardia, e probabilmente in tutta Italia. Da un lato registrano le ansie e le preoccupazioni, del tutto ingiustificate, delle madri rispetto alla vaccinazione; dall’altro un impatto negativo con il sistema dei centri vaccinali, in cui viene a mancare il rapporto di fiducia personale con il proprio pediatra: si è considerati, hanno dichiarato le madri, “numeri”; maturano tempi di attesa inaccettabili per l’appuntamento: addirittura più di 1 anno per le vaccinazioni contro la meningite da meningococco B; si riscontrano rigidità eccessive nel cambiare appuntamento, e insoddisfazione sugli orari di apertura, costi e tempi dei servizi”, – ha commentato Rinaldo Missaglia, Presidente Simpef.

Infatti, circa 3 mamme intervistate su 4 espongono qualche ansia in relazione ai vaccini: la principale preoccupazione è quella degli effetti collaterali (53 per cento delle mamme), seguono l’interferenza negativa con il sistema immunitario (24 per cento), le prime dosi somministrate quando il bambino è troppo piccolo (23 per cento) e troppi vaccini somministrati nello stesso giorno (22 per cento).

Pur considerato efficiente dal 78 per cento delle mamme lombarde – un po’ meno convinte sono le mamme dei bimbi più piccoli in cui la percentuale scende al 72 per cento – il centro vaccinale mostra numerose criticità: il costo del servizio in caso di non gratuità della prestazione, il tempo di attesa al telefono per le prenotazioni (aspetto particolarmente critico per le mamme di bimbi 0-2 anni), il tempo di attesa per avere un appuntamento, gli orari di apertura del centro. Solo in relazione alla prossimità dei centri e alla regolarità della lettera per la convocazione, le mamme si dicono davvero soddisfatte.

Nota dolentissima: i tempi di attesa medi, di 1 anno, per avere un appuntamento per il vaccino contro la meningite da meningococco B. Il 61 per cento delle intervistate indica che non ci sono giustificazioni a un tempo di attesa così lungo; solo 1 mamma su 4 trova normale questa attesa, dato il recente exploit dei casi di meningite.

Siamo ben consci di questa situazione di disagio, che le mamme mostrano. Non da oggi, peraltro. Sono molti anni che segnaliamo alle Istituzioni, in primis Regione Lombardia, questi aspetti. Nello scorso mese di novembre, abbiamo inoltrato all’Assessorato al welfare e alla Commissione Sanità e politiche sociali del Consiglio regionale un documento contenente numerose proposte per migliorare il servizio, non solo vaccinale. Frutto di un’approfondita analisi dell’offerta sanitaria territoriale, svolta in collaborazione con il Cergas (Centro di ricerche e gestione dell’assistenza sanitaria e sociale), tra le altre cose propone che anche i pediatri di famiglia possano vaccinare nei propri ambulatori, come molte madri sollecitano. Si otterrebbero alcuni semplici, ma fondamentali risultati: l’aumento della copertura vaccinale, grazie anche all’opera di sensibilizzazione diretta sui genitori, sostenuta dal rapporto di fiducia tra le parti; la riduzione delle liste d’attesa, soprattutto per le vaccinazioni super-richieste come quella contro la meningite. Infatti, laddove si è già sperimentato ed attuato il progetto di vaccinare nello studio del proprio pediatra, si sono raggiunti risultati di copertura maggiori, con piena soddisfazione dell’utenza, per la possibilità di scegliere il momento più adatto alla vaccinazione in base alle condizioni fisiche del bimbo. Infine, una semplice notazione, nonostante molte sollecitazioni negli anni, ancora oggi il pediatra di famiglia non ha accesso ai dati delle vaccinazioni dei propri assistiti all’interno del sistema informativo sanitario lombardo: non ci è consentito sapere se un bambino sia stato vaccinato o meno, dobbiamo chiederlo ai genitori” – riprende Rinaldo Missaglia, Presidente Simpef.

Finalmente, tuttavia, dopo lunga attesa, qualcosa sembra essersi messo in movimento proprio in questi giorni nei quali l’attenzione della Regione al tema della vaccinazioni sta crescendo.

Abbiamo iniziato un serio dialogo con l’Assessore Giulio Gallera su questi temi, e speriamo che sia possibile arrivare a una soluzione condivisa che possa soddisfare i legittimi desideri delle mamme. D’altronde, i genitori ripongono grande fiducia e aspettativa nel nostro ruolo, tanto che l’81 per cento delle mamme lombarde si ritiene soddisfatta del proprio pediatra di famiglia”, – ha concluso Missaglia.

 


Servono più vaccinazione e screening per sconfiggere le patologie da HPV

Il papillomavirus umano (HPV) è responsabile, oltre che del carcinoma della cervice uterina, di quasi tutti i carcinomi dell’ano e di circa la metà di quelli del pene, di alcuni tumori di testa e collo, e della quasi totalità delle condilomatosi floride anogenitali. Per questo motivo, l’opzione di vaccinare entrambi i sessi, oltre a proteggere direttamente anche i maschi dalle gravi patologie da HPV, garantisce la possibilità di interrompere la trasmissione del virus con maggiore efficacia e può contribuire ad aumentare l’adesione ai programmi vaccinali.

Il messaggio però deve essere chiaro e univoco: solo vaccinazione e screening insieme sono in grado di sconfiggere il cancro del collo dell’utero e ridurre significativamente l’incidenza delle altre patologie extra-uterine connesse all’infezione da HPV. Questo è il messaggio da diffondere innanzitutto agli operatori sanitari e ai decisori in tema di salute pubblica. Senza la loro convinta e condivisa collaborazione, infatti, si corre il rischio di lasciare spazio alla disinformazione e ai falsi miti che viaggiano sulla Rete, a discapito della salute della popolazione, soprattutto dei più giovani. L’impegno delle Istituzioni e della comunità scientifica deve essere quello di farsi promotori e garanti di informazioni chiare, sintetiche, comprensibili e scientificamente supportate.

In tal senso AOGOI (Associazione Ostetrici Ginecologi Ospedalieri Italiani) è da anni impegnata a far comprendere ai cittadini e ai medici l’importanza di questa novità epocale della vaccinazione anti-HPV che consente la prevenzione efficace del carcinoma della cervice uterina e delle altre patologie HPV-correlate. La disponibilità di un vaccino contro i tipi di papillomavirus responsabili di gravi patologie, non solo a carico dell’apparato genitale maschile e femminile, rappresenta un enorme vantaggio in termini di salute pubblica e di riduzione dei costi sanitari per la cura di queste patologie. È tuttavia indispensabile ampliare la copertura vaccinale attraverso una capillare azione di informazione alla popolazione e di formazione del personale sanitario.

Il successo del nuovo vaccino 9-valente contro l’HPV dipenderà dalla capacità dei ginecologi e degli altri operatori sanitari coinvolti di comprendere e far comprendere l’importanza di questa grande iniziativa di prevenzione nella sua valenza e nei suoi aspetti sanitari e sociali.

Ufficio stampa AOGOI 

Contro la meningite la campagna di sensibilizzazione di ONDA

Il vaccino anti-meningococco, quello contro la meningite, è per le mamme tra i più importanti per i propri figli. Lo certifica una recente indagine del SiMPeF, Sindacato Medici Pediatri di Famiglia condotta su un campione di 400 mamme lombarde con figli in età pediatrica, che lo pone secondo solo al vaccino combinato contro difterite, pertosse e tetano, ritenuto utile dal 95% delle madri rispetto al 93% ottenuto dal vaccino contro la meningite. In un quadro più generale le mamme sono propense alla vaccinazione e la ritengono importante nel 94% dei casi, anche se 3 su 4 non nascondono ansie e preoccupazioni. Il pediatra è la fonte di informazione più affidabile in materia secondo il 94% delle intervistate, anche se i social network e in particolare Facebook sono considerati dal 38% delle mamme una risorsa affidabile in casi di dubbi e perplessità sull’argomento.

Ed è proprio sui social network che Onda, l’Osservatorio nazionale sulla salute della donna, ha deciso di puntare per fornire un’informazione chiara e corretta sul tema dei vaccini. In occasione della Giornata mondiale contro la meningite che si è celebrata il 24 aprile scorso, l’Osservatorio ha lanciato un progetto di informazione e sensibilizzazione rivolto alle mamme sull’importanza della prevenzione vaccinale realizzato grazie al contributo incondizionato di Pfizer, che vedrà protagonisti anche gli ospedali con i Bollini Rosa.

In linea con gli obiettivi del Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale 2017-2019, che ha implementato l’offerta gratuita di tutte le vaccinazioni raccomandate in età pediatrica e non solo, Onda ha deciso di realizzare una pubblicazione informativa che verrà distribuita negli Ospedali con i Bollini Rosa e che sarà scaricabile gratuitamente sul sito www.ondaosservatorio.it e una campagna digital che partirà dalla pagina Facebook di Onda (@ondaosservatorio) e si rivolgerà alle mamme attraverso post ad hoc e video-pillole. Obiettivo del progetto è dare un contributo nella promozione di una cultura della prevenzione vaccinale, approfondendo in particolare le infezioni da meningococco e pneumococco, che sono i principali agenti patogeni della meningite batterica” – ha spiegato Francesca Merzagora, Presidente di Onda.

Nell’ultimo anno si è discusso molto di meningite e vaccini in un clima di paura, incertezza, pregiudizio e soprattutto disinformazione. I centri vaccinali sono stati presi d’assalto dalle richieste di vaccinazione anti-meningococcica quale conseguenza di un’epidemia più “mediatica” che reale, visto che i dati documentano un quadro epidemiologico in Italia sovrapponibile all’anno precedente – il meningococco, che è l’agente patogeno più pericoloso, continua ad essere responsabile di circa 200 casi di malattia invasiva all’anno. Tutto ciò si è verificato in uno scenario connotato da un progressivo calo dell’adesione alle vaccinazioni in età pediatrica a livello nazionale.

Il Ministero della Salute ha lanciato l’allarme: dal mese di gennaio 2017 è stato registrato un aumento del numero di casi di morbillo, che sono più che triplicati. E il rischio riguarda tutte le malattie prevenibili, proprio quale conseguenza della presenza di sacche di popolazione suscettibile perché non vaccinata o perché non ha completato i cicli vaccinali.

La disinformazione, complice il web, dilaga e confonde, e lo stesso successo dei vaccini, che ha portato alla scomparsa di alcune malattie drammatiche, un tempo molto diffuse, ha contribuito a far calare la percezione della pericolosità di queste infezioni. Stiamo parlando di malattie che possono essere responsabili di gravi, gravissime conseguenze fino alla morte e che invece possono essere prevenute. E allora perché rinunciare a uno strumento efficace e sicuro come la vaccinazione? Le evidenze scientifiche sono tutte a favore dei vaccini e gli stessi dati epidemiologici ne comprovano l’efficacia e il reale impatto sulla salute pubblica. Un’informazione chiara, corretta e basata su solide evidenze scientifiche, consente di scegliere consapevolmente e responsabilmente per la salute propria e dei propri figli. Un diritto e un dovere irrinunciabile per compiere un atto di responsabilità non soltanto individuale ma anche sociale” – ha continuato Merzagora.

I progressi della Medicina hanno reso possibili cure che consentono la guarigione di malattie molto gravi quali tumori e malattie infiammatorie reumatologiche e/o gastrointestinali. Ai nostri giorni è possibile diagnosticare e curare anche malattie genetiche e metaboliche rare, cosa impensabile fino a pochi anni fa. Purtroppo curare la meningite è ancora oggi una sfida persa: 1 persona su 10 muore e 3 su 10 hanno esiti permanenti, più o meno gravi, per tutta la vita. Nulla è oggi più frustrante per un medico che assistere un soggetto colpito da meningite: non è possibile fare previsioni su quello che accadrà. In realtà disponiamo di un’arma sicura ed efficace: la vaccinazione. I nuovi livelli essenziali di assistenza, i LEA, offrono le vaccinazioni contro tutte le principali forme di meningite: se le Regioni rispetteranno quanto previsto nei LEA, tra pochi anni potremmo raggiungere in Italia il traguardo importante di una protezione ampia della popolazione italiana. Meningiti da Haemophilus Influentiae, Streptococcus Pneumoniae, Neisseria Meningitidis A, B, C, W, Y saranno solo un triste ricordo” – ha affermato Alberto Villani, Presidente SIP, Società Italiana di Pediatria.

 


Infezioni respiratorie in età pediatrica: al via il Sistema di Sorveglianza Europeo

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A Stoccolma, in occasione del meeting European Centre for Disease Prevention and Control (ECDC – 29 January-4 February 2017), è stato avviato il progetto di un Sistema di Sorveglianza a livello europeo per un monitoraggio efficace della circolazione del Virus Respiratorio Sinciziale (VRS) e degli Enterovirus D68 e A71.

Prima causa di infezione delle basse vie aeree (bronchioliti) e una delle principali cause di ospedalizzazione nei bambini di età inferiore a 12 mesi, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità il virus respiratorio sinciziale nel mondo è anche causa di mortalità nel 3% dei casi, soprattutto tra i bambini nati pretermine e quelli con patologie associate (fibrosi cistica, malattie neuromuscolari, immunodeficienza, malattia cardiaca o respiratoria di base) e in altri soggetti a rischio come donne in gravidanza e anziani.

Fino ad oggi il monitoraggio continuo sull’impatto del virus respiratorio sinciziale e dell’enterovirus D68 e A71 era disponibile, sebbene in modo non uniforme, soltanto in pochi Paesi europei, tra cui Olanda e Francia. Grazie ad un sistema di sorveglianza a livello europeo sarà possibile ottenere un monitoraggio efficace dello stato di salute della popolazione e dei soggetti più a rischio come i lattanti fino a 6 mesi, le donne in gravidanza e gli anziani. Le infezioni da VRS ed enterovirus hanno un impatto clinico, sociale ed economico non indifferente, anche nel nostro Paese. Per questo motivo, lo sviluppo di misure preventive e terapeutiche efficaci è di prioritaria importanza” – ha sottolineato la prof.ssa Susanna Esposito, professore ordinario di Pediatria presso l’Università degli Studi di Perugia.

Le manifestazioni più comuni delle infezioni da virus respiratorio sinciziale sono rappresentate dalle bronchioliti che hanno la più alta incidenza nei mesi invernali tra novembre e marzo; è ormai nota, inoltre, la correlazione tra infezioni da VRS nella prima infanzia e successivo sviluppo di wheezing ricorrente e asma bronchiale in età adolescenziale e in età adulta.

Lo sviluppo di misure preventive efficaci è certamente una priorità e quello di un vaccino sicuro e immunogenico contro il virus respiratorio sinciziale resta una delle sfide vaccinali dei nostri giorni. In Italia, al momento i vaccini anti VRS sono in via di sperimentazione nelle gravide e nei bambini dei primi anni di vita e gli esperti prevedono che saranno disponibili nei prossimi 5-10 anni.

La nuova frontiera della vaccinazione anti VRS è rappresentata dallo sviluppo di vaccini vivi attenuati o di vaccini inattivati a subunità.

I vaccini a base di virus vivo attenuato rappresentano un’opzione preventiva estremamente attraente, poiché permettono di ovviare alla problematica dell’instabilità connessa ai vaccini anti VRS. Tuttavia si rendono necessari ulteriori studi per ottenere il giusto profilo di immunogenicità e sicurezza soprattutto nella prima infanzia e non sono raccomandati in gravidanza. Un differente filone di ricerca si sta dedicando allo sviluppo di vaccini a subunità virali per l’immunizzazione delle donne in gravidanza. Riguardo, infine, le nuove terapie antivirali, sono attualmente in corso diversi studi clinici nel bambino nei primi mesi di vita per valutare l’efficacia di alcune molecole con effetto antivirale con l’obiettivo di arrivare ad una terapia specifica per le infezioni sostenute da VRS” – ha spiegato Susanna Esposito.

Le opzioni terapeutiche raccomandate nei casi di bronchiolite sono, quindi, ad oggi limitate. Non trovano indicazione i corticosteroidi, il ruolo dei beta2-stimolanti è dibattuto e l’effetto dell’adrenalina è controverso.

Pertanto, le linee guida internazionali suggeriscono che il trattamento primario rimanga in gran parte sintomatico con la somministrazione di liquidi e di ossigeno, se necessario, ed eventualmente con un tentativo di terapia con broncodilatatori. Gli antibiotici non sono raccomandati per la bronchiolite a meno che non vi sia il sospetto di complicazioni come la polmonite batterica secondaria.

Ad oggi, l’unica strategia preventiva approvata, cioè l’immunoprofilassi passiva con Palivizumab, è indicata solo in bambini ad elevato rischio di contrarre l’infezione. Questa categoria di pazienti, tuttavia, incide solo in minima parte sul totale delle infezioni e delle ospedalizzazioni da VRS. Per tale ragione, lo sviluppo di un vaccino contro il VRS rappresenta una priorità per le cure in età pediatrica.

Per quel che riguarda le infezioni da enterovirus, nei mesi primaverili ed estivi delle ultime quattro stagioni sono state riscontrate epidemie di infezione respiratoria da enterovirus D68 e A71 associate a gravi manifestazioni neurologiche, quali paralisi flaccide e mieliti.

A fronte dell’assenza di misure terapeutiche e preventive efficaci, gli esperti hanno sottolineato la necessità di creare una rete europea che monitori la circolazione di questi agenti infettivi identificando l’impatto di eventuali ceppi neurotropi anche al di fuori della sorveglianza della paralisi flaccida. Solo in questo modo, infatti, sarà possibile sviluppare terapie antivirali efficaci che mirino ai recettori dei virus neurotropi e che evitino lo sviluppo di complicanze neurologiche permanenti.


GAS Communication

Giovanissimi, millennial e sessualità: sì a proteggersi, ma idee poco chiare sui rischi e scarsa consapevolezza sul Papillomavirus (HPV)

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Sì alla contraccezione, ma con qualche confusione.

Il 43,5% dei giovani italiani tra i 12 e i 24 anni ha già avuto rapporti sessuali completi. La quota sale al 79,2% tra i 22-24enni. L’età media al primo rapporto sessuale è di 16,4 anni, 17,1 anni è l’età media al primo rapporto completo. Il 92,9% di chi ha avuto rapporti sessuali completi dichiara di stare sempre attento per evitare gravidanze, ma una quota minore (il 74,5%) si protegge sempre per evitare infezioni e malattie a trasmissione sessuale. La distinzione tra contraccezione e prevenzione non è sempre chiara tra i giovani. Il 70,7% usa il profilattico come strumento di prevenzione, ma il 17,6% dichiara di ricorrere alla pillola anticoncezionale, collocandola erroneamente tra gli strumenti di prevenzione piuttosto che tra i mezzi di contraccezione.

È quanto emerge da una ricerca realizzata dal Censis sulla sessualità dei millennial e dei giovanissimi con il supporto non condizionante di Sanofi Pasteur-MSD e distribuita da MSD Italia.

Importante il ruolo dei media nell’informazione, poi viene la scuola.

Quasi la totalità dei giovani italiani di 12-24 anni (il 93,8%) ha sentito parlare di infezioni e malattie sessualmente trasmesse. Solo il 6,2% non ne ha mai sentito parlare, quota che sale al 18,7% tra i giovanissimi di 12-14 anni. È l’Aids la patologia che viene maggiormente citata (89,6%). Solo il 23,1% indica la sifilide, il 18,2% la candida, il 15,6% il Papillomavirus e percentuali tra il 15% e il 13% la gonorrea, le epatiti e l’herpes genitale. Il 31,1% conosce o ha sentito parlare di almeno 3 infezioni e malattie, il 31,4% di conoscerne da 4 a 6, il 37,5% più di 6. Tra le fonti di informazione sulle infezioni sessualmente trasmesse è preponderante il ruolo dei media (tv, riviste, internet), utilizzate dal 62,3%. Poi viene riconosciuto come significativo il contributo della scuola (53,8%), ma con differenze rilevanti tra le diverse aree geografiche del Paese: si passa da oltre il 60% al Nord al 46,1% al Centro e al 47,9% al Sud. Solo il 9,8% cita i professionisti della salute come i medici di famiglia, i medici specialisti e i farmacisti.

L’informazione sul Papillomavirus è ancora inadeguata.

Il 63,6% dei giovani italiani di 12-24 anni ha sentito parlare del Papillomavirus umano (Hpv). Tra le ragazze la quota sale all’83,5%, mentre tra i maschi si riduce drasticamente al 44,9%. Rispetto alle modalità di trasmissione dell’HPV, la gran parte cita i rapporti sessuali completi (81,8%), ma una quota inferiore sa che l’HPV si può trasmettere anche attraverso rapporti sessuali non completi (58%). Per il 64,6% il preservativo è uno strumento sufficiente a prevenire la trasmissione del virus, ma solo il 17,9% è consapevole del fatto che non è possibile eliminare i rischi di contagio se si è sessualmente attivi. L’80,0% degli informati dell’esistenza dell’HPV sa che si tratta di un virus responsabile di diversi tumori, soprattutto di quello al collo dell’utero; il 62,4% sa che si stratta di un virus che causa diverse patologie dell’apparato genitale, sia benigne che maligne ma che molto spesso rimane completamente asintomatico; il 37,1% sa invece che l’HPV è responsabile di tumori che riguardano anche l’uomo, come quelli anogenitali. Infine, il 33,0% pensa che questo virus colpisca solo le donne e il 26,4% sa che si tratta di un virus responsabile dei condilomi genitali.

Sì alla vaccinazione contro l’HPV, anche per i maschi.

Il 70,8% dei giovani di 12-24 anni che hanno sentito parlare di HPV sa che esiste un vaccino contro il Papillomavirus, in particolare le ragazze (il 79,8% a fronte del 55% dei maschi). Sono i più giovani a esserne più frequentemente a conoscenza (l’84,4% tra i 12-14enni e l’85,1% tra i 15-17enni), probabilmente grazie alle campagne di vaccinazione del SSN. La maggior parte dei giovani ritiene che la vaccinazione protegga da malattie molto pericolose (72,3%). Il 73% pensa che vaccinare anche i maschi sia una strategia utile per ridurre il rischio di contagio (la pensa così il 75% dei ragazzi e il 70,9% delle ragazze). Solo una piccola quota indica di non fidarsi del vaccino per gli effetti collaterali che può determinare (15,8%), perché credono erroneamente che la protezione duri poco (12,1%), perché non elimina la necessità di fare il pap test (12,1%).

Le infezioni sessualmente trasmesse costituiscono un insieme di malattie molto diffuse che interessano milioni di individui, ogni anno, in tutto il mondo. Esse hanno un forte impatto sia a livello individuale che di sanità pubblica e, tra l’altro, favoriscono l’acquisizione e la trasmissione dell’HIV” – ha detto Ranieri Guerra, Direttore generale della Prevenzione sanitaria del Ministero della Salute.

Il nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019 e il Decreto ministeriale sui nuovi Lea prevedono la vaccinazione HPV nelle ragazze undicenni e l’introduzione della vaccinazione anti-HPV nei maschi undicenni, segnando un notevole progresso rispetto allo scenario precedente. L’insufficiente conoscenza di queste infezioni e di come prevenirle è tra i principali problemi”, – ha detto Andrea Lenzi, Professore ordinario di Endocrinologia dell’Università La Sapienza di Roma.

La maggior parte delle informazioni che i giovani hanno derivano infatti dagli amici, seguiti dai media e dai social network, lasciando spazio a molta spazzatura sul web. Parlando di Papillomavirus e di maschi, per esempio, spesso i ragazzi non sospettano minimamente di poter essere portatori di una infezione che può anche causare un tumore. Il nostro Telefono Verde Aids (800 861 061) e Infezioni sessualmente trasmesse riceve oltre 1.000 chiamate al mese, di queste solo il 10% proviene da parte di giovani (15-24 anni), che risultano avere poche informazioni corrette sulla prevenzione di queste patologie e pensano che siano un problema legato a determinate fasce di popolazione e non causate da comportamenti a rischio» – ha dichiarato Walter Ricciardi, Presidente dell’ISS.

Ciò richiama l’importanza di attivare canali di informazione pensati specificamente per i giovani, per proteggere la loro salute, la loro fertilità, il loro futuro. Gli adolescenti e i giovani millennial che abbiamo interpellato si muovono in un mondo inondato di immagini e contenuti sessuali sempre più facilmente accessibili, in media a 17 anni iniziano ad avere rapporti sessuali e hanno colmato le tradizionali differenze tra ragazzi e ragazze. Eppure circa il 50% dichiara di avere dubbi in materia di sessualità. Se in larga misura dichiarano di proteggersi anche dalle infezioni sessualmente trasmesse, non sempre sono consapevoli dei rischi che corrono. Le ragazze hanno una maggior conoscenza del Papillomavirus e della possibilità di prevenzione basata sulla vaccinazione, ma tutti sono ampiamente favorevoli alla sua estensione ai maschi” – ha detto Ketty Vaccaro, Responsabile dell’area Welfare e Salute del Censis.

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Questi sono i principali risultati della ricerca «Conoscenza e prevenzione del Papillomavirus e delle patologie sessualmente trasmesse tra i giovani in Italia», realizzata dal Censis, che è stata presentata a Roma (08.02.2017) da Ketty Vaccaro, Responsabile dell’area Welfare e salute del Censis, e discussa da Emilia Grazia De Biasi, Ranieri Guerra, Walter Ricciardi, Andrea Lenzi, Nicoletta Luppi e Annalisa Manduca.

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Ufficio Stampa | www.censis.it

Vaccini: colpa di disinformazione e “falsi miti”

Vaccini, colpa di disinformazione e falsi miti

Roma: una bambina di 4 anni muore per un’encefalite causata dal morbillo. Bologna: una neonata di soli 28 giorni muore di pertosse. E ancora Roma: tre lattanti di 2, 3 e 5 mesi colpiti da meningite da Haemophilus Influenzae di tipo B. Questi alcuni dei più rilevanti casi italiani che hanno portato alla ribalta della cronaca malattie infettive considerate pressoché sconfitte grazie alle vaccinazioni, ma che sono ricomparse numerose in tutta Europa. La comunità scientifica è compatta nell’individuare la causa: l’Italia è tra i Paesi meno virtuosi in tema di vaccinazioni e le coperture sono oggi in preoccupante calo.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità e del Ministero della Salute, le coperture vaccinali per malattie come poliomielite, tetano, difterite ed epatite B oggi sono al di sotto del 95% (la soglia di sicurezza) e la copertura scende sotto la soglia dell’86% per morbillo, parotite e rosolia, patologie per cui, secondo i dati diffusi dalla Società Italiana di Pediatria, oltre 358.000 bambini non sono stati vaccinati negli ultimi 5 anni.

La vaccinazione rappresenta uno degli interventi di sanità pubblica maggiormente efficaci e sicuri – spiega Walter Ricciardi, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanitàattraverso la cosiddetta immunità di gregge, anche i non vaccinati beneficiano degli effetti positivi della vaccinazione, sempre che la copertura sia superiore alla soglia del 95%, al di sotto della quale l’agente patogeno continuerebbe a circolare. Il calo delle vaccinazioni costituisce un grave pericolo per la salute di tutti: per fare un esempio, la mancata vaccinazione antinfluenzale di tantissimi anziani dopo un falso allarme sui rischi del vaccino è stata una delle cause del “boom” di mortalità nel 2015”.

Secondo l’OMS i vaccini sono in grado oggi di salvare 2,5 milioni di vite l’anno nel mondo, eppure il valore della prevenzione vaccinale non è adeguatamente compreso e rischia di essere seriamente in pericolo a causa della disinformazione e di falsi miti che, seppur privi di base scientifica, riescono ad “attecchire” sull’opinione pubblica.

L’informazione sui vaccini, il ruolo sociale dei media e la corretta informazione scientifica nell’era digitale sono stati al centro del Corso di Formazione Professionale La corretta informazione a tutela della salute di tutti: il ‘caso’ vaccini, tra falsi miti e pregiudizi”, promosso dal Master “La Scienza nella Pratica Giornalistica” (SGP) della Sapienza Università di Roma con il supporto incondizionato di Sanofi Pasteur MSD.

Le vaccinazioni costituiscono un intervento preventivo di fondamentale importanza a tutela della salute per tutte le età della vita. A causa di emotività e vulnerabilità su cui la cattiva informazione riesce a far leva instillando dubbi e sollevando timori, i genitori di bambini in età pediatrica rappresentano i soggetti maggiormente influenzati ed “esitanti”.

Le vaccinazioni in età pediatrica sono indispensabili poiché i vaccini praticati riguardano malattie per le quali le cure disponibili non sono efficaci – dichiara Alberto Villani, Responsabile dell’Unità Operativa Complessa di Pediatria Generale e Malattie Infettive dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù IRCCS di Roma – un esempio è la meningoencefalite per la quale, nonostante i progressi fatti per ciò che riguarda le terapie intensive, la mortalità è rimasta invariata. Bisogna superare l’ignoranza e la diffidenza e per questo è necessario avvalersi di fonti certificate, identificabili e autorevoli. Quanto ai medici e ai pediatri, la Società Italiana di Pediatria sta facendo tutto il possibile perché la cultura vaccinale sia sentita e diffusa. È fondamentale l’educazione così come l’alleanza tra sanità, stampa e magistratura”.

Anche in età adolescenziale le vaccinazioni sono fondamentali: il vaccino contro il Papilloma Virus umano (HPV) è in grado di proteggere ragazzi e ragazze da vari tipi di cancro, come il tumore del collo dell’utero, il cancro anale, le lesioni precancerose di cervice, ano, vulva e vagina e i condilomi genitali.

Nel piano vaccinale è prevista la vaccinazione contro HPV per le femmine di 12 anni di età ma alcune Regioni hanno ampliato a più classi d’età (17 e 25 anni) e hanno anche previsto i maschi di 12 anni – spiega Michele Conversano, Direttore del Dipartimento Prevenzione di ASL di Tarantotutto questo è stato facilitato sia dalla riduzione del costo del vaccino contro il Papilloma Virus sia dalla semplificazione della schedula di somministrazione (due dosi invece di tre). Allargando ai maschi questa vaccinazione, oltre a prevenire le malattie da HPV nel maschio stesso, si interviene riducendo il serbatoio infettivo. Adesso attendiamo il nuovo Piano Nazionale Vaccini nel quale la vaccinazione dovrebbe essere offerta a maschi e femmine gratuitamente in tutte le Regioni: le ricadute positive sarebbero molto rilevanti”.

La pratica vaccinale in età adulta è legata principalmente ai vaccini antinfluenzali, verso i quali spesso c’è scetticismo, talvolta anche da parte degli operatori sanitari.

La vaccinazione nell’adulto-anziano rimane una strategia sanitaria sottoutilizzata – sottolinea Graziano Onder, Ricercatore del Dipartimento di Geriatria, Neuroscienze e Ortopedia dell’Università Cattolica di Romaanche verso la vaccinazione antinfluenzale, sicura, e fortemente raccomandata, la sensibilità rimane bassa, con una percentuale di vaccinazione ridotta. Anche altre patologie invalidanti e/o in grado di ridurre la qualità di vita in una persona anziana, come herpes zoster e polmonite pneumococcica, sono prevenibili tramite immunizzazione con vaccini testati, validati e sicuri; se l’influenza causa, in Italia, circa 8.000 decessi/anno attribuibili direttamente o indirettamente alla sua infezione, si stima che l’infezione da polmonite pneumococcica, per la quale la vaccinazione è poco diffusa (probabilmente sia per superficialità medica che per scarsa informazione) faccia 1,6 milioni di vittime ogni anno. Decessi evitabili con un semplice vaccino da somministrare dopo i 65 anni”.

La comunicazione in ambito vaccinale ha sempre rivestito un ruolo cruciale nel processo di accettazione o resistenza verso le pratiche vaccinali, ma negli ultimi anni l’avvento del Web ha moltiplicato la velocità e la quantità delle informazioni disponibili, facilitando la pubblicazione di dati spesso errati e privi di base scientifica.

La principale criticità informativa è costituita dai siti contrari alle vaccinazioni, che rappresentano il 35% delle fonti informative sul web quando si utilizzano le parole chiave “vaccino/i” e “vaccinazione/i” – spiega Antonio Ferro, Direttore Sanitario dell’Azienda ULSS 22 Bussolengo (VR) e responsabile del sito web VaccinarSìattraverso argomentazioni di carattere pseudo-scientifico o attraverso vere e proprie “bufale mediatiche” questi siti catturano l’attenzione di persone e famiglie non necessariamente contrarie alle vaccinazioni, che cercano risposte in merito alla sicurezza, ai calendari vaccinali e ai nuovi vaccini. Ritengo fondamentale che i mass-media facciano rete con gli operatori sanitari e che si crei una fitta rete di messaggi positivi e significativi sulle vaccinazioni, affinché si riesca ad aiutare il pensiero critico della nostra popolazione”.

Il dibattito sulle vaccinazioni è ampliamente presente anche su social network, blog e forum, dove i genitori condividono dubbi, perplessità e diffidenza: in queste “piazze virtuali” spesso le informazioni non sono verificate e viaggiano senza filtri.

La cattiva informazione relativa alla sicurezza e all’efficacia delle vaccinazioni e all’incontrollata diffusione di tesi senza alcuna base reale – spiega Roberto Burioni, Professore ordinario della Facoltà di Medicina e Chirurgia all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milanoè un chiaro esempio della natura “orizzontale” di Internet, che intrinsecamente pone sullo stesso livello qualunque fonte. L’avversione alle pratiche vaccinali è tanto antica quanto i vaccini, ma le nuove modalità di comunicazione fanno emergere nuove problematiche estremamente complesse riguardo alla libertà di opinione ed alla necessità di garantire un falso pluralismo in presenza di affermazioni riconosciute false in modo unanime dalla comunità scientifica, ma capaci di indurre comportamenti pericolosi per il singolo e per la società”.

Per il sistema-Italia, non vaccinare contro una malattia prevenibile rappresenta un costo rilevante non solo in termini di salute pubblica, ma anche economici: uno studio (Cicchetti, Mennini et al, 2010) ha evidenziato come il costo complessivo per l’influenza, tra spese del SSN, dell’INPS, delle aziende e delle famiglie (costi diretti ed indiretti), sia pari a circa 2,86 miliardi di euro; vaccinando tutta la popolazione maggiore di 18 anni, i costi complessivi si ridurrebbero a 1,56 miliardi.

L’utilizzo dei vaccini per prevenire malattie in bambini, adulti e anziani si traduce in un numero minore di visite mediche, esami diagnostici, trattamenti, ricoveri ospedalieri e, di conseguenza, in notevoli risparmi sui costi sanitari. La vaccinazione svolge un ruolo importante anche nella prevenzione dei tumori, come, per esempio, nel caso dei vaccini contro l’HPV, che a causa delle patologie ad esso correlate costa al SSN italiano 291 milioni di euro all’anno. Non vaccinare contro una malattia prevenibile rappresenta, a fronte di un limitato risparmio legato all’acquisto e alla somministrazione dei vaccini, un costo più rilevante tanto in termini di salute (qualità della vita) quanto in termini economici (costi diretti e indiretti)” – spiega Francesco Saverio Mennini, Professore di Economia Sanitaria e Direttore del Centre for Economic Evaluation and HTA (EEHTA) del CEIS, Università di Roma Tor Vergata.


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