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La nuova frontiera per la gestione del diabete

Gli oltre tre milioni di italiani che hanno ricevuto una diagnosi di diabete condividono un obiettivo primario: raggiungere un controllo metabolico ottimale, ovvero mantenere la glicemia entro il target prestabilito, riducendo il rischio di episodi di ipo- o iperglicemia senza che questo incida significativamente sulla propria qualità di vita. Per molti di loro, oggi, si consolida una nuova frontiera, quella del controllo glicemico continuo: misurazioni non più a spot, ma letture automatiche dei valori, con un’analisi accurata dell’andamento della glicemia e delle sue fluttuazioni grazie a un piccolo sensore impiantato sotto la cute.

In occasione del congresso Nazionale della Società Italiana di Diabetologia, che si è svolto a Rimini dal 16 al 19 maggio scorso, Roche Diabetes Care Italy ha annunciato l’arrivo di Eversense XL, il primo sensore impiantabile per il monitoraggio continuo della glicemia (CGM), progettato per la rilevazione continua dei valori di glucosio nel sangue fino a 180 giorni.

Ad oggi, sono oltre 100 i centri in tutta Italia qualificati per poter impiantare Eversense e circa 700 i pazienti che lo hanno provato è, quindi, con grande soddisfazione che oggi presentiamo Eversense XL. Le persone con diabete eleggibili all’utilizzo di questo sistema potranno tenere sotto controllo i valori glicemici in qualsiasi situazione, in modo completamente automatico e fino a 180 giorni” – ha commentato Massimo Balestri, Amministratore Delegato di Roche Diabetes Care Italy.

Eversense XL fornisce alle persone affette da diabete preziose informazioni aggiuntive alla sola misurazione capillare dei valori di glucosio effettuata tramite glucometro in modo da ottimizzare il monitoraggio della glicemia, cuore della gestione personalizzata del diabete in particolare, questo sistema è innovativo sotto diversi aspetti, innanzitutto è il primo sensore completamente impiantabile a disposizione delle persone con diabete. Il sensore ha una durata fino a 180 giorni e permette un accurato monitoraggio glicemico realmente continuativo per tutto il periodo di utilizzo. I dati raccolti, inoltre, vengono visualizzati sullo smartphone in modo molto semplice ed intuitivo, perché siano informazioni fruibili per migliorare la gestione del proprio diabete. Infine, Eversense XL è dotato di allarmi predittivi che permettono di anticipare la gestione e ridurre i rischi associati al mancato controllo di episodi gravi di ipo/iperglicemia ha affermato Elena Acmet, Medical Manager di Roche Diabetes Care Italy.

Il diabete è considerato una crescente emergenza epidemiologica globale e costituisce una delle patologie a più elevato impatto sociale ed economico. Rappresenta una delle malattie cronico degenerative più diffuse in Italia, ne soffrono oltre 4 milioni di persone, circa l’8% della popolazione (più del doppio di 30 anni fa) e il trend è in costante aumento.

Secondo i dati dell’Italian Diabetes & Obesity Barometer dell’Associazione Ricerca & Diabete SID in Italia tra i diabetici il tasso di mortalità è del 30,3% per 100.000 abitanti; la malattia riduce di 5-10 anni l’aspettativa di vita, e un paziente su 6 riferisce un grave episodio di ipoglicemia; il 60%-80% delle morti per malattie cardiovascolari viene associato al diabete; il 29% dei diabetici riferisce di stare male o molto male a causa della malattia: ogni 52 minuti un diabetico subisce un’amputazione e ogni 4 ore un diabetico entra in dialisi.

Il buon controllo glicemico è fondamentale per la prevenzione delle complicanze del diabete e degli scompensi metabolici acuti, per questo le persone con diabete necessitano di un’attenta e costante misurazione della glicemia attraverso sistemi che devono essere precisi e affidabili oggi, grazie alla tecnologia che continua a fare straordinari passi in avanti, abbiamo a nostra disposizione molti strumenti in grado di misurare in modo accurato i livelli di glicemia e di migliorare la qualità di vita dei pazienti. Eversense XL sicuramente è uno di questi, con l’ulteriore vantaggio di possedere allarmi predittivi e quindi, anticipare le ipo e le iper-glicemie e di essere attivo fino a 6 mesi” – ha commentato Elisabetta Lovati, Dirigente medico di primo livello, Specialista in Endocrinologia e Diabetologa al Policlinico San Matteo di Pavia.

Eversense XL è prodotto da Senseonics, e distribuito in esclusiva da Roche Diabetes Care Italy. È costituito da un sensore sottocutaneo che non necessita di alcun ago per collegarlo al trasmettitore ricaricabile. Il trasmettitore, viene applicato con un cerotto ed è interamente rimovibile in modo semplice e senza rischi: una caratteristica che lo rende compatibile con qualsiasi tipo di attività, da una cena fuori o una banale passeggiata ad un’attività sportiva agonistica. Il sistema Eversense invia allarmi, avvisi e notifiche relativi ai valori del glucosio visibili in qualsiasi momento sull’app dello smartphone. Il paziente, quindi, può vedere la curva della sua glicemia e viene avvertito prima che i livelli di glucosio raggiungano valori troppo elevati o troppo bassi attraverso suoni e vibrazioni che cambiano a seconda del tipo di allarme.

Eversense XL viene inserito durante una seduta ambulatoriale di pochi minuti. Il sensore viene impiantato a livello sottocutaneo sulla parte superiore del braccio. È sufficiente un’incisione millimetrica per l’inserzione del sensore e l’impianto è eseguito in anestesia locale.

Roche Diabetes Care (RDC) è leader mondiale nella gestione della malattia diabetica e lavora costantemente a favore dell’innovazione nel monitoraggio e trattamento del diabete. Questo approccio, che ci ha spinto a promuovere Eversense XL, nasce dall’attenzione a 360° che l’azienda pone ai bisogni reali dei pazienti nell’intento di ridurre il peso della malattia per le persone che ne soffrono e le loro famiglie, e nel contempo di contribuire alla sostenibilità del sistema salute” – ha concluso Balestri.


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Diabete, proposta una nuova classificazione in cinque tipi

L’attuale classificazione del diabete distingue sostanzialmente tra la forma di tipo 1, a insorgenza prevalentemente giovanile e di origine autoimmune, dal diabete di tipo 2, caratterizzato da insulino-resistenza che si manifesta in età adulta e diventa più frequente con l’avanzare dell’età. Tuttavia, il diabete tipo 2 comprende una serie di condizioni caratterizzate da quadri clinici differenti.

Basandosi su alcune caratteristiche dei pazienti e della malattia, un gruppo di ricercatori del Centro Diabete dell’Università di Lund (Svezia), propone una nuova classificazione, che mira a distinguere gruppi diversi tra i pazienti con diagnosi di diabete.

Lo scopo è quello di avere uno strumento più mirato per la prevenzione delle complicanze e soprattutto una possibilità di scegliere una terapia mirata alle necessità del paziente, fra i diversi farmaci oggi disponibili.

Uno studio svedese appena pubblicato sulla rivista Lancet Diabetes & Endocrinology propone una nuova classificazione più articolata della malattia diabetica utilizzando alcune variabili che permettono di raggruppare i pazienti in 5 gruppi. Emma Ahlqvist e coll. hanno preso in considerazione 8.980 soggetti con nuova diagnosi di diabete, tratti dal database Swedish All New Diabetics, e li hanno classificati in base a sei fattori:

  1. anticorpi anti-decarbossilasi dell’acido glutammico (GAD),

  2. età alla diagnosi,

  3. indice di massa corporea (BMI),

  4. emoglobina glicata,

  5. valori della funzione beta-cellulare,

  6. valori dell’insulino-resistenza.

 

Gli stessi criteri sono stati poi applicati ad altre tre coorti indipendenti, fino a un totale di più di 15.000 pazienti con diabete. Prendendo in considerazione le complicanze e le prescrizioni di farmaci gli autori sono arrivati a proporre la seguente classificazione:

  • Cluster 1 – SAID (severe autoimmune diabetes)

Diabete autoimmune grave, è sostanzialmente lo stesso del tipo 1 classico: colpisce soggetti giovani, apparentemente sani ed ha una base autoimmune.

  • Cluster 2 –SIDD (severe insulin-deficient diabetes)

Diabete con grave deficit di insulina, riguarda soggetti giovani, normopeso sano e con difficoltà a produrre insulina, ma senza coinvolgimento del sistema immunitario.

  • Cluster 3 – SIRD (severe insulin-resistant diabetes)

Diabete con grave insulino-resistenza, riguarda soggetti generalmente sovrappeso che assumono insulina, ma senza una risposta adeguata.

  • Cluster 4 – MOD (mild obesity-related diabetes)

Diabete mellito correlato all’obesità, osservato principalmente in soggetti molto sovrappeso ma metabolicamente molto più vicini alla norma rispetto a quelli del cluster 3.

  • Cluster 5 – MARD (mild age-related diabetes)

Diabete mellito in età avanzata, soggetti diabetici più anziani rispetto agli altri gruppi e con una malattia tendenzialmente meno grave.

Gli autori fanno notare che le associazioni genetiche nei cluster differivano da quelle osservate nel diabete tradizionale di tipo 2. Inoltre, sono state rilevate differenze significative riguardo il rischio di complicanze. In particolare, gli individui nel gruppo 3 (più resistenti all’insulina) avevano un rischio significativamente più elevato di malattia renale diabetica rispetto agli individui nei gruppi 4 e 5. Il cluster 2 (carenza di insulina) ha avuto il più alto rischio di retinopatia.

Premettendo che una nuova classificazione dei tipi di malattia dovrà essere discussa a livello internazionale e poi avallata dall’Organizzazione mondiale della sanità per evitare differenze a livello dei vari Paesi, rivedere quella relativa al diabete sarebbe d’aiuto. Oggi abbiamo infatti a disposizione ben 8-9 classi diverse di farmaci, ma solo 2 tipologie riconosciute di diabete per i quali possono essere indicati. Aumentandole, si potrebbero offrire cure più mirate” – ha commentato all’Adnkronos Salute Giorgio Sesti, presidente Società italiana di diabetologia (Sid) e docente di Medicina interna all’Università Magna Graecia di Catanzaro.

Novel subgroups of adult-onset diabetes and their association with outcomes: a data-driven cluster analysis of six variables – Emma Ahlqvist, Petter Storm, Annemari Käräjämäki, Mats Martinell, Mozhgan Dorkhan, Annelie Carlsson, Petter Vikman, Rashmi B Prasad, Dina Mansour Aly, Peter Almgren, Ylva Wessman, Nael Shaat, Peter Spégel, Hindrik Mulder, Eero Lindholm, Olle Melander, Ola Hansson, Ulf Malmqvist, Åke Lernmark, Kaj Lahti, Tom Forsén, Tiinamaija Tuomi, Anders H Rosengren, Leif Groop – Published: 01 March 2018 – DOI: https://doi.org/10.1016/S2213-8587(18)30051-2

FONTE | Medico e Paziente

Insulina: fiale e penne potrebbero non contenerne le quantità dichiarate!

Le fialette e le cartucce insuliniche vendute nelle farmacie potrebbero non contenere una concentrazione sufficiente di insulina.

Lo rivela una ricerca condotta da Alan Carter dell’Università del Missouri e da Lutz Heinemann della Science & Co. di Düsseldorf.

Gli standard stabiliti dalla FDA statunitense stabiliscono che le fialette e le cartucce di insulina contengano almeno il 95% di insulina intatta, ma il presente studio ha riscontrato che le fialette di insulina delle principali case produttrici ne contengono solamente una media di 40,2 U/ml.

Dato che le case farmaceutiche devono seguire protocolli molto rigidi, è probabile che il problema risieda nella catena di distribuzione a freddo che intercorre dal momento in cui il prodotto lascia la fabbrica a quello in cui raggiunge le farmacie, che è molto meno controllato.

Data la variabilità identificata nel contenuto in insulina delle fialette, una possibile implicazione clinica consisterebbe nel fatto che i pazienti dovrebbero essere avvertiti di monitorare molto attentamente i valori glicemici iniziando una nuova fiala o cartuccia di insulina, e di adattare i dosaggi in caso di variazioni nel controllo glicemico.

Dato inoltre che i pazienti spesso vanno incontro a deterioramenti del controllo glicemico nonostante l’assenza di fattori che possano giustificare il fenomeno, la possibilità di una bassa concentrazione di insulina dovrebbe essere presa in considerazione come spiegazione.

E’ necessario dunque effettuare studi approfonditi in materia per confermare quanto riscontrato nella presente indagine.

Insulin Concentration in Vials Randomly Purchased in Pharmacies in the United States: Considerable Loss in the Cold Supply Chain – Alan W. Carter PharmD, Lutz Heinemann, PhD – J Diabetes Sci Technol, December 21, 2017 – doi.org/10.1177/1932296817747292

 


Apnee notturne e fibrillazione atriale

La sindrome delle apnee ostruttive nel sonno (OSAS) è un disturbo respiratorio di comune riscontro nei pazienti con fibrillazione atriale (FA).

È stato dimostrato che la presenza di OSAS aumenta di 2-4 volte il rischio di sviluppare FA e che i pazienti con FA presentano una elevata prevalenza di OSAS, compresa fra il 10% ed il 60% (1,2).

Seppur OSAS e FA condividano numerosi fattori di rischio, in particolare l’età avanzata, l’ipertensione, l’obesità, il diabete mellito e le cardiopatie strutturali, esiste una correlazione fisiopatologica, elettrofisiologica strutturale, fra le due patologie.

Nello specifico, l’OSAS può determinare una riduzione della refrattarietà atriale e un rallentamento della velocità di conduzione elettrica, secondari alla deposizione di fibre collagene e al cambiamento delle caratteristiche e della funzione delle gap junction.

Il concomitante stiramento meccanico delle pareti atriali, già assottigliate e fibrotiche, promuove l’insorgenza di battiti prematuri atriali che possono triggerare la FA.

Uno studio recente, pubblicato da Anter e colleghi su Circulation: Arrhythmia and Electrophysiology, ha analizzato le caratteristiche del substrato atriale, in una popolazione di pazienti con FA e OSAS.

Lo studio ha confrontato la distribuzione dei voltaggi e le proprietà di conduzione atriali ed esaminato frequenza e distribuzione dei trigger polmonari e extrapolmonari, in una popolazione di pazienti affetti da FA parossistica con e senza OSAS.

Nello studio sono stati analizzati 86 pazienti affetti da FA parossistica; fra questi, 43 pazienti presentavano una forma moderata-severa di OSAS e 43 non erano affetti da tale disturbo respiratorio. La distribuzione dei voltaggi atriali destro e sinistro, la velocità di conduzione e le caratteristiche degli elettrocardiogrammi sono state valutate durante pacing atriale. I pazienti con OSAS hanno presentato voltaggi e velocità di conduzione biatriali significativamente minori ed una maggiore attività frazionata. Prima di iniziare la procedura di ablazione transcatetere, tutti i pazienti sono stati sottoposti a un protocollo standardizzato per valutare la distribuzione dei trigger di FA. La sede più frequente è risultata essere a livello delle vene polmonari (67% nei pazienti con OSAS e 71% nei pazienti senza), in particolari quelle di sinistra.

Tutti i pazienti sono stati sottoposti a isolamento delle vene polmonari. I pazienti con OSAS hanno presentato una frequenza di trigger extrapolmonari 3,5 volte maggiore rispetto al gruppo di controllo (42% vs. 12%; p=0.003). Tali trigger extrapolmonari sono stati sottoposti ad ablazione in tutti i pazienti. A un follow-up di 1 anno, la sopravvivenza libera da recidive aritmiche è stata dell’84% nel gruppo OSAS e del 79% nel gruppo non-OSAS (p=0.53). Un’ulteriore analisi dei sottogruppi ha dimostrato che i pazienti con OSAS in cui sono stati mappati e ablati i trigger extrapolmonari hanno presentato una sopravvivenza libera da recidive significativamente maggiore rispetto ai pazienti dello stesso gruppo non sottoposti a procedura di ablazione dei trigger extrapolmonari.

Al contrario, fra i pazienti del gruppo non-OSAS la sopravvivenza è risultata essere indipendente dall’induzione e ablazione dei trigger extrapolmonari (79.1% in caso di ablazione dei trigger extrapolmonari vs. 83.3% in assenza di trigger; p=0.64). Conclusioni I pazienti con FA parossistica e OSAS presentano un significativo rimodellamento atriale, caratterizzato da anomalie strutturali e funzionali. Tali alterazioni sono associate a un’aumentata incidenza di trigger extrapolmonari per la FA. L’ablazione di tali trigger determina un miglioramento della sopravvivenza libera da recidive aritmiche a un anno di follow-up.

1. Gami AS, Hodge DO, Herges RM, et al. Obstructive sleep apnea, obesity, and the risk of incident atrial fibrillation. Journal of the American College of Cardiology 2007; 49: 565 – 571. doi: 10.1016/j.jacc.2006.08.060.

2. Gorenek B, Pelliccia A, Benjamin EJ, et al. EHRA Scientific Committee Task Force. European Heart Rhythm Association (EHRA)/European Association of Cardiovascular Prevention and Rehabilitation (EACPR) position paper on how to prevent atrial fibrillation endorsed by the Heart Rhythm Society (HRS) and Asia Pacific Heart Rhythm Society (APHRS). 2017; 19: 190 – 225. doi: 10.1093/europace/euw242.

3. Iwasaki YK, Kato T, Xiong F, et al. Atrial fibrillation promotion with long-term repetitive obstructive sleep apnea in a rat model. Journal of the American College of Cardiology 2014; 64: 2013 – 2023. doi: 10.1016/j.jacc.2014.05.077

4. Anter E, Di Biase L, Contreras-Valdes FM, et al. Atrial Substrate and Triggers of Paroxysmal Atrial Fibrillation in Patients With Obstructive Sleep Apnea. Circulation Arrhythmia Electrophysiology 2017; 10(11): pii: e005407. doi: 10.1161/CIRCEP.117.005407.

FONTE | http://www.pneumotool.net

Italia leader nella lotta al diabete nelle città

Italia in cattedra a Houston, nell’ambito del secondo Summit internazionale del programma Cities Changing Diabetes.

Presentato dalla delegazione italiana il parere adottato a Bruxelles dal Comitato Europeo delle Regioni per richiamare l’attenzione della Commissione Europea e degli organismi internazionali sul tema della salute nelle città.

Il documento è stato approvato dall’assemblea dei rappresentanti regionali e locali dell’Unione Europea, su proposta del gruppo italiano, guidato da Enzo Bianco, Presidente del Consiglio Nazionale dell’Associazione Nazionale Comuni Italiani (ANCI) e Sindaco di Catania.

Il parere, votato a larga maggioranza, si propone l’obiettivo di promuovere la salute nelle città per migliorare la qualità della vita dei cittadini dell’Unione europea e discende dalle numerose iniziative intraprese in Italia per affrontare il crescente fenomeno dell’urbanizzazione e delle relative problematiche di salute che lo stesso fenomeno comporta” – spiega Roberto Pella, Sindaco di Valdengo (Biella) e Vicepresidente vicario ANCI.

Per affrontare questa sfida a livello globale, nel 2014 è nato il programma Cities Changing Diabetes, promosso e sostenuto da University College London, Steno Diabetes Center di Copenaghen e Novo Nordisk. Attraverso il coinvolgimento di amministrazioni pubbliche, Università, mondo della ricerca e società civile, il programma, già attivo in otto metropoli mondiali – Città del Messico, Copenaghen, Houston, Johannesburg, Shangai, Tianjin, Vancouver e Roma – si propone di porre un freno alla crescita della malattia, che non può e non deve considerarsi né inevitabile né inarrestabile.

Nel 2010, per la prima volta nella storia, è stato osservato che più di metà della popolazione mondiale risiedeva in città e che nel 2050 la stima della popolazione urbana attestava il dato al 70 per cento. Se guardiamo al nostro Paese, notiamo che più di un italiano su 3 (il 37 per cento) vive oggi nelle 14 città metropolitane. Come corollario, riscontriamo una crescita delle malattie croniche non trasmissibili, come diabete e obesità, che sono fortemente legate ai profondi cambiamenti di stile di vita che tutto ciò comporta nelle popolazioni” – dice Andrea Lenzi, Coordinatore di Health City Institute e Presidente del Comitato per la biosicurezza e le biotecnologie della Presidenza del consiglio dei ministri.

In Europa si ha anche, in linea con l’aumento della aspettativa di vita, la tendenza a un incremento delle classi di età più anziane, e il combinato di invecchiamento della popolazione e impennata delle malattie croniche genera la parte più consistente dei costi dei sistemi di protezione sanitaria, e il problema della sempre più complessa sostenibilità dei sistemi di welfare e sanitari. Per queste ragioni, ci è parso di fondamentale rilevanza, e urgenza, accendere il dibattito politico europeo, che molta parte ha nella determinazione e nell’orientamento delle politiche pubbliche, sull’analisi dei contesti sociali e ambientali, dei bisogni emergenti, degli stili di vita e delle aspettative del cittadino” – riprende Roberto Pella, Sindaco di Valdengo (Biella) e Vicepresidente vicario ANCI.

Il parere del Comitato delle Regioni, dal titolo “La salute nelle città: bene comune”, formula una serie di raccomandazioni relative a settori di intervento politico prioritario quali la progettazione urbana, la mobilità, l’ambiente e un’alimentazione sana, l’istruzione, lo sport e la governance delle città.

Prende spunto dall’omonimo Manifesto che Health City Institute, un organismo che si avvale di esperti indicati, tra gli altri, da Ministero della salute, Istituto superiore di sanità, Università di Roma Tor Vergata, Istat e Censis, ha messo a punto in Italia nel 2016 e che delinea gli elementi chiave che possono guidare le città a studiare ed approfondire i determinanti della salute nei propri contesti e a fare leva su di essi per definire strategie tese a migliorare gli stili di vita e il benessere psico-fisico del cittadino”, dice Stefano da Empoli, presidente I-Com e vicepresidente Health City Institute.

Ogni punto del Manifesto – illustrato al consesso di Houston da Andrea Lenzi – contiene le azioni prioritarie per il raggiungimento di questo obiettivo, promuovendo partenariati pubblico–privato per l’attuazione di progetti di studio.

Alla base 10 principi-obiettivo, che danno un’idea della complessità delle sfide per le città e i loro amministratori, nella consapevolezza che possano essere vinte solo se si mettono al lavoro le migliori intelligenze disponibili a livello nazionale e locale nelle tante discipline interessate:

  1. Ogni cittadino ha diritto ad una vita sana ed integrata nel proprio contesto urbano. Bisogna rendere la salute dei cittadini il fulcro di tutte le politiche urbane.
  2. Assicurare un alto livello di alfabetizzazione ed informazione sanitaria per tutti i cittadini, aumentando il grado di autoconsapevolezza.
  3. Inserire l’educazione sanitaria in tutti i programmi scolastici, con particolare riferimento ai rischi per la salute nel contesto urbano.
  4. Incoraggiare stili di vita sani nei luoghi di lavoro, nelle grandi comunità e nelle famiglie.
  5. Promuovere una cultura alimentare appropriata attraverso programmi dietetici mirati, prevenendo l’obesità.
  6. Ampliare e migliorare l’accesso alle pratiche sportive e motorie per tutti i cittadini incentivando la creazione e il pieno utilizzo di infrastrutture sportive e spazi verdi.
  7. Sviluppare politiche locali di trasporto urbano orientate alla sostenibilità ambientale e alla creazione di una vita salutare.
  8. Creare iniziative locali per promuovere l’adesione dei cittadini ai programmi di prevenzione primaria, con particolare riferimento alle malattie croniche, trasmissibili e non trasmissibili.
  9. Considerare la salute delle fasce più deboli e a rischio quale priorità per l’inclusione sociale nel contesto urbano.
  10. Studiare e monitorare a livello urbano i determinanti della salute dei cittadini, attraverso una forte alleanza tra Comuni, Università, Aziende sanitarie, Centri di ricerca, industria e professionisti.


Congresso nazionale Associazione Medici Endocrinologi, Roma, 9-12 novembre 2017

Assistere con appropriatezza e portare benefici alle persone con malattie endocrinologiche favorendo la qualità di vita nel lavoro e nella vita sociale, anche con l’impiego di innovazioni tecnologiche, sono gli obiettivi di AME, Associazione Medici Endocrinologi, che si riflettono sui temi all’attenzione del congresso nazionale AME che aprirà i lavori il 9 novembre a Roma.

Gli specialisti endocrinologi, occupandosi di diabete, malattie della tiroide, osteoporosi, patologie andrologiche e del metabolismo, oltre al maggior numero di malattie rare, sono responsabili della salute di milioni di italiani. Si tratta di malattie generalmente a carattere cronico per le quali non si riesce però a soddisfare al 100%, nei tempi stabiliti, le richieste di visita o di altre prestazioni correlate alle patologie stesse tanto è vero che abbiamo lunghe liste d’attesa: si calcola infatti che sono 84 i giorni d’attesa nel Lazio per una visita differibile, con tempo massimo di attesa previsto di 30 giorni, 67 a Caserta, 57 a Torino all’Ospedale Mauriziano, e 35 in Puglia, solo per citare alcuni casi. Le prestazioni endocrinologiche si collocano tra le maglie nere, con un terzo posto, dopo le liste d’attesa per prestazioni cardiologiche e di chirurgia vascolare. L’assistenza endocrinologica omnicomprensiva, oltre alle prime visite per le quali sono ben codificate le tempistiche di erogazione, si fa carico dei controlli che in molti casi potrebbero essere gestiti dal medico di medicina generale, che dovrebbe diventare la figura di riferimento per la gestione delle cronicità in rapporto a un piano specifico che in tutta Italia sta trovando applicazione” – spiega Vincenzo Toscano, Presidente AME e Professore Ordinario di Endocrinologia alla Università La Sapienza di Roma.

In particolare sono le malattie della tiroide e il diabete ad affollare i reparti.

I disturbi funzionali della tiroide, sono patologie ad elevata prevalenza, ne è colpito il 5-7% della popolazione femminile; è facile comprendere come la condivisione di linee guida che evitino il ricorso ad esami superflui nei pazienti affetti da queste patologie possa avere un impatto favorevole sul contenimento della spesa sanitaria. Non è un caso che proprio alla gestione dell’iper e dell’ipotiroidismo sono dedicate diverse sessioni del Congresso con l’obiettivo di mettere a confronto esperienze italiane e internazionali e far emergere ciò che l’evidenza clinica più aggiornata raccomanda. L’obiettivo, ambizioso, è quello di contenere l’eterogeneità dei comportamenti prescrittivi, naturalmente nel pieno rispetto di una medicina fondata sull’attenzione al singolo paziente ed alle sue specificità. Di qui lo spazio dedicato alla tireopatia in gravidanza e all’ipotiroidismo nel paziente anziano: scenari clinici di più elevata complessità e di frequente riscontro”, – afferma Andrea Frasoldati, Responsabile del Servizio di Endocrinologia – Arcispedale S. Maria Nuova – Reggio Emilia.

Quest’anno, con i nuovi LEA, è stato introdotto un importante capitolo sulla prevenzione delle malattie croniche attraverso l’adozione di corretti stili di vita, che si spera possa arginare anche l’incremento esponenziale della patologia diabetica. Nelle novità rientrano la prescrivibilità di innovazioni tecnologiche già in atto nell’assistenza alle persone con diabete (sensori e sistemi per il monitoraggio continuo della glicemia) o alla diagnostica avanzata per alcune complicanze come la retinopatia diabetica. Nel 2017 sono numerose le conferme che arrivano dalla conclusione di studi clinici e osservazionali, con inibitori dell’SGLT2 e analoghi del GLP 1, sulla prevenzione degli eventi cardiovascolari nel trattamento del diabete complicato o con comorbilità e sul rallentamento della progressione della nefropatia diabetica con la riduzione del ricorso alla dialisi ; come pure, non meno importante, è la conferma dell’efficacia dell’intervento delle strutture specialistiche ad indirizzo diabetologico sulla riduzione delle complicanze e sul mantenimento della qualità di vita del paziente con diabete. In questo scenario il medico di medicina generale è centrale nell’identificazione precoce del paziente ad elevato rischio cardio-metabolico e per il coordinamento delle attività di prevenzione delle patologie metaboliche sul territorio, nelle scuole e sui luoghi di lavoro. Resta da definire il ruolo del medico di medicina generale nella prescrizione, in affiancamento allo specialista endocrinologo/diabetologo, dei farmaci cosiddetti innovativi, alcuni ormai in uso da 10 anni con dimostrata sicurezza ed efficacia. L’allargamento della prescrizione delle incretine ai MMG, in osservanza delle regole prescrittive AIFA, potrebbe essere utile per garantire l’accesso a cure non gravate da ipoglicemie a pazienti che tuttora non giungono all’osservazione di strutture dedicate alla diagnosi e cura del diabete” – spiega Olga Disoteo, SSD Diabetologia, ASST “Grande Ospedale Metropolitano Niguarda”.

Secondo le rilevazioni Health Search, piattaforma di ricerca di SIMG,  le malattie della tiroide sono uno dei più frequenti motivi di visita dell’ambulatorio del medico di famiglia insieme al diabete con una media di circa 7 visite/anno per paziente per tale patologia. Poter studiare insieme percorsi assistenziali articolati che permettano una presa in carico del paziente con un percorso di cura definito in termini di controlli, sia ambulatoriali che diagnostici, nei diversi set assistenziali dal territorio all’ospedale per acuti diventa essenziale. Il corretto approccio di presa in carico deve essere il presupposto per l’appropriatezza prescrittiva” – dichiara Claudio Cricelli, Presidente SIMG, Società Italiana di Medicina Generale e delle Cure Primarie.

Sono 4-5 milioni le persone colpite da osteoporosi, patologia severa ma scarsamente considerata come è testimoniato dal 60% di abbandono della terapia nei primi tre anni di cura. Il rischio osteoporosi è sottovalutato anche nelle Breast e Prostate Unit dove non è presente la figura dell’endocrinologo anche se è ormai noto il legame tra l’adozione di terapie oncologiche basate sulla deprivazione ormonale e l’impatto sulla salute dell’osso” – prosegue Fabio Vescini, Azienda Ospedaliero-Universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine.

AME, vuole essere propositiva anche con la promozione di progetti che vadano ad utilizzare nuove tecnologie di comunicazione fra ospedale e territorio di cui si parlerà in una sessione dedicata alla telemedicina insieme al responsabile della Telemedicina dell’ISS, Dr. Francesco Gabbrielli. Per fare questo però abbiamo bisogno dei giovani nati in epoca informatica e di qui l’X-FACTOR per scoprire i giovani endocrinologi più talentuosi che si dedichino a queste nuove modalità di comunicazione e entrino a far parte del Gruppo G-AME, costituito da endocrinologi under 40 e con la passione per digitale e nuove tecnologie che hanno voglia di mettersi in gioco e raccogliere la sfida che la tecnologia dei nostri tempi mette a disposizione” – aggiunge Vincenzo Toscano.

  

Bambini con diabete, come assisterli (in salute) nell’età evolutiva

La lotta al diabete è una delle tre emergenze sanitarie identificate dall’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) dopo HIV e Tubercolosi.

Numeri impressionanti se si considera che secondo l’Oms sono 346 milioni le persone affette da diabete in tutto il mondo, di cui 52 milioni nella Regione europea.

Nel nostro Paese, dove attualmente vivono oltre 3 milioni di persone con diabete (dati del Ministero della Salute), è stato registrato un aumento dei casi di diabete mellito di tipo 1 con un’incidenza annua media di 8.1 su 100.000 bambini tra 0 e 14 anni, aumento in parte dovuto all’invecchiamento generale della popolazione ma principalmente alla diffusione di condizioni a rischio come sovrappeso e obesità, scorretta alimentazione, sedentarietà e disuguaglianze economiche.

Il diabete è una patologia complessa che investe il bambino, i suoi genitori e gli operatori sanitari che li assistono. Ciascuno di loro ha un compito difficile da assolvere. Poter portare la mia esperienza nelle malattie croniche e collaborare con il team della prof.ssa Grohmann e con le Associazioni dei Giovani con il diabete è per me un grande onore. La componente umana, insieme alle competenze tecniche richieste ad ogni medico sono un aspetto imprescindibile del nostro impegno quotidiano nell’assistenza dei piccoli pazienti e delle loro famiglie” – sottolinea la prof.ssa Susanna Esposito, professore ordinario di Pediatria all’Università degli Studi di Perugia e presidente dell’Associazione Mondiale per le Malattie Infettive e i Disordini Immunologici, WAidid.

Sebbene le cause del diabete di tipo I siano ancora sconosciute all’origine (cause genetiche, ereditarie o fattori ambientali), ciò che invece appare chiaro agli esperti è il meccanismo che porta alla distruzione delle cellule del pancreas che producono insulina. In Italia, sono circa 20mila i bambini sotto i 14 anni con diabete di tipo 1, costretti a somministrarsi insulina a vita e a convivere con dispositivi per infonderla.

Nel corso degli ultimi decenni sono stati compiuti numerosi progressi volti a migliorare il trattamento del diabete mellito nel bambino, con l’obiettivo di garantire un controllo metabolico ottimale ed evitare complicanze a breve e lungo termine.

Tra le novità sulle terapie per la cura del diabete di tipo 1, è in corso uno studio che potrebbe aprire la strada a possibili terapie innovative.

Studi sul modello animale condotti nel nostro laboratorio hanno dimostrato che indolamina 2,3-diossigenasi o IDO, un particolare enzima che metabolizza l’amino-acido triptofano, rappresenta un importante controllore delle risposte immunitarie nel nostro organismo che tuttavia risulta difettivo in topi con diabete di tipo autoimmune (T1D). In tali topi, manovre terapeutiche atte a correggere questo difetto determinano un controllo efficace della risposta autoimmune, la rigenerazione di piccole insule pancreatiche secernenti insulina e la normalizzazione dei valori di glicemia. Studi attualmente in corso in pazienti pediatrici affetti da diabete mellito hanno evidenziato che IDO è difettivo anche nel diabete di tipo 1 umano, aprendo pertanto la strada a possibili terapie innovative basate sul ripristino del metabolismo fisiologico del triptofano e, quindi, a nuove speranze per i pazienti affetti da diabete” – afferma la prof.ssa Ursula Grohmann, professore ordinario di Farmacologia del Dipartimento di Medicina Sperimentale dell’Università degli Studi di Perugia e membro dell’Accademia delle Scienze dell’Umbria.

Se la terapia insulinica ha come obiettivo primario quello di ristabilire un soddisfacente equilibrio glicemico, l’educazione alla gestione autonoma del diabete da parte delle famiglie dei bambini affetti è lo strumento fondamentale che consente di garantire una buona qualità di vita. L’approccio terapeutico all’interno delle strutture pediatriche è, infatti, fortemente centrato sulla famiglia, svolto in un’atmosfera informale e talora “protettiva”, attenta allo sviluppo psicofisico, all’inserimento nel mondo della scuola e dei coetanei.

E anche per i bambini con diabete, la prevenzione attraverso le vaccinazioni riveste un ruolo fondamentale, non solo per i piccoli pazienti ma anche per le loro famiglie e per gli operatori sanitari per i quali sono raccomandate tutte le vaccinazioni di routine.

Alcune infezioni favoriscono lo sviluppo di diabete di tipo 1 nei soggetti geneticamente predisposti. Ciò vale soprattutto per le infezioni respiratorie contratte precocemente. I vaccini sono efficaci anche nei bambini con diabete. Non solo efficaci, i vaccini sono anche sicuri e non associati allo sviluppo del diabete. Quindi, tutte le vaccinazioni considerate obbligatorie per l’ingresso a scuola nei bambini senza patologie di base devono essere eseguite anche nei bambini con diabete. In aggiunta, per i bambini con diabete è raccomandato il vaccino antinfluenzale annuale e il vaccino coniugato contro lo pneumococco anche dopo i 5 anni di età” – conclude Susanna Esposito.

 



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